Destra di Popolo.net

LA RESA DEI PONTI: SALVINI È CERTO CHE I LAVORI PER IL PONTE SULLO STRETTO PARTIRANNO A BREVE. MA IL VIA LIBERA AI FINANZIAMENTI NON È ANCORA DEFINITIVO, MANCA L’OK DELLA CORTE DEI CONTI, CHE DEVE PRONUNCIARSI SULLA DELIBERA FAVOREVOLE DEL COMITATO CIPESS

Settembre 5th, 2025 Riccardo Fucile

LA DECISIONE DEI GIUDICI CONTABILI NON È SCONTATA. SOPRATTUTTO DOPO CHE L’AMBASCIATORE USA ALLA NATO, MATTHEW WHITAKER, HA STOPPATO IL “TRUCCHETTO CONTABILE” TENTATO DAL GOVERNO MELONI: I FINANZIAMENTI PER L’INFRASTRUTTURA NON POTRANNO RIENTRARE NEL CONTEGGIO DELLE SPESE NATO PER LA DIFESA COME OPERA “DUAL USE”

“Dual use”. È quella la formula che rischia di far crollare le fondamenta burocratiche attorno a cui Matteo Salvini sogna di realizzare il Ponte sullo Stretto di Messina. Perché quel doppio utilizzo è stato previsto dal patto Nato sul 5% del Pil per la corsa al riarmo fino a un massimo pari un punto percentuale e mezzo. La restante parte – è il dettato dell’accordo – va comunque riservata in armamenti.
In tutto, 113 miliardi che l’Italia è chiamata a investire nei prossimi anni. Ma il Ponte non potrà rientrare in quelle spese. Lo spiega Alessandro Marrone, responsabile del programma difesa, sicurezza e spazio dell’Istituto affari internazionali: la soglia dell’1,5% può essere utilizzata per «per infrastrutture critiche e resilienza, dunque anche porti e aeroporti».In linea di principio – è il ragionamento che aveva fatto il governo Meloni, bypassando i pareri ambientali negativi e arrivando all’approvazione della delibera Cipess – anche il Ponte poteva rientrare tra quelle opere strategiche.
Ma adesso la Nato dice che non è così: riguardo all’infrastruttura di collegamento tra Sicilia e Calabria, «le basi principali in Sicilia sono dell’aeronautica a Trapani-Birgi o sono installazioni di sorveglianza come la Ground Surveillance a Sigonella».
Insomma, Giorgia Meloni, insieme al Mef e alla Difesa dovranno trovare un piano B per raggiungere la soglia del 5%: il governo Trump – ha fatto capire l’ambasciatore Usa alla Nato Matthew Whitaker – non intende avallare operazioni di maquillage ragionieristico, per giustificare l’aumento delle spese di difesa.
Per i ministri Crosetto e Giorgetti si apre un percorso a ostacoli per recuperare quelle somme, mentre il ministero delle Infrastrutture fa sapere che «il Ponte è già interamente finanziato con risorse statali e l’eventuale utilizzo di risorse Nato non è
all’ordine del giorno. L’opera non è in discussione».
In questo quadro, il via libera al Ponte non è ancora definitivo: a dover apporre il sigillo sull’operazione è la Corte dei Conti, che deve pronunciarsi sulla delibera Cipess che ha dato l’ok al finanziamento. Alla luce dei malumori che arrivano dagli States e delle nuove somme che il governo sarà chiamato a recuperare, è tutt’altro che scontata la direzione che potrebbero decidere di imboccare i giudici contabili.Non si tratta di un passaggio secondario: i cantieri minori e le opere collaterali non potranno partire prima dell’ok dei giudici alla spesa.
Il segretario confederale della Cgil, Pino Gesmundo, attacca la strategia del governo Meloni e della maggioranza «di tentare di giustificare l’opera attraverso artifici contabili e dichiarazioni propagandistiche». Ma secondo il sindacato «se Salvini ci avesse dato ascolto, il Paese si sarebbe risparmiato uno sberleffo internazionale».
Per il vicepresidente di Italia Viva, Davide Faraone, il governo Meloni ha fatto «l’amico degli americani, convinto che bastasse l’arte dell’arrangiarsi. In Europa restiamo col marchio peggiore: serpi in seno e senza risultati».
(da agenzie)

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BENTORNATI NEL MEDIOEVO: LA FLORIDA VUOLE DIVENTARE IL PRIMO STATO DEGLI USA AD ABOLIRE TUTTI GLI OBBLIGHI DI VACCINO, COMPRESI QUELLI PER I BAMBINI IN ETÀ SCOLASTICA

Settembre 5th, 2025 Riccardo Fucile

JOSEPH A. LADAPO, NOTO NO-VAX E SURGEON GENERAL DELLO STATO, HA DATO L’ANNUNCIO ACCANTO AL GOVERNATORE RON DESANTIS: “STIAMO LAVORANDO PER ABOLIRE TUTTI GLI OBBLIGHI VACCINALI. SONO SBAGLIATI E TRASUDANO DISPREZZO E SCHIAVITÙ”

La Florida intende diventare il primo stato degli Usa ad abolire tutti gli obblighi di vaccino, compresi quelli per i bambini in età scolastica. “Chi sono io per dirvi cosa vostro figlio dovrebbe mettersi in corpo?”, ha detto il surgeon general della Florida, Joseph A. Ladapo, un noto no-vax, dando l’annuncio accanto al governatore repubblicano Ron DeSantis.«Il vostro corpo è un dono di Dio», ha aggiunto Ladapo tra gli applausi del pubblico durante un evento a Valrico, vicino a Tampa, e ha poi aggiunto che l’amministrazione statale sta «lavorando per abolire tutti gli obblighi vaccinali. Sono sbagliati e trasudano disprezzo e schiavitù».
Tutti e 50 gli stati degli Usa hanno almeno qualche obbligo di vaccino per i bambini che entrano a scuola, sebbene tutti
prevedano esenzioni di tipo medico e la maggior parte consenta esenzioni per motivi religiosi o personali. Secondo la Kaiser Foundation, un think tank che si occupa di politiche sanitarie, negli ultimi anni il numero di studenti che ottiene esenzioni è aumentato, mentre i tassi di immunizzazione sono diminuiti
DeSantis, che nel 2021 ha nominato Ladapo come surgeon general, ha anche annunciato la creazione di una commissione per allineare la Florida agli obiettivi delineati dal ministro della salute Robert F. Kennedy Jr., anche lui scettico in materia di vaccini. La commissione sarà guidata da Casey DeSantis, moglie del governatore.

(da agenzie)

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ARMANI AMAVA L’ITALIA NON SOLTANTO A PAROLE, MA NEI FATTI. A DIFFERENZA DI MOLTI ALTRI, NON HA MAI VENDUTO AGLI STRANIERI. A DIFFERENZA DI MOLTI ALTRI, NON HA MAI PORTATO LA RESIDENZA NEI PARADISI FISCALI

Settembre 5th, 2025 Riccardo Fucile

PAGAVA LE TASSE NEL SUO PAESE, PERCHÉ RITENEVA DI DOVER CONTRIBUIRE ALLA SALUTE, ALL’ISTRUZIONE, ALLA SICUREZZA DEI SUOI COMPATRIOTI

Alla domanda — «quale fu il suo primo amore maschile?» — si irrigidì. D’istinto,sbottò: «Chi le ha detto che ho avuto amori maschili?». Rimase a lungo in silenzio. Quindi cominciò a raccontare, come un fiume in piena. All’inizio dell’intervista aveva accennato alla sua prima fidanzatina, che a otto anni era morta travolta da un Tir, e alla sua prima volta, con una compagna di scuola «bruttina, che però mi suggeriva quando ero interrogato».
Poi rivelò il suo primo amore omosessuale: «Non ho mai parlato di questo. Fu sotto un capannone sulla spiaggia di Misano Mare,
alle 5 del pomeriggio, quando tutti i ragazzi della colonia venivano ricoverati sulla spiaggia per rilassarsi. C’era un responsabile, un giovane uomo, che mi ispirò subito un sentimento d’amore. Da lì in avanti la mia vita cominciò, in un altro modo. Era un’attrazione che sentivo, una cosa bellissima: non vedevo l’ora di stargli vicino, di farmi accarezzare… Una grande emozione. Queste cose non le ho mai dette a nessuno. È un ricordo molto emozionante».
E in effetti, nel rievocarlo, era quasi commosso.
Non si sa perché Giorgio Armani avesse atteso novant’anni. Forse perché nessuno quella domanda gliel’aveva mai fatta. Forse perché aveva valutato che fosse il momento giusto per parlarne.
Il racconto proseguì a lungo. L’incontro della vita con Sergio Galeotti e il suo «bel sorriso toscano», avvenuto in Versilia, alla Capannina: da qui la recente decisione di acquistarla, nel ricordo di quell’antico e duraturo amore. La malattia di Sergio, un colpo terribile proprio mentre era arrivato il successo mondiale. La morte dell’uomo amato, una sofferenza fortissima: «Ho avuto una forza di volontà incredibile, per vincere questo dolore crudele. Dicevano: Armani non è più lui, non ce la farà mai da solo… Anche per questo, a chi mi chiedeva una partecipazione nella Giorgio Armani, rispondevo: no grazie, ce la faccio da solo».
Armani, a differenza di molti altri, non ha mai venduto agli stranieri. Armani, a differenza di molti altri, non ha mai portato la residenza nei paradisi fiscali: pagava le tasse nel suo Paese, perché riteneva di dover contribuire alla salute, all’istruzione, alla sicurezza dei suoi compatrioti. Armani amava l’Italia non soltanto a parole, ma nei fatti.
La vita che ci raccontò, in quella mattinata di meno di un anno fa, era nello stesso tempo favolosa e ordinaria. L’infanzia sotto il fascismo, e il ricordo indelebile dell’arroganza del gerarca, del telefono nero, del sussiego con cui trattava suo padre.
L’amicizia con il suo vicino di casa: Enzo Jannacci. Il rapporto distante con i colleghi, la cortesia di Valentino, il ciao con la mano scambiato da lontano con Versace: i due non avrebbero potuto essere più diversi, uno sgargiante l’altro essenziale, uno esplosivo l’altro rarefatto, lo scalpore e il nitore, il calabrese coloratissimo e il padano innamorato del colore del fango del Trebbia.
Meritatamente ricco, Armani era rimasto una persona semplice — «il signor Armani» —, di una gentilezza esigente: rispettava tutti, e da tutti si attendeva rispetto. Ammetteva di aver guardato Chanel, e si seccava di essere stato copiato da Klein e da molti altri. Si divertiva a punzecchiare Dolce&Gabbana e Miuccia Prada, che in fondo gli erano simpatici.
A ricordargli un affondo di Diego Della Valle — «alla sua età mio nonno era davanti al focolare con il plaid sulle ginocchia, lui è sempre in maglietta» —, sorrideva: «Il segreto della longevità è la disciplina». Giorgio Armani era un genio discipinato.
Aldo Cazzullo
per il “Corriere della Sera”

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GIORGIO ARMANI NON FACEVA LA MODA, ERA LA MODA

Settembre 5th, 2025 Riccardo Fucile

LO STILISTA UGUALE SOLO A SE STESSO, PER QUESTO INTRAMONTABILE

Quando ho appreso la notizia della morte di Giorgio Armani non so perché ma il mio primo pensiero è andato a un ricordo personale, legato una delle sfilate a cui ho assistito qualche anno fa nel celebre Armani/Teatro di Via Bergognone in zona Tortona a Milano. In quello show mi aveva colpito l’incedere leggiadro delle modelle e soprattutto il fatto che sul loro volto ci fosse un sorriso smagliante. Cosa ancor più particolare, alcune mannequin (all’improvviso) durante il défilé si dilettavano in piroette e movenze che a primo acchito mi hanno dato l’impressione di un qualcosa di desueto.
Desueto perché la moda contemporanea dà precise indicazioni alle modelle poco prima dell’inizio di una sfilata. I diktat, nella maggior parte degli show dei grandi brand, sono: volti seri, espressioni neutre (o addirittura imbronciate), camminate decise e assoluta assenza di gesti vezzosi o che possano ricordare qualcosa di vagamente sognante e romantico. Le movenze delle modelle sulla passerella Spring/Summer 2024 di Emporio
Armani, del tutto atipiche nel fashion system, mi hanno portato a fare alcune riflessioni sul marchio e soprattutto sul suo designer e fondatore, recentemente scomparso all’età di 91 anni.
Le sfilate milanesi di Armani raccontano tanto dell’uomo e dello stilista, di quale era la sua visione della moda e dello stile. Chi ha partecipato a una sfilata di Giorgio Armani sa quanto gli show di Milano potessero essere tutti molto simili. Sfilate a parte, Armani è una delle poche griffe che nell’arco della sua storia è sempre rimasta fedele a se stessa. Ciò è avvenuto negli anni anche e soprattutto per volere di re Giorgio, lo stilista imprenditore sempre presente in azienda, con un occhio attento a tutte le fasi: dalla creazione degli abiti fino alle sfilate, dagli allestimenti delle boutique alle scelte di marketing per pianificare come il marchio doveva essere comunicato. Mai assente in passerella a chiusura delle sfilate o negli eventi organizzati in tutto il mondo come le One Night Only. Persino agli after party, organizzati all’Armani Privé dopo le sfilate della Fashion Week di Milano, lo stilista faceva un’apparizione per salutare gli invitati. Non è ho la certezza, ma data la costante presenza in ogni singolo dettaglio del suo impero, qualcosa mi dice che anche il “romantico” incedere delle modelle e il sorriso inconsueto, di cui si parlava all’inizio, siano farina del suo sacco.
Credo che la scelta retrò delle piroette in passerella non debba essere vista come un desiderio di Armani di volgere lo sguardo
al passato. Perché Giorgio Armani non aveva una visione antiquata della moda, non era uno di quegli stilisti che vivevano nel ricordo di ciò che era stato. La sua era più una visione che potremmo considerare universale, che superava i trend del momento. Certo, a prima vista alcuni dettagli di quella visione potevano sembrare troppo legati al passato. Le mannequin nei défilé degli anni ’80 e ’90 sfilavano proprio con quell’attitude lenta e vezzosa di cui sopra. Un’attitude “morbida” che oggi trova poco riscontro nel velocissimo e spigoloso mondo delle tendenze, che arrivano e finiscono in un lasso di tempo brevissimo.
Giorgio Armani non faceva la moda era la moda. Era uno dei pochi stilisti che per una vita intera non ha badato al trend di stagione, il suo obiettivo non era quello di stupire il pubblico con spettacolari sfilate e con collezioni presentate in passerella con fuochi d’artificio. Lo stile Armani era sempre uguale a se stesso e questo non ha mai rappresentato un problema per le sorti dell’azienda. Fino alla fine re Giorgio ha portato in scena la sua idea di moda senza mai distaccarsene, senza mai allontanarsi dalla strada scelta che lo ha portato al successo.
Il ricordo della sfilata con le piroette ha poi dato il via nella mia mente a una carrellata di immagini dei look delle sfilate a cui ho assistito, in cui spiccano linee, colori, tessuti che si ripetono. Sulle passerelle Armani sono sempre presenti le palette fumose
con tonalità di lilla e glicine, rese ancor più tenui dal tulle e dalla seta; ci sono spesso il verde smeraldo e il blu elettrico, illuminati da tessuti come lo shantung cangiante e il velluto, o ancora il magenta, reso ancor più brillante con cascate di cristalli e frange di paillettes. I blazer oversize e i pantaloni alla zuava, quelli a palloncino più ampi sui fianchi e stretti alla caviglia, sono altre costanti da cui lo stile Armani non si è mai separato. Che dire poi degli accessori? Dai baschi di velluto alle grosse collane dalle pietre colorate, altri dettagli iconici dell’Armani style. La suddetta carrellata di abiti, linee, colori e accessori sempre uguali ci riporta all’assunto iniziale della scelta di un marchio di restare saldamente legato al proprio heritage, al proprio gusto, che non riesce a rinunciare ad alcuni capi saldi che negli anni hanno reso grande il brand.
Attualmente nella moda cambiano i Direttori Creativi dall’oggi al domani, si passa con nonchalance da uno stile barocco al minimal, mentre convivono nella stessa collezione abiti sartoriali e t-shirt bucate o jeans sdruciti. Il tutto per stare al passo con il mondo che cambia e con le esigenze del pubblico, per andare incontro ai gusti mutevoli di chi acquista e delle nuove generazioni che spendono i propri soldi per appartenere a questa o a quella crew indossando il logo di questo o quell’altro brand. Da che ne ho memoria tutti questi cambi di rotta sulle passerelle di Armani non si sono palesati.
Anche gli spazi delle sfilate raccontavano la stessa storia, i set sono sempre stati allestiti in “luoghi Armani”, dal teatro di Via Bergognone al Silos, fino all’headquarter di Via Borgonuovo. Anche la struttura della sfilata si ripeteva, sempre uguale stagione dopo stagione. Armani era uno dei pochi stilisti a proporre l’uscita doppia dei modelli ed era uno dei pochi che sembrava non fare una stretta selezione dei suoi abiti da mostrare alla stampa. Le sfilate di re Giorgio solitamente raggiungevano le 60 uscite e più, a fronte delle 30-40 che solitamente si vedono negli show degli altri brand. Che dire poi del rituale finale? A conclusione del suo défilé Giorgio Armani era solito uscire in passerella per scattare la foto di rito con alle spalle tutte le modelle e i modelli, in quella che ricorda la formazione fotografica degli scatti delle squadre di calcio.
Il lungo elenco di simboli, rituali e dettagli sempre uguali ci porta a una domanda: un marchio che non cambia, che non mostra di continuo un nuovo volto, come è riuscito a durare negli anni? E, soprattutto, come ci è riuscito continuando a fatturare e a vendere? Il modello Armani in qualche modo va contro l’ideale secondo cui un brand di moda deve trasformarsi continuamente per poter vendere. Giorgio Armani è riuscito con fermezza a controllare la sua azienda, a non cederla, ad affidare comparti fondamentali a chi aveva la sua stessa visione, creando una struttura così solida e capace di resistere alle tempeste
improvvise delle tendenze che continuamente sovvertono le regole.
Un completo Armani è per sempre (e per tutti)
Con il suo essere granitico, un po’ come il design brutalista che tanto amava e che caratterizza spazi come l’Armani Silos, re Giorgio è riuscito a vendere il sogno del Made in Italy e di uno stile senza tempo, convincendo il pubblico che un completo Armani e per sempre. Ha inoltre avuto l’intuito e la furbizia (che pochi altri stilisti hanno avuto) di saper parlare a tutti. A differenza di altri colleghi non si è mai posto come lo stilista di nicchia o con la puzza sotto il naso, che inorridisce nel vedere il suo logo sulle T-shirt indossate da persone “comuni”, che non fanno parte del ristretto gruppo dei trend setter. Per questo alla base del successo del suo impero ci sono le linee commerciali, da Emporio Armani ad Armani Jeans, da Armani Exchange a EA7. Linee che convivono perfettamente con la prima linea Giorgio Armani e con le collezioni couture di Armani Privé.
Armani ha creato un impero in cui l’alto e il basso co-esistono, uniti da quel fil rouge che è il gusto di cui da sempre la griffe è sinonimo. Un impero in cui le T-shirt maxi logo vengono prodotte senza nulla togliere al prestigio e al percepito degli abiti e degli accessori delle label più costose e ricercate che fanno parte della stessa azienda e che portano il nome dello stesso designer. Questo saper essere così trasversale ha contribuito a
creare fondamenta solide per un marchio che, così facendo, ha potuto permettersi di fare scelte autonome e slegate dalle ferree regole del fashion system, che prevedono un continuo aggiornamento di ogni singolo dettaglio, dal logo alle collezioni, dalla scelta dei testimonial alle sfilate.
Oggi diciamo addio all’ultimo vero re della moda, allo stilista che insieme ad altri grandi come lui, da Valentino a Versace, da Missoni a Krizia, passando per Missoni, Gianfranco Ferrè e per tutti quei designer che tra la fine degli anni ’70 e l’inizio degli ’80 hanno dato vita al sistema moda italiano, portando nel mondo lo stile nostrano e rubando lo scettro alla Francia. Durante la Settimana della Moda maschile di Milano dello scorso giugno Armani, per la prima volta nella storia, non era apparso in passerella per chiudere lo show e questo aveva già destato preoccupazione. La mancata apparizione aveva fatto vacillare tutti dando un primo segnale d’allarme. A poco sono servite le interviste e i comunicati stampa pubblicati sulle testate nazionali per rassicurare il pubblico. “Ci rivediamo a settembre” scriveva re Giorgio nella lettera aperta in cui ancora mostrava la tenacia e il desiderio di essere sempre presente per la sua azienda e per il suo pubblico, anche dopo aver compiuto 91 anni. Su quella passerella Armani non è riuscito a salire e con la sua morte si chiude un’epoca, l’epoca in cui le modelle possono sorridere e fare piroette durante la sfilata.
(da Fanpage)

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L’ENNESIMA GAFFE DELLA LEGHISTA CECCARDI CONTRO UN RITROVO ISLAMICO: LA FOTO CHE HA POSTATO RIGUARDA UNA CATTOLICA PROCESSIONE A CANOSA DI PUGLIA DURANTE LA SETTIMANA SANTA

Settembre 4th, 2025 Riccardo Fucile

SOMMERSA DI COMMENTI E SBERLEFFI CANCELLA IL POST, RIMANE LA FIGURA DI M….

A furia di tuonare sui social contro l’«invasione islamica», l’eurodeputata leghista Susanna Ceccardi è riuscita a vederne una persino in una processione cattolica.
Ad accorgersi dello scivolone è Matteo Pucciarelli, che su Repubblica ha ricostruito la gaffe in cui è incappata l’esponente toscana del Carroccio.
Nei giorni scorsi, Ceccardi ha rilanciato sui social la card del quotidiano Il Tempo su una manifestazione per ricordare la
nascita di Maometto nel quartiere San Donato, a Bologna, per ricordare la nascita di Maometto.
A indirla è stato un centro islamico pachistano che si è rivolto ai soli uomini
Ceccardi, i cui profili social abbondano di denunce di episodi simili, ne ha subito approfittato per rilanciare la notizia con un post. «Questa non è una festa, è discriminazione. E le femministe? Mute. Basta ipocrisie! Stop islamizzazione!», scrive l’eurodeputata leghista.
E a corredo c’è una foto che mostra una schiera di persone a che a prima vista sembrano donne musulmane col burqa. Peccato che l’immagine scelta per quella denuncia sui social non rappresenta la manifestazione islamica di Bologna, ma la processione della Desolata che si svolge ogni anno a Canosa di Puglia e a Teramo il sabato della Settimana santa.
Un evento cattolicissimo, per niente islamico, in cui il coro delle donne racconta il dolore della Vergine Maria in un’atmosfera di grande intensità.
Il post rimosso dai social (ma non tutti)
Accortasi della gaffe, Ceccardi ha prontamente rimosso il post incriminato su Facebook e Instagram, mentre a distanza di tre giorni è ancora visibile su Threads.
L’esponente leghista, d’altronde, non è del tutto nuova a scivoloni di questo genere. Nel 2023, celebrò il primato dei vini Antinori «alla faccia della Ue», nonostante fossero anche – o proprio – i soldi europei ad aver contribuito al successo della cantina, mentre qualche anno prima fece discutere l’affermazione in cui definì il brano Imagine di John Lennon «un inno marxista e comunista».
(da agenzie)

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“I CRETINI NON SONO MAI ELEGANTI”. LE FRASI PIU’ FAMOSE DI GIORGIO ARMANI – ”L’ELEGANZA NON È FARSI NOTARE, MA FARSI RICORDARE”; ”LA VOLGARITÀ È LA MALATTIA DELLA FINTA MODERNITÀ”

Settembre 4th, 2025 Riccardo Fucile

LA DIFFERENZA FONDAMENTALE PER LUI RESTA QUELLA TRA MODA E STILE: ”LA MODA È QUELLA CHE VIENE SUGGERITA E CHE SPESSO È MEGLIO EVITARE, LO STILE INVECE QUELLO CHE CIASCUNO HA E DEVE CONSERVARE NELL’ARCO DELLA SUA VITA”

Giorgio Armani, scomparso oggi all’età di 91 anni, non è stato soltanto uno degli stilisti più influenti al mondo ma anche un
maestro di pensiero sull’eleganza, sullo stile e sul valore del lavoro
Le sue parole, nel tempo, sono diventate vere massime di vita, ‘chicche’ capaci di andare oltre la moda per raccontare un approccio più ampio all’esistenza e alla bellezza. Tra le frasi che meglio riassumono la sua filosofia spicca una delle più celebri: ”L’eleganza non è farsi notare, ma farsi ricordare”
Un concetto che definisce a pieno la discrezione raffinata che ha reso celebre e inconfondibile il marchio Armani in tutto il mondo. Allo stesso modo, lo stilista non ha mai avuto timore di criticare eccessi e superficialità: ”La volgarità è la malattia della finta modernità” diceva e, con un pizzico di ironia: ”I cretini non sono mai eleganti”. Per Armani la differenza fondamentale resta quella tra moda e stile
”La moda è quella che viene suggerita e che spesso è meglio evitare, lo stile invece quello che ciascuno ha e deve conservare nell’arco della sua vita”. Non a caso, ha più volte sottolineato come lo stile consista in ”un corretto bilanciamento tra sapere chi sei, che cosa va bene per te e come vuoi sviluppare il tuo carattere: i vestiti diventano così la naturale espressione di questo equilibrio”.
La sua idea si riassume in poche parole: ”Lo stile è eleganza non stravaganza”. Una visione che ha guidato decenni di creazioni e che, come lui stesso ha dichiarato, non nasce da strategie studiate a tavolino: ”Il modo in cui lavoro alle mie creazioni non dipende da qualcosa che ho sviluppato con consapevolezza. Semplicemente, faccio quello che mi viene più spontaneo”
Infine, una riflessione sull’eleganza quotidiana: ”Per essere eleganti non si deve assolutamente aver l’aria di essersi vestiti a fondo, vale a dire essersi studiati molto bene, essersi coordinati; bisogna sempre avere un’aria piuttosto casuale, che non significa essere trasandati”. Queste frasi racchiudono la filosofia di vita e di lavoro di Giorgio Armani: sobrietà, equilibrio, autenticità. Una lezione che, c’è da sperare, continuerà a ispirare il mondo della moda e non solo.
(da Adnkronos)

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ROBERTO VANNACCI È IMPEGNATO A PIAZZARE I PROPRI NOMI NELLE LISTE DELLA LEGA PER LE REGIONALI. MOLTI DEI SUOI CANDIDATI SONO ESTERNI AL CARROCCIO, “COLTIVATI” NEI CIRCOLI DELL’EUROPARLAMENTARE, DI FATTO UN PARTITO NEL PARTITO. POI CI SONO EX BOSSIANI E TRANSFUGHI DI FDI

Settembre 4th, 2025 Riccardo Fucile

ZAIA È ACIDO: “VANNACCI È UN VALORE AGGIUNTO SE FA IL LEGHISTA”… L’ATTACCO DELLA SALVINIANA SUSANNA CECCARDI: “LA POLITICA NON È COME L’ESERCITO, NON CI SONO TRUPPE”

Tira una brutta aria in Veneto, dentro la Lega. Tutti sono costretti a far buon viso a cattivo gioco, oggi Roberto Vannacci sarà in Veneto alla tradizionale festa della Lega a Oppeano, ma gli umori dei colonnelli locali sono pessimi. «Vannacci è un valore aggiunto se fa il leghista», rispondeva due giorni fa Luca Zaia alle domande sul generale in pensione.
E quel “se” è tutto un programma: no, non lo fa, è ciò che pensano praticamente tutti, fan esclusi. Anche perché l’ex generale è impegnato a piazzare i propri nomi su e giù per l’Italia, gente esterna dal Carroccio ma coltivata nei suoi cosiddetti “team”. Cioè un partito nel partito
Restando in Veneto, tra i vannacciani c’è Stefano Valdegamberi, consigliere regionale della Lista Zaia protagonista due anni fa di un attacco social rivolto contro la sorella di Giulia Cecchettin, la giovane di Saonara uccisa dall’ex fidanzato. Le diede della satanista. Non ha la tessera leghista in tasca
In Toscana Cristiano Romani, vicepresidente nazionale del Mondo al Contrario, uno della compagnia dell’anello, dovrebbe essere candidato nel collegio di Grosseto. C’è un posto da capolista anche per l’amico ed assistente parlamentare di Vannacci Massimiliano Simoni, ex FdI.
Alcuni effetti della corsa al vannaccismo sono esilaranti, tipo il cartellone gigante del candidato “scrivi Vasellini (Andrea, ndr) ma si legge Vannacci”, sempre a Grosseto, con i faccioni di entrambi.
A Varese un bossiano di vecchia data come Maurilio Canton, rientra in Lega dalla finestra proprio con un team locale. In Puglia invece, dove si dovrebbe votare a novembre, il vicesegretario dovrebbe essere capolista nei collegi di Bari, Foggia e Taranto, e sarà un altro modo per misurare il proprio peso.
In Toscana ad esempio un pezzo di Lega, quello storico e più fedele a Susanna Ceccardi, è sul punto di disertare la campagna elettorale. Il “metodo Vannacci”, decisionista e provocatorio,
funzionerà?
Per fare un esempio di questo metodo: domenica via social Vannacci annunciava così per il suo arrivo in terra lighista: «Esorto chiunque rilasci dichiarazioni pubbliche a connettere la lingua al cervello prima di muoverla». Di cosa sta parlando il vicesegretario? Di voti. E a chi parla? Ai suoi compagni di partito. Traduzione del suo pensiero: io ho preso una montagna di voti alle scorse Europee, portate rispetto. Se si considera il contesto – che è noto: ci sono le regionali in vista e non si sa se la Lega avrà il candidato dopo Luca Zaia – ce n’è abbastanza per far salire la tensione oltre il livello di guardia.
Sì perché Vannacci scriveva: «Girano infatti voci e pseudo-testimonianze che vorrebbero promuovere il concetto che ai veneti Vannacci non piaccia e che non sia un valore aggiunto per la Lega. Io, come al solito, mi baso sui dati disponibili, invece di aprire bocca e darle fiato».
E sbam, ecco che schiaffa lo screenshot del numero di preferenze ottenute nel 2024: tre volte e mezzo i voti del secondo, il segretario veronese ed eurodeputato pure lui Paolo Borchia. Non uno qualsiasi: è il capodelegazione del Carroccio a Bruxelles, salviniano di stretta osservanza, il quale fra le altre cose aveva pubblicizzato la festa veneta sui propri profili omettendo l’arrivo del fu generale.
Vannacci, nominato vice di Salvini senza neanche passare dal via al congresso di Firenze (non aveva nemmeno la tessera), dentro il partito si muove com’è sua abitudine: provocando e comandando, di base facendo un po’ come vuole.
Vedi ad esempio il non rispetto della regola base interna, cioè contribuire economicamente al partito («mentre alle sezioni chiedono soldi per organizzare i pullman per Pontida, assurdo…», mastica amaro un lighista).
In Toscana come detto Vannacci bisticcia con Susanna Ceccardi, altra super salviniana messa ai margini dal suo protagonismo; in
Veneto è lontano anni luce, politicamente parlando, dal mondo autonomista, e addirittura liberal su diversi temi, ma non rinuncia a darsi da fare coi suoi team, alternativi o complementari alla Lega stessa.
Quanto a Zaia, un altro che nel 2020 ha preso una montagna di voti ma con uno stile personale che non gli permette di esibirlo così grossolanamente come fa Vannacci: i due si detestano in privato, si ignorano in pubblico. Ma una cosa è certa: l’ex militare sta rompendo schemi consolidati e di questo passo a farci i conti sarà presto non Ceccardi, o Borchia, o chissà chi altro, ma Salvini stesso.
Anche perché un giochino sarà presto fatto: quanta gente andrà a vedere Salvini, sabato, e quanti Vannacci oggi a Oppeano.

(da La Repubblica)

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TIENANMEN SEGNA UN DECISO SCATTO DEL DRAGONE, CHE HA MESSO IN MOSTRA IL NUOVO MISSILE NUCLEARE INTERCONTINENTALE E LE ARMI CAPACI DI RAGGIUNGERE GLI USA E I MARINES NEL PACIFICO

Settembre 4th, 2025 Riccardo Fucile

LA CINA HA VOLUTO FAR SAPERE ALL’OCCIDENTE (MA ANCHE AI SUOI ALLEATI RUSSI) CHE ORA POSSIEDE UNA “TRIADE ATOMICA”, CON ORDIGNI IN GRADO DI COLPIRE DAL CIELO, DA TERRA E DAI SOTTOMARINI

Un silos adagiato su un lunghissimo veicolo con dieci ruote motrici e una sola scritta sulla fiancata – DF-61 – sufficiente però a trasmettere un brivido negli uffici del Pentagono.
Quella sigla testimonia che la Cina ha schierato un nuovo missile nucleare intercontinentale, probabilmente più avanzato di quanto si temesse, ed è pronta a sfidare direttamente gli Stati Uniti nella competizione atomica.
La preoccupazione di Washington per la crescita dell’arsenale nucleare di Pechino ora viene resa concreta dalle armi esibit
nella parata sulla Piazza Tienanmen. Il DF-61 avrebbe un raggio d’azione di 15 mila chilometri e un’ogiva con 14 testate per incenerire più metropoli contemporaneamente: «uno strumento di deterrenza» – come ha sottolineato il commentatore della tv statale cinese – puntato però dritto contro l’America.
Non è l’unico. La Repubblica Popolare ha esibito tutti i suoi cinque “cavalieri dell’Apocalisse”: oltre a tre modelli già noti e al DF-61, è comparso per la prima volta il JL-1 “Fulmine”, più piccolo e affusolato perché scagliato dagli aerei. Ha un significato strategico: adesso pure la Cina possiede una “triade nucleare”, con ordigni in grado di colpire dal cielo, da terra e dai sottomarini.
Certo, come ricorda il generale australiano Mick Ryan, «le sfilate non sono indicatori della capacità di combattimento reale» ma lo show marziale di ieri ha reso visibile il “Grande Balzo in Avanti”, per citare Mao, compiuto in soli dieci anni dall’Esercito Popolare.
L’aviazione fa sfrecciare caccia stealth, radar volanti e cisterne per il rifornimento ad alta quota; la marina ha portaerei con squadriglie di caccia avanzati e tanti missili; le forze terrestri dispongono di scudi contro i droni con laser, microonde e micro-intercettori che la Nato sta solo cominciando a disegnare.
E la massa di mezzi e soldati che la Cina mette in campo resta impressionante. Anche le tattiche però sono state rivoluzionate, con l’obiettivo – definito «difensivo» dagli speaker di Stato – di spazzare via l’Us Navy dalle acque del Pacifico e invadere Taiwan.
Così oltre al missile “Guam Killer”, concepito per bersagliare la principale base americana, sono sfilati due nuovi ipersonici da 10mila chilometri orari destinati a bombardare le navi e gli avamposti dei Marines.
Per proteggere le loro isole-fortezza che sbarrano la navigazione negli stretti, invece, i cinesi hanno un triplo strato di armi puntat
verso il cielo: include le batterie HQ-29 che promettono di disintegrare i missili balistici fuori dall’atmosfera e sono persino in grado di buttare giù i satelliti.
Il Pentagono non sottovaluta la minaccia. Mentre gli stati maggiori studiano risposte operative, dagli ipersonici ai bombardieri stealth B21, Donald Trump preferisce invece investire miliardi nella “Golden Dome”, la cupola spaziale contro tutti i missili. Ma l’allarme per i nuovi artigli del Dragone non riguarda solo gli Usa.
«C’è una domanda – ha suggerito Mike Ryan – molto interessante: cosa hanno pensato Putin e i suoi generali guardando la parata? Sono sicuramente preoccupati. Hanno combattuto contro la Cina nello scorso secolo e adesso hanno dovuto spostare gran parte delle loro forze dalla Siberia per combattere in Ucraina.

(da agenzie)

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MORTE A VENEZIA (DELLA LEGA): ALLA MOSTRA DEL CINEMA ARRIVA SALVINI E ZAIA SE NE VA. CONTINUA IL GRANDE FREDDO TRA “IL TRUCE” E “IL DOGE” CHE SCHERZA: “LA MIA LISTA È ANCORA SUL TAVOLO? ANCHE SOPRA E SOTTO”

Settembre 4th, 2025 Riccardo Fucile

PROSEGUE LO STALLO NEL CENTRODESTRA SUL CANDIDATO PER IL VENETO, SALTA ANCHE IL TANTO ATTESO VERTICE A ROMA PER TROVARE LA QUADRA

Si annusano, si studiano e per ora si evitano. Luca Zaia torna a Venezia mezz’ora prima che Salvini lasci la città lagunare per sbarcare al Lido. Lo scenario è quello dell’Hotel Excelsior. Osservatore privilegiato Bruno Vespa che a un certo punto chiede: «Salvini passa di qua?”».
Poi arriva il ministro che “elogia” l’amico Luca: «Zaia è valore aggiunto per il Veneto e per la Lega». Gli facciamo notare che ormai in politica «valore aggiunto» è un aggettivo quasi trasparente, come “sereno”. Perché non dire di lui che è un «pilastro». «No, pilastro no», chiosa Salvini.
«Se vedrò Luca Zaia a Venezia in questi giorni? Possibile» dice Matteo Salvini con un sorriso disarmante che è il ritratto dell’innocenza. E lo dice dallo spazio della Regione Veneto all’hotel Excelsior da cui il presidente della Regione se n’è andato non più tardi di mezzora prima. Curiosamente anche i loro interlocutori sono gli stessi, a partire dal campione di sci Kristian Ghedina che è alla Mostra per presentare il suo film
«Storie di sci».
Tanto che, pare, i due eventi (la presentazione delle torce olimpiche di Milano-Cortina 2026 alle 12.30 e la presentazione del film di Ghedina alle 16) fossero inizialmente uno dopo l’altro. Zaia, però, ha dovuto lasciare la Mostra per un impegno intorno alle 15 a palazzo Balbi. Sfortuna ha voluto, quindi, che i due «campioni olimpici» della Lega non si incrociassero. Anche se, assicura Zaia, «probabile che accadrà».
Qualcuno sottolinea come si tratti dell’ennesima dimostrazione del «grande freddo» fra i due esponenti del Carroccio.
In realtà, spiega lo staff del presidente, i due si sarebbero salutati «via messaggio». Per dirsi cosa? «Si sono salutati». La cortesia non manca mai e, anche in privato, assicurano che i rapporti sono cordiali. Senza riuscire, però, a fugare i dubbi delle malelingue. Che anche ieri Zaia si sia sottratto a un incontro in cui, evidentemente, i contenuti sul futuro del Veneto, e di Zaia stesso, sarebbero stati interlocutori?
Il dubbio resta e, se così fosse, la sliding door delle agende avrebbe tolto dall’imbarazzo entrambi. Il balletto in cui Zaia e Salvini si «sfiorano», complice la convergenza sul tema olimpico, dura da qualche mese ma la clessidra si sta svuotando veloce. E il 23 novembre, data ultima per il voto regionale si avvicina a lunghi passi.
Salvini ribadisce: «In Veneto il simbolo della Lega sicuramente ci sarà, le liste sono pronte. Il nome del candidato governatore spero arrivi il prima possibile». E Zaia ci sarà in quelle liste? «Zaia è un valore aggiunto per la Lega e per il Veneto in generale», una risposta ormai standard. Il tormentone della giornata è: ma i due si vedranno o no al Lido o a Venezia? Salvini risponde con una punta di sadismo nei confronti dei cronisti: «È possibile, però non ve lo diremo».
Una notizia, però, il vicepremier e ministro delle Infrastrutture la dà: il tanto atteso vertice del centrodestra per trovare la quadra
sui candidati delle 7 regioni al voto (contando anche l’autonoma Valle D’Aosta) non sarà oggi e non sarà domani come ventilato: «Io questi vertici li leggo sui giornali. Non sono mai stati messi in agenda. In questa settimana non è prevista nessuna riunione, la prossima penso e spero di sì».

(da Corriere della Sera)

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