TRUMP HA BOMBARDATO CARACAS, TOLTO DI MEZZO MADURO E UCCISO 80 PERSONE PER METTERE LE MANI SUL PETROLIO DEL VENEZUELA, FACENDO UN REGALO ALLE COMPAGNIE PETROLIFERE AMERICANE
CON 303 MILIARDI DI BARILI, IL VENEZUELA DETIENE IL 17% DELLE RISERVE MONDIALI DI PETROLIO MA, PER LA CNN, SERVONO 58 MILIARDI DI INVESTIMENTI PER RIPORTARE LA PRODUZIONE A BUONI LIVELLI
Con 303 miliardi di barili, calcola l’Energy Institute di Londra, il Venezuela detiene le
maggiori riserve di petrolio del mondo (il 17% del totale globale), contro i 240 miliardi di barili dell’Arabia Saudita. Basta questo per giustificare un intervento che scuote gli interi equilibri mondiali?
La storia dice che i big del petrolio americani cercano di sfruttare tale patrimonio fin dal 1914 quando fu avviato il primo pozzo, il Mene Grande sul lago Maracaibo, e cominciò l’assalto al tesoro dell’oro nero che ieri Trump ha evocato in conferenza stampa dicendo che «le compagnie americane accorreranno numerose» non prima di aver puntualizzato che «saranno gli Stati Uniti a dirigere il Paese nella transizione».
E il Venezuela non è solo petrolio ma anche il gas prodotto dall’Eni, destinato all’approvvigionamento locale: ora il gruppo italiano può sviluppare un business più ampio in collaborazione con gli americani
I rapporti fra Washington e Caracas sono sempre stati burrascosi per la serie di colpi di Stato, dittatori, bruschi cambi di regime e
brevi squarci di democrazia in Venezuela. Le prime concessioni petrolifere con Exxon, Chevron, Conoco-Phillips, Texaco e le altre “sorelle” risalgono agli anni ’40, legate all’aumento della domanda nella Seconda guerra mondiale.
Nel dopoguerra vista la concorrenza dei produttori del Medio Oriente, proprio Caracas propose di allearsi con i “nemici” Iran, Iraq, Arabia Saudita e Kuwait creando nel 1960 l’Opec, poi allargata ad altri produttori. L’obiettivo era di contrapporsi allo strapotere delle major Usa ma le divisioni nel cartello — alimentate in silenzio dagli stessi Stati Uniti — sono state un ostacolo.
Il Venezuela intanto nel 1976 ha nazionalizzato le produzioni imponendo ai partner occidentali joint-venture al 50-50%, poi trasformate in 60-40 a favore del governo con tutte le tensioni del caso. L’unica parentesi di democrazia e riforme di tutti questi decenni sono stati gli anni ’90, quando la Petroleos de Venezuela si conquistò una fama di affidabilità ed efficienza. Ma nel 1999 con l’elezione di Chavez la situazione è precipitata fino agli abissi attuali: l’avvento di Maduro è del 2013, le sanzioni sull’export risalgono al Trump I, fra il 2017 e il 2019.
Il Venezuela è temporaneamente estromesso dall’Opec, insieme con Libia e Iran anch’essi sotto embargo americano, e non partecipa alle decisioni su quote e prezzi. […] Vanno poi considerate le fonti rinnovabili, l’auto elettrica, le tecnologie di risparmio energetico, tutti fattori che abbassano la domanda di petrolio. Tanto che i rincari dovuti alla nuova guerra di Trump «non dovrebbero superare il 10-20%, limitandosi a quella porzione di greggio pesante e non sostituibile prodotto in Venezuela e lavorato nelle raffinerie specializzate del sud degli Stati Uniti . A spingere il tycoon è stato anche il fattore-Cina: Pechino sta aiutando il Venezuela a ricostruire le decrepite infrastrutture petrolifere. Ci vorranno, secondo la Cnn, 58 miliardi per tornare a livelli accettabili di produzione.
(da “la Repubblica”)
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