Novembre 19th, 2025 Riccardo Fucile
NEL 2018, SU TWITTER, DESCRIVEVA IL CAPO DELLO STATO COME UN “ASPIRANTE DEMONIO”, ANZI “UN ROTTAME”. DI PIÙ: “OLTRE I CONFINI DEL RIDICOLO”. NEL 2022, “L’ESPRESSO” SQUADERNÒ LE SUE PRODEZZE SOCIAL E FAZZOLARI CANCELLÒ IL SUO PROFILO TWITTER
Nè Fdi né tanto meno Palazzo Chigi hanno mai dubitato della lealtà istituzionale del presidente Mattarella con il quale il governo ha sempre interloquito con totale spirito di collaborazione, non da ultimo sugli importanti dossier internazionali, dall’Ucraina al Medio Oriente.
Così il sottosegretario alla presidenza Giovanbattista Fazzolari interpellato dall’Ansa.
Mattarella «un aspirante demonio», anzi »un rottame». Di più: «Oltre i confini del ridicolo». Sono solo alcuni dei tweet scritti da Giovanbattista Fazzolari e indirizzati al presidente della Repubblica negli anni passati.
Messaggi rivelati da L’Espresso nell’articolo in cui Susanna Turco tratteggiava il profilo del fedelissimo di Giorgia Meloni, da settimane indicato come probabile ministro o sottosegretario
nel governo Meloni e a sorpesa escluso dalle poltrone che contano.
Quei tweet oggi però sono diventati un macigno sulle ambizioni di Fazzolari, una carriera sempre al fianco di Meloni che lo ha incensato come «la persona più giusta e intelligente che abbia mai conosciuto». E forse per intelligenza o per tatticismo, nelle scorse ore Fazzolari ha deciso di cancellare, letteralmente, il suo passato.
Il suo profilo Twitter, così ricco di commenti adatti per l’opposizione ma assai meno per un ruolo istituzionale, risulta infatti cancellato. Dal tweet di lotta a quello di governo il passo è breve: basta un click. Ma i suoi messaggi, salvati per tempo dall’Espresso, rimangono.
(da Dagoreport)
argomento: Politica | Commenta »
Novembre 19th, 2025 Riccardo Fucile
PERCHE’ BELPIETRO HA DECISO DI DARE SPAZIO E RISALTO A UNA STORIA COSI’ AMBIGUA? L’EX ALLIEVO DI VITTORIO FELTRI È UN PO’ IN DIFFICOLTÀ: LE COPIE VENDUTE DAL SUO GIORNALE CALANO E “LA VERITÀ” STA DIVENTANDO POST-VERITÀ, CON LO SPAZIO CONCESSO A COMPLOTTISTI, NO VAX E PUTINIANI
Si parla sempre di Tele-Meloni, ovvero la Rai guidata dal filosofo di Colle Oppio
Giampaolo Rossi, ma si considera sempre poco l’artiglieria “di carta” che copre il fianco di Giorgia Meloni e del suo Governo.
La presidente del Consiglio può contare sulle simpatie del “Corriere della Sera”, sempre più filo-governativo, sulla benevolenza dei tre quotidiani della famiglia Angelucci, “il Giornale”, “il Tempo”, “Libero”, sull’atteggiamento per nulla ostile del “Foglio” by Cerasa.
Poi c’è “La Verità”. Il quotidiano diretto da Maurizio Belpietro è stato fondato nel 2016, e si è contraddistinto negli anni per gli scoop di Giacomo Amadori e un taglio “alternativo” al racconto
mainstream, con molto spazio concesso ai negazionisti climatici e alla destra anti-abortista, anti-Lgbtq+ e turbo-cristiana.
Nel 2018, all’alba del Governo giallo-verde, il quotidiano è diventato l’house organ del primo esecutivo Conte, spingendo forte sulla battaglia anti-Mes e sospingendo la “Bestia” di Salvini con crociate anti migranti e di aperta ostilità alle teorie gender.
Tutto è cambiato con la pandemia: “La Verità” si è posizionata su una linea no-vax ai limiti del complottismo. Era un tentativo di andare a colmare un vuoto di mercato. Legittimo, per quanto discutibile. I virus passano, la diffidenza per i giornalisti resta, e così, di anno in anno, le battaglie di Belpietro e compagnia hanno fatto sempre meno presa sul lettorato italiano.
Da successo editoriale (nel 2018 Belpietro ha rilevato “Panorama”, nel 2019 i profittevoli periodici “Confidenze”, “Cucina Moderna”, “Sale & Pepe”, “Starbene” e “TuStyle”, nel 2022 “Donna Moderna” e “CasaFacile”), “La Verità” si è trasformata in una zavorra.
Prova ne è stata la spericolata avventura editoriale del quotidiano economico “Verità&Affari”: fondato ad aprile del 2022, con la direzione di Franco Bechis, cessa le pubblicazioni cartacee dopo qualche mese, per poi chiudere definitivamente anche la versione online nell’aprile 2024.
E così nel 2023 Belpietro, in crisi di copie e di liquidità, ha meditato il colpaccio: vendere tutto il suo gruppo editoriale agli Angelucci. È stato in quel momento che la strada dell’editore-direttore si è incrociata con quella di Giorgia Meloni.
La premier sarebbe infatti intervenuta a bloccare l’affare, non potendosi permettere di avere tutti i quotidiani di centrodestr
nelle mani del deputato leghista Antonio Angelucci.
È in quel frangente che bussa alla porta di Belpietro Federico Vecchioni, buon amico di Francesco Lollobrigida e ad della ricca società “Bonifiche ferraresi”, holding molto attiva nella filiera agro-industriale italiana che vale più di 1 miliardo di euro. A novembre del 2023, Vecchioni acquisisce una quota del 25% circa della Società Editrice Italiana (SEI), editrice di “La Verità” e “Panorama”, sborsando 2,5 milioni di euro.
Contestualmente, iniziano a fioccare le inserzioni delle aziende partecipate dallo Stato di sulla “Verità”: appaiono regolarmente sul quotidiano paginate di Eni, Poste, Enel, Trenitalia, Gruppo Fs, Terna, oltre a Cassa depositi e prestiti, ministero dell’Agricoltura e altre, condite da articoli molto benevoli.
Come scriveva Alessio Mannino su “MowMag”, il 6 novembre 2023, “Lollobrigida, cognato della premier Giorgia Meloni, avrà senz’altro brindato al nuovo ruolo editoriale di Vecchioni. Il trait d’union fra l’industriale e il governo, infatti, è lui.
Secondo Repubblica, anche la Meloni si sfregherebbe le mani perché non gradirebbe dover avere a che fare con un solo interlocutore sulla piazza mediatica: meglio che Belpietro si sia messo in sicurezza imbarcando un Vecchioni, che va d’amore e d’accordo con il cognato Lollo, che finire nell’abbraccio ecumenico, troppo ecumenico degli Angelucci”.
Il favore del Governo Meloni non ha però aiutato “La Verità” a risalire nella classifica di copie vendute.
Secondo i dati Ads, nel settembre 2024 il quotidiano vendeva in edicola 19.919 copie e la diffusione totale (cartacea + digitale) era di 26.570 copie.
Un anno dopo, nel settembre 2025, “La Verità” è scesa in edicola a 16.983 copie (–14,74% per cento) e la diffusione totale (cartacea + digitale) è calata a 22.893 copie (–13,84 per cento).
Se si considerano i dati dall’ingresso di Vecchioni (settembre 2023), “La Verità” è passata da 31.556 copie totali a 22.893 (–27,45% per cento).
Che c’azzecca questo con il Garofani-gate? Certamente non è con l’ipotesi di un maxi-complotto ordito da Sergio Mattarella (il leader più amato dagli italiani) che si vendono più copie. Anzi.
Ma di sicuro, creare un po’ di caciara, non puo’ che far bene a un quotidiano finito fuori mazzetta nelle rassegne stampa di tutta Italia.
D’altronde la prima dichiarazione di Galeazzo Bignami è stata battuta dall’ANSA alle 12.46, nonostante “La Verità” fosse in edicola all’alba con lo “scoop” di Belpietro sparato in apertura a caratteri cubitali.
Della serie: non se ne sono accorti neanche i fratellini d’Italia, che probabilmente non hanno il quotiidano di Belpietro nella loro “dieta” editoriale.
Inoltre, il Garofani-gate fornisce un assist alla solita lagna vittimista di Giorgia Meloni e camerati. Forse anche per fare questo favore al Governo, “La Verità” è stato l’unico giornale ad andare dietro alla storia del presunto discorso anti-Meloni di Garofani al ristorante.
Come ha raccontato perfidamente “il Giornale” di Alessandro Sallusti (anche lui, come Belpietro, allievo di Vittorio Feltri), infatti, le “indiscrezioni” sulle frasi del consigliere di Mattarella erano a disposizione di molti altri cronisti che avevano ricevuto una mail con la segnalazione da parte di un certo “Mario Rossi”.
Gil altri quotidiano però non hanno ritenuto affidabile la
vicenda. “La Verità”, invece, non si è fatta sfuggire l’occasione, troppo ghiotta, per indispettire Mattarella, già nel mirino del quotidiano da anni, e si è buttata a pesce sulla “notizia”.
Il condirettore della “Verità”, Massimo De Manzoni, ha affermato che, di quel colloquio, “è possibile che ci sia una registrazione”, e poi ha risposto acidamente ai colleghi del “Giornale”: “Si assumono la responsabilità di quel che scrivono ma certo mi sembra un po’ strana questa cosa. Lo scrive solo ‘il Giornale’ e temo che ci sia un po’ di invidia dietro…”
Peccato che non sia solo “il Giornale” a scrivere della mail di “Mario Rossi”. Anche Francesco Malfetano sul sito della “Stampa” racconta:
“L’articolo pubblicato da La Verità martedì mattina è stato inviato per e-mail a diversi giornali da stefanomarini@usa.com.
All’interno l’articolo a firma Mario Rossi con le esatte notizie riportate dal quotidiano di Maurizio Belpietro, in una forma quasi identica al testo ‘originario’ che accusa il consigliere del Quirinale Francesco Saverio Garofani, e con tanto di titolo altisonante: “Quirinale, quel cocktail che svela il gioco del Colle: così il Quirinale guarda al dopo-Meloni: ‘Serve una grande lista civica nazionale’”.
Segue mail completa, praticamente identica all’articolo su “la Verità” firmato con il nom de plume di Ignazio Mangrano.
La mail dell’anonimo “Mario Rossi” deve essere stata ritenuta molto affidabile per essere pubblicata quasi per intero: era corredata da un audio, Belpietro sa qualcosa che noi non sappiamo o c’è qualche passaggio che ci sfugge? Ah, saperlo…
(da Dagoreport)
argomento: Politica | Commenta »
Novembre 19th, 2025 Riccardo Fucile
LA LINEA PRO-KIEV DI GIORGIA MELONI SI E’ AFFIEVOLITA DA TEMPO E SALVINI E’ IL SOLITO “FIGLIO DI PUTIN” CHE SI OPPONE A OGNI SOSTEGNO A ZELENSKY… NON SOLO: MATTARELLA, ORMAI DA ANNI, INFIOCINA I SOVRANISMI DI MEZZO MONDO, HA PIU’ VOLTE CRITICATO TRUMP, PUTIN, ORBAN, NETANYAHU E AFD (GUARDA CASO TUTTI AMICI DI MELONI E SALVINI) – SE L’AUDIO DI GAROFANI ESISTE, E CERTIFICA UN “COMPLOTTO” E NON UN SEMPLICE RAGIONAMENTO POLITICO, PERCHÉ BELPIETRO NON LO PUBBLICA?
Per capire meglio il Garofani-gate, bisogna fare attenzione anche alle coincidenze temporali.
Non è passato inosservato che la doppietta di articoli della “Verità” sul “Piano del Quirinale per fermare la Meloni” sia arrivata il giorno successivo alla riunione del Consiglio supremo di Difesa, lunedì pomeriggio
Un vertice che si è concluso con una “vittoria” della linea Crosetto-Mattarella sull’Ucraina e sull’ancoraggio europeo pro Kiev dell’Italia.
Il comunicato finale non lascia spazio a fraintendimenti: “Il Consiglio ha confermato il pieno sostegno italiano all’Ucraina nella difesa della sua libertà.
In questo senso si inquadra il dodicesimo decreto di aiuti militari. Fondamentale rimane la partecipazione alle iniziative dell’Unione Europea e della NATO di sostegno a Kiev e il lavoro per la futura ricostruzione del Paese”.
Mattarella ha sempre parlato chiaro sull’invasione russa dell’Ucraina, ma negli ultimi tempi ha alzato l’asticella, con dichiarazioni durissime contro chi vuole disgregare l’Unione europea (Trump, Putin) e, in particolare, contro i sovranismi d’ogni latitudine e grado (Trump, Orban, Afd in Germania).
Domenica, Sergione ha tenuto un discorso potente contro i “troppi dottor Stranamore” che si affacciano all’orizzonte, con riferimenti non troppo velati a Putin e Netanyahu: “Chi colpisce i civili non può restare impunito, nessuna circostanza eccezionale può giustificare l’ingiustificabile: i bombardamenti nelle aree abitate, l’uso cinico della fame contro le popolazioni, la violenza sessuale”.
Trump, Putin, Orban, Netanyahu: tenete a mente questi nomi. A vario titolo, sono tutti “amici” di Salvini e Meloni.
Mattarella, nei suoi molti discorsi pubblici, mette sempre l’accento sull’importanza della posizione atlantista e filo-europea dell’Italia, ponendosi come contraltare a quelle forze che puntano a destabilizzare o distruggere il tradizionale collocamente euro-atlantico del Paese. E di chi si sta parlando
C’è Trump, che sogna di rompere l’unità europea per tenere al guinzaglio il Vecchio continente e farlo restare nell’orbita statunitense.
Segue Putin, che vuole spaccare il vecchio continente per riconquistare il “Russkij mir”, il “mondo russo”, ovvero tutti quei territori ex sovietici che considera il suo “cortile di casa”.
Domenica, in un memorabile discorso al Bundestag tedesco, Mattarella ha sferzato anche le svastichelle di Afd, alleate della Lega all’Europarlamento nel gruppo dei Patrioti: “Non lasciamo che il sogno europeo venga lacerato da epigoni di tempi bui. Di tempi che hanno lasciato dolore, miseria, desolazione”.
È sufficiente unire i puntini per capire la frustrazione della maggioranza di destra di fronte alle stoccate continue del Capo dello Stato: i suoi bersagli sono i migliori amici del governo Meloni.
Trump è l’alleato numero uno di Giorgia , che si vanta della sua “special relationship” con il tycoon, Putin è il punto di riferimento fortissimo di Matteo Salvini, che strepita ogni giorno contro l’Ucraina e invoca lo stop agli aiuti militari a Kiev.
Gli stessi post-nazisti di Afd sono alleati del Carroccio in Europa nel gruppo “Patrioti” di cui fa parte anche il partito Fidesz, fondato da Viktor Orban, altro amicone dei sovranisti cacio e pepe e nemico interno numero uno di Bruxelles.
Insomma, Mattarella spesso e volentieri attacca i “compagni di merende” di Fratelli d’Italia e Lega. E’ facile comprendere la stizza della Sora Giorgia e di Salvini davanti a queste prese di posizione del Colle.
Come direbbe il Marchese del Grillo, parlando al falegname Aronne Piperno: “Posso esse un po’ incazzato pe’ ‘sta storia
Senza voler credere all’esistenza di una regia politica dietro agli articoli della “Verità”, sono legittime le domande che pone Annalisa Cuzzocrea oggi su “Repubblica”: “Da che parte sta la premier? È una domanda ormai consueta: Meloni sta con l’Ucraina fino in fondo o è pronta a cedere alla visione identica di Salvini e Orbán? Sta con l’Unione europea o con chi — come Trump — vuole distruggerla?
Crede nello Stato di diritto che si fonda sulla divisione dei poteri e quindi sulla necessità di rispettare i contropoteri, o vuole disfarsi del giudizio del Colle come di quello della magistratura quando non le dà ragione?”.
“Non sono domande retoriche. Meriterebbero risposte – prosegue Cuzzocrea – La premier avrebbe potuto darle ieri nel comizio di Padova, ma ha continuato a magnificare un partito coeso e un Paese in ripresa che non c’è. Lasciando ancora una volta i fatti fuori dal suo racconto.”
C’è poi un altro fattore da tenere in considerazione, e riguarda l’esistenza del presunto audio del colloquio, al ristorante, di Francesco Saverio Garofani. Il quotidiano di Belpietro ha titolato l’articolo a riguardo “Il piano del Colle per fermare Meloni”. Parole forti.
Perché “La Verità” non taglia la testa al toro e pubblica l’audio, così da dimostrare quale sia questo famigerato “piano”? Perché non mettere un pietrone sopra la questione, smascherando il “complotto”, e costringere così alle dimissioni il consigliere del Colle? Maurizio Belpietro è un vecchio volpone del giornalismo: se ha in mano una registrazione bomba come questa, come mai la tiene nel cassetto
Delle due l’una: o la registrazione non c’è (ma il condirettore del quotidiano, Massimo De Manzoni, ha detto che “è possibile che esista” un file, e lo stesso Garofani ha confermato grosso modo il contenuto, evidentemente temendo di essere sputtanato), o l’audio non corrisponde per niente alla tesi del quotidiano.
Se la frase “serve un provvidenziale scossone” fosse consequenziale al ragionamento sullo stato comatoso del centrosinistra, di cui Garofani è stato un esponente di primo piano fino al 2018, e dunque non collegato a Giorgia Meloni e al suo governo, non ci sarebbe né un “piano” anti-governo né un complotto.
E dunque per Belpietro & company, che hanno montato la panna, sarebbe una figura barbina.
Inoltre, dettaglio affatto secondario in tempi di Paragon, spyware e spionaggio vario, c’è da chiedersi quale sia l’origine di questo famigerato audio.
Garofani ha parlato di una “chiacchierata in libertà tra amici”. Si trovava in un ristorante, dunque in un contesto pubblico, ed è lì che si sarebbe lasciato andare a considerazioni politiche sul centrosinistra, sul Pd, invocando un ruolo più incisivo di Romano Prodi, su una futuribile “lista civica di centro”, gudata da Ernesto Maria Ruffini.
Ora, se la situazione era “intima”, con una manciata di persone selezionate al tavolo, chi ha registrato il discorso di Garofani? Uno dei suoi amici? Qualcuno l’ha “tradito”, per sputtanarlo
Secondo Massimo De Manzoni, a tavola c’erano anche degli “sportivi professionisti”, ma perché avrebbero dovuto mettere in difficoltà il segretario del Consiglio supremo di difesa? Che c’azzecca uno sportivo con le trame politiche di Palazzo?
Il caso si ingarbuglia ancora di più se a registrare non fosse stato un commensale di Garofani. E allora chi? Difficile pensare che a farlo sia stato un privato cittadino che, tra un antipasto e un primo, si mette a orecchiare le parole in libertà di Garofani, che aveva, prima dello scandalo, un volto poco riconoscibile, sconosciuto ai più. Un caso dunque diverso dalla prof che riprese Matteo Renzi all’autogrill di Fiano Romano con Marco Mancini. Renzi era un ex premier, famoso e ancora esposto pubblicamente.
E se anche un cittadino qualunque avesse riconosciuto Garofani, perché avrebbe dovuto prendere il telefono e registrare il suo discorso?
Le domande si moltiplicano, come i dubbi. Garofani era “attenzionato” da qualcuno? I molti scandali legati allo spionaggio (dai dossierini di Equalize e Squadra Fiore ai giornalisti intercettati con Paragon) ci hanno insegnato che, in questo disgraziato Paese, non bisogna dare nulla per scontato.E qui si torna alle coincidenze temporali: chi avrebbe interesse a colpire Garofani e dunque il Quirinale, all’indomani della riunione del Consiglio supremo di Difesa in cui è stato ribadito il “pieno sostegno all’Ucraina”? Chi gode nel depotenziare il Quirinale così pervicacemente anti-Trump, anti-Putin, anti-Orban e anti-Afd?
(da Dagoreport)
argomento: Politica | Commenta »
Novembre 19th, 2025 Riccardo Fucile
“DOPO 3 ANNI L’ECONOMIA E’ FERMA MA LEI PUR DI NON PARLARE DEI FATTI VERI, CAMBIA DISCORSO, UN COMPLOTTO AL GIORNO TOGLIE LA POLITICA DI TORNO”… POI FULMINA LA DUCETTA SUL “GIGANTESCO PROBLEMA DELLA SICUREZZA. E’ UNA VERGOGNA CHE MELONI E SALVINI VIVANO NEL MAGICO MONDO DEGLI SLOGAN. ABBIAMO BISOGNO DI PIÙ FORZE DELL’ORDINE PER LE STRADE”
“Giorgia Meloni vuole andare al Quirinale? Ogni giorno apre un conflitto per questo.
La polemica per interposto capogruppo da un lato dimostra che lei vuole quel palazzo lì, non si accontenta e fa i suoi conti” ma già oggi “lei avrebbe i numeri per andarci per le divisioni” dall’altra parte e quindi “abbiamo una responsabilità in più da parte nostra, evitare che il Colle più alto finisca nelle sue mani”.
Lo ha detto il leader di Italia Viva Matteo Renzi in conferenza stampa a Mestre (Venezia) con il candidato presidente del Veneto del centrosinistra Giovanni Manildo.
Il secondo motivo, per l’ex premier, è che “lo fa per cambiare discorso, un complotto al giorno toglie la politica di torno”. Meloni “si è buttata a pesce su questo complotto” per non parlare ad esempio dello “studente della Bocconi di 22 anni accoltellato a Milano a corso Como, non in una banlieue” o per non parlare della situazione economica, anche se “dopo tre anni nessuno chiede conto del fatto che l’economia è ferma”. “Non c’è niente di sostanziale ma pur di non parlare dei fatti veri si sono inventati un complotto”.
(da agenzie)
argomento: Politica | Commenta »
Novembre 19th, 2025 Riccardo Fucile
“LA STAMPA”: “È QUASI UN OSSIMORO CHE IL COORDINATORE OPERATIVO DELL’ORGANISMO DELEGATO A SOVRINTENDERE LA SICUREZZA NAZIONALE VENGA ACCUSATO DAL PARTITO DELLA PREMIER DI DESTABILIZZARE GLI EQUILIBRI POLITICI. COME OSSERVA OSVALDO NAPOLI, VECCHIO NAVIGATORE, LA PORTAVOCE RUSSA MARIA ZAKHAROVA NE SARÀ PIUTTOSTO SODDISFATTA”
Seduto allo stesso tavolo di Mattarella e di Meloni, con i principali ministri e i con i vertici delle Forze Armate, c’era Francesco Saverio Garofani, il consigliere presidenziale ritrovatosi ieri mattina sotto il cannoneggiamento di Belpietro. Già, perché Garofani non è una figura qualunque.
Assolve l’incarico di segretario del Consiglio supremo di Difesa. Ed è a suo modo straordinario, quasi un ossimoro, che il coordinatore operativo di questo organismo delegato a sovrintendere la sicurezza nazionale venga, proprio lui, accusato dal partito della premier di destabilizzare gli equilibri politici.
Come osserva Osvaldo Napoli, vecchio navigatore, la portavoce russa Maria Zakharova ne sarà piuttosto soddisfatta. Quanto a Garofani, si sente come è facile intuire: dentro un tritacarne.
(da La Stampa)
argomento: Politica | Commenta »
Novembre 19th, 2025 Riccardo Fucile
I SOCIALDEMOCRATICI DELLA PREMIER PAGANO LE POLITICHE ANTI-MIGRANTI, PUNITE IN UNA CAPITALE MULTIETNICA CHE PREFERISCE AFFIDARSI A FORZE PIU’ PROGRESSISTE
La formazione di sinistra radicale “Alleanza Rosso-Verde” (che si è presentata col
nome di “Lista dell’Unità”) ha vinto le elezioni amministrative a Copenaghen quasi raddoppiando i voti presi dal Partito Socialdemocratico che perde così il governo della capitale danese dopo ben 122 anni.
Anche se i socialdemocratici, nel computo nazionale delle elezioni municipali di ieri, sono arrivati in testa con il 23,2% davanti al Partito Liberale loro alleato – che perde il 3,3%, ma conquista più sindaci -, la formazione di centrosinistra ha perso circa il 5% dei consensi rispetto al 2021 e anche altre città
dell’hinterland di Copenaghen sono state conquistate dai Rosso-Verdi e da altri partiti a sinistra dei socialdemocratici, che nella capitale si sono fermati solo al 12,7% dei voti. Anche il Partito Conservatore di centrodestra ha perso posizioni.
“Il crollo è stato maggiore di quello che ci aspettavamo” ha commentato la premier socialdemocratica danese Mette Frederiksen, preoccupata che la crisi del suo partito possa riprodursi anche nelle elezioni politiche generali che dovrebbero svolgersi nei prossimi mesi.
I Rosso-Verdi, nati nel 1989 dall’unione tra alcuni partiti comunisti, socialisti di sinistra ed ecologisti, nella capitale hanno ottenuto il 22,1% dei consensi, guidati dalla 61enne Line Barfod. Complessivamente hanno invece preso il 7%.
Dietro di loro si è piazzato il “Partito Popolare Socialista” (noto anche come “Partito della sinistra verde”), una lista di sinistra moderata, con il 17,9% a Copenhagen (e un aumento del 7%) e l’11% nell’insieme della Danimarca.
La sua candidata, la 39enne Sisse Marie Welling, potrebbe diventare la nuova sindaca con il sostegno della sinistra radicale e del Partido Alternativo, un’altra formazione progressista che ha ottenuto il 5% dei voti.
Secondo gli analisti danesi, una parte consistente dell’elettorato ha voluto punire i socialdemocratici per la loro svolta liberista, securitaria e anti-immigrazione.
Nel mirino degli elettori anche la forte crescita del prezzo degli alloggi che ha obbligato molti lavoratori e lavoratrici ad abbandonare la capitale ed altre grandi città e a spostarsi nelle periferie e nei piccoli centri. A preoccupare molti elettori è in generale l’aumento del costo della vita e il peggioramento della
qualità dei servizi pubblici, a lungo fiore all’occhiello delle socialdemocrazie scandinave, oltre all’aumento delle spese militari e alla stretta alleanza con gli Stati Uniti.
lle elezioni comunali e regionali di ieri ha preso parte quasi il 70% degli aventi diritto.
(da agenzie)
argomento: Politica | Commenta »
Novembre 19th, 2025 Riccardo Fucile
E DENUNCIANO: “LA DIREZIONE DELLA FONDAZIONE CI HA NEGATO LA POSSIBILITÀ DI LEGGERE UN COMUNICATO AL PUBBLICO”
Per l’opera inaugurale prevista domani alla Fenice di Venezia, La clemenza di Tito (Orchestra e Coro del Teatro La Fenice, direttore Ivor Bolton, regia Paul Curran), i sindacati delle maestranze e dei lavoratori dello stabile daranno vita all’ennesima manifestazione di protesta fuori dal teatro contro la nomina a direttore musicale di Beatrice Venezi. Come apprende LaPresse probabile anche un ritardo per l’inizio della recita.
In una nota la Rsu della Fenice “informa il pubblico e gli organi di stampa che la Direzione della Fondazione ha negato alla rappresentanza dei lavoratori la possibilità di leggere un breve comunicato prima dell’inaugurazione della Stagione 2025/2026 di domani, 20 novembre. Si tratta dell’ennesimo segnale di una gestione sempre più chiusa, autoritaria e impermeabile al dialogo. In un momento già gravissimo per la vita interna del Teatro – segnato da decisioni calate dall’alto, processi non trasparenti e totale assenza di confronto – riteniamo inaccettabile che ai lavoratori venga impedito persino di rivolgere poche parole, rispettose e necessarie, al proprio pubblico”.
La Fenice, prosegue la Rsu, “appartiene alla città, non a chi la governa pro tempore. Il pubblico ha diritto di sapere cosa sta accadendo all’interno della Fondazione e quali rischi corre il futuro artistico e professionale del teatro. Pur di non arrecare alcun danno alle spettatrici, agli spettatori e alla Fondazione stessa, le lavoratrici e i lavoratori hanno responsabilmente scelto di non proclamare lo sciopero.
Una decisione che testimonia il forte senso di responsabilità di chi, ogni giorno, garantisce con professionalità la vita artistica del Teatro”. Per affermare comunque – conclude la Rsu – “il diritto all’espressione e per protestare contro questa ulteriore chiusura, le lavoratrici e i lavoratori del Teatro La Fenice danno appuntamento al pubblico, agli organi di stampa e alla cittadinanza alle ore 18.20 in Campo San Fantin, dove sarà data lettura del comunicato che era stato preparato per l’inizio della recita. Continueremo a difendere il lavoro, la trasparenza e il ruolo centrale di chi ogni giorno fa vivere questo Teatro”.
(da agenzie)
argomento: Politica | Commenta »
Novembre 19th, 2025 Riccardo Fucile
L’EX MAGISTRATO ARMANDO SPATARO: “SONO SENZA PAROLE. QUEL PIANO DELLA P2 ERA UN PROGETTO EVERSIVO DI DOMINIO DEL PAESE. È INACCETTABILE L’IDEA DI CITARE GELLI COME SE FOSSE UN ARGOMENTO NEUTRO”
Armando Spataro, procuratore in pensione, giurista, un pezzo della storia della
magistratura di questo Paese. Ha sentito il ministro Carlo Nordio? Dice che, in fondo, Gelli sulla separazione aveva ragione.
«Sono senza parole. Il ministro Nordio ricerca spesso il consenso attraverso battute che ritiene brillanti, ma è evidente che certe uscite diventano insopportabili quando vengono da chi ha responsabilità di governo. Io non mi sono mai occupato di P2, ma è pacificamente accertato che quel piano era un progetto di dominio del Paese, che favoriva non i diritti dei cittadini ma gli interessi di pochi, sul piano economico e politico.
Per questo trovo inaccettabile l’idea di poter citare Gelli come se fosse un argomento neutro. È una banalizzazione della storia. Richiamare la P2 non è un pretesto: non si può non ricordare che c’è stato un disegno eversivo».
Lei cosa ritiene più sbagliato in questa riforma?
«Mi servirebbero tre pagine di giornale, perché penso che sia tutto sbagliato. Questa riforma, che è della magistratura e non della giustizia, si fonda su un presupposto totalmente falso.
Basta guardare con gli occhi aperti il contesto internazionale per accorgersi quanto sia gratuita e priva di fondamento l’affermazione secondo cui la separazione delle carriere si impone anche in Italia poiché si tratterebbe dell’assetto ordinamentale esistente o nettamente prevalente negli ordinamenti degli altri Stati a democrazia avanzata, Stati Uniti inclusi, senza che ciò comporti dipendenza del pm dal potere esecutivo e condizionamento delle indagini.
La realtà è un’altra, e lo dico da tempo: in tutti gli stati dove, ad eccezione del solo Portogallo, la carriera del pm è separata da quella del giudice, non solo il pm dipende dall’esecutivo, ma esiste un giudice istruttore indipendente. Anche in quei sistemi, quindi, si avverte la necessità di un organo investigativo totalmente indipendente dall’esecutivo.
E non vale neppure l’argomento inglese, perché in Inghilterra il pm non esiste neppure: è la polizia che fa le indagini e poi chiede a un avvocato di sostenere le proprie conclusioni davanti a un giudice. Sono dati che i sostenitori della riforma evitano: si tratta di argomenti su cui rispondono con il silenzio (o con errori clamorosi), per ignoranza o per incapacità di confutare».
Il ministro Nordio ha detto che su un caso come Garlasco la giustizia dovrebbe avere il coraggio di arrendersi. È d’accordo?
«È un’affermazione inaccettabile. Una sentenza può anche essere sbagliata, e si cerca di evitare che questo accada, ma ai possibili errori c’è rimedio, per questo ci sono tre gradi di giudizio. Ma no, la democrazia – e dunque la giustizia – non può mai arrendersi davanti a nulla. E la magistratura deve andare avanti senza fermarsi in nome della sua indipendenza ed autonomia».
(da Il Fatto Quotidiano)
argomento: Politica | Commenta »
Novembre 19th, 2025 Riccardo Fucile
I VIRGOLETTATI CHE BELPIETRO GLI ATTRIBUISCE (“SERVE UN PROVVIDENZIALE SCOSSONE”) ERANO UNA INNOCUA RIFLESSIONE SULLE DINAMICHE POLITICHE DEL CENTROSINISTRA: “NON HO MAI FATTO DICHIARAZIONI FUORI POSTO, MAI ESIBIZIONI DI PROTAGONISMO. HO LETTO E RILETTO BELPIETRO, SENZA CAPIRE IN COSA CONSISTEREBBE IL COMPLOTTO”
Dalle parole e dai pensieri degli ex colleghi dem di Francesco Saverio Garofani alla Camera dei deputati, vien fuori il ritratto di un uomo taciturno, schivo, riservato, rigoroso, moderato, prudente, a tratti persino ermetico. Un’immagine che a dir poco stride con quella dipinta da Maurizio Belpietro sulla Verità di ieri, nell’articolo di prima pagina intitolato «L’attacco del Quirinale per fermare la Meloni».
Romano, una moglie e due gemelli di 16 anni, il consigliere di Sergio Mattarella e segretario del Consiglio Supremo di Difesa risponde al Corriere alle sei della sera: «Sono molto
amareggiato, per me e per i miei familiari. Ma quel che soprattutto fa male è l’impressione di essere stato utilizzato per attaccare il presidente».
Mattarella lo ha rassicurato subito: «È stato affettuosissimo, mi ha detto “stai sereno, non te la prendere”». Ma è cosa ardua, per uno convinto di «aver dimostrato con i fatti l’assoluto rispetto per le istituzioni, in tutti i ruoli che ho ricoperto».
A sinistra c’è chi pensa che avrebbe potuto essere più cauto, evitando di ricamare in un luogo pubblico sulle strategie che il centrosinistra dovrebbe adottare per battere Meloni. E lui spiega: «Era una chiacchierata in libertà tra amici».
E se Belpietro gli attribuisce la speranza di un «provvidenziale scossone» per fermare la salita della premier al Colle, il consigliere è convinto di «non aver mai fatto dichiarazioni fuori posto, mai esibizioni di protagonismo». Rivela di aver «letto e riletto Belpietro, senza capire in cosa consisterebbe il complotto»
Tessera di partito? «Non faccio politica dal 2018, non sono più iscritto da quando sono uscito dal Parlamento». Perché ha citato Ernesto Maria Ruffini? «È un amico, lo stimo». E David Sassoli? «Ne ho parlato con grande nostalgia e rimpianto soprattutto umano, per il rapporto fraterno che avevamo».
(da Corriere della Sera)
argomento: Politica | Commenta »