Gennaio 30th, 2015 Riccardo Fucile
UFFICIALMENTE SONO TUTTI PER LA SCHEDA BIANCA, MA BERNINI E GIOVANARDI TRA COLORO CHE VOTEREBBERO IL CANDIDATO DI RENZI
Ci saranno degli sviluppi, anzi ci potrebbero essere. 
La grande rabbia contro Matteo Renzi dopo la designazione in proprio di Sergio Mattarella come prossimo presidente della Repubblica, “tradendo tutte le promesse fatte con il Patto del Nazareno”, comincia a svaporare.
A sentire Silvio Berlusconi e i vari Paolo Romani e Renato Brunetta, capigruppo di Forza Italia al Senato e alla Camera, Mattarella non dovrebbe prendere un voto dei Grandi Elettori azzurri.
Stessa posizione nel Nuovo centro destra di Angelino Alfano: no a Mattarella. Almeno loro dicono.
Ma la grande muraglia contro il premier e il suo candidato invece sta cedendo.
E non sono i peones ad avere i primi dubbi, ma esponenti di primo piano dei due partiti.
“Ho provato a dirglielo ai miei, non ha senso rifiutare i nostri voti”, dice per esempio ai parlamentari azzurri a lei più vicini la vicecapogruppo al Senato Anna Maria Bernini: “visto che non abbiamo preclusioni sulla persona di Mattarella, votiamolo”.
Suona uno spartito identico un altro senatore di primo piano di Ncd, Carlo Giovanardi: anche per lui “Mattarella è da votare”.
Con una aggiunta: “Si sta aprendo una riflessione nelle nostre file, così non possiamo continuare”.
Primo Di Nicola
(da “il Fatto Quotidiano”)
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Gennaio 19th, 2015 Riccardo Fucile
BERLUSCONI HA INCONTRATO ALFANO PER STANARE RENZI: L’IDEA DI UNA ROSA DI NOMI TRA CUI AMATO E CASINI
È con un “patto” di unità d’azione con Angelino Alfano che Silvio Berlusconi entrerà a palazzo
Chigi alle nove per aprire la trattativa sul Quirinale con Matteo Renzi.
E offrire il grande scambio tra il sostegno totale a tutto il pacchetto di riforme, compresa la legge elettorale e un candidato “moderato” che offra garanzie al centrodestra.
Da scegliere all’interno di una “rosa”.
È questo il “prezzo” che il premier deve pagare per il sostegno (da parte del centrodestra) a quelle riforme sgradite a un pezzo del suo partito.
E per non avere problemi sul Quirinale: un candidato concordato prima con Berlusconi. Già , prima.
E c’è nel timing della girandola di incontri tutto il programma della trattativa sul Colle. Prima Berlusconi vede Alfano.
Poi, a nome di tutto il centrodestra vede Renzi. Il quale, solo per ultimo incontra Bersani: “Un’agenda che la dice lunga — sussurra un big della minoranza Pd — perchè di fatto prima c’è il Nazareno, poi il Nazareno incontra Bersani”.
E all’incontro con Renzi, l’ex premier si presenta con la forza dei numeri.
Per questo, dopo mesi di lontananza e freddezza, Silvio Berlusconi e Angelino Alfano si incontrano nella Prefettura di Milano con le rispettive delegazioni.
Assieme, i due partiti contano ben 250 grandi elettori. Da un lato ci sono Lorenzo Cesa, Maurizio Lupi e Gaetano Quagliariello per Area Popolare.
Dall’altro Niccolò Ghedini e Giovanni Toti per Forza Italia.
Scelta che in parecchi hanno letto come un modo per non coinvolgere Renato Brunetta, i cui rapporti con Berlusconi negli ultimi giorni vengono catalogati alla voce: “pessimi”.
Alla fine dell’incontro è affidato alle dichiarazioni di Alfano il senso del patto e di una strategia comune: “Con Berlusconi abbiamo deciso di unire le forze del Ppe per condividere la scelta di un candidato presidente della Repubblica di area moderata e non del Pd”.
Parole pesanti, che non solo sanciscono la riconciliazione tra Berlusconi e Alfano, ma che danno a Berlusconi più potere contrattuale nel rapporto con Renzi.
Chi ha sentito l’ex premier in giornata spiega: “A questo punto col patto tra Forza Italia e Area popolare, Renzi non ha più i numeri per eleggere un capo dello Stato a maggioranza ed è costretto a trattare. È finita la fase dei due forni in cui usava ora noi, ora Alfano. Ora o scopre le carte e concorda un nome o noi ricompattiamo l’area moderata e andiamo con un nostro come”
Ed è successo qualcosa, nella testa di Silvio Berlusconi, passato dal Nazareno acritico al Nazareno muscolare.
Ecco, al netto delle rassicurazioni di Verdini sulla buona fede di Renzi, ad Arcore è l’ora del sospetto verso l’inquilino di palazzo Chigi.
L’ex premier sente tutto il peso di una partita in cui “Matteo” pare il Milan dei bei tempi, d’attacco e in ogni gioco del campo, con gli altri che tentato qualche contropiede.
Nasce da qui l’idea di cambiare schema, dal momento che Forza Italia e Area Popolare, unite, contano quasi 250 grandi elettori.
E di mettere da parte mesi di attacchi, lotte, incomprensioni, urla al tradimento.
L’ex Cavaliere e il suo ex delfino sanno che la partita del Quirinale non si gioca nè con i sentimenti nè con i risentimenti, ma soprattutto con i numeri.
L’obiettivo di Renzi, come gli ha detto più volte Alfano, anche in un incontro a dicembre riservatissimo, è tenerli divisi, in modo da trattare, sempre, da una posizione di forza.
Per questo l’ex premier si è convinto a mettersi a giocare pure lui con due forni, lasciando a Verdini il pane del Nazareno e al tempo stesso facendo vedere che può fare fronte comune con Alfano.
E allora, eccola la strategia dei due forni dell’ex Cavaliere e dell’ex delfino. Formalmente, come ha spiegato Alfano al temine dell’incontro, il centrodestra sosterrà un candidato moderato.
Ma è un modo per “stanare” Renzi.
Se il premier si mostrerà aperto alla trattativa la proposta vera di Berlusconi è una “rosa di nomi” tra cui scegliere.
Sennò il centrodestra si voterà il suo: “Se non ce la presenta lui – dice un azzurro vicino al dossier – la presentiamo noi, ma un confronto sui nomi prima del 28 ci deve essere”.
Già dal lavoro preliminare filtra che nella “rosa” ci saranno i nomi di Giuliano Amato e di Pier Ferdinando Casini, prima scelta di Alfano che attorno a Pier sogna la ricomposizione dell’area moderata all’ombra del Quirinale, quel famoso Ppe in Italia che non riuscì, di fatto, a costruire nella sostanza da segretario dell’allora Pdl.
Chissà . Questo riguarda il futuro. Il presente, per dirla con un Ncd di peso, “è che finalmente non si muove solo Renzi, ma anche gli altri”.
(da “Huffingtonpost”)
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Gennaio 16th, 2015 Riccardo Fucile
LA RETE “SHARIA4” E LA STORIA DI ANAS, PARTITO DA BRESCIA PER LA JIHAD
Stavano per attraversare il confine italiano al passo del Frejus due jihadisti belgi scampati alla
retata scattata ieri a Verbiers.
In Italia, con probabile destinazione al sud, perchè se le cellule jihadiste sono nuclei autonomi addestrati e in attesa di entrare in azione, la rete di conoscenze e di supporto logistico a loro disposizione ha solide ramificazioni in tutta Europa. Anche nella nostra penisola.
Secondo il ministro degli Esteri Paolo Gentiloni, intervistato nella trasmissione “Otto e mezzo”, il livello di allarme in Italia da uno a dieci è “sette”.
Per restare ai dati certi, basta ricordare come il capo della cellula condannata per terrorismo il 24 settembre scorso in Puglia (tribunale di Andria), l’imam tunisino Hosni Hachemi, ha vissuto e ha solidi contatti in Belgio con la formazione integralista “Sharia4Belgium”.
A cui fanno riferimento i 13 arrestati e le dodici perquisizioni ordinate giovedì dell’antiterrorismo belga.
Belgio, Francia, Germania mentre dagli Stati Uniti fonti di intelligence avvertono: “Almeno venti cellule addestrate da tempo sono pronte ad entrare in azione in Europa”.
L’Europa sotto attacco reagisce compatta e fa scattare un po’ ovunque operazioni contro la minaccia integralista islamica.
Il Viminale ribadisce, da giorni, che pur avendo un livello di allarme ALFA1 (non succedeva dall’11 settembre 2001) non risultano alla nostra intelligence nè agli investigatori “minacce in fase di progettualità “.
Ma il Viminale sta valutando la posizione di una dozzina di imam, o presunti tali, per ordinarne l’espulsione dal territorio nazionale “per motivi di sicurezza nazionale”.
La lista degli espulsi nasce dall’attività info-investigativa che Ros dei Carabinieri e antiterrorismo del Viminale non hanno mai cessato in questi anni in cui la jihad sembrava essere andata in sonno.
“Si tratta – si spiega – di persone, diciamo pure predicatori, nei cui confronti non ci sono gli estremi per procedere all’arresto o ad altre forme di interdizione e di cui però è dimostrata l’attività di proselitismo in chiave integralista e anti occidentale”.
Persone che in questi momenti è più salutare mettere fuori dai confini nazionali. L’espulsione per motivi di sicurezza fu introdotta nel 2005 dall’allora ministro dell’Interno Giuseppe Pisanu.
La lista dei sospetti in Italia si compone di circa “un centinaio di nomi”, tra i venti e 35 anni, in maggioranza magrebini, per lo più sono seconde generazioni già inseriti e residenti soprattutto in Lombardia, Emilia Romagna, Liguria, Veneto e Lazio. Tra loro anche una decina di donne.
La loro palestra principale è il web dove trovano tutte le istruzioni per addestrarsi e addestrare. Qualcuno di loro è partito per la Siria e prima ancora per l’Iraq.
Qualcuno è tornato. I lone fighter diventano foreign fighter.
La “cellula” integralista ne può diventare il complemento o la conseguenza. I numeri italiani sono diversi, meno preoccupanti, da quelli francesi e belgi: una ventina le persone sotto indagine; 54 i foreign fighters di cui quattro italiani.
I profili di questi combattenti sono stati messi a disposizione del Parlamento tramite il Copasir
Di Fatima, il nome da convertita di Maria Giulia Sergio, 27 anni, sappiamo già molto: adesso dovrebbe essere tra la Turchia e la Siria. Potrebbe essere con lei anche il secondo marito, un albanese la cui famiglia vive ancora tra Siena e Grosseto nel comune di Scansano.
Meno noto è Anas el Abboudi, 22 anni, marocchino di origine, naturalizzato italiano. Anas viveva a Vobarno, in provincia di Brescia, il padre operaio cassaintegrato e la madre casalinga. Frequentava una scuola professionale a Brescia finchè non è sparito nel settembre 2013.
“Il mio datore di lavoro è il jihad” ha scritto nel suo ultimo post su Facebook prima di chiuderlo ad agosto 2014.
Nella foto, Anas imbracciava un kalashnikov. Ora si sa che ha assunto il nome di battaglia Anas al Italy e che è in Siria.
Nel 2013 il giovane era stato arrestato per addestramento con finalità di terrorismo. Ma dopo 15 giorni fu rimesso in libertà : il Tribunale del Riesame riconobbe che il giovane aveva posizioni radicali ma non stava però progettando alcun attentato.
Gli uomini della Digos e dell’antiterrorismo che hanno indagato su di lui ritengono sia il fondatore della filiale italiana di ‘Sharia4’, il movimento ultraradicale islamico messo al bando da diversi paesi europei e fondato in Belgio nel 2010 dal predicatore filo-jihadista Omar Bakri.
E torniamo in Belgio, al cartello integralista “Sharia4” contro cui, nei principali paesi europei, si stanno concentrando le operazioni antiterrorismo delle ultime ore.
(da “Huffingtonpost“)
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Dicembre 14th, 2014 Riccardo Fucile
“NON SONO INTERVENUTO SUL TESTO, HA FATTO TUTTO LUI”
Angelino Alfano, ospite alla trasmissione “In 1/2 ora” di Lucia Annunziata, spiega di avere votato al consiglio dei ministri un testo anti-corruzione sul quale non è intervenuto per chiedere modifiche.
Ma allo stesso tempo si dice favorevole ad applicare dei meccanismi premiali per coloro che collaborano con gli inquirenti e contribuiscono a svelare fenomeni di corruzione, così come avviene per i pentiti di mafia.
“In Consiglio dei ministri è arrivato un testo e noi lo abbiamo approvato. Se in Parlamento ci sarà una modifica verso l’introduzione di un passaggio sulla dissociazione noi siamo totalmente a favore”, ha detto il ministro dell’Interno, chiarendo dunque di non avere preteso cambiamenti del disegno di legge anti-corruzione presentato dal ministro per la Giustizia Andrea Orlando.
Il responsabile del Viminale, quindi, addossa ogni responsabilità al premier sul testo governativo che dovrebbe inasprire le pene sulla corruzione, un ddl bocciato sonoramente dal procuratore nazionale antimafia Franco Roberti: “Misure insufficienti, migliore la proposta del M5S”.
Anche la decisione di presentare un disegno di legge, e non un decreto, secondo Alfano è da imputare a Matteo Renzi: “È stata una decisione presa dal presidente del Consiglio. Con i tempi della conversione del decreto legge, con la questione dell’elezione del presidente della Repubblica si è deciso così. E fare decreti sulle norme penali è sempre una cosa molto delicata. In Parlamento ci sono gli strumenti per accelerare. Il mio partito dirà sì alla corsia preferenziale”.
(da “Huffingtonpost“)
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Novembre 19th, 2014 Riccardo Fucile
LA PAURA DI SALVINI SPINGE SILVIO E ANGELINO AL DIALOGO
La paura si chiama Salvini. Il cui boom è questione di giorni. E sarà annunciato dalle urne emiliane, dove il
“sorpasso” ai danni di Forza Italia è dato ad Arcore quasi per certo.
È questa “paura” che corre lungo la linea telefonica che mette in contatto, dopo mesi, Silvio Berlusconi e Angelino Alfano.
I due, rivela Tmnews, si sono sentiti qualche giorno fa per fissare, a breve, l’incontro del disgelo.
Un azzurro di casa ad Arcore, non usa perifrasi: “Siamo costretti a dialogare con Angelino, perchè Salvini ci asfalta. Litigare non ha più senso, perchè tanto Renzi prima usa noi e Ncd come due forni e alla fine gli dà le soglie basse”.
È dunque un cambio di “schema” quello che sta prendendo forma in questi giorni pre voto.
Prova ne siano le parole morbide con cui tutti i big di Forza Italia non si impiccano più alla soglia del 4 per cento che raderebbe al suolo Ncd, ma danno garanzie sul tre. Passa da qui, la ricostruzione di una trama comune, come spiega Maurizio Lupi al Corriere: “Individuo due punti cruciali nella costruzione di un nuovo soggetto politico. Il primo parte dalla legge elettorale. Il secondo è identitario: non si può, come ha fatto Forza Italia finora, rincorrere Salvini”.
Ecco, i “traditori” tornano potenziali alleati, per necessità .
È una doppia debolezza quella che Alfano e Berlusconi non si confessano che ma che li muove.
“Angelino”, che nel suo partito non è saldo come una volta, grazie alla sponda del Cavaliere può dire di averlo “indotto” a un nuovo dialogo grazie alla battaglia sulla legge elettorale.
Prospettiva che non piace a parecchi, da Quagliariello alla Lorenzin che piuttosto con questa legge elettorale preferiscono diventare junior partner di Renzi. “Silvio” invece può cercare una prospettiva in un “listone moderato” per resistere all’Opa della Lega.
Ipotesi, trame, abboccamenti. Che dovranno incrociare la dura realtà delle urne. Perchè Salvini fa paura davvero. Tanto che, secondo quanto scrive Dagospia (non smentito), sarebbe partito l’ordine di non invitarlo a Mediaset in questi ultimi giorni per limitare i danni.
Il rischio, spiegano fonti vicini ai sondaggi, non è solo che “sorpassi Forza Italia”, ma che “sorpassi” in Emilia la somma tra Forza Italia e Ncd.
Un ragionamento che la dice lunga sul nervosismo degli azzurri, considerato che in Emilia con Salvini sono in coalizione.
E che, da quelle parti, il partito di Alfano corre da solo. Praticamente la Lega non è vissuta come un alleato.
Nè dalla Calabria arrivano segnali incoraggianti. Nella roccaforte di un tempo è atteso un risultato assai brutto per gli azzurri.
Proprio questa ansia da sopravvivenza si concretizza in segnali discordanti, all’insegna del primum vivere.
Con Berlusconi che chiama “Angelino”. Ma al tempo stesso dà il via libera alla piazza contro il governo, per provare a recuperare un po’ di voti.
Sia pur piccola (la piazza), rispetto a una volta. Il Cavaliere chiuderà il 30 in piazza San Carlo a Milano il no tax day che prevede una due giorni di gazebo in tutta Italia.
È col tono delle grandi occasioni che lo annuncia in conferenza stampa tutto lo stato maggiore di Forza Italia.
Con Brunetta nei panni del crociato anti-renziano. Il capogruppo alla Camera, poco apprezzato a palazzo Chigi, presenta la sua contromanovra, attacca l’annuncite di Renzi, se la prende con “l’infame patrimoniale”.
Toni da opposizione che non si sentivano da tempo: “Gli italiani dice Deborah Bergamini – sono stanchi di fare il bancomat di governi che non prendono decisioni e prosciugano le ricchezze dei cittadini”.
Governo nel quale c’è pure Alfano. Chissà .
Se ne riparla lunedì, a urne chiuse.
(da “Huffingtonpost“)
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Novembre 6th, 2014 Riccardo Fucile
L’IDEATORE DI GAZEBO E IL FILMATO DOVE SI ORDINA DI CARICARE GLI OPERAI
Il barman si avvicina a Diego Bianchi. «Fai tu, basta che non mi stendi. Devo restare lucido…». “Zoro” sorride.
Il creatore di Gazebo ha appena finito di ascoltare Angelino Alfano a Montecitorio. Tira le somme. Con una premessa: «Nessuna polemica politica con il ministro. Parlano le immagini. Se poi non crede neanche a quello che vede, amen…».
La nuova ricostruzione di Alfano è convincente?
«Io ho semplicemente documentato un’intera giornata. Con un video diverso dagli altri. Un lavoro giornalistico, nient’altro. C’è la manifestazione. L’ordine di caricare. Mi sembra che le cose non siano andate come era stato indicato nella prima ricostruzione del ministro. Qualcosa di sbagliato c’è stato, no?».
Il ministro sostiene che esistono diversi video con angoli visuali e anche politici differenti. Ha gradito?
«Ecco, non mi metto a fare questo tipo di polemica. Ognuno ha la sua credibilità . Mi limito a dire che la mia angolatura, diciamo, era quella di una telecamera che si è trovata in mezzo: da una parte c’era l’ordine di carica, dall’altra i sindacalisti…».
Alfano sostiene che le immagini non lo smentiscono.
«Per carità , ognuno ha diritto di giudicare quelle immagini. Questa era tra le manifestazioni più civili che possano capitare. Dal punto di vista dell’ordine pubblico tra le più facili da gestire. Tutti a volto scoperto, riconoscibili. Operai, arrivati in pullman. Fa un po’ impressione che spaventi i funzionari di pubblica sicurezza ».
Tornerete sugli scontri nella puntata di domenica?
«Cerchiamo sempre di trattare temi seri in modo leggero. Così faremo. E sarebbe ipocrita ignorare i fatti quando in Parlamento si parla del nostro video».
La chiacchierata si conclude. L’aperitivo anche. «Lo sa che mi chiamano gli operai di Terni? Senza lavoro, un vero dramma».
di T. Ci.
(da “La Repubblica”)
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Novembre 5th, 2014 Riccardo Fucile
ECCO PERCHE’ LA VERSIONE UFFICIALE VIENE SMENTITA DAL VIDEO
In un perfetto dèjà vu, per la seconda volta in appena sedici mesi, il ministro dell’Interno Angelino Alfano torna a sottoporsi al voto del Parlamento su una mozione di sfiducia individuale.
Di cui cambia solo il proscenio: un anno e mezzo fa fu il Senato, oggi la Camera.
Ma non la sostanza politica. Come nel luglio del 2013 (caso Shalabayeva), gli ingredienti della vicenda che lo investe – gli scontri di piazza del 29 ottobre scorso durante il corteo degli operai della Ast – ripropongono infatti un identico canovaccio.
Come in quell’estate, Alfano mente al Parlamento, cui annuncia una «rigorosa e oggettiva ricostruzione dei fatti» che, al contrario, è costruita su circostanze ora fuorvianti, ora sapientemente manipolate.
Non è dato sapere se figlie del dolo o della superficialità con cui le ha recepite da chi gliele ha confezionate (questura e Prefettura di Roma).
In ogni caso, necessarie innanzitutto a sottrarlo alla sua responsabilità politica di ministro e, insieme, a dissimulare l’errore degli apparati.
Ancora: come in quell’estate, la mossa gli è resa agevole dal silenzio di un Presidente del Consiglio (allora Enrico Letta, oggi Matteo Renzi), alla cui maggioranza sa di essere indispensabile.
E in nome della quale ritiene per altro di poter chiudere la faccenda con una “democristiana” e dunque ecumenica «solidarietà ai lavoratori della Ast e della Polizia di Stato».
Per riuscire nell’operazione, è appunto necessario stravolgere i fatti e la loro sequenza. Ma questa volta, grazie alle immagini degli scontri del 29 mattina registrate dalle telecamere di “ Gazebo” e diffuse da Repubblica.it, l’azzardo mostra rapidamente la sua natura abusiva.
LA “VOCE COLTA IN PIAZZA”
Dice Alfano in Senato il 30 ottobre: «È subentrata la preoccupazione che alcuni manifestanti volessero dirigersi verso la vicina stazione Termini, atteso che tale voce era stata colta dai funzionari di polizia in servizio a piazza Indipendenza. Un folto numero di manifestanti, dando vita a un improvviso corteo, si è diretto verso via Solferino e, visto lo sbarramento opposto dalla polizia, ha poi deviato verso altre vie limitrofe che conducono comunque a piazza dei Cinquecento e quindi alla stazione Termini. Rafforzando così la preoccupazione che era già stata avvertita e cioè che volessero dirigersi alla stazione».
Non è fortunato l’ incipit della ricostruzione «oggettiva e rigorosa » del ministro. Nelle sue parole, si contano infatti un’informazione tanto anodina quanto inverificabile («una voce raccolta in piazza» vuole che i manifestanti intendano dirigersi verso Termini per “occuparla”), e, soprattutto, una prima decisiva manipolazione che le immagini televisive svelano come tale.
Per poter infatti sostenere che le intenzioni dell’«improvvisato» corteo siano, come vorrebbe la misteriosa “voce”, quelle di marciare su Termini, Alfano è costretto a collocarne la testa in via Solferino, nel tratto che unisce piazza Indipendenza a piazza dei Cinquecento. Ma è falso.
Il corteo infatti non solo non si dirige o entra in via Solferino, ma, al contrario, piega sulla destra di piazza Indipendenza, per entrare in via Curtatone.
Una «via limitrofa » che non conduce affatto «a piazza dei Cinquecento» (corre infatti in direzione esattamente opposta), ma al ministero, dove gli operai intendono e dichiarano di andare.
E dove – mostrano ancora le immagini televisive – dirigono per scelta e non perchè «uno sbarramento della polizia» gli abbia ostacolato il passo in via Solferino.
IL “CONCITATO CONTATTO FISICO”
Ancora Alfano: «Al corteo è stato inutilmente intimato l’alt. Per cui si è in breve arrivati a un concitato contatto fisico tra manifestanti e polizia da cui è conseguito il ferimento di 4 manifestanti e di 4 operatori della Polizia di stato: un funzionario e tre agenti del reparto mobile, i quali hanno riportato tutti lesioni guaribili da un minimo di tre a un massimo di quindici giorni» .
Le immagini e il sonoro delle riprese televisive non lasciano percepire alcuna intimazione al corteo di fermarsi.
Al contrario, mostrano una improvvisa frenesia che coglie i funzionari in borghese sulla piazza.
Uno di loro indossa un giacca di pelle e lo si ascolta nitidamente impartire immediatamente l’ordine di “carica” agli agenti del reparto mobile che chiude l’accesso di via Curtatone.
La “concitazione” comincia in quell’esatto momento.
Con quell’ordine, con le visiere che si abbassano, gli scudi che si alzano, i manganelli che mulinellano sulle teste degli operai che sorreggono lo striscione in testa al corteo. Non c’è dunque un «concitato contatto fisico». C’è una carica.
C’è un funzionario che perde la testa e ordina un uso sproporzionato della forza.
Un funzionario così disorientato da vederlo gridare a favore di telecamera « Dovete dircelo dove andate!!! », quando ormai il guaio e fatto e qualche testa è già stata scassata.
Ma anche di questo, nella «rigorosa e oggettiva relazione » del ministro non c’è, nè può esserci traccia.
Anche perchè questo significherebbe non solo ammettere un errore e doversene scusare, assumendone il peso politico.
Significherebbe anche dover rispondere ad alcune domande.
L’ordine di caricare è stata l’iniziativa di un singolo? Quali indicazioni avevano ricevuto i funzionari in piazza circa l’uso della forza? E da chi? Dal questore? Dal prefetto? E quali erano state le direttive di ordine pubblico che questore e prefetto avevano ricevuto dal ministro?
Il 29 mattina si doveva cercare la cogestione pacifica della piazza o, al contrario, la prova di forza muscolare con Landini e gli operai?
La verità è che nel vuoto della relazione di Alfano non c’è traccia di responsabilità . Non è colpa di nessuno.
Nè «è stato il governo a dare l’ordine di caricare » , dirà il presidente del Consiglio intervistato da Massimo Giannini a Ballarò.
“SOPRAGGIUNGE LANDINI”
Manca un ultimo tassello: « È poi sopraggiunto il segretario generale della Fiom Landini, il cui intervento ha contribuito a riportare la calma fra i manifestanti. In seguito, ha avuto avvio un breve negoziato per l’autorizzazione a effettuare un corteo verso la sede dello sviluppo economico, che si è concluso positivamente con la definizione di un percorso concordato » .
Anche nel dare conto di quest’ultimo anello della catena degli eventi, è necessario al ministro un sapiente ritocco, utile a sostenere, tra le righe, che l’animosità del corteo è stata raffreddata grazie alla “sopraggiunta” diplomazia del segretario della Fiom. Peccato che Landini non sopraggiunga.
Lo si distingue nitidamente a pochi passi dalla testa del corteo nel tentativo insieme disperato e furioso di fermare i manganelli.
« Che cazzo state facendo?! », urla alzando le mani al cielo davanti agli agenti del reparto Mobile. « Siamo lavoratori come voi! ».
E peccato che Landini non negozi, ma gridi sul volto dello spiritato funzionario di polizia con la giacca di pelle che è al ministero che gli operai vogliono andare. Non alla stazione Termini. Al ministero.
Perchè è lì che porta la “limitrofa” via Curtatone.
Carlo Bonini
(da “La Repubblica”)
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Novembre 1st, 2014 Riccardo Fucile
RIMANE APERTO IL TRATTO DEL MEDITERRANEO FINO AI CONFINI DELLA LIBIA, DOVE IN UN ANNO SONO STATE SALVATI 100.000 ESSERI UMANI…ORA POTRANNO MORIRE CON IL PLACET DI ALFANO E DI RENZI
Il piano operativo conta 25 mezzi navali e 9 aerei con una spesa mensile di 2 milioni e 900 mila euro. 
Fissa le aree di intervento in mare, si occupa della divisione dei compiti tra gli Stati e soprattutto impone le regole d’ingaggio, prevedendo che l’accoglienza dei migranti sia delegata interamente all’Italia visto che il pattugliamento viene effettuato a 30 miglia dalle nostre coste.
È l’operazione «Triton», varata dall’Europa, che da oggi sostituisce «Mare Nostrum».
Per i prossimi due mesi ci sarà «la fase dell’accompagnamento», come la definisce il ministro Angelino Alfano, ma di fatto rimane aperto il tratto di Mediterraneo fino ai confini della Libia, dove in poco più di un anno sono state salvate ben centomila persone.
Il mare «aperto»
La scelta di intervenire con il controllo dell’intera area era stata fatta nell’ottobre 2013 dopo il naufragio di un barcone di fronte a Lampedusa che provocò oltre 300 vittime.
Uomini, donne e bambini che scappavano dall’Africa e morirono a meno di un chilometro dall’isola quando l’imbarcazione prese fuoco.
Da allora sono stati compiuti 558 salvataggi e nonostante ci siano stati altri affondamenti e numerosi dispersi, il bilancio umanitario è certamente molto positivo.
L’Oim, L’organizzazione internazionale che assiste i migranti, torna a chiedere che la priorità rimanga il salvataggio perchè «questa è un’emergenza dovuta ad un crescente numero di persone che hanno bisogno di protezione e assistenza».
Su questo il titolare del Viminale si appella all’Europa affinchè «cambi strategia e apra campi profughi, zone di accoglienza e di richieste di asilo direttamente in Africa».
Una proposta più volte rilanciata, ma a quanto pare finora mai presa davvero in considerazione dalle autorità dell’Unione.
Il soccorso
Saranno gli italiani a guidare la missione dal Centro di coordinamento aeronavale della Guardia di Finanza a Pratica di Mare, dove saranno presenti anche gli ufficiali degli altri Paesi e quelli di Frontex.
L’intesa raggiunta a Bruxelles dagli specialisti della Direzione immigrazione del Viminale e della Polizia divide in maniera netta gli interventi di controllo da quelli di salvataggio e impone che in quest’ultimo caso spetti alla Guardia Costiera gestire l’emergenza.
«Triton» ha infatti come obiettivo primario il contrasto dell’immigrazione illegale e dunque si parteciperà all’attività di soccorso soltanto in casi di massima gravità .
I mezzi messi a disposizione dagli Stati membri (Finlandia, un aereo; Francia, un aereo; Islanda, una nave; Lettonia, un elicottero; Malta un aereo, una motovedetta grande e una piccola; Olanda una motovedetta piccola; Portogallo una nave; Spagna, una nave) saranno guidati dall’equipaggio straniero, ma a bordo dovranno sempre avere un ufficiale italiano.
Il ruolo di Malta
L’accordo prevede che Malta si occupi esclusivamente dei migranti soccorsi o individuati all’interno delle proprie acque. E dunque rischia di riproporre i problemi già sorti in passato quando La Valletta contestava quest’obbligo sottolineando la propria incapacità operativa soprattutto in caso di ondate di sbarchi consistenti.
Il resto riguarda l’Italia, che dovrà occuparsi sia degli irregolari, sia dei richiedenti asilo anche se l’individuazione è stata effettuata da un mezzo straniero.
Sono invece vietati i respingimenti: i migranti dovranno essere sempre portati a terra per individuare chi ha diritto allo status di rifugiato.
I 2 milioni e 900 mila euro mensili a disposizione di «Triton» copriranno il 100% delle spese sostenute dagli Stati stranieri e il 38% di quelle dell’Italia che sosterrà i costi del controllo delle propri frontiere: per i mezzi navali ci vogliono dai 550 ai 1.000 euro all’ora, 3.500 per gli aerei. Altri 3 milioni di euro al mese saranno spesi sino a fine anno per chiudere «Mare Nostrum».
Fiorenza Sarzanini
(da “il Corriere della Sera”)
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Ottobre 31st, 2014 Riccardo Fucile
ISOLATO AI BANCHI DEL GOVERNO, RICOSTRUISCE LE MANGANELLATE DANDO RAGIONE A TUTTI
Il ministro senza qualità rimane sempre da solo, ai banchi del governo. 
Sia al Senato, per un’ora, dalle 14 e 45 a un quarto alle sedici. Sia alla Camera, che è già buio, dalle 18 e 30 in poi.
Non ci sono neanche i suoi compagni di partito al governo con lui, Maurizio Lupi e Beatrice Lorenzin. Il ministro della solitudine e dell’imbarazzo. Una scena pietosa.
Anche perchè Angelino Alfano legge la sua striminzita e lacunosa informativa sulle cariche agli operai di Terni in due aule vuote e distratte.
Non c’è manganellata che tenga di fronte al ponte dei Morti che comincia oggi.
Al partito del trolley sì che è concesso di dirigersi senza problemi alla stazione Termini di Roma e partire per un lungo fine settimana.
Alle sei e mezzo della sera, a Montecitorio, sono 98 i deputati su 630 che si accomodano per sentire il titolare del Viminale.
Per Forza Italia, addirittura, sono in due: il capogruppo Renato Brunetta e Laura Ravetto. Un contesto surreale in modo offensivo.
La giravolta di Matteo dopo il caso Shalabayev
A Palazzo Madama, il ministro senza qualità rinuncia alla sua specialità maggiore: scaricare le responsabilità sugli altri.
Come già accaduto con l’incredibile scandalo del sequestro di Alma Shalabayeva, moglie di un dissidente kazako, rapita insieme con la figlioletta ed espulsa dall’Italia.
Altri tempi, allora. Enrico Letta, all’epoca premier, lo difese e si presentò in aula con lui mentre i renziani, che erano minoranza, battevano mani e piedi e chiedevano le dimissioni del ministro. Ma il realismo prende sempre il sopravvento e oggi che Renzi è a Palazzo Chigi, il Pd è costretto a ingoiare manganelli scelbiani e un ministro imbarazzante.
In nome della coalizione. Al Senato, nessun democratico applaude Alfano, il quale se la prende con le “voci” che davano gli operai diretti alla stazione Termini: “Un folto numero di manifestanti, dando vita a un improvviso corteo, si è diretto verso via Solferino e, visto lo sbarramento opposto dalla polizia, ha poi deviato verso altre vie limitrofe che conducono, comunque, in piazza dei Cinquecento e, quindi, alla stazione Termini, rafforzando la preoccupazione che già era stata avvertita, cioè, che volessero dirigersi alla stazione. Al corteo è stato inutilmente intimato l’alt, per cui si è in breve arrivati a un concitato contatto fisico tra manifestanti e polizia”.
Anche i suoi assenti: Lorenzin, Lupi e Quagliariello
Alfano ha poi ringraziato Landini, ha annunciato che ci sarà un “tavolo” per gestire questi “eventi” e ha ricordato che a Roma, mercoledì, c’erano altre manifestazioni, tra cui anche l’incontro di calcio tra i giallorossi e il Cesena.
Un intervento che non toglie e non mette, che solidarizza con tutti, operai e poliziotti.
Insipido. Ma uno dei difetti del ministro senza qualità è quello di essere teatralmente vanitoso. Allarga le braccia per ribadire che da questo governo, che ha già subìto oltre cinquemila manifestazioni, non arriverà mai “l’input” a manganellare.
È convinto di essere un grande leader, come malignano anche i suoi.
Poi si siede e fa il permaloso, girando le spalle a chi lo attacca. Capita al craxiano Barani, che lo critica sulla “trattativa Stato-sindacato”.
Anche i banchi del Nuovo Centrodestra, il partito di Alfano, sono vuoti. Manca Quagliariello, ex ministro e ci sono solo, in ordine sparso, Sacconi, Giovanardi, Formigoni e Schifani.
Sacconi si alza per ribadire il diritto alla circolazione contro la patologia dei cortei. Alfano ha il viso chino. Scrive biglietti e li manda.
Per lui un’altra tragica figuraccia. Un ministro inutile e assente: il già citato caso Shalabayeva, la fuga di Marcello Dell’Utri per evitare il carcere, le cariche della polizia dieci giorni fa a Torino, contro gli operai Fiom.
“Il manganellaio matto” e lo show di Brunetta
Tre ore più tardi, alla Camera, Alfano ripete l’informativa e sono due interventi a centrare le omissioni di un ministro improbabile.
Il primo è quello del grillino Davide Tripiedi, che si scaglia contro il “manganellaio matto” del Viminale, cui manca solo “l’olio di ricino”.
Dice: “È impensabile avere un ministro di destra in un governo di pseudosinistra”.
Il secondo è Nicola Fratoianni di Sel, che ironizza pure, con amarezza, sulle gag di Crozza imitatore di Landini: “Le manganellate sono più vecchie dei gettoni”.
Dice Fratoianni: “Non abbiamo capito il perchè. Lei non ce l’ha detto. Vorremmo sapere chi ha sbagliato”.
Per quel che vale, la sorpresa di questa giornata solitaria di Alfano è la difesa che arriva da Forza Italia, più decisa di quella del Pd.
Al Senato, tocca a Francesco Giro, che fa infuriare Gasparri. Alla Camera a Renato Brunetta che accusa di “fascismo implicito” e “atteggiamento filomafioso” il Movimento 5 Stelle e scatena una gazzarra in cui la Boldrini sbanda come al solito.
Poi si finisce con Cicchitto di Ncd che fa un rimprovero al suo compagno di partito Alfano: “Io, Landini non lo avrei ringraziato”.
Sempre più surreale.
Fabrizio d’Esposito
(da “il Fatto Quotidiano”)
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