QUEI BRANDELLI DI CORPI RESTITUITI DAL MARE SULLA COSTA DEGLI DEI
SU SPIAGGE DA CARTOLINE, LE ONDE RESTITUISCONO LE SPOGLIE DI QUELLI CHE ERANO ESSERI UMANI
Le braccia mozze, aperte in ultimo segno di resa di quel che resta di un uomo trovato ad Amantea. Il corpo spezzato e offeso di Tropea, nel cuore della Costa degli dei. Il simulacro di quel che era una donna ai piedi del castello della Colombaia, a Trapani. E lo stesso a Pantelleria, Marsala, Scalea.
Su spiagge da cartolina, le onde restituiscono le spoglie di quelli che erano esseri umani.
«U vidi ca, si ‘ncrisciu. Lo vedi, il Mediterraneo si è stancato di nascondere le nostre vergogne», dice Antonio mentre misura a passi lunghi la spiaggia e con gli occhi le onde. Sono quelle che a Tropea hanno restituito il corpo di un uomo e una paura nuova a chi in quei giorni con terrore guardava la Calabria sbriciolarsi sotto l’ennesima tempesta, con strade trasformate in fiumi di fango, belvedere e lungomare piegati, interi pezzi di costa collassati.
«Dopo aver visto quel cadavere dalla finestra, molti ragazzi, terrorizzati dal maltempo, hanno capito che si muore anche in mare. Troppo spesso». La professoressa Loredana Giroldini è la responsabile di plesso del liceo scientifico di Tropea. È dalle finestre dell’ultimo piano che il 17 febbraio i ragazzi hanno visto il corpo di un uomo tra le onde e capito di essere affacciati su una potenziale ecatombe.
Perché la struttura fisica, o quel che ne rimane, identifica quello e gli altri cadaveri ritrovati come migranti, le condizioni raccontano una permanenza in acqua di settimane o più e i tempi sono compatibili con i giorni del ciclone Harry. Che
secondo la Guardia costiera lascia in eredità almeno 380 “dispersi”. Per Refugees in Libya, che ha mappato le partenze dalla Tunisia, almeno mille.
Per un momento, il mare lo ha adagiato sulla battigia, ma subito se l’è ripreso, sembrava lo volesse risucchiare, poi di nuovo lo ha portato a riva. È stato allora che il comandante dell’Ufficio marittimo Giuseppe Durante, una carriera da operativo fra i primi salvataggi nel canale di Otranto e anni di servizio in quello di Sicilia, si è lanciato in acqua per recuperarlo.
«Quell’uomo è partito con l’intenzione di toccare terra e io a terra l’ho accompagnato – ha spiegato ai suoi – Almeno questo, glielo si doveva. Insieme a una degna sepoltura». È il primo comandamento del mare: indietro non si lascia nessuno.
«Potrebbero essercene altri — ragionano i pescatori in capannelli al porto — E chissà nelle calette o fra gli scogli, d’inverno non ci va mai nessuno». La Guardia costiera ha fatto dei giri di ricognizione, con elicotteri e motovedette. Ma l’area interessata è immensa, con i venti di Scirocco, Libeccio e Maestrale che si sono dati il cambio e presi a botte, il Mediterraneo ha restituito corpi fino a Scalea, Paola, Amantea.
«Chiediamo al governo italiano di aiutarci a identificare i corpi dei nostri cari spariti in mare», supplica da Sfax il dottor Ibrahim, unico medico negli accampamenti informali di migranti tra gli ulivi alla periferia della città. Su quelle barche aveva almeno quattro familiari, di nessuno ha notizie.
«Attraverso la nostra legale, alcune famiglie hanno presentato denuncia di scomparsa in Italia e di comparazione fra le salme ritrovate e le persone segnalate», spiega Silvia De Meo di Mem. Med, associazione che da anni prova a dare nomi ai corpi di chi il mare restituisce e risposte alle famiglie che sulla sponda sud aspettano. E insieme a Asgi, Mediterranea e Alarm phone anche oggi chiede prelievo del dna, degna e tracciabile sepoltura, impegno e verità sui naufragi.
(da agenzie)
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