A CHE PUNTO SIAMO CON IL CASO VENEZI? LA VENEZI AVEVA INFORMATO I SUOI REFERENTI POLITICI CHE VOLEVA RINUNCIARE MA I FRATELLI D’ITALIA LE HANNO IMPOSTO NESSUN PASSO INDIETRO, MENTRE I LAVORATORI VENGONO MASSACRATI CON DISPETTI E TAGLI ALLO STIPENDIO
MA IL FRONTE DEI RESISTENTI DISPONE DI UN’ARMA MOLTO FORTE: IL CONCERTO DI CAPODANNO, CHE SENZA L’ORCHESTRA DELLA FENICE NON SI PUÒ FARE… IL PROBLEMA NON È SOLO CHE VENEZI ARRIVI SUL PODIO DELLA FENICE SENZA AVERE UN CURRICULUM ADEGUATO, MA COSA SUCCEDERÀ SE E QUANDO CI SALIRÀ, NELL’OTTOBRE 2026 … INTANTO LA VENEZIA STA CANCELLANDO A RAFFICA GLI IMPEGNI IN ITALIA….IL COMUNE È CONTENDIBILISSIMO (LO SFIDANTE DI SINISTRA GIOVANNI MANILDO HA PRESO UNO 0,46% PIÙ DI STEFANI)
E con la vicenda Venezi a che punto siamo? Il governo, cioè il sottosegretario alla Cultura (un ossimoro vivente) Gianmarco Mazzi, ha scelto la strategia del logoramento: nessun passo indietro, “Beatroce” in arrivo nei tempi previsti, mentre i lavoratori del teatro vengono massacrati con dispetti assortiti e tagli allo stipendio: l’ultimo, la mancata corresponsione della rata del welfare di fine anno.
Dall’altra parte, il fronte dei resistenti appare ancora compatto e
dispone di un’arma molto forte: il concerto di Capodanno in diretta Rai da Venezia, che evidentemente senza l’Orchestra della Fenice non si può fare. I professori non lo faranno saltare, ma certamente inventeranno qualche forma di protesta contro la prepotenza di un potere non si sa se più arrogante o più ignorante.
E qui sta il punto. Perché il problema non è solo che Venezi arrivi sul podio della Fenice senza avere un curriculum adeguato, ma cosa succederà se e quando ci salirà, nell’ottobre 2026.
Nella loro crassa rozzezza, i vari Mazzi, Donzelli (è lui il vero sponsor di Bioscalin), Mollicone, Brugnaro e il resto del trust di cervelli che si è ficcato in questo pasticcio immaginano che la Fenice sia una fabbrica e i suoi professori degli operai alla catena di montaggio.
Ma chiunque sa come funziona un’orchestra è consapevole che un direttore indesiderato ha vita durissima, specie se non è esattamente Kleibel
Ammesso che alla prima prova l’Orchestra non si alzi e se ne vada, per mandare a catafascio un concerto di Venezi basta semplicemente seguire lei e non il primo violino. Quindi il problema non è affatto risolto: è appena iniziato.
A rendersene conto, pare, è stata la stessa Venezi, che almeno è del mestiere. In colpevolissimo ritardo (si fosse ritirata all’inizio di tutta questa storia, ne sarebbe uscita in gloria), si è resa conto di essersi messa ed essere stata messa in una situazione
insostenibile, e aveva annunciato ai suoi sponsor di voler rinunciare
Ma, avendo scelto la strada della prova di forza, i suoi mandanti politici le hanno ingiunto di non farlo.
Nel frattempo, “la direttrice del lato B-ioscalin” annulla a raffica i suoi impegni italiani: ultima, la “Salome” di Sassari.
Vediamo quel che succederà a gennaio, quando in teoria dovrebbe dirigere “Carmen” (nota per Mazzi: di Bizet) a Pisa il 23 gennaio e “Aufstieg und fall der Stadt Mahagonny” (sempre per Mazzi: di Weill, e su libretto di quel pericoloso komunista di Brecht) a Trieste il 30.
Situazione bloccata, quindi. Ma forse non del tutto. Ci sono due variabili da considerare. Una è Alessandro Giuli, che potrebbe magari ricordarsi di essere lui il ministro della Cultura e che descrivono insofferente dell’attivismo del suo maldestro sottosegretario.
L’ex ultrà dell’Hellas Verona è riuscito nel non facile capolavoro di compattare contro di lui l’intero mondo dell’opera, che in teoria era quello che la destra doveva conquistare perché più identitario, tradizionale e nazionalpopolare (alla prima dell’Opera di Roma, giovedì, l’inconsapevole Mazzi è stato oggetto di infiniti lazzi e frizzi e battute e sfottò, aggravati dal fatto che si dava “Lohengrin”, opera pre-elettrica e lunghissima). L’altra variabile è la Lega. Finora sulla vicenda Fenice non è intervenuta, facendosi imporre il sovrintendente Nicola Colabianchi, la Venezi e gli altri camerati, e tollerando che il plurinquisito sindaco Luigi Brugnaro si schierasse contro il teatro della sua città e i suoi spettatori, a cuccia davanti alle “pressioni” (parole sue) romane.
Luca Zaia della Fenice si è sempre disinteressato, destinandole molti meno fondi che allo Stabile del Veneto e non ricevendo i lavoratori che gli avevano chiesto un incontro. Ma adesso tutto è cambiato: invece di essere superata da Fratelli d’Italia, la Lega in Veneto li ha doppiati, e il nuovo governatore, Alberto Stefani, pare più attento alla cultura del suo predecessore.
Non solo: a Venezia si vota l’anno prossimo, Brugnaro non potrà ricandidarsi e il Comune è contendibilissimo, perché lì lo sfidante di sinistra Giovanni Manildo ha preso uno 0,46% più di Stefani. Continuare a difendere l’indifendibile, e a stare contro i veneziani invece che con loro, potrebbe rivelarsi un pessimo affare.
(da Dagoreport)
Leave a Reply