Novembre 6th, 2025 Riccardo Fucile
LUIGI LI GOTTI , AVVOCATO EX SENATORE: “LA CPI CI PUÒ DENUNCIARE E ALMASRI ORA POTREBBE RIVELARE GLI ACCORDI CON L’ITALIA. LUI GESTIVA I FLUSSI, STABILIVA CHI DOVEVA PARTIRE E CHI NO”
A questo punto il governo dovrebbe dire «abbiamo sbagliato, chiediamo scusa». Luigi Li Gotti, ex parlamentare di Italia dei Valori, sottosegretario nel secondo governo Prodi, militante del Msi da giovane, è l’avvocato che ha denunciato Giorgia Meloni e diversi ministri per il caso-Al Masri.
Ora che succede? Questa novità può dare impulso a nuove
iniziative legali in Italia?
«Qui la vicenda è chiusa, il Parlamento ha detto no. Formalmente ha chiuso la partita. Semmai ora il problema è che la Cpi, avendo avuto queste risposte, deve procedere al deferimento dell’Italia dinanzi al consiglio di sicurezza o all’assemblea Onu. C’è già la richiesta del procuratore generale. Anche se ovviamente ci sarà il veto, ne basta uno… Il punto è un altro: lui, interrogato, potrebbe dire delle cose…».
Cioè?
«Può capitare che gli chiedano se c’erano accordi con l’Italia. Questo gestiva i flussi, stabiliva chi doveva partire e chi no… Un groviglio da cui il governo farebbe bene ad allontanarsi al più presto».
È quello che sembra voler fare il governo…
«L’Italia ha gestito questa situazione nel modo peggiore possibile. Hanno detto una serie di sciocchezze, nelle difese al tribunale dei ministri hanno invocato lo stato di necessità, cosa che prima non avevano fatto. E infatti il tribunale dei ministri non l’ha preso in considerazione e ha chiesto il rinvio a giudizio»
(da La Stampa)
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Novembre 6th, 2025 Riccardo Fucile
SOLO GLI ULTRAORTODOSSI, CON PERCENTUALI DEL 90%, HANNO DATO LA LORO PREFERENZA A CUOMO… IN CAMPAGNA ELETTORALE MAMDANI HA CONDANNATO IL GENOCIDIO A GAZA, MA HA COINVOLTO LA COMUNITÀ EBRAICA PIÙ VICINA AI DEM, DEPRECANDO L’ANTISEMITISMO
Da Gerusalemme alle sinagoghe riformate di Manhattan, fino ai chassidim di Brooklyn, la
vittoria di Zohran Mamdani, primo sindaco musulmano di New York, divide il mondo ebraico. In Israele la reazione della politica è piuttosto dura, con il ministro della Diaspora, Amichai Chikli, che invita addirittura gli ebrei
newyorkesi a fuggire, «a stabilire la loro nuova casa nella Terra di Israele», lasciando la città «un tempo simbolo di libertà globale, che ha consegnato le chiavi a un sostenitore di Hamas».
Dall’opposizione, è il leader del partito nazionalista di destra, Avigdor Lieberman, a farsi sentire: «New York ha eletto come sindaco un razzista, un populista e un islamista sciita dichiarato: la Grande Mela è caduta».
Da sempre sostenitore della causa palestinese, Mamdani si è schierato con nettezza contro la guerra di Gaza, che ha definito un “genocidio”, accusando Israele di aver imposto ai palestinesi un “regime di apartheid”.
Ma in campagna elettorale è stato anche attento a coinvolgere la parte della comunità ebraica più vicina ai democratici, condannando ripetutamente l’antisemitismo, come l’islamofobia, e nel discorso della vittoria ha promesso di proteggere gli ebrei newyorkesi al pari di tutti gli altri cittadini: «Sono ansioso di lavorare con i leader della comunità ebraica di tutta la città, che siano leader eletti o rabbini, per mantenere la promessa non solo di proteggere gli ebrei di New York ma anche di celebrarli».La risposta della comunità ebraica newyorkese al fenomeno Mamdani è mista. Un sondaggio della Cnn rivela che un ebreo su tre ha votato per lui, mentre il 60% ha scelto Cuomo, il democratico uscito sconfitto dalle primarie.
Nell’enclave ebraica di Williamsburg, la percentuale arriva al 90%. Le organizzazioni ebraiche si sono mobilitate, con toni diversi. Il presidente dell’Anti-Defamation League, Jonathan
Greenblatt, promette di monitorare con attenzione le mosse della nuova amministrazione considerata un «catalizzatore dell’antisemitismo».
L’influente United Jewish Appeal-Federation sottolinea che le posizioni del sindaco sono «in contrasto con le convinzioni più profonde e i valori più cari della nostra comunità».
Il movimento riformato, molto diffuso in America, usa toni più sfumati, anche se il rabbino Angela Buchdahl, uno dei principali rabbini reformed della città, parla di «antisemitismo abominevole».
(da agenzie)
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Novembre 6th, 2025 Riccardo Fucile
UNA BELLA IMMAGINE DEL PAESE DOVE VENGONO VIOLATE LE NORME SOTTO GLI OCCHI DI CHI DOVREBBE FARLE APPLICARE
La scena davanti ai finestroni della sede del governo e di Montecitori Tre operai senza casco a lavoro a Palazzo Chigi. Il giorno dopo la morte di Octay Stroici. Repubblica racconta dei
ponteggi davanti alla sede del governo e di un ragazzo sulla ventina che ci ri arrampica. Seguito da altri due colleghi più anziani. Tutti senza casco. Né imbracatura. La scena in un edificio della presidenza del Consiglio, in via dell’Impresa. Si svolge proprio difronte ai finestroni di Chigi. Dall’altro lato c’è Montecitorio.
Il cartello
Nell’impalcatura c’è un cartello con l’intestazione di una ditta. Anche se non è chiaro se sia responsabile dei lavori o solo dei ponteggi.
Come conferma Bruno Giordano, magistrato della Corte di Cassazione ed ex direttore dell’Ispettorato nazionale del lavoro, «il casco in un cantiere è sempre obbligatorio». Per il magistrato i lavori pubblici in generale «spesso sono più insicuri di quelli privati»- Perché «grazie ai subappalti a cascata finiscono per essere eseguiti da una serie di piccole imprese che per concorrere e conseguire la commessa devono risparmiare sui materiali, affrettare i tempi e tagliare i costi. Questo avviene con una formazione approssimativa, risparmiando sulle misure di sicurezza».
Secondo il parere dell’ex direttore dell’Ispettorato nazionale, «basterebbe vigilare per scoprire che la regola è non essere in regola. Ma a far mettere un casco basta poco, se si vuole».
(da Open)
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Novembre 6th, 2025 Riccardo Fucile
IL GIUDICE HA DATO RAGIONE ALLA DONNA NON APPLICANDO LA NORMA DELLA REGIONE CHE E’ DISCRIMINATORIA E VIOLA LA LEGGE EUROPEA
La Regione Piemonte prevede che per ottenere un alloggio di ediliza popolare l’inquilino
sia titolare un contratto di lavoro. Una donna immigrata è stata licenziata poco prima che le venissero consegnate le chiavi di casa. E l’Agenzia regionale le ha revocato l’assegnazione.
Lei si è rivolta al tribunale di Torino segnalando che il requisito del contratto vale solo per gli straniere. Il giudice le ha dato ragione disapplicando la legge. E qui è intervenuto l’assessore regionale Maurizio Marrone di Fratelli d’Italia, che accusa il giudice di aver provocato «una discriminazione alla rovescia».
La casa popolare all’immigrata
Marrone va all’attacco: «Continueremo a difendere gli Italiani (maiuscolo nel comunicato, ndr) senza casa da quella sinistra, togata o meno, che vorrebbe consegnare tutti gli alloggi pubblici solo agli immigrati».
La vicenda nasce a Beinasco, 17 mila abitanti in provincia di Torino. La donna algerina e il marito italiano prima ottengono l’alloggio popolare. Poi subiscono la revoca in applicazione della legge che regola l’accesso all’edilizia residenziale pubblica. La norma discrimina gli stranieri che chiedono una casa popolare, obiettano gli avvocati dell’Asgi, l’associazione per gli studi giuridici sull’immigrazione che assiste la donna.
La parità
Perché vìola le direttive europee sulla parità di trattamento tra cittadini con e senza cittadinanza. E va contro il principio di eguaglianza sancito dalla Costituzione.
Il giudce Alberto Lamanna, con due diverse ordinanze, boccia l’esclusione da una casa popolare solo per gli stranieri disoccupati, perché vìola le direttive europee sulla parità di trattamento con i cittadini nazionali. E poi censura il punteggio aggiuntivo per chi ha la residenza in Italia da 15, 20 o 25 anni. Oggi la legge è difesa a spada tratta da Marrone, assessore regionale alla Casa e plenipotenziario di Fratelli d’Italia in Piemonte. Oltre che aspirante sfidante del sindaco del Pd di Torino, Stefano Lo Russo.
«Daremo battaglia anche in Corte Costituzionale e anche in caso di sconfitta non ci daremo mai per vinti perché già da un anno ci prepariamo ad un piano B di riforma normativa che tuteli i nostri connazionali nell’accesso alla casa popolare», dice Marrone.
(da agenzie)
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Novembre 6th, 2025 Riccardo Fucile
IN BILICO LA POLITICA COMMERCIALE DELLA CASA BIANCA
Un fronte inedito si è aperto davanti alla Corte Suprema degli Stati Uniti: una maggioranza di giudici, inclusi alcuni di nomina conservatrice, ha espresso scetticismo sull’uso dei poteri d’emergenza da parte del presidente Donald Trump per imporre dazi sulle importazioni provenienti da quasi tutti i partner commerciali di Washington. Come riporta il New York Times, si tratta di una decisione che potrebbe avere conseguenze economiche e politiche enormi per le imprese americane, i consumatori e la strategia commerciale dell’amministrazione.
I chiarimenti sulla logica dei dazi
Durante l’udienza di mercoledì 5 novembre, i giudici Amy Coney Barrett e Neil Gorsuch — entrambi nominati da Trump — si sono uniti ai colleghi liberal nel mettere in dubbio la legittimità della misura, considerata un pilastro del secondo mandato del presidente. Barrett ha chiesto chiarimenti sulla logica dei dazi “across the board”: «È vostra convinzione che ogni Paese dovesse essere colpito dai dazi per ragioni di difesa o di sicurezza industriale? Voglio dire, Spagna? Francia? Spiegatemi perché così tanti Paesi dovrebbero essere soggetti a questa politica».
La legge del 1977 invocata da Trump
Al centro del caso c’è l’uso dell’International Emergency Economic Powers Act del 1977, una legge pensata per
consentire al presidente di reagire a «minacce straordinarie» alla sicurezza nazionale. Trump l’ha invocata per imporre unilateralmente tariffe su più di cento Paesi, sostenendo di voler ridurre il deficit commerciale e rilanciare la manifattura americana. È il primo presidente in quasi cinquant’anni a interpretare la norma in questo modo. L’amministrazione ha difeso la scelta affermando che non si tratta di esercitare «il potere di tassare», ma di «regolare gli affari esteri». L’aumento delle entrate doganali sarebbe così solo «incidentale». Trump, che ha definito il caso «letteralmente, vita o morte per il nostro Paese», ha ribadito che senza quei poteri d’emergenza «gli Stati Uniti sarebbero praticamente indifesi contro nazioni che da anni approfittano di noi». Contro i dazi si sono schierati dodici Stati e centinaia di piccole imprese, tra cui importatori di vino e produttori di giocattoli educativi, che denunciano un aumento dei prezzi e tagli al personale.
I giudici a favore dell’amministrazione Trump
Non tutti i membri della Corte, però, si sono mostrati contrari all’amministrazione. I giudici Brett Kavanaugh e Samuel Alito hanno difeso l’ampiezza dei poteri presidenziali in materia economica, con Kavanaugh che ha sollevato un punto pragmatico: perché il Congresso avrebbe dovuto concedere al presidente il potere di interrompere completamente il commercio, ma non quello — più limitato — di imporre un dazio dell’1%?
L’ipotesi di smantellare gli accordi commerciali
Un’eventuale sconfitta per l’amministrazione potrebbe costringere la Casa Bianca a smantellare gli accordi commerciali siglati con decine di Paesi e rimborsare miliardi di dollari agli importatori. Il governo ha avvertito che un tale esito potrebbe provocare «una crisi economica simile alla Grande Depressione». Il caso è arrivato alla Corte Suprema dopo che tre corti inferiori hanno dichiarato illegittimi i dazi, sostenendo che la legge del 1977 non autorizza il presidente a introdurre misure così ampie. «Ogni volta che il Congresso ha voluto delegare al presidente il potere di imporre dazi, lo ha fatto in modo esplicito», ha scritto la Corte d’Appello federale in una sentenza dello scorso agosto. Il verdetto definitivo, atteso nelle prossime settimane, segnerà un momento cruciale per l’equilibrio dei poteri negli Stati Uniti. Se la Corte dovesse limitare l’uso dei poteri d’emergenza in ambito commerciale, l’intera architettura della politica economica di Trump potrebbe essere costretta a una profonda revisione.
(da agenzie)
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Novembre 6th, 2025 Riccardo Fucile
L’ADDIO DEL RESPONSABILE COMUNICAZIONE A CONTE E LE NUOVE AVVENTURE PROFESSIONALI IN ARRIVO
Rocco Casalino lascia la comunicazione del Movimento 5 Stelle. Lo aveva anticipato mesi fa
a Giuseppe Conte: «Dopo dodici anni di lavoro intenso e appassionato, sento la necessità di
affrontare nuove sfide e raggiungere nuovi traguardi personali e professionali». Oggi, dice, «guardo con rispetto e vicinanza al percorso del Movimento, ma sento il bisogno di un cammino più autonomo, di una libertà creativa diversa. Il giornalismo è sempre stata una mia passione e voglio mettermi alla prova in questo campo». E tornerà alle origini: «Sarò di nuovo in tv e ho in cantiere un progetto editoriale più complesso. Ora però è ancora presto per parlarne».
L’addio di Casalino al M5s
Tra lui e Conte, spiegano i grillini, non ci sono fratture politiche. Il rapporto con il M5s «rimane sempre saldo». Tanto che Casalino ha lavorato con lo staff fino all’ultimo «per garantire una transizione ordinata e non compromettere la piena funzionalità della macchina organizzativa».
Adesso però lui ha le idee chiare: «Il giornalismo è sempre stata una mia passione e voglio mettermi alla prova in questo campo». Quale? Lo fa sapere Repubblica: «A breve – raccontano i suoi amici – inizierà una nuova avventura professionale nel giornalismo, come direttore di una testata online». Lui alla domanda diretta risponde evasivo: «Ammetto che mi sto guardando in giro, mi dispiace non poter dire di più».
Una testata online
La testata online potrebbe essere superpolitica. E lui andrebbe in tv: «Potrei fare come fa Tommaso Cerno». Ovvero un direttore (del Tempo) che sta tutti i giorni nei talk. Di certo la svolta progressista del M5s non gli è piaciuta. «È giusto stare nel
campo progressista, se di là ci sono Meloni, Salvini e Tajani. Però il Movimento per funzionare deve essere qualcosa di più ampio e meno ideologico. Altrimenti dopo aver perso i voti a destra dopo il 33 per cento nel 2018, per colpa della Lega che era più netta, perderà anche quelli a sinistra, perché gli elettori sceglieranno l’originale», disse l’anno scorso.
(da agenzie)
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Novembre 6th, 2025 Riccardo Fucile
DAVID YAMBIO E’ STATO NELLE CARCERI LIBICHE, DOVE E’ STATO VENDUTO COME SCHIAVO E PICCHIATO CON I TUBI, ORA VUOLE GIUSTIZIA ANCHE DALL’ITALIA
«Sono stato torturato da lui e dai suoi uomini. Mi ha preso a calci, mi ha chiamato schiavo e mi ha picchiato con i tubi. Ha anche sparato a delle persone davanti a me sia a Jadida che a Mitiga». A parlare così di Najem Osama Almasri è David Yambio, che lo ha conosciuto. Da vittima. Ieri 5 novembre Almasri è stato arrestato in Libia. Accusato dalla procura di Tripoli proprio di aver torturato e ucciso. Dopo che il governo italiano lo ha fatto tornare nel suo paese con un volo della presidenza del Consiglio dei ministri nonostante fosse ricercato dalla Corte Penale Internazionale. E oggi Yambio dice che per questo vuole chiedere un risarcimento all’esecutivo.
Yambio parla in un’intervista con Repubblica. L’arresto di ieri, spiega, «da una parte è una grande vittoria. È anche grazie e al lavoro instancabile, agli sforzi, ai sacrifici e alla perseveranza nel denunciare e informare anche di Refugees in Libya e dei suoi membri, vittime dei suoi crimini, che Almasri è diventato ingombrante. Dall’altra, fa ancora più rabbia quello che è successo in Italia». Dove «Almasri è stato arrestato e poi liberato e riportato a casa. Meloni e i suoi ministri, invece di proteggere e rispettare le istituzioni per cui sono stati eletti, hanno scelto di inchinarsi alle milizie che li ricattano. E hanno deciso che le
ragioni di “opportunità politica” pesano più del contrasto ai crimini contro l’umanità».
Il risarcimento
Per questo lui e la Ong chiederanno un risarcimento: «Naturalmente. Abbiamo sofferto molto, mentalmente e fisicamente, quando è stato rilasciato. In quanti posti ho dovuto nascondermi in tutta Italia, perché da quando è stato liberato e ho iniziato a parlare pubblicamente, la mia vita e la mia sicurezza non sono più state le stesse».
Anche se è difficile che l’uomo accusato di omicidio e tortura finisca davvero sotto processo alla Cpi: «I nostri contatti libici sono scettici riguardo a un possibile trasferimento».
(da agenzie)
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Novembre 6th, 2025 Riccardo Fucile
L’ULTIMO CASO E’ SCOPPIATO IN LOMBARDIA, MA SICILIA E PUGLIA SONO FOCOLAI, IL PARTITO E’ UNA POLVERIERA
La fedeltà assoluta al capo è requisito fondamentale per essere nel cerchio ristretto di
Giorgia Meloni, ma la stessa premier si sta rendendo conto che non è anche garanzia di capacità politica. Per quanto la buona fede della sorella non sia mai stata messa in discussione, la leader di Fratelli d’Italia si è accorta – a spese sue e del partito – che sotto la guida di Arianna i ranghi sono sempre più litigiosi e indisciplinati, sia internamente che nel rapporto con gli alleati.
L’ultimo caso in ordine ti tempo esploso a via della Scrofa arriva dalla Lombardia. Il colpo basso è arrivato in Consiglio regionale, dove a scrutinio segreto è stata approvata la mozione di sfiducia presentata dall’opposizione nei confronti della sottosegretaria allo Sport di FdI Federica Picchi, che era subentrata nella giunta lombarda al posto di Lara Magon eletta alle europee. Picchi – considerata molto vicina ad Arianna Meloni – era finita al centro di polemiche per aver rilanciato sui suoi social alcune teorie No Vax sulla correlazione tra autismo e vaccini.
A impallinarla è stato anche il fuoco amico (fonti lombarde ricordano il suo carattere poco accomodante e scontri privati con alcuni consiglieri di maggioranza) e a nulla è servito l’incontro con tutti i consiglieri di FdI di Arianna Meloni e Giovanni Donzelli, appena il giorno prima del voto. Uno scorno difficile da mandare giù: «Siamo leali e ci aspettiamo reciprocità», ha detto il coordinatore lombardo Carlo Maccari, quando però ormai il pasticcio è stato fatto.
Anche in Sicilia il clima è surriscaldato, con l’ex deputato di FdI vicinissimo alle Meloni e ora uscito dal partito, Manlio Messina, che ha parlato con Report scoperchiando il vaso di Pandora della gestione dei fondi per la promozione del turismo siciliano, su cui ora è in corso una indagine in cui lui non è indagato. Il rischio è che il partito locale finisca travolto, con Messina pronto a correre da solo a presidente della Regione.
I focolai regionali
Non solo: focolai di scontro sono esplosi in Toscana, con la faida interna (finita sempre in procura) con lettere anonime e foto compromettenti ai danni di Tommaso Cocci, consigliere comunale in ascesa che si è ritirato dalle elezioni regionali. Altri guai ancora sono emersi in Trentino, con la messa ai margini della deputata Alessia Ambrosi, di fatto impossibilitata a candidarsi per la segreteria a causa di una sospensione di 15 giorni a ridosso del congresso, e la fuoriuscita di ben due consiglieri provinciali.
Nemmeno in Puglia sono rose e fiori, dove sotto accusa dei militanti locali c’è il coordinatore e sottosegretario alla Salute, Marcello Gemmato. Accusato di aver fatto fuori dalle liste per le regionali la consigliera comunale di Bari Raffaella Casamassima, vicina a Raffaele Fico, il timore dei meloniani pugliesi è che le elezioni siano un flop clamoroso per FdI, che finirà dietro Forza Italia per colpa della gestione Gemmato. Una gestione, è l’interpretazione di un dirigente di peso, «legittimata solo dalla sua vicinanza alle sorelle Meloni», che da due anni passano le vacanze estive in Puglia in compagnia di Gemmato. Una caratteristica, questa, che viene considerata stonata rispetto alla retorica del merito sempre propugnata dalla premier per scegliere chi premiare.
L’ultimo vero passo falso di Arianna Meloni, però, è stato quello che ha riguardato il caso di Agostino Ghiglia, membro dell’Autorità garante per la privacy che ha comminato 150mila euro di multa a Report, il quale è stato filmato mentre usciva dalla sede di FdI. Secondo fonti della trasmissione di Sifrido
Ranucci, Ghiglia – che è tra i fondatori di FdI – si sarebbe recato nell’ufficio di Arianna Meloni il giorno prima della decisione sulla multa. A prova di questo, Report ha pubblicato un messaggio della chat dell’ufficio di Ghiglia in cui lui avverte della sua visita al partito dicendo «Vado da Arianna».
I timori
In altre parole, ovunque Arianna Meloni si muove il pasticcio sembra essere dietro l’angolo: non certo la gestione in cui la premier sperava. Il partito grazie a lei continua a veleggiare intorno al 30 per cento e avrebbe bisogno di una più solida gestione interna per permetterle di dedicarsi ai dossier che considera più impellenti, ovvero quelli internazionali, e che la portano sempre più spesso lontano dall’Italia.
Invece, tra le file di FdI serpeggia la sensazione che qualcosa, senza l’occhio attento della leader, sia sfuggito di mano: sui territori si consumano le faide tra correnti (le truppe di Lollobrigida contro quelle di Rampelli nel Lazio e di Urso in Veneto, i fedelissimi di Donzelli contro quelli dei fratelli La Russa in Lombardia, solo per citarne alcune) e il rischio è che al sud FdI ceda il primato a Forza Italia in tutte le grandi regioni: dalla Puglia alla Calabria, dalla Campania alla Sicilia.
Parallelamente, si moltiplicano le voci – già emerse anche sulla stampa – di una Arianna Meloni sempre più proiettata verso il grande salto alle prossime elezioni politiche: l’Aula la attira dopo trent’anni di militanza dietro le quinte, e sembra superata anche la proverbiale timidezza grazie alle molte apparizioni igiro per l’Italia per le regionali. Intanto, però, la casa della fiamma è precipitata nel caos e le ultime mosse della persona più vicina alla premier hanno alimentato invece che spegnere l’incendio.
(da EditorialeDomani)
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Novembre 6th, 2025 Riccardo Fucile
TRE PASSAGGI DELL’INCHIESTA SMONTANO LA RICOSTRUZIONE FARLOCCA, GRAZIE PROPRIO ALLE DICHIARAZIONI DEI DIRIGENTI DEL MINISTERO
«La richiesta di estradizione della Libia è arrivata quando Almasri era stato già rimpatriato». «Si trattava di una richiesta meramente strumentale, priva di qualsiasi documento giustificativo: non avrebbe mai potuto trovare accoglimento». E ancora: «Io la richiesta libica non l’ho mai avuta per le mani. La valutazione per noi era prima… politica, che non altro».
Nei documenti allegati all’inchiesta sulla scarcerazione e il rimpatrio del criminale libico Almasri ci sono almeno tre passaggi che smentiscono quanto ieri Palazzo Chigi si è affrettato a dichiarare per cercare di ridimensionare l’imbarazzo politico nel quale l’arresto in Libia del generale della Rada — fermato, poi liberato e finanche accompagnato con un volo di Stato dall’Italia — ha inevitabilmente spinto il nostro esecutivo. E cioè: non potevano sapere che la Libia avrebbe arrestato Almasri.
Il primo passaggio lo offre direttamente il tribunale dei ministri, ricostruendo in maniera cronologica cosa è accaduto in quelle ore. «Il 21 gennaio», scrivono i magistrati nella richiesta di autorizzazione a procedere per i tre membri del governo (Alfredo Mantovano, Carlo Nordio e Matteo Piantedosi). «Risultava consegnata brevi manu al ministero degli Esteri una nota da parte del procuratore generale dello Stato della Libia datata 20
gennaio». Si tratta del documento con il quale Tripoli informa l’Italia che esiste un procedimento in Libia a carico di Almasri su vicende simili a quelle per le quali la Cpi ha emesso l’arresto. Probabilmente è la nota a cui si riferisce il governo. Ma non tornano i tempi. «Dai documenti acquisiti presso Aise, la traduzione italiana della richiesta di estradizione era stata effettuata, a cura della stessa Ambasciata italiana a Tripoli, in orario compreso tra le ore 18:28 e le ore 20:02 del 21 gennaio 2025». A quell’ora di quel giorno, il volo messo a disposizione dagli stessi Servizi era già pronto a partire.
Ma c’è di più: la nota in questione è stata trasmessa al ministero della Giustizia solo il 22 gennaio. «Nel momento — fanno notare i giudici — che la persona era già fuori dal territorio nazionale e, o meglio, già rientrata in Libia».
Come può aver deciso il ministero della Giustizia su un documento che non aveva? Si dirà: la decisione è stata presa sulla base della nota verbale, in attesa che arrivassero i documenti ufficiali.
Ma a contestare questa tesi arrivano le dichiarazioni dei tre principali dirigenti di via Arenula: il capo del Dipartimento, Luigi Birritteri; la sua dirigente, Cristina Lucchini; e persino la capo di gabinetto, Giusi Bartolozzi.
Dice infatti Birritteri: «Si trattava di una richiesta meramente strumentale, priva di qualsiasi documento giustificativo o allegazioni documentali, e come tale, non avrebbe mai potuto trovare accoglimento». Sulla stessa linea Lucchini che spiegava
in più che quel documento che avevano ricevuto quando Almasri era stato già espulso in ogni caso non poteva mai essere considerato una richiesta di estradizione: non c’era una condanna, ma solo un’indagine. Peraltro, annota il tribunale dei ministri, «la richiesta libica faceva generico riferimento a inchieste in corso, senza indicare un numero di procedimento e men che meno una sentenza di condanna a pena detentiva o altro provvedimento restrittivo della libertà personale da eseguire».
Ma contro la tesi della scarcerazione perché erano a conoscenza dell’indagine libica, sempre negli atti, ci sono le dichiarazioni anche del capo dell’Aise, Caravelli. E soprattutto di Bartolozzi. «Caravelli — scrive ancora il tribunale — spiegava che Almasri non era stato né arrestato né destituito dal suo incarico» al suo arrivo e nemmeno nei mesi successivi. E di Bartolozzi che interrogata aveva ammesso: «Io quella richiesta non l’ho mai avuta in mano… La valutazione per noi era prima ancora politica, che non… altro».
«Valutazione politica» quindi. Che è la stessa fatta in queste ore dal governo. Con l’arresto di Almasri, l’esecutivo Meloni si prepara a gestire i nuovi equilibri con Tripoli. Partendo dal dossier più caldo: quello dei migranti. Fino a oggi la Rada di Almasri ha garantito, con modi e mezzi spesso da criminali, un freno ai flussi. La priorità è mantenere gli stessi numeri anche nel 2026. Per riuscirci c’è bisogno di avere una nuova interlocuzione, con chi controlla le coste, ugualmente fruttuosa. E per questo che si stanno muovendo sia a livello di intelligence
che istituzionale: non a caso è prevista una visita a breve di Piantedosi. Mentre oggi il sottosegretario agli Esteri Giorgio Silli sarà a Tripoli per un nuovo lotto autostradale. La strada per la Libia, nonostante questi nuovi cantieri, è però scivolosa per il governo. Non a caso il ministro Tajani ha voluto marcare una distanza. E, ieri, a domanda precisa ha risposto: «Almasri? Non me ne occupo».
(da La Repubblica)
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