CASO ALMASRI, UNA BANDA ALLO SBANDO
L’AUTOCOMPLOTTO DI MELONI: TUTTE LE MOSSE SCELLERATE DI UN GOVERNO SPACCATO E INETTO
Leggendo gli atti del Tribunale dei ministri, i lettori di Domani non si sono stupiti
della gravità dello scandalo Almasri, perché fin da principio è stato raccontato da questo giornale per quello che è: un gigantesco depistaggio di Stato, messo in piedi per nascondere l’abuso di potere con cui il governo italiano ha restituito alle autorità libiche un generale sanguinario. Un miliziano considerato dalla Corte penale internazionale che ne chiedeva l’arresto un criminale di guerra, torturatore seriale e violentatore di bambini.
La vicenda non è solo un baratro etico e giudiziario in cui si è cacciato l’esecutivo, ma è (ennesimo e più imbarazzante) emblema dell’inettitudine di Meloni e dei suoi principali collaboratori. Una banda allo sbando che da mesi non ne azzecca una nemmeno per sbaglio, e che sta precipitando il paese in un parossismo reputazionale che rischia nel medio periodo di riverberarsi in una crisi politica ed economica.
La faccenda Almasri, almeno da un punto di vista giudiziario, poteva infatti essere contenuta con un’assunzione di responsabilità da parte di una leader che si vuole decisionista: se era davvero in ballo la sicurezza nazionale, bastava apporre il
segreto di Stato all’operazione; come spiegato già sei mesi fa dalla nostra Vitalba Azzollini, il segreto non avrebbe evitato lo scontro con la Cpi, ma avrebbe certamente “salvato” i ministri dall’azione dei giudici italiani. L’insipienza dei vari Mantovano e Nordio e dei rispettivi consiglieri giuridici (alcuni dei quali inascoltati, in verità) ha dirottato la premier su una strategia basata su menzogne ed errori.
Mosse scellerate che hanno obbligato il procuratore di Roma Francesco Lo Voi (un conservatore che non ha mai avuto voglia di ingaggiare una lotta nel fango con Palazzo Chigi) a iscrivere tutto il gruppetto nel registro degli indagati. Una Caporetto.
Meloni è un’eccellente comunicatrice, dote a cui deve parte importante del consenso di cui ancora gode. Vittimismo e complottismo sono gli ingredienti segreti della sua ricetta propagandistica, ma il cul de sac in cui si è infilata rende oggi meno credibile l’assunto per cui la scelta di far fuggire il trafficante libico sarebbe colpa di un “disegno politico dei giudici”. Anche perché lei stessa aveva spergiurato dopo la strage di Cutro che avrebbe dato la caccia «agli scafisti lungo tutto il globo terracqueo».
L’imperizia sembra ormai cifra consueta del governo. Basta leggere le cronache delle ultime due settimane. Anche il modello Albania è stato massacrato dai giudici europei: come ovvio per chi conosce un minimo di scienza del diritto, la diatriba sui paesi sicuri che ha dato il colpo finale all’idea balzana di realizzare Cpr fuori dai confini nazionali non poteva finire diversamente.
Nonostante avvertimenti di giuristi e commentatori, i sovranisti hanno scelto di bruciare centinaia di milioni di euro per contrastare un’inesistente invasione di migranti. Denaro che forse sarebbe stato più utile per comprare macchine per risonanze magnetiche e per ristrutturare scuole cadenti. Anche perché la politica cattivista sui migranti è stata un fallimento epocale: nei primi sei mesi del 2025 ci sono stati più sbarchi che nel 2021, quando Meloni dall’opposizione definiva l’Italia «un campo profughi».
Anche la sua partita personale sui dazi è finita malissimo: mentre come “pontiera” volava a Washington da Donald Trump promettendo di spingere per tariffe «zero per zero» con gli Usa, con la sodale Ursula von der Leyen e il cancelliere di destra Merz sbagliava completamente strategia negoziale, preferendo al braccio di ferro un appeasement che ha costretto l’Unione ad accettare un accordo umiliante. Un’intesa che, secondo Confindustria, causerà in Italia la perdita di quasi 200mila posti di lavoro, e che, per il ministro Giorgetti, porterà nel 2026 una contrazione del Pil del paese di mezzo punto.
Perfino i blitz in parlamento, dove la destra ha una maggioranza bulgara, sono gestiti come principianti allo sbaraglio: qualche giorno fa il decreto Sport con cui Meloni sperava di accentrare il controllo dei grandi eventi sportivi sotto il suo governo è stato fatto a pezzi dagli uffici del presidente Sergio Mattarella, che hanno considerato il testo inaccettabile da un punto di vista giuridico e tecnico; per non parlare dei pasticci sulle scadenze del Pnrr (ci costeranno miliardi) e sulle crisi industriali, a partire da quella drammatica dell’ex Ilva di Taranto, in cui il suo fedelissimo Adolfo Urso sta dando il peggio di sé.
L’incantesimo populista non durerà in eterno: i fatti hanno una
loro incoercibile forza anche di fronte alla propaganda più efficace. Ma se l’opposizione non si sveglia, dando almeno l’impressione di essere più adeguata e unita di un governo spaccato e inetto, non è affatto detto che il regno di Meloni non possa continuare ancora molto a lungo.
(da editorialedomani.it)
Leave a Reply