Destra di Popolo.net

LA GERMANIA È ANCORA DIVISA: DA UNA PARTE L’AFD, DALL’ALTRA CHI VUOLE CACCIARE I “POST”-NAZISTI

Novembre 29th, 2025 Riccardo Fucile

OGGI A GIESSEN, NEL LAND TEDESCO DELL’ASSIA, SI TERRÀ IL CONGRESSO FONDATIVO DELLA NUOVA ORGANIZZAZIONE GIOVANILE DI ALTERNATIVE FUER DEUTSCHLAND (AFD), “GENERAZIONE GERMANIA”: IN CITTÀ ARRIVERANNO MILLE ESPONENTI DEL PARTITO DELLE SVASTICHELLE, E…CINQUANTAMILA MANIFESTANTI, CHE INTENDONO PROTESTARE CONTRO LA NASCITA DI QUESTA NUOVA ORGANIZZAZIONE

Comincia oggi a Giessen, nel Land tedesco dell’Assia, il congresso fondativo della nuova organizzazione giovanile di Alternative fuer Deutschland (Afd). La nuova giovanile dovrebbe chiamarsi “generazione Germania”, dovrebbero riunirsi circa mille esponenti del partito.
In città è previsto anche l’arrivo di circa cinquantamila manifestanti, che intendono protestare contro la nascita di questa nuova organizzazione. Il ministro dell’Interno dell’Assia, Roman Poseck parla di una “situazione difficile” alla quale la posizione si sta preparando da mesi. Afd ha sciolto la propria organizzazione giovanile, Junge Alternative fuer Deutschland, il
31 marzo 2025, dopo che l’Ufficio federale per la difesa della Costituzione ne aveva segnalato sin dal 2019 la radicalità. Adesso, l’intenzione è di avere un’organizzazione giovanile maggiormente integrata nel partito.
(da agenzie)

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A CHE PUNTO SIAMO CON IL CASO VENEZI? LA VENEZI AVEVA INFORMATO I SUOI REFERENTI POLITICI CHE VOLEVA RINUNCIARE MA I FRATELLI D’ITALIA LE HANNO IMPOSTO NESSUN PASSO INDIETRO, MENTRE I LAVORATORI VENGONO MASSACRATI CON DISPETTI E TAGLI ALLO STIPENDIO

Novembre 29th, 2025 Riccardo Fucile

MA IL FRONTE DEI RESISTENTI DISPONE DI UN’ARMA MOLTO FORTE: IL CONCERTO DI CAPODANNO, CHE SENZA L’ORCHESTRA DELLA FENICE NON SI PUÒ FARE… IL PROBLEMA NON È SOLO CHE VENEZI ARRIVI SUL PODIO DELLA FENICE SENZA AVERE UN CURRICULUM ADEGUATO, MA COSA SUCCEDERÀ SE E QUANDO CI SALIRÀ, NELL’OTTOBRE 2026 … INTANTO LA VENEZIA STA CANCELLANDO A RAFFICA GLI IMPEGNI IN ITALIA….IL COMUNE È CONTENDIBILISSIMO (LO SFIDANTE DI SINISTRA GIOVANNI MANILDO HA PRESO UNO 0,46% PIÙ DI STEFANI)

E con la vicenda Venezi a che punto siamo? Il governo, cioè il sottosegretario alla Cultura (un ossimoro vivente) Gianmarco Mazzi, ha scelto la strategia del logoramento: nessun passo indietro, “Beatroce” in arrivo nei tempi previsti, mentre i lavoratori del teatro vengono massacrati con dispetti assortiti e tagli allo stipendio: l’ultimo, la mancata corresponsione della rata del welfare di fine anno.
Dall’altra parte, il fronte dei resistenti appare ancora compatto e
dispone di un’arma molto forte: il concerto di Capodanno in diretta Rai da Venezia, che evidentemente senza l’Orchestra della Fenice non si può fare. I professori non lo faranno saltare, ma certamente inventeranno qualche forma di protesta contro la prepotenza di un potere non si sa se più arrogante o più ignorante.
E qui sta il punto. Perché il problema non è solo che Venezi arrivi sul podio della Fenice senza avere un curriculum adeguato, ma cosa succederà se e quando ci salirà, nell’ottobre 2026.
Nella loro crassa rozzezza, i vari Mazzi, Donzelli (è lui il vero sponsor di Bioscalin), Mollicone, Brugnaro e il resto del trust di cervelli che si è ficcato in questo pasticcio immaginano che la Fenice sia una fabbrica e i suoi professori degli operai alla catena di montaggio.
Ma chiunque sa come funziona un’orchestra è consapevole che un direttore indesiderato ha vita durissima, specie se non è esattamente Kleibel
Ammesso che alla prima prova l’Orchestra non si alzi e se ne vada, per mandare a catafascio un concerto di Venezi basta semplicemente seguire lei e non il primo violino. Quindi il problema non è affatto risolto: è appena iniziato.
A rendersene conto, pare, è stata la stessa Venezi, che almeno è del mestiere. In colpevolissimo ritardo (si fosse ritirata all’inizio di tutta questa storia, ne sarebbe uscita in gloria), si è resa conto di essersi messa ed essere stata messa in una situazione
insostenibile, e aveva annunciato ai suoi sponsor di voler rinunciare
Ma, avendo scelto la strada della prova di forza, i suoi mandanti politici le hanno ingiunto di non farlo.
Nel frattempo, “la direttrice del lato B-ioscalin” annulla a raffica i suoi impegni italiani: ultima, la “Salome” di Sassari.
Vediamo quel che succederà a gennaio, quando in teoria dovrebbe dirigere “Carmen” (nota per Mazzi: di Bizet) a Pisa il 23 gennaio e “Aufstieg und fall der Stadt Mahagonny” (sempre per Mazzi: di Weill, e su libretto di quel pericoloso komunista di Brecht) a Trieste il 30.
Situazione bloccata, quindi. Ma forse non del tutto. Ci sono due variabili da considerare. Una è Alessandro Giuli, che potrebbe magari ricordarsi di essere lui il ministro della Cultura e che descrivono insofferente dell’attivismo del suo maldestro sottosegretario.
L’ex ultrà dell’Hellas Verona è riuscito nel non facile capolavoro di compattare contro di lui l’intero mondo dell’opera, che in teoria era quello che la destra doveva conquistare perché più identitario, tradizionale e nazionalpopolare (alla prima dell’Opera di Roma, giovedì, l’inconsapevole Mazzi è stato oggetto di infiniti lazzi e frizzi e battute e sfottò, aggravati dal fatto che si dava “Lohengrin”, opera pre-elettrica e lunghissima). L’altra variabile è la Lega. Finora sulla vicenda Fenice non è intervenuta, facendosi imporre il sovrintendente Nicola Colabianchi, la Venezi e gli altri camerati, e tollerando che il plurinquisito sindaco Luigi Brugnaro si schierasse contro il teatro della sua città e i suoi spettatori, a cuccia davanti alle “pressioni” (parole sue) romane.
Luca Zaia della Fenice si è sempre disinteressato, destinandole molti meno fondi che allo Stabile del Veneto e non ricevendo i lavoratori che gli avevano chiesto un incontro. Ma adesso tutto è cambiato: invece di essere superata da Fratelli d’Italia, la Lega in Veneto li ha doppiati, e il nuovo governatore, Alberto Stefani, pare più attento alla cultura del suo predecessore.
Non solo: a Venezia si vota l’anno prossimo, Brugnaro non potrà ricandidarsi e il Comune è contendibilissimo, perché lì lo sfidante di sinistra Giovanni Manildo ha preso uno 0,46% più di Stefani. Continuare a difendere l’indifendibile, e a stare contro i veneziani invece che con loro, potrebbe rivelarsi un pessimo affare.
(da Dagoreport)

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WALL STREET JOURNAL: “IL VERO PIANO TRUMP-PUTIN PER LA PACE IN UCRAINA E’ FARE SOLDI”

Novembre 29th, 2025 Riccardo Fucile

IL PIANO ILLUSTRATO DAI RUSSI CONSENTIREBBE ALLE AZIENDE STATUNITENSI DI ATTINGERE AI 300 MILIARDI DI DOLLARI DI ASSET DELLA BANCA CENTRALE RUSSA CONGELATI IN EUROPA

«Fare soldi, non fare la guerra». Titola così il Wall Street Journal, sostenendo che il vero piano del presidente americano Donald Trump per l’Ucraina sia finalizzato non tanto al raggiungimento della pace, quanto a far sì che Stati Uniti, Russia e Ucraina diventino partner commerciali. Citando fonti vicine ai colloqui, il giornale scrive che il Cremlino ha proposto alla Casa Bianca di raggiungere la pace tramite gli affari e che, con grande costernazione dell’Europa, Washington si è trovata d’accordo sulla linea proposta da Mosca.
Le fonti citate dal Wsj affermano che durante l’incontro di ottobre a Miami Beach tra l’inviato speciale americano Steve Witkoff e Kirill Dmitriev, capo del fondo sovrano russo e negoziatore scelto da Vladimir Putin, i due hanno discusso di un piano da duemila miliardi di dollari per far uscire dal tunnel l’economia russa. Un piano che vedrebbe le aziende americane in prima linea rispetto ai concorrenti europei.
Il Wsj spiega che il piano illustrato da Dmitriev consentirebbe alle aziende statunitensi di attingere ai circa 300 miliardi di dollari di asset della banca centrale russa congelati in Europa per progetti di investimento russo-americani e per la ricostruzione dell’Ucraina nel dopoguerra. Inoltre, le aziende statunitensi e russe potrebbero unirsi per sfruttare le ricchezze minerarie dell’Artico, ha sostenuto Dmitriev.
L’obiettivo del Cremlino sarebbe quindi quello di convincere gli Usa a considerare la Russia come una terra di abbondanti opportunità, non come una minaccia militare, secondo funzionari della sicurezza occidentale citati dal Wsj. Proponendo accordi multimiliardari nel settore delle terre rare e dell’energia, Mosca potrebbe ridisegnare la mappa economica dell’Europa, creando al contempo una frattura tra l’America e i suoi alleati tradizionali, scrive il Wall Street Journal.
Dmitriev, ex dipendente di Goldman Sachs, ha trovato partner ricettivi in Witkoff, storico compagno di golf di Trump, e in Jared Kushner, il genero del presidente americano, il cui fondo di investimento Affinity Partners ha attirato investimenti miliardari dalle monarchie arabe. Gli uomini d’affari condividono l’approccio geopolitico del presidente Trump. Se generazioni di diplomatici considerano le sfide post-sovietiche dell’Europa orientale come un nodo da sciogliere con fatica, il presidente immagina una soluzione facile: i confini contano meno degli affari.
Negli anni ’80 si era offerto di negoziare personalmente una rapida fine della Guerra Fredda, mentre costruiva quella che, a suo dire, sarebbe stata per i diplomatici sovietici una Trump Tower di fronte al Cremlino, con il regime comunista come partner commerciale. «La Russia ha tante risorse immense, immense distese di territorio», ha dichiarato Witkoff al Wall Street Journal, descrivendo la sua speranza che Russia, Ucraina e Usa diventino partner commerciali. «Se riusciamo a raggiungere questo, tutti prosperano e c’è un vantaggio per tutti; questo sarà un baluardo contro futuri conflitti. Perché tutti prosperano», ha aggiunto.
Per molti alla Casa Bianca di Trump questo mix di affari e geopolitica non è un difetto. I principali consiglieri presidenziali vedono un’opportunità per gli investitori americani di ottenere accordi redditizi in una nuova Russia del dopoguerra e diventare i garanti commerciali della pace. La Russia ha chiarito a Witkoff e Kushner che preferirebbe le aziende Usa, non quelle degli Stati europei i cui leader hanno «fatto un sacco di sciocchezze» sugli sforzi di pace. Una fonte ha affermato al Wsj: «È l’arte dell’accordo di Trump dire: “Guarda, sto risolvendo questa questione e ci sono enormi vantaggi economici per l’America, giusto?”».
(da La Stampa)

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GARANTE DELLA PRIVACY, “ACCESSO ABUSIVO AI SERVER PER DARE LA CACCIA ALLA TALPA DI REPORT”

Novembre 29th, 2025 Riccardo Fucile

NON BASTAVA SPIARE I DIPENDENTI VIOLANDONE LA PRIVACY, AL GARANTE HANNO FATTO ENTRARE ANCHE SOGGETTI ESTERNI PER LA CACCIA ALLA TALPA.. LA MAGISTRATURA ACQUISISCE DOCUMENTI

Non bastava l’idea di spiare i dipendenti: pur di dare la caccia alla “talpa” che forniva documenti a Report e al Fatto i membri del collegio avrebbero fatto entrare anche soggetti esterni – appartenenti ad apparati dello Stato o a società private – che sono rimasti negli uffici da soli per tutta la notte. Un fatto subito denunciato alla Procura di Roma dove i pm hanno acquisito documentazione e una lista di persone potenzialmente informate sui fatti. L’ipotesi di reato è accesso abusivo a sistema informatico (art. 615-ter).
L’ingresso del primo novembre
L’episodio contestato risale al primo novembre 2025, giorno di Ognissanti. In quella giornata festiva – con gli uffici chiusi – i quattro membri del collegio (Stanzione, Feroni, Ghiglia e Scorza) entrano nella sede di Piazza Venezia. Ma non da soli. Con loro, infatti, sarebbero entrati anche soggetti esterni.
“Può capitare che di sabato si lavori, ma è difficile in un giorno di festa come Ognissanti. Invece erano tutti lì, ma la cosa più inquietante è che non erano soli”, racconta una fonte interna a Report. E aggiunge: “Posso dirvi che i membri del collegio dopo qualche ora sono andati via, le persone esterne sono rimaste dentro tutta la notte, fino all’ora di pranzo del giorno dopo”.
Scrivanie spostate e bonifiche
Il sospetto peggiore è che abbiano cercato di accedere ai server e quindi alle informazioni e ai dati di tutti i dipendenti, mettendo a rischio la sicurezza dei lavoratori e dell’intera autorità. Nei
giorni successivi sono emerse segnalazioni che fanno pensare a operazioni di bonifica.
Alessandro Bartolozzi, responsabile della rappresentanza Fisac-CGIL al Garante, conferma: “Non mi sorprende questa possibilità. Abbiamo raccolto informazioni che o si vogliono considerare frutto di una sorta di psicosi collettiva oppure hanno un fondo di verità: ci sono stati segnalati uffici con un certo disordine, scrivanie spostate, alcuni oggetti che erano nella cassettiera finiti a terra, prese elettriche o prese telefoniche non correttamente allineate, anomale.”
Gli spostamenti delle prese e delle scrivanie farebbero pensare a un’operazione di bonifica ambientale, presumibilmente alla ricerca di cimici o per installare apparecchiature. L’intrusione si sarebbe concentrata sulla “parte informatica” dell’Autorità.
Il timing sospetto
Il particolare inquietante è che questa intrusione sarebbe avvenuta tre giorni prima della richiesta ufficiale fatta dal segretario generale Fanizza di spiare le mail e i dati dei dipendenti. Il 4 novembre, infatti, Fanizza chiese formalmente al dirigente della sicurezza informatica Cosimo Comella di acquisire tutte le email dei dipendenti dal marzo 2001, gli accessi VPN e le cartelle condivise. Una richiesta che Comella respinse definendola una “paradossale violazione delle norme emanate dallo stesso Garante”.
La miccia dei misteri
Difficile capire cosa abbia innescato l’ingresso del primo novembre: fino a quel giorno Report aveva mostrato solo una breve anticipazione della puntata del 2 novembre – pochi secondi con Ghiglia nella sede di FdI – nulla che potesse allarmare il Collegio sul fronte documentale e della corrispondenza interna, che non poteva sapere cosa sarebbe andato in onda la sera successiva.
In mezzo però c’è un episodio che può spiegare la scintilla. La sera del 29 ottobre il Fatto chiede informalmente a Guido Scorza, membro del Collegio, di verificare una call avvenuta due giorni prima tra alcuni garanti e una una nota società di lobbying per gestire la “crisi” delle inchieste giornalistiche. Il 30 ottobre gli vengono forniti gli estremi tecnici delle comunicazioni partite dall’indirizzo segreteria.generale@gpdp.it. La richiesta è di una verifica informale, discreta, per tutelare le fonti.
Scorza fa il contrario: chiede un “consiglio straordinario”, che non era previsto, per autorizzare il responsabile dell’It a fare la verifica interna. “Non potevo fare diversamente – spiegherà – c’è di mezzo la privacy dei dipendenti”. Pochi giorni dopo annuncia che “non risulta nulla”. Ma il contratto esiste: è con la stessa società, firmato dallo studio E-Lex, fondato da Scorza, con decorrenza dall’1 novembre.
A Repubblica dirà che le verifiche sulle caselle dei dipendenti servivano a capire come un verbale del Collegio fosse finito sul Fatto. La Stampa rivelerà che Scorza era convinto di aver trovato
la “talpa” e che “si stessero cercando le prove per farla licenziare”.§Domanda inevitabile: la “talpa” era forse la fonte che Scorza si era impegnato a proteggere e che invece ha esposto, scatenando l’intera caccia?
Il sindacato vuole chiarezza
La Fisac-Cgil, che nei giorni scorsi ha chiesto le dimissioni dell’intero Collegio poi votate da tutto il personale, pretende ora di sapere cosa sia accaduto davvero il primo novembre: chi è entrato negli uffici, con quale titolo e perché. Il sindacato chiede innanzitutto di conoscere il nome del componente del Collegio che, nella riunione del 23 ottobre, ha proposto di svolgere attività di “discovery” affidandosi a un soggetto privato esterno.
Poi vuole sapere se nel mese di novembre siano stati consentiti accessi fisici alla sede in giornate festive o non lavorative e in ore notturne. In caso affermativo, se questi accessi siano stati operati da personale interno o da soggetti esterni – e in questo caso se appartenenti ad apparati dello Stato o a società private. Infine, chiede di rendere note le causali autorizzative e se questi accessi siano da mettere in relazione alla raccolta di informazioni sui dipendenti.
(da ilfattoquotidiano.it)

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L’AUTOGOL DEI SOVRANISTI SENZA ARGOMENTI: ATTACCANO LA SALIS PER “AVER CANCELLATO” IL PRESEPE DALL’ATRIO DEL COMUNE, IN REALTA’ SARA’ VALORIZZATO CON EVENTI E TOUR DEI PRESEPI DELLA CITTA’

Novembre 29th, 2025 Riccardo Fucile

“PREVISTO UN FITTO CALENDARIO DI TOUR PER I PRESEPI ARTISTICI, CUSTODITI IN CHIESE E DIMORE, IN COLLABORAZIONE CON LA CURIA”… “INVITO L’OPPOSIZIONE AD AVERE MAGGIOR RISPETTO DELLE TRADIZIONI CHE NON SI OSTENTANO MA SI CELEBRANO”

A corto di argomenti, in attesa di rendere conto alla magistratura e alla Corte dei Conti del buco di 90 milioni creato nelle casse della municipalizzata trasporti, i sovranisti questa volta si attaccani al presepe che la giunta Salis avrebbe ‘eliminato’ dal palazzo comunale per motivi ideologici. l’assessora Beghin fa chiarezza sulle scelte dell’amministrazione, tratteggiando una realtà diversa. “Valorizziamo il Natale con eventi e tour dei presepi della città, non ostentandolo nel palazzo comunale”
L’assessora alle Tradizioni Tiziana Beghin ha risposto spiegando la posizione della giunta: “L’amministrazione attuale non cancella, ma valorizza la tradizione culturale del Natale. Non è di certo ostentando l’allestimento di presepi nel colonnato del palazzo civico che si è valorizzata la tradizione presepiale della nostra città in questi anni, come certi esponenti della minoranza vorrebbero far credere alle genovesi e ai genovesi. Il mio assessorato, insieme al collega alla Cultura Montanari, ha predisposto un fitto calendario di eventi e in programma un tour per i principali presepi artistici, custoditi nelle chiese e nei luoghi del nostro straordinario patrimonio Unesco. Presenteremo alla
città nei prossimi giorni un ricco calendario di iniziative, alcune anche in collaborazione con la Curia di Genova. Invito le minoranze ad avere maggiore rispetto delle tradizioni, compreso il Natale, evitando strumentalizzazioni che saranno, come sempre, smentite nei fatti”.
(da Genova24)

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EX ILVA, FUMATA NERA. SALIS: “DAL MINISTERO NESSUNA STRATEGIA, INTERVENGA LA PREMIER”

Novembre 29th, 2025 Riccardo Fucile

SOLO VAGHE RASSICURAZIONI DAL GOVERNO NELL’INCONTRO DI IERI A ROMA, ALLA PRESENZA DEL SINDACO DI GENOVA… E LUNEDI RIPARTE LA MOBILITAZIONE DEI LAVORATORI

“Ennesima gara, ennesimo rinvio, ennesime incertezze – commenta la prima cittadina -. Il governo, attraverso il ministro Adolfo Urso, ha mostrato ancora una volta di non avere alcuna strategia per risolvere la crisi ex Ilva e continua a navigare a vista. A questo punto, è necessario che intervenga direttamente la presidenza del Consiglio per dare risposte concrete, garanzie pubbliche e tempi certi ai lavoratori e ai territori”.
“Oggi ci è stata illustrata una proposta solo sulla carta migliorativa rispetto a quella che dieci giorni fa aveva portato a far saltare il tavolo sindacale – prosegue la sindaca -. Ma nella realtà sarebbe una soluzione del tutto transitoria e non applicabile”.
In sostanza, verrebbe confermato il blocco della zincatura a Cornigliano e si prevederebbe un sovraimpiego sulla banda stagnata. Ma “senza sapere per quanto e con che tipo di investimenti e di garanzie da parte dello Stato”.
Ma cosa succederà se anche la nuova gara dovesse essere un nuovo fallimento? “Lo abbiamo chiesto al ministro – racconta la sindaca – e non abbiamo ottenuto risposte convincenti. Questo non va bene: Genova ha bisogno di certezze e di garanzie.
L’eventuale chiusura di Ilva a Cornigliano rappresenterebbe una bomba sociale per la nostra città. Il nostro stabilimento lavora per un terzo del suo potenziale, se non meno. Ci aspettiamo risposte a breve e a lungo termine”.
La sindaca chiede, inoltre, “che cosa succederà se non ci saranno investitori privati? Che cosa succede a Genova, agli impianti del Nord, se a Taranto non riparte la produzione? Vogliamo che lo Stato ci dia la garanzia che, se i privati non faranno un’offerta soddisfacente, queste fabbriche non chiuderanno e questi lavoratori non resteranno a casa. È l’unica cosa che ci interessa, l’unica domanda che ci fanno lavoratrici e lavoratori”.
Salis ha ribadito al ministro la necessità che il governo garantisca la produzione nell’immediato e che diventi il regista di una partecipazione pubblica alla gara per mantenere l’unitarietà del gruppo ex Ilva, per garantire la produzione, l’occupazione e i salari per i lavoratori.
“Non vorremmo che questo diventasse il governo che sancisce la fine della storia dell’ex Ilva”. In conclusione, rimarca la sindaca, “non abbiamo ricevuto impegni chiari. Aspettiamo ora le decisioni dei lavoratori, a cui ribadiamo che non faremo mancare il nostro sostegno”.
(da Genova24)

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IL NUOVO CUP IN REGIONE LOMBARDIA E’ UN FALLIMENTO: I PAZIENTI COSTRETTI AD ASPETTARE ORE PER PRENOTARE VISITE MEDICHE

Novembre 29th, 2025 Riccardo Fucile

EFFICIENZA SOVRANISTA: AVEVANO PROMESSO “UNA SVOLTA” INVECE FA ACQUA DA TUTTE LE PARTI

Anche quattro ore per prenotare visite ed esami attraverso gli sportelli del nuovo Cup (Centro Unico Prenotazioni) regionale della Lombardia. E una volta faticosamente ottenuto, il più delle volte il paziente scopre che l’appuntamento dal medico è distante mesi e mesi, con rischi rilevanti per la salute di chi deve essere curato. Chi può, in questa situazione, si rivolge al privato, dove trova servizi e visite disponibili già dal giorno successivo. Ma chi non può? Cosa fa chi non possiede risorse economiche sufficienti per permettersi prestazioni a pagamento, o non dispone di una rete di conoscenze per “saltare la fila” e ottenere una scorciatoia
È quello che accade oggi in Lombardia, dove il problema delle liste d’attesa e delle prenotazioni di prestazioni sanitarie si fa sempre più pressante. Questo nonostante l’avvento del nuovo Cup regionale, annunciato dall’assessore al Welfare Guido Bertolaso come “una riforma strutturale che rappresenta un punto di svolta nella gestione delle prenotazioni sanitarie” per risolvere uno degli intoppi che da anni blocca il sistema e mette in stand-by la salute dei pazienti lombardi tra disorganizzazione, disservizi, lungaggini, carenza cronica di personale sanitario. Ma che, nei fatti, non ha cambiato niente. Anzi.
Le attese al Policlinico di Milano
All’ospedale Policlinico di Milano, ogni giorno, la realtà quotidiana racconta infatti di estenuanti attese fino a tre, quattro ore solo per prenotare un esame, disservizi di ogni genere,
cittadini esasperati. “Da circa un mese, presso il padiglione Ponti del Policlinico, il punto prelievi è nel caos a causa dell’introduzione del nuovo sistema informatico dei Centri Unici di Prenotazione (CUP), parte del progetto di digitalizzazione voluto da Regione Lombardia”, ha dichiarato Paola Pizzighini, consigliera del M5S in Lombardia che ha recentemente presentato un’interrogazione sul tema.
“Pazienti, soprattutto fragili e oncologici, si trovano nell’impossibilità di prenotare visite ed esami, con agende già chiuse fino al 2026. Gli sportelli sono presi d’assalto, con attese di ore e momenti di tensione sempre più frequenti. I volontari devono intervenire ogni giorno per gestire code e malumori, mentre il personale sanitario è allo stremo”, sempre la consigliera. “A peggiorare la situazione, anche le casse automatiche per i pagamenti e il ritiro referti risultano inutilizzabili, perché non integrate con il nuovo sistema. È inaccettabile che una Regione che parla di innovazione ed efficienza metta in ginocchio il sistema sanitario con un software che non funziona”.
“Anche oggi i computer sono andati in blocco. La situazione a livello organizzativo è drammatica”, ha raccontato di recente una paziente a Fanpage.it, che con una telecamera nascosta è entrata al Policlinico, al Fatebenefratelli e al Macedonio Melloni (questi ultimi due entrambi afferenti a Asst Fatebenefratelli-Sacco) per documentare il caos creato dal nuovo sistema informatico. “Non
parliamo neanche dei tempi. Per prenotare un’ecografia all’addome, dopo due ore e mezza di attesa, ho ricevuto l’appuntamento a ottobre 2026. Tra un anno esatto. Quindi andrò privatamente, mi sembra chiaro. Non posso aspettare tutto questo tempo. Senza code, e senza impazzire”.
Ma non solo. “Spesso non funziona nemmeno il pagamento elettronico dei totem, quindi si fa la fila pure in quel caso”, racconta un altro paziente. “Ho fatto di recente un intervento odontoiatrico e, ancora dolorante e con i punti in bocca, mi è toccato fare un’ora e mezza di coda solo per pagare il ticket”.
Le prenotazioni onlin
E non va certo meglio sul sito delle prenotazioni sanitarie di Regione Lombardia. “Di recente, al sesto mese di gravidanza, il ginecologo mi ha prescritto con urgenza un esame importante, soprattutto per me che ho svariati fattori di rischio”, ci ha raccontato un’altra paziente ancora. “Prescrizione medica alla mano, ho prenotato online, trovando come prima struttura disponibile l’Istituto dei Tumori di Milano”.
Ma il giorno dell’appuntamento, all’orario prestabilito, la donna riceve una brutta notizia. “Mi è stato detto che l’ospedale non eroga quel tipo di servizio, e di chiamare il centralino al telefono per capire dove poter effettuare l’esame. Ma allora perché il sito dà la possibilità di prenotare quel tipo di esame in quella specifica struttura, se poi una volta arrivati lì è sbagliata? Senza contare che, per presentarmi lì quella mattina, sono stata
costretta a sprecare un permesso al lavoro, organizzarmi faticosamente con la famiglia. Tutto inutile”. Come è finita? “Ho prenotato quell’esame in una clinica privata sotto casa, all’orario e nel giorno che volevo io, a fronte di un pagamento di circa 40 euro. Ho saldato il conto all’arrivo, e il referto è arrivato via sms già la mattina seguente”.

(da agenzie)

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LA CORTE DEI CONTI PUBBLICA LE MOTIVAZIONI CHE HANNO PORTATO ALLA BOCCIATURA DEL PROGETTO DEL PONTE SULLO STRETTO DI MESSINA: IL GOVERNO HA FATTO UN PAPOCCHIO

Novembre 29th, 2025 Riccardo Fucile

IL COSTO DELL’OPERA, CARA A SALVINI, È TROPPO VAGO, NON È LEGITTIMO IL FATTO CHE L’ESECUTIVO NON HA EFFETTUATO UN’ALTRA GARA D’APPALTO RISPETTO A QUELLA DEL 2003… INOLTRE, IL PROGETTO DEL PONTE VIOLA NON UNA, MA BEN DUE DIRETTIVE DELL’UNIONE EUROPEA (UNA SULL’AMBIENTE, L’ALTRA SUGLI APPALTI)

Mancato rispetto delle direttive sull’ambiente e sugli appalti dell’Unione europea. Incertezza sul costo finale dell’opera e sul relativo piano finanziario. E, ancora, mancato coinvolgimento di enti pubblici come l’Autorità di regolazione dei trasporti e il Consiglio superiore dei lavori pubblici.
Si concentra su questi argomenti la delibera della Corte dei conti con le annesse motivazioni che hanno portato alla bocciatura del governo sul ponte sullo Stretto (e del relativo atto del Cipess). Secondo i magistrati, in soldoni, si dovrebbe comunque bandire una nuova gara: ed è questo l’ostacolo più pesante adesso per il governo che ha impegnato 13,5 miliardi di euro per la grande opera voluta su tutti dal ministro delle Infrastrutture Matteo Salvini.
Appresa la notizia del mancato via libera a inizio novembre Salvini e la premier Giorgia Meloni avevano attaccato i magistrati contabili parlando di «intimidazione» e atto politico. Adesso, pubblicate le motivazioni che hanno portato alla bocciatura dell’iter, i toni di Palazzo Chigi, del ministero delle Infrastrutture e della Stretto di Messina sono del tutto diversi:
«Piena collaborazione, faremo approfondimenti». E Salvini: «Non polemizzo, mi tengo per me i miei pensieri».
Al primo punto, per motivare la bocciatura della delibera Cipess, i magistrati contabili mettono la violazione della direttiva europea Habitat. Il governo ha provato ad aggirare il rispetto di questa direttiva definendo l’opera strategica con la procedura Iropi (inserendola anche come infrastruttura militare nell’ottica della difesa Nato). Per la Corte dei conti un escamotage nemmeno motivato dal punto di vista tecnico: «Nel caso in esame per quanto sia stato rappresentato che la relazione Iropi è stata predisposta a seguito di un confronto con tutte le amministrazioni competenti, non è stato prodotto altro atto istruttorio, oltre la relazione medesima peraltro mancante di qualsiasi elemento identificativo quali data e sottoscrizione…Né maggiori e più circostanziate valutazioni sull’assenza di soluzioni alternative alla costruzione del Ponte sono rinvenibili nella stessa relazione Iropi».
In sintesi il governo non può o derogare in questo modo dal rispetto della direttiva Habitat. Ma la Corte dei conti sottolinea anche come la Commissione europea abbia acceso più di un faro sul tentativo del governo di andare in deroga alle norme ambientali.
Ma il cuore della bocciatura del Ponte ha a che fare con il costo, troppo vago, e con l’iter voluto dal governo: non fare cioè una nuova gara ma rimettere in piedi quella del 2003 vinta da
Eurolink. Gara che però era stata indetta a condizioni del tutto diverse. Secondo i magistrati contabili il governo sta adesso ledendo la concorrenza e le norme europee che prevedono il tetto del 50 per cento come costo in più accollabile a una vecchia gara
Anche perché nel frattempo sono cambiati i criteri dello stesso appalto e sempre a favore dei privati. Nel 2003 il costo era in gran parte a carico del privato, adesso tutto sulle spalle dello Stato. In ogni caso il piano attuale non garantisce il rispetto del tetto del 50 per cento di costi in più sulla vecchia gara imposto dalle norme Ue: «Osserva il Collegio come ogni valutazione in merito al rispetto del vincolo del 50% risulti, allo stato, condizionata dall’incerta definizione dei costi dell’opera. Sotto tale profilo si osserva come detti costi sono in parte meramente stimati».
(da “la Repubblica”)

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