Marzo 24th, 2026 Riccardo Fucile
A PESARE SULLA DISFATTA NON SOLO LE BARUFFE INTESTINE CON SALVINI E LO SLURP INTERNAZIONALE AL CIUFFO DI TRUMP: DOPO 4 ANNI DI POTERE E’ VENUTA A GALLA TUTTA L’INCAPACITA’ E/O L’INADEGUATEZZA DEL GOVERNO
Giorgia Meloni ha perso. La Costituzione non sarà cambiata. La separazione delle carriere è stata bocciata dagli italiani: otto punti, ovvero quasi due milioni di voti, dividono il no (54 per cento) dal sì (46 per cento). Non era scontato.
Non così, visto che nell’ultima settimana la premier era scesa in campo, spendendo la propria autorità per cercare di far prevalere le ragioni della riforma voluta dal suo governo. Un po’ come riusciva a Silvio Berlusconi, impareggiabile campaigner. Invece non ha funzionato.
Era un cimento politico. Politicissimo. Pro o contro il governo. Ed è finita con la prima vera sconfitta della premier dal suo ingresso a palazzo Chigi nel settembre 2022. Tredici milioni le hanno detto no.
E’ anche la fine della lunga luna di miele con una larga fetta d’Italia? Nessuno nemmeno immaginava il 59 per cento di affluenza: nove punti più delle ultime Europee. Una mobilitazione non prevista da nessun sondaggista. Hanno votato in massa nelle grandi città, Firenze e Bologna sopra il 70 per cento, Milano al 66.
L’Italia metropolitana si è opposta così al sovranismo. E hanno detto no i giovani. E anche il Sud si è schierato compatto con la magistratura. L’affluenza rafforza la vittoria del no. Contro la destra c’è stata una mobilitazione. Per il centrosinistra, che ha marciato unito, è una boccata d’ossigeno.
La riforma della giustizia – separare le carriere, creare due Csm, un’Alta Corte a giudicarla, con i giudici scelti col sorteggio – era stata voluta dalla maggioranza di centrodestra, su input di Forza Italia, in onore a Berlusconi, ma senza alcuna condivisione con l’opposizione.
Votata perciò dal Parlamento senza possibilità di emendarla. Imposta dunque con la forza. La prima fra tante. Se fosse passata sarebbe toccato alla legge elettorale (a misura di destra), al premierato, fino allo scalpo finale: Giorgia Meloni al Quirinale dopo Mattarella, nel gennaio 2029. Non è detto che non possa ancora accadere. E le politiche tra esattamente un anno sono un’altra partita. Ma certo ora sarà più difficile. Oggi è arrivato uno stop potente.
L’altro sconfitto è il ministro della giustizia Carlo Nordio, che aveva definito il Csm “paramafioso”, costringendo il presidente Mattarella a intervenire a difesa dell’istituzione. Ma il dato politico è che gli elettori hanno capito la posta in gioco: in ballo non c’era solo il tentativo di separare le carriere dei magistrati, ma di fornire alla destra un lasciapassare per picconare ulteriormente la Costituzione, indebolendo la democrazia
Difficile dire quanto abbiano inciso le ultime disavventure del governo. Tajani ormai star dei meme. Il misterioso viaggio di Crosetto a Dubai. L’incredibile vicenda di Delmastro, con il capo di gabinetto di Nordio, Giusi Bartolozzi, fotografati nel locale di un prestanome della camorra. La Russa che dà del coglione a un senatore. La Rai asservita al melonismo, con ascolti in picchiata.
Messi insieme questi casi formano un quadro pieno di imbarazzi che nemmeno il talento politico di Giorgia Meloni è riuscito a mascherare. La guerra di Trump, l’amico Donald, che c’investe in pieno ha fatto il resto. E a nulla è valso il decreto, ribattezzato referendario, che in extremis ha tagliato le accise della benzina.
E adesso? Nel giugno del 2011 il referendum sull’acqua pubblica – anche lì una gran partecipazione di popolo, con tanti giovani – segnò l’inizio della fine del berlusconismo. Oggi, più di allora, siamo dentro una stagione drammatica e imprevedibile. Ma la vittoria del no segna una discontinuità, e forse l’inizio di una primavera politica.
(da La Repubblica)
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Marzo 24th, 2026 Riccardo Fucile
E POI TIRA UN CALCIO IN CULO AL PIO MANTOVANO: “NON SI VINCE SE HAI LA CHIESA CONTRO”
Dal profilo Facebook di Annalisa Terranova: 
Così di getto. La sconfitta è netta e importante. Nessuno credo si aspettasse queste proporzioni.
1) Il No aveva propaganda facile da fare: la difesa della Costituzione, la frottola che il governo voleva sottomettere i magistrati. Più difficile di sicuro spiegare il contenuto della ritorma.
2) Non si può sempre pensare che se Meloni scende in campo risolve i problemi. Ci vuole dietro un partito credibile. Ci vuole una mobilitazione non “seduta”
3) Il tema della classe dirigente è dirimente. Si rifletta sulla comunicazione: il boomerang di Rogoredo, le frasi di Bortolozzi, le esagerazioni di Nordio. Su Santanchè e Delmastro penso che se tu crei imbarazzo alla tua comunità politica anche se sei innocente anche se sei stato solo “leggero” “, ti fai da parte e basta. E prima accade meglio é
4) non si vince se hai la Chiesa contro. E nelle parrocchie si faceva propaganda per il No. Mantovano ha detto che i cattolici votavano SI e ha detto una cosa abbastanza infondata.
5) Ora ogni possibilità di riforma è stroncata sul nascere. Il campo largo ha sempre lo stesso problema: manca un leader riconosciuto da tutti. La vera vittoria è quella della casta dei magistrati che continueranno a impedire ogni tentativo di incidere radicalemnte sul tema dell’immigrazione
6) La politica estera: la prudenza del governo Meloni è stata subissata dalla propaganda, dall’accusa di complicita col genocidio a quella di vassallaggio a Trump. Questo ha inciso sulla popolarità e anche sulla credibilita della presidente del Consiglio.
dal profilo Facebook di Annalisa Terranova
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Marzo 24th, 2026 Riccardo Fucile
LE TESTATE STRANIERE: “UNA SCONFITTA IMPORTANTE PER IL GOVERNO ITALIANO”
I media internazionali danno ampio spazio alla vittoria del No al referendum relativo alla riforma della Giustizia. Per il Guardian “la reputazione della presidente del Consiglio ne risentirà e sarà un primo ministro più debole”. “La sconfitta al referendum renderà più difficile per la coalizione di governo di Meloni portare avanti i piani per l’approvazione di una legge elettorale che potrebbe garantire all’alleanza una comoda vittoria alle elezioni generali del 2027 – si legge sul sito britannico – Potrebbe anche far fallire l’altro progetto di punta di Meloni, ovvero consentire agli elettori di votare direttamente per il primo ministro, una mossa che richiederebbe una controversa modifica costituzionale.
Il Financial Times parla di “sonora battuta d’arresto” per la premier e il governo, che riflette un più ampio malcontento dell’opinione pubblica nei confronti della sua performance in vista delle elezioni parlamentari del prossimo anno. “Meloni ha spesso espresso la sua rabbia nei confronti della magistratura – si legge nell’articolo – che ha respinto alcune delle politiche di punta del suo governo, tra cui il tentativo di detenere i richiedenti asilo in centri in Albania e la costruzione di un ponte da 13 miliardi di euro verso la Sicilia”.
Politico mette in luce come la sconfitta al referendum “indebolisce” la posizione politica di Meloni, “soprattutto in vista delle elezioni previste entro la fine del prossimo anno”. Un’analisi condivisa anche da Libération: il quotidiano francese infatti sottolinea come la presidente del Consiglio abbia annunciato che in ogni caso, “resterà al suo posto”.
In Germania Der Spiegel parla di “pesante sconfitta” e di una premier “delusa” in quanto la sua “controversa” riforma della giustizia è stata bocciata in una consultazione referendaria con un’affluenza alle urne “degna di nota”. Lo spagnolo El Paìs infine mette in luce come la vittoria del ‘No’ al referendum sia “la prima sconfitta elettorale in tre anni” di Meloni. Un segnale “di stanchezza senza precedenti in vista delle elezioni generali del 2027”.
(da agenzie)
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Marzo 24th, 2026 Riccardo Fucile
LA SINDACA SALIS: “IL SUO RICORDO E LA SUA ARTE RIMARRANNO CON NOI PER SEMPRE, SENZA FINE”
È morto a 91 anni Gino Paoli, uno dei più grandi cantautori della musica italiana. Si è spento nella
sua casa di Quinto, a Genova, da dove osservata il mare e tutta la città.
La nota della famiglia
“Questa notte Gino ci ha lasciato in serenità e circondato dall’affetto dei suoi cari”, ha fatto sapere in una nota la famiglia, chiedendo “la massima riservatezza”.
Figura centrale della scuola genovese e protagonista di oltre sessant’anni di musica italiana, con lui scompare uno degli ultimi grandi testimoni di una stagione che ha visto nascere una nuova idea di canzone, più letteraria e allo stesso tempo scanzonata.
Nato a Monfalcone nel 1934 ma cresciuto a Genova, Paoli è stato tra i padri fondatori della cosiddetta “scuola genovese”, insieme ad artisti come Fabrizio De André, Umberto Bindi, Luigi Tenco e Bruno Lauzi. Tra i suoi più grandi successi Il cielo in una stanza, uno dei brani più celebri della musica italiana, portato al successo anche da Mina, e poi La gatta, scritta per quella gatta che gli teneva compagnia nella soffitta “vicino al mare” a due passi da Boccadasse, e ancora Sapore di sale, Una lunga storia d’amore, Senza fine: brani definiti poesie, più che canzoni.
Gino Paoli è morto: luci e ombre della carriera di un maestro
Artista schivo e molto riservato, Paoli ha attraversato momenti difficili, personali e professionali, che hanno contribuito a costruirne il mito. Drammatico l’episodio del 1963, quando tentò il suicidio sparandosi al cuore: sopravvisse, e il proiettile rimase nel suo corpo, vicino al cuore, per tutta la vita.
Paoli è stato anche presidente della SIAE dal 2009 al 2013, e nel 2022 era stato insignito con la “Croce di San Giorgio”, onorificenza istituita da Regione Liguria. Negli ultimi anni aveva diradato le apparizioni pubbliche, e nelle rare interviste che ha concesso emergevano sempre lucidità e anticonformismo. A novembre aveva affrontato la morte di Ornella Vanoni, con cui ha avuto una intensa e tormentata relazione negli anni ’60 che ha segnato profondamente la musica italiana.
Aveva partecipato al suo funerale, ultima uscita pubblica, ma ha mai voluto rilasciare alcuna dichiarazione. Dalla prima moglie Anna Fabbri ebbe un figlio, Giovanni, scomparso improvvisamente nel 2025, altra fonte di enorme dolore, dalla relazione con Stefania Sandrelli la figlia Amanda.
Il legame con Genova
Paoli aveva un legame profondo e viscerale con Genova. È qui che ha trascorso gran parte della sua vita, è sempre qui che ha incontrato gli amici Fabrizio De André, Umberto Bindi, Luigi Tenco e Bruno Lauzi, i “Quattro amici al bar” del singolo del 1991 in cui si cita il bar-latteria Igea, all’angolo tra via Casaregis e via Cecchi, alla Foce. E poi i caruggi, stretti, malinconici e poetici, dove si infatuò di una prostitua cantata in Il cielo in una stanza, quel soffitto viola parte di uno dei “bassi”.
L’ultima parte della sua vita, Paoli l’ha trascorsa nella sua casa sulle alture tra Quinto a Nervi, da dove godeva della vista di tutta la città e del mare sconfinato che per lui è stato fonte di ispirazione
Il cordoglio
“Oggi ci ha lasciati uno tra i più grandi cantautori italiani e tra i principali esponenti della scuola genovese. Con la scomparsa di Gino Paoli perdiamo una voce unica, capace di raccontare con straordinaria sensibilità l’animo umano e il suo tempo – è stato il commento della sindaca di Genova, Silvia Salis – Autore raffinato e dalla voce inconfondibile, ha segnato profondamente la musica italiana e il patrimonio culturale della nostra città dagli anni Sessanta in poi. Le sue canzoni, la sua poesia intrisa di malinconia, hanno contribuito a rinnovare profondamente la canzone d’autore italiana e a ispirare generazioni di musicisti. A nome mio, della Giunta e dell’amministrazione comunale, esprimo il più profondo cordoglio alla famiglia, agli amici e a tutti coloro che gli hanno voluto bene. Il suo ricordo e la sua arte resteranno con noi per sempre, senza fine”.
(da agenzie)
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