Destra di Popolo.net

IL VIMINALE E L’ORDINE DI EVITARE LO SCONTRO FISICO

Maggio 1st, 2015 Riccardo Fucile

EXPO, DISORDINI MILANO: “ABBIAMO SCELTO IL MALE MINORE”

“Abbiamo optato per la logica del male minore. Danni, certo, ma sempre contenuti rispetto a quello che avrebbero potuto esserci. Soprattutto, nessun ferito”.
Alle sette di sera gli uomini del questore di Milano Luigi Savina, il regista del dispositivo di ordine pubblico di oggi e dei prossimi sei mesi di Expo, sanno di essere solo all’inizio di una lunga prova.
L’inizio può non essere sembrato dei migliori ma dal loro punto di vista è stata una “devastazione contenuta”: “Gli incidenti di oggi erano previsti, quasi calcolati” ripetono.
Il male minore, appunto, rispetto a reazioni più strutturate.
“Quando si dà  ordine al reparto mobile di partire — tagliano corto in questura – si sa come inizia ma non come e quando finisce. Non è possibile fare un intervento chirurgico in un corteo dove i devastatori sono mescolati a studenti anche minorenni. Qualcuno voleva un’altra Genova? Noi no, quindi va bene così”.
Tra i responsabili dell’ordine pubblico c’è fastidio perchè l’eco delle polemiche, merce fresca per la campagna elettorale, arriva subito.
E c’è molta rabbia: “Questi professionisti dello sfascio sono dei vigliacchi: quando li stavamo stringendo, hanno alzato fumo con i razzi per nascondersi, si sono cambiati d’abito, hanno lasciato in terra i loro stracci neri e sono scappati via”.
Mescolandosi agli altri. Ne hanno fermati una ventina. Chissà  se sono quelli giusti.
Soprattutto sono troppo pochi rispetto ai 700 circa misurati oggi in azione.
Negli uffici di via Fatebenefratelli, sede della questura, non è tempo, stasera, di bilanci e analisi.
C’è la serata alla Scala con la Turandot, per i manifestanti obiettivo alto tanto quanto Expo.
C’è la notte, il campeggio “NoExpo” a parco Trenno in zona san Siro e le altre manifestazioni, minori, previste per sabato e domenica. E’ solo la prima di una serie lunghissima di giornate difficili.
Il questore Savina è stato un ottimo investigatore, squadre mobili, prima di tutto quella di Palermo.
Gestire l’ordine pubblico è un’altra faccenda, complicata in un paese dove la cronaca ha dimostrato che se non fai passi per incapace ma se fai diventi un violento.
Il confine in ordine pubblico è labile. E gli interventi chirurgici sono materia di prevenzione.
Mentre i servizi di presidio restano tutti allertati e mobilitati, i collaboratori del questore rivendicano un dispositivo di ordine pubblico che “esclude il contatto fisico con i manifestanti, ha previsto l’uso di strumenti come gli idranti e di barriere, come le grate di metallo alte tre metri, e prevede come estrema ratio l’intervento dei reparti”.
Che infatti si sono visti marciare in assetto antisommossa senza però reagire per delimitare il terreno degli scontri tra Corso Magenta, via Carducci, piazzale Cadorna e via De Amicis.
Savina spiega e rivendica di non aver abboccato a quello che è stata “una precisa tecnica militare” dei black bloc: “Hanno usato la tecnica del mordi e fuggi, molteplici e contemporanei attacchi, per costringere i reparti a lasciare sguarniti gli accessi in direzione piazza Duomo e centro storico e piazza Castello”.
Zone, tra l’altro, piene di obiettivi e dove sono ancora aperti molti cantieri, naturali depositi di “armi” come sbarre di ferro, cartelli, pietre. “Se arrivavano in piazza Duomo dove stanno ancora smontato le impalcature del concerto, beh… altro che devastazione”.
Il dispositivo di ordine pubblico non viene quindi cambiato.
Perquisizioni e operazioni di prevenzione andranno avanti nelle prossime ore. Altre indagini saranno fatte grazie alle cinquemila telecamere che hanno già  consegnato agli investigatori minuti e minuti di filmati in cui, lasciano intendere in questura, “vediamo chiaramente quando alcuni manifestanti inseriti in modo anonimo nel corteo hanno cominciato a travisarsi e sono diventati black block”.
Il prefetto Armando Forgiane, responsabile al Viminale del servizio nazionale ordine pubblico, in serata dice a “Otto e ½” che a Milano “ci poteva scappare il morto e non c’è stato neppure un ferito”.

(da “Huffingtonpost“)

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ALFANO, IL MINISTRO INESISTENTE CHE SI SALVA SEMPRE

Aprile 20th, 2015 Riccardo Fucile

E A RENZI ARRIVA L’ABBRACCIO DELLA MORTE DI BERLUSCONI

“Perchè la chiarezza e la verità  superino le strumentalizzazioni e la demagogia su temi di una gravità  inaudita, è bene ricordare che durante l’operazione Mare Nostrum i morti in mare sono stati circa 3.500”.
Per una dichiarazione pubblica del ministro dell’Interno, Angelino Alfano, bisogna aspettare fino a sera.
E il titolare del Viminale, il responsabile formalmente delle politiche dell’immigrazione sembra avere un solo scopo: l’autodifesa.
Nessun brivido di pietà  umana, e tanto meno una strategia presente o futura.
Solo la rivendicazione del passaggio da Mare Nostrum a Triton. In due anni di vita, Alfano ha superato indenne il passaggio da Letta a Renzi, varie mozioni di sfiducia e diverse dimostrazioni di impotenza/ incompetenza. E anche questa volta potrebbe non smentirsi.
La questione è complessa, la tragedia è ovviamente troppo grande per cercare un unico responsabile (come tutto il Pd compatto si affretta a ribadire dando degli “sciacalli” a chi invoca dimissioni). Ma di certo le politiche del governo in tema di immigrazione sono state quanto meno fallimentari. I fatti parlano.
“Il problema non è il controllo del mare, ma distruggere i trafficanti di uomini, i nuovi schiavisti del XXI secolo”. Dopo la conferenza stampa che segue il vertice convocato d’urgenza a Palazzo Chigi, Matteo Renzi consegna a una serie di Tweet il suo accorato appello contro gli scafisti.
Con un improvviso cambio di priorità , il problema non è più il controllo del mare, ma quello che succede prima.
Peccato che Alfano quasi solo su questo abbia messo la faccia. Dal governo trasuda impotenza. Le soluzioni non ci sono. E Renzi lo sa.
L’Europa non si fa carico della situazione e con la Libia esplosa non c’è modo di gestire i migranti, sono i ragionamenti che fa con i fedelissimi.
In particolare sulla Libia, il premier, a parte un appoggio tanto pronto quanto generico da parte di Obama, non ha incassato nulla.
Quanto meno nessuna disponibilità  ad un eventuale intervento armato (ammesso che sarebbe la soluzione giusta).
Alfano ha fortemente rivendicato la scelta di Triton. “In un anno la missione Mare Nostrum è costata agli italiani 114 milioni di euro, centomila euro al giorno — diceva non più tardi dell’ottobre scorso —Da ora in poi però la missione non costerà  un solo euro agli italiani”. Trionfalismi: con la missione Triton succede che “per la prima volta l’Europa scende in mare e lo presidia”.
Insomma, nonostante il semestre a guida italiana, Alfano non è riuscito a ottenere dalla Ue quasi nulla per garantire l’accoglienza dei profughi.
L’unico risultato conquistato è stato quello di risparmiare sui fondi, perchè Triton è a carico soprattutto delle casse di Bruxelles.
Anche per questo l’ex delfino condannava Berlusconi che “nel 2011 trasformò Lampedusa in un disastro colossale”.
Un’altra prova per un ministro chebrilla per assenza: dal caso Shalabayeva, moglie del dissidente kazako Mukhtar Ablyazov, accusata di essere entrata illegalmente in Italia ed espulsa insieme alla figlia di 6 anni senza che il Viminale ne venisse informato, alle cariche della polizia al corteo degli operai Ast di ottobre.
Lo stesso Alfano aveva suggerito l’ipotesi di far fare domanda d’asilo ai migranti direttamente nei campi profughi africani.
Ipotesi che in un’intervista a Vita tre giorni fa il Direttore dell’uf — ficio OIM (organizzazione internazionale per le migrazioni) per l’Unione Europea bollava come non praticabile.
Ieri Renzi ha parlato anche con Lady Pesc, Federica Mogherini.
Così scriveva un “padre nobile” della politica italiana, Pier Luigi Castagnetti, in un tweet: “@FedericaMog utilizzi anche le sue dimissioni per scuotere quest’Europa e aprire crisi formale Commissione nel caso inerzia”.
A proposito di ministri invisibili. Mentre ci sono politici che ci tengono a essere visibili.
Come Silvio Berlusconi, che al premier ha mandato un remo.
Un simbolo: “Di fronte a quest’ultima tragedia basta con le accuse e le contrapposizioni. Occorre costituire immediatamente un tavolo tra tutti i protagonisti dei governi passati e presenti dove ciascuno possa mettere a disposizione le proprie esperienze per porre fine a queste sciagure”.
Eccolo, nero su bianco, l’abbraccio della morte: la rivendicazione della continuità  delle politiche migratorie.

Wanda Marra
(da   “Il Fatto Quotidiano“)

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ALFANO QUERELA SALLUSTI PER DIFFAMAZIONE: C’ERAVAMO TANTO AMATI

Aprile 18th, 2015 Riccardo Fucile

IL MINISTRO NEL 2012 RACCOGLIEVA LE FIRME PER GRAZIARLO: LO VOLEVA LIBERO A TUTTI I COSTI, ORA PAGA GLI AVVOCATI PER FARLO CONDANNARE

Lo voleva libero a tutti i costi, ora paga gli avvocati per farlo condannare.
“Sedici mesi di odio belluino”, poi la resa dei conti.
Alfano non ce la fa più e per frenare gli attacchi de Il Giornale ha deciso di denunciare per diffamazione il suo direttore, Alessandro Sallusti.
Sarebbe tutto normale, se non si trattasse dello Sallusti per il quale due anni fa proprio Alfano si era speso anima e corpo, pur di fargli ottenere la grazia ed evitargli il carcere dopo una condanna per diffamazione.
Alfano, da alfiere della grazia a istigatore della condanna. Nel giro di due anni.
Fu proprio Angelino Alfano, allora parlamentare Pdl, a firmare per primo l’appello al Capo dello Stato che si materializzo sul tavolo di Napolitano con 328 firme tra deputati e senatori. Così, a dicembre del 2012, il Presidente della Repubblica decise di graziare il giornalista.
Chi non ci trovasse alcuna coerenza deve andare a cercarla nell’oggetto della presunta diffamazione.
Allora la vittima era un giudice, Giuseppe Cocilovo, che sporse querela per un corsivo diffamatorio a firma Dreifus, comparso nel 2007 su Libero.
Oggi la vittima è invece Alfano stesso, che si ritiene colpito da una serie di articoli diffamatori da parte del Giornale. Articoli che prendono le mosse da un’inchiesta dell’Espresso (“Gli affari della lobby di Alfano”) e vengono ulteriormente ripresi e calcati dal quotidiano di casa Berlusconi.
In modo, a detta del ministro Ncd, diffamatorio.
In realtà  gli articoli hanno ad oggetto le numerose consulenze che la moglie del ministro dell’Interno, Tiziana Miceli, ha ottenuto dalla Consap, la concessionaria dei servizi assicurativi pubblici controllata dal ministero dell’Economia che fornisce servizi al ministero dell’Interno e a quello dello Sviluppo Economico.
Alfano passa in ogni caso al contrattacco, dalla difesa di Sallusti all’attacco di Sallusti. Perchè, spiega in una nota, “avrei dovuto farlo tante altre volte in questi sedici mesi di odio a tratti belluino, ma non l’ho mai fatto nonostante il confine della diffamazione fosse stato superato in innumerevoli circostanze. Questa volta il confine è stato superato da un lato ancora più inaccettabile poichè non riguarda solo me, ma mia moglie in quanto tale e come professionista”.
“Sono ahimè costretto — prosegue il ministro — a procedere non solo in sede civile, ma anche penale, per il particolare carattere soggettivo del direttore de Il Giornale, già  condannato definitivamente alla reclusione e graziato dal precedente Capo dello Stato e ancora una volta tendente alla recidiva diffamatoria”.
Dettaglio: la condanna che viene citata oggi da Alfano come prova di una reiterata propensione diffamatoria stride come un’unghia sul vetro rispetto alla difesa sperticata di qualche tempo fa.
Al tempo, Alfano giudicava la condanna di Sallusti “un fatto abnorme e incredibile”, tanto da auspicare una profonda revisione delle norme sulla diffamazione a mezzo stampa “ per far si’ che non si verifichino più episodi che riportano indietro a epoche oscurantiste”.
Sallusti, nelle dichiarazioni di Alfano, assurgeva a eroe nazionale: “Il direttore Sallusti ha messo le istituzioni e l’intero Paese di fronte alla sconcertante incoerenza rispetto al normale spiegarsi di una democrazia moderna e matura”.
E ora il salvatore Alfano ci ha ripensato.
E chiede di punire il suo eroe, con buona pace dei timori oscurantisti.

Thomas Mackinson
(da il Fatto “Quotidiano”)

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CONSULENZE PUBBLICHE ALLA MOGLIE DI ALFANO E L’AVVOCATO DI ANGELINO VINCE L’APPALTO EXPO

Aprile 16th, 2015 Riccardo Fucile

CINQUE INCARICHI GIRATI A TIZIANA MICELI, CONSORTE DI ALFANO…ANDREA GEMMA, FEDELISSIMO   NCD, VINCE UN BANDO DA 630.000 EURO

Che Angelino Alfano sia un ministro miracolato (dal caso dell’espulsione illegittima della dissidente Alma Shalabayeva alle manganellate della polizia agli operai delle acciaierie di Terni, in due anni appena il Parlamento ha già  votato – e respinto – due richieste di dimissioni) è cosa nota.
Meno nota, invece, è la rete di “relazioni pericolose” del titolare dell’Interno, e l’intreccio di interessi politici e economici che “L’Espresso” in edicola venerdì è in grado di raccontare per la prima volta.
Partendo dalla moglie del ministro dell’Interno Angelino Alfano, Tiziana Miceli, che ha appena avuto cinque consulenze dalla Consap, la concessionaria dei servizi assicurativi pubblici controllata dal ministero dell’Economia che fornisce servizi al ministero dell’Interno e a quello dello Sviluppo Economico.
In una dichiarazione firmata il 24 febbraio 2014 la Miceli dichiara di essere già  «titolare di incarichi di assistenza legale conferiti da Consap», ma tra fine 2014 e l’inizio del 2015 lo studio della Miceli (il poco conosciuto RM-Associati, di cui risulta socio anche Fabio Roscioli, avvocato di Alfano) ha ottenuto altri cinque incarichi, l’ultimo a fine gennaio.
La moglie di Angelino è stata assunto grazie a una delibera firmata da Mauro Masi, amministratore delegato della Consap ed ex direttore generale della Rai ai tempi del governo Berlusconi, boiardo vicino al centro destra che il governo di Matteo Renzi ha persino promosso qualche mese fa, confermandolo sulla poltrona di ad e concedendogli anche quella da presidente.
«Gli importi» della consulenza della Miceli, si legge nelle determine, «saranno quantificati all’esito delle attività ». Speriamo, per le casse pubbliche, non siano troppo alti.
Non è tutto. La Miceli in passato ha ottenuto altri incarichi da alcune amministrazioni pubbliche siciliane (dalla provincia di Palermo all’Istituto autonomo case popolari di Palermo) sempre controllate dal centro destra, mentre nel 2014 la moglie di Angelino risulta aver difeso anche gli interessi di una società  (la Serit) insieme al collega Angelo Clarizia.
Non un avvocato qualsiasi, Clarizia: è infatti socio in affari di Andrea Gemma, amico storico di Alfano e altro vertice di peso della sua rete relazionale, in passato consigliere ministeriale a cachet   e oggi membro del cda dell’Eni e commissario liquidatore di aziende importanti come la Valtur.
Gemma e Clarizia sono legatissimi: i loro studi hanno di recente anche vinto un appalto per i servizi legali dell’Expo (da 630 mila euro) e, in barba a qualsiasi conflitto di interessi potenziale, “L’Espresso” ha scoperto che da poco i due hanno difeso anche gli interessi del Nuovo Centro Destra, il partito del ministro dell’Interno.

Emiliano Fittipaldi
(da “L’Espresso”)

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NCD, RENZI HA NOMINATO LUPI CAPOGRUPPO. LA DE GIROLAMO: “COME AL GRANDE FRATELLO”

Aprile 9th, 2015 Riccardo Fucile

“NON MI SONO DIMESSA, MI HANNO SOSTITUITA PERCHE’ CRITICO LA LINEA DI APPIATTIMENTO SU RENZI”

“Ncd come il Grande Fratello. Nominata da Alfano sono dovuta uscire dalla ‘casa’ per le mie idee”. Nunzia De Girolamo commenta così, su Twitter, quanto successo alla Camera, dove ha lasciato il suo posto di capogruppo di Area Popolare (Ncd+Udc). Incarico che da oggi ricopre Maurizio Lupi, l’ex numero uno delle Infrastrutture e Trasporti, che si è dimesso dopo il coinvolgimento (non è indagato) nell’inchiesta sulle grandi opere che ha portato all’arresto di Ercole Incalza.
Il ministro degli Interni Angelino Alfano, infatti, ha chiesto a Lupi la disponibilità  a guidare il gruppo di Area Popolare a Montecitorio al posto di De Girolamo (che a sua volta si è dimessa a seguito dello scandalo delle nomine alla Asl di Benevento).
Il motivo dell’avvicendamento?
“Non è possibile fare il capogruppo dicendo di voler uscire dal governo“, avrebbe detto Alfano motivando la sua scelta, almeno secondo quanto riferito alle agenzie di stampa da alcuni partecipanti alla riunione di Area Popolare alla Camera.
Chiaro il riferimento all’ex ministro alle Politiche Agricole e ai suoi mal di pancia nei confronti del rapporto Ncd-esecutivo.
Non solo. La poltrona di vice-Lupi sarebbe stata invece offerta a Rocco Buttiglione.

(da “il Fatto Quotidiano“)

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RISSA NCD, DE GIROLAMO: “SARO’ DISSIDENTE, MA NON BURATTINO”

Aprile 3rd, 2015 Riccardo Fucile

QUAGLIARELLO: “RISPETTO TUE SCELTE E LORO CONSEGUENZE”… RENZI VUOLE LA TESTA DELLA CAPOGRUPPO PERCHE’ CRITICA LA LINEA DI APPIATTIMENTO DI ALFANO SUL GOVERNO

Acque sempre più agitate tra le fila di Area Popolare.
Nunzia De Girolamo, capogruppo Ap (Ncd – Udc) alla Camera, ha risposto via Twitter al coordinatore nazionale di Ncd, Gaetano Quagliariello, che in un’intervista al Corriere spiega l’impossibilità  per Area popolare di avere un capogruppo “dissidente”. “Caro Quagliariello sarò pure dissidente, ma mai burattino. Buona Pasqua”.
Pronta la replica di Quagliariello, affidata ancora una volta a Twitter: “Cara Nunzia, ci sono dissidenti burattini, tu non sei fra questi. Proprio per questo rispetto le tue scelte e le loro conseguenze. Buona Pasqua”.
Un riferimento ai possibili effetti che la posizione eterodossa della De Girolamo potrebbe avere presto negli organigrammi del partito.
La De Girolamo, pasionaria capogruppo antirenziana, secondo indiscrezioni non viene più considerata adatta al suo ruolo sia dal premier che da Alfano.
“Un capogruppo di maggioranza   –   è il ragionamento comune   –   non può comportarsi come se stesse all’opposizione”.
Da giorni circola l’ipotesi di sostituirla con Maurizio Lupi, dimissionario ministro delle Infrastrutture e dei Trasporti attualmente senza incarichi.
Non è solo il rimpasto governativo ad agitare gli animi all’interno di Area Popolare: i rumours parlamentari raccontavano nei giorni scorsi di una raccolta di firme tra i deputati, ispirata da Alfano, per allontanare proprio la De Girolamo dal suo ruolo.
La capogruppo, però, non ha alcuna intenzione di farsi da parte.
Ad agitare ulteriormente le acque in casa Ncd la nomina del nuovo ministro per Affari Regionali, che sostituirà  Maria Carmela Lanzetta, che ha scelto di andare a fare l’assessore comunale in Calabria.
La scelta dovrebbe cadere su un esponente di Ncd: Renzi ha chiaramente manifestato la sua preferenza per una donna, e il partito dovrà  ora fare una scelta.
Il percorso si preannuncia complicato: tra i nomi “in quota” quelli di Dorina Bianchi e Rosanna Scopelliti.

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RENZI ORDINA, ALFANO ESEGUE: VIA LA DE GIROLAMO

Marzo 31st, 2015 Riccardo Fucile

IL VERTICE A PALAZZO CHIGI E PARTE L’ORDINE DI ELIMINARE L’ANIMA CRITICA… E ALFANO PRONTO A SCHIERARSI IN CAMPANIA CON ORLANDO CONTRO CALDORO SE DE LUCA FARA’ UN PASSO INDIETRO

L’ordine parte direttamente da palazzo Chigi: togliete la De Girolamo.
Pochi minuti dopo alla Camera parte la raccolta delle firme per sfiduciarla da capogruppo di Ncd.
A palazzo Chigi, di fronte a Renzi, c’è Angelino Alfano. Poi arriva anche l’ex ministro Maurizio Lupi. È Alfano che chiama personalmente più di un parlamentare e anche i membri del governo di Ncd, come il viceministro Casero.
Qualcuno racconta che sullo sfondo si sente anche la voce del premier: “Ormai — sussurrano in Transatlantico — è lui il vero segretario di Ncd”.
E la testa della De Girolamo, di fatto, rientra nell’operazione rimpasto, vero oggetto dell’incontro. Che porterà , nelle prossime ore, alla nomina del successore di Lupi alle Infrastrutture.
Ovvero l’attuale sottosegretario alla presidenza Graziano Delrio.
Il premier è il primo a non volere più, come capogruppo di un partito che è nel governo, la pasionaria Nunzia, una poco docile e che lavora per ricucire l’alleanza con Berlusconi.
Non ha gradito non solo le sue posizioni politiche ma si è particolarmente irritato per le ultime uscite televisive della De Girolamo che, a detta di molti, “funziona in tv”.
Al suo posto andrà  proprio l’ex ministro alle Infrastrutture Maurizio Lupi.
Mentre sul fronte del governo Renzi darà  ad Alfano un’altra casella, visto che comunque le Infrastrutture erano in quota Ncd.
Due le ipotesi su cui è in atto il confronto.
La prima è Quagliariello agli Affari regionali, il posto lasciato libero dalla Lanzetta. Ma non è la best option del premier. Che ha in mente un’altra operazione.
Ovvero portare la Boschi al posto di Delrio a palazzo Chigi, come sottosegretario alla presidenza.
Lasciando le riforme a Quaglieriello, dal momento che ormai sono in dirittura d’arrivo. Raccontano fonti autorevoli che Alfano non è stato protagonista di una trattativa muscolare sui ministeri.
E che ormai si muove come un partner stabile del governo: il centro del centrosinistra. In quest’ottica si spiega il perchè, a proposito di regionali, ancora non ha dato il via libera alla candidatura di Caldoro in Campania.
Più volte Renzi lo ha invitato a fare come con Mattarella: “All’ultimo, schierati con la tua maggioranza”.
Impossibile che possa sostenere De Luca. Sul guardasigilli Orlando invece chiuderebbe subito. Il problema è che De Luca al momento non fa un passo indietro.
Ma in parecchi attorno al premier invitano ad aspettare: “La prossima settimana si capiranno molte cose”.

(da “Huffigtonpost”
)

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INTERVISTA A NUNZIA DE GIROLAMO: “BASTA ESSERE LO SCENDILETTO DI RENZI”

Marzo 23rd, 2015 Riccardo Fucile

“ANGELINO CONTIAMOCI, IL TEMPO DELLE CHIACCHIERE E’ FINITO”… “CON LA MUSSOLINI CI VEDIAMO IN TRIBUNALE, GIA’ QUERELATA”

Nunzia De Girolamo è una che non ama i giri di parole: “Sa che le dico? Che il tempo delle chiacchiere è finito. Qua si continua ad eludere la discussione sul punto di fondo: se siamo una forza di centrodestra che vuole ricostruire il centrodestra o siamo diventati una forza subalterna e irrilevante nell’ambito della coalizione di Renzi”.
La voce va e viene. Finalmente il tragitto consente di ragionare.
Nunzia è diretta in Campania per una iniziativa elettorale. Poi Roma per andare a Piazza Pulita: “C’è tantissima gente nella base di Ncd che vuole rifare il centrodestra e credo sia giusto dare loro voce”.
Effettivamente se l’applausometro è un indicatore, a Roccaraso dove sabato scorso si è svolta un’iniziativa di Ncd ha ricevuto consenso quando ha scandito: “Voglio capire quale è l’identità  del mio partito. Non possiamo essere gli scendiletto di Renzi o il partito delle poltrone di pochi da ricollocare”.
La risposta di Alfano non l’ha convinta, perchè, ripete “elude il punto di fondo”.
In questa conversazione con l’HuffPost ci spiega la sua proposta: “A questo punto, proprio per evitare le chiacchiere, mettiamo le cose per iscritto. Quagliariello ha detto che faremo a breve una direzione nazionale? Benissimo, io a quella direzione presenterò un documento in quattro punti che per una forza come la nostra sono vitali. Un documento, da mettere poi però ai voti nella nostra assemblea nazionale e su cui è necessario realizzare un’ampia consultazione tra i nostri iscritti, per andare al confronto con Renzi. Se Renzi accetta i nostri punti, bene, altrimenti a mio giudizio dobbiamo ritirare la delegazione dal governo e passare all’appoggio esterno”.
Onorevole De Girolamo, partiamo dall’inizio.
Per favore però non parliamo della Mussolini che non se ne può più. E poi che le dovrei dire? Non sopporto la volgarità  e la violenza contro le donne. Io faccio politica, dunque mi occupo solo di politica. Da madre, l’ho querelata per me, per mia figlia e per tutte le donne.
Parliamo del suo partito. Dopo il caso Lupi, lei vuole rompere ?
Così la questione è mal posta e non voglio rompere nulla. Ma il caso Lupi ha fatto emergere, in modo eclatante, una questione di fondo che si trascina da mesi. Siamo di centrodestra o di centrosinistra? Siamo al governo per difendere le poltrone o per realizzare gli obiettivi che ci eravamo dati nell’interesse dell’Italia? Penso, che siamo di fronte a una “mutazione genetica” del nostro partito.
Si spieghi meglio.
Noi siamo nati con l’ambizione di costruire, in Italia, un nuovo centrodestra. E per costruire, anzi, ricostruire il centrodestra occorreva, in quel momento difficile in cui Renzi tirò giù il governo Letta, garantire la stabilità  per avere il tempo di agire in due direzioni: le riforme istituzionali e i provvedimenti economici che non facessero sprofondare il paese nel baratro della crisi. Ora, io mi limito ad osservare dei dati di fatto. Noi abbiamo donato il sangue… E Renzi è volato nel consenso. Questo perchè, di fronte ai suoi continui prendere o lasciare, abbiamo lasciato molto senza far pesare il fatto che senza di noi Matteo non starebbe a palazzo Chigi. Domando: è vero o no che sulle riforme, rispetto alla prima versione della legge elettorale, abbiamo rinunciato al premio di coalizione? Domando: è vero o no che mentre Renzi sbandierava gli ottanta euro che parlano al suo elettorato noi non ci intestavamo provvedimenti come il taglio dell’Irap nè portavamo a casa misure con lo stesso effetto su fisco e imprese? Dunque, nati con l’ambizione di essere il centrodestra che appoggiava momentaneamente Renzi, ma che finito il percorso tornava nel proprio campo, poi cosa siamo diventati?
Alfano dice che grazie a voi il paese sta agganciando la ripresa.
Grazie a noi c’è stata la stabilità  di governo e questo è un bene. Ripresa? Scinderei la stabilità  dei mercati finanziari dall’economia reale. E poi, per la stabilità  dei mercati finanziari mi pare che vada ringraziato Draghi per il lavoro straordinario compiuto finora. Lui ha usato il bazooka mentre sull’economia reale Renzi ha usato la fionda. Gliela faccio io una domanda: se un imprenditore italiano mentre io e lei parliamo va in banca e chiede un fido, glielo danno?
Lo chiederò al premier quando ne avrò l’occasione.
Le rispondo io: no, no, e ancora no. Ai piccoli e medi imprenditori italiani questa storia dell’immensa liquidità  che gira sulle nostre teste sembra una presa in giro. Purtroppo è tutto vero. I soldi ci sono ma non arrivano a loro e non arriveranno mai a causa della subalternità  di questa politica, a partire da quella italiana, al mondo finanziario. In questo mondo rischia di contare più uno come Davide Serra che un ministro dell’Economia. E questo, per chi crede nella politica del centrodestra, è agghiacciante. Noi siamo il movimento politico degli imprenditori, delle partita Iva, dei liberali ma non dei banchieri e dei finanzieri. E poi guardi…
Prego: mi pare un fiume in piena
Recentemente ho riletto, in occasione del primo anno di governo, il discorso su cui votammo la fiducia a Renzi alle Camere. Beh, tra le parole e il fatti c’è l’abisso. E soprattutto rispetto ai fatti che rappresentano per noi questioni di identità : fisco, giustizia, Sud. Proprio su questo invoco un chiarimento.
Una verifica di governo.
La chiami come vuole. Dico che a questo punto, proprio per evitare le chiacchiere, mettiamo le cose per iscritto. Quagliariello ha detto che faremo a breve una direzione nazionale? Benissimo, io a quella direzione presenterò un documento in quattro punti che per una forza come la nostra sono vitali.
Un documento su cui contarsi nel partito?
Un documento, certamente da mettere ai voti nella nostra assemblea nazionale e su cui realizzare una ampia consultazione tra i nostri iscritti. Poi, sulla base di quel documento, è necessario andare al confronto con Renzi. Se accetta i nostri punti, bene, altrimenti a mio giudizio dobbiamo ritirare la delegazione dal governo e passare all’appoggio esterno.
Insomma, lei si vuole contare.
Attenzione: io non presento un documento per spaccare il mio partito, ma per andare al confronto con Renzi con la forza che deriva da una consultazione della nostra base e con la forza del voto della nostra assemblea nazionale. Rubo le parole di D’Alema che è meno diplomatico di me, e ho detto tutto: se uno vuole colpire deve lasciare il segno, altrimenti sono chiacchiere… E io credo che sia ora di vedere se lasciamo il segno o no.
Ho capito. E ci anticipa quali sono i quattro punti del suo documento?
Punto numero uno, visto che siamo a ridosso del voto finale, è la legge elettorale. È necessario tornare alla versione dell’Italicum formulata quando nacque il governo, che preveda il premio alla coalizione e non ai partiti. Il paese, basta andare in giro, è fatto di un popolo di centrodestra e di un popolo di centrosinistra. Al paese dobbiamo consentire di avere, attraverso la legge elettorale, un parlamento che lo rappresenti. E aggiungo, oltre al premio di coalizione: è necessario il ripristino delle preferenze per tutti perchè se andiamo al voto presentandoci come nominati, non mi stupirei se ci inseguissero con i forconi, e farebbero bene.
Punto numero due.
Le partite Iva. Ai cinque milioni di partite Iva attive, io parlo di quelle vere, non alle stime di otto milioni a cui si fa spesso riferimento, noi dobbiamo dire che lo Stato farà  pagare loro meno tasse. Purtroppo, come noto, il governo Renzi nell’ultima legge di stabilità  li ha stangati. E questo inasprimento ingiustificabile era stato giustificato con la genialata dell’anticipo del Tfr. Conosce un italiano che lo ha chiesto? Se lo incontra o lo trova le offro una cena… E chi lo chiederà  da maggio in poi è perchè sarà  disperato. E noi che facciamo? Lo massacriamo di tasse. Su tutto questo mi sarei aspettato un semplice e umile: “Abbiamo sbagliato”. Adesso, dico basta. O cambiamo rotta, oppure… si esce dal governo.
Punto numero tre.
Il Sud. Il Mattino oggi apre con il flop del programma “Azione e coesione”: pagamenti in ritardo, finanziamenti a rischio, responsabilità  di vari governi. E noi che facciamo? Per non saper nè leggere nè scrivere prendiamo 3,5 miliardi del piano di azione e coesione in ritardo a causa dei precedenti governi e li usiamo per la decontribuzione dei lavoratori. Peccato che il piano di azione e coesione si riferisce alle sole regioni del sud e la decontribuzioni a tutto il paese. La dico in modo grezzo: abbiamo detto al Sud: “Non sapete spendere e ora ve lo insegniamo noi” ma intanto ci prendiamo i vostri soldi. Se questa è la politica del Sud, ridateci Tremonti. Anche qui, o si cambia rotta o si esce dal governo.
Punto numero 4.
Giustizia. Sulle intercettazioni non possiamo tollerare l’indecenza di uno strumento di indagine che diventa gogna mediatica. Dico ad Alfano: riprendi il tuo testo sulle intercettazioni, quello che Repubblica chiamava bavaglio e che era una norma di civiltà , e portiamolo in Parlamento. Punto.
Dunque, contiamoci.
Sì, ma sulle idee, non sulle poltrone. E mettendo dei punti fermi. Se c’è un aspetto della vicenda Lupi che mi manda in bestia è che Renzi non può fare come diavolo gli pare senza stabilire dei criteri. Lupi si deve dimettere e gli indagati no. Perchè? Quale è il criterio? È il codice etico di Matteo Renzi? Quel codice che però consente a De Luca, che è condannato, di candidarsi. Dunque, quale è il criterio se non l’arbitrio? Uno può fare come gli pare solo se c’è attorno chi glielo consente.
Dica la verità : tornerà  a breve in Forza Italia?
Dico la verità : io farò una battaglia fino in fondo affinchè Ncd non diventi una corrente Ogm della maggioranza e per costruire in Italia il centrodestra. E la battaglia la faccio sulle regionali. Io credo che dobbiamo lavorare, come in Umbria e nelle Marche, a costruire coalizioni che uniscano tutto il centrodestra, anche ampliandolo. A partire dalla Campania.
Perchè Alfano ancora non chiude con Caldoro?
Lo chieda ad Alfano, non a me. Io ho dichiarato che, per quanto mi riguarda, il nostro candidato è Caldoro, che ha una storia di centrodestra ed è una figura, con cui abbiamo già  governato e la cui vittoria, aiuterebbe a costruire una prospettiva di centrodestra. Chi non chiude con Caldoro fa il gioco di Renzi e del Pd che sogna un centrodestra che perde in Campania e vince in Veneto ma sotto le bandiere di Salvini. Troppo facile, io non ci sto. E non rinuncio alle mie di bandiere, quelle del centrodestra.

(da “Huffingtonpost“)

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ANGELINO IL SOPRAVVISSUTO DA’ LA COLPA AI GIORNALI

Marzo 22nd, 2015 Riccardo Fucile

NUOVI MIRACOLI ITALIANI: È RIUSCITO A RESISTERE A GENNY ‘A CAROGNA E ALLA DEPORTAZIONE DELLA SHALABAYEVA, AGLI SBARCHI FINITI IN TRAGEDIA E ALLE GAFFE CON I PM

Gli cadono intorno a uno a uno come i dieci piccoli indiani.
Nunzia De Girolamo, Tonino Gentile, Maurizio Lupi, persino Gaetano Quagliariello, rimosso nel passaggio Letta-Renzi.
Lui, invece, sta.
Angelino Alfano frange le onde come quelle statue di vergini sulle prue delle navi. Al massimo, il nostro, si bagna: quando riesce il sole, miracolosamente, è ancora ministro.
Poi guarda gli amici caduti sotto la tempesta e non sa darsi pace. Fino a ieri, però, quando ha scoperto il problema: i giornali e le tv.
Dico “una cosa scomoda”, ha annunciato alla platea Ncd riunita a Rivisondoli (L’Aquila): “I grandi giornali e le grandi tv non parlano delle cose che accadono ad alcuni e tendono a oscurare noi se facciamo bene. Il vero problema è l’informazione: se un problema riguarda il Pd la chiudono in 24 ore, si ricordano di essere liberi solo quando attaccano noi”.
Ovviamente la cosa sarebbe risolta “limitando la pubblicazione delle intercettazioni”, ha spiegato recuperando un mantra dei tempi di Silvio: “La vera separazione delle carriere non è tra pm e giudici, ma tra i pm e i giornalisti.
“La Camera faccia presto”.
Purtroppo per il ministro, se si interpretano letteralmente le sue parole, il problema sembra essere che la stampa non è libera quando parla del Pd, non certo che faccia male a criticare Ncd. Tant’è.
Il difetto di coerenza logica nei discorsi non è il suo difetto peggiore e di motivi per per cacciarlo da quando sta al Viminale — tacciamo, per amor di brevità , del periodo da Guardasigilli — ce ne sono a bizzeffe, persino al netto delle gaffe, pure notevoli: fu Alfano, per dire, ad anticipare su Twitter che l’assassino di Yara Gambirasio era stato arrestato (i pm non la presero bene, volevano tenere ancora la cosa segreta); sempre lui, dopo l’omicidio di tre bambine a Lecco, andò in tv a promettere caccia senza tregua agli assassini, proprio mentre la madre confessava. Come detto, c’è ben altro: ecco il catalogo di un ministro ridicolo (e dannoso).
Il rapimento Shalabayeva e le menzogne alle Camere
Nella notte tra il 28 ed il 29 maggio 2013 la polizia fa irruzione in una villetta di Casal Palocco, a Roma: gli agenti fermano Alma Shalabayeva e la piccola Alua, moglie e figlia del dissidente kazako Muktar Abliazov, e le riconsegnano nel giro di poche ore nelle mani del dittatore Nursultan Nazarbayev, buon amico di Berlusconi e omaggiato di una visita pure da Matteo Renzi.
Una sentenza della Cassazione, in autunno, ha certificato che l’operazione fu del tutto illegittima e condannato l’Italia a risarcire i danni alle due donne.
L’unico ad aver pagato è l’ex capo di gabinetto di Alfano, Giuseppe Procaccini, che si dimise, mentre il ministro andò in Parlamento a sostenere di non aver saputo nulla della cosa: Procaccini, però, ha dichiarato non solo che Alfano era informato del blitz, ma che ne aveva discusso con l’ambasciatore kazako e aveva definito Abliazov “una grave minaccia”.
Il ministro della trattativa Stato-ultrà : il caso Genny
È la sera del 3 maggio 2014 quando sugli schermi dei televisori italiani compare l’immagine di un signore, indosso una maglietta di solidarietà  con l’omicida dell’ispettore Fausto Raciti, che — a cavalcioni della balaustra della Curva Nord — tiene in ostaggio lo stadio Olimpico di Roma. Quel signore è Gennaro De Tommaso, detto Genny ‘a carogna, e in quel momento sta aizzando la folla alle sue spalle mentre spiega a quelli della Figc che se il calciatore Marek Hamsik non va a parlare con lui, la finale di coppa Italia tra Fiorentina e Napoli non sarebbe mai iniziata.
Così avvenne, come certifica una sentenza del Tribunale del Riesame: per non aizzare ancora gli animi dopo che il tifoso napoletano Ciro Esposito era stato colpito a morte per strada, gli ufficiali di pubblica sicurezza “si inducevano a organizzare l’incontro”.
Peccato che Alfano non lo sappia: “La trattativa tra Stato e capi ultrà  non sta nè in cielo nè in terra”, twittava il giorno dopo.
Le manganellate agli operai: altre bugie al Parlamento
A fine ottobre centinaia di operai della ThyssenKrupp manifestavano a Roma, nei pressi della stazione, per chiedere un accordo che fermasse 537 licenziamenti minacciati dall’azienda a Terni.
Senza alcuna ragione     – come dimostrano le riprese tv     – un funzionario di polizia diede l’ordine di caricare quei lavoratori coi manganelli. Alfano, in Parlamento, giustificò la cosa così: il corteo voleva bloccare la stazione Termini; agli operai era già  stato detto di fermarsi; alcuni hanno tentato di infilarsi in vie secondarie per sfuggire alla polizia.
Come hanno raccontato i testimoni, e confermano le immagini, sono bugie.
Addio Mare Nostrum, Triton però produce solo più morti
L’immigrazione è croce e delizia per Alfano. Dopo la strage del novembre 2013 — poco meno di 400 vittime a poche miglia da Lampedusa — Letta e Alfano scandirono in coro: “Mai più”. Ne nacque “Mare Nostrum”, operazione con cui la marineria italiana recuperava i barconi dei migranti e li scortava in salvo: i numeri sono stati lusinghieri (140mila persone salvate), ma la cosa costa soldi e non porta voti.
Ci deve pensare l’Europa, cominciarono allora a dire Renzi e Alfano. Alla fine la montagna delle parole — già  in èra renziana — partorì il topolino: Triton, operativa dal 1 novembre, pattugliamento in mare organizzato dall’agenzia Ue Frontex, ma solo entro 30 miglia dalle coste europee.
Praticamente inutile, eppure così Alfano ne parlava a dicembre: “Abbiamo ottenuto un importante risultato: per la prima volta l’Europa scende in mare, presidia la frontiera, ci mette navi, uomini e elicotteri”.
A febbraio, però, quattro barconi sono naufragati nel canale di Sicilia: 300 tra morti e dispersi in un colpo solo.
Dice Paolo Gentiloni, ministro degli Esteri: “Su Triton ci aspettiamo un sostegno maggiore dall’Ue”.
Vicenda De Eccher, la rete     degli “uomini di Alfano”
Negli atti dell’indagine fiorentina “Sistema”, ci sono le tracce della rete creata da Alfano nel sottopotere romano. C’è — l’ abbiamo raccontato ieri — la storia della ditta di costruzioni Rizzani De Eccher. Il titolare — colpito da una interdittiva antimafia — si rivolge a Francesco Cavallo, manager ciellino vicino a Maurizio Lupi.
Quest’ultimo si attiva e chiama il ministro, poi riferisce a De Eccher: “Ho parlato con Lupi e aveva già  parlato sia con l’avvocato sia con Angelino”.
L’avvocato è Andrea Gemma, nominato in quota Alfano nel cda di Eni. Lo dice lo stesso Cavallo, al telefono, aggiungendo che pure Salvatore Mancuso, nominato nel cda Enel, è uomo del ministro.
Non solo: anche Dario Lo Bosco, presidente di Rfi del gruppo Ferrovie, viene descritto come appartenente alla “cordata di Alfano”.

Marco Palombi
(da “Il Fatto Quotidiano“)

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