Ottobre 3rd, 2025 Riccardo Fucile
LE RETI RAI OSCURANO L’ABBORDAGGIO DELLA FLOTILLA E MANDANO IN ONDA UNA REPLICA DI MONTALBANO
Finirà che l’intemerata, alcune sere fa, di Bruno Vespa contro il ragazzo portavoce della
Flotilla — il nonno che mette a suo posto il nipotino discolo — resterà come il momento più rappresentativo del racconto Rai su quanto sta avvenendo. E al netto dei tg e di RaiNews 24 (ci mancherebbe altro che non se ne occupassero) il vuoto pneumatico in casa Rai nella prima serata di mercoledì quando la tensione in quei luoghi era salita alle stelle, si aggiunge a un elenco infinito di occasioni mancate del Servizio pubblico in casi simili. Ci ha dovuto pensare, per pochi minuti, Federica Sciarelli in apertura di Chi l’ha visto, con breve collegamento e rapido punto della situazione, ma Sciarelli era lì per fare altro e il chi l’ha visto sulla situazione al largo di Gaza
se l’è accollato l’intera prima serata Rai.
Non si poteva far nulla? Figuriamoci. Raiuno aveva addirittura un Montalbano in replica, Raidue l’imperdibile versione live-action del vecchio cartone per ragazze Occhi di gatto. Niente per cui, in caso di cancellazione, si sarebbero organizzate manifestazioni di protesta — mentre ieri a Torino i manifestanti hanno urlato di tutto sotto la sede della Rai.
Per di più, la concorrenza che ha ogni sera uno spazio fisso informativo su Retequattro ha avuto buon gioco: Tommaso Labate nel suo nuovo Real Politik su Rete 4 ci ha costruito la puntata e il fatto che si sia avuta la netta sensazione di una Mediaset sul pezzo, e altri no, è diventato ufficiale. Peraltro Labate ha visto crescere gli ascolti del programma: e quindi c’è da dubitare che la motivazione non ufficiale ma evidente — non rischiare, abolendo la replica di Montalbano su Raiuno, di andare sotto negli ascolti — magari per una volta non regge: che in Rai abbiamo il terrore delle cose serie in prima serata è quasi giustificato, sul versante ascolti, ma stavolta, con tutta la tensione in ballo e l’ansia per quanto stava per succedere, o non succedere, il giro era completamente diverso.
Quindi se c’è qualcuno che ritiene che magari una diretta dal mare avrebbe portato appoggio ulteriore ai naviganti nell’opinione pubblica ed era questo che si voleva evitare, magari pensa male ma forse ci azzecca. Magari un giorno sbucherà una dirigenza in grado di sparigliare e avere coraggio in casi simili. Ma non era questa volta.
(da repubblica.it)
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Ottobre 3rd, 2025 Riccardo Fucile
TAJANI S’INCEPPA SUL DIRITTO, NETANYAHU DIVENTA UN “GRANDE LIBERALE” MENTRE GLI ATTIVISTI VANNO “INDAGATI”
Croceristi, furfantelli, gretini, prezzolati da Hamas, spacciatori di frodo, affamatori di Gaza, illusionisti.
Molte e, come leggete, piene d’amore le attenzioni che la destra di governo, direttamente, per interposto social o anche attraverso la stampa amica, ha dedicato alle gesta della Flotilla.
Noi, però, pensiamo che il meglio del meglio del meglio l’abbia pronunciato l’altra sera da Bruno Vespa il nostro ministro degli Esteri, Antonio Tajani.
Giunto in Rai già in debito d’ossigeno, forse anche per via del karaoke canoro e del frenetico ballo che lo ha accompagnato durante la festa conclusiva del congresso dei giovani di Forza Italia, Tajani ha dovuto subìre anche le domande cattive di
Vespa.
Le acque internazionali in cui stanno navigando le imbarcazioni zeppe di farina sono veramente internazionali? “Certamente internazionali”. E nel qual caso, signor ministro? Obbligato alla risposta, ma avvertendo su di sé il dovere di dubitare delle sue stesse parole, ha sibilato: “Il diritto internazionale conta, lì c’è stata una violazione. Noi abbiamo detto agli israeliani: non bloccateli in acque internazionali”.
Domanda dallo studio: “Ma sono stati fermati in acque internazionali!”. Tajani, assai più mogio, e in verità disorientato: “Lo so, avevo anche chiesto: non fermateli subito ma fateli arrivare abbastanza vicini così da dar loro più tempo per ricredersi”.
È chiaro che gli attivisti, provocando Israele, se la sono cercata, e qualche miglio in più, magari proprio l’ultimo miglio vai tu a sapere, avrebbe provocato la riflessione sul da farsi e – magari – persino un atto di contrizione, l’espiazione del peccato, tra l’altro in condivisione con il senso dello Yom kippur, la festività ebraica concomitante.
Sul valore civile dell’abbandono delle barche, dirottando verso Cipro la farina pur di avere fatta salva la pelle, si è dilungato Guido Crosetto, il ministro della Difesa. La rinunzia a cercare a Gaza la strada per Gaza suonava alle sue orecchie come una conquista, un atto di dignità, di coerenza e non di resa, giacché, come ha più volte assicurato Giorgia, in un attimo il governo italiano avrebbe trasferito le 500 tonnellate di cibo della Flotilla ai palestinesi effettivamente affamati e alcuni messi davvero male, ma non del tutto ancora morti. Meno di ventiquattr’ore prima Crosetto si era dilungato sui rischi assurdi. Per quanto irresponsabili e di sinistra, Crosetto si era però augurato per i naviganti solo il carcere: “Do per scontato che vengano arrestati, questo mi sembra il minimo”.
Perciò Tajani, alla fine della fiera, si è detto convinto che le cose erano già chiare dall’inizio: “Il diritto internazionale conta, ma fino a un certo punto”. Lì si è sciolta la tensione e Vespa, visibilmente disteso, si è congratulato anch’egli con se stesso per placare la fiammata d’ira esplosagli in bocca durante il collegamento con un antipatico portavoce degli attivisti: “Non ve ne fotte niente dei palestinesi”, ha decretato il mega conduttore.
“Avete rotto” ha scritto Alessandro Sallusti sul Giornale, incavolato nero, lui che generalmente affronta temi più spinosi (il delitto di Garlasco, eccetera), per essersi dovuto occupare di questa barzelletta, di questa flotta che è “a metà tra cronaca nera e spettacolo”.
“Tragica pagliacciata”, secondo il sempre in ordine Mario Sechi, il quale, aderendo al sentimento patriottico invocato dalla maggioranza per far restare l’Italia con i piedi saldamente nel mondo della libertà e della democrazia, affida ai bagarini del derby Israele-Flotilla il suo pronostico: “Mi auguro che le barche vengano affondate tutte, obbligandoli almeno a ricomprarle”. Lo interrompe Galeazzo Bignami, capogruppo di Fratelli d’Italia alla Camera: “Tanto ci pensa Hamas” (a ricomprarle, chiaro ndr).
Su libertà e democrazia è chiamata da Radio1 Fiamma Nirenstein, la corrispondente del Giornale da Gerusalemme: “Ma sapete che Netanyahu è un grande liberale?”. Al silenzio in
studio, raddoppia: “La sua capacità di accettare tutte le critiche, tutte le proteste. Con lui tutto è permesso”.
Comprensibile lo spavento della redazione e il nostro sollievo quando il timone è passato nelle mani di Claudio Velardi che sul Riformista, dovendo trovar spazio tra la Flotilla e Hamas, ha infilato l’una e l’altro in un cerchio: “Irresponsabili”. Indicativo che Maurizio Molinari, che ha persino diretto Repubblica, oggi veda la questione palestinese con l’occhio disteso di chi sa che il cielo tornerà sereno. Intervistato da Velardi, ha assicurato: “Israele torna al centro, terroristi isolati”.
Sechi, già portavoce di Giorgia Meloni, oggi assiso sul direttorio di Libero ma nelle scorse settimane quasi al Tg1 in sostituzione di Gian Marco Chiocci che la premier avrebbe voluto come portavoce (e tutto torna), ha come compagno d’avventura il sempreverde Daniele Capezzone, un vero kapò del giornalismo. Infatti: “Ci sono gli estremi per invocare l’articolo 244 del codice penale nei confronti degli attivisti protagonisti di atti ostili verso uno Stato estero che espongono lo Stato italiano al pericolo di guerra”. Dopo Capezzone, il misurato Tommaso Cerno che dal pontile del Tempo, e quasi in zona Cesarini, storicizza la questione: “Flotta continua”.
Avventuroso, scrive una avvincente nota di cronaca da un anfratto di Palazzo Chigi, ai piedi del quale da qualche mese è disteso. “Bastardi, fateci passare”, dicono in piazza del Parlamento, appena dopo il blocco navale della Flotilla, ai poliziotti terrorizzati e al medesimo Cerno, pronto col taccuino, i fratelli incappucciati dei “croceristi”, degli “amici di Hamas”, come anche il portavoce del ministero degli Esteri di Israele
definisce gli attivisti in mare. Vogliono occupare Palazzo Chigi, buttare all’aria il portone, magari imbrattarlo. Meno male che Matteo Salvini ha promesso che l’Italia non cadrà “nel caos” al quale puntano le giubbe rosse scioperanti.
“È il weekend lungo dei rivoluzionari”, ha detto – concludendo – la premier.
Odiatori di tutto il mondo, unitevi!
(da Il Fatto Quotidiano)
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Ottobre 3rd, 2025 Riccardo Fucile
SULLA FLOTILLA MACRON HA DETTO PAROLE DA STATISTA, LA MELONI DA CAPOFAZIONE… PER ESSERE “PATRIOTI” CI VUOLE CULTURA POLITICA, MELONI RIPASSI TRA UN PAIO DI SECOLI
Chiediamo che i nostri compatrioti che hanno fatto questa scelta, che è una scelta di
impegno di fronte a una situazione che noi stessi abbiamo denunciato nel modo più duro, e di fronte alla quale stiamo agendo e vogliamo continuare ad agire, siano protetti. Per questo motivo, monitoriamo la situazione mano a mano che si evolve. Adotteremo le misure appropriate”.
Beati i francesi della spedizione Flotilla, che hanno un presidente in grado di dire le parole che avete appena letto. Parole di rispetto e di protezione civile, parole di un uomo di Stato, non di un capofazione. Nota bene: Macron non è di sinistra. È un presidente centrista, liberista in economia, molto avversato dalla sinistra del suo Paese. Ma ha cultura politica quanta ne basta per sapere che Flotilla – sulla quale con ogni certezza non ci sono suoi elettori – è una spedizione umanitaria internazionale forse ingenua, forse velleitaria, ma certamente degna di rispetto.
Al capo opposto del borghese europeo Macron si è collocata, per naturale mancanza di spirito nazionale, la presidente Meloni, il cui sguardo piccolo certo non è assistito dalla piccola gente che la circonda, né dai mortificanti media di destra che hanno coperto di sghignazzi e disprezzo la gente di Flotilla. La differenza balza all’occhio: per Macron francesi sono tutti i
francesi, per Meloni gli italiani sono solo quelli della sua tribù politica. Essere patrioti non è facile, ci vuole qualche secolo di cultura nazionale. Meloni e il suo manipolo di arditi ripassino tra un paio di secoli, forse saranno migliorati.
(da Repubblica)
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Ottobre 3rd, 2025 Riccardo Fucile
“IL GOVERNO DEMONIZZA I GIOVANI MA LORO SE NE FREGANO”
Pier Luigi Bersani beve birra chiara, mangia qualche tarallo, e si scalda quando parla dei giovani che hanno fatto assemblee straordinarie nelle scuole e che oggi saranno nelle piazze per Gaza: «Voglio credere che chi quei cortei li sta promuovendo col mio assoluto sostegno, abbia occhio che la violenza distrugge ogni buona ragione. Vanno evitate, isolate, espulse tutte le provocazioni che abbiano un sapore di violenza, ma mi pare che in larga parte questo movimento abbia chiare le istanze pacifiche che rappresenta. Credo molto in questa nuova generazione che si mobilita: per loro Gaza e la Cisgiordania sono quello che per noi fu il Vietnam».
Un risveglio?
«Un risveglio civile, una maturazione, una presa di coscienza forte dell’ingiustizia, che lascerà un segno profondo».
Il governo la pensa diversamente, evoca la violenza politica e gli anni di piombo.
«Demonizzano anche loro, lo so, ma i ragazzi se ne fregano. Si ribellano e fanno bene».
Come gli attivisti e i parlamentari sulla Global Sumud Flotilla?
«A fronte di una Meloni che attacca loro invece di Netanyahu, noi per fortuna abbiamo qualche deputato, qualche esponente
politico, che sa cosa voglia dire per la Costituzione seguire disciplina e onore nello svolgimento delle funzioni pubbliche. Hanno interpretato il sentimento profondo della grande maggioranza degli italiani».
Cosa pensa del piano di pace targato Trump?
«Anche un bambino vedrebbe i limiti enormi: è un ultimatum, non c’è il riconoscimento della Palestina, la famosa transizione dopo il cessate il fuoco è in una nebbia totale che ha uno spiraglio di luce solo in un assetto neocoloniale. Se uno mi parla di Trump e Blair come presidio di questa transizione, ho qualche problema. Detto questo, siccome ogni cosa che ferma un genocidio per me va bene, io dico a tutto il movimento: ogni giorno la sua pena. Se c’è uno spiraglio per fermare il genocidio lo si prende. Poi si ricomincia con le armi della democrazia, della presa di coscienza e della partecipazione politica».
Secondo Meloni attivisti e manifestanti stanno solo creando difficoltà al «popolo italiano», di cui pare non ritenerli parte.
«Non mi stupisce. In questa ideologia mondiale di sovranismo guidata da Trump una delle novità è lo stile di governo, non orientato a tenere insieme un Paese, ma a dividerlo alzando la bandiera della nuova ideologia. Più c’è scontro meglio è. Avviene in tutto il mondo e qui siamo al punto che ci riguarda».
Lo sconfittismo di fronte alla destra?
«Benché adesso tutti abbiano visto la mucca nel corridoio, non sono sicuro abbiano capito com’è. La nuova destra ha radici profonde, un grumo di idee che partono vestite da critica al politicamente corretto della sinistra salottiera, ma contengono tutt’altro: l’attacco ai principi di uguaglianza, alla divisione dei
poteri, alla laicità dello Stato».
Da qui la completa delegittimazione e colpevolizzazione del dissenso?
«È uno stile di governo aggressivo che serve a dividere. Da sempre per un certo periodo l’ideologia vince sui fatti. Poi i fatti prendono la rivincita, ma non è la gara dei cento metri, non è il colpaccio».
Come quello mancato nelle Marche?
«Non ha senso dire: abbiamo perso in tanti, proviamo a vincere in pochi. Tu con santa pazienza e determinazione devi fare un metro, piantare un chiodo dove eri arrivato e da lì fare un altro metro».
Il metro fatto è il campo largo. Cosa manca?
«Non c’è alle spalle il progetto politico per l’alternativa».
Qualcuno ci sta pensando?
«Qualcuno da solo può darsi, insieme no».
Consigli?
«Dopo che hai perso il referendum sul lavoro, invece di trastullarti nella sconfitta, offri ai 12 milioni che sono andati a votare una cosa targata così: Oltre il referendum per la dignità del lavoro e per l’alternativa».
Con dentro cosa?
«Una piattaforma sulla rappresentanza e la contrattazione, il disboscamento della precarietà, il salario minimo, la parità salariale donna-uomo, la formazione obbligatoria, la sicurezza. E poi fai una manifestazione come hai fatto con Gaza».
Non è stato fatto. E le Marche provano che il consenso di Meloni non si è eroso.
«Sono convinto che se non ci fosse il Pnrr, sarebbero già caduti. Perché a furia di portar soldi dai più, il lavoro, i deboli, i poveri, verso i meno: azionisti, banche, assicurazioni, la ruota non può girare. E infatti la crescita non c’è. Galleggiano solo perché ci sono 200 miliardi di euro e nessuno di quelli che ne traggono profitto vuole disturbare il manovratore».
Come mai in Italia la questione di Gaza è sentita così profondamente?
«Gli altri Paesi non hanno una Meloni che studia da Trump. E un capo della politica estera che dice che il diritto internazionale vale fino a un certo punto. A Tajani chiederei: chi lo mette il punto, Netanyahu? Tutto questo bagaglio offensivo di argomenti ha sollecitato il risveglio della coscienza civile e della solidarietà».
La premier ha rivendicato gli aiuti portati dall’Italia alla Palestina.
«Parla come se ci fosse stato un terremoto, invece è un genocidio».
Potrebbe essere lei il federatore dell’alternativa?
«Io se me lo chiedono do una mano, ma senza incarichi. Voglio essere libero com’ero da ragazzo. Devono essere i partiti a evolvere, aprire un confronto nel Paese. Quando facemmo l’Unione due più due faceva quattro, quando abbiam fatto l’Ulivo faceva cinque perché si era messo in moto qualcosa».
(da Repubblica)
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Ottobre 3rd, 2025 Riccardo Fucile
A GAZA 42.000 PERSONE CON DISABILITA’ PERMANENTI, UN QUARTO SONO BAMBINI
L’Organizzazione Mondiale della Sanità (OMS) ha riferito ieri che 42mila persone a
Gaza convivono con lesioni che hanno cambiato per sempre le loro vite: un quarto di queste sono bambini.
Secondo l’ultimo rapporto dell’agenzia delle Nazioni Unite, questi sopravvissuti al genocidio avranno bisogno di cure e riabilitazione per molti anni ancora, probabilmente per il resto delle loro vite. Le lesioni invalidanti costituiscono un quarto di tutte quelle segnalate a Gaza, con un totale di 167.376 persone ferite dall’ottobre 2023. Più di 5mila persone hanno subito amputazioni, in alcuni casi con arti tagliati senza anestesia a causa della carenza di farmaci.
Lesioni gravi come danni a gambe e braccia, lesioni al midollo spinale e al cervello e ustioni gravi sono estremamente diffuse. L’OMS ha confermato la prevalenza di ferite complesse al viso e agli occhi, in particolare tra i pazienti in lista per evacuazione medica all’estero; prima della guerra, Gaza aveva circa 1.300 fisioterapisti e 400 terapisti. Molti sono stati sfollati da allora, e almeno 42 sono stati uccisi da attacchi israeliani a settembre 2024. Le infrastrutture sanitarie, già fragili, sono oggi devastate.
“Due anni di guerra hanno distrutto gran parte del sistema sanitario”, ha dichiarato il direttore generale dell’OMS Tedros Adhanom Ghebreyesus. “La ricostruzione richiederà tempo e investimenti consistenti”. Tedros ha ricordato che i servizi di riabilitazione sono cruciali non solo per i feriti, ma anche per chi convive con malattie croniche e disabilità.
Dall’inizio del conflitto, 7.841 pazienti sono stati trasferiti all’estero per ricevere cure specialistiche. Dopo la chiusura del valico di Rafah, nel maggio 2024, l’OMS ha assunto la gestione completa delle evacuazioni, ora ridotte a un’unica operazione settimanale. Attualmente, oltre 15.000 persone, di cui 3.800 bambini, attendono di poter lasciare la Striscia per trattamenti urgenti in paesi come Egitto, Emirati Arabi Uniti, Qatar, Turchia, Giordania e alcuni Stati europei.
La carenza di personale specializzato e dispositivi medici aggrava la situazione. “In tutta Gaza ci sono soltanto otto tecnici ortopedici”, ha spiegato Rik Peeperkorn, rappresentante OMS nei Territori palestinesi, parlando da Deir al-Balah. Secondo lui,
lo sfollamento, la malnutrizione e la scarsità di ausili rendono il fabbisogno riabilitativo molto più elevato di quanto indichino i dati ufficiali.
Accanto alle ferite fisiche, emergono gravi conseguenze psicologiche: traumi, lutti e stress cronico colpiscono sia i sopravvissuti sia le loro famiglie, mentre i servizi di supporto psicosociale sono quasi inesistenti. Peeperkorn ha invocato un ampliamento urgente di questi programmi, insieme alla protezione delle strutture sanitarie e a un flusso costante di forniture e carburante.
L’OMS avverte che la crisi sanitaria di Gaza non si risolverà in tempi brevi. Oltre alle cure immediate, serviranno strategie di riabilitazione a lungo termine e investimenti per creare un sistema sanitario più resiliente, capace di rispondere alle necessità di una popolazione profondamente segnata dalla guerra.
(da Fanpage)
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