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SERGIO MATTARELLA OGGI AVRÀ ACCOLTO ALFREDO MANTOVANO CON LA COSTITUZIONE IN MANO, BRANDITA COME UNA CLAVA: IL COLLE HA MOLTI DUBBI SUL DECRETO SICUREZZA E SUI FATTACCI DI TORINO. A PARTIRE DALL’OPERATO DELLA POLIZIA E PROSEGUENDO CON LA COSTITUZIONALITÀ DELLO SCUDO PER GLI AGENTI E DEL FERMO PREVENTIVO PER I MANIFESTANTI

Febbraio 4th, 2026 Riccardo Fucile

L’ARRIVO DI UN MIGLIAIO DI CRIMINALI ARCI-NOTI ALLE AUTORITÀ ERA PREVISTO E PREVEDIBILE. ALLORA PERCHÉ NON C’È STATA ADEGUATA PREVENZIONE? LA TEMPISTICA “SOSPETTA” DEL DECRETO, CHE GUARDA CASO ARRIVA DOPO LA SCISSIONE DI VANNACCI DALLA LEGA (LA SVOLTA SECURITARIA DEL GOVERNO E’ UN MODO PER COPRIRSI A DESTRA?) … GIORGIA MELONI MESCOLA UN PO’ DI “STRATEGIA DELLA TENSIONE” E UN PO’ DI “STRATEGIA DELLA DISTRAZIONE”: VUOLE DISTOGLIERE L’ATTENZIONE DALLE SUE MAGAGNE, DALL’ECONOMIA CHE ARRANCA FINO ALLA RIMONTA DEL “NO” AL REFERENDUM

Sergio Mattarella probabilmente avrà accolto al Quirinale il sottosegretario Alfredo Mantovano con la costituzione in mano. Brandita come una clava.
Il presidente della Repubblica non intende far passare neanche un ago oltre ciò che è previsto dalla Carta. Figuriamoci se può tollerare le forzature presenti nel decreto sicurezza vergato da Meloni e camerati dopo i fattacci di Torino.
Il testo era già stato messo da parte una volta, per le sue criticità, ed è magicamente riapparso dopo gli scontri tra polizia e centri sociali lo scorso fine settimana, durante la manifestazione in solidarietà ad Askatasuna.
A rendere il decreto indigesto, per Mattarella, sono due punti, considerati inaccettabili. Lo “scudo” penale per i poliziotti, che così avrebbero una sorta di “immunità” e non sarebbero più iscritti automaticamente nel registro degli indagati in caso di eccessi o violenze. Tipo l’Ice, la polizia anti-immigrazione, negli Stati Uniti, insomma: avrebbero una ampia libertà di azione, con confini difficili da definire.
Il secondo punto, controverso per il Quirinale, è il “fermo preventivo”: le forze dell’ordine potrebbero trattenere temporaneamente (fino a 12 ore) persone ritenute potenzialmente pericolose prima o durante manifestazioni pubbliche. Peccato che per limitare la libertà personale degli individui occorra l’autorizzazione di un giudice.
E infatti, poco dopo il faccia a faccia, un take dell’ANSA riporta: “Bocche cucite al Quirinale ma da ambienti parlamentari si è appreso che ora Mantovano starebbe riferendo alla premier Giorgia Meloni dei rilievi del Colle che di fatto sono gli stessi dei giorni scorsi. In particolare sullo scudo resta ferma l’esigenza che non si crei una giurisprudenza separata per categorie. Sul fermo preventivo di polizia, si fa notare come non possa bastare un semplice atteggiamento sospetto per effettuarlo”.
Al di là dei tecnicismi giuridici, sotto l’attenzione del Colle c’è anche l’operato della polizia e degli apparati di sicurezza nei giorni scorsi.
La manifestazione di sostegno al centro sociale Askatasuna era prevista da tempo e tutti immaginavano quello che poi è effettivamente accaduto, ovvero mazzate e violenza.
La “chiamata alle armi” dei black bloc era stata lanciata da settimane, e che ci sarebbero stati disordini e scontri era scontato, come ha più volte ribadito in tv Bruno Vespa a “Cinque Minuti”, rimproverando al verde Angelo Bonelli la “connivenza” della sinistra verso i manifestanti. Tutti sapevano, dunque. E se lo sapeva Bru-neo, figuriamoci 007 e vertici del ministero dell’Interno…
E allora perché non c’è stata adeguata preparazione degli agenti e la necessaria prevenzione verso i facinorosi?
Perché il governo di destra, in carica da più di tre anni, e che aveva promesso di riportare “legge e ordine”, non è riuscito a intercettare i picchiatori, arrivati anche dall’estero, prima che mettessero a ferro e fuoco la città?
Possibile che i servizi segreti e la Digos, capaci oggi di intercettare chiunque (compresi preti e giornalisti) non avessero un “orecchio” tra i black bloc e gli antagonisti, arci-noti alle forze dell’ordine e già attenzionati da anni, per anticipare le loro mosse?
Come ha fatto un migliaio di criminali a girovagare impunito per Torino armato fino ai denti di martelli, spranghe, bombe e altri ammennicoli da guerriglia urbana? Perché quegli stessi criminali non sono stati intercettati e fermati anzitempo?
Come ha detto ieri Franco Gabrielli, ex capo della polizia e già autorità delegata per la sicurezza, intervistato da “Repubblica”, “la gestione dell’ordine pubblico non è una formula da talk show.
È sapere professionale che si costruisce con pazienza e addestramento attingendo a equilibrio e responsabilità democratica. Moltiplicare ogni volta le figure di reato serve solo a eludere le domande chiave: come si governa davvero l’ordine pubblico? E che ordine pubblico merita un Paese democratico? Come si evita di esporre i reparti in servizio di ordine pubblico in modo prolungato e logorante al rischio?”.
E ancora, parlando dello “scudo” per gli agenti: “Creare stati di eccezione permanente, senza allargare il perimetro di coloro che, in ragione della loro funzione, godono di uno status di immunità […] mina e tradisce la fiducia del Paese”.
Come noi, anche al Colle si pongono tutte queste domande, e non riescono a darsi risposte convincenti, perché poco convincente è anche la genesi del decreto e la sua singolare tempistica.
Lunedì 2 febbraio, al Ministero dei Trasporti, c’è stato l’incontro tra Matteo Salvini e Roberto Vannacci che ha sancito la scissione nella Lega, creando un bel problema alla maggioranza di governo. Dopo il faccia a faccia finito a schifìo, Salvini ha
avvisato Giorgia Meloni, la quale, a quel punto, ha dato il via libera al ministro Piantedosi, per il durissimo intervento alla Camera, avvenuto martedì 3.
È singolare che il mite prefetto irpino mostri i muscoli e tiri fuori gli artigli proprio il giorno dopo la scissione del sovranista ultra-destro Vannacci.
Come a dire: imprimiamo una svolta securitaria al paese per impedire al generale di toglierci voti a destra. Una gara a mostrare chi ce l’ha più duro, il manganello.
Peccato che alle parole tonitruanti dello stesso Piantedosi (che in aula ha evocato gli anni di piombo: “il livello dello scontro richiama dinamiche terroristiche”; “Chi sfila a fianco di questi delinquenti finisce per offrire loro una prospettiva di impunità”; “il corteo era una resa dei conti con lo stato democratico”) corrisponda un vuoto d’azione negli ultimi anni.
Il governo di cui Piantedosi fa parte è in carica dal 2022, e da allora non ha né aumentato il numero dei poliziotti né migliorato loro il misero stipendio.
Stretti i cordoni della borsa dal ministro Giorgetti, sulla sicurezza restano solo le chiacchiere: le cronache di siti e giornali sono piene ogni giorno di scene di violenza, degrado, situazioni dove lo Stato è completamente assente, dai campi rom alle periferie di Torino, Milano, Napoli, Roma e Palermo.
Il sindaco di Milano, Beppe Sala, aveva denunciato la situazione drammatica della sua città, stretta tra bande violente di “maranza” e l’arrivo di centinaia di migliaia di persone per le Olimpiadi invernali. Chiedeva maggiore impegno dello Stato, con più agenti, è stato respinto con perdite.
In questo chiacchericcio sterile da parte del Governo, che ciancia di ordine ma non lo agevola con misure concrete, restano le sceneggiate a beneficio di propaganda, come il repentino viaggio a Torino di Giorgia Meloni: a favor di fotografi, è andata a omaggiare i poliziotti aggrediti dai black bloc. E la premier non si muove a caso: se lo fa, è perché in piena difficoltà politica.
La scissione a destra di Vannacci, il rischio di una sconfitta al referendum del 22-23 marzo e l’effetto destabilizzante della svolta autocratica del suo amico Trump negli Stati Uniti, la costringono a inventarsi sempre nuove trovate per non perdere consenso. E ora s’aggrappa al decreto sicurezza come a un salvagente.
Si illude, la pora Giorgia, che con un elmetto in testa possa convincere gli italiani che il governo risponde alle esigenze del paese. Meloni e gli altri “hobbit” di Palazzo Chigi, però, questa volta sono stati maldestri, e si sono mossi come elefanti in una cristalleria
Hanno infatti apertamente mescolato un po’ di cara vecchia “strategia della tensione” (nel suo editoriale sul “Corriere della Sera”, Antonio Polito ieri ricordava i consigli di Cossiga all’allora ministro dell’Interno, Maroni, nel 2008: “Lasciarli fare. Ritirare le forze di polizia dalle strade e dalle università, infiltrare il movimento con agenti provocatori pronti a tutto, lasciare che i manifestanti mettano a ferro e fuoco le città… Dopo di che, forti del consenso popolare, le forze dell’ordine dovrebbero massacrare i manifestanti senza pietà”), e un po’ di “strategia della distrazione”.
L’obiettivo è far dimenticare tutte le magagne degli ultimi mesi: il mancato rafforzamento delle forze dell’ordine, il flop dei centri in Albania, l’economia reale che arranca, gli stipendi al palo e la insidiosa vicinanza della Ducetta allo svalvolato Trump, che con la sua “Ice”, a suon di manganellate e uccisioni, ha mostrato il vero volto della sua America, ormai a un passo dal caos.
Se consideriamo che persino il sondaggista non-ostile al governo, Nando Pagnoncelli, dà per acclarato un testa a testa per il referendum sulla giustizia (il sì al 50,9% e il no al 49,1%), si capisce perché Giorgia Meloni ha un diavolo per capello.
Deve ora mostrare un volto muscolare per recuperare consensi e allontanare il rischio di dover correre a elezioni anticipate.
Eh già, perché, nonostante la Ducetta abbia già dichiarato che non si dimetterà in caso di sconfitta al referendum, la sua “fiamma tragica” la sta incalzando. Provano a farle capire che se il “no” dovesse vincere, quella che oggi è un’opposizione sgarrupata e divisa si potrebbe improvvisamente ringalluzzire. A quel punto, per evitare un anno di guerriglia e logoramento, forse per il centrodestra sarebbe meglio correre ai ripari con un voto anticipato, evitando di farsi dilaniare a lungo.
Il ritorno alle urne non sarebbe più, come nei mesi scorsi, un modo per capitalizzare un consenso in crescita, ma una mossa disperata per evitare di perderne altro.
Trascinare il paese al voto, con la scusa della sconfitta politica nel referendum e la scissione nella Lega potrebbe permettere alla Meloni, nella testa dei “capoccioni” di Palazzo Chigi, di fregare sul tempo il centrosinistra ancora diviso e senza leadership
(da agenzie)

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VANNACCI VUOLE CREARE L’AFD ITALIANA. E INFATTI SI BECCA SUBITO I COMPLIMENTI DELLE SVASTICHELLE ORIGINALI: “ROBERTO VANNACCI È UN OTTIMO POLITICO E SIAMO DEI SUOI FAN, STIAMO A VEDERE COSA SUCCEDERÀ”

Febbraio 4th, 2026 Riccardo Fucile

IL GENERALE, CHE NON FA PIÙ PARTE DEL GRUPPO DEI PATRIOTI ALL’EUROPARLAMENTO, DOPO L’USCITA DALLA LEGA, POTREBBE APPRODARE IN “EUROPA DELLE NAZIONI SOVRANE”, INSIEME AI NAZISTELLI TEDESCHI, CON CUI CONDIVIDE ANCHE LA PASSIONE PER PUTIN… IL DEPUTATO LEGHISTA CANDIANI: “BISOGNA CAPIRE CHI TIRA I FILI DI VANNACCI: I RUSSI?”

“Roberto Vannacci è un ottimo politico e siamo dei suoi fan, stiamo a vedere cosa succederà”. Lo ha detto all’ANSA il capogruppo di Esn al Parlamento europeo, l’eurodeputato di AfD, René Aust, rispondendo all’ANSA ad una domanda riguardo il possibile ingresso del generale nella sua famiglia politica.
Stefano Candiani si domanda: “Bisogna capire chi tira i fili di Vannacci: i russi?”. Meloni ha già fatto sapere che non vuole Vannacci e che nel programma, al primo punto, metterà, ancora, il sostegno all’Ucraina.
Si alzerà la soglia di sbarramento al 4 per cento e Forza Italia può allargarsi al punto da proporre a Lupi e Calenda: uniamoci. Vannacci se lo scaricano già a vicenda. Per Fabio Rampelli, il vicepresidente della Camera, di FdI, “Vannacci farà male alla Lega e costringerà Salvini a estremizzarsi. Salvini ha commesso un errore. E’ un situazionista”.
Candiani pensa che “Vannacci farà male a FdI”. Cosa cambia? Fa male alle persone sobrie, di destra e di sinistra. Adesso è un reietto e per farsi un partito ha bisogno delle firme vere e non solo della schiuma. Vannacci è rimasto dieci mesi nella Lega, il tempo per sporcare, distruggere quello che restava del partito in Toscana. E’ un fellone, un disertore ma è l’errore più grande di chi aveva già sbagliato un’estate, in riva al mare. Vannacci è il delitto e castigo di Salvini.
(da agenzie)

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PERCHE’ SONO STATI SCARCERATI I TRE MANIFESTANTI FERMATI PER GLI SCONTRI DI TORINO

Febbraio 4th, 2026 Riccardo Fucile

SPIEGAZIONE GIURIDICA PER I FORCAIOLI ANALFABETI SOVRANISTI

Lesioni personali, resistenza a pubblico ufficiale e rapina: sono le accuse più gravi rivolte a Francesco Simionato, Matteo Campaner e Pietro Desideri, i tre manifestanti fermati all’indomani degli scontri di Torino per aver preso parte alla “guerriglia” e all’aggressione all’agente di polizia Alessandro Calista. Non c’è – tra i capi d’imputazione – quello di tentato omicidio espressamente evocato dalla Presidente del Consiglio Giorgia Meloni. Non solo: i tre giovani sono stati tutti scarcerati. Simionato finirà agli arresti domiciliari, mentre Desideri e Campaner se la caveranno con un obbligo di firma.
La decisione è stata presa questa mattina dalla giudice Irene Giani al termine dell’udienza di convalida dell’arresto dei tre attivisti finiti in manette dopo gli scontri di sabato al termine del corteo di solidarietà con il centro sociale Askatasuna di Torino. I tre sono usciti dal carcere Lorusso e Cutugno, dov’erano entrati dopo le quasi due ore di disordini in corso Regina Margherita.
Il caso Simionato e l’assalto all’agente Calista
Stando a quanto emerge dalla lettura degli atti la posizione più pesante è quella di Angelofrancesco Simionato, 22 anni, residente ad Arcidosso. Identificato grazie alla “flagranza differita” e a indumenti decisamente riconoscibili – una giacca rossa e una coppola verde, in mezzo ad altri manifestanti vestiti integralmente di nero Simionato è accusato di aver partecipato all’accerchiamento dell’agente Alessandro Calista.
I video lo ritraggono mentre, pur trovandosi in “seconda linea”, spinge e incoraggia i complici intenti a colpire il poliziotto, isolato e a terra. Nei confronti del toscano la giudice ha rigettato l’accusa di rapina per la sottrazione dello scudo e del casco dell’agente, non ritenendola un’azione preventivamente concordata. Simionato è stato posto agli arresti domiciliari presso l’abitazione dei genitori.
Campaner e Desideri: la “prima linea” e l’obbligo di firma
Diversi i destini di Matteo Campaner (34 anni) e Pietro Desideri (31 anni), entrambi accusati di resistenza aggravata. Matteo Campaner, incensurato e dipendente di un gruppo che organizza concerti, è stato individuato mentre lanciava sassi e petardi verso lo schieramento di polizia. In aula ha negato ogni violenza, sostenendo di essersi trovato nel troncone sbagliato del corteo per “curiosità e ingenuità”.
Pietro Desideri, con un passato da volontario in Grecia a favore dei migranti, è stato bloccato in “primissima linea” all’altezza di via Balbo. Desideri ha riferito di essere rimasto sul posto solo per proteggere un manifestante caduto e di aver subito percosse durante l’arresto, riportando la frattura del naso e di un dente. Per entrambi, la giudice ha optato per la misura dell’obbligo di presentazione quotidiana alla polizia giudiziaria.
Le motivazioni della giudice
A guidare le decisioni della dottoressa Giani è stato un principio di proporzionalità basato sulla personalità degli indagati. Sebbene la “carica offensiva” degli scontri sia stata elevata la giudice ha valorizzato l’incensuratezza dei tre.
Un elemento chiave è stato l’assenza di travisamento: nessuno dei tre indossava maschere o caschi al momento del fermo, un segno di “ingenuità operativa” che li distingue dai gruppi più strutturati che hanno orchestrato la guerriglia.
Mentre per Campaner e Desideri l’obbligo di firma è stato ritenuto un deterrente sufficiente, per Simionato il coinvolgimento diretto nell’aggressione a un agente ha reso necessari i domiciliari.
(da Fanpage)

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“VANNACCI SARÀ UN PROBLEMA PER MELONI E PER LA DESTRA: CREDO CHE LA PERCENTUALE DEL GENERALE SIA PIÙ ALTA DI QUANTO VOGLIONO FAR CREDERE DA CHIGI”

Febbraio 4th, 2026 Riccardo Fucile

MATTEO RENZI: “L’USCITA DI VANNACCI DALLA LEGA È UN ASSIST AL CAMPO LARGO. SE LA SINISTRA STA INSIEME ALLE PROSSIME ELEZIONI VINCE”… “SE SI VA SULLA QUOTIDIANITÀ VINCIAMO NOI E LA MELONI CROLLA: STIPENDI, SICUREZZA, TASSE, LISTE D’ATTESA, COSTO DELLA VITA. MARTELLIAMO SU QUELLO E GIORGIA TORNA ALL’OPPOSIZIONE” … “LA MELONI È UNA LEADER NO EURO: DA QUANDO C’È LEI NON CI SONO PIÙ GLI EURO NEL PORTAFOGLIO”

Matteo Renzi era stato tra i primi a preconizzarlo, proprio in un’intervista al Foglio: “Vannacci sarà un problema per Meloni e per la destra”.
E adesso che il generale lascia la Lega per fondare il suo partito, senatore, che succede?
“Succede che quale che sia la percentuale di Vannacci, e io credo che sia più alta di quanto vogliono far credere da Chigi, per Giorgia Meloni c’è la prima grana politica della legislatura”.
Al di là delle elezioni del 2027, possono esserci scossoni anche all’interno del governo?
“No. Ma Meloni sta governando male. E se glielo dicono da destra su immigrazione, sicurezza, tasse ha in prospettiva un problema politico oggi, numerico domani”, “l’uscita di Vannacci è un assist al Campo largo. Se la sinistra
sta insieme alle prossime elezioni vince. Certo bisognerebbe darsi una mossa tutti insieme”.
C’è chi ha messo a paragone la scissione di Vannacci con l’uscita di Bossi dal primo governo Berlusconi, nel 199“Vedo più analogie con il Regno Unito. Vannacci sta a Farage come Meloni stava a Sunak. All’inizio tutti prendevano in giro Farage, poi, nel giro di cinque anni i suoi contenuti hanno distrutto i conservatori spostando a destra l’asse della coalizione . Non so se Vannacci sarà in grado di farlo. Ma fossi in lui giocherei questa carta, più Farage che Bossi”.
Al di là di quello che accadrà alla coalizione di governo, però, la nascita di un nuovo soggetto politico a destra della Lega dovrebbe, forse, ingolosire il centrosinistra. Per voi è un grande assist?
“Sì, lo ripeto. Se la sinistra sta insieme alle prossime elezioni vince. […] E la rottura a destra colpirà Meloni più di quanto si immagini. Anche perché se tiene dentro Vannacci, non è credibile al centro. Se rincorre Calenda perde pure Salvini. La coperta di Giorgia è più corta del previsto”.
Quest’uscita rafforza, quindi, la necessità del Campo largo di dotarsi di un’agenda condivisa
“Partendo dal cambiare nome al Campo largo, parola che porta pure un po’ sfortuna c’è un dato di fatto. Se si sta sull’ideologia si perde. Se si va sulla quotidianità vinciamo noi e la Meloni crolla: stipendi, sicurezza, tasse, liste d’attesa, costo della vita. Martelliamo su quello e Giorgia torna a fare l’opposizione”.
Qual è la battaglia che il centrosinistra non ha ancora messo in campo per battere davvero Meloni?
“La questione economica. Io sarei ossessivo. Hanno un ministro come Urso che fa ridere i polli. Dati sul carrello della spesa che fanno male. Non hanno scelto una riforma che fosse una da presentare alle famiglie. La Meloni è una leader No euro: da quando c’è lei non ci sono più gli euro nel portafoglio.
Per vincere, insistiamo, c’è bisogno di stabilire già adesso le tappe per incoronare una leadership forte? Bisogna guardare a una figura che va oltre il recinto dei partiti, una come Silvia Salis?
“Elly Schlein sta generosamente tenendo in piedi la coalizione. Per me dopo l’estate si deve stare tutti insieme su 3-5 punti di programma. E poi le primarie da farsi a inizio anno nuovo” “cambiare la legge elettorale prima delle elezioni è un errore. Chi lo ha fatto ha sempre perso nelle urne ”
In ultima battuta, torniamo sulle divisioni a sinistra, che permangono pur dopo l’assist vannacciano. Possiamo dire che è difficile vincere le elezioni se nel Campo largo ci sono ancora partiti, come Avs, che hanno manifestato per difendere l’estremismo veicolato da un centro sociale come Askatasuna? Ci vorrebbe una condanna più forte?
“La terribile manifestazione di Torino è un’occasione per tornare a dir cose di buon senso. La sinistra radicale deve rompere ogni cordone, non tanto con i violenti, ma con chi giustifica, copre, ammicca alla violenza”, dice Renzi.
(da Il Foglio)

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VANNACCI VIA, LA LEGA PROCESSA SALVINI: “ORA UN PARTITO SERIO”

Febbraio 4th, 2026 Riccardo Fucile

MELONI ALZA LA SOGLIA DI SBARRAMENTO. TAJANI SI AVVICINA A CALENDA

E’ il 25 aprile della Lega, la Liberazione, i vuoti poteri di Salvini. Vannacci esce e fonda il suo Futuro nazionale. Lo chiamavano generale e ora “traditore”. La Lega si libera di un megalomane, uno che già scrive “chi mi ama, mi segua”, ma l’Italia eredita il profeta dell’incubo.
A futura memoria. A futura. Vannacci lo ha creato Salvini, il suo dottor Frankenstein, anche se finalmente lo processa in contumacia, al Federale Lega, e lo insozza con “non ha il senso dell’onore”; “Vannacci l’ho fatto votare io. Non ha voti”. Ha preso uno sbandato e lo ha nominato vice, al posto dell’espulsione gli ha offerto mesi di predellino.
L’uscita si consuma nella più squallida delle uscite attraverso un tango di “fra un paio d’ore arriva il post di Vannacci”, di “se vuole può restare, ma”. E’ il divorzio tramite Instagram. Alle 16.10 appare un post di Vannacci da esagitato marinettiano, “la mia destra è vitale perché innamorata della vita”, con citazioni di De Gaulle. Salvini gli risponde con video e nota: “Arrabbiato? No. Deluso e amareggiato”. Non può dire che lo ha sbattuto fuori altrimenti Vannacci passa per martire. E’ finita con un incontro Salvini-Vannacci e il “non stai versando i contributi alla Lega”. E’ finita per meno. E’ finita grazie ai soldi.
Il fantomatico messaggio di Vannacci a Salvini, il “ti voglio bene ma la mia strada è un’altra”, è un trucco di scena. Lunedì, Salvini incontra Vannacci e gli spiega che le sue posizioni sono inconciliabili, che non versa contributi alla Lega.
La narrazione che Salvini consegna, al Federale, è che “io e Vannacci ci siamo parlati. Vuole fare la sua strada”, “è un traditore e deve dimettersi, lasciare il seggio”, “finirà nel nulla”, adesso dobbiamo “parlare d’altro”.
L’incontro Salvini-Vannacci va malissimo ma Salvini ottiene la promessa del “me ne vado”, di un’uscita ordinata. In agenda era già fissato il Federale a Via Bellerio (che già fumava di Vannacci exit) e per fortuna quel galantuomo di Attilio Fontana, il primo (ricordiamolo sempre) a urlare “con il cazzo che vannaccizziamo la Lega”, racconta la verità.
Dice che all’ordine del giorno non c’è Vannacci come argomento, già espunto come nelle foto Urss. Salvini non informa i governatori dell’incontro con Vannacci. Si musica uno strepitoso concerto di “fonti Lega” iniziato con l’intervista di Claudio Durigon al Giornale, il pizzino a Vannacci, l’attento che fai la fine di Gianfranco Fini.
E’ Durigon a fare il lavoro che Salvini non sa fare, è lui che si carica la parte di metterlo alla porta. Questa storia miserabile, l’uscita di Vannacci, porterà una firma ed è quella di Durigon, l’uomo del “me la vedo io”.
Al Federale il capogruppo Molinari, che in Aula aveva già attaccato Vannacci, suggerisce a Salvini: “Approfittiamone, facciamo il partito serio” e Giorgetti aggiunge: “Fai una nomina importante, distinguiamoci dalla destra di FdI e da Vannacci. Ora!”. Anche Siri è per la serietà. L’altra vice, Sardone, è invece per la quota “andiamo più a destra di Vannacci”.
La nomina non può che essere una: Zaia cosegretario. Fuori dal Federale è la festa. Nella chat Lega i messaggi sono “prepariamo le bottiglie”. Sembra di stare fuori dalle osterie quando abbassano la saracinesca. L’uscita, fino all’ufficialità del post di Vannacci, continua a essere, lato Lega, “e chi lo caccia?”.
E’ preparata la campagna social della Lega con il volto di Fini, l’uscita dal Pdl, che è stata una storia seria e non questa roba da pagliacci. Vannacci assembla l’AfD italiana e non solo, anche in Europa è pronto: sbarca nell’ AfD.
Stefano Candiani si domanda: “Bisogna capire chi tira i fili di Vannacci: i russi?”. Meloni ha già fatto sapere che non vuole Vannacci e che nel programma, al primo punto, metterà, ancora, il sostegno all’Ucraina. Si alzerà la soglia di sbarramento al 4 per cento e Forza Italia può allargarsi al punto da proporre a Lupi e Calenda: uniamoci
Vannacci è rimasto dieci mesi nella Lega, il tempo per sporcare, distruggere quello che restava del partito in Toscana. E’ un fellone, un disertore ma è l’errore più grande di chi aveva già sbagliato un’estate, in riva al mare. Vannacci è il delitto e castigo di Salvini.

(da Il Foglio)

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IN UNGHERIA L’ATTIVISTA TEDESCA MAJA CONDANNATA A OTTO ANNI PER VIOLENZA: NESSUNA PROVA , NESSUN TESTIMONE E NON E’ STATA RICONOSCIUTA NEMMENO DALLE PRESUNTE VITTIME. E’ LA GIUSTIZIA SOVRANISTA

Febbraio 4th, 2026 Riccardo Fucile

NEONAZISTI LIBERI DI SFILARE, OPPOSIZIONI IN GALERA

La sedicente giustizia ungherese ha condannato l’antifascista Maja T. a otto anni di carcere per violenza. Il processo all’attivista tedesca, di 25 anni, è fotocopia di quello a Ilaria Salis. Maja t. è stata accusata insieme a 19 antifascisti europei accusati dall’Ungheria di violenze commesse con manganelli nel 2023 su nove militanti di estrema destra a margine di un raduno neonazista a Budapest.
“Sappiamo tutti che tipo di condanna vuole il Primo Ministro ungherese”: ha dichiarato Maja T. in udienza al tribunale, auspicando un rientro in Germania dopo il verdetto. Presente in aula anche il padre dell’attivista che stamattina aveva lanciato un ultimo appello al giudice per scagionare la figlia.
La giovane attivista è stata arrestata a Berlino nel dicembre 2023 ed estradata nel giugno 2024 in Ungheria. Da allora è detenuta in isolamento a Budapest. Maja T. è stata accusata di tentata aggressione aggravata, con lesioni personali potenzialmente letali, e partecipazione a un’organizzazione criminale. L’accusa aveva chiesto la condanna a 24 anni di reclusione.
Maja T. ha contestato le condizioni di detenzione, sostenendo che di essere sottoposta a trattamenti inumani e degradanti e ha criticato che il trasferimento dalla Germania all’Ungheria fosse illegale.
Come Salis, la giovane attivista ha accusato il governo di Viktor Orban di influenzare i tribunali, affermando che non è garantito un processo legale equo e indipendente.
E’ intervenuto anche Martin Schirdewan, eurodeputato di Die Linke, che ha definito “uno scandalo giuridico” di Ungheria e Germania il fatto che Maja debba difendersi davanti ai tribunali ungheresi, dove il premier sta esercitando pressioni sul caso a fini elettorali. “Maja non avrebbe mai dovuto essere processata qui” ha detto, definendo le accuse del pubblico ministero ungherese “del tutto sproporzionate”. Lo stesso processo ha visto imputata anche l’eurodeputata Ilaria Salis, ma nel maggio 2024 l’insegnante di Monza è stata rilasciata su cauzione. A giugno, dopo aver vinto un seggio al Parlamento europeo, è stata rilasciata dagli arresti domiciliari a
Budapest. Sebbene l’Ungheria avesse richiesto la revoca dell’immunità parlamentare, il Parlamento non l’ha sostenuta nella votazione dello scorso autunno.
Salis, ‘non mi aspetto buone notizie dalla sentenza su Maja T. in Ungheria’
“Il procedimento a carico di Maja e Gabri, come quello contro tutti gli antifascisti, è un processo farsa. Non ci sono dubbi. È un palcoscenico kafkiano su cui va in scena lo squallido spettacolo della punizione esemplare che il regime infligge ai propri nemici. Non mi aspetto buone notizie dalla sentenza su Maja T. e Gabriele M., prevista per oggi”. Lo scrive su X l’eurodeputata di Avs Ilaria Salis, in riferimento alla sentenza per l’attivista tedesca Maja T. prevista per oggi a Budapest.
“Si tratta di procedimenti pesantemente condizionati, se non addirittura orchestrati, dal governo Orbán. Maja e Gabri non sono mai stati riconosciuti, né dalle vittime né dai testimoni”, aggiunge l’eurodeputata.
“A tutto questo si aggiunge il clima di campagna elettorale in Ungheria. Per l’estrema destra orbaniana, lo ‘scalpo degli antifascisti stranieri’ è uno strumento di propaganda populista particolarmente efficace, funzionale a rafforzare una narrazione securitaria e repressiva nonché alimentare l’idea di un paese assediato da nemici esterni”, sottolinea Salis.
“È in questo contesto che va letta la sentenza attesa oggi. Alla luce di tutto ciò, dobbiamo continuare a chiedere con forza che Maja, tanto più considerando l’illegalità della sua estradizione, venga trasferita in Germania e sottoposta lì a un procedimento equo”
(da agenzie)

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LA RESA DEI CONTI. SALVINI COME UN CONIUGE TRADITO: “INGRATO, CAPITOLO CHIUSO”

Febbraio 4th, 2026 Riccardo Fucile

VANNACCI FA IL PRIMO ACQUISTO: IL “PISTOLERO DI CAPODANNO” POZZOLO, EX FDI… ZAIA SPARA SUL SEGRETARIO: “UN ERRORE IMBARCARLO NELLA LEGA”

Per Matteo Salvini, l’addio di Roberto Vannacci alla Lega è “un capitolo chiuso”. Dice di non esserci rimasto male perché ne ha “visti tanti che non hanno mantenuto la parola e gli impegni, ingrati”. Il day after la decisione dell’ex generale che ha scosso il partito, il segretario leghista commenta frettolosamente lo strappo durante una conferenza stampa alla Camera: “Mi spiace umanamente, amen, non ho nessuna preoccupazione”. Capitolo appunto chiuso, più o meno.
Ci tiene però a ricordare ancora Salvini come Vannacci è stato accolto nel partito: “Gli abbiamo spalancato le porte di casa. La Lega c’è e oggi è più forte, il tesseramento on line da ieri è in aumento. Non porto rancore, stanotte ho dormito sereno”. Il leader leghista prova a voltare pagina. C’è da sostituire il posto da vice lasciato vacante dall’ex parà. Zaia o Fedriga? “Deciderà il segretario federale”, ossia proprio Salvini. “Io ho la tessera della Lega in tasca dal ’91 e ne ho visti tanti. Alcuni hanno mantenuto la parola, altri no”, dice ancora rivendicando il percorso
che ha portato all’elezione dell’europarlamentare: “Era candidato della Lega, ho fatto io campagna elettorale per lui, l’abbiamo accolto quando tutti lo attaccavano, l’abbiamo candidato in tutti i collegi, eletto, proposto vicepresidente del gruppo e nominato vicesegretario – ricorda – Il ringraziamento è stato: mi tengo il posto, saluti e arrivederci. Le promesse fatte le ho dimenticate”, aggiunge, “i 500mila voti restano della Lega: c’è il mio, quello della mia compagna, della mia famiglia”.
Butta acqua sul fuoco Luca Zaia. Per l’ex governatore veneto l’uscita di Vannacci non mette in discussione la segreteria di Matteo Salvini: “No, qui stiamo parlando di una persona che ha avuto una grande opportunità, è stato un investimento sbagliato, si gira pagina e si va avanti”, dice l’attuale presidente del Consiglio Regionale Veneto, a 24 Mattino su Radio 24. Sul tema della nuova segreteria, continua Zaia, “non è assolutamente all’ordine del giorno, abbiamo un segretario eletto meno di un anno fa. Noi oggi dobbiamo essere concentrati su quello che è il nostro futuro, ci sono degli impegni con i cittadini che sono dei pilastri del governo e dei pilastri del nostro programma che sono la riforma della giustizia, il premierato, ma ricordo anche quello dell’autonomia che un pilastro nel quale noi crediamo perché l’autonomia è far uscire questo Paese da un cono d’ombra rappresentato da un centralismo che ha creato le due Italia”.
Zaia ribadisce poi la sua critica nell’accogliere Roberto Vannacci nella Lega e dopo averlo definito ieri “un corpo estraneo” oggi sottolinea che è stato “un errore imbarcarlo nella Lega. La storia non si valuta con il senno di poi, cerchiamo di non fare gli illuministi: la verità è che è stato un errore, perché l’epilogo lo ha confermato”. Per l’ex governatore legista “il segretario Salvini ha fatto una scelta, che è stata quella di includere un nuovo soggetto, che poteva diventare un soggetto politico nel futuro. Ma la verità è che questa storia si è tradotta in una disponibilità da parte nostra che è stata ripagata con un tradimento, che è stato evidente e sotto gli occhi di tutti. Vannacci se n’è andato, ma se n’è andato in maniera organizzata e pianificata”. Un “meteora” per Zaia perché tutta la sua storia è “durata 9 mesi dal momento in cui è stato candidato alle europee e alla sua uscita. Ecco diciamo che se non ci fosse stato l’aiuto nostro, la partecipazione ai nostri congressi, la nostra disponibilità a candidarlo probabilmente oggi la storia sarebbe molto diversa”. In conclusione: “Tutta questa storia ci insegna che vale sempre il vecchio metodo: niente corsie preferenziali, gavetta e verifica di condivisione degli ideali. Perché un
partito così strutturato come il nostro è un partito che ha decenni di storia e prevede comunque una condivisione degli ideali. Tu non puoi arrivare in un movimento come il nostro e pensare di dettare legge, o peggio ancora di cambiare la linea. Del resto, Vannacci nell’uscire ha detto: ‘La destra che ho in mente è un’altra destra’. E io sono convinto che lui abbia ragione, perché noi siamo per una destra liberale e non per una destra liberticida”.
Alla carica anche il presidente del Friuli Venezia Giulia, Massimiliano Fedriga: “Pensare di utilizzare non una forza politica, ma degli elettori come un taxi, per poi scendere quando fa comodo, penso che sia svilente per tutti. Uno legittimamente può cambiare idea – dice da Trieste – e lui evidentemente l’ha cambiata. Ma altrettanto doverosamente dovrebbe dare le dimissioni dall’incarico che ha avuto tramite quelle idee e tramite quegli elettori, non nel rispetto della Lega, ma nel rispetto dei cittadini italiani e degli elettori italiani”. La reazione di Matteo Salvini?: “C’è evidentemente un tradito e un traditore. Io sono sempre da parte delle persone leali, non di chi tradisce”, conclude Fedriga.
Intanto tra i leghisti c’è chi valuta il passaggio con Vannacci, come il deputato Rossano Sasso. E c’è invece chi ha già deciso, come Emanuele Pozzolo, deputato iscritto al Misto ma eletto nelle liste di FdI, gruppo che ha lasciato nel maggio scorso dopo il casod ello sparo a Capodanno: “Non è più tempo di una destra che chiede scusa e chiede permesso, che cerca legittimazione negli altri. È tempo di una destra che parla chiaro e agisce – scrive sui social – Seguirò Roberto Vannacci in Futuro Nazionale, perché il suo progetto va molto oltre le vecchie categorie politiche. Vannacci può essere il Charles de Gaulle italiano: non solo il capo di un partito, ma il punto di riferimento di una reazione del buonsenso, capace di superare gli steccati ideologici del Novecento. Su di lui possono convergere tradizioni diverse, unite dalla schiettezza di pensiero e di parola e dalla difesa dell’interesse nazionale”.
(da agenzie)

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GIORGIA MELONI RISCHIA DI ANDARE A SBATTERE SUL REFERENDUM: C’E’ UN NUOVO SONDAGGIO (“IPSOS-DOXA”) CHE DA’ IL “SÌ” (50,9%) E IL “NO” (49,1%) TESTA A TESTA. TRE SETTIMANE FA, LO STESSO ISTITUTO DAVA IL “SÌ” AL 54%, MENTRE A DICEMBRE SFIORAVA IL 58%

Febbraio 4th, 2026 Riccardo Fucile

DA QUI AL 22 E 23 MARZO, LA MELONI RISCHIA DI SUBIRE UNA RIMONTA IN UNA TORNATA ELETTORALE CHE PENSAVA DI DOMINARE SENZA SUDARE… LA PARTITA SI GIOCA SUGLI INDECISI: IL 59% DEGLI ITALIANI NON SA COME VOTARE O NON HA INTENZIONE DI ANDARE ALLE URNE

Il «sì» è ancora avanti. Ma la battaglia del referendum potrebbe essere ormai quasi un testa a testa. Secondo un sondaggio Ipsos-Doxa per diMartedì i «sì» sarebbero al 50,9% e i «no» al 49,1%. Tre settimane fa il «sì» per lo stesso istituto era al 54% e a inizio dicembre sfiorava il 58%.
Se tutto fosse confermato, quella dei comitati del «no» sarebbe una rimonta clamorosa. Ma è ancora lunga la marcia verso il voto del 22-23 marzo. E, secondo lo stesso sondaggio, di Ipsos-Doxa, il 59,1% non andrà a votare oppure è ancora indeciso.
La battaglia in vista del referendum sulla giustizia si fa accesa. E proprio oggi parte da Pescara la campagna del Pd a sostegno del «no». L’appuntamento è fissato nella sala consiliare del Comune alle 17.30, con la segretaria Elly Schlein.
(da agenzie)
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L’INCHIESTA DELLA POLONIA SU PUTIN ED EPSTEIN

Febbraio 4th, 2026 Riccardo Fucile

IL PREMIER TUSK: “IL MILIARDARIO PEDOFILO HA COLLABORATO CON IL CREMLINO, RACCOGLIEVA MATERIALE COMPROMETTENTE SULLE ELITE OCCIDENTALI”

La Polonia ha aperto un’inchiesta sui legami tra Jeffrey Epstein e Vladimir Putin. Ad annunciarlo è stato il primo ministro Donald Tusk, secondo il quale in finanziere pedofilo avrebbe collaborato con il Cremlino con lo scopo di raccogliere materiale compromettente sulle élite occidentali. Molti esponenti avevano partecipato ai festini sull’isola privata che prevedevano abusi su minori
I mille file di Epstein su Putin
«Tra i documenti pubblicati finora ce ne sono oltre mille che riguardano direttamente Vladimir Putin e 9 mila che riguardano la Russia», ha affermato Tusk in conferenza stampa. «Sto parlando dell’ambiente politico russo. L’Fbi afferma di avere informazioni secondo le quali Epstein gestiva parte del patrimonio di Putin». Secondo il premier «Epstein aveva archiviato tutti i suoi messaggi, email e documenti. Archiviava foto e video. Ha registrato e filmato importanti leader occidentali, presidenti, primi ministri e leader delle maggiori compagnie del mondo. E quindi «sempre più commentatori ed esperti suppongono che sia molto probabile che questa fosse stata un’operazione organizzata dal Kgb russo, la cosiddetta trappola della seduzione, o esca dolce, una trappola piazzata per le élite del mondo occidentale, per lo più gli Stati Uniti».
Il Kgb russo
Tusk conclude: «Sempre più titoli, sempre più informazioni e sempre piùcommenti sulla stampa globale ruotano intorno al sospetto che questo scandalo di pedofilia senza precedenti sia stato co-organizzato dai servizi segreti russi». Intanto emerge che due giorni prima di togliersi la vita Epstein aveva firmato un documento in cui lasciava la maggior parte dei suoi averi, un totale di 100 milioni, alla sua fidanzata dell’epoca. Lo riporta il New York Times citando le carte pubblicate dal Dipartimento di Giustizia. Il documento rivela che Epstein stava pensando di sposare la fidanzata Karyna Shuliak, alla quale voleva regalare un diamante da 33 carati. Il documento – chiamato 1953 Trust in riferimento alla data di nascita di Epstein – menzionava altre 40 persone come possibili beneficiarie.
Trump ed Epstein
E il presidente Donald Trump era spesso nei pensieri del miliardario pedofilo: «Ricordo di averti detto che ho incontrato persone davvero cattive, ma nessuna peggiore di Trump, non c’è nessuna cellula decente nel suo corpo. Quindi sì, è pericoloso», ha detto in uno scambio di email con l’ex segretario al Tesoro Larry Summers, secondo quanto riportato dal Telegraph. Lo scambio, contenuto nei documenti su Epstein pubblicati dal Dipartimento di Giustizia, risale al febbraio 2017. Proprio oggi Trump ha litigato con Kaitlan Collins, corrispondente della Casa Bianca per la Cnn, che lo stava pressando sul caso Epstein. «Penso di non averti mai visto sorridere», le ha detto. «Ti conosco da dieci anni e non ho mai visto un sorriso sul tuo volto», ha aggiunto. Mentre i giornalisti venivano fatti uscire dallo Studio Ovale, Trump ha detto al senatore repubblicano John Barrasso: «Non ride mai».
(da agenzie)

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