Marzo 19th, 2026 Riccardo Fucile
LA PROCURA HA CHIUSO LE INDAGINI: POGGIANTI È ACCUSATO DI DIFFAMAZIONE E DIFFUSIONE ILLECITA DI MATERIALE INTIMO. AVREBBE RICATTATO COCCI E DIFFUSO LA SUA FOTO NUDO…MA NON E’ TUTTO: GLI INQUIRENTI FANNO RIFERIMENTO AD ALTRE PERSONE COINVOLTE. IL SOSPETTO NASCE DA INFORMAZIONI CONTENUTE NELLE LETTERE ANONIME EMERSE DURANTE L’INCHIESTA: I RICHIAMI ALLA LOGGIA MASSONICA “SAGITTARIO”, DI CUI COCCI ERA STATO SEGRETARIO
La procura di Prato ha chiuso le indagini sul presunto ricatto a luci rosse ai danni dell’ex capogruppo di FdI nel consiglio comunale pratese, l’avvocato Tommaso Cocci. L’ex vicepresidente del consiglio di Empoli Andrea Poggianti – ex FdI – è accusato di diffamazione e diffusione illecita di materiale intimo nei confronti del suo ex collega di partito.
Le accuse sono legate all’invio di numerose lettere anonime contenenti fotografie private ed intime di Tommaso Cocci, ‘astro’ nascente della politica pratese la cui carriera è stata fermata da questa vicenda. Tra i reati ipotizzati figura anche il tentativo di violenza privata, poiché l’azione avrebbe avuto l’obiettivo di compromettere la candidatura alle Regionali di Cocci, come poi è effettivamente accaduto.
Secondo la procura di Prato, il piano avrebbe avuto un respiro ancora più ampio: colpire l’area politica vicina all’onorevole Chiara La Porta (FdI), adesso consigliera regionale. Partendo da motivazioni private — riconducibili a rancori personali — sarebbe nata, secondo le ricostruzioni dell’accusa, l’iniziativa di Poggianti.
Nel provvedimento di chiusura delle indagini si fa riferimento ad altre persone coinvolte, la cui posizione è trattata separatamente. L’ipotesi è che Poggianti abbia agito in concorso con altri. Il sospetto nasce da informazioni contenute nelle lettere anonime emerse durante l’inchiesta. I richiami alla loggia massonica Sagittario, di cui Cocci era stato segretario, fanno ipotizzare che eventuali complici possano provenire da ambienti massonici.
Nell’atto di conclusione delle indagini non compare Claudio Belgiorno, altro ex consigliere comunale di FdI a Prato – anche lui è uscito dal partito meloniano – ; inizialmente perquisito con l’ipotesi di un coinvolgimento nella presunta manovra diffamatoria. Secondo quanto si apprende, la sua posizione è stata momentaneamente separata – stralciata – per ulteriori verifiche.
(da agenzie)
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Marzo 19th, 2026 Riccardo Fucile
QUINDI GLI DA’ GLI OTTO GIORNI DELLA SERVA: “QUESTA È UNA SETTIMANA IN CUI NON POSSIAMO METTERE ALTRE POLEMICHE SUL FUOCO, MA DI QUESTA STORIA DEI RUSSI ALLA BIENNALE DI VENEZIA DOPO IL REFERENDUM NE RIPARLIAMO”
Ohibò: ci voleva un post-fascio musulmano sciita per far esplodere le mille contraddizioni dei
Fratellini delle Meloni Sister giunti affannosamente al quarto anno di potere.
La riapertura, dopo quattro anni di assenza per l’invasione dell’Ucraina, del padiglione russo della Biennale di Venezia, voluta dal presidente Pietrangelo Buttafuoco, è stato il detonatore delle tensioni accumulate sull’asse Via della Scrofa-Palazzo Chigi.
Gong! Fratelli d’Italia contro “Fiamma Magica”. Essì, la novità è poi un classico di quando si occupa il primo piano di Palazzo Chigi. Davanti alla spartizione e alla gestione del potere, i vecchi rancori, sgambetti, ripicche e antipatie mai superate tra colleghi di partito non rimangono più sopiti e troncati per l’ideale comune; ma strabordano fino a raggiungere lo stadio del disprezzo.
C’è insomma da strabuzzare gli occhi e aggrottare la fronte a leggere l’articolo di Augusto Minzolini, sul “Giornale” di oggi (che al momento nessuno ha smentito).
L’ex direttore del Tg1 e de “Il Giornale”, già senatore di Forza Italia, verga un articolo sul quotidiano diretto da Cerno-byl in cui dà voce al pensiero di Giovanbattista Fazzolari, custode integerrimo dell’ortodossia meloniana, con virgolettati pesantissimi sullo scontro al calor bianco tra i dandy-cariati di Fratelli d’Italia, Alessandro Giuli e Pietrangelo Buttafuoco.
Intanto, il Fazzo fa una premessa: “Questa è una settimana in cui non possiamo mettere altre polemiche sul fuoco”. Poi aggiunge, a mo’ di avviso ai naviganti: ”Ma di questa storia dei russi alla Biennale di Venezia dopo il referendum ne riparliamo…”.
Detto questo, prende per le recchie il musulmano siculo-sciita nominato da Giorgia Meloni al vertice della più importante istituzione culturale italiana per sbatterlo dietro la lavagna dei ciucci che non sanno, o meglio se ne fottono dall’alto del Sommo Sapere Intellettuale, del codice della politica: “La nomina della Biennale è squisitamente politica per cui chi ci va può fare quello che vuole ma deve tenere conto delle implicazioni politiche”.
Fazzolari da Fiumicino, oltre a essere uno degli uomini più potenti del Governo (formalmente sottosegretario all’attuazione del programma, ha tra le sue mani tutti i dossier politici più importanti), è anche il primo e inflessibile fautore della linea pro-Ucraina e anti-Russia di Meloni.
Sposato con una donna ucraina, l’unica volta che è uscito da Palazzo Chigi è stato nel febbraio 2022: pochi giorni dopo l’invasione russa, al fianco di Meloni, Fazzolari si recò al confine tra Polonia e Ucraina per coordinare una missione di salvataggio di donne e bambini in fuga dalla guerra. A uno come lui, l’idea di un padiglione di artisti in linea con il Criminale del Cremlino, “non è andata proprio giù”, commenta Minzo.
E così, secondo quanto riporta “il Giornale”, Fazzolari si sarebbe sfogato con i suoi interlocutori definendo “gravissimo” il comportamento di Buttafuoco: “interviene con leggerezza su una tragedia che dura da quattro anni, che ha mietuto centinaia di migliaia di vittime, sul dramma del popolo ucraino”.
Ciò non significa che Fazzolari abbia preso le difese di Alessandro Giuli. Anzi. Come è distante mille miglia dalle fumisterie sicule-barocche di Buttafuoco, il sottosegretario è agli antipodi anche del “Pensiero solare” e del “Dio Pan” del ministro del Collegio romano: infatti era del tutto contrario a nominarlo ministro della Cultura (miracolato da Arianna Meloni, molto legata alla di lui sorella Antonella).
Estrosi e multi-tasking, i due “gemelli diversi” alfieri dell’egemonia culturale di destra, compassato e introverso l’ex dirigente di seconda fascia della Regione Lazio (è noto che non risponde a nessuna rottura di cazzo telefonica).
Puntiglioso, rigido, ma, gli va riconosciuto, la virtù della coerenza. Fazzolari – scrive Minzolini – “è un uomo tutto d’un pezzo, un toro non avvezzo ai compromessi: se sta con la Meloni sta con la Meloni, se sta con l’Ucraina pure”.
Fazzolari ha passato anni a mangiare la polvere nelle retrovie, a farsi le ossa nelle “fogne” (copy Marco Tarchi) e lottare (politicamente) per portare Fratelli d’Italia da via della Scrofa al Governo, mentre Giuli e Buttafuoco con le loro penne affilate tratteggiavano barocchismi con pensosi articoli sul “Foglio” e sul “Fatto quotidiano”.
Ora che i due amici, miracolati dal governo Meloni, sono ”costretti” a litigare, Fazzo tira fuori dai denti la sua sentenza: “Intellettuali che non hanno fatto un tubo nella vita…”.
Il fastidio quasi ontologico di Fazzolari per Giuli e Buttafuoco va inoltre inquadrato nel clima di scazzi e veleni interno a Fratelli d’Italia. Come abbiamo raccontato due giorni fa su questo disgraziato sito, anche se non emergerà mai pubblicamente, esiste una tensione latente anche tra la padrona di Palazzo Chigi, sorella Giorgia, e la tenutaria di via della Scrofa, sorella Arianna.
Prova ne è lo stesso caso Biennale: Buttafuoco è molto vicino alla premier, Giuli è caro al cuore dell’ex compagna di Lollobrigida (grande amica, a sua volta, di Antonella, sorella del ministro, si fa per dire, della Cultura).
Nella vicenda Biennale c’è anche un altro fattore importante da considerare, ed è quello che fa notare Emiliano Fittipaldi su “Domani”: “Buttafuoco, nominato dal governo Meloni, non si è comportato da vassallo o semplice esecutore come altri nominati.
Insomma, il miracolato Buttafuoco ha fatto una cazzata nel merito, aprendo alla propaganda putiniana: se ha dimostrato la propria autonomia, accolta con grandi applausi dalla stampa di sinistra, dall’altra parte dimentica il potere di chi l’ha messo a capo della Biennale.
Una volta sfiduciato dal governo, con una dichiarazione del ministro della Cultura (“La partecipazione della Federazione Russa alla 61/a Esposizione internazionale d’arte di Venezia è stata decisa in totale autonomia dalla Fondazione Biennale, nonostante l’orientamento contrario del governo italiano”), al prode Sarracino siculo non resta altro di andare fino fondo alla propria autonomia veneziana, rassegnando le dimissioni.
E’ la politica, bellezza e non puoi farci niente… Invece, agli inviti del ministro Giuli-vo di sbarrare il padiglione russo, la risposta è stata un secco: “Io non mi dimetto”
Più i Mattia Feltri (“La Stampa”), i Filippo Ceccarelli (“La Repubblica”) ed oggi i Fittipaldi (“Domani”) celebrano il caso Biennale (”Ne servirebbero 10, 100, 1.000 di Buttafuoco”), e più i Fazzolari s’incazzano. E giustamente, aggiungiamo.
Certo, “è un fatto gravissimo” censurare una scelta intellettuale, ma ancor più imperdonabile è aprire le porte a un padiglione organizzato dal regime di Putin che in quattro anni di guerra in Ucraina ha causato un bilancio drammatico con quasi 1,8 milioni di militari tra morti, feriti e dispersi dal febbraio 2022 a inizio 2026.
Certo, fa sorridere che Giuli, autore de “Il passo delle oche” (Einaudi), in cui perculava i camerati alla besciamella di ieri (Meloni compresa), oggi si ritrovi sul seggiolone di ministro.
Ma fa ancor più ridere che Buttafuoco oggi venga esaltato come esempio di liberalismo, autonomia e trasparenza: uno che nel 2003 pubblicò un libro, “Fogli consanguinei”, edito dalla casa editrice “Aristocrazia Ariana”, del terrorista nero Franco Freda, camerata di “Ordine nuovo”.
(da Dagoreport)
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Marzo 19th, 2026 Riccardo Fucile
IL MOTIVO? L’ESECUTIVO VUOLE DARE LEGITTIMITÀ AI CONTRATTI “MAGGIORMENTE APPLICATI”, OVVERO I “CONTRATTI PIRATA”, CON SALARI DA FAME E SCARSE TUTELE, FIRMATI DA SIGLE MINORI ANZICHÉ A QUELLI CONDISI DALLE ORGANIZZAZIONI “MAGGIORMENTE RAPPRESENTATIVE”… IL MESSAGGIO DELLE IMPRESE A URSO E MELONI È CHIARO: NON METTERE SULLO STESSO PIANO CHI RISPETTA LE REGOLE E CHI FA CONCORRENZA SLEALE SULLA PELLE DEI LAVORATORI
Un’assenza che pesa. E che segna un punto di rottura senza precedenti nelle relazioni industriali con il governo Meloni.
Per la prima volta, il fronte delle grandi associazioni datoriali — Confindustria, Confcommercio e Confesercenti — ha deciso di disertare il tavolo nazionale sulle pmi convocato al ministero delle Imprese. Mentre gli artigiani della Cna hanno inviato solo una delegazione tecnica.
Come da prassi di questo governo, il ministero ha convocato al tavolo una galassia di sigle minori, accusate dai grandi dell’impresa di dumping contrattuale perché firmatarie di contratti pirata, con salari da fame e scarse tutele.
Una strategia coerente con legge delega 144 del 26 settembre scorso, quella che ha svuotato la proposta delle opposizioni sul salario minimo legale. E che il governo vuole usare per dare legittimità ai contratti “maggiormente applicati” anziché a quelli firmati dalle organizzazioni “maggiormente rappresentative”.
Significherebbe, di fatto, legittimare accordi come quello siglato da Assodelivery con l’Ugl, che consente paghe irrisorie ai rider. Contratto finito nel mirino della Procura di Milano con accuse di caporalato per i modelli gestionali di Deliveroo e Glovo
La richiesta al governo delle imprese pare netta: non mettere sullo stesso piano chi rispetta le regole e chi fa concorrenza sleale sui costi del lavoro. Non a caso da mesi si muove un asse parallelo tra le stesse imprese e i sindacati confederali. Una sorta di “costituente della rappresentanza”.
I vertici di Cgil, Cisl e Uil hanno già incontrato Confindustria, Confcommercio, Alleanza cooperative, Confapi e Confesercenti. In agenda, per la prossima settimana, c’è anche il comparto dell’artigianato. Lo scopo è arrivare a un accordo sulla rappresentanza che sia in grado di disboscare i mille contratti collettivi depositati al Cnel. In gran parte sigle “pirata” che, pur coprendo solo il 3-4% dei lavoratori, riguardano milioni di persone sottopagate.
Proprio ieri l’Ocse ha diffuso nuovi dati sulle retribuzioni, negativi soprattutto per l’Italia. Con un ritardo significativo nel recupero del potere d’acquisto, il nostro Paese segna un divario del 6,8% in termini reali rispetto al 2021: il secondo dato peggiore tra i partner dell’organizzazione. Qualcosa è stato recuperato, non tutto.
(da La Repubblica)
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Marzo 19th, 2026 Riccardo Fucile
“DOVEVA PUNTARE CON DECISIONE AL CAMBIO DI REGIME E NON L’HA FATTO. NON HA PREPARATO GLI AMERICANI AL CONFLITTO, HA IGNORATO GLI ALLEATI, NON HA PREPARATO L’OPPOSIZIONE IN IRAN CHE AVREBBE DOVUTO AVERE UN RUOLO CHIAVE NEL CAMBIO DI GOVERNO”
«Quale è l’obiettivo finale? Non lo so». John Bolton, già ambasciatore Usa all’Onu e
consigliere per la Sicurezza nazionale di Trump per parte del suo primo mandato quasi alza le mani quando gli chiediamo perché il leader Usa, che rivendica di aver «obliterato» tutte le difese iraniane e di non aver praticamente più obiettivi da colpire, non dichiari vittoria.
Ambasciatore, rovesciamo la domanda: quale reputa fosse l’obiettivo finale a inizio guerra?
«Quello non lo so e Trump non ha fatto nulla per svelarlo. Quello giusto doveva essere il cambio di regime».
Nelle prime fasi del conflitto il presidente ne ha parlato apertamente.
«Sì, all’inizio sembrava così ma poi non mi pare che si sia seguita quella strada. Ed è stato un errore».
Perché
«Se lasci al suo posto un regime, benché gravemente ferito, questo tornerà in auge ancora più forte e peggiore sia sul fronte del nucleare sia su quello del terrorismo».
Quanto ritiene quindi, mancando come sostiene lei un obiettivo finale chiaro, che potrà durare il conflitto?
«Trump già all’inizio ha parlato di 4-6 settimane, siamo appena nella terza. Ma la stima mi sembra ottimistica, c’è ancora molto da fare».
Ad esempio?
«Fino a quando lo Stretto di Hormuz resterà chiuso non c’è dichiarazione di vittoria finale possibile».
Crede che gli Usa abbiano sottostimato quanto poteva succedere in quel braccio di mare?
«Sì, è stato un errore dal principio non considerare lo Stretto come una priorità, solo alla fine della scorsa settimana c’è stato un incremento delle operazioni, con la distruzione di posamine e missili lanciati contro le unità navali. Ma ci sono barchini
veloci in grado di colpire petroliere e navi militari. Sono molto sorpreso che questo scenario di Hormuz non sia stato considerato dall’inizio».
Quali sono gli errori principali?
«Trump non ha preparato gli americani al conflitto, non ha spiegato le ragioni per cui un cambio di regime era necessario a causa del pericolo nucleare e del terrorismo.
Non ha preparato la strada al Congresso; ha ignorato gli alleati; non ha preparato l’opposizione in Iran che avrebbe dovuto avere un ruolo chiave nel cambio di governo; non ha chiesto all’opposizione cosa erano in grado di fare o quale sostegno serviva. Non ha pensato a nulla di tutto ciò e ora rincorre. E poi c’è il petrolio.
All’inizio del conflitto il segretario dell’Energia Christ Wright parlò di incremento dei prezzi come una qualcosa da non temere. E così nessuno ha riflettuto abbastanza su Hormuz e sulle conseguenze: oggi i leader sono indaffarati a cercare soluzioni per calmare i mercati. E poi c’è un caso eclatante».
Quale?
«Lunedì Trump ha detto di essere sorpreso degli attacchi iraniani contro i Paesi arabi. Beh, è l’unico uomo sulla faccia della Terra a essere stupito. Non solo erano prevedibili, ma erano inevitabili».
Cosa c’è nella mente del presidente adesso, secondo lei che ci ha convissuto per parecchi mesi?
«Sa che ha un problema. Ma Trump non sbaglia mai, quindi la responsabilità sarà scaricata su qualcuno che non gli ha detto abbastanza o cose del genere. Sta preparando il terreno per scaricare su altri la colpa di un potenziale fiasco».
Servono truppe sul terreno per dare una spallata?
«Trump non le manderà, ha fatto campagna dicendo che non avrebbe iniziato guerre infinite, i pianificatori non hanno mai pensato a truppe di invasione convenzionali. Non è l’Iraq del 2003, ma l’amministrazione potrebbe pensare a operazioni per mettere in sicurezza Hormuz, l’isola di Kharg o il materiale nucleare».
(da “La Stampa”)
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Marzo 19th, 2026 Riccardo Fucile
NEI FILMATI HA DATO IL SUO SOSTEGNO A UN UOMO CONDANNATO IN DISORDINI ANTI-IMMIGRATI, HA DATO APPOGGIO A UN EVENTO DI NEONAZISTI CANADESI E HA FATTO RIFERIMENTO A TEORIE COSPIRATIVE ANTISEMITE – SEMBRAVA CHE LA CAVALCATA DI FARAGE COME PROSSIMO VOLTO DELLA DESTRA FOSSE INARRESTABILE, MA…
Una serie di video quanto meno problematici mette in grave imbarazzo Nigel Farage, il leader della destra populista britannica: li ha scovati il Guardian sulla piattaforma online Cameo, una specie di OnlyFans dove, invece di contenuti pornografici, celebrità e figure di alto profilo registrano messaggi a pagamento personalizzati per membri del pubblico.
Farage risulta un prolifico utilizzatore di Cameo: da quando ha debuttato sulla piattaforma, cinque anni fa, ha registrato migliaia e migliaia di video, incassando in tutto circa 375 mila sterline (più o meno 435 mila euro).
In gran parte si tratta di innocui auguri di Natale o di compleanno, ma il Guardian ne ha portati alla luce diversi che risultano molto meno digeribili.
Viene fuori allora che su Cameo il tribuno populista ha dato il suo sostegno a un uomo condannato per il coinvolgimento in disordini anti-immigrati, dicendogli di «continuare ad agire nella maniera giusta», che ha dato appoggio a un evento di
neonazisti canadesi, definendolo «la cosa migliore che sia mai accaduta», che ha ripetuto slogan associati con l’estrema destra, ha fatto riferimento a teorie cospirative antisemite e si è lasciato andare a commenti misogini su donne politiche di sinistra, incluse allusioni al seno di Alexandria Ocasio-Cortez, la deputata progressista americana.
Farage sta provando ad accreditarsi come un’alternativa credibile di governo, come un primo ministro in pectore , in grado di conquistare anche il consenso dei moderati: ci tiene infatti a marcare la distanza con un personaggio come Tommy Robinson, l’agitatore neofascista inglese, cosa che gli è costata l’amicizia con Elon Musk. E anche i rapporti con Donald Trump si sono ultimamente raffreddati.
Farage però sembra non riuscire a sfondare davvero: il suo partito, Reform, aveva raggiunto la soglia del 30% nei sondaggi, ma poi ha avuto una lieve flessione. E in una recente suppletiva, a febbraio, il candidato di Farage è stato sconfitto dai Verdi, così come precedentemente in Galles aveva dovuto cedere il passo ai nazionalisti locali.
Sembra quasi che ci sia un tetto oltre il quale Farage non riesce ad andare: perché tanto ha seguito fra i ceti popolari, bianchi e poco istruiti quanto è considerato «tossico» dal resto dell’elettorato.
Insomma, il tribuno della Brexit resta un personaggio altamente divisivo e la sua marcia su Downing Street particolarmente difficoltosa
(da l “Corriere della Sera”)
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