Ottobre 24th, 2025 Riccardo Fucile
PER IL QUOTIDIANO “FRANKFURTER ALLGEMEINE ZEITUNG”, L’OBIETTIVO DEL PARTITO DI ESTREMA DESTRA È PASSARE DATI SENSIBILI AI RUSSI, PER AIUTARLI NELLA LORO GUERRA IBRIDA – IL CASO DELL’EX CAPOLISTA DI AFD ALLE EUROPEE, MAXIMILIAN KRAH, CONDANNATO PER SPIONAGGIO A FAVORE DELLA CINA
L’interesse del deputato Ringo Mühlmann per ogni cosa concernente i droni, le rotaie e i trasporti militari era ossessivo, le richieste al Parlamento regionale insistenti. Ma che cosa se ne
fa il portavoce «per le questioni interne» dell’Afd della Turingia, roccaforte dell’estrema destra e feudo personale del suo tribuno più radicale, Björn Höcke, con questa mole di dettagli logistico-militari?
Pochi dubbi per il ministro dell’Interno del Land, lo «sceriffo» socialdemocratico Georg Maier: «Bisogna presumere che l’AfD agisca come un braccio allungato e un servitore di Putin». Quei dati non finirebbero che ad alimentare la guerra ibrida.
Un’inchiesta della Frankfurter Allgemeine Zeitung ha svelato i contorni del fenomeno, che non si limita alla Turingia, ma è visibile in altri Länder dell’Est e presente perfino, in misura minore, al Bundestag nazionale.
Certo, la Turingia è uno snodo verso l’Est e l’Ucraina, e quindi un passaggio critico. Lo «sceriffo» Maier ne ha fatto una battaglia personale: «La frequenza delle interrogazioni della AfD che riguardano temi sensibili di sicurezza è più che sospetta: non si spiega con il normale bisogno di informazione dei parlamentari»
«Sospetti assurdi», ha reagito Bernd Baumann, numero due dell’AfD al Parlamento di Berlino. Mentre Höcke si è scagliato contro il grande accusatore, definendolo un «disadattato politico».
Di certo, la talpa Mühlmann ha scavato con costanza: 47 interrogazioni solo nell’anno corrente. Per esempio, la n. 8/1419, depositata il 18 settembre, vuole sapere quali trasporti militari abbiano attraversato la Turingia a partire dal 2022, suddivisi per anno, «tipo di trasporto (strada/ferrovia), numero di passaggi e fermate note».
A luglio, tre richieste di fila, tutte suddivise in 10-12 sotto domande, del tipo: «Quali scenari attivi la polizia della Turingia considera attualmente prioritari per la necessità di una difesa operativa contro i droni?». O ancora: quali sistemi sono stati testati, quali valutati, quali difesa fissa o mobile è prevista in Turingia?
Non è difficile immaginarsi questo materiale, una volta pubblico, setacciato dagli operativi di Mosca. Da tempo, nei servizi segreti tedeschi si discute del fatto che alcuni deputati nazionali dell’AfD, con legami con la Russia o la Cina, utilizzino il proprio diritto di interrogazione a vantaggio di regimi autoritari.
L’ex capolista alle Europee, Maximilian Krah, è stato perfino condannato per spionaggio: come portaborse utilizzava un agente al servizio attivo di Pechino.
(da agenzie)
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Ottobre 24th, 2025 Riccardo Fucile
“L’OPERA NASCE POPOLARE, NELLA SOCIETÀ PRE-ELETTRICA (SIC!). E TUTTE QUELLE COSE CHE NOI VEDIAMO, ANCHE LA FORMA NEL CANTO, L’ORCHESTRA CHE È NELLA BUCA, PERCHÉ È PROPRIO PER QUELLO, CIOÈ IN FONDO L’ORCHESTRA VENIVA CONSIDERATA COME DOVEVA DARE IL SUONO, DICIAMO…” (GIANMA’, COMPRA UNA VOCALE)
Sottosegretario Mazzi, le vogliamo chiedere: “L’opera è per pochi, ancora oggi forse è considerata
così, cosa serve secondo lei per farla diventare di nuovo popolare tra i giovani?”
Gianmarco Mazzi: Eh, questa è una domanda complicata perché in realtà l’opera, come sanno anche gli esperti, nasce proprio popolare, cioè l’opera è un qualcosa che nasce nella società pre-elettrica e tutte quelle cose che noi vediamo, anche come dire la forma nel canto, l’orchestra che è nella buca, perché è proprio per quello, cioè in fondo l’orchestra veniva considerata come doveva dare il suono, diciamo, quello che oggi magari fanno le basi, fanno altre cose e quel canto era un canto costruito in quel modo, proprio per consentire che anche il pubblico più lontano dei teatri potesse seguire l’opera.
Poi dopo è arrivata l’elettricità e sono nate altre modalità, altre forme di canto.
E oggi diciamo che sono possono essere tante, non c’è secondo me un’unica ricetta che risolve tutto. Bisogna fare più cose.
Ad esempio, io che sembra quasi banale, ho suggerito di lavorare molto sulla durata.
Ci sono a volte, siccome le opere sono molto lunghe, oggi la durata, ad esempio rispetto al mondo dei giovani, può essere un ostacolo perché i giovani in generale sono abituati a partecipare e si entusiasmano, sono più veloci, diciamo, e lì a volte quando ci sono opere che durano 3 ore e mezza, che poi con gli intervalli arrivano a 4 ore e mezza, sono durate eccessive queste.
E allora ho suggerito, ad esempio che in alcuni casi in cui per aumentare la durata vengono unite due opere, faccio un esempio “I Pagliacci” che vengono sempre rappresentati insieme a “Cavalleria Rusticana” e magari invece di offrire delle serate con entrambe, proporre solo “Pagliaccio”, solo “Cavalleria Rusticana” che durano poco più e quindi favorire l’avvicinamento e la partecipazione dei giovani.
Poi ci possono essere tante altre iniziative, è chiaro che nell’opera per appassionarsi è fondamentale fare un percorso di conoscenza, perché altrimenti alcune fondazioni fanno partire dall’età proprio tenera, addirittura invitano i bambini di 3-4 anni che si divertono perché vedono i costumi e magari questa è una buona idea, perché quando un bambino molto piccolo si appassiona ad una cosa può essere che poi nel futuro diventi un appassionato di qualcosa che gli ricorda e magari si appassionano anche i genitori che sono giovani come i bambini.
Però sono tante le idee. Io quello che ho raccomandato al sistema dell’opera, alle fondazioni che tendono ad essere chiuse in se stesse, ognuno difende un po’ il proprio recinto, invece di scambiarsi le conoscenze, le idee, il sapere, perché è in questo modo che il sistema può crescere nel suo complesso.
Io non credo che una fondazione possa avere successo a discapito dell’altra, anche perché i teatri sono dislocati in tutta Italia.Per cui è giusto che mettano in rete tutte le iniziative che fanno e capire quali sono quelle più utili per attrarre un pubblico giovane e appassionarlo.
(da agenzie)
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Ottobre 24th, 2025 Riccardo Fucile
CRESCE LA PERCEZIONE DI PEGGIORAMENTO ECONOMICO, LA DEMOCRAZIA E’ CONSIDERATA “A RISCHIO” DA QUASI LA META’ DEGLI INTERVISTATI, INDIFFERENZA VERSO IL TEMA DELL’INFORMAZIONE
Un Paese sospeso tra consapevolezza e rassegnazione: è questa la fotografia che emerge dal sondaggio realizzato il 21 e 22 ottobre da Renato Mannheimer per Eumetra e presentato a PiazzaPulita ieri, 23 ottobre.
I dati raccontano un’Italia che osserva con disincanto la politica, che teme un peggioramento della propria condizione economica e che mostra una sorprendente indifferenza rispetto al tema della libertà d’informazione.
La manovra divide e preoccupa
Alla domanda su quale impatto avrà la manovra economica del governo, il 29,4% degli italiani risponde che peggiorerà la propria situazione personale, contro un 13,6% che si aspetta, invece, un miglioramento. Un altro 26,6% ritiene che non
cambierà nulla, mentre un consistente 16,2% ammette di non conoscere affatto i contenuti della manovra. È un dato significativo: quasi un cittadino su sei non sa di cosa si stia parlando, eppure il sentimento generale è quello di una crescente difficoltà economica, in linea con i dati Istat su povertà, denatalità e rinuncia alle cure mediche. L’Italia che emerge dal sondaggio è insomma quella di un Paese che si percepisce più povero, ma anche disilluso rispetto alla possibilità di cambiare le cose.
Democrazia e destra al governo: un Paese diviso
Un altro tema centrale tocca le parole di Elly Schlein, che aveva affermato: “Con l’estrema destra al governo, la democrazia è a rischio”.
Su questa dichiarazione, il campione si spacca quasi a metà: il 44% concorda (molto o abbastanza), mentre il 47,1% dissente (poco o per nulla). L’8,9% preferisce non esprimersi. Il dato evidenzia una polarizzazione profonda: due Italie che si guardano senza capirsi, una preoccupata per la qualità della democrazia, l’altra convinta che si tratti di allarmismo politico.
Meloni e la stampa: un nodo che non tocca gli italiani
Il sondaggio affronta poi un altro tema cruciale, e cioè il rapporto tra Giorgia Meloni e la stampa, dopo le accuse di evitare il confronto con giornalisti scomodi.
Solo il 30,4% degli italiani ritiene sbagliato questo atteggiamento. Il 24,8% pensa invece che sia giusto, e un altro 23,6% sostiene che non sia vero che la premier si comporti così; il restante 21,2% non sa o non risponde. Tradotto: meno di un cittadino su tre considera sbagliato evitare il confronto con la
stampa critica. È un dato che allarma, perché segnala il distacco profondo dal valore dell’informazione libera. Circa metà del campione, infatti, o non è a conoscenza del comportamento imputato a Meloni o non lo giudica proprio un problema.
Il quadro che emerge dai numeri di Mannheimer è insomma quello di un Paese che cresce nel consenso verso il governo, ma diminuisce nella consapevolezza critica.
Gli italiani sembrano infatti percepire la difficoltà economica e riconoscere che la situazione sta via via peggiorando, ma sembrano ancora disinformati sui contenuti concreti della manovra e poco sensibili al tema della libertà di stampa.
Un’Italia dove la fatica quotidiana prevale sulla partecipazione, dove l’interesse per la democrazia e l’informazione sembra cedere il passo alla rassegnazione. Una fotografia che, insomma, al di là dei numeri, racconta un Paese più fragile e più distante dal dibattito pubblico di quanto non appaia nelle narrazioni ufficiali.
(da Fanpage)
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Ottobre 24th, 2025 Riccardo Fucile
LA POLEMICA SULL’ART 47 DELLA COSTITUZIONE
Sembra una mera azione retorica, eppure ogni volta che il dibattito politico italiano si accende,
dovremmo tornare al fondamento: la Costituzione. Una delle migliori, una delle più avanzate al mondo. Oggi, l’attenzione va all’Articolo 47, che recita: “La Repubblica incoraggia e tutela il risparmio in tutte le sue forme; disciplina, coordina e controlla l’esercizio del credito. Favorisce l’accesso del risparmio popolare alla proprietà dell’abitazione, alla proprietà diretta coltivatrice e al diretto e indiretto investimento azionario nei grandi complessi produttivi del Paese”.
L’articolo 47 non sancisce in modo esplicito il diritto all’abitare,
ma lo tutela implicitamente, favorendo l’accesso alla proprietà dell’abitazione. Un principio che la Corte Costituzionale e la legge italiana hanno poi sviluppato. Eppure, in Italia stiamo assistendo a un drammatico ribaltamento di prospettiva.
La Svolta dalla Povertà ai Poveri
Se, anche nella bistrattata Prima Repubblica – con il lungo potere democristiano e socialista – si cercava, almeno di facciata, di fare la guerra alla povertà (pur tra finanziamenti ai grandi capitali), oggi si fa la guerra ai poveri.
Proprio l’Articolo 47, parlando di “diretto e indiretto investimento azionario nei grandi complessi produttivi”, conteneva in sé una vocazione alla partecipazione pubblica e all’industria, che è stata completamente disattesa. Sul tema della casa, invece, si è lasciato campo libero ai cosiddetti “palazzinari”, i grandi costruttori. Gruppi imprenditoriali e famiglie con ramificazioni influenti che costruiscono interi quartieri e influenzano la politica. Esercitano un potere costante sugli eletti, ottenendo la conversione di terre da non edificabili a edificabili.
Spesso, i Comuni si accontentano di qualche opera di urbanizzazione, una strada, un parco. Ma ciò che manca da decenni è un vero piano di edilizia popolare e sociale.
Lo Sfratto e la Follia delle Priorità
Il dramma si consuma quotidianamente. Ieri, l’ennesimo video di uno sgombero violento: polizia e carabinieri in assetto antisommossa che sfondano la porta di una casa da convertire in B&B di lusso.
È il Governo del Decreto Sicurezza, il Governo che ha usato la massima urgenza per contrastare i rave party, a pensare di poter combattere la precarietà abitativa e la povertà? Può un Esecutivo portare avanti politiche inclusive sgomberando con la forza pubblica una famiglia con bambini, solo perché l’immobile deve diventare una struttura ricettiva di pregio?
Ogni giorno, in Italia, vengono eseguiti oltre 100 sfratti. Ogni anno, sono circa 40.000 le famiglie che si ritrovano per strada, spesso per morosità involontaria – perdita del lavoro, crisi economica (il Covid è stato un terremoto).
Parallelamente, assistiamo a un dibattito surreale sulle tasse. Mentre alcune forze di governo (Lega) spingono per una tassa sugli extra-profitti bancari (113 miliardi di utile netto negli ultimi tre anni), altre (Forza Italia) fanno le barricate contro ogni aumento. Le stesse barricate che si alzano per proteggere chi gestisce decine di immobili o B&B di lusso.
La Città Inospitale
Se le banche non pagano, se i grandi proprietari di B&B (che dovrebbero essere riconvertiti in abitazioni private per calmierare i prezzi) non pagano, la domanda è una sola: da che parte stiamo?
Stiamo dalla parte del moroso involontario, della famiglia che, una volta sfrattata, deve affrontare affitti esorbitanti o staccare i figli dalla scuola e dalla rete sociale per trasferirsi altrove? Oppure stiamo dalla parte di chi accumula profitti e immobili, trasformando le nostre città, già devastate dall’over-turismo, in parchi giochi per visitatori di passaggio?
Abbiamo costruito città-vetrina, dimenticando chi in quelle città dovrebbe viverci.
Facendo ieri una rapida ricerca ho trovato delle proposte di legge ferme in parlamento, in particolare una depositata lo scorso dicembre a AVS e che chiede un investimento maggiore sull’edilizia popolare e sul mercato degli affitti. La battaglia per la casa è la battaglia per la dignità e per il futuro delle nostre comunità urbane. È tempo di scegliere tra la tutela del profitto sfrenato e il dettato della nostra Costituzione.
(da Fanpage)
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Ottobre 24th, 2025 Riccardo Fucile
LA CRISI UMANITARIA RESTA DRAMMATICA, MANCANO CIBO E MEDICINE
Nonostante il cessate il fuoco tra Israele e Hamas, nella Striscia di Gaza proseguono i bombardamenti e le uccisioni di civili palestinesi in uno scenario apocalittico, tra quartieri interamente rasi al suolo, resti umani intrappolati tra le macerie e migliaia di sfollati che tornano alla ricerca di quella che un tempo era la loro casa. In questo quadro catastrofico nei giorni scorsi Medici Senza Frontiere ha potuto riaprire una delle sue strutture sanitarie, quella di Gaza City, tornando a fornire assistenza e cure a centinaia di pazienti.
“I bisogni sono enormi, cessate il fuoco o no”, racconta a Fanpage.it Jacob Granger, Coordinatore delle emergenze di MSF nella Striscia, appena rientrato nella principale città della Striscia. A fine settembre, l’organizzazione era stata costretta a chiudere la sua unica clinica e a interrompere la distribuzione dell’acqua per motivi di sicurezza: i carri armati si trovavano a meno di duecento metri dagli ospedali, le esplosioni rendevano impossibile ogni attività. Oggi, nonostante una fragile tregua, la popolazione continua a vivere in condizioni disperate.
Le urgenze mediche si intrecciano con la mancanza di acqua potabile, il rischio di epidemie e l’assenza di infrastrutture di base. Interi quartieri del nord, da Jabalia a Sheikh Radwan, sono ridotti in macerie, e chi è rimasto sopravvive senza elettricità, cibo o cure. Nonostante gli accordi del cessate il fuoco prevedano una ripresa della distribuzione degli aiuti umanitari, Granger denuncia le gravi limitazioni ancora imposte unilateralmente da Israele: generatori, materiali per sterilizzare strumenti chirurgici, apparecchiature mediche essenziali sono ancora bloccati. “Non è solo una questione di quantità, ma di ciò che ci è permesso far entrare”, spiega. Senza un accesso umanitario libero e garantito, spiega Granger, l’assistenza sanitaria resta un’impresa quasi impossibile.
Inese
Circa un mese fa siete stati costretti a sospendere le attività mediche a Gaza City a causa dell’incessante offensiva israeliana; ci sono ora le condizioni per lavorare in sicurezza? Qual è la situazione nella Striscia di Gaza dopo l’inizio del cessate il fuoco?
Il 24 settembre abbiamo dovuto chiudere l’unica clinica che gestivamo a Gaza City, il nostro centro di assistenza sanitaria primaria vicino all’ospedale Shifa. Già due giorni prima, il 22 settembre, avevamo interrotto il servizio di distribuzione dell’acqua. La decisione è stata inevitabile: la situazione di sicurezza era insostenibile. Le autorità israeliane non avevano garantito condizioni minime per lavorare; i bombardamenti erano continui e i carri armati si trovavano a meno di 150 metri dagli ospedali, e a 500 o 700 metri dalle cliniche di Medici Senza Frontiere.
Siamo stati costretti a lasciare la città nonostante i bisogni fossero enormi. Siamo riusciti a tornare a Gaza City e a riaprire la clinica, oltre a riprendere la distribuzione dell’acqua, soltanto il 14 e 15 ottobre. I bisogni restano enormi, cessate il fuoco o no. Il fatto che ci siano meno bombardamenti non cambia la realtà: le persone continuano ad ammalarsi, continuano ad avere bisogno di acqua, di cibo e di cure.
Al momento la situazione consente il nostro ritorno a Gaza City, ma la domanda resta la stessa: per quanto tempo? Quali garanzie abbiamo che il cessate il fuoco regga davvero? E oltre al cessate il fuoco, è fondamentale che venga garantito un accesso umanitario libero, senza ostacoli, da tutti i valichi della Striscia.
Immagine
Molte persone stanno tornando nel nord della Striscia di Gaza nonostante la scarsità di servizi medici. Quali rischi sanitari affronta oggi la popolazione in quelle aree e quali sono le urgenze più gravi che state riscontrando?
Sì, molte persone stanno tornando verso il nord della Striscia e a Gaza City, ma ciò che trovano è devastazione. Nei quartieri di Jabalia, Beit Hanoun, Sheikh Radwan, Sabra o Tell el-Hawa non ci sono più edifici, solo macerie su macerie. Ci sono stato la settimana scorsa: tutto è distrutto. Ho visto persone cercare di capire se la loro casa fosse ancora in piedi, se avessero ancora un posto dove vivere. Un mio collega, che abitava nel nord di Gaza City, non è riuscito nemmeno a riconoscere la zona in cui viveva: le strade non esistono più.
Alcune famiglie sono rimaste lì fin da settembre, senza aver mai potuto lasciare la zona. Per loro i bisogni sono estremi: assistenza medica, cibo, acqua e, soprattutto, la garanzia che la guerra non ricominci.
Le emergenze più gravi che vediamo oggi riguardano la mancanza di acqua potabile, l’accesso alle cure mediche e lo sfollamento continuo della popolazione. C’è il rischio di epidemie legate alla scarsità d’acqua e alle cattive condizioni igieniche. Senza forniture sanitarie adeguate e senza infrastrutture funzionanti, è impossibile affrontare malattie infettive o curare ferite di guerra in modo sicuro.
MSF ha chiesto un “aumento massiccio e sostenuto” degli aiuti: cosa manca ancora? Avete forniture mediche a sufficienza per le vostre strutture sanitarie?
La quantità di aiuti che entra nella Striscia è assolutamente insufficiente, e non è solo una questione di quantità ma anche di tipologia dei materiali autorizzati. Molti articoli essenziali restano bloccati dalle autorità israeliane. Parliamo di generatori, pezzi di ricambio per i generatori, autoclavi – le grandi macchine necessarie per sterilizzare i set chirurgici – apparecchi perradiografie e molto altro.
Oggi negli ospedali non c’è elettricità: nessuna struttura sanitaria è collegata a una linea elettrica stabile. Senza generatori o ricambi è impossibile far funzionare le sale operatorie o mantenere in vita i pazienti in terapia intensiva.
È urgente che gli aiuti umanitari e medici possano entrare liberamente nella Striscia di Gaza, senza restrizioni arbitrarie, e che arrivino fino alla popolazione attraverso tutti i valichi. Senza questo, non possiamo garantire cure né risposte umanitarie adeguate.
(da fanpage)
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Ottobre 24th, 2025 Riccardo Fucile
SAREBBE AVVENUTO DURANTE LA RIUNIONE DEL CONSIGLIO FEDERALE
Matteo Salvini ha scoperto improvvisamente che l’ex generale Roberto Vannacci è un problema?
Davanti ai dirigenti della Lega avrebbe detto che l’autore de “Il mondo al contrario” che lui stesso ha voluto nel Carroccio non ha un appeal elettorale così decisivo. Almeno quando si tratta di portare voti al partito. Anzi. Da qui l’epifania: «Ragazzi», esordisce, «mi sono convinto di una cosa…». Si ferma quindi per una pausa tecnica. Poi l’affondo (o l’auto-affondo?): «Vannacci ci fa perdere più voti di quanti ce ne fa guadagnare». Ma in mattinata arriva la smentita al Foglio: «I virgolettati attribuiti a Matteo Salvini riportati da Il Foglio in un articolo su Roberto Vannacci sono totalmente falsi. Il leader della Lega procederà in tutte le sedi»*.
“Ma chi l’ha voluto ’sto Vannacci?”
A questo punto bisognerebbe chiedersi “Ma chi l’ha voluto ’sto Vannacci?”, come fa Salvatore Merlo riportando le parole del Capitano. Un colonnello leghista ha raccontato la scena al giornalista, descrivendo anche la faccia degli altri dirigenti. Il dopo è ancora più significativo: «Vannacci, sui social, ogni minuto urla contro migranti, islamici, ma soprattutto denuncia l’invasione persino della Lombardia dove però governiamo noi», dice Salvini ai suoi colonnelli. E poi ancora: «Se diciamo che la sicurezza al nord è un disastro, la colpa su chi volete che ricada? Sulla Lega!». In effetti come ragionamento non fa una grinza, visto che il Carroccio la governa da decenni. E se Vannacci se la prende con un candidato leghista è peggio
Ma il punto è politico. Dopo averlo voluto nel partito e aver zittito le critiche “nordiste” sulla sua figura, il Capitano si è quindi improvvisamente accorto che qualcosa non va. «Ragazzi, mi pare chiaro. Con questo profilo che ci sta dando Vannacci non si iscrive più nessuno al partito». I colonnelli sospirano: finalmente l’ha capito. Dieci mesi, due nomine e una campagna in Toscana, ci è arrivato anche lui. Poi lo hanno anche applaudito. Ora però arriva il difficile della vicenda. Dirlo al generale in pensione. Perché intanto lui ha deciso di sfidare ancora di più i vertici del Carroccio.
(da agenzie)
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Ottobre 24th, 2025 Riccardo Fucile
MELONI BOCCIATA SUL CARO AFFITTI, ORA TORNIAMO A COSTRUIRE CASE… IL GOVERNO HA PAURA DI AIUTARE GLI IMMIGRATI: MEGLIO STIANO PER STRADA COSI’ PUO’ SPECULARE SUL “DECORO” CHE FA INDIGNARE I RAZZISTELLI
Non c’è alcuna traccia del «Piano casa» annunciato nei mesi scorsi da Giorgia Meloni nella manovra da 18,7 miliardi approvata dal governo e ora al vaglio del Parlamento. A fine agosto, dal palco del Meeting di Rimini, la premier ha promesso l’approvazione di una strategia per agevolare l’acquisto di un’abitazione da parte delle giovani coppie, «perché senza una casa è molto più difficile costruire una famiglia». Eppure, di quel piano non si è più saputo nulla e chi si aspettava di scoprire qualche novità con la legge di bilancio per il 2026 è rimasto deluso. «La ragione per cui il piano casa non viene presentato è duplice: mancanza di idee e mancanza di risorse», spiega in questa intervista a Open l’economista Tito Boeri, direttore della rivista eco, il cui ultimo numero — intitolato La casa è diventata un miraggio e già disponibile in edicola — è dedicato proprio alla questione abitativa.
Professore, il ministro Giorgetti ha spiegato – rispondendo a una
domanda di Will – che il Piano casa sarà finanziato con il Fondo sociale per il clima, ma non ha precisato con quanti soldi e con quali misure. Che idea si è fatto del perché questo piano non è ancora stato presentato?
«Il piano casa era già stato annunciato lo scorso anno e avrebbe dovuto essere presentato a luglio del 2025. Al meeting di Rimini, la presidente del Consiglio ha sottolineato che un grande piano casa per le giovani coppie era la priorità del suo governo e che aveva affidato il dossier al ministro Salvini, ma il vicepremier finora ha presentato solo costosissimi piani per il Ponte sullo stretto di Messina. Penso che la ragione per cui il Piano casa del governo Meloni stia diventando una specie di araba fenice sia duplice: mancanza di idee e mancanza di risorse.
Anche questo governo, come i precedenti, tende a privilegiare la proprietà rispetto agli affitti, e questa è un’impostazione che ha un costo generazionale altissimo. Misure come la conferma dei bonus per le ristrutturazioni e l’esclusione della prima casa dal calcolo dell’Isee vanno unicamente a vantaggio dei proprietari. Sugli affitti, che riguardano più da vicino i giovani, non viene affatto assolutamente nulla».
E per quanto riguarda la mancanza di risorse?
«Le risorse effettivamente sono limitate. Ma ricordiamoci che ci stiamo avvicinando alla scadenza del Pnrr con moltissime risorse non spese. Perché non destinare una quota consistente di quei fondi a piani di edilizia popolare nelle città?».
Il piano casa del governo Meloni si rivolge alle giovani coppie. È una strategia giusta oppure rischia di discriminare i single monoreddito?
«Il discorso della natalità è fortemente intrecciato a quello della casa. Molti giovani non pianificano di avere figli perché sono costretti a vivere ancora con i genitori. Per ampliare la disponibilità di alloggi per persone a basso reddito si potrebbe modulare la cedolare secca in base al reddito dell’affittuario: più alto il reddito, più alta la cedolare, che dovrebbe invece azzerarsi per studenti o persone vicine alla soglia di povertà. Questo indurrebbe molti proprietari a dare la casa a giovani a prezzi più accessibili».
Che voto darebbe a ciò che ha fatto Giorgia Meloni sul fronte delle politiche per la casa in questi tre anni di governo?
«Il governo ha avuto il merito di chiudere tutti i rubinetti del Superbonus, una politica folle che ha creato delle voragini nei conti pubblici. Ma continua a sussidiare massicciamente e indiscriminatamente le ristrutturazioni. E non ha fatto nulla sul tema degli affitti, dove si concentrano oggi gran parte dei problemi legati alla casa. Io credo che una delle ragioni per cui il governo fa fatica a intervenire abbia a che fare con l’immigrazione».
Cosa intende?
«Questo governo raccoglie consensi facendo campagna contro gli immigrati, ma ogni politica per la casa che affronti il disagio abitativo non può che avere come beneficiari anche loro. I decreti flussi del governo faranno arrivare, nell’arco di una legislatura, un milione di immigrati. Dobbiamo porci il problema di trovare loro una casa a condizioni accessibili, altrimenti li lasciamo per strada e diventano una fonte di disagio sociale».
La manovra del governo Meloni conferma i bonus edilizi anche per il 2026. C’è un modo per accelerare le riqualificazioni energetiche degli edifici, e raggiungere gli obiettivi della direttiva «case green», senza sfasciare i conti pubblici?
«Certamente. Tanti altri Paesi hanno incentivi per le ristrutturazioni a risparmio energetico, ma sono differenziati in base al reddito dei proprietari e più contenuti rispetto ai nostri. Anche in questo caso, i bonus andrebbero rimodulati in base alla capacità reddituale, chiaramente non quella degli affittuari ma dei proprietari».
Torniamo un attimo al problema del caro-affitti. A cosa si deve l’aumento del prezzo delle abitazioni, ben più marcato rispetto alla crescita dei salari, negli ultimi anni?
«Ci sono due fenomeni. Il primo riguarda il fatto che siamo un Paese in declino demografico ma in cui le città, soprattutto Milano, stanno vivendo una crescita demografica significativa. Questo porta la domanda di abitazioni ad aumentare in un mercato fortemente regolamentato in cui l’offerta reagisce con molto ritardo all’aumento della domanda. Gli aumenti dei prezzi delle case sono localizzati soprattutto nelle grandi città, mentre nelle zone rurali abbiamo un andamento dei prezzi che è anche inferiore a quello dell’inflazione in generale. Il secondo fenomeno riguarda ovviamente l’andamento dei salari, di cui ci occuperemo nel prossimo numero di eco. Ci sono problemi legati a come funziona il sistema della contrattazione collettiva in Italia e al fatto che non solo non c’è un salario minimo, ma nemmeno una legge sulla rappresentanza».
L’ultimo grande programma per l’edilizia popolare in Italia è il piano Fanfani del 1949, mentre oggi nelle città si parla solo di
edilizia convenzionata e social housing. Perché si è smesso di costruire case popolari?
«Perché si tratta di investimenti costosi e mancano le risorse per farle. Ogg si è scelto di agire con i privati anche sul fronte delle politiche per la casa, ma il problema è che gli accordi sono spesso elusivi e limitati. Uno degli esempi più lampanti è lo studentato che sorgerà a Milano dopo le Olimpiadi di Milano-Cortina, dove i canoni di affitto per gli studenti saranno altissimi».
Ci sono Paesi o città europee che hanno messo in atto politiche da cui potremmo prendere spunto?
«Senz’altro. In Francia, per esempio, vengono costruite case popolari anche in centro città, perché ci sono incentivi molto forti a farlo. Anche in Germania ci sono state politiche abitative interessanti, di cui parliamo ampiamente nel numero di eco in edicola. E i paesi europei spendono molto di più per sussidi agli affitti di famiglie povere. I dati Eurostat ci dicono che l’Italia spende, in rapporto al Pil, per “housing benefits” un terzo della Spagna, un decimo della Svezia, un ventesimo di Francia e Germania e addirittura un duecentesimo del Regno Unito».
(da agenzie)
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Ottobre 24th, 2025 Riccardo Fucile
“FECE SPARIRE I GUANTI DEL KILLER, LE ISTITUZIONI INQUINARONO LE INDAGINI”
Dopo anni di silenzi e depistaggi, il caso dell’omicidio di Piersanti Mattarella potrebbe trovarsi di
fronte a una svolta decisiva. È stato arrestato e posto ai domiciliari Filippo Piritore, ex prefetto e funzionario della squadra mobile di Palermo. A notificare il decreto di misura cautelare la Direzione investigativa antimafia. Secondo la procura del capoluogo siciliano, Piritore avrebbe «reso dichiarazioni rivelatesi del tutto prive di riscontro» rispondendo ad alcune domande riguardo al guanto trovato a bordo della Fiat 127 usata dai killer per recarsi sul luogo dell’omicidio dell’allora governatore della Sicilia, avvenuto il 6 gennaio 1980. Le parole dell’ex prefetto si sarebbero inserite in una più ampia rete di depistaggi portata avanti «da appartenenti alle istituzioni» e in cui spunterebbe il nome di Bruno Contrada, ex numero 2 del Sisde già condannato
a dieci anni per concorso esterno in associazione mafiosa.
L’inganno di Piritore e l’inquinamento delle indagini
Sentito dai pm, Piritore avrebbe mentito raccontando di diversi passaggi di mano del guanto di pelle, passaggi che non sarebbero però avvenuti come lui ha raccontato. Dichiarazioni che, nell’ipotesi degli inquirenti, avrebbero «contribuito a sviare le indagini funzionali (anche) al rinvenimento del guanto (mai ritrovato)». Stando a quanto scrivono i pm della Dda di Palermo, «le indagini sull’omicidio dell’ex presidente della Regione Piersanti Mattarella furono gravemente inquinate e compromesse dai appartenenti alle istituzioni che, all’evidente fine di impedire l’identificazione degli autori del delitto, sottrassero dal compendio probatorio un importantissimo reperto, facendone disperdere definitivamente le tracce».
La testimonianza falsa di Piritore e i presunti passaggi di mano
Secondo la Dia il guanto costituisce un tassello fondamentale per risalire agli esecutori materiali e ai mandanti dell’omicidio, ritenuto di «specifico interesse pubblico». Quel reperto, perso per errore da uno dei killer nell’auto abbandonata dopo la fuga, è però scomparso. I pm nel settembre 2024 hanno sentito Filippo Piritore, ormai in pensione, che avrebbe raccontato loro – mentendo, almeno secondo gli investigatori – di aver affidato il guanto all’agente della Scientifica Di Natale, che a sua volta avrebbe dovuto consegnarlo al sostituto procuratore Pietro Grasso. Quest’ultimo, secondo Piritore, avrebbe poi ordinato di far riavere il reperto al Gabinetto regionale di Polizia scientifica e Piritore. A quel punto, lo avrebbe consegnato, con relativa attestazione, a un altro agente della Polizia scientifica di
Palermo, Lauricella, per lo svolgimento degli accertamenti tecnici.
I punti deboli: l’agente inesistente e il ruolo di Piritore nella sparizione del guanto
Sempre lo stesso Piritore, ha raccontato che la Squadra mobile era in possesso di una annotazione in cui la consegna del guanto alla Scientifica risultava compiuta. Una storia ritenuta altamente inverosimile e illogica dagli inquirenti, secondo cui una prova potenzialmente decisiva – tanto da arrivare alle orecchie dell’allora ministro dell’Interno Rognoni – sarebbe stata oggetto di un ping pong tra i vari uffici per giorni. Il racconto di Piritore, inoltre, è stato già smentito dalle testimonianze dell’ex pm Piero Grasso e dell’agente Di Natale. E dal fatto che tra gli agenti in forze in quell’anno alla Scientifica non risulta nessun Lauricella. «Filippo Piritore, consegnatario del guanto sin dal momento del suo ritrovamento, pose in essere un’attività che ne fece disperdere ogni traccia», scrivono i pm. Secondo loro, infatti, l’ex prefetto si fece consegnare il guanto dalla Scientifica «sottraendolo al regolare repertamento e contrariamente a ciò che di norma avveniva in tali circostanze».
Chi è Bruno Contrada e il suo ruolo nel depistaggio
Nell’inchiesta, portata avanti dal procuratore antimafia Maurizio De Lucia e i sostituti Antonio Charchietti e Francesca Dessì, spunta anche il nome di Bruno Contrada. Napoletano ed ex numero due dei Servizi per le informazioni e la sicurezza democratica (Sisde), all’epoca dell’omicidio Mattarella era capo della squadra mobile di Palermo e della Criminalpol. Come ha accertato una sentenza, passata in giudicato nel 2007, già nel
1980 Contrada intratteneva rapporti con la Cupola di Cosa nostra, in particolare Totò Riina e Michele Greco. Secondo i pm, questo legame con la mafia siciliana sarebbe stato vivo anche nelle settimane in cui l’ex agente dei Servizi stava indagando sull’omicidio. Non solo. Gli inquirenti ritengono che Contrada fosse presente sul luogo del delitto quello stesso 6 gennaio 1980 e che fu lui, con l’aiuto di un ufficiale dei carabinieri e dell’allora pm Piero Grasso, a raccogliere informazioni dalla vedova di Mattarella, Irma Chiazzese, e dal figlio Bernardo. Riguardo al suo coinvolgimento nella vicenda del guanto, è stato proprio Piritore a fare il nome di Contrada: «Avvisai subito il dirigente della Mobile, nella persona di Contrada, che evidentemente mi disse di avvisare il dottor Grasso e di mandare i reperti alla Scientifica». Secondo i magistrati, Contrada e Piritore erano amici e si frequentavano anche oltre il lavoro.
Le vicende giudiziarie di Bruno Contrada e la condanna
Il nome di Bruno Contrada è stato associato a più riprese alla strage di via D’Amelio, in cui Paolo Borsellino perse la vita il 19 luglio 1992. Arrestato nel dicembre di quello stesso anno grazie alla testimonianza di importanti pentiti di mafia – su tutti Tommaso Buscetta e Gaspare Mutolo – fu prima assolto, poi condannato in via definitiva a dieci anni per concorso esterno in associazione mafiosa. Secondo Mutolo, il nesso che aveva consentito in un primo momento a Contrada di entrare in contatto con i vertici di Cosa nostra sarebbe stato Stefano Bontate, della cosca di Santa Maria di Gesù. Da lui, però, i contatti si sarebbero poi allargati agli altri boss mafiosi, Totò Riina su tutti.
(da La repubblica)
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Ottobre 24th, 2025 Riccardo Fucile
UMANITA’ QUESTA SCONOSCIUTA (IL BUON SENSO ORMAI CON QUESTO GOVERNO E’ ANDATO A PUTTANE)
Mi rattrista il video dei tutori dell’ordine che sfondano a picconate la parete di un appartamento di
Bologna dove vive una madre single con tre figli, tra cui una disabile. Mi rattrista al di là di ogni considerazione nel merito dello sgombero, e anche di ogni giudizio sul nuovo capitalismo abitativo che spinge i proprietari a sostituire i residenti (persino quelli che, come la signora, pagano regolarmente l’affitto) con i ben più remunerativi turisti. Mi rattrista perché sembra dar ragione a chi sostiene che sta scomparendo una certa idea di umanità.
La settimana scorsa non mi era piaciuto che Ilaria Salis usasse la tragedia dei carabinieri uccisi durante uno sgombero per denunciare il problema del caro-affitti, e ovviamente non perché si trattasse di una campagna ingiustificata, ma, anche lì, per una questione di umanità.
Allo stesso modo oggi mi domando: davvero non si potevano offrire alternative a quella famigliola disagiata che non fossero una camera d’albergo a 40 chilometri dalla scuola e dall’istituto di logopedia frequentati dalla bambina? Davvero bisognava agire in pompa magna, alle 7 del mattino, quando lei e i fratelli erano ancora in casa? Qualcuno si è posto il problema dello sconvolgimento che avrebbe provocato in quei bambini assistere a una scena tanto violenta?
Venticinque righe sono troppo poche per affrontare l’emergenza-case, ma abbastanza per chiedermi, e chiedervi, se questa mancanza di umanità sempre più diffusa non sia essa, ormai, la vera emergenza.
(da Corriere della Sera)
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