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LA DENUNCIA DELL’UNICEF: “A LAMPEDUSA BARCONI CARICHI DI BIMBI SOLI, IN FUGA DALLA FAME”

Ottobre 29th, 2025 Riccardo Fucile

INTERVISTA AL PRESIDENTE NICOLA GRAZIANO: “PICCOLI MIGRANTI CON GAMBE USTIONATE DA ACQUA SALATA E BENZINA”

«A Lampedusa ho visto barconi carichi di bimbi arrivati da soli dai paesi del Sud del mondo. Senza genitori, senza nessuno, navigano per giorni in barche di vetroresina con motori da 40 cavalli, stipati in spazi di mezzo metro di altezza. Un viaggio della speranza dalla Libia per 70-80 miglia in mare aperto, per cercare fortuna in Italia e poi in Europa. Alcuni, quando arrivano, hanno le gambe ustionate, per essere rimasti immersi nell’acqua di mare mista a benzina. Scappano da fame e guerra. Vogliono solo lavorare. Nei loro occhi ho visto paura, fatica e speranza. Sono quasi 40mila gli sbarchi dall’inizio del 2025. Questo dei minori stranieri non accompagnati è un fenomeno esteso e attuale. È un dramma che l’Italia deve conoscere».
È la testimonianza a Fanpage.it di Nicola Graziano, giudice napoletano con una lunga esperienza nel recupero di beni confiscati alla criminalità organizzata. Da maggio Graziano è presidente di Unicef Italia, incarico per il quale ha rinunciato a stipendio e rimborsi. «Sono arrivato alla presidenza di Unicef – racconta – dopo un lungo percorso di volontariato e poi nel consiglio direttivo. È un grande onere ma anche un grande onore essere presidente del comitato dell’Unicef».
L’Unicef è l’agenzia delle Nazioni Unite che difende i diritti dei bambini in tutto il mondo. Come siamo messi in Italia?
I dati sulla povertà in Italia sono allarmanti: 2 milioni e mezzo di bambini italiani sono a rischio povertà. Quasi mezzo milione
solo in Campania. Noi ci occupiamo di loro con diversi programmi, ma assistiamo anche i bimbi in difficoltà nel resto del mondo: oltre 200 milioni soffrono la fame e hanno bisogno di assistenza umanitaria. Ci sono 56 fronti di guerra aperti. Le donazioni aiutano a fare tantissimo. E Unicef è in campo in tutte le crisi umanitarie. In Italia siamo impegnati contro la dispersione scolastica che va in contrapposizione a quello che è un diritto fondamentale della Costituzione: quello dell’istruzione, della conoscenza e della cultura. Gli articoli della Costituzione sulla scuola dell’obbligo sono violati. Un altro fenomeno che stiamo monitorando riguarda l’abbassamento dell’età lavorativa.
In che senso?
Anche in Italia stiamo assistendo a ragazzini che entrano nel mondo del lavoro sempre prima. Il merito dell’Unicef, e lo dico con orgoglio, è stato di aver creato un osservatorio per il lavoro minorile. Abbiamo registrato un aumento tra il 2021 e il 2025 di circa 30mila ragazzi minorenni, tra i 15 e i 17 anni, che lavorano. Ad oggi sono circa 80mila, di cui 5mila in Campania. Questo comporta un grande rischio per gli infortuni sul lavoro. Abbiamo un tasso di denunce di infortuni per lavoratori minorenni che in Piemonte supera il 50%. È un problema che va affrontato, perché è chiaro che la Costituzione italiana riconosce il diritto al lavoro, anche minorile, ma bisogna avere formazione.
Molti non lo sanno. Da che età si può cominciare a lavorare in Italia?
Il nostro codice civile parla di un’età minima di 14 anni. Ma io sono convinto che ci siano dei tipi di lavoro che non si possono
fare. Per esempio tutti quelli che richiedono grande sforzo, che implicano una energia fisica considerevole. Il tutto deve essere reso compatibile con l’educazione scolastica che non può essere messa da parte.
Tornando all’inizio del discorso, una delle categorie più fragili dei ragazzi in difficoltà è quella dei minorenni stranieri non accompagnati (Msna). Tanti bambini migranti che vengono spesso dal Sud del mondo e sono soli. Cioè arrivano sul territorio italiano e non hanno nessuno. Chi sono, da dove vengono e che fine fanno?
Nel 2024 i posti attivi nei Sai in Italia per questi ragazzini erano circa 6mila. L’Unicef ha un ufficio specifico che si occupa di loro che si chiama E-Caro. È un fenomeno purtroppo esteso e attualissimo. A Lampedusa quest’anno ci sono stati quasi 40mila sbarchi, la maggior parte sono minori stranieri non accompagnati che arrivano dalla Libia. Ho visto negli hotspot circa 800 ragazzi per la maggior parte egiziani. Per disperazione vengono mandati in Europa dai genitori per trovare lavoro e per poi assistere le loro famiglie. Chi ce la fa riesce poi a mantenerle.
È veramente una grande sfida perché il mare aperto può essere tiranno e strappare la vita. Questi ragazzi arrivano i barconi di fortuna, in vetroresina, con motori di 40 cavalli, che poi vengono sequestrati. Se non accade quello che è accaduto qualche giorno fa, quando un barcone si è rovesciato e ci sono state persone che hanno perso la vita: è morta una donna incinta e sono andati dispersi dei giovani.
Fiori bianchi per le vittime di Lampedusa
Fiori bianchi per le vittime di Lampedusa
Molti sbarcano proprio a Lampedusa, dove sono assistiti nell’hotspot, per poi essere portati in Sicilia e in Italia nei centri di prima accoglienza. L’Italia li accoglie e in qualche modo assicura loro la prima assistenza e poi una educazione anche al lavoro, perché possano essere inquadrati nella speranza di poter garantire loro un futuro. Hanno un permesso provvisorio fino a 21 anni e poi cercano la loro strada e la loro vita.
Dall’altra parte ci sono gli angeli della capitaneria di porto che sono in mare quotidianamente per evitare queste tragedie. A loro va un grande plauso. Io li ho visti e li ho conosciuti. Sono persone impegnate nella prima emergenza che veramente hanno a cuore la sensibilità di questi ragazzi e la loro vita.
Uno dei temi più importanti di cui si occupa l’Unicef è quello dei bambini che si trovano al in paesi di conflitto. Cosa sta facendo Unicef Italia?
I numeri sono spaventosi. In Ucraina dall’inizio del conflitto sono morti o feriti quasi 3mila bambini, moltissimi sono sfollati. Quasi 4 milioni di bambini hanno perso almeno uno dei due genitori. Noi abbiamo portato con Unicef Italia quasi 13 milioni di aiuti. Ma adesso sta arrivando l’inverno e ci stiamo già preparando per fornire assistenza per le carenze dei servizi, come il riscaldamento, le scuole. È il quarto anno consecutivo che interveniamo per assicurare l’anno scolastico ai bimbi ucraini.
L’altro fronte è quello di Gaza, speriamo che la pace e la tregua possano durare, ma la guerra ha lasciato dei segni importanti. Ci sono 64mila bambini nella Striscia di Gaza che sono morti o
feriti. Ci sono dati impressionanti, come 320mila bambini che sono a rischio malnutrizione. E ci sono tantissimi problemi legati alla distruzione di ospedali e di scuole. Lì, i nostri volontari hanno garantito la formazione con le temporary school, offrendo kit di prima assistenza. Al momento dell’annuncio della tregua, Unicef era già pronta con 1.300 camion per entrare nella Striscia e dare la prima assistenza.
(da Fanpage)

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“TRATTATI COME BESTIE”: LA DENUNCIA DI UN TRATTENUTO NEL CPR DI MILANO TRA SPORCIZIA, DOCCE GELIDE E CIBO SCADENTE

Ottobre 29th, 2025 Riccardo Fucile

“CI TOLGONO LA DIGNITA’, LA VOGLIA DI PARLARE E DI SPERARE”

In questo momento Ali (nome di fantasia) è trattenuto all’interno del Cpr (Centro permanenza rimpatri) di via Corelli a Milano. Questo perché dopo 14 anni trascorsi in Italia non gli è stato rinnovato il permesso di soggiorno a causa di una vecchia condanna penale in materia di sostanze stupefacenti. Così, a fine settembre, Ali si è presentato in questura per fare richiesta di
protezione complementare.
“Una domanda speciale basata sul radicamento sul territorio nazionale”, ha spiegato a Fanpage.it l’avvocato del ragazzo. “Nel suo caso dovuto a un radicamento lavorativo e sentimentale dal momento che convive da qualche anno con una cittadina italiana nel Milanese”. Da allora, però, Ali si trova all’interno del Corelli dove, ogni giorno, si trova a vivere una situazione di “degrado”, fatta di “soprusi e condizioni disumane”. “Una vergogna” che Ali ha deciso di denunciare a Fanpage.it.
Le condizioni all’interno del Corelli
“Qua dentro la situazione è veramente pesante, ci trattano come delle bestie”, ha esordito Ali a Fanpage.it per descrivere la situazione che si ritrova a vivere all’interno del Corelli. “Le stanze sono sporche, ci sono i piccioni dappertutto, anche dentro le sezioni”. In più, “i materassi sono vecchi, sfondati, c’è puzza di umidità, l’acqua delle docce, quando c’è, è gelida e i bagni sono sempre intasati con un odore tremendo. La situazione è davvero dura”.
Come si può osservare nelle immagini dei video che sono stati mandati a Fanpage.it, le docce all’interno del Cpr risultano essere colme di rifiuti, da bottiglie di plastica a mozziconi di sigaretta, i bagni sono intasati e i lavandini ricoperti di sporcizia. Elementi che danno l’idea di uno stato di degrado talmente profondo e radicato che, anche quando vengono fatte le pulizie, “dopo un’ora è già tutto come prima”.
Non è finita qui. “Il cibo è scarso e quasi sempre freddo”, ha riferito ancora Ali. Poi, per quanto riguarda l’aspetto sanitario,
“chi sta male riceve poca attenzione dall’infermeria, danno la stessa medicina per tutto”. O, dall’altro lato, “c’è un abuso di terapie e psicofarmaci”, ha continuato Ali a Fanpage.it. “Lo fanno perché tengono la gente buona”. In generale, “c’è poca attenzione da parte della sanità”. Ad aggravare la situazione già critica, l’essere trattenuti in un non-luogo ai margini della città “senza sapere quando si potrà uscire”. Il risultato, però, è che in questa situazione, “la disperazione è tanta: ci sono persone che hanno provato più volte a impiccarsi, altri che si tagliano”.
“Ti senti veramente dimenticato qua dentro”, ha concluso Ali a Fanpage.it. “Ti fanno sentire inutile come se non contassi niente, ti tolgono la dignità, la voglia di parlare e perfino di sperare. Non è giusto. Non siamo numeri, ma esseri umani. Mi vergogno di questo sistema che chiude gli occhi e di chi dice che va tutto bene perché non è così. Ogni persona dovrebbe essere trattata come un essere umano, non finire chiusa e dimenticata in un posto così”.
Il Cpr di Milano a processo per le sue “condizioni disumane”
Già a dicembre 2023 il Cpr di via Corelli è finito al centro di un’inchiesta della procura di Milano, aperta dopo una serie di denunce e segnalazioni sulle condizioni “disumane” registrate all’interno della struttura da alcune associazioni per i diritti umani e dalle stesse persone trattenute al suo interno. Oltre a ciò, un sopralluogo della commissione parlamentare sui Cpr ha documentato “gravi carenze igienico-sanitarie, sovraffollamento e violazioni della dignità personale”.
L’indagine, coordinata dai pm Paolo Storari e Giovanni Cavalleri e condotta dal nucleo di polizia economico-finanziaria della Guardia di Finanza, ha portato alla luce condizioni “infernali” e “degradanti” nel centro e, il 13 dicembre 2023, al sequestro del ramo della Martinina srl, società che allora gestiva il Cpr. I due amministratori, Alessandro Forlenza e Consiglia Caruso, sono finiti a processo con le accuse di frode in pubbliche forniture e turbativa d’asta. Inoltre, secondo le associazioni Naga, ASGI, Arci e Be Free che si sono costituite parte civile nel procedimento, una parte della responsabilità ricadrebbe anche sulla Prefettura di Milano, accusata di non aver esercitato in modo adeguato il proprio ruolo di controllo sulla gestione del centro.
Dopo un periodo di amministrazione giudiziaria, il Cpr di via Corelli è stato affidato a una nuova società, individuata tramite un bando pubblico indetto dalla Prefettura. Tuttavia, come emergerebbe dai video ricevuti da Fanpage.it e dalla stessa testimonianza di Ali, a due anni dall’inizio dell’inchiesta, la situazione all’interno del Corelli non sembrerebbe essere cambiata.

(da Fanpage)

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PIU’ DELLA META’ DEI SOCCORSI IN MARE CLASSIFICATI COME OPERAZIONI DI POLIZIA: I DATI RACCOLTI DA OPEN ARMS

Ottobre 29th, 2025 Riccardo Fucile

L’ONG LANCIA LA CAMPAGNA “ROTTA COMUNE” PER CHIEDERE AL PARLAMENTO EUROPEO DI RIPRISTINARE UNA MISSIONE DI RICERCA DI SOCCORSO…. SALVARE VITE NON E’ UN PROBLEMA DI ORDINE PUBBLICO

I soccorsi in mare continuano a essere classificati come operazioni di polizia dal governo Meloni. Si tratta di una prassi ormai consolidata dal 2019 in poi. Di fatto significa che i
migranti non vengono considerate persone salvate nell’ambito di operazioni di Search and Rescue (Sar), ma vengono etichettati come soggetti intercettati appunto nell’ambito di operazioni di polizia (Law enforcement).
Dai dati di inizio ottobre, che emergono da un accesso agli atti avviato dall’ong Open Arms la scorsa estate, risulta che oltre il 58% dei soccorsi in mare effettuati dal 2019 a oggi è stato classificato come “operazioni di polizia” (Law Enforcement) e non come missioni di ricerca e salvataggio (SAR).
Una scelta che non è solo linguistica, ma politica, e di fatto trasforma il dovere umanitario di salvare vite in una questione di ordine pubblico, spiega Open Arms, che lancia oggi la campagna europea “Rotta comune”, un’iniziativa di informazione e sensibilizzazione. L’obiettivo è smantellare la deriva securitaria nella gestione dell’immigrazione e la narrazione distorta secondo cui chi effettua salvataggi compie un crimine.
Sempre dai dati del ministero emerge che solo tra il 2023 e il 14 settembre 2025, le persone soccorse in operazioni SAR sono state 171.622, mentre quelle intercettate in operazioni di polizia 81.511: in pratica quasi la metà degli arrivi via mare è gestita come azione di law enforcement.
Sono dati dicevamo che confermano una tendenza. Nell’aprile 2023, la rivista Altreconomia, dopo un accesso civico, aveva pubblicato i dati della Direzione centrale dell’immigrazione e della polizia delle frontiere presso il Viminale: nel periodo considerato, cioè 2019-2023, su 6.356 ‘eventi’, oltre il 75% è stato considerato attività di Law enforcement.
Gli effetti del decreto Piantedosi sul soccorso in mare
Il governo, fin dai primissimi momenti dopo il suo insediamento, ha dichiarato guerra alle Ong. Lo ha fatto prima di tutto emanando il decreto Piantedosi, restringendo il campo d’azione delle organizzazioni, con l’obiettivo di impedire loro di svolgere le loro missioni di pattugliamento in mare e ostacolarle nell’attività di soccorso in mare. Le azioni di contrasto alle ong sono passate anche da navi sotto sequestro, equipaggi indagati, porti di sbarco assegnati sempre più lontano dal luogo del soccorso. Eppure la gran parte delle operazioni SAR vengono effettuate dalle autorità italiane, il lavoro delle Ong rappresenta una piccola porzione dei salvataggi che avvengono nel Mediterraneo: dai dati raccolti da Open Arms, si evince che dal 2023 (certamente anche per via del decreto legge Piantedosi del 2023) a oggi, le Ong hanno portato a termine 543 interventi di salvataggio, pari a circa il 12% di tutte le operazioni SAR, contro le 3.949 operazioni condotte dalle autorità italiane.
Eppure Il Mediterraneo centrale resta una delle rotte più letali al mondo. Dal 2016 a oggi, secondo i dati OIM, sono state oltre 25.400 le persone morte o disperse nel tentativo di attraversare quel tratto di mare. Nonostante questa tragedia umanitaria, il lavoro delle Ong come abbiamo visto è stato contrastato e penalizzato: le navi umanitarie hanno subito 32 fermi amministrativi e oltre 700 giorni complessivi di stop operativo, riducendo drasticamente la loro capacità di intervento.
Ricordiamo che Open Arms è coinvolta anche nella vicenda che vede imputato il ministro Matteo Salvini per i reati di sequestro di persona e rifiuto di atti d’ufficio. Salini
L’Europa non fa nulla per evitare le morti in mare
Dal 2023, ricorda Open Arms, il Parlamento europeo ha avuto l’occasione di cambiare rotta. Ogni anno alcuni esponenti del gruppo The Left, S&D e The Greens presentano un emendamento al bilancio dell’Unione chiedendo l’istituzione di una missione europea di ricerca e soccorso in mare attraverso lo stanziamento di un fondo ad hoc. Nel 2025, il budget per tale operazione sarebbe stato di 240 milioni, ovvero un terzo del bilancio di Frontex, ma purtroppo il 22 ottobre scorso non è stato votato dalla maggioranza, la stessa che chiede che le organizzazioni non operino più nel Mediterraneo centrale. Agire sul bilancio avrebbe avuto un valore politico significativo, comunicando che il salvataggio non è un gesto volontario, ma un dovere collettivo. Avrebbe ricordato a ogni contribuente europeo che il documento di bilancio è un manifesto politico che racconta l’indirizzo che l’Europa intende seguire con le nostre risorse.
Eppure, l’emendamento non è mai stato approvato, così come non è mai stata attuata la risoluzione del Parlamento europeo del luglio 2023, che chiedeva un meccanismo europeo coordinato di ricerca e di soccorso e la fine della criminalizzazione delle Ong.
La campagna ‘Rotta comune’ di Open Arms
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“Chi salva, paga il prezzo. Ma a pagare davvero è l’Europa, che affonda insieme ai suoi valori”, dichiara Òscar Camps, fondatore di Open Arms. “Con Rotta comune vogliamo ricordare che la solidarietà non è un crimine: è l’essenza dell’Europa che
vogliamo difendere. Serve agire e invertire una rotta che parta dalle parole e arrivi alle azioni istituzionali: una rotta che rispetti i diritti umani e racconti la realtà”.
Secondo Open Arms, tra le attività che hanno contribuito a cambiare la percezione del soccorso in mare, rendendolo di fatto un atto da criminalizzare, c’è senza dubbio l’uso improprio delle parole.
Open Arms, con questa campagna, vuole puntare l’attenzione su come il cambio di vocabolario possa portare al cambiamento politico: il linguaggio contribuisce in modo decisivo a formare l’immaginario collettivo. Definire le navi umanitarie come “pirati” o “taxi del mare”, significa spostare la narrazione, dalla solidarietà al sospetto, insinuando un’idea di illegalità che non corrisponde alla realtà.
Come da anni evidenzia l’Associazione Carta di Roma, le parole non sono mai neutre: termini come “clandestino” o “illegale” adottati per definire lo status di persone migranti, generano un pregiudizio che alimenta paura e disinformazione. Cambiare linguaggio dunque non è una questione di forma, ma di responsabilità, e può effettivamente determinare un cambiamento.
La campagna “Rotta comune” punta a riaprire il dibattito europeo su una missione comune di ricerca e soccorso e sul riconoscimento del diritto di salvare vite. “Serve una rotta unica, che parta dal mare e arrivi alla terraferma, passando per la dignità,” sottolinea Camps. “Perché finché salvare sarà un crimine, l’Europa continuerà ad affondare”.
Open Arms coinvolta nel processo a Salvini: l’udienza in Cassazione il prossimo 11 dicembre
Ricordiamo che Open Arms è coinvolta anche nella vicenda giudiziaria che ha visto imputato il ministro Matteo Salvini per i reati di sequestro di persona e rifiuto di atti d’ufficio, per aver impedito all’ong spagnola di sbarcare a Lampedusa 147 migranti che aveva salvato in mare nell’agosto 2019. Salvini a dicembre dell’anno scorso è stato assolto in primo grado, poi la Procura della Repubblica di Palermo ha presentato ricorso alla Corte di Cassazione contro l’assoluzione, e l’udienza è in calendario per il prossimo 11 dicembre.

(da Fanpage)

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GREENPEACE PRESENTA “IL CONTO” DELLA CRISI CLIMATICA: “CHI INQUINA DEVE PAGARE”

Ottobre 29th, 2025 Riccardo Fucile

A ROMA UN MAXI SCONTRINO DA 5.000 MILIARDI DI EURO DAVANTI A PALAZZO CHIGI

Un gigantesco scontrino srotolato in Piazza di Spagna per “presentare il conto della crisi climatica” a governo e multinazionali del fossile. È l’azione dimostrativa messa in scena da Greenpeace Italia, mentre a Palazzo Chigi si discute la prossima legge di bilancio. Sul documento simbolico, lungo diversi metri, figurano 200 eventi climatici estremi registrati negli ultimi dieci anni. Dall’alluvione in Emilia-Romagna del 2023 ai cicloni tropicali, e una cifra: oltre 5.000 miliardi di euro di danni economici globali. Secondo una nuova analisi di Greenpeace basata sul costo sociale del carbonio (SCC), nel periodo 2016-2025 le emissioni di sei colossi del petrolio e del gas – ExxonMobil, Chevron, Shell, BP, TotalEnergies ed ENI – avrebbero generato 5.070 miliardi di euro di danni economici. La
stima, elaborata da scienziati indipendenti, considera gli impatti su salute, agricoltura, sicurezza alimentare, innalzamento del livello del mare e disastri meteorologici. Per l’Italia, la quota attribuita a ENI ammonterebbe a circa 460 miliardi di euro.
Greenpeace: «Tassare chi inquina per finanziare la transizione»
«È ora di cambiare le regole del gioco – afferma Simona Abbate di Greenpeace Italia –. I governi devono far pagare i grandi inquinatori e usare quei fondi per rafforzare la transizione energetica e la sicurezza del territorio». L’organizzazione chiede al governo guidato da Giorgia Meloni di inserire nella legge finanziaria una tassa sui profitti delle società fossili e delle industrie belliche, destinando il gettito alla difesa del clima. «Otto italiani su dieci – prosegue Abbate – sono favorevoli a un prelievo fiscale sulle aziende del settore fossile. Non può più essere la collettività a pagare il prezzo dei disastri ambientali».
Ondate di calore e costi umani
Nello scontrino simbolico figurano anche i numeri più recenti del rapporto Lancet Countdown on Health and Climate Change 2025. Quest’ultimo, documenta l’impatto crescente della crisi climatica in Italia. Nel 2024, i cittadini italiani sono stati esposti in media a 46 giorni di ondate di calore, con una perdita stimata di 364 milioni di ore di lavoro, pari a 15 ore per persona. Dati che, secondo Greenpeace, mostrano come la crisi climatica sia già «una questione economica e di giustizia sociale, non solo ambientale».
Il prossimo appuntamento al Climate Pride
La campagna “Polluters Pay Pact”, che riunisce centinaia di organizzazioni nel mondo, chiede ai governi di tassare i profitti delle compagnie inquinanti per finanziare l’adattamento climatico. Greenpeace porterà la stessa richiesta anche al Climate Pride del 15 novembre a Roma, evento nazionale che coinciderà con la COP30 di Belém e con i negoziati ONU sulla Convenzione Fiscale Globale. «È un momento decisivo – conclude Abbate –: il mondo ha bisogno di un segnale politico forte. L’era dei combustibili fossili deve finire, e deve farlo ora».

(da agenzie

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COME HA FATTO LA CINA, IL PAESE CHE INQUINA DI PIU’, A DIVENTARE IL PADRONE DELLE RINNOVABILI?

Ottobre 29th, 2025 Riccardo Fucile

IN 25 ANNI DA PAESE ARRETRATO E DIVENTATA UNA SUPERPOTENZA GLOBALE

La Cina ci ha abituato a miracoli economici. Negli ultimi 25 anni è passata da Paese arretrato a superpotenza globale, da «Fabbrica del mondo» a colosso tecnologico, da economia chiusa a maggior esportatore internazionale. Nello stesso arco di tempo è diventata anche primo inquinatore e leader della transizione energetica. Come ha fatto? Tutto inizia nel 2001 quando Pechino entra nell’Organizzazione mondiale del commercio: la crescita esplode e la richiesta di energia, prodotta principalmente da carbone, si impenna. Si comincia a porre il problema di come raggiungere la sicurezza energetica senza dipendere dai Paesi produttori di petrolio e gas. A partire dal 2006 la Cina supera gli Usa come principale produttore di CO2 del pianeta. Nelle città l’inquinamento stava ormai diventando un problema sanitario: secondo la Banca Mondiale 16 delle 20 metropoli più contaminate del pianeta sono cinesi (qui pag. 15). Mentre le rivolte popolari sempre più numerose contro l’aria tossica cominciano a diventare un problema politico. In questo quadro (sicurezza energetica e contenimento delle proteste) si innesta la decisione investire nelle tecnologie verdi.
La programmazione rinnovabile
Pechino approva nel 2005 la Renewable Energy Law, la prima legge che incentiva le compagnie elettriche a investire nelle rinnovabili. Nel 2009 arriva Golden Sun, un piano per sviluppare il fotovoltaico sul mercato interno, con sussidi fino al 70% degli investimenti. Nello stesso anno Pechino lancia Dieci città, mille veicoli, programma di sovvenzioni per i veicoli elettrici e l’installazione di stazioni di ricarica. Le aziende cinesi recuperano il ritardo tecnologico acquisendo macchinari e know
how dai partner occidentali interessati alla manodopera locale a basso costo e all’immenso mercato orientale. Lo scambio, però, ha un solo vincitore: già nel 2010 la Cina è il primo produttore mondiale di pannelli solari e di turbine, mentre tre anni dopo supera la Germania conquistando anche la leadership per capacità fotovoltaica installata. Una ulteriore accelerazione arriva nel 2015 con Made in China 2025, piano decennale con il quale Pechino programma di raggiungere l’autonomia produttiva in 10 settori chiave puntando sulle energie green. Il progetto garantisce prestiti a basso tasso d’interesse e sussidi per la ricerca scientifica. Lo schema da seguire è consolidato: Pechino individua il settore strategico da finanziare, le aziende rispondono, aumentano la produzione, depositano brevetti e accrescono la competitività. Quando il mercato raggiunge la maturità, lo Stato riduce o elimina i sussidi. Una strategia che elimina le imprese meno solide, mentre quelle più efficienti si consolidano sul mercato interno e internazionale.
La catena di approvvigionamento
Parallelamente Pechino ottiene concessioni in Africa per le materie prime. Oggi gestisce il 41% della produzione di cobalto e il 28% del rame nella Repubblica Democratica del Congo, il 25% del manganese in Gabon, il 40% di uranio e l’80% di bauxite in tutto il continente. E raffina la maggior parte dei materiali essenziali per l’industria green: il 95% della grafite, il 92% delle terre rare, il 70% del litio e il 21% del nichel. Anche grazie al controllo capillare delle catene di approvvigionamento globali le aziende cinesi – si legge nel report Net Zero Industrial Policy Lab della John Hopkins University – negli ultimi tre anni gli investimenti in tecnologie verdi delle aziende cinesi all’estero hanno superato i 220 miliardi.
Efficienza e innovazione sono poi garantite dai poli produttivi in cui aziende, centri di ricerca, servizi logistici e industrie di componentistica lavorano fianco a fianco. È il caso delle metropoli di Hefei e Shenzhen, diventate veri e propri hub dell’economia verde. Infine, il Paese investe massicciamente nella formazione. Ogni anno si laureano circa 3,5 milioni di studenti in discipline STEM e sono attivi quasi 50 corsi di laurea dedicati alla chimica e alla metallurgia delle batterie che assicurano una forza lavoro altamente qualificata.
Il monopolio di Pechino
Oggi le aziende cinesi controllano il 60% del mercato globale delle turbine eoliche, oltre l’80% della produzione di pannelli solari e depositano il 75% delle domande dei brevetti mondiali per l’energia pulita. Il 2025 sarà un altro anno record: sono in costruzione, su scala industriale, 510 gigawatt di energia solare ed eolica, contro gli 89 della Ue e i 41 degli Stati Uniti.
Lo stesso trend si osserva con le auto elettriche, settore che in 15 anni ha ricevuto quasi 231 miliardi di dollari di sussidi. Nel 2013 la Cina produceva appena 18 mila veicoli EV, nel 2024 ha raggiunto quota 11 milioni. Nel 2025 un’auto su due venduta in Cina è elettrica. Questo exploit è stato raggiunto anche grazie allo sviluppo di un’estesa rete di ricarica. A metà luglio 2025, il Paese contava 16,7 milioni di punti di ricarica, di cui ben 3,9 milioni installati nei primi 7 mesi dell’anno. I tre colossi
Huawei, CATL e BYD hanno introdotto sistemi in grado di caricare le auto in soli 5 minuti. Le case automobilistiche hanno aperto filiali in Spagna, Ungheria, Thailandia, Brasile e Marocco e controllano più del 50% del mercato mondiale. Non sorprende dunque il fatto che 5 tra i primi 10 produttori mondiali di batterie per auto elettriche siano cinesi e detengano quasi il 65% del mercato globale.
2025: calano le emissioni di Co2
Secondo l’Ong californiana Global Energy Motor nel 2024, di tutta l’energia solare ed eolica del mondo, il 44% è prodotta in Cina. Più del totale combinato di Unione europea, Stati Uniti e India. E anche se le rinnovabili, cumulate, non arrivano al 10% del fabbisogno, in Cina negli ultimi 12 mesi le emissioni di CO2 sono calate in modo costante, fatto inedito (al di fuori della parentesi Covid). Il merito va soprattutto all’espansione del solare e dell’eolico che producono energia a basso costo e generano più di un quarto dell’elettricità del Paese.
L’altra faccia della medaglia
La politica dei sussidi a pioggia ha sì abbassato dal 60-90% i prezzi delle tecnologie verdi, ma ha anche alimentato il dumping commerciale sul mercato occidentale, invaso da prodotti a basso costo. Se nel 2008 il nostro continente vantava il 60% della produzione globale di pannelli solari, nel 2022 le imprese Ue sono crollate all’1% della produzione mondiale di wafer solari, lo 0,4% delle celle e solo il 2-3% dei moduli. Con il passare degli anni la sovrapproduzione e la guerra dei prezzi lanciata da Pechino hanno affossato anche il fotovoltaico cinese: dal 2024,
secondo Bloomberg, il settore ha accumulato perdite per circa 60 miliardi di dollari, con la scomparsa di 87 mila posti di lavoro. L’industria che sforna pannelli solari e auto elettriche vendute in tutto il mondo continua ad essere alimentata principalmente dal carbone che rappresenta il 61% dell’energia utilizzata in Cina, seguito da petrolio (18,3%) e gas naturale (7,9%).
Le ombre cinesi
Nella regione autonoma dello Xinjiang è stato costruito in soli 4 anni il parco solare di Midong, il più grande al mondo con 5,2 milioni di pannelli fotovoltaici e una capacità installata di 3,5 GW, in grado di alimentare la domanda annuale di elettricità del Lussemburgo. Lo studio Respecting Rights in Renewable Energy della Ong Anti-Slavery International denuncia: «La produzione di componenti essenziali per moduli solari e batterie per veicoli elettrici nella regione è strettamente legata al ricorso al lavoro forzato imposto alla minoranza uigura dal governo cinese».
Ad oggi la Cina, con i suoi 1,4 miliardi di abitanti, resta comunque il maggiore inquinatore del mondo con oltre il 31% delle emissioni globali e la dipendenza dalle fonti fossili è destinata a durare, visto che l’anno scorso è iniziata la costruzione del maggior numero di nuove centrali a carbone in un decennio (94,5 GW). A questo ritmo, sarà molto difficile rispettare gli impegni di Parigi , dove la Cina si era impegnata a ridurre del 65% delle emissioni rispetto al 2005, e il raggiungimento della neutralità climatica entro il 2060. Dunque, bravi i cinesi a correggere la rotta e a puntare sulle rinnovabili,
ma da qui a definire la Cina «un modello ecologista», come vorrebbe la propaganda di Pechino, ce ne corre.
Milena Gabanelli e Francesco Tortora
(da corriere.it)

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CI ARRENDIAMO

Ottobre 29th, 2025 Riccardo Fucile

NORDIO ORMAI E’ INENARRABILE

Parlando di Garlasco e i suoi fratelli, i famosi cold case periodicamente scongelati al microonde da qualche procura, il ministro della Giustizia ha detto: «Certe volte bisogna avere il coraggio di arrendersi e lasciare la verità agli storici». In un mondo troppo ingarbugliato per i miei poveri neuroni, il dottor Nordio riesce sempre a semplificarmi la vita. Quante volte, da tele-guardone di gialli fatti in casa, ho avuto la tentazione di
cambiare canale alla vista di un plastico, sempre lo stesso, o di un avvocato, sempre lo stesso pure quello? Non ci sono mai riuscito, ma solo perché nessuno mi aveva ancora indicato con tanta chiarezza la via: anche gli omicidi hanno diritto di andare in prescrizione come qualsiasi altro reato. Trascorso un congruo numero di anni (ma perché non di mesi?), la ricerca dell’assassino va tolta dalle mani dei pubblici ministeri e affidata a una lectio magistralis del professor Barbero.
Qualcuno criticherà Nordio per aver avuto il coraggio di bere fino in fondo l’amaro calice della verità. Non il sottoscritto, però, che brinda alla sua salute. Il problema semmai è che anche gli storici, proprio come i pm, sono travolti dagli arretrati. Devono ancora risolvere il delitto di Abele (le impronte erano davvero tutte di Caino, compresa quella sullo yogurt?) e gli avvelenamenti dei Borgia (perché la madre di Lucrezia conservò lo scontrino del parcheggio?). Perciò suggerisco a Nordio di affidare le indagini su Garlasco direttamente a Bruno Vespa.
(da corriere.it)

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L’AD RAI ALLA CAMERA NEGLI UFFICI DI FRATELLI D’ITALIA

Ottobre 29th, 2025 Riccardo Fucile

IL SENSO DI ESSERE “SUPER PARTES” QUANDO SI ASSUME UN RUOLO ISTITUZIONALE NON FA PARTE DEL DNA DEI SOVRANISTI

Con la “crisi Ranucci” che si allarga e la credibilità dell’Autorità in bilico, il Garante della Privacy si muove per ingaggiare – con soldi pubblici – una società di comunicazione che gestisca la fase più delicata della sua storia recente. E non è l’unico segnale di agitazione ai piani alti: anche Giampaolo Rossi, amministratore delegato della Rai, è stato visto ieri entrare a Montecitorio nell’area dei gruppi di Fratelli d’Italia, alla vigilia della riunione della Commissione di Vigilanza che domani discuterà la multa da 150 mila euro a Report. La Rai parla di “incontri istituzionali”, ma il tempismo – dopo il caso Ghiglia – è difficile da inquadrare come casuale. Già questo dà la misura
dell’imbarazzo che serpeggia in piazza Venezia, sede del Garante. Ma la domanda è: se davvero all’autorità sono così tranquilli sul fatto che Agostino Ghiglia non sia andato a prender ordini nell’ufficio di Arianna Meloni alla vigilia del voto sulla multa a Report, perché mai lui e la vicepresidente del Garante hanno passato 45 minuti del loro prezioso tempo a trattare con una nota e costosa società di “consulenza strategica” per le relazioni istituzionali? Cosa hanno da temere quei due componenti del collegio – su quattro – in quota FdI e Lega, che con il loro voto hanno fatto passare la sanzione da 150 mila euro, tanto cara all’ex ministro Sangiuliano e non solo a lui? Lo stesso Ghiglia, dopo le foto pubblicate dal Fatto e il video trasmesso da Report, ha ammesso l’incontro con Arianna Meloni ma lo ha liquidato come “due convenevoli”. Eppure resta un buco di quasi un’ora nella sua versione dei fatti.
È invece una certezza – e il Fatto lo può documentare – che Ghiglia e la vicepresidente del Garante, Ginevra Cerrina Feroni, due giorni fa abbiano avuto una call di 45 minuti con una nota società di PR istituzionali e lobbying. Oggetto: sondare la disponibilità a “gestire la crisi” innescata dalle rivelazioni del Fatto e di Report sul possibile condizionamento politico nella decisione di multare la Rai. Alle società contattate viene anche richiesto di firmare un accordo di non divulgazione (non-disclosure agreement, ndr), vincolante sulla riservatezza delle informazioni acquisite.
Il timore, spiegano, è che possano emergere nuove prove che compromettano la reputazione dell’Autorità – o forse soltanto la loro.
Ma perché a pagare per questo, e profumatamente, dovrebbero essere i contribuenti? Non dovrebbe il Garante della Privacy difendere la reputazione dei cittadini, anziché spendere le loro tasse per difendere la propria da possibili rivelazioni della stampa?
Che un’autorità pubblica nata per garantire la trasparenza ricorra a società di lobbying per ripulire la propria immagine è già di per sé tragicomico. Ma lo diventa ancora di più se a muoversi è proprio Agostino Ghiglia, l’uomo che dice di “non avere nulla da rimproverarsi” e che “male non fare, paura non avere”. Peccato che, a giudicare dai movimenti dietro le quinte, la paura ci sia eccome.
(da ilfattoquotidiano.it)

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IL GIORNALISTA ISRAELIANO AMIT SEGAL, MOLTO VICINO A NETANYAHU, SI SCAGLIA CONTRO IL QUOTIDIANO “HAARETZ”, ACCUSANDOLO DI DANNEGGIARE L’IMMAGINE DEL PAESE PERCHÉ RACCONTA IL MASSACRO DEI PALESTINESI A GAZA

Ottobre 29th, 2025 Riccardo Fucile

IL GIORNALE PIÙ PROGRESSISTA DELLO STATO EBRAICO È ADDIRITTURA “LA MINACCIA PRINCIPALE ALLA POSIZIONE DI ISRAELE NEL MONDO” (NON I CRIMINI DI GUERRA COMMESSI DA “BIBI” E DALL’IDF?)

È esaltato dalle «vibrazioni» (quelle dei cellulari) che un suo messaggio genera a mezzo milione di israeliani. Amit Segal è uno dei principali commentatori politici del Canale 12. […] È tra i giornalisti che in una lunga inchiesta il quotidiano Haare
ormai definisce «influencer» per la capacità di spostare le notizie più che portarle.
Il premier Benjamin Netanyahu si fida di lui e Amit è in buoni rapporti anche con i ministri fanatici della coalizione al potere: il padre è stato condannato per terrorismo nel 1980, quando con un gruppo estremista che operava in Cisgiordania aveva partecipato all’attentato contro un sindaco palestinese che perse le gambe. Con Haaretz — il giornale che rappresenta la sinistra moderata — i rapporti non sono stati mai stati buoni.
Fino all’ultimo attacco lanciato da Segal davanti a una platea americana, è negli Stati Uniti per presentare il nuovo libro: «Il sito di Haaretz è la minaccia principale alla posizione di Israele nel mondo». Quella che considera «cattiva pubblicità» è in realtà il lavoro svolto in questi due anni di guerra per raccontare quello che stava succedendo a Gaza.
A irritare Segal — e quindi anche il governo — sono pure le cronache dalla Cisgiordania che testimoniano le violenze crescenti dei coloni contro i palestinesi. Dalle sue parole è possibile ricostruire quale sarà la linea adottata da Netanyahu per la commissione che dovrà valutare le responsabilità politiche dietro ai massacri del 7 ottobre 2023, quella governativa nominata da lui e a lui favorevole: nessuna responsabilità del primo ministro in carica da sedici anni, da incolpare saranno i media «sinistrorsi» e il movimento pro democrazia che protestava contro il piano giustizia autocratico portato avanti da Bibi.
(da agenzie)

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IN UN PAESE CHE INVECCHIA SEMPRE DI PIÙ, IL GOVERNO NON HA CAPITO CHE IL SISTEMA SANITARIO NAZIONALE RICHIEDE FONDI: IN MANOVRA NON CI SONO SOLDI PER PROSEGUIRE LE ATTIVITÀ DI ASSISTENZA DOMICILIARE FINANZIATE FINO A FINE 2025 DAL PNRR

Ottobre 29th, 2025 Riccardo Fucile

SE DA UN LATO LA SPESA DEI MEDICINALI È CRESCIUTA DEL 9% NEL 2024, IL GOVERNO DÀ UNA MANO ALL’INDUSTRIA, AUMENTANDO NELLA MANOVRA DI 350 MILIONI IL FONDO PER I FARMACI, TOGLIENDOLI ALLE ATTIVITÀ DI ASSISTENZA … E MANCANO GLI INFERMIERI: NESSUNO VUOLE PIÙ SPEZZARSI LA SCHIENA PER PORTARSI A CASA POCO PIÙ DI 1600 EURO

Poche frasi per inquadrare i problemi più stringenti della sanità italiana: invecchiamento della popolazione, risorse per l’acquisto dei farmaci, organici del sistema pubblico carenti. Il presidente della Repubblica Sergio Mattarella ieri è partito dalla ricerca scientifica, che ha bisogno di fondi per assicurare a tutti le cure migliori e quindi il diritto alla salute, ed ha finito per toccare temi di grande attualità per il mondo sanitario.
Il governo ha provato ad affrontarli nella manovra, con uno stanziamento di 2,4 miliardi in più rispetto ai 4 già previsti l’anno scorso, ma l’impatto degli investimenti non sembra destinato ad essere decisivo. E del resto il rapporto tra il Pil e il Fondo sanitario nazionale resta sempre intorno al 6%. Non cambia cioè anche se in assoluto le risorse aumentano.
Con l’invecchiamento della popolazione aumentano i malati cronici. Una persona su quattro, nel nostro Paese, ha più di 65
anni e ci sono più di 4,5 milioni di ultraottantenni, una categoria di persone destinata a crescere ancora. Intanto, nascono sempre meno bambini. L’andamento demografico richiede uno sforzo importante del sistema sanitario nazionale, che dovrebbe attivare servizi territoriali e ospedalieri per gli anziani. Intanto però in manovra non ci sono soldi per proseguire le attività di assistenza domiciliare finanziate fino a fine 2025 dal Pnrr.
Per aumentare e migliorare la sanità servono fondi. Il presidente Mattarella dice che il sistema «si trova alle prese con i prezzi dei farmaci salvavita». La spesa per i medicinali è uno dei problemi di questi anni. Addirittura nel 2024 è cresciuta di poco meno del 9% rispetto all’anno precedente, cioè di quasi 2 miliardi.
Quest’anno il dato è più basso (+2%) ma provvisorio, perché Aifa, l’Agenzia del farmaco, rilascia i numeri molto lentamente. Intanto il governo ha dato una mano all’industria, aumentando nella manovra di 350 milioni il fondo per i farmaci. Soldi che vengono tolti alle altre attività di assistenza, visto l’andamento del rapporto tra il Fondo sanitario e il Pil. Con la sua crescita, la spesa farmaceutica si sta “mangiando” il resto degli stanziamenti per la sanità.
Poi c’è il tema degli organici. Ci sono soldi (meno di mezzo miliardo) per poco più di 7 mila nuovi contratti, mille per i medici e 6 mila per gli infermieri. Proprio questi professionisti, il cui contratto è stato rinnovato ieri insieme a quelli delle altre figure non mediche della sanità, sono ricercatissimi.
In Italia, dice la Cgil, lavorano 270 mila infermieri. Dovrebbero essere addirittura 175 mila in più se si rispettasse la media dei paesi Ocse.
Ovviamente il dato è troppo alto, l’idea è che ci vorrebbero almeno 60-70 professionisti in più. Quindi i soldi messi in manovra ridurranno di poco le carenze.
Non è facile trovare infermieri da assumere il lavoro è duro e la paga è bassa: 1.600-1.700 euro.
(da agenzie)

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