Ottobre 6th, 2025 Riccardo Fucile
L’IRPEF È PAGATA PER IL 52,3% DAI LAVORATORI DIPENDENTI E PER IL 29,3% DAI PENSIONATI: LO STUDIO DELLA CONFEDERAZIONE CIDA
Con una pressione fiscale arrivata al 42,5% del Pil l’anno passato lo Stato ha incassato ben 1.035 miliardi di euro. Ma chi paga davvero le tasse in Italia? «Lavoratori dipendenti e pensionati», continuano a ripetere i sindacati ogni volta che si tocca l’argomento.
Vero, ma anche le imprese fanno la loro parte, sostiene cifre alla mano Confindustria. Di certo non pagano tasse gli oltre 25 milioni di italiani, ovvero più di 4 abitanti su 10, che stando ad uno studio di Itinerari previdenziali e Cida risultano senza reddito
Tema delicato quello delle tasse, che si misura ancora con ampie fasce di evasione (2,5 milioni di persone ad esempio sono occupate irregolarmente o sono senza partita Iva, segnala la Cgia di Mestre), con molti regimi di favore (ad esempio la flat tax al 15% degli autonomi) e con una progressività che in concreto è tale solo a partire da 50-60 mila euro di reddito lordo in sù.
Tant’è che proprio su questa fascia di contribuenti si concentrano i tentativi del governo di alleggerire un po’ la pressione fiscale puntando a ridurre dal 35 al 33% l’Irpef.
In un focus inserito nel Rapporto d’autunno presentato giovedì
scorso il Centro studi Confindustria mette in chiaro chi contribuisce di più alla finanza pubblica: partendo dai dati fiscali riferiti all’anno di imposta 2022, quando la pressione fiscale era ancora al 41,7% del Pil (832,2 miliardi) dallo studio del Csc si vede che per quanto riguarda l’Irpef, la principale imposta italiana che fornisce circa un quarto del gettito fiscale e contributivo (183,3 miliardi), è pagata per il 52,3% dai lavoratori dipendenti (privati e pubblici), per il 29,3% dai pensionati, per il 5,7% dai lavoratori autonomi, per il 5,1% dai possessori di redditi da partecipazione in società di persone, per il 4,2% dagli imprenditori individuali e per il restante 3,4% da proprietari di fabbricati, agricoltori, ecc.
Le imprese, invece, si fanno carico dell’Ires, imposta che viene versata dalle sole società di capitali (45,2 miliardi in tutto) e dell’Irap (imposta sul valore della produzione netta) che genera introiti per 27,8 miliardi ed è a carico delle imprese private per il 61,8% e della pubblica amministrazione per il 38,2%.
Al fianco delle tasse poi ci sono i contributi che generano un gettito complessivo pari a circa 260,3 miliardi: il 63,6% è a carico di imprese e lavoratori del settore privato, il 23,5% arriva dal settore pubblico ed il 12,9% dagli autonomi.
«Rispetto a questo complesso di entrate, al mondo delle imprese private e dei loro dipendenti è riconducibile un gettito pari a 310 miliardi» sottolinea così il Csc
Tutte le ricerche sono concordi nell’affermare che in poch
pagano le tasse, mentre tanti un beneficiano di servizi e sostegni senza versare un euro. Lo spiega bene uno studio realizzato da Itinerari previdenziali per la Confederazione italiana dirigenti ed alte professioni, da cui emerge che su 42,6 milioni di dichiaranti il 76,87% dell’intera Irpef è pagata da circa 11,6 milioni di contribuenti, mentre i restanti 31 milioni ne pagano solo il 23,13%.
Il 72,59% degli italiani dichiara redditi sino a 29 mila euro e versa in tutto il 23,13% di tutta l’Irpef. Ma soprattutto ben il 43,15% degli italiani, ovvero oltre 25,4 milioni di persone, non ha alcun reddito. Oltre a questi ci sono poi 1.184.272 di soggetti che denunciano reddito nullo o negativo, e quindi a loro vota non pagano né tasse né contributi. Nel complesso ben 22,4 milioni di italiani, al netto di detrazioni e deduzioni, pagano un’imposta media di 100 euro all’anno.
E’ evidente «la poco efficace progressività nella ripartizione del carico fiscale» rileva lo studio di Ip-Cida, tant’è che le imposte pagate da un lavoratore dipendente con un reddito tra 35 e 55 mila euro sono 34 volte quelle di un reddito tra 7.500 e 15 mila euro.
«Chi guadagna dai 60mila euro in su – denuncia il presidente della Cida Stefano Cuzzilla – finisce per pagare per due: per sé e per chi resta totalmente a carico della collettività. È la trappola del ceto medio: molti ricevono senza dare, pochi danno senza ricevere. Ed è su questi pochi che regge l’intero welfare
italiano».
(da agenzie)
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Ottobre 6th, 2025 Riccardo Fucile
DA ANNI L’ISTITUTO PER LE OPERE DI RELIGIONE ACCANTONA UNA MAXI-RISERVA DI UTILI: LA COMMISSIONE CARDINALIZIA POTREBBE GIRARE AD OPERE DI CARITÀ, MA INSPIEGABILMENTE NON LO FA. COSÌ QUEI SOLDI SONO INVESTITI IN TITOLI DI AZIENDE “ETICHE”
Motu Proprio di papa Leone sugli investimenti finanziari della Curia Romana. Nella
Lettera apostolica “Coniuncta Cura”, Prevost riscrive le norme togliendo allo Ior l’esclusività degli investimenti finanziari. “Nel determinare le attività di investimento finanziario della Santa Sede – si legge -,
l’Amministrazione del Patrimonio della Sede Apostolica generalmente fa effettivo uso della struttura organizzativa interna dello Ior, a meno che gli organi competenti, come stabilito dagli statuti del Comitato per gli Investimenti, non ritengano più
efficiente o conveniente il ricorso a intermediari finanziari stabiliti in altri Stati”
Forse ancora nessuno glielo ha detto, ma Papa Leone XIV ha a disposizione un tesoretto da 348,2 milioni che è immediatamente utilizzabile per fare quello che crede, a iniziare dalle opere di carità della Chiesa in qualsiasi parte del mondo. La somma è consistente, ed è contenuta fra le pieghe del bilancio dello Ior, la banca vaticana. Basta solo che la commissione cardinalizia che vigila sull’istituto, dia l’indicazione di mettere quel tesoretto a disposizione del pontefice o di chi da lui sarà indicato. Cosa che fino ad oggi non è mai stata fatta, con ragioni al momento incomprensibili, tanto più se si pensa al pressing di papa Francesco sulla carità. Il tesoretto dello Ior, infatti, vale più di un lustro di raccolta dell’obolo di San Pietro, che nel 2024 è ammontato a 58 milioni di euro.
Da dieci anni quel tesoretto è bloccato in bilancio e i cardinali non decidono che farne
Quel tesoretto è congelato nel bilancio dell’Istituto per le opere di religione da anni in attesa che la commissione cardinalizia ne decida l’utilizzo (fino ad oggi mai accaduto). Fra il 2015 e il 2020 è restato fermo a 282,134 milioni di euro. Poi nel 2021 si è incrementato a 291,227 milioni di euro, nel 2022 a 306,814 milioni di euro, nel 2023 a 331,2 milioni di euro fino appunto ai 348,2 milioni di euro del 2024. La sua consistenza è rivelata dalla nota integrativa del bilancio dello Ior, che subito dopo
avere elencato una riserva di 100 milioni di utili non distribuibili, prosegue:
«La Riserva di utili distribuibili è una riserva di utili che potrebbe essere distribuita in seguito ad una delibera sulla devoluzione degli utili accantonati in tale riserva da parte della Commissione Cardinalizia. La Riserva di utili distribuibili, pari a 348,2 milioni di euro (2023: 331,2 milioni di euro), è stata incrementata nel corso dell’esercizio 2024, grazie all’allocazione di parte dell’utile 2023 (17,0 milioni di euro)». Ma la delibera continua a non arrivare, e probabilmente Leone XIV come prima Francesco e prima di lui chissà quanti altri pontefici, ignorano l’esistenza di questo tesoretto.
La commissione cardinalizia che potrebbe sbloccarlo ma fino ad oggi ha deciso di non farlo è guidata dal cardinale Christoph Schönborn, che ne è il presidente. Ne fanno parte altri quattro cardinali: Emil Paul Tscherrig, Luis Antonio Gokim Tagle, Giuseppe Petrocchi e Konrad Krajewski. Quest’ultimo per altro è l’elemosiniere del pontefice, voluto in quella funzione da Bergoglio, e ovviamente ben conosce le esigenze sempre pressanti della carità. Ma nulla si muove, e il tesoretto resta investito in titoli di Stato e obbligazioni che almeno consentono di avere qualche interesse.
Come spiega la nota integrativa al bilancio questi investimenti però sono liquidabili in qualsiasi momento se ce ne fosse l’esigenza primaria. Certo i vertici operativi dello Ior sono ben
contenti di avere quella ricca riserva patrimoniale: in Vaticano non esiste una banca centrale che faccia da prestatore di ultima istanza, come la Bce in Europa o la Federal Reserve negli Stati Uniti, e quei soldi potrebbero fare comodo se il bilancio dell’istituto avesse gravi difficoltà. Ma non è il caso attuale: il 2024 si è chiuso con utile netto di 32,8 milioni di euro per 5,7 miliardi di risorse affidate in tutto il mondo.
Probabilmente i cinque cardinali che avrebbero potuto sbloccare quel tesoretto per papa Francesco o per papa Leone XIV ma non si sono decisi a farlo, hanno una naturale vocazione alla formichina e quindi al risparmio. Anche personalmente, perché fra le pieghe della nota integrativa al bilancio 2024 dello Ior si rispetta un obbligo di trasparenza previsto dalla normativa vaticana. E si svela che i cinque cardinali hanno tutti insieme sui loro conti correnti personali 1,2 milioni di euro, in media dunque 240 mila euro a testa. Siccome non si citano i singoli casi, qualcuno di loro potrebbe avere messo da parte una somma consistente, e altri assai meno.
Ma la cifra è alta, se si pensa che i cardinali ricevono uno stipendio mensile medio di 5 mila euro e che quelli sono i loro risparmi. Per fare un raffronto i dirigenti “con responsabilità strategiche” dello Ior, fra cui ci sono sicuramente il direttore generale Gian Franco Mammì e il vicedirettore generale Giovanni Boscia, avevano sui loro conti correnti assai meno: 327 mila euro in tutto
I soldi depositati allo Ior possono essere investiti solo in titoli etici (fra cui quelli green), e anche se non c’è una regola precisa per definirli, esiste un elenco molto dettagliato di attività in cui è vietato investire. In testa tutte quelle che in qualche modo (dai farmaci all’esercizio di cliniche ed ospedali) possono avere a che fare con l’aborto.
Vietate le aziende che producono anticoncezionali, quelle che hanno a che fare con armi e sistemi di difesa, o con gioco d’azzardo, alcol e tabacco, in quelle accusate di avere violato diritti umani o diritti dei lavoratori, la salvaguardia dell’ambiente o uno qualsiasi dei 10 principi del “Global Compact” dell’Onu. L’elenco è molto dettagliato ed è riportato nella nota integrativa di ogni bilancio annuale dello Ior.
(da Open)
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Ottobre 6th, 2025 Riccardo Fucile
LO STORICO PASTIFICIO DI CAMPOBASSO E’ TRA LE AZIENDE COLPITE DA TRUMP
La Molisana, storico pastificio di Campobasso, smentisce al momento l’apertura di uno stabilimento produttivo negli Stati Uniti. Ma questa ipotesi, se lo stallo dei dazi permane, rischia di diventare una concreta realtà. E non solo per loro, ma anche per i restanti produttori della filiera. Pesano infatti i dazi al 107% che gli Usa di Donald Trump potrebbero imporre da gennaio 2026 sui noti marchi di pasta italiani. L’amministratore delegato, Giuseppe Ferro, ha tenuto un incontro con i giornalisti nel quale ha rivelato che la sua azienda è stata sottoposta a una nuova
procedura di dumping, la terza, e ce n’è un’altra in arrivo. «Cercheremo di discutere con l’amministrazione americana, perché con dazi al 107% per noi non è possibile lavorare», ha detto Ferro senza troppi giri di parole.
La mossa de La Molisana
Ad oggi, l’export verso gli Stati Uniti equivale a circa il 10-11% del totale delle esportazioni de La Molisana. «Speriamo in un ripensamento”. Parlando della procedura di dumping, Ferro ha spiegato che «la prima volta abbiamo ottenuto ‘zero’, quindi il meglio della correttezza, la seconda 1,6%». Questa volta, invece, il pastificio molisano ha ottenuto il 91% di dazi. Una percentuale applicata perché, secondo Washington, l’azienda non sarebbe stata collaborativa. «Cosa assolutamente non vera», protesta Ferro.
In realtà, i dazi che Washington potrebbe imporre sui pastifici italiani non nascono da una decisione politica di Trump ma da un’indagine su presunte pratiche di dumping, sollecitata da produttori di pasta statunitensi. Alcune aziende italiane sono accusate di vendere la propria merce a un prezzo ribassato e sotto il costo di produzione, con l’obiettivo di sbaragliare la concorrenza. Per correggere questa pratica, la Casa Bianca starebbe pensando di applicare una tassa all’importazione.
La mediazione di Italia e Ue
In seguito alla notizia, il governo italiano si è attivato per aprire un canale diplomatico con Washington e scongiurare
l’introduzione dei dazi. E lo stesso, si è appreso oggi, sta facendo anche l’Ue. «La Commissione europea, in stretto coordinamento con il governo italiano, sta collaborando con gli Stati Uniti sull’indagine e interverrà se necessario», ha spiegato il portavoce dell’esecutivo Ue responsabile per il Commercio, Olof Gill. «Questa – ha precisato – è un’indagine antidumping, pertanto esula dall’ambito della dichiarazione congiunta Ue-Usa» sui dazi, raggiunta la scorsa estate.
(da agenzie)
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Ottobre 6th, 2025 Riccardo Fucile
I GRANDI CAPITALI SI PREPARANO A “EDIFICARE” IL FUTURO
L’antica frase di Tacito risuona mentre il mondo assiste in diretta alla devastazione, con
i grandi capitali che si preparano a “edificare” un futuro controverso. Dietro le trattative in Egitto si nascondono interessi economici e diplomatici che potrebbero sigillare una “pace” imposta e priva di giustizia.
“Faranno un deserto e lo chiamarono pace.” Questa celebre frase, attribuita allo storico romano Tacito nel I secolo d.C. e pronunciata dal capo caledone Calgaco per descrivere l’operato
dell’Impero Romano, ha attraversato i secoli per descrivere quei momenti storici in cui la guerra non si limita a sconfiggere un nemico, ma si spinge fino alla devastazione totale e all’annientamento di un popolo e della sua cultura. Oggi, nell’orrore di Gaza, risuona con una drammatica, quasi insopportabile, attualità.
Il Genocidio in Diretta e l’Impotenza Globale
Da ormai due anni, il mondo sta assistendo a un vero e proprio massacro in diretta, un’eccezionale e ininterrotta trasmissione di orrore che ha ridefinito il concetto di conflitto moderno. Le immagini della distruzione, inviate senza sosta dai coraggiosi giornalisti palestinesi che operano in condizioni di rischio estremo, hanno costituito la principale fonte di documentazione. A queste si sono aggiunte, con un cinismo che ha lasciato attoniti, le riprese e le foto condivise dagli stessi soldati israeliani sui loro account social. Convinti di essere dalla “parte giusta della storia” e agendo con apparente impunità, questi militari hanno documentato e divulgato atti che vanno dalla demolizione festosa di case alle scene di umiliazioni e torture ai danni dei civili palestinesi.
Abbiamo visto in diretta su piattaforme come TikTok la cancellazione di vite, la distruzione di infrastrutture e l’annientamento del patrimonio culturale. Questa visibilità globale e istantanea, tuttavia, non ha portato a un’azione internazionale decisiva, amplificando un profondo e dilaniante senso di impotenza globale di fronte a quella che molti definiscono una deliberata strategia di pulizia etnica e genocidio.
Il Deserto “Edificabile”: La Riviera del Capitale
L’aspetto più agghiacciante di questa tragedia è la prospettiva post-bellica che si sta delineando. Quel deserto di umanità e di macerie, risultato di una campagna militare di intensità senza precedenti, sembra essere diventato improvvisamente un terreno “edificabile”. È come se un fantomatico piano regolatore internazionale, agendo al di sopra di ogni diritto e moralità, avesse cambiato la destinazione d’uso della Striscia di Gaza: da luogo di resistenza e densamente popolato a una potenziale riviera di lusso o un polo logistico e commerciale.
Questo ambizioso e cinico progetto di ricostruzione verrebbe finanziato da un consorzio multimilionario che vede la partecipazione di capitale statunitense, israeliano e, significativamente, degli Stati del Golfo. L’idea è quella di trasformare l’area costiera in un paradiso turistico o di ricostruire l’infrastruttura logistica in modo da isolare il più possibile la popolazione palestinese residuale, privandola di ogni capacità di auto-determinazione. Dietro la retorica della “ricostruzione”, si nasconde il tentativo di normalizzare e monetizzare la catastrofe.
“Faranno un deserto e lo chiameranno pace”: Il Cinico Progetto di Ricostruzione sulle Macerie di Gaza
Perché il progetto di riqualificazione si concretizzi con una parvenza di legittimità internazionale (e per liberare gli ostaggi
ancora detenuti), è necessaria l’approvazione formale di Hamas. È in gioco, infatti, non solo la fine dei combattimenti, ma il riconoscimento di fatto di una nuova realtà geopolitica ed economica a Gaza. Di fatot potremmo chiamarlo l’emirato di Trump.
In assenza di un accordo, l’iniziativa di ricostruzione non verrà cancellata, ma semplicemente rimandata al momento in cui l’IDF (Forze di Difesa Israeliane) riterrà che “il lavoro sia finito” sul campo, ovvero con l’eliminazione completa dell’organizzazione islamista, un obiettivo che appare sempre più irrealistico a breve termine.
In questo contesto teso e delicato, sono iniziate in Egitto le nuove e cruciali trattative per una tregua duratura. Le pressioni internazionali sono immense, esercitate apertamente o dietro le quinte. A esercitarle non sono solo gli attori occidentali, ma anche Paesi come il Qatar e la Turchia, che, pur avendo sempre sostenuto l’organizzazione islamista palestinese e ospitando molti dei suoi leader in esilio, hanno i loro propri tornaconti economici e diplomatici. Il Qatar, ad esempio, gioca un ruolo chiave come mediatore e come custode di ingenti capitali, mentre la Turchia è interessata soprattutto a far parte del consorzio per la costruzione degli F-35.
La verità scomoda è che ogni parte in causa sta manovrando per massimizzare i propri profitti o la propria influenza. Il cessate il fuoco, o la “pace” che ne deriverà, rischia di essere un mero
accordo ricattatorio firmato sotto costrizione. Sarà una pace costruita non sulla giustizia, sul diritto al ritorno o sulla riparazione dei danni, ma unicamente sulle macerie di un genocidio e sulla disperazione di una popolazione sfollata e traumatizzata.
Se le trattative avranno successo, il mondo vedrà le prime ruspe del capitale avviare la ricostruzione in una zona rasa al suolo. Ma non sarà un atto di redenzione. Sarà la più cinica delle conclusioni: una “pace” imposta, dove il rumore dei martelli pneumatici coprirà per sempre il grido di chi ha perso non solo una casa, ma ogni speranza di giustizia. Una pace che, fedele alla sentenza di Tacito, si limiterà a chiamare pace un deserto.
(da Fanpage)
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Ottobre 6th, 2025 Riccardo Fucile
IL CHIRURGO DI ROVERETO RICCARDO CORRADINI E’ A BORDO DELLA CONSCIENCE
C’è anche un medico trentino tra le persone che stanno sfidando il blocco israeliano per portare aiuti umanitari a Gaza. Si tratta di Riccardo Corradini, chirurgo di Rovereto di 32 anni, attualmente a bordo della Conscience, una delle imbarcazioni della Freedom Flotilla Coalition, la missione umanitaria che dopo Global Sumud Flotilla sta puntando verso la Striscia con l’obiettivo di provare a rompere l’assedio imposto dallo stato ebraico.
“Perché stiamo navigando verso Gaza? – scrive il medico sui social -. Cosa pensiamo di ottenere? Siamo solo un gruppo di persone accomunate dall’intenzione di portare aiuti a Gaza. Siamo anche un insieme di individui con esperienze, origini e competenze diverse che ci hanno portato attraverso percorsi differenti sulla stessa nave diretti verso la stessa destinazione”.
Mercoledì la Conscience dovrebbe arrivare in zona rossa, come riferisce lo stesso Corradini dai suoi canali social, dove aggiorna costantemente sulla situazione del viaggio e su quanto sta accadendo nella Striscia.
Il rapporto di Corradini con Gaza non è recente. Nel 2019 il medico roveretano fu il primo studente occidentale in assoluto a
frequentare l’Erasmus di 6 mesi alla Islamic University, prestando servizio negli ospedali di Gaza City dove si occupò dei feriti provenienti dalle Marce del Ritorno. Quell’esperienza gli ispirò la tesi di laurea e il pluripremiato docu-film ‘Erasmus in Gaza’.
Ed è proprio a Gaza che Corradini intende tornare, questa volta assieme ad altri medici e giornalisti a bordo della nave Conscience, per portare aiuti umanitari al popolo palestinese e per dimostrare concretamente la propria solidarietà “ai colleghi che stanno morendo in questo genocidio da due anni”.
La Conscience è partita da Otranto il 30 settembre con un centinaio di persone a bordo tra medici, infermieri e giornalisti. “Medici, infermieri e giornalisti sono tra i principali obiettivi degli israeliani. Per evitare l’informazione di ciò che avviene a Gaza e per impedire di curare i feriti. Non portiamo solo prodotti alimentari ma aiuti umani. La nostra azione è politica”, ha riferito Michele Borgia, portavoce italiano della Freedom Flotilla.
“Conscience non è solo una nave: è un atto di resistenza internazionale, un fronte di popoli che si solleva contro il colonialismo, lo stesso che ha piegato e insanguinato terre, culture, civiltà. È una forma di risposta collettiva contro il potere finanziario globale, i padroni delle guerre, coloro che dominano il pianeta con le loro politiche di riarmo, che alimentano paure, manipolano tensioni e conflitti per continuare a speculare sulla
vita e sulla morte”, ha aggiunto.
La nave Coscience lo scorso 2 maggio scorso è stata bombardata da droni mentre si trovava in acque internazionali: durante quell’attacco il primo sparo centrò l’esterno dello scafo, che iniziò a imbarcare acqua. Successivamente vennero colpiti il ponte di prua e la zona dei generatori.
(da Fanpage)
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Ottobre 6th, 2025 Riccardo Fucile
VEDE DEFINITIVAMENTE SVANIRE L’INTESA REGIONALE CON GLI STATI ARABI. GLI RIMANGONO SOLO GLI STATI UNITI. NON POCO MA QUANTO E FINO A QUANDO?”… GLI INTERESSI PERSONALI DI DONALD E DI “BIBI”
Le sorti del piano Trump si decidono nei colloqui che iniziano oggi al Cairo. O pace o
(continuazione della) guerra. O si sciolgono i nodi di Hamas all’accettazione del piano, o è come se non avesse accettato.
La diplomazia adora le vie di mezzo, ma qui non ce ne sono. Il rinvio vedrebbe il presidente americano dar via libera a Benjamin Netanyahu per «finire il lavoro». Finora non interrotto: malgrado Trump lo avesse «ordinato» e Netanyahu, a parole, assecondato, ieri i bombardamenti su Gaza City erano proseguiti.
Il «finire il lavoro» di Bibi si abbatterebbe terribilmente sui due milioni di abitanti della Striscia ; gli ostaggi israeliani ancora in vita (una ventina?) vi darebbero definitivamente addio; il fuoco di Hamas, militarmente annientato, continuerebbe a covare sotto la cenere delle macerie che ricoprono la Striscia.
Di tutto il resto – ed è molto e complicato – del piano Trump si parlerà e negozierà dopo, ad abundantiam, ma se adesso, nel giro di una settimana, non ne scattano le 72 ore (appena tre giorni!) iniziali – fine delle operazioni militari di Tsahal, liberazione degli ostaggi e consegna delle salme dei deceduti in cattività, seguita a ruota dall’uscita di quasi duemila detenuti palestinesi
dalle prigioni israeliane – resterà un castello di carte.
La palla è principalmente nel campo del Movimento di Resistenza Islamico che ha posto tre condizioni: disarmo solo parziale; ritiro rapido delle truppe israeliane dalla Striscia; partecipazione alla futura auto-amministrazione palestinese della Striscia. Tutte cozzano con quanto previsto nel piano ma qualche margine si può trovare.
Che consenta a Hamas di salvare la faccia, tipo imbarcarsi per l’esilio con qualche Kalashnikov a tracolla […] ma non di più. L’Idf non si smuoverà di un palmo fino a che non sia pronta e spiegabile sul terreno la forza di stabilizzazione internazionale che la sostituirà.
Al Cairo, sul negoziato, pur con l’obiettivo condiviso da tutti di sbloccare il piano Trump, confluiscono posizioni e interessi eterogenei. I due protagonisti della guerra, Israele e Hamas, non si parlano direttamente.
I più diretti interessati all’esito della trattativa, i palestinesi di Gaza, non sono né rappresentati né consultati – quando hanno modo di far sentire la propria voce dicono «basta guerra» rivolgendosi, oltre che a Israele che li bombarda senza tregua, a Hamas che traccheggia invece di accettare.
Per loro e per le loro famiglie c’è poco da scegliere: è in gioco la sopravvivenza fisica. A Hamas il piano Trump pone invece la scelta fra accettazione della sconfitta militare e resistenza fino all’ultimo uomo – quale delle due meglio gli offre sopravvivenza
politica?
Netanyahu può «finire il lavoro»: il Movimento non scomparirà.
Anche Israele deve scegliere. Ha vinto la guerra. Il piano Trump gli permette di vincere anche la pace. Se continua la guerra, schiaccia Hamas nelle miserie degli abitanti di Gaza City ma perde la pace. Non solo per l’isolamento internazionale, riconoscimenti e sanzioni europee, ma perché costretto a un’occupazione militare permanente della Striscia e della Cisgiordania vede definitivamente svanire l’intesa regionale con gli Stati arabi. Gli rimangono solo gli Stati Uniti. Non poco ma quanto e fino a quando?
Per gli altri negoziatori, la partita del Cairo è geopolitica. Il piano Trump fa degli Usa, oltre che grande protettore dello Stato ebraico come è sempre stato, il garante degli interessi dei palestinesi e l’anello di congiunzione tra Gerusalemme e il Golfo. Cioè la parte del mondo in cui Donald Trump ha investito di più, anche in termini di interessi personali.
Se realizzato – un grosso se, il Medio Oriente è un cimitero di elefanti di piani – riporta allo zenith l’influenza regionale degli Stati Uniti, in continua discesa dopo le vicende irachena e afghana.
Fra Paesi arabi e Turchia, uniti solo nell’ergersi a paladini dei palestinesi, c’è la sotterranea competizione per il futuro di Gaza tra fronte sunnita, con in testa l’Egitto che ospita il negoziato, e Qatar e Turchia, padrini della Fratellanza Musulmana alla quale
si ricollega Hamas.
Infine, i due principali leader, Donald Trump e Benjamin Netanyahu, farebbero di tutto ma non tanto per guerra o pace, o per motivazioni geopolitiche, ma per perseguire obiettivi personali.
Donald per essere l’artefice della pace in Medio Oriente – per il posto nella storia e, in transito, per il Nobel. Bibi per rimanere al potere, e sottrarsi alle vicende giudiziarie. Pur di raggiungere i rispettivi obiettivi sono pronti a qualsiasi giravolta tattica.
Miracolo se questo guazzabuglio negoziale produce un accordo che sblocca le prime 72 ore del piano Trump? Forse, ma dopo tutto siamo in Terra Santa.
Nell’improbabile coro di consensi che l’ha accolto, da Ursula von der Leyen a Recep Tayyip Erdogan, spicca per realismo e lucidità la lettera del cardinale Pierbattista Pizzaballa: non sappiamo se sia la fine della guerra e l’inizio della pace ma «è il primo passo indispensabile per cominciare a costruirla». Il patriarca di Gerusalemme conosce bene israeliani e palestinesi. Sa di cosa sta parlando.
(da La Stampa)
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Ottobre 6th, 2025 Riccardo Fucile
CONFINDUSTRIA HA CERTIFICATO CHE, SENZA I 200 MILIARDI DEL PNRR, L’ITALIA SAREBBE GIÀ IN RECESSIONE … MA DOVE SONO FINITE LE RIFORME LEGATE AI FONDI EUROPEI? IL PIANO È STATO RIVISTO DIVERSE VOLTE DAL GOVERNO FINO A TRASFORMARLO IN UN MERO ELENCO DI SPESE SENZA ALCUNA VISIONE PER IL FUTURO
Nei giorni scorsi è stato pubblicato il Documento programmatico di finanza pubblica (Dpfp) che delinea il quadro macroeconomico dell’Italia. Si è data molta enfasi al fatto che, già a partire dall’anno in corso, il deficit dovrebbe raggiungere i3
per cento. Di conseguenza, il Paese uscirebbe dalla procedura d’infrazione: davvero ottima notizia.
Tuttavia, per i dettagli sulle stime di finanza pubblica bisognerà aspettare la legge di Bilancio. Per quanto riguarda la crescita, invece, le stime non sono incoraggianti: mezzo punto percentuale nel 2025 e 0,7 nella media del triennio 2026-2028. Di fatto, siamo tornati agli “zero virgola” degli anni pre-Covid.
C’è allora da chiedersi dove sia finito l’impatto degli oltre 200 miliardi del Piano nazionale di ripresa e resilienza (Pnrr). In realtà, secondo il Centro studi di Confindustria sarebbe “decisivo”, visto che in assenza di quei fondi l’economia italiana starebbe peggio. Nello specifico, l’impatto stimato sul Pil, ipotizzando una spesa di circa 65 miliardi, sarebbe dello 0,8 per cento nel 2025 e dello 0,6 nel 2026, mentre in sua assenza si registrerebbe – rispettivamente – una flessione di -0,3 e un lieve rialzo del +0,1.
Tradotto: senza l’Europa, il nostro Paese entrerebbe in recessione. Risultato interessante per un governo che ha come slogan “meno Europa ma meglio”.
C’è, però, un secondo aspetto da considerare ed è, se possibile, ancora più preoccupante. Riguarda l’impatto del Piano sul Pil potenziale, ossia sulla capacità del Paese di produrre sviluppo.
Le stime si trovano proprio nel Documento programmatico del governo: nella media del periodo 2025-2028, la crescita potenziale dovrebbe attestarsi intorno allo 0,7/0,8. Non si tratta
di un grande traguardo visto che l’obiettivo del Pnrr era proprio quello di innalzare l’abilità di creare ricchezza.
Sempre il Documento indica che il contributo al Pil potenziale della produttività totale dei fattori è persino negativo nel biennio 2024-2026 e pari a -0,2 per cento, per poi annullarsi successivamente.
Che cosa significa? Come è noto, la produttività può misurare un solo fattore – lavoro o capitale – oppure tener conto del contributo di una serie di elementi non immediatamente osservabili come innovazione, conoscenza, organizzazione del tessuto economico: in questo caso si parla di produttività totale dei fattori.
Un indice prezioso, perché misura l’efficienza complessiva del sistema: dalla burocrazia al funzionamento della giustizia, dalla qualità delle infrastrutture alla capacità della pubblica amministrazione di sostenere l’impresa e l’innovazione. Se il contributo di questo indicatore è negativo, significa che il sistema diventa meno efficiente e sottrae crescita.
Ma dove sono finite le riforme del Pnrr? In realtà non c’è da stupirsi. Il Piano è stato rivisto diverse volte dal governo fino a trasformarlo in un mero elenco di spese: la forza delle riforme e degli investimenti che, peraltro, oramai servono più a manutenere che a innovare, è stata notevolmente ridotta.
Nel 2024, la produttività totale dei fattori aveva registrato una flessione pari a -1,3 per cento. Una simile dinamica è il segno di
un’economia che non riesce a usare bene i fattori che ha: capitale, competenze, risorse. A livello macroeconomico, la produttività stagnante contribuisce a frenare lo sviluppo.
E questo spiega perché ci si attende una crescita asfittica nel 2025. E ciò avviene nonostante il dinamismo del mercato del lavoro. E qui sta il punto: se l’economia resta debole, un aumento dell’occupazione non rappresenta un risultato positivo, ma segnala la creazione di impieghi che non generano altrettanto valore, spesso caratterizzati da scarsa efficienza e basse retribuzioni. Un circolo vizioso che andrebbe interrotto con un cambio di rotta. Ricordiamoci che dall’anno prossimo non ci saranno neppure più i fondi del Pnrr.
(da La Stampa)
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Ottobre 6th, 2025 Riccardo Fucile
NULLITA’ DI CUI NON RIMARRA’ TRACCIA DEL LORO PASSAGGIO SULLA TERRA, NATI E MORTI SERVI, CHE SI PERMETTONO DI DILEGGIARE CHI HA IL CORAGGIO DI RISCHIARE LA PROPRIA PELLE
Se la massa di furbacchioni da divano che chiamano Greta Thunberg “la gretina”, “la
rompiballe”, “la malata”, sentendosi spregiudicati e in sintonia con la prepotenza dei tempi, avessero un’unghia del suo coraggio, ci sarebbero una informazione e un mondo migliori.
Se la piantassero di masticare insolenze contro “i croceristi in gita” della Flotilla partiti rischiando la propria pelle per salvarne anche una sola, nel mattatoio di Gaza, mostrando al mondo di quanto cuore può essere fatta la politica, ci sentiremmo un po’ meno impotenti di fronte all’illegalità di cui si vantano gli Stati autoritari a cominciare da Israele, Russia, America. E di fronte alla vergogna delle diplomazie, comprese quelle europee che corrono ai tavoli imbanditi dei summit dove le chiacchiere stanno bene con i coffee break, ma specialmente con gli investimenti pretesi dagli ingranaggi del mercato.
Ecco. Se non ci fosse tutta questa spazzatura di insolenze, ipocrisia, vigliaccheria, per avvelenare una resistenza al peggio che sta scuotendo il mondo in nome dei diritti umani, non si capirebbe come i regimi peggiori del Novecento abbiano potuto marciare, vincere e poi marcire con tutte le bugie e i cadaveri al seguito.
(da ilfattoquotidiano.it)
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Ottobre 6th, 2025 Riccardo Fucile
“OGGI I GIOVANI NON MI SEMBRANO IN GRADO DI PENSARSI VIOLENTI. NON HANNO PIÙ IL CONFLITTO NELLA PELLE, GRAN PARTE DI CHI ERA AL CORTEO PROBABILMENTE NON VA NEMMENO A VOTARE. E I PARTITI DI OPPOSIZIONE NON SONO STATI IN GRADO DI DARE UNA STRUTTURA POLITICA ALLE EMOZIONI CHE LI HANNO MOSSI, NÉ SONO IN GRADO DI FARLO CON L’ONDA CREATA DA GAZA”
«La manifestazione di sabato? Un corteo di preti», provoca Giuseppe De Rita, 93 anni, sociologo, fondatore e presidente del Censis
Sabato a Roma c’era un milione di persone in piazza per Gaza. Più di venti anni fa Sergio Cofferati, all’epoca segretario generale della Cgil, di persone ne radunò tre milioni ma per l’articolo 18. Ora, invece, gli italiani si mobilitano per Gaza, che cosa sta accadendo?
«Ci sono milioni di persone in piazza ma non si capisce perché. Dichiarano di manifestare per Gaza ma che cos’è Gaza? È un sentimento collettivo? Un’indignazione collettiva? Una paura collettiva? Un conflitto collettivo?».
C’è la rabbia provocata da un’ingiustizia, c’è il dolore per un popolo che viene cacciato via dalla propria terra, che muore di fame, che non ha diritto nemmeno a ricevere aiuti, cure.
«I tre milioni di persone scesi in piazza all’epoca di Cofferati erano lì per una battaglia sindacale, per un conflitto di classe, per i precari. C’erano degli interessi precisi. Il conflitto deve basarsi su degli interessi non su logiche di sentimento. Nel caso di Gaza non mi sembra che ci siano interessi a parte quelli di alcuni opinionisti che cavalcano l’onda dell’opinione . È un punto critico, un vuoto che non si sa come verrà riempito».
Non sarebbe compito della politica cavalcare quest’onda?
«Giorgia Meloni infatti è una specialista, per anni ha surfato sull’onda delle opinioni ma oggi ha un ruolo diverso, è presidente del Consiglio. Su Gaza ci troviamo in una situazione strana. L’incertezza non è capire chi siano le persone scese in piazza ma chi potrà gestire quest’onda di sentimenti per portarla
non si sa bene dove. L’unica possibilità che vedo è fragile».
Sarebbe?
«Che un sentire di rabbia, di paura, di pena per i bambini di Gaza possa creare una contrapposizione politica. Ma mi sembra che la capacità di cavalcare quest’onda da parte di alcuni porti solo a un contrasto con il governo, a una battaglia contro Giorgia Meloni».
Infatti, l’opposizione sta provando a usare Gaza ma con scarsi risultati. La sconfitta nelle Marche ne è una conferma. Piazze piene, urne vuote era scritto su un cartello presente alla manifestazione.
«Gran parte di chi era al corteo probabilmente non va nemmeno a votare. E i partiti di opposizione sono ancora immersi in una cultura movimentista. Non sono stati in grado di dare una struttura politica alle emozioni che li hanno mossi, né sono in grado di farlo con l’onda creata da Gaza».
«Landini ha scelto mesi fa di andare verso la rivolta sociale mettendo da parte i problemi dei contratti del precariato, dell’articolazione territoriale e di tutte le sfide professionali di un sindacato. Ora che la rivolta è arrivata, si ritrova a guidare una rivolta non sua perché quello di sabato non era un corteo di operai, di precari, di lavoratori. Landini deve fare un esame di coscienza: quelli che erano in piazza non li ha portati lui e non sa da chi verranno usati».
Molti erano giovani. In questa generazione c’è più rabbia che in quelle che l’hanno preceduta
«Nel Sessantotto e negli anni seguenti chi ha fatto la guerra civile erano universitari che si sentivano incompiuti, arrabbiati. Come riferimento avevano leader internazionali del calibro di Adorno o di Marcuse. Ora chi sono i loro riferimenti? Greta o Francesca Albanese? Oggi i giovani non si sentono incompiuti e non mi sembrano arrabbiati, non mi sembrano proprio in grado di pensarsi violenti. Anzi, i violenti li mandano via dalla loro piazza. I giovani non hanno più il conflitto nella pelle. Possono creare un bel manifesto, portare una bella bandiera e cantare Bella Ciao, in nome di un rimpianto per una resistenza di 80 anni fa. Dentro di loro non c’è alcuna rabbia profonda solo un grande sentimento di pace di bontà per chi soffre. Sinceramente la loro mi sembra una manifestazione di preti più che una manifestazione di conflitto».
In questi giorni si è paragonata l’atmosfera che si è creata alla protesta contro la guerra in Vietnam. Come le sembra questo paragone?
«Assolutamente falso. Questi non sono figli del Vietnam né di Genova né di altro. Ogni generazione ha il suo destino e questo è ancora tutto da scrivere».
(da La Stampa)
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