Ottobre 30th, 2025 Riccardo Fucile
COSA C’ENTRA WEBUILD E COSA SUCCEDE ADESSO
Al centro della decisione la compatibilità del contratto con le norme del diritto
europeo. Il problema della gara, dei costi aumentati e cosa può fare il governo adesso
La Corte dei Conti ha negato il visto di legittimità al Ponte sullo Stretto di Messina e la registrazione della delibera Cipess di agosto. Ma non lo ha fermato per sempre. Anzi. Il governo può decidere di andare avanti con il progetto con un voto del Consiglio dei Ministri. Ma mentre gli strali del centrodestra si concentrano sul presidente della Corte Guido Carlino e sulla consigliera delegata Carmela Mirabella, le motivazioni dei
giudici chiariranno il perché della bocciatura. Al centro della quale c’è la compatibilità tra il contratto della società Webuild e le norme del diritto europeo. Che in qualche modo verrebbero sacrificate sull’altare della Grande Opera.
Il visto di legittimità per il Ponte sullo Stretto
Tecnicamente i magistrati contabili non hanno ammesso al visto di legittimità la delibera Cipess n. 41/2025. Ovvero quella con cui il 6 agosto il governo aveva approvato il progetto definitivo del Ponte sullo Stretto. La sezione centrale di controllo sugli atti del governo ha deciso di non procedere alla registrazione dell’atto. Rinviando al deposito, entro 30 giorni, delle motivazioni le opportune spiegazioni. I problemi dell’opera evidenziati dalla Corte dei Conti sono diversi. Riguardano le coperture economiche, le stime sul traffico, la conformità del progetto alle normative ambientali e alle regole europee sul superamento del 50% del costo iniziale. E anche sulla competenza del Cipess. I motivi di criticità in partenza erano dieci.
Cosa c’entra Webuild
Al centro della decisione, spiega il Corriere della Sera, c’è la compatibilità con le norme del diritto europeo del contratto di Webuild. Nato nel 2020 dalla fusione di Salini S.p.A. e
Impregilo S.p.A., il gruppo ha creato il consorzio Eurolink per costruire il Ponte. Insieme al Gruppo Sacyr (Spagna), a IHI (Giappone), insieme ad altri partner italiani di Eurolink, tra cui Condotte e Itinera. La delibera del Cipess viene quindi considerata illegittima perché contraria alle norme del diritto europeo. C’è da ricordare che la Corte dei Conti aveva segnalato già una serie di criticità. Per esempio secondo i giudici il progetto sarebbe dovuto passare al vaglio del Consiglio superiore dei lavori pubblici, che nel 1997 si espresse solo sul progetto “di massima” del 1992.
(da agenzie)
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Ottobre 30th, 2025 Riccardo Fucile
E POI PARLANO DI ASSISTENZIALISMO DEL MERIDIONE
La sintesi di questo post è: lo Stato ha scippato al Sud 18 miliardi. Ma andiamo per gradi.
Avete presente la cosiddetta ‘clausola del 40%’, secondo cui le Amministrazioni centrali coinvolte nell’attuazione del Pnrr devono assicurare che almeno il 40% delle risorse debba essere destinato alle regioni meridionali? Ebbene sì, lo prevede il decreto-legge n. 77/2021, ma prima di verificare se questa clausola venga rispettata chiediamoci se l’importo è corretto. La risposta è ‘no’, è il minimo sindacale.
Vi invito ad approfondire i criteri che l’Ue aveva adottato per calcolare la redistribuzione dell’intera dotazione europea del Pnrr verso tutti gli Stati membri: secondo il documento della Commissione Europea “Com (2020) 408 Final”, le risorse andavano distribuite applicando i seguenti parametri: proporzionalità diretta alla popolazione residente dello Stato membro, proporzionalità inversa rispetto al reddito pro-capite; proporzionalità diretta rispetto al tasso di disoccupazione medio degli ultimi 5 anni. In parole povere, il motivo per cui l’Italia ha portato a casa circa 200 miliardi è da attribuire al fatto che, adottando i suddetti tre criteri, il Sud recava il Pil più esiguo e la minore occupazione tra tutti gli Stati Membri.
E se il nostro Paese avesse adottato per la redistribuzione tra le
regioni gli stessi criteri applicati da Bruxelles verso i propri Stati? Il Meridione avrebbe avuto diritto al 65% delle risorse nazionali. Altro che 40%! Dettagliatamente, all’Abruzzo spettavano 4,2 miliardi, al Molise 1,4, alla Campania 43,6, alla Puglia 26,7, alla Basilicata 2,2, alla Calabria 16,8, alla Sicilia 41,1.
Ma, almeno, è rispettata la clausola del 40%? Nel corso di un’audizione svoltasi lo scorso 8 ottobre in Commissione Federalismo, il ministro competente, Tommaso Foti, si era lasciato andare a una dichiarazione criptica: “C’è molta polemica sulla spesa del Pnrr. Se andiamo a vedere la politica di coesione che è esattamente in percentuali di spesa, un decimo di quella del Pnrr”. Che avrà voluto dire? Che a favore del Sud è stato utilizzato un decimo della dotazione del Pnrr?
Sicuramente è un passaggio poco chiaro, soprattutto se consideriamo che appena una settimana prima alla Camera aveva sentenziato: “Non è bello che si vada ad adombrare che la percentuale del 40% delle risorse stanziate per il Sud sia un dato alterato, perché chi sta verificando quel dato è il Nucleo di valutazione della Coesione (…) che al 31 dicembre 2024 certificava che il 40% delle risorse territorializzate era stato riservato al Sud”. Tuttavia questa dichiarazione smentirebbe la
sua stessa struttura ministeriale, giacché il sito internet ufficiale non riporta dati aggiornati al 31 dicembre 2024, bensì al 31 dicembre 2023. Infatti, sul portale del dicastero è pubblicata solo la “Quarta relazione clausola 40% Pnrr al Mezzogiorno” mentre ancora si attende la “Quinta relazione” con dati aggiornati al termine del 2024.
Tuttavia, anche ammettendo che il ministro abbia ragione, e cioè che esista un report aggiornato al 31/12/2024, verrebbe da chiedersi come mai non sia stato pubblicato sul sito del ministero, in pieno spregio del Decreto Trasparenza n. 33/2013, che impone l’accessibilità totale alle informazioni delle attività delle pubbliche amministrazioni. Eppure è un’operazione semplice, quisquilie per i componenti del Nucleo di valutazione della Coesione, a cui è riconosciuto un trattamento economico annuo compreso tra un minimo di euro 50.000 e un massimo di euro 140.000.
In ogni caso, la tesi di Foti è comunque smentita da un recente rapporto dell’Ufficio Studi di FederCepi Costruzioni (che rappresenta oltre 10.200 aziende del comparto edile), secondo cui appena il 31,6% dei progetti finanziati dal Pnrr è stato assegnato alle regioni del Sud, con pagamenti effettuati che rasentano il 17%. Dunque, se la tesi fosse confermata, e cioè che
il Sud abbia percepito circa il 9% in meno rispetto alla clausola del 40%, a quanto ammonta l’ammanco potenziale per i meridionali?
Se non muta il trend, nel 2026 il Meridione potrebbe subire uno scippo complessivo, l’ennesimo, di quasi 18 miliardi di euro. Questi sono i dati, le statistiche nude e crude. Ricordatevelo quando vi diranno che i meridionali vivono di assistenzialismo e risorse pubbliche.
(da Il Fatto Quotidiano)
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Ottobre 30th, 2025 Riccardo Fucile
SCINTILLE TRA NORDIO E LA RUSSA
«È quasi un assist». Nella cerchia di Giorgia Meloni c’è chi racconta così la decisione
della Corte dei conti sul ponte sullo Stretto, caro soprattutto a Matteo Salvini. Perché da giorni la premier lavora con i fedelissimi al leitmotiv attorno a cui imperniare la campagna referendaria per la separazione delle carriere, che sarà votata stamattina al Senato, per la quarta e
ultima lettura. Il ritornello, il messaggio da far passare, confidano dall’entourage della premier, sarebbe questo: i giudici bloccano il Paese.
Il ponte non si fa? Colpa dei magistrati. I centri in Albania? Bloccati dalle toghe. Meloni è intenzionata a puntare tutte le fiches sulla mala giustizia. Ha letto, in queste settimane, alcuni sondaggi interni. Il tema è molto sentito, soprattutto nel centrodestra. E dentro FdI si sono fatti l’idea che la chiave giusta per vincere la partita del referendum sia questa: raccontare inefficienze e storture (o presunte tali) della magistratura. «Non la vendetta dei Berlusconi», confida un colonnello di via della Scrofa. Quella è la lettura politica che vuole dare Forza Italia, che difatti ieri chiedeva a tutto il partito, da Nord a Sud, di istituire una «Giornata della giustizia negata» per il 21 novembre, anniversario dell’avviso di garanzia a Berlusconi nel ‘94. FI intende raccontare il «dramma» vissuto dall’ex Cavaliere e cerca «testimonial di casi emblematici», si legge nella lettera firmata da Antonio Tajani. Visioni diverse tra soci di governo, che sottotraccia stanno venendo a galla.
Prova ne è il balletto sulle piazze per celebrare la riforma, l’unica che la coalizione riuscirà a portare a dama entro le Politiche: il premierato procede a rilento, il secondo passaggio
parlamentare non è stato calendarizzato nemmeno per novembre, slitterà all’anno prossimo. Gli azzurri hanno già annunciato la loro adunata: oggi a piazza Navona, invitate alcune «vittime di errori giudiziari». FdI ancora non ha sciolto il nodo. Sui cellulari dei senatori è arrivato ieri un Whatsapp di preallerta: tutti convocati per mezzogiorno. Ma dove? «Seguiranno aggiornamenti». C’è chi spinge per trasformare piazza Navona, a cui si aggregherà la Lega, in una manifestazione unitaria; altri invece premono per un rapido flash mob autonomo, a San Luigi dei Francesi, sotto al Senato. Tajani non ci sarà: è in trasferta in Niger. Matteo Salvini si presenterà in aula, al momento del voto, in quanto senatore. E Meloni? I suoi la raccontano «tentata» dal blitz a Palazzo Madama, anche se non è la sua Camera di appartenenza. Sarebbe un modo per «metterci la faccia», soprattutto dopo la sentenza di ieri della magistratura contabile, che il centrodestra intende riformare al pari di quella ordinaria: si è appena concluso l’iter in commissione a Palazzo Madama.
Archiviato il voto di oggi, il centrodestra chiederà per primo la conta, il referendum, presentando le firme di un quinto dei parlamentari. Un modo per giocare d’anticipo su chi avversa la legge. E anche per provare a indirizzare il quesito. Nonostante i sondaggi, qualche preoccupazione c’è sulla riuscita
dell’operazione nelle urne. «A differenza di Renzi, Meloni non ha mai detto che se perde il referendum lascia la politica», metteva le mani avanti ieri il capo dell’organizzazione di FdI, Giovanni Donzelli. Nel frattempo il ministro della Giustizia, Carlo Nordio, dopo avere bollato il dibattito parlamentare dell’opposizione come «litania petulante», replicava a Ignazio La Russa, secondo il quale «forse il gioco» della riforma «non valeva la candela». Per il Guardasigilli invece sì, «vale un candelabro…». Contro-replica di La Russa: «Sia il governo sia i magistrati danno tutti troppa importanza a questa modifica». Schermaglie. Ma anche il presidente del Senato insiste sul nodo vero: dal voto, previsto dopo Pasqua, non dipenderanno le sorti dell’esecutivo. «Meloni è assolutamente contraria a legare il proprio consenso a un qualsivoglia referendum».
(da agenzie)
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Ottobre 30th, 2025 Riccardo Fucile
LA LIBERTA’ PER MOLTI E’ UN VALORE DA STRAPAZZO
Chi ha memoria della grottesca vicenda Mitrokhin, con tanto dicommissione parlamentare incaricata di incastrare fantomatiche spie russe infastidendo un sacco di persone rispettabili, è portato a giudicare con una certa prudenza la chiacchierata con il ministro Crosetto che Bruno Vespa ha inserito nella sua consueta strenna natalizia, trasformando in “rivelazioni” un paio di frasi.
Che ci sia qualche italiano nel libro paga di Putin è probabile, la politica mondiale si fa anche con i quattrini e la corruzione. Vedi l’opera complessiva di quasi tutte le amministrazioni americane in Sud America e le iniezioni di rubli con le quali la Russia ha cercato di influenzare le elezioni nei Paesi suoi confinanti a Ovest. Ma la lettura complottista della politica è sempre, nel fondo, meschina e per giunta fuorviante.
Il putinismo di molti italiani, che siano esponenti politici o semplici trafficanti di opinioni sul web, è sicuramente onesto, nonché gratuito. Non ha nulla di losco o di opaco. È schietto disprezzo per la democrazia e per i diritti delle persone. È sincera devozione all’autoritarismo e al nazionalismo come soluzione dei mali del mondo.
I nove decimi degli articoli di giornale o degli interventi nei talk show favorevoli alla Russia di Putin, quelli che “l’Ucraina se l’è cercata”, sono l’espressione di una battaglia ideologica alla luce
del sole. Che poi ci sia qualche prezzolato è probabile, ma è un problema collaterale: il problema vero è che la libertà, per molti, è un valore da strapazzo, da sacrificare senz’altro all’ordine dei despoti.
(da Repubblica)
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Ottobre 30th, 2025 Riccardo Fucile
BOCCIATA LA DELIBERA CIPESS CHE IMPEGNA 13,5 MILIARDI
La Corte dei conti boccia la delibera Cipess che impegna 13,5 miliardi di euro per la
realizzazione del ponte sullo Stretto. I magistrati contabili in sede collegiale dicono no alla bollinatura del documento contestando di fatto tutto l’iter messo in piedi dal governo Meloni. Le motivazioni del diniego saranno rese note nei prossimi giorni ma già nell’udienza di stamane la magistrata delegata aveva evidenziato una serie di anomalie alle quali i dirigenti di Palazzo Chigi, ministero Infrastrutture e Mef non hanno risposto in maniera convincente : così il collegio ha accolto la tesi della magistrata delegata e rimandato la delibera Cipess al mittente . Adesso si aprono due possibilità: l’atto viene ritirato in autotutela oppure torna in Consiglio dei ministri e il governo chiede che venga pubblicato in Gazzetta senza il visto della Corte dei conti. Una forzatura prevista dalla norma: ma che ha un peso politico di non poco conto , apre a contenziosi civili e soprattutto una forzatura mai applicata per spese di questa portata che impegnano lo Stato per 13,5 miliardi.
La seduta collegiale della Corte dei Conti era cominciata con la
relazione della magistrata delegata Carmela Mirabella che, come invece prevede di solito la prassi, non ha dato la bollinatura alla delibera Cipess sul Ponte ma ha deferito la decisione all’organismo collegiale della sezione di controllo.
Per la magistrata delegata, come riferito in apertura della seduta, non solo la documentazione per approvare la delibera Cipess è “insufficiente e in alcuni casi errata”, ma ci sono atti importanti, come la relazione che ha portato il Consiglio dei ministri ad approvare l’atto che definisce il ponte “opera urgente e di necessità per lo Stato”, la cosiddetta delibera Iropi, che non hanno una firma: cioè nessuno si è preso la responsabilità di firmare un atto chiave per la procedura speciale per realizzare il ponte. Ma c’è di più : secondo i magistrati contabili la scelta di non fare una nuova gara ma di rimettere in piedi il vecchio appalto che aveva costi più bassi rischia di non rispettare le norme europee sui contratti.
(da Repubblica)
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Ottobre 30th, 2025 Riccardo Fucile
SOVRANISTI FURIOSI, SONO INSOFFERENTI AD OGNI CONTROLLO DI LEGALITA’
La sezione di controllo della Corte dei Conti dopo una udienza durata cinque ore e oltre quattro ore di camera di consiglio ha negato la bollinatura della delibera Cipess contestando di fatto tutto l’iter messo in piedi dal governo per realizzare l’infrastruttura. Le motivazioni ufficiali del diniego saranno rese note nei prossimi giorni ma già nell’udienza di ieri mattina la magistrata delegata Carmela Mirabella ha evidenziato una serie di anomalie alle quali i dirigenti di Palazzo Chigi, ministero delle Infrastrutture e Mef non hanno risposto, secondo la Corte, in maniera convincente.
Proprio questa mattina una nota della Corte dei Conti fa sapere che “tramite la Sezione di controllo di legittimità si è espressa,
nella giornata di ieri, su profili strettamente giuridici della delibera Cipess, relativa al Piano economico finanziario afferente alla realizzazione del ‘ponte sullo Stretto’, senza alcun tipo di valutazione sull’opportunità e sul merito dell’opera”. Nella nota si aggiunge: “Il rispetto della legittimità è presupposto imprescindibile per la regolarità della spesa pubblica, la cui tutela è demandata dalla Costituzione alla Corte dei Conti. Le sentenze e le deliberazioni della Corte dei conti non sono certamente sottratte alla critica che, tuttavia, deve svolgersi in un contesto di rispetto per l’operato dei magistrati”.
Intanto Matilde Siracusano, sottosegretario ai Rapporti con il Parlamento e deputata di Forza Italia fa sapere che “sulla realizzazione del ponte sullo Stretto il governo, così come già affermato dal premier Meloni e dal ministro Salvini, andrà avanti. Altro che game over, come spererebbe qualche oscurantista dell’opposizione. Nelle prossime settimane – questa una possibile soluzione in campo – l’esecutivo potrà assumersi la responsabilità politica di superare i rilievi della Corte dei Conti”.
Sulla vicenda interviene anche il presidente della Regione Veneto, il leghista Luca Zaia secondo cui il nodo del Ponte sullo Stretto “va affrontato da un punto di vista tecnico-legale, è già capitato e non sarà neanche l’ultima volta che la Corte dei Conti
o qualche altra estensione dello Stato interviene nello spazio che gli è riconosciuto. Poi c’è il governo che risponderà. È fondamentale dire che si va avanti”.
Anche Forza Italia con il capogruppo alla Camera Paolo Barelli difende l’operato dei giudici: “La Corte dei conti ha fatto il suo lavoro. Ci saranno delle rettifiche se serviranno per chiarire i punti che la Corte ritiene vadano chiariti. Se è stata una invasione di campo? Non lo so… la Corte dei Conti dichiarerà cosa è ancora da chiarire e gli uffici preposti chiariranno se ci sono cose da chiarire”.
Mentre l’altro capogruppo, al Senato, Maurizio Gasparri la pensa diversamente e tira in ballo il presidente 5stelle: “La corte dei conti non fece i conti con Conte. Quando Conte contava e faceva il presidente del Consiglio sperperava i soldi nel bonus, superbonus e reddito di cittadinanza”.
All’attacco lo stesso Giuseppe Conte: “Riunione di urgenza di Meloni, Salvini e Tajani a Palazzo Chigi. Per cosa? Misure per il crollo di quasi 9 punti degli stipendi reali rispetto a 4 anni fa? Per un taglio delle tasse visto il record di pressione fiscale? Misure contro i dazi, la crisi industriale di 31 mesi e la cassa integrazione che esplode? Per il salario minimo da adeguare ogni anno come ha annunciato la Germania ieri? No, si riuniscono di
retta per insistere sul ‘carrozzone’ del Ponte sullo Stretto da 13,5 miliardi con progetti vecchi di oltre 10 anni e tante falle. Soldi che si potrebbero usare per ben altre priorità del Paese anziché sbattere la testa contro questo fallimento. È indecente fare la guerra a chi – come la Corte dei Conti – ha il dovere di controllare la spesa e far rispettare la legge”.
Molto dura l’Associazione nazionale magistrati che lega le critiche alla Corte alla riforma della giustizia: “La Corte dei Conti viene attaccata per avere svolto la funzione che le attribuisce la legge a tutela delle risorse pubbliche. Se qualcuno aveva ancora qualche dubbio sulla reale motivazione della riforma costituzionale della magistratura e su quella della Corte dei Conti, ci ha pensato la premier ad eliminare ogni dubbio: i giudici vanno bene solo se decidono come vuole il governo, con buona pace della separazione dei poteri. Questa insofferenza rispetto al controllo di legalità è un segnale preoccupante”. Così il segretario generale dell’Anm, Rocco Maruotti.
(da agenzie)
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Ottobre 30th, 2025 Riccardo Fucile
GLI OPERAI DELL’IMPIANTO DI AVTOVAZ, LA LEGGENDARIA FABBRICA DI TOGLIATTI COSTRUITA A SUO TEMPO DALLA FIAT, LAVORANO E VENGONO IMPIEGATI NELLE PULIZIE DEGLI STABILIMENTI…LE VENDITE SONO CROLLATE DEL 25%, E 9 AUTO SU 10 VENDUTE NEL PAESE SONO CINESI – PER LA PRIMA VOLTA DALL’INIZIO DELLA GUERRA, FRENA ANCHE L’INDUSTRIA BELLICA: A SETTEMBRE È SCESA DELL’1,6%, NONOSTANTE I MEGA RAZZI ANNUNCIATI DALLO “ZAR”
«Abbiamo iniziato a considerare le offerte dei potenziali acquirenti»: con un secco
annuncio sul proprio sito, la compagnia petrolifera russa Lukoil ha mandato giù le sue quotazioni alla Borsa di Mosca.
Le sanzioni introdotte da Donald Trump a causa del «rifiuto del presidente Putin di finire questa guerra insensata» – come recita il comunicato del segretario al Tesoro americano – possono venire bollate come insignificanti dai portavoce del Cremlino, ma i diretti interessati le hanno prese molto sul serio. La Lukoil è il secondo produttore russo: insieme al colosso statale Rosneft è responsabile di più della metà del greggio nazionale, il 3% dell’estrazione mondiale.
Ora, parte di questo impero viene messo in vendita, tra giacimenti dall’Iraq al Venezuela, raffinerie in Bulgaria e Romania e distributori di benzina in giro per il mondo, per un totale di quasi un terzo dei ricavi della società, secondo il Moscow Times.
A Mosca ci si chiede se sia una operazione di copertura, che benefici acquirenti di comodo per evitare le sanzioni.
Una quota della società è in mano allo Stato russo, e difficilmente può mettere in vendita i suoi attivi esteri – l’inaugurazione delle stazioni di rifornimento negli Usa era stata molto sbandierata a suo tempo come un grande successo – senza il consenso del Cremlino.
Che le casse dello Stato russo stiano mostrando il fondo lo si capisce anche dalla decisione della Duma di aumentare al 22% l’Iva, nonostante il rischio già elevato di inflazione. «L’economia russa è sulla soglia del collasso industriale», annunciava ieri la Nezavisimaya Gazeta, citando un rapporto del Centro di analisi macroeconomica, che valuta la situazione a metà tra «stagnazione e declino».
Il Comitato per la statistica russo ha reso noti i dati della crescita industriale a settembre: 0,3%, una riduzione di ben 20 volte rispetto al boom dell’anno scorso. Gli esperti dell’Istituto dei pronostici economici dell’Accademia delle scienze lanciano l’allarme: 18 settori su 24 dell’industria di trasformazione – in altre parole, l’80% del made in Russia – mostrano un segno “meno”.
Dietro ai numeri ci sono situazioni reali che parlano di disastri. L’Avtovaz – la leggendaria fabbrica di Togliatti costruita a suo tempo dalla Fiat per dare ai sovietici una automobile “popolare” – ha appena prorogato la settimana di quattro giorni lavorativi fino all’anno prossimo.
Per evitare i licenziamenti, gli operai qualificati vengono impiegati nelle pulizie degli stabilimenti, con una integrazione di circa 150 euro per 32 ore in cui spazzano segatura e raccolgono
residui di vernici. Nonostante i marchi occidentali, coreani e giapponesi si siano ritirati dal mercato dopo l’invasione dell’Ucraina, il maggior produttore nazionale non è riuscito a cogliere l’occasione: le vendite sono crollate di un ulteriore 25%, e oggi 9 auto su 10 vendute in Russia sono cinesi.
Le sanzioni hanno reso le Lada ancora meno concorrenziali di prima: l’ultimo modello non monta nemmeno i poggiatesta, per non parlare di aria condizionata o servosterzo, e i social sono pieni di meme che ironizzano sull’inevitabile avvento dell’auto a pedali, dagli indubbi vantaggi ambientali.
La crisi dell’Avtovaz – finita sotto sanzioni europee – è in realtà soltanto la punta di un iceberg. La settimana di quattro giorni viene infatti applicata ormai in tutti i big industriali russi, come la fabbrica di automobili Gaz e quella dei camion pesanti Kamaz, e nella holding Tsemoros, maggior produttore nazionale di cemento, colpito dalla crisi dell’edilizia.
Si timbra il cartellino solo quattro volte anche nelle officine del più grande produttore di titanio mondiale, Avisma, mentre le ferrovie dello Stato stanno costringendo i dipendenti a prendere tre giorni di ferie ogni mese, e il presidente Oleg Belozyorov ha ordinato di preparare un piano di «riduzione del personale».
I giganti del carbone hanno licenziato quasi 20 mila dipendenti soltanto dall’inizio dell’anno, e nonostante questo un terzo delle miniere russe rischia la bancarotta […]. Anche il monopolista bancario Sberbank ha avviato i licenziamenti, insieme al colosso del metano Gazprom.
Ma soprattutto a mostrare segni di improvviso rallentamento sono le fabbriche militari, che avevano trainato l’economia di guerra fino a pochi mesi fa. La produzione di “prodotti metallici”, eufemismo onnicomprensivo per l’industria bellica, a settembre è arrivata a meno 1,6%, dopo essere cresciuta di un terzo nel 2024, mentre quella degli “altri mezzi di trasporto” (cioè militari) è aumentata soltanto del 6%, e anche l’Uralvagonzavod, la fabbrica di vagoni ferroviari e carri armati particolarmente amata da Vladimir Putin, ora lavora soltanto quattro giorni su sette. E per i dismessi dalle fabbriche non c’è più nemmeno l’opzione di guadagnare andando in Donbas: diverse regioni russe stanno riducendo drasticamente i premi per chi si arruola al fronte.
(da La Stampa)
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Ottobre 30th, 2025 Riccardo Fucile
IL RISCHIO DI PERDERE IL 40% DELLE SPIAGGE DEL NOSTRO PAESE
Tra innalzamento dei mari, rischi di inondazioni, erosione, pressione demografica e urbanistica nel 2100 saranno diverse le aree sotto il livello del mare: l’Italia rischia di perdere circa il 20% delle proprie spiagge al 2050 ed il 40% entro il 2100; 800 mila persone sono a rischio ricollocazione. E’ la fotografia che emerge dal Rapporto della Società geografica italiana ‘Paesaggi sommersi’ presentato oggi.
A rischio l’Alto Adriatico, in misura minore, la costa intorno al Gargano, diversi tratti della costa tirrenica tra Toscana e Campania, le aree di Cagliari e Oristano. A rischio anche la metà delle infrastrutture portuali, più del 10% delle superfici agricole, buona parte delle paludi, delle lagune e le zone costiere cosiddette «anfibie», a cominciare dal Delta del Po e dalla Laguna di Venezia.
In dettaglio, sottolinea il Rapporto, vanno affrontate le questioni delle difese costiere, con le barriere artificiali che proteggono ormai più di un quarto delle coste basse, ma aggravano l’erosione e la vulnerabilità e saranno sempre più costose e meno efficaci; la pressione turistica, con i comuni costieri offrono il 57% dei posti letto turistici, ma questo sviluppo incontrollato sta esacerbando la crisi; la salinizzazione dei terreni agricoli: nell’estate del 2023, il cuneo salino ha risalito il Delta del Po per oltre 20 chilometri, minacciando l’agricoltura e la disponibilità di acqua potabile.
Inoltre le aree protette, cruciali per la biodiversità, che tutelano il 10% delle acque e delle coste italiane, raramente dispongono di un piano di gestione adeguato. Nel complesso porti e infrastrutture connesse si estendono in Italia per 2.250 km, e rischiano di essere pesantemente compromesse, con gravi effetti sulla qualità dei sistemi logistici.
“Occorrerebbe una netta inversione di tendenza. I litorali bassi – le spiagge e i loro retroterra immediati – sono, in tutta Italia, edificati o artificializzati”, spiega Claudio Cerreti ,presidente della Societa’Geografica Italiana. “Questo impedisce alle dinamiche naturali qualsiasi possibilità di adattamento a una variazione stabile del livello del mare (ma anche alle mareggiate o a uno tsunami). Rinaturalizzare il più possibile è una prospettiva che potrebbe essere efficace. Dalla Società geografica arriva però anche l’invito ad evitare i catastrofismi. “Proviamo a proporre ai decisori politici un quadro equilibrato e, su quella base, possibili interventi di mitigazione dei problemi”, spiega ancora Cerreti.
(da agenzie)
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Ottobre 30th, 2025 Riccardo Fucile
ELLY SA CHE CHI PERDE IL REFERENDUM CHE SI TERRÀ TRA FINE MARZO E METÀ APRILE RISCHIA DI USCIRE SCONFITTO, L’ANNO DOPO, ANCHE ALLE POLITICHE E RIFERISCE DI UN RECENTE SONDAGGIO SECONDO CUI IL 33% DEGLI ITALIANI È FAVOREVOLE ALLA RIFORMA, ALTRETTANTI, PERÒ, SONO I CONTRARI, E IL RESTO DEI CITTADINI È INDECISO
Già, perché nella sala Koch di Palazzo Madama tutti si rendono conto del rischio che il
Pd e il centrosinistra intero stanno correndo: chi perde il referendum che si terrà tra fine marzo e metà aprile rischia di uscire sconfitto, l’anno dopo, anche alle Politiche.
Elly Schlein è consapevole della posta in gioco e per questo ha voluto riunire i «suoi» parlamentari. La segretaria è solita decidere da sola le sue strategie, lo farà anche questa volta, ma vuole coinvolgere gli altri esponenti dem perché la responsabilità sia condivisa.
«Vince chi sarà più bravo a mobilitare il suo elettorato», spiega la leader dem nel suo intervento di chiusura. Insomma, chi porta più tifosi alle urne potrà sperare nel successo. Ci si interroga sull’«effetto Garlasco».
E, soprattutto, ci si chiede: siamo sicuri che i magistrati siano così popolari? Peraltro un pm che popolare lo era sul serio, Antonio Di Pietro, ha già annunciato il suo sì al referendum. E infatti Schlein spiega che il Pd «non si farà schiacciare sui magistrati»: «Noi non siamo il partito dei pm ma il partito che ne rispetta l’indipendenza».
La segretaria riferisce di un recente sondaggio secondo cui il 33% degli italiani è favorevole alla riforma, altrettanti, però, sono i contrari, e il resto dei cittadini è indeciso. Insomma, avverte la leader, i margini per convincere chi non si è fatto ancora un’idea ci sono tutti. Su quali tasti battere? Schlein aveva pensato di dare l’allarme sulla «democrazia in pericolo».
Ma le reazioni alla sua uscita su questo argomento al Congresso del Pse di Amsterdam sembrano averla resa più cauta. «Dobbiamo fare questa battaglia con parole misurate e moderate», dice adesso. E in sala c’è qualche brusio da parte di chi ricorda le sue «affermazioni olandesi». Poi la leader dem avverte: «Non saremo noi a politicizzare o personalizzare il referendum, lo faranno loro».
Dunque, non sarà un duello Schlein-Meloni. Anche se in molti nel Pd ritengono che alla fine si possa andare a parare proprio lì. «Ma Meloni non ci farà questo piacere, non commetterà l’errore di Renzi», commenta un deputato riformista. Sono due i punti su cui la segretaria ha intenzione di insistere.
Primo: «Il referendum è una trappola per non parlare d’altro, cioè delle condizioni degli italiani». Secondo: «Dobbiamo usare le parole di Nordio che ha ammesso che questa riforma non fa niente per migliorare la vita dei cittadini». Serve solo al governo «che vuole essere sopra la legge».
Nella riunione gli interventi sono molti, ma non viene presa nessuna decisione. Gli esperti si concentrano sui dettagli, gli altri sulle tecniche di comunicazione. Cuperlo propone la «strategia del carciofo», ossia di insistere su più argomenti a seconda della platea. L’idea piace. Boccia, che ha aperto l’assemblea, accusa: «Vogliono trasformare il capo di governo in capo di Stato».
Nel Pd però c’è anche chi non è contrario alla riforma.
Hanno detto che voteranno sì Goffredo Bettini, Vincenzo De Luca, Stefano Ceccanti, Giorgio Tonini, Enrico Morando e Claudia Mancina.
(da agenzie)
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