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QUESTA SERA ALLE 21 FLASH MOB IN ALMENO 243 OSPEDALI ITALIANI PER GAZA E LA FLOTILLA

Ottobre 2nd, 2025 Riccardo Fucile

IN CRESCITA ANCORA IN GIORNATA LE ADESIONI ALLA MANIFESTAZIONE “LUCI SULLA PALESTINA”

Un grande flash mob di sostegno e solidarietà con i palestinesi e gli attivisti della Flotilla è in programma questa sera alle 21 nei 243 ospedali (il numero è in continuo aggiornamento per le nuove adesioni) che hanno aderito alla manifestazione ‘Luci sulla Palestina: 100 ospedali per Gaza’, organizzato dalla reti #DigiunoGaza e Sanitari per Gaza. “Diciamo loro grazie. Grazie per l’impresa coraggiosa, disarmata, umanitaria e politica, capace, tra le altre cose, di mettere a nudo le ipocrisie e le complicità dei governi che sostengono i crimini di Israele”, dichiara all’Adnkronos Salute Francesco Niccolai, tra i coordinatori di Digiuno per Gaza, anticipando le parole di solidarietà agli attivisti fermati da Israele che saranno lette durate la manifestazione, prima della commemorazione dei 1.677 operatori e operatrici sanitari uccisi a Gaza in questi 2 anni con la lettura collettiva, a staffetta tra le regioni, dei loro nomi.
“Ci riconosciamo – dice Niccolai – in una protesta nonviolenta e radicale, che parte dal basso, dove le persone ci mettono la faccia, e che intende fare pressione su Governo e istituzioni per fermare la complicità con il genocidio”. In questo senso, “siamo in linea con una visione come quella degli attivisti della Flotilla. Anche le nostre manifestazioni, a partire dal digiuno e poi quella che faremo stasera, sono insieme azioni concrete e simboliche: manifestiamo con i nostri corpi, mettendoci la faccia, la nostra voglia di cambiare, di fare pressione, soprattutto la nostra denuncia di complicità verso chi non sta mettendo in atto delle azioni concrete”.
(da Fanpage)

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LE IMMAGINI DELLE PROTESTE DA TUTTO IL MONDO PER LA GLOBAL SUMUD FLOTILLA

Ottobre 2nd, 2025 Riccardo Fucile

MANIFESTAZIONI SPONTANEE IN MESSICO, ARGENTINA, GERMANIA, GRECIA, SPAGNA, TURCHIA, BRUXELLES

All’arrivo delle prime notizie dell’abbordaggio della Global Sumud Flotilla da parte di Israele, mercoledì sera tantissime persone si sono riversate nelle piazze italiane in segno di protesta.
Ma anche molte altre città, europee e non, hanno dato il proprio sostegno agli attivisti protagonisti di questa missione umanitaria.
In Germania, all’arrivo dei primi aggiornamenti, un’enorme folla si è riunita spontaneamente davanti alla Stazione centrale di Berlino per manifestare. Ci sono stati anche alcuni scontri con la polizia e quattro persone sono state arrestate, secondo quanto riferito dalle forze dell’ordine locali.
In Grecia, precisamente nella città di Atene, le persone si sono radunate davanti al Ministero degli affari esteri al grido di “La Palestina sarà libera”.
A Barcellona, in Spagna, diverse centinaia di persone hanno protestato sotto il consolato israeliano, chiedendo l’incolumità degli attivisti della Flotilla. Il sindaco della città, Jaume Collboni, scritto un post sul social network X celebrando la manifestazione: “La nostra voce si unisce al grido di protesta mondiale per fermare il genocidio”.
Anche tante città del Centro e Sud America sono scese in piazza. Nella capitale messicana, Mexico City, la protesta si è concentrata sotto il palazzo del Ministero degli Esteri chiedendo il rilascio degli attivisti fermati dalle autorità israeliane. A Buenos Aires, in Argentina, centinaia di persone hanno marciato per lo stesso motivo e in particolare per il rilascio della concittadina Celeste Fierro, una politica locale, che si trovava a bordo della nave Adara.
Nella capitale turca di Istanbul la folla si è raccolta fuori dall’edificio del consolato statunitense. I manifestanti, che erano in centinaia, hanno recitato slogan e pregato per la Palestina.
A Bruxelles la protesta ha scelto di concentrarsi davanti al Ministero degli Esteri belga. Le persone scese in strada hanno condannato l’azione di Israele, definendola un “attacco illegale” e hanno chiesto a gran voce la protezione dell’equipaggio della Flotilla, tra cui ci sono anche 7 belgi.
In Australia, la stazione centrale di Sydney si è riempita di manifestanti al grido di “Tutto il mondo vi sta guardando”.
Nella capitale francese di Parigi, invece, il presidio spontaneo si è riunito in Piazza della Repubblica
(da agenzie)

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“SE CI SARANNO ARRESTI IL POPOLO ALZERÀ LA TESTA”: LA PORTAVOCE DELLA FLOTILLA, MARIA ELENA DELIA, CHIAMA LE PIAZZE ITALIANE ALLA MOBILITAZIONE E ATTACCA MELONI: “IL GOVERNO NON È IN GRADO DI GARANTIRE LA PROTEZIONE DEI SUOI CITTADINI PERCHÉ TEME UNA RITORSIONE DA PARTE DI ISRAELE”

Ottobre 2nd, 2025 Riccardo Fucile

NELLE OPERAZIONI DI ABBORDAGGIO LO STATO EBRAICO HA SCHIERATO ANCHE I SERVIZI SEGRETI PER EVITARE DI PERDERE IL CONTROLLO DELLA SITUAZIONE … GLI ATTIVISTI SARANNO ESPULSI. MA POTREBBERO ANCHE RIFIUTARE IL RIMPATRIO E FINIRE DAVANTI AL GIUDICE

“Se la Flotilla dovesse essere fermata e i suoi partecipanti arrestati, la gente non potrà accettarlo”., dice ancora Maria Elena Delia, portavoce italiana della Global Sumud Flotilla, intervenuta alla Camera alla conferenza stampa promossa dalla delegazione italiana del Global Movement to Gaza per fare il punto sulla situazione della missione umanitaria. Delia spiega che “in certi momenti della storia i cittadini smettono di rimanere passivi, escono di casa e alzano la testa: è ciò che sta accadendo in questi giorni.
Quanto avviene alla Flotilla non riguarda soltanto Gaza, ma un senso civico che va riconquistato”. Delia esprime poi disappunto per il ritiro della nave Alpino: “Sapevamo che sarebbe accaduto, eravamo pronti ma ha trasmesso una sensazione di abbandono”.
«Israele ci attaccherà, ma il governo non è in grado di garantire la protezione dei suoi cittadini in acque internazionali perché teme una ritorsione da parte di Israele»
È metà giornata quando Maria Elena Delia, la portavoce della Global Sumud Flotilla, usa i social per chiamare alla mobilitazione. Alla premier Meloni, che ha puntato il dito contro gli equipaggi, ribatte: «Non siamo noi il pericolo, ma l’assedio israeliano». E fa un appello: «Le donne e gli
uomini di questo Paese ci hanno sostenuto, a loro chiediamo di reagire».
(da agenzie)

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INIZIA “L’AUTUNNO CALDO”, PROTESTE IN TUTTA ITALIA: SABATO A ROMA SI SONO DATI APPUNTAMENTO MIGLIAIA DI MANIFESTANTI, RISCHIO SCONTRI CON LA POLIZIA DI REGIME

Ottobre 2nd, 2025 Riccardo Fucile

PIANTEDOSI ANNUNCIA UN “IMPONENTE” SCHIERAMENTO DELLE FORZE DELL’ORDINE …CHI VIOLA LA LEGGE NON HA TITOLO PER PARLARE IN NOME DEL DIRITTO

«Blocchiamo tutto». È la parola d’ordine dei movimenti pro Gaza che risuona nelle piazze di tutta Italia. E ancora di più per la manifestazione nazionale di sabato nella Capitale, da Porta San Paolo a San Giovanni. Sono previste circa 20 mila persone, ma potrebbero essere molte di più.
L’intervento ieri sera dei militari israeliani per fermare le imbarcazioni della Global Sumud Flotilla con gli aiuti per i palestinesi ha fatto scattare le mosse annunciate da sindacati e movimenti: lo sciopero generale per domani, indetto da Cgil e Usb, altre iniziative come una conferenza stampa forse già oggi davanti a Montecitorio, cortei di protesta e quindi il raduno di sabato.
Dal Viminale si lavora per evitare che la manifestazione organizzata dai movimenti palestinesi in Italia possa trasformarsi, proprio come è successo l’anno scorso — il 5 ottobre, con gli stessi organizzatori e identico luogo, solo che allora si trattava di un sit-in — per gli appartenenti alle frange più estreme della galassia antagonista, anarchica e dei centri sociali, in un’occasione per aggredire le forze dell’ordine.
Ci furono circa 40 feriti fra poliziotti e finanzieri, e alcuni arresti. Assicurare il diritto di protestare, ma anche impedire qualsiasi atto di illegalità è la strategia della Questura di Roma che sta mettendo a punto il piano di sicurezza. «Sarà imponente», è stato spiegato, con l’utilizzo di migliaia di poliziotti, carabinieri e finanzieri.
La situazione è tesa, anche se proprio ieri il ministro dell’Interno Matteo Piantedosi ha precisato di non avere «timori per il corteo, ma preoccupazione nel senso professionale del termine. Le piazze — ha aggiunto — si riempiono perché siamo un Paese libero e democratico che consente a tutti di manifestare. Se questo succede senza l’utilizzo della violenza è sempre qualcosa di molto importante».
«Non bisogna tradurre una causa, che ha anche una sua nobiltà, in un pretesto per fare delle azioni che poi vanno contro l’interesse dei cittadini», ha sottolineato ancora il responsabile del Viminale che, davanti all’ipotesi che i movimenti possano davvero bloccare tutto — di nuovo come è successo a Roma il 22 settembre in occasione del primo sciopero generale pro Pal dell’Usb — è ottimista: «Vedremo, confido che non lo facciano». Ma la macchina della sicurezza si è già messa in moto: nella Capitale arriveranno rinforzi da altre Questure, mentre fino a lunedì prossimo ci sarà una stretta sui permessi agli agenti.
Del resto proprio a Roma giungeranno centinaia di pullman carichi di manifestanti, forse anche dall’estero. Controlli ai caselli autostradali e sulla viabilità locale per intercettare eventuali gruppi sospetti, che potrebbero prendere parte all’iniziativa pro Gaza con ordigni rudimentali e armi improprie.

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“IL PIANO TRUMP-NETANYAHU PER IL MEDIORIENTE? TUTTO FA TRANNE CHE LA PACE. TRA QUALCHE ANNO IN ISRAELE CI SARÀ UN’INTIFADA PERMANENTE”

Ottobre 2nd, 2025 Riccardo Fucile

MASSIMO CACCIARI: “LA FLOTILLA È UN’INIZIATIVA GIUSTA. LE OPPOSIZIONI HANNO FATTO BENE A SOSTENERLA, ANCHE SE APPOGGIARE UNA INIZIATIVA COME QUESTA E POI SOSTENERE URSULA IN EUROPA È UNA EVIDENTE CONTRADDIZIONE. SE CI FOSSERO PERSONE SERIE AL POTERE IN EUROPA, AVREBBERO INTRODOTTO SANZIONI CONTRO IL GOVERNO DI NETANYAHU PER QUELLO CHE STA FACENDO A GAZA”

Nel tardo pomeriggio, quando le imbarcazioni della Global Sumud Flotilla sono entrate da ore nella zona a rischio, poco prima che vengano intercettate dalla Marina israeliana, il professor Massimo Cacciari prevede «che si fermino, ovviamente. Anche se siamo alla completa destrutturazione di ogni forma di diritto internazionale: non mi risulta che si sia mai stabilito che le acque di fronte a Gaza sono di Israele, quindi non avrebbe il diritto di fermare le barche».
Si aspetta che si fermino per ragioni di sicurezza?
«Ma certo! Dal punto di vista della giustizia, è tutta dalla parte di chi sta cercando di portare aiuti per alleviare la condizione dei palestinesi di Gaza. Ammesso che la giustizia esista, sta tutta da una parte».
Che impressione le ha fatto questa operazione umanitaria dal basso?
«Sono stati bravi a organizzarla. Non parlo di coraggio, perché è relativo: è evidente che Israele non può rischiare di provocare morti, sarebbe una mossa suicidaria per quel poco di credibilità che resta al governo israeliano. Ma è sicuramente un’iniziativa giusta».
E hanno fatto bene le opposizioni a sostenerla?
«Hanno fatto bene, anche se appoggiare una iniziativa come questa e poi sostenere Ursula Von der Leyen in Europa è una evidente contraddizione».
Però il governo spagnolo, pur molto più critico con gli Stati Uniti di Trump, sta facendo più o meno lo stesso.
«Nessuno Stato europeo potrebbe aprire un confronto su questa questione con Israele. Se ci fossero persone serie al potere in Europa, avrebbero fatto come hanno fatto con la Russia di Putin: avrebbero introdotto sanzioni contro il governo di Netanyahu per quello che sta facendo a Gaza, comunque lo si voglia chiamare».
La premier Meloni ha usato toni di forte critica contro la Flotilla.
«Per forza, la disturba. Dio non voglia che capiti un incidente a un italiano, per il governo sarebbe un disastro».
Ma ha ragione quando dice: è un’iniziativa per mettere in difficoltà il governo?
«Ma no, non ha affatto ragione… È un progetto internazionale, ai neozelandesi o agli spagnoli cosa gliene importa del governo Meloni? È la tipica iniziativa pacifica transnazionale, ma certo che a lei dà fastidio, le rende più complicato sostenere la linea Trump»
Da sinistra ieri il leader di Avs Fratoianni diceva: perché il governo chiede alle barche di fermarsi e non a Israele?
«Sono d’accordo. Ma è perché nessun Paese occidentale, e tantomeno questo straccio di Europa, può opporsi alla politica americana».
Tutti succubi di Trump e delle sue decisioni?
«L’Occidente è diventato tutto americano. Negli anni ’60-’70 non era così; e ancora fino alla caduta del Muro di Berlino, l’Occidente era americano ed europeo. Da allora un po’ alla volta le cose sono cambiate, e ora chi può decidere, chi ha voce in capitolo, sono solo gli Stati Uniti. È così anche se non lo si vuole ammettere: inutile infiorettarci sopra».
Come le sembra allora il piano di pace di Trump?
«È un piano che tutto fa tranne che la pace. Pace significa due popoli che trovano un accordo che possa evitare il proseguimento del conflitto, non un accordo che è il presupposto per la continuazione del conflitto».
Questo fa la proposta di Trump?
«Non c’è in quella proposta nessun accordo che possa far finire il conflitto, è un armistizio, ecco».
Perché?
«Manca qualsiasi presupposto per uno Stato palestinese, che per anni è stato il perno di qualunque tentativo di accordo di pace. Non se ne parla più».
Ne parla il premier israeliano Netanyahu per promettere che non nascerà mai
«Appunto. Dove andranno i palestinesi? Nessuno li vuole, per cui è impossibile l’emigrazione verso il luogo del non dove. Staranno lì, ma come? Diventeranno cittadini dello stato di Israele? Sa cosa succede? Che nel giro di pochi anni, al tasso di crescita demografica attuale, la maggioranza degli abitanti di Israele diventa palestinese. Pensa che possa andare bene a Netanyahu? E allora qual è la soluzione? Non c’è nessuna strategia per risolvere il conflitto».
Se dovesse essere adottato questo piano, come immagina quei territori tra qualche anno?
«Ci sarà un’Intifada permanente! Se non si trova una soluzione politica, si prefigura una situazione tragica per Israele di terrorismo endemico».
Oggi si voteranno le mozioni su Gaza in Parlamento e la premier chiede un voto unitario alle opposizioni: su un tema così delicato è un appello da cogliere?
«Dipende da quale mozione presenterà la maggioranza. Se esalta l’accordo di Trump dicendo: diamogli il premio Nobel per la pace, allora direi di no».
Il presidente americano al Nobel ci punta; dice che Meloni lo sostiene?
«Sarebbe la prima ad applaudire se glielo dessero. D’altra parte, di premi Nobel ridicoli ne hanno già dati altri…».

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ISRAELE HA IL COLTELLO DALLA PARTE DEL MANICO PERCHÉ CONSERVA I SEGRETI DIGITALI DELL’OCCIDENTE: È NEI SOFTWARE DI TEL AVIV CHE “GIRANO”, SI ARCHIVIANO E SI PROTEGGONO ALCUNE DELLE INFORMAZIONI PIÙ SENSIBILI DI GOVERNI, MINISTERI, FORZE DELL’ORDINE E SERVIZI SEGRETI EUROPEI

Ottobre 2nd, 2025 Riccardo Fucile

PARTENDO DAL REPARTO DI ÉLITE DEL MOSSAD PER LA CYBER–INTELLIGENCE, ISRAELE HA COSTRUITO UN ECOSISTEMA TECNOLOGICO-MILITARE UNICO AL MONDO. SENZA DIMENTICARE GLI SPYWARE, COME QUELLO DI PARAGON, UTILIZZATI PER SPIARE I GIORNALISTI

Se c’è una cosa che i governi occidentali, Italia inclusa, sembrano voler evitare con ogni mezzo è uno scontro diretto con Israele. Anche quando l’evidenza dei fatti – dai bombardamenti su Gaza agli attacchi alle missioni umanitarie – renderebbe legittime domande scomode, la reazione ufficiale resta cauta, sfumata, o del tutto silente.
Non è solo una questione di geopolitica o di rapporti storici. È anche – e forse soprattutto – una questione di infrastrutture digitali. Perché negli ultimi vent’anni, Israele è diventato la “cassaforte informatica” dell’Occidente: è nei software israeliani che girano, si archiviano e si proteggono alcune delle informazioni più sensibili di governi, ministeri, forze dell’ordine e servizi segreti europei. Una sorta di “scatola nera”, insomma.
Israele ha costruito nel tempo un ecosistema tecnologico militare unico al mondo, frutto dell’intreccio tra università, esercito e intelligence.

 

È dal reparto di élite del Mossad per la cyber–intelligence, considerata la “Silicon Valley della guerra digitale” che provengono molto spesso fondatori e dirigenti di decine di startup e colossi dell’hi-tech che
sviluppano strumenti di sorveglianza, intercettazione, profilazione e controllo dei dati venduti ai governi occidentali sotto forma di “sicurezza nazionale”.
Senza dimenticare poi quei software capaci di trasformare un semplice smartphone in un microfono permanente senza lasciare traccia (numerosi giornalisti italiani e non, ne sanno qualcosa). Fatti che dimostrano al mondo quanto sia sottile il confine tra protezione e spionaggio. Dopo i recenti scandali, il problema non è scomparso: è solo diventato più invisibile.
Ci sono Paesi che usano prodotti israeliani per gestire dati classificati. Se volessero, gli israeliani avrebbero la mappa completa delle vulnerabilità digitali dell’intero continente europeo. Non è detto che lo facciano, ma è tecnicamente possibile. E questo basta e avanza per tenere tutti i governi occidentali in silenzio
Anche l’Italia è parte di questa rete invisibile. Alcune procure italiane, reparti speciali e persino alcune aree dei servizi si affidano a piattaforme israeliane per la gestione dei dati d’indagine, intercettazioni, riconoscimenti biometrici e attività forensi digitali. I contratti spesso sono coperti da vincoli di riservatezza. Ma il flusso di tecnologia va in una sola direzione: da Israele a Roma, Berlino, Parigi, Madrid.
“Chi possiede le chiavi dei software ha il potere di monitorare ciò che accade. Anche nei governi alleati”, racconta un esperto di intelligence. “La vera forza di Israele oggi non è solo militare: è digitale. E nessuno vuole mettersi contro chi può potenzialmente accedere a tutto, anche agli elementi più nascosti e riservati”.
Il legame è reso ancora più forte da accordi industriali, collaborazioni tra intelligence, programmi di formazione congiunti, missioni Nato e partecipazioni incrociate tra fondi sovrani e aziende private.
L’espansione dell’industria tech israeliana nel settore della sicurezza
non è un effetto collaterale, ma il risultato di una strategia statale pianificata. L’obiettivo: essere indispensabili, soprattutto per chi ha il potere. Ed in alcuni casi e stesse aziende forniscono contemporaneamente software a Stati democratici e a regimi autoritari.
Per questo, anche chi vorrebbe criticare Israele si ferma un passo prima. Non è solo paura delle reazioni diplomatiche o del peso della lobby filo-israeliana: è una forma di autodifesa sistemica. Chi tocca Israele, rischia di farsi male.
Cresce la consapevolezza di essere in ostaggio tecnologico di un alleato potentissimo e non più affidabile come un tempo.
Per ora, nessuno ha la forza politica di spezzare questo vincolo. Ma la domanda serpeggia in più di una cancelleria: chi controlla davvero la nostra sicurezza? E fino a che punto siamo ancora in possesso della nostra sovranità?
(da /lespresso.it)

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FLOTILLA, MELONI NON VUOLE SPENDERE PER I RIMPATRI DEGLI ITALIANI: “IL VOLO LO PAGHINO GLI ATTIVISTI”

Ottobre 2nd, 2025 Riccardo Fucile

CERTO IL GOVERNO LO PAGA SOLO PER I VIOLENTATORI DI BAMBINI

Il governo Meloni non vuole pagare per i rimpatri degli italiani arrestati sulla Global Sumud Flotilla. L’Italia ha intenzione di offrire l’assistenza consolare necessaria a chi si trova in stato di fermo. E continuerà a garantire la loro sicurezza. Ma non ha intenzione di pagare il conto. Non ci saranno charter a carico di Roma. E se Israele presenterà la fattura dei voli in partenza dalla base aerea di Ramon, «dovranno farsene carico gli attivisti».
Gli arresti e i rimpatri
A raccontare il dettaglio sul volo sono oggi La Repubblica e La Stampa. Che parlano di una premier che durante il Consiglio europeo informale di ieri a Copenhagen controllava sul suo iPhone il tracking della Flotilla. In attesa dell’abbordaggio di Israele. Intanto Antonio Tajani e Guido Crosetto hanno seguito l’emergenza dalla sala della Farnesina. Un primo successo diplomatico riguarda gli attivisti già espulsi in passato. Che non dovranno passare per le carceri israeliane prima di essere rimpatriati. Per il ritorno a casa il calendario è stato già fissato. Prima gli arresti, poi il trasferimento ad Ashdod e l’identificazione. I rimpatri volontari potranno partire dal venerdì 3 ottobre. Quelli forzati forse da domenica 5.
Assistenza consolare ma niente soldi
Però, come spiegato, il governo non vuole pagare per i rimpatri. «Non è una vendetta», sostengono con i quotidiani fonti della maggioranza. È invece un messaggio. Ma rimane un atteggiamento curioso per chi ha prestato il fianco alle polemiche sui voli di Stato in occasione del ritorno a casa del ricercato per crimini contro l’umanità Almasri. A cui il viaggio con un aereo della presidenza del Consiglio è stato invece pagato.
Un rientro rapido
La Farnesina ha chiesto a Israele di evitare di far scattare le procedure di arresto. Perché per imputazioni di tipo terroristico o per l’ingresso illegale in Israele gli attivisti dovrebbero sostenere un processo davanti a un tribunale speciale. Composto da funzionari del ministero dell’Interno israeliano. Tutti gli attivisti hanno incaricato avvocati di Ong di rappresentarli in vista dei problemi legali. Tajani ha dato mandato all’ambasciata a Tel Aviv e ai consolati di Gerusalemme e Tel Aviv di assistere gli italiani. Ai fermati sarà sottoposto un foglio in cui dovranno affermare di avere tentato l’ingresso illegale in Israele. Chi firma sarà espulso immediatamente (e non potrà entrare nel paese per almeno 10 anni). Gli altri rischiano il processo. Poi gli attivisti dovrebbero essere portati verso Eilat e, tramite lo scalo internazionale di Ramon, fare ritorno verso Roma. Ma pagando il biglietto.
(da Open)

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MINACCIATI, DIFFAMATI E ARRESTATI ILLEGALMENTE. EPPURE IN GRADO DI DARE UNA LEZIONE AL MONDO

Ottobre 2nd, 2025 Riccardo Fucile

NON TUTTO E’ NEGOZIABILE, NON SEMPRE E’ POSSIBILE CHIUDERE GLI OCCHI

Il tempo dell’analisi è arrivato. A partire da una considerazione. Non c’è da stupirsi del fatto che l’azione della Global Sumud Flotilla abbia generato un dibattito così acceso e provocato reazioni così sgangherate. Lo spirito profondo dell’iniziativa, al di là delle sue declinazioni pratiche, era essenzialmente quello di trovare una risposta a una questione che da mesi interroga le coscienze di milioni di persone comuni. Una domanda che ognuno di noi avrà fatto o si sarà sentito fare decine di volte: cosa fare di fronte al massacro che si sta consumando a Gaza? Le risposte, diciamoci la verità, erano sempre le stesse: avere consapevolezza di cosa sta accadendo, fare pressione sul proprio governo, non rassegnarsi all’orrore. Tutto giusto, per carità. Ma anche così vano, velleitario, generico.
La Flotilla e le centinaia di migliaia di persone che nelle ultime settimane sono scese in piazza, invece, hanno mostrato che un altro modo, prima ancora che un altro mondo, è possibile. Che i popoli possono fare la storia
o, almeno, prendersi la scena, avere un ruolo importante. E che c’è una strada diversa a quella della lenta assuefazione, che poi porta alla normalizzazione dell’orrore. Con una parola chiave, di cui tanti storici si sono occupati in passato: mobilitazione, intesa come capacità di mettere in movimento energie e pulsioni diverse, per il tramite di iniziative più o meno piccole ma che funzionano esattamente come un faro. Luci che indirizzano, simboli che stimolano altre lotte.
Non è semplice e non sempre ciò accade. Tante iniziative finiscono per diventare velleitarie, alcune risultano anche controproducenti. Così non è stato per la Global Sumud Flotilla, probabilmente anche in virtù della natura complessa e articolata dell’operazione. In effetti, non si può guardare alla vicenda senza tenere conto dei diversi piani in cui si è articolata la scommessa della Flotilla: quello pratico, la consegna degli aiuti umanitari a una popolazione stremata da due anni di guerra asimmetrica; quello politico, che ha contribuito a influenzare le scelte dei governi europei, probabilmente accelerando processi già in atto; quello per così dire “ideologico”, che ha determinato la radicalizzazione della coscienza collettiva intorno a concetti semplici, l’apertura di canali umanitari, la fine della guerra, l’autodeterminazione del popolo palestinese.
Si sta discutendo molto in queste ore sul “successo” della missione. Ecco, sebbene sia evidente che si tratta di un dibattito che risente proprio della polarizzazione di cui parlavamo prima, ci sono diversi punti fermi, indiscutibili. L’attenzione mediatica, lungi dall’essere fine a sé stessa, ha evidenziato l’urgenza, la tremenda urgenza, dell’apertura di veri canali umanitari. La distribuzione del cibo nella Striscia non solo è insufficiente, ma risponde anche a logiche punitive e aberranti (come il tragico gioco delle calorie giornaliere da non superare). La stessa scelta di andare avanti, malgrado il blocco navale e le minacce del governo di Tel Aviv, va letta in un contesto più ampio: la necessità di “rompere l’assedio” non come prova di forza (del resto, come potrebbero farlo poche decine di barche a vela?), ma come atto di ribellione a una deriva irreversibile, a una pressione costante sulla pelle di centinaia di migliaia di persone.
È in questo senso che la Flotilla non è mai stata “solo” una missione
umanitaria, bensì intrinsecamente politica.
L’epilogo della missione ha mostrato poi il modo in cui il governo israeliano agisce. Brutalmente, fregandosene del diritto internazionale, dei rapporti diplomatici, di prassi e regolamenti. L’abbordaggio è avvenuto in acque internazionali, in violazione dei trattati e malgrado si trattasse di cittadini stranieri. Il senso di impunità che guida le mosse di Netanyahu e dei suoi sodali è apparso in tutta la sua evidenza: una missione umanitaria è stata dapprima diffamata con l’accusa di prendere soldi da Hamas, poi minacciata, infine colpita da “azioni dimostrative” in acque di altri Stati o internazionali. Di fronte a tali atti di prepotenza i governi europei hanno sostanzialmente fatto spallucce, limitandosi a qualche dichiarazione di facciata. Del resto, cosa aspettarsi da chi ancora si interroga sulle sanzioni dopo decine di migliaia di morti e una distruzione che ha pochi precedenti nella storia recente.
Per carità di patria non indugerò sull’indecente gestione della vicenda da parte della nostra presidente del Consiglio, che è riuscita ad andare oltre i falchi israeliani, attribuendo a una missione umanitaria disarmata e non-violenta responsabilità su un eventuale fallimento delle trattative sul piano presentato da Donald Trump e chiedendo provocatoriamente se gli attivisti della Flotilla non avessero come scopo quello di “provocare un’escalation” (capito, dopo due anni di distruzioni e massacri…). Spingendosi ben oltre il ridicolo nel dichiarare che l’azione di oltre cento barche e di un migliaio di attivisti da tutto il mondo fosse stata pensata per mettere in difficoltà il suo governo.
Al di là delle italiche miserie, il cortocircuito che ha determinato la Flotilla è evidente. Perché ha agito da catalizzatore dell’enorme dissenso dell’opinione pubblica nei confronti dell’inazione dei governi europei, diventando una bandiera per milioni di persone e impedendo che la “fatigue” da overload di informazioni si trasformasse in assuefazione o, peggio ancora, indifferenza. Ponendo i governi di fronte alla realtà dei fatti: quando si ha paura di una missione umanitaria di attivisti disarmati su barche cariche solo di cibo, evidentemente c’è qualcosa di profondamente sbagliato. E ci sono equilibri che si reggono sull’ipocrisia o sulla connivenza, piuttosto che su principi di diritto.
La reazione spontanea all’abbordaggio illegale è un manifesto: migliaia di persone nelle piazze, blocchi stradali e proteste. Quella organizzata, lo sciopero generale, è un tentativo di cristallizzare un momento che può rappresentare un punto di svolta non solo nella “narrazione” del conflitto. In tal senso, il sacrificio dei militanti della Flotilla, che hanno passato giorni di grande incertezza e paura, finendo con l’essere arrestati in acque internazionali in un blitz illegale delle forze israeliane, è un insegnamento importante. Soprattutto perché arriva consapevolmente, con una scelta che si può giudicare controversa e discutibile e sulla quale si era espresso addirittura il presidente della Repubblica italiana. Ma che è stata certamente legittima e coerente: un grande gesto di ribellione contro le plurime violazioni del diritto internazionale da parte israeliana, ma anche contro chi pensa che tutto sia sempre negoziabile, tutto svendibile. Contro quelli che ci dicono che, in fondo, possiamo girarci dall’altra parte finché le cose non ci riguardano.

(da Fanpage)

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“HITLER VIVO NELLA POLITICA DI NETANYAHU”: LA COLOMBIA CACCIA L’AMBASCIATORE ISRAELIANO

Ottobre 2nd, 2025 Riccardo Fucile

IL PREMIER GUASTAVO PETRO HA ESPULSO TUTTI I DIPLOMATICI ISRAELIANI E CHIESTO L’ARRESTO DEL CRIMINALE NETANYAHU

Il presidente colombiano Gustavo Petro ha ordinato l’espulsione dell’intera delegazione diplomatica israeliana dal territorio nazionale, segnando una rottura totale delle relazioni tra i due Paesi. La decisione è arrivata nelle scorse ore, subito dopo il fermo di due cittadine colombiane, Manuela Bedoya e Luna Barreto, membri dell’equipaggio della Global Sumud Flotilla, che stava tentando di rompere l’assedio israeliano a Gaza e portare aiuti umanitari alla popolazione. Le due attiviste sono state fermate e rapite dall’esercito dello stato ebraico, con un atto di pirateria illegale, mentre si stavano lentamente avvicinando alla Striscia.
Petro ha reagito duramente su X, definendo l’episodio “un nuovo crimine internazionale da parte di Benjamin Netanyahu” e annunciando che “l’accordo di libero scambio con Israele viene immediatamente sospeso”. La mossa va ben oltre la sospensione delle relazioni diplomatiche già avvenuta nel maggio 2024, imponendo ora l’uscita forzata di tutti i rappresentanti israeliani ancora presenti in Colombia, incluso l’ambasciatore. Il presidente ha inoltre annunciato che il Ministero degli Esteri avvierà azioni legali, anche presso i tribunali israeliani, invitando gli avvocati internazionali a unirsi al team legale colombiano. Petro inoltre ha dichiarato che Netanyahu “è un criminale internazionale che deve essere catturato”, come d’altro canto certificato da un pronunciamento della Corte Penale Internazionale.

Petro ha proseguito il suo duro attacco a Benjamin Netanyahu: “Hannah Arendt, la filosofa (ebrea) che ha studiato il totalitarismo, ha sottolineato negli anni ’50 che i nazisti erano ancora vivi. Hitler è vivo nella politica mondiale; Arendt aveva ragione. Spero che la gente non venga anestetizzata”, ha scritto, riferendosi ai crimini contro il popolo palestinese commessi da Israele.
In un comunicato ufficiale, il governo colombiano ha chiesto “la liberazione immediata delle cittadine, così come la liberazione di tutti gli altri membri della Flotillia” sollecitando i governi di Spagna, Bangladesh, Brasile, Slovenia, Indonesia, Irlanda, Libia, Malesia, Maldive, Messico, Oman, Pakistan, Qatar, Tailandia, Turchia e Sudafrica ad “agire prontamente e congiuntamente per proteggere la vita e l’integrità dei rispettivi connazionali”. Il ministero degli esteri colombiano ha ricordato che la Global Sumud Flotilla navigava nel Mediterraneo con tre obiettivi: consegnare aiuti umanitari alla Striscia di Gaza, sensibilizzare sulle necessità umanitarie urgenti del popolo palestinese e allertare sulla necessità di fermare la guerra a Gaza.
Le conseguenze dell’espulsione di un ambasciatore da uno stato
L’espulsione di un’intera delegazione diplomatica rappresenta uno degli atti più gravi nel diritto internazionale e segna la rottura quasi totale delle relazioni tra due Stati. Questa mossa, definita tecnicamente “dichiarazione di persona non grata”, comporta conseguenze profonde e durature.
Dal punto di vista pratico, l’espulsione impedisce qualsiasi canale ufficiale di dialogo tra i governi, rendendo impossibile la negoziazione diretta su questioni bilaterali. I cittadini colombiani in Israele perdono l’assistenza consolare della loro ambasciata, così come gli israeliani in Colombia. Le relazioni commerciali subiscono un duro colpo: senza rappresentanza diplomatica, diventa estremamente complesso gestire accordi economici, rilasciare visti o risolvere controversie tra imprese.
Sul piano simbolico, l’espulsione è un messaggio inequivocabile alla comunità internazionale: segnala un livello di ostilità che va oltre il semplice disaccordo politico. Storicamente, tali misure precedono sanzioni economiche più ampie o isolamento diplomatico multilaterale. Il ripristino delle relazioni, quando avviene, richiede anni di negoziati complessi e spesso l’intervento di paesi mediatori.
Nel caso specifico Colombia-Israele, questa escalation chiude definitivamente un capitolo di cooperazione che includeva scambi commerciali, accordi di sicurezza e relazioni culturali consolidate nel tempo.

(da Fanpage)

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