BERLUSCONI ASSOLTO, MANCHEREBBE “LA PROVA PROVATA”
MA LE POLEMICHE CONTINUERANNO
Non era reato di concussione la telefonata in questura per ottenere il rilascio di una sua amica minorenne.
Non era reato frequentare e invitare a casa una giovane prostituta se non è provato che si conosce esattamente la sua età , se, come ha detto ieri il professor Franco Coppi, per raggiungere la prova provata «manca l’ultimo gradino».
Questo, una manciata prima della mezzanotte, stabilisce la sesta sezione penale della corte di cassazione. Berlusconi assolto. Viene confermata anche a Roma la sentenza d’appello, depositata dalla corte d’appello di Milano il 16 ottobre scorso, scritta dal relatore Concetta Locurto, e che causò, in polemica, le dimissioni del presidente Enrico Tranfa.
L’Italia, la magistratura, l’avvocatura, il giornalismo continueranno ad essere divisi tra innocentisti e colpevolisti? Probabilmente sì, anche perchè i fatti successi a Milano continuano a suscitare polemiche.
Basta, per fare un esempio, ricordare le parole usate ieri dal procuratore generale Edoardo Scardascione, che proclamava la colpevolezza di Berlusconi: «L’episodio nel quale Silvio Berlusconi racconta che Ruby è la nipote di Moubarak è degno di un film di Mel Brooks e tutto il mondo ci ha riso dietro».
O considerare che Karima-Ruby, dopo la telefonata di Berlusconi, torna in strada anche se gli accertamenti sulla sua identità sono ancora in corso e torna dove secondo il sostituto procuratore dei minori non sarebbe dovuta tornare, e cioè a casa della prostituta che l’ospitava.
Ma se le polemiche continuano, sui fatti e sull’interpretazione dei fatti come si accertano in democrazia cala da ieri il sipario della giustizia: condanna in primo grado a sette anni, assoluzione in appello, conferma in cassazione.
Il caso Ruby-Silvio è chiuso.
Restano però — e non possono essere dimenticate, anche perchè esiste un’inchiesta, chiamata Ruby-ter, ancora in corso — le bugie di Silvio Berlusconi.
Comizi politici a parte, nell’aula di giustizia aveva letto una memoria sostenendo che «alcune ospiti organizzavano spettacoli con musica e costumi che non avevano nulla di volgare o scandaloso », nè si erano «mai svolte scene di natura sessuale».
Ieri questa versione è stata ufficialmente smentita sino in Cassazione.
Lo hanno fatto anche gli avvocati, difendendo la sentenza d’appello d’assoluzione nella sua interezza, aggiungendo quindi che la difesa «ammette fatti di prostituzione ad Arcore».
Ammette anche che Ruby, e cioè Karima El Mahroug, nonostante le smentite di Berlusconi, «si prostituiva prima e dopo e forse anche ad Arcore», ma non è questo il punto: il punto è che manca per la difesa «l’ultimo gradino», non c’è prova che Berlusconi sapesse di avere a che fare con una minorenne.
Manca, su Ostuni, «l’ordine perentorio», come la «minaccia concreta», quindi il funzionario, se ha ubbidito a Berlusconi, rilasciando Ruby, l’ha fatto perchè si è «autoindotto, per timore referenziale».
E mancano sia la soggettività (Ostuni non si sentiva concusso), sia la materialità del reato. Quindi, come più volte ha ripetuto Coppi, «manca un gradino», e non si possono costruire gradini con le deduzioni, anche se sono logiche.
Ieri, nell’aula della sesta penale, il clima era teso, vibrante, da «ultima spiaggia».
Non si è usato tanto il fioretto del diritto, quanto la spada della «cronaca» dei fatti.
Con il procuratore Scardascione che ha rispolverato l’intercettazione in cui si parla di «quella era pupilla e Ruby il fondoschiena (…) perchè il problema della minore età » delle ragazze che frequentano Berlusconi «non è un accidente, anche la moglie Veronica gliel’aveva detto (…) E a Milano il desiderio del sovrano è stato esaudito».
E con Coppi-Dinacci che definiscono il ricorso del sostituto procuratore milanese Piero de Petris «non pertinente», e contradditorio, perchè «per quasi tutte le pagine parla della concussione per costrizione, e in fondo dice che, insomma, se non è per concussione, può essere per induzione, ma sono fattispecie diverse di reato, come questa corte c’insegna».
Coppi ha parlato ininterrottamente dalle 12.25 alle 13.45, ha molto criticato la cosiddetta «frase mancante», e cioè quella che Ostuni avrebbe dovuto pronunciare: «Presidente, si tranquillizzi, non è nipote di Moubarak, è una marocchina e per ordine della pm andrà in una comunità protetta».
La sintesi di Coppi è brutale: «Ma perchè avrebbe dovuto dirlo, una volta che il problema era risolto?».
Era un concetto che aveva provato a sviluppare anche Scardascione: i reati di concussione, diceva ieri mattina, riguardano il denaro e il potere, in questo caso però «siamo davanti a un danno patrimoniale? », domandava retorico.
No, qui «il bene giuridico da tutelare è l’imparzialità e il buon andamento della pubblica amministrazione (…) qui non c’è privato, la filiera del pubblico ufficiale è decisiva».
Perchè un presidente del Consiglio, annunciato dal caposcorta, chiama da Parigi, nella notte, «non il prefetto, non il capo della polizia, ma un capo di gabinetto» della questura, «un responsabile di staff, non ha qualifica per ordinare, ma è uno snodo».
E la «personalità di Ostuni viene ghiacciata, ibernata. Non ha più spazio. C’è spazio per dire “Ne parliamo domani?”. No, non ce l’ha.
Questo è l’annullamento delle scelte». E sembrava strano, alla procura generale della cassazione, che un poliziotto di strada, Ermes Cafaro, «capisca tutto in un quarto d’ora», mentre in questura sembrano non capire.
Ma per il presidente Nicola Milo questo non conta.
E occorrerà leggere le motivazioni per capire quali sono i confini del reato di concussione.
Piero Colaprico
(da “La Repubblica”)
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