Novembre 20th, 2014 Riccardo Fucile
E’ QUANTO EMERGE DA UNA INTERCETTAZIONE TELEFONICA TRA GERBINO, CONSULENTE AMBIENTALE, E LASTRICO, EX DIRIGENTE DELL’AMIU… IL 13 NOVEMBRE SONO STATI ESEGUITI SETTE ARRESTI
Il Polcevera, l’irruente torrente esondato sabato scorso seminando danni e devastazione da Bolzaneto al mare, potrebbe nascondere un terribile segreto.
Nelle sue acque, che corrono a ponente, dalle colline della valle omonima fino al mare fra Sampierdarena e Cornigliano, si nasconderebbe l’insidia mortale del cromo esavalente.
In una concentrazione tale da risultare letale per la salute umana.
È quanto rivela una intercettazione telefonica che risale al giugno 2012, fra Tomaso Gerbino, consulente ambientale e Enrico Lastrico, ex dirigente dell’Amiu, l’azienda rifiuti genovese.
I due erano stati intercettati dal Carabinieri del Nucleo ecologico nell’ambito di un’inchiesta della procura della Repubblica che poi si è conclusa con i sette arresti del 13 novembre.
In carcere, fra gli altri, sono finiti i fratelli Gino e Vincenzo Mamone e il dirigente dell’Amiu Corrado Grondona. Un giro di escort era stato adoperato, secondo gli investigatori, per ammorbidire i funzionari pubblici e facilitare la vittoria negli appalti alla ditta dei Mamone, specialisti nello smaltimento dei rifiuti.
“E in più ti dico che lì c’è pieno di cromo esavalente”, rivela Gerbino all’allibito interlocutore, l’ex dirigente Amiu Enrico Lastrico.
Gerbino si riferisce appunto al torrente Polcevera. Lastrico si stupisce: “Ah sì?”. Gerbino conferma: “È pieno di cromo esavalente. Si sono inventati una analisi di rischio … il comune…per cui e ti ho capito, ma belin, il cromo esavalente lo troviamo nel… nel… nel… nell’alveo del Polcevera. Ma a livelli di 4-500 microgrammi per litro”.
La reazione di Lastrico è tra l’incredulo e l’inorridito: “Madonna, ragazzi, ma allora ci ha buttato della roba… terrificante”.
A chi si riferisce Lastrico quando parla di qualcuno che avrebbe sversato la micidiale sostanza nel torrente? I pm Calleri e Cardona Albini stanno cercando di appurarlo.
I Carabinieri del Noe scrivono di “una sequenza di illeciti ambientali messi in opera dal comune”.
La località da cui proverrebbe il cromo esavalente sarebbe rintracciabile a Bolzaneto, nel sito che ospita un impianto di biopile, che è una tecnica di depurazione del suolo contaminato che consiste nell’utilizzo di speciali batteri idonei a eliminare gli agenti inquinanti presenti in terra, rocce o altro materiale.
Non risulta peraltro che in quel sito sia mai stato smaltito cromo esavalente.
Presente in abbondanza invece nel sito dell’ex fabbrica Stoppani di Cogoleto che lo ha prodotto per oltre un secolo, fino al 2003, quando è stata chiusa.
La bonifica, finanziata dalla regione Liguria con quasi 3 milioni di euro, si è impantanata a causa dell’indisponibilità della discarica speciale del rio Molinetto, chiusa perchè non rispondente agli standard di sicurezza imposti dalla legge.
Nel marzo scorso la procura di Genova aveva aperto un’inchiesta contro ignoti sospettando che la gara di appalto per eseguire i lavori di adeguamento della discarica fosse stata truccata.
Tornando all’intercettazione, Gerbino conversando con Lastrico dice: “È da aver paura .. hanno fatt .. c’eravate di mezzo anche voi (l’Amiu, ndr) ma poi siete usciti .. le Biopile a Bolzaneto .. che doveva diventare un centro di recupero rifiuti che avreste gestito voi .. voi fortunatamente .. furbamente ve ne siete scappati a gambe levate .. dopo 4 anni hanno portato via il materiale classificato come terre e rocce da scavo .. tieni conto che erano rifiuti che avevamo tirato via dalla bonifica (quale bonifica?, ndr) e avevan fatto le biopile proprio per scendere dei limiti di concentrazione sotto i mille l e dice va beh .. e no dice va beh … il problema qual è? che sono arrivati i carabinieri”.
Lastrico: “Ah”. Gerbino: “del NOE …beh .. no no .. eee .. per dirti .. quando sono preoccupato sugli Erzelli con la parte pubblica .. perchè? .. perchè poi belin .. loro quello che ritengono belin di fare perchè loro sono .. sono i committenti”.
Lastrico: “e lo so .. no no .. guarda me .. secondo me lì i carabinieri ci sono arrivati quelli NOE perchè .. in realtà c’è una cosa evidentissima lì alla .. a fianco di quell’area lì sotto il viadotto c’è…”. Gerbino: “Sì sì si”. Lastrico: <Praticamente là sotto c’è un’intera discarica abusiva lungo tutto il viadotto… Fai conto che ci saranno 200 metri di rumenta (rifiuti, ndfr)> .Gerbino replica. “Anche lì il Comune ha le sue responsabilità ”.
A quale viadotto si riferisce Lastrico? A Bolzaneto passa un viadotto dell’autostrada Genova-Serravalle, che scavalca proprio il torrente Polcevera,in via Romairone, poco prima del casello autostradale.
Accanto al campo nomadi di Bolzaneto.
Renzo Parodi
(da “il Fatto Quotidiano“)
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Novembre 18th, 2014 Riccardo Fucile
SE LA COLPA E’ DELLE REGIONI PERCHE’ HA VOLUTO UN SENATO PROPRIO COMPOSTO DA CONSIGLIERI REGIONALI NOMINATI?
Dopo un mese di latitanza, s’è visto finalmente un membro del governo sui luoghi di un’alluvione a caso. 
È il sottosegretario Graziano Delrio, avvistato a Genova.
In politica da 15 anni, prima nel Ppi, poi nella Margherita, ora nel Pd, Delrio ha subito dato aria alla bocca incolpando i “governi precedenti”.
Tesi originale quant’altre mai: peccato che fra i governi precedenti ci siano quelli di centrosinistra che ha sostenuto anche lui e quello di Letta in cui era ministro degli Affari Regionali.
Ma la moda furbastra dei renziani di spacciarsi per marziani è troppo comoda per rinunciarvi, specie in tempi di sondaggi in calo e piazze in subbuglio.
Renzi invece, tra un koala e un give-me-five al vertice australiano, ha fatto sapere che è tutta colpa delle regioni.
Che però, contando quelle alluvionate ed escludendo la Lombardia, sono governate da pidini: la Liguria dal renziano Burlando, il Piemonte dal renziano Chiamparino, la Toscana dal bersaniano Rossi appena ricandidato dal premier.
Quindi con chi si lamenta? Lo lasci dire a noi, che lo diciamo da sempre, che la classe dirigente delle regioni è la più malfamata del Paese, persino peggio di quella parlamentare, comunale e provinciale: anche perchè l’ha scritta lui la “riforma del Senato” che riempirà Palazzo Madama di consiglieri regionali da sè medesimi nominati.
Quindi che va cianciando? Delrio, non sapendo con chi prendersela per non accusare il primo responsabile della cementificazione della Liguria, il governatore Gerundio, se la prende con i magistrati: “Uno Stato serio dev’essere al fianco di coloro che ripristinano la sicurezza dei cittadini senza il timore di essere inquisiti o di non avere risorse. Le leggi esistono, ma prima viene la sicurezza delle persone. Il patto di stabilità non sarà un problema per chi ha subito eventi catastrofici come il terremoto o eventi drammatici come le alluvioni”.
Quanto al timore di non avere risorse, dipende esclusivamente dalla promessa mai finora mantenuta di rivedere il patto di stabilità interno per i comuni virtuosi e dagli stitici stanziamenti fatti finora dal governo per le zone alluvionate e contro il dissesto idrogeologico (siamo passati da “4 miliardi in 4 anni” a “7 miliardi in 7 anni”, tipo “7 chili in 7 giorni”, ma non si esclude di arrivare presto a “10 miliardi in 10 anni”, sempre per fingere di aumentare i fondi allungando i tempi utili a non far niente). Quanto al timore di essere inquisiti, è il consueto cocktail di populismo e fantascienza: quando mai un amministratore è stato inquisito per aver rimesso in sicurezza il territorio?
Con buona pace di Delrio, i magistrati non indagano per sfizio o a casaccio: intervengono quando gli appalti sono truccati, o quando i lavori non vengono fatti o vengono fatti violando le leggi dello Stato e minacciando — anzichè tutelarla — la sicurezza dei cittadini (un vecchio andazzo che sarà agevolato dal criminale e criminogeno decreto Sblocca-Italia).
Carrara ha speso 50 milioni in 11 anni di lavori su un torrente di 20 chilometri, compresi gli argini di polistirolo, col risultato di quattro esondazioni dal 2003 a oggi. A Genova politici senza scrupoli hanno prima tombato i torrenti col cemento, poi ci hanno costruito sopra e tutt’intorno, e ora si meravigliano se l’acqua non trova più sfoghi ed esplode a bomba ogni volta che piove.
Un mese fa Renzi non trovò di meglio che inventarsi il solito nemico inesistente e incolpare “la burocrazia e il Tar” per la mancata messa in sicurezza del Fereggiano. Poi si scoprì che era la solita balla: il Tar non aveva disposto alcuna sospensiva e i lavori mai fatti potevano iniziare già nel maggio 2012.
Un messaggio falso che fa il paio con la slide “Meno ferie ai magistrati: giustizia più veloce” che scaricava barile sulla magistratura fannullona, mentre le statistiche Ocse dimostrano che la nostra è la più produttiva d’Europa.
Forse questi signori non sanno leggere i sondaggi, altrimenti la pianterebbero di mentire.
Diceva Lincoln: “Puoi ingannare qualcuno per sempre e tutti per un po’, ma non puoi ingannare tutti per sempre”.
Marco Travaglio
(da “Il Fatto Quotidiano”)
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Novembre 18th, 2014 Riccardo Fucile
LA DURA VITA SULLE LINEE MINORI TRA LIGURIA E PIEMONTE
Sorvegliata speciale, come tante altre in questi ultimi tempi, preoccupa la frana che scivola sul greto del
torrente Scrivia, in Piemonte.
Tanto che viene monitorata 24 ore su 24, dopo le ultime piogge che hanno inzuppato un terreno già fragile.
Siamo nella zona di Libarna, a pochi passi dal sito archeologico testimone della città romana che sorgeva sulla via Postumia, nel comune di Serravalle Scrivia, provincia di Alessandria.
Quella che passa da qui è la storica “sabauda”, la linea Torino-Genova-Roma, costruita ancor prima dell’unità d’Italia.
Lungo il suo percorso, tra Liguria e Basso Piemonte, sono almeno una decina le frane che incombono sui binari, secondo il rapporto di Rfi, Rete ferroviaria italiana.
Ma con le ultime piogge sono aumentate anche le criticità legate all’inarrestabile dissesto.
Il bollettino dei treni che deragliano o si fermano appena in tempo, tra Piemonte e Liguria, è lungo e inquietante.
Il 2014 è iniziato male nel ponente ligure, ad Andora, lungo la martoriata linea che collega Milano e Genova con la Francia che in queste ore registra nuovi disagi.
Indimenticabile l’immagine di quell’Intercity appeso sulla scogliera. Pochi secondi e la frana avrebbe colpito in pieno il convoglio facendolo precipitare in mare. Tragedia sfiorata. A bordo 200 passeggeri rimasti illesi. Feriti in modo lieve i due macchinisti e il capotreno.
Ma quel treno si sarebbe dovuto trovare in galleria, e non su quell’unico binario lungo il litorale, se i tempi per ultimare il raddoppio della Genova-Ventimiglia fossero stati rispettati.
Invece, nonostante gli annunci, molto resta sulla carta.
E mentre si va in Francia ad un binario, cade, con le frane, nel solito dimenticatoio.
Eppure trova tutti d’accordo. Anzi, il raddoppio viene sostenuto anche dagli ambientalisti, con qualche modifica di percorso, per un maggiore utilizzo delle tratte esistenti ed “evitare ulteriore consumo di suolo e offese al territorio”.
Da ponente a levante, la linea costiera sembra un percorso ad ostacoli.
E le interruzioni improvvise, come le frane e gli allagamenti, non si contano in questo anno di piogge intense.
A Zoagli come a Chiavari, alle Cinque Terre come a Nervi e in tante altre località .
Eppure, spesso sono poche righe in cronaca a parlare di interruzioni. Così, anche linee importanti spezzate in due diventano piccole tratte con piccoli disagi.
Senza contare inesattezze, approssimazioni e confusione nelle informazioni.
Quanto alle cosiddette linee “minori”, sembrano avere un destino segnato, denunciano i pendolari.
Sono la Ventimiglia-Cuneo, la Savona-Torino via Valbormida, la “Pontremolese” tra La Spezia e Parma, e la Genova-Acqui Terme.
Su quest’ultima, le cui interruzioni sono all’ordine del giorno, gravano 13 movimenti franosi, secondo il rapporto di Rfi che conta in Liguria e Basso Piemonte 44 punti a “rischio elevato di dissesto idrogeologico ” e si annunciano investimenti per 23 milioni di euro entro il 2015.
Sono 2.900 le criticità individuate sull’intera rete ferroviaria e 250 i milioni previsti nel “piano di interventi e vigilanza dei punti sensibili”.
Inoltre, c’è un “piano straordinario per contrastare il dissesto, spiegano a Rfi, per un miliardo e 700 milioni gli investimenti a livello nazionale”.
Mentre per manutenzione e sicurezza della rete ligure-piemontese, Rfi spende 200 milioni. Intanto, le criticità crescono vertiginosamente: raddoppiate in poco più di un anno.
“Servono più risorse”, chiedono da tempo sindacati e pendolari.
Con l’alluvione di Genova, il 10 ottobre, è deragliato a Trasta, in Valpolcevera, il Frecciabianca 9764, ma la notizia non ha avuto una grande eco, neanche sui media locali.
Eppure ci sarebbe qualcosa da dire. Andare oltre quella “prima ricognizione ” delle Ferrovie che escludeva qualsiasi collegamento con i cantieri per il Terzo valico ferroviario dei Giovi.
Si, perchè la frana finita sui binari della storica “direttissima”, poteva essere, come denunciato con tanto di foto dai ferrovieri dei sindacati di base Cub e dai comitati di cittadini, la conseguenza del disboscamento della collina per fare spazio a uno dei cantieri della futura linea ad alta velocità -alta capacità .
Committente Rfi, realizzatore il Cociv, consorzio che fa capo a Salini—Impregilo, il gruppo che regalerà il progetto definitivo della copertura del Bisagno.
Il tracciato del Terzo valico è cambiato più volte e i costi sono lievitati raggiungendo cifre da capogiro: 6 miliardi e mezzo, pubblici naturalmente.
Per poche decine di chilometri. Una galleria che buca l’Appennino per raccordarsi, dopo Arquata, con le linee esistenti, verso Novi, Alessandria e Torino e verso Tortona e Milano. Dopo oltre 20 anni, siamo al progetto esecutivo del primo dei sei lotti costruttivi e non funzionali.
E pare che, anche qui come per la Lione —Torino, i costi siano destinati ancora a salire.
Fragilità del territorio e dissesto lungo il tracciato, si intrecciano con i problemi delle linee storiche, usate dai pendolari e sottoutilizzate dalle merci.
La frana di Trasta, sulla quale sono in corso l’indagine interna di Rfi e l’inchiesta della magistratura, ha riacceso le polemiche. “Chi avrà ancora il coraggio di dire che le priorità di Genova sono le grandi opere e l’inutilissimo e costosissimo Tav-Terzo Valico? Si chiedono Antonello Brunetti e Mario Bavastro dell’AFA, amici delle ferrovie e dell’ambiente. “L’unica grande opera urgente, aggiungono, è quella di difesa del suolo: tante opere di prevenzione del dissesto, di manutenzione e miglioramento delle linee esistenti. Anche le imprese avrebbero maggiore lavoro, più qualificato e duraturo. Senza devastare ulteriormente l’ambiente”.
E proprio a Libarna, dove la scarpata ferroviaria scivola sulla Scrivia (i binari sono finiti nuovamente sott’acqua sabato) è previsto uno dei cantieri per le opere viarie funzionali al Terzo valico.
“Tutte le strade verso i cantieri del Terzo valico sono gravemente compromesse”, ha detto la neo presidente della Provincia e sindaco di Alessandria Rita Rossa, alle prese con quella che ha definito una “catastrofe”.
“L’alta velocità non marcia assieme al rilancio delle ferrovie — sottolinea Gianni Alioti, sindacalista Fim-Cisl – ma segna il loro irreversibile declino, pagato dai pendolari che sono circa l’80 per cento dei passeggeri quotidiani, alle prese con tagli e soppressioni. Anche il sindacato deve aprire una discussione vera, aggiunge, non solo convegni con i pochi interessati all’affare. Prima che nuovo cemento e ferrovie che franano ci facciano perdere il treno”.
Teresa Tacchella
(da “il Fatto Quotidiano“)
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Novembre 17th, 2014 Riccardo Fucile
A RISCHIO 4 COMUNI SU CINQUE…LA RESPONSABILITA’ DI CHI HA COSTRUITO NEGLI ANNI ’60
17 novembre. Nel 1929 una frana investì un casolare a Osilo (Sassari): otto morti, quattro feriti e 50
sfollati.
16 novembre. Nel 1991 la Toscana e l’Umbria finirono sott’acqua: quattro morti, un disperso e 200 sfollati.
Ce n’è anche per la giornata di oggi, 18 novembre: nel 2013 frane e inondazioni in Sardegna, 17 morti, un disperso e 2mila sfollati.
In pratica non c’è giorno del calendario che non sia coperto da un disastro.
«Dopo la Grecia tocca a noi» è il mantra che sentiamo ripetere quando si ipotizza il default dell’Italia.
In questo caso l’ordine andrebbe invertito: i peggiori siamo noi, i greci vengono subito dopo.
Non esiste in Europa paese maggiormente colpito da ogni tipo di catastrofe naturale: terremoti, frane, inondazioni, tornado, grandine, valanghe.
Frane e inondazioni – fenomeni spesso correlati – negli ultimi cinquant’anni hanno provocato 2007 morti, 87 dispersi, 2578 feriti e 423.728 sfollati.
«Dal Dopoguerra a oggi non è passato anno senza un morto», rivela Fausto Guzzetti, direttore dell’Istituto di Ricerca per la Protezione Idrogeologica del Cnr.
Il 2014, poi, sarà da ricordare: quattordici tra frane e inondazioni solo nei primi sei mesi dell’anno, con 9 morti, 12 feriti e 4856 persone evacuate.
Perchè? «La causa principale è il clima: è un anno particolarmente piovoso», spiega Guzzetti. «Nell’ultimo secolo si sono verificate forti oscillazioni, periodi caratterizzati da disastri (gli anni 50-60) e altri di relativa calma ( gli anni 80-90». Mai, però, abbiamo evitato i morti.
Secondo un report del ministero dell’Ambiente, datato 2008, in 6633 comuni su 8071 esistono aree a rischio.
In ogni singolo comune di Calabria, Molise, Basilicata, Umbria, Valle d’Aosta e Provincia di Trento c’è almeno una zona è pericolosa.
Stime che gli esperti suggeriscono di prendere con le pinze: non è semplice eseguire una mappatura completa del territorio, senza contare che di frequente sono gli stessi comuni a fornire i dati.
Meglio stare ai fatti: la Protezione Civile ha individuato 134 zone di allerta sul territorio, si va da un minimo di due in Trentino—Alto Adige a un massimo di 25 in Toscana.
Il Servizio geologico ha anche censito 480 mila frane. «Ma noi siamo in grado di dimostrare che ne esistono molte di più», dice Guzzetti.
Un anno fa ha ispezionato due comuni delle Marche colpiti da un’alluvione, Rocca Fluvione e Arquata del Tronto: «Solo lì ne ho trovate 1600».
Mancano i soldi per trovare le altre.
«A noi, come ai meteorologi, ai sismologi, chiedono di essere sempre più precisi. Ma senza spendere un euro. Ci mandano in guerra con le pistole ad acqua». Così passiamo da un disastro all’altro.
Ottobre 1954: colate di fango e detriti invadono Salerno e cinque paesi accanto, 318 fra morti e dispersi, oltre 5 mila sfollati.
Ottobre 1970: i fiumi Polcevera, Leiro e Bisagno valicano gli argini e inondano Genova, 35 morti e 8 dispersi.
Luglio 1987, Valtellina: 35 milioni di metri cubi di roccia si staccano dal monte Zandilla e precipitano nell’Adda, 49 morti e 12 dispersi.
Potremmo proseguire a lungo. «In Italia questi fenomeni si verificano con particolare frequenza almeno per tre motivi», spiega Guzzetti.
«Una forte densità di popolazione (60 milioni in 301 mila chilometri quadrati), un’altissima densità di abitazioni e un territorio fragile. In più gli italiani ci hanno messo del loro».
Alcune regioni, vedi l’Umbria, sono coperte da frane per il 10-15% del territorio.
E le frane si muovono. «È fisiologico e non sarebbe un problema se non fosse che su queste frane, sopra, sotto, accanto, dentro, si è costruito. Erano anni, soprattutto il Dopoguerra, in cui si teorizzava lo sviluppo edilizio senza limiti. E, probabilmente, mancavano le conoscenze e gli strumenti di cui disponiamo noi. È stato un errore, anche dal punto di vista economico. Ma lo possiamo dire solo ora».
Andrea Rossi
(da “La Stampa”)
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Ottobre 28th, 2014 Riccardo Fucile
DALLA LIGURIA ALLA SICILIA, TRA OPERE MAI REALIZZATE E FONDI DISTRATTI
Più l’Italia frana, più arrivano soldi. E più arrivano soldi, più l’Italia frana. 
Quando alla prossima “bomba d’acqua” ci si troverà a piangere un altro morto bisognerà tenere a mente questo paradosso.
Perchè è lì che incastrato un pezzo di passato, presente e, forse, di futuro del nostro Paese.
Un Paese che usa il denaro destinato a combattere il dissesto idro-geologico per pagare gli stipendi degli impiegati comunali e la carta per le stampanti.
Un Paese che racimola, negli ultimi 15 anni, 5,6 miliardi di euro tra fondi statali e comunitari. Ma ne lascia 2,3 nel cassetto, con il rischio che l’Europa se li riprenda.
Insomma, quando piove in Italia non frana soltanto la terra.
Ma cadono anche cascate di soldi, che finiscono spesso nel posto sbagliato.
I MAXI INADEMPIENTI
A Napoli, per esempio, hanno un concetto “originale” di urgenza.
Nel 1999 il ministero dell’Ambiente girò alla Regione Campania 5 milioni di euro «per l’intervento urgente del Costone San Martino». Quindici anni fa.
Eppure al momento non si è visto ancora nulla. Ma così è, dal Veneto alla Sicilia: 321 milioni di euro destinati a fermare il dissesto non sono mai stati utilizzati.
Fermi in qualche capitolo di bilancio. Tradotti, sono 198 opere, proprio come il Costone San Martino, urgentissime, già finanziate e per le quali, a luglio di quest’anno, non erano stati aperti i cantieri.
Oggi tutti gridano allo scandalo Genova. Ma la Provincia del capoluogo ligure deve ancora spiegare cosa ha fatto con gli 8 milioni ricevuti nel 2002: dovevano servire per mettere in sicurezza la parte finale del fiume Entella.
Così come la Regione Molise una qualche giustificazione la dovrà pur fornire se, dal 2008, non è ancora riuscita a sistemare il torrente Biferno (a Termoli), nonostante abbia avuto 15 milioni di euro per farlo.
E c’è da capire perchè il comune di Trapani da 5 anni conserva in bilancio 11,8 milioni del governo per quella barriera sottomarina che dovrebbe difendere la costa e che ancora non c’è.
LE ALTRE STRADE
Ma non c’è soltanto immobilismo. Una struttura ad hoc, creata nel giugno del 2014 nella Presidenza del consiglio e affidata a Erasmo D’Angelis, ha scoperto almeno un centinaio di casi (su 5mila lotti monitorati) nei quali i fondi pre-2009 erogati per il dissesto idrogeologico e per legge a esso vincolati, sono finiti in realtà in altri rivoli di bilancio.
Ad Avola, per esempio, con una parte dei 3 milioni per la protezione della costa hanno pagato gli stipendi dei dipendenti comunali. A Siracusa e Agrigento i 5 milioni «per il consolidamento della falesia di Punta Carrozza e Punta Castelluccio » e i 2,3 milioni «per il rafforzamento del sottosuolo del centro abitato» si sono trasformati in «spese correnti dell’amministrazione ». Dunque utilizzati, per dire, a pagare le bollette, comprare la carta negli uffici, acquistare la cancelleria, e chissà cos’altro.
«Spulciando tra 15 anni di bilanci dei ministeri – racconta D’Angelis –emergevano fondi non spesi e altre storie. Sono un’offesa alle vittime delle alluvioni. Con il ministro Galletti vogliamo mettere in piedi un piano realistico che non “insegua” le emergenze, ma le prevenga».
UN POZZO CON IL FONDO
Un obiettivo assai ambizioso. Soprattutto a vedere come vengono utilizzati i soldi per la prevenzione.
In Veneto, per la tragedia di Refrontolo, da un’inchiesta della Forestale avviata dopo una frana è emerso che lavori «causa dissesti » ne avevano fatti. Ma per realizzare una vigna scavata nella roccia. E poi.
Le immagini dell’alluvione del Gargano del 6 settembre sono rimaste impresse a tutti: due vittime, migliaia di euro di danni, un paradiso inghiottito dal fango.
Per evitarlo, a nord, nel sub-Appennino Dauno avrebbero dovuto realizzare opere per fermare i disastri. I pozzi di Biccari dovevano essere profondi 8 metri e 20, a leggere i progetti.
E invece: il vigile del Fuoco, durante un sopralluogo, non è riuscito a scendere sotto i cinque.
«Li hanno fatti più corti, per risparmiare, ma così non servono a nulla», dicono ora i Finanzieri che stanno indagando su questa storia di soldi inutili e progetti affidati, per esempio, alla moglie dell’assessore dell’epoca che ha incassato la parcella nonostante i finanziamenti fossero stati ritirati.
COMMISSARI INUTILI (E COSTOSI)
Ma se si vuole parlare di sprechi, non si può non andare al 2008 quando all’Ambiente arrivò Stefania Prestigiacomo. Il ministro raccolse 2 miliardi di euro e stipulò accordi con le Regioni per realizzare 1.647 opere. «Voltiamo pagina», disse allora.
L’idea era togliere la gestione dei finanziamenti agli enti locali, troppo lenti e inefficienti, e affidarla allo Stato. Tant’è che nel 2010 nominò 19 commissari di governo, ognuno con il suo stipendio da 150mila euro all’anno (poi ridotto a 100mila).
Dovevano gestire le gare di appalto e controllare che i lavori venissero effettivamente consegnati, ma, come insegna la storia del Bisagno genovese mai allargato per colpa di una sfilza di ricorsi al Tar, servirono a poco.
A giugno di quest’anno, quando sono stati revocati da Renzi, i cantieri aperti erano appena 183. Meno del 12 per cento del totale. Eppure i commissari della Prestigiacomo sono costati allo Stato, in poco più di tre anni, 8 milioni di euro in buste paga.
Ma chi erano quei commissari? Per lo più pensionati, scelti direttamente dal ministro del Pdl. Nell’elenco questori e generali in quiescenza (Calabria e Veneto), un prefetto non più in ruolo (Sardegna), due direttori generali dell’Ambiente in pensione (Molise e Marche), come pure un professore universitario (Campania), che ha aperto un solo cantiere sui 190 previsti.
Tra loro anche Maurizio Croce, che però ha fatto bene, tanto che Renzi lo ha poi scelto come soggetto attuatore in Sicilia e Puglia: «Tranne in queste due regioni e in Calabria – racconta oggi – nel resto d’Italia i commissari hanno rinunciato al loro ruolo e hanno scelto di delegare l’utilizzo dei fondi per il dissesto agli enti locali, attraverso convenzioni. Di fatto tornando alla situazione precedente al 2009».
Risultato: dei 2 miliardi stanziati dalla Prestigiacomo sono stati utilizzati appena 800 milioni.
Ma il resto ora l’Europa lo rivuole indietro.
Giuliano Foschini e Fabio Tonacci
(da “La Repubblica”)
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Ottobre 19th, 2014 Riccardo Fucile
CAPITALE DELLA CULTURA E TRIVELLAZIONE SELVAGGIA: E SE FOSSE UNO SCAMBIO ?
Pasolini e le trivelle, Carlo Levi e le discariche, Mel Gibson e l’acqua avvelenata. 
La Lucania di oggi, così perduta agli occhi, piange e ride insieme.
I Sassi hanno appena ricevuto la fiducia del mondo: Matera sarà la capitale europea della Cultura nel 2019. Titolo strameritato.
Ma i Sassi, questo incavo di pietre, anfiteatro di una umanità dolente, poverissima, dove uomini e capre si scambiavano umori e necessità , questo scheletro meraviglioso a cielo aperto rimasto quasi intatto per merito di chi lì vive e ha vissuto, tutelando anzitutto la dignità della memoria, sarà tombato, sigillato nell’area vasta degli scavi petroliferi, degli oli combustibili, dei fumi d’arrosto da kerosene
Matteo Renzi accompagna i Sassi nel petrolio, e punta, come sa fare bene, a conquistare tutti.
Gli ambientalisti e gli industriali dell’oro nero, poeti e commercianti, pensatori e asfaltatori.
Ad agosto si domanda: “Con tutto il petrolio che abbiamo in Basilicata e Sicilia, dobbiamo acquistarlo altrove? ”.
E via col decreto Sblocca Italia che permetterà ai trivellatori di trivellare immediatamente, superando ostacoli, controlli, impatti ambientali e proteste. Tetragono, il premier dice: “Perderemo qualche voto, ce ne faremo una ragione”. Forse nemmeno più qualche voto, avendo oggi Matera conquistato il primato europeo. Panem et circensens dunque?
Così appare. Senza voler far torto alla qualità della candidatura, sembra che le opere pie siano mischiate alle cattive intenzioni di molti lupi mannari.
Lo scambio, è accusa senza prove però, sarebbe: tu mi fai bucare e io ti premio.
Certo è che la classe dirigente che governa la Regione non è stata mai — dai tempi di Emilio Colombo, un dominus democristiano che per un trentennio interpretò le istanze di quella terra remota — così vicina al cuore del potere.
La famiglia Pittella ha messo radici a Strasburgo, dove con Gianni guida il gruppo parlamentare europeo, e a Potenza domina la regione con il fratello minore Marcello. Due sere fa Pittella jr a Radio24 si è esibito in una enfatica dichiarazione di fedeltà e un entusiasmo senza pari nel commentare i tagli del Governo che lo avrebbero penalizzato, entusiasmo irrintracciabile tra i suoi colleghi governatori.
Nell’esuberanza del momento, forse perchè coinvolto nei festeggiamenti per la vittoria di Matera, è parso che Pittella non aspettasse altro che tagliare e che i soldi a sua disposizione sono così tanti da non sapere come impiegarli.
La Basilicata, ma forse Pittella jr non lo ha ancora chiaro, è terra di continua emigrazione.
Dire a chi è costretto a fare le valigie che, senza i tagli di Renzi, in Regione continuerebbero a fregarsene del suo destino, sprecando ancora qualcosina è un atto politicamente suicida, un manifesto di totale imprevidenza.
Ma forse quelle parole così avventate erano frutto dell’entusiasmo (o figlie del debito da saldare).
Ma la Basilicata a Roma gode di altri sponsor eccellenti: due ex governatori oggi al governo (De Filippo alla Salute, Bubbico all’Interno) e poi, distanziato negli affetti del leader, il capogruppo alla Camera del Pd Roberto Speranza.
La Lucania è anche la terra di Banfield, la culla dove lo studioso americano ha tenuto a battesimo la sua teoria del familismo amorale.
Ed è così piccina che le famiglie che contano ancora oggi si tramandano poteri e doveri, onori e nomine. In una filiera conosciuta e riverita.
E oggi quella terra diviene teatro del pendolo renziano.
Nella filosofia concretista del premier, sempre contratta verso il presente, ambiente e cemento sono valori turnari, cointeressi che si espangono e si restringono a seconda dei bisogni. E le parole d’ordine divengono cangianti, legate al bisogno, misteriosamente interscambiabili.
L’ambiente è il nostro futuro, il turismo la nostra economia, e quindi i Sassi il bene supremo.
Ma anche con le trivelle si fanno soldi. Sporcano? Distruggono? Chi lo dice? Se c’è il petrolio lì, lì si scava e poi si vede.
Infatti la legge prevede il primato dell’opera su ogni altra tutela.
Vicino ad Aliano, il paese di Carlo Levi, ora si discute dell’arrivo di una discarica.
Lì ci sono i calanchi, nuvole di pietra, voragini che resistono anche alla meraviglia.
In Lucania tutto si tiene: lo scrittore dà una mano all’asfaltatore, il bosco al cemento, le ginestre al petrolio.
Antonello Caporale
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Ottobre 17th, 2014 Riccardo Fucile
DOPO UNO SCAMBIO DI BATTUTE CON IL GOVERNATORE LIGURE BURLANDO SULLE RESPONSABILITA’ DELL’ALLUVIONE TRAVAGLIO IMITA BERLUSCONI
“Risponda lei delle porcate che ha fatto in 30 anni”. Con queste parole Marco Travaglio ha
interrotto il governatore della Regione Liguria Claudio Burlando durante un acceso dibattito, nello studio di Servizio Pubblico, sulle responsabilità dell’alluvione di Genova.
Il conduttore, Michele Santoro, è intervenuto con decisione bloccando Travaglio: “Marco, questo è un luogo di discussione, non si insultano le persone, basta”.
A questo richiamo, il condirettore de Il Fatto Quotidiano ha lasciato lo studio.
La tensione era già salita pochi minuti prima, quando Travaglio era già stato richiamato da Santoro per un battibecco con un ragazzo di Genova (ospite in trasmissione “in rappresentanza” dei volontari che hanno spalato il fango dopo l’alluvione).
Burlando chiede a Travaglio se lui devierebbe il Fereggiano.
Il giornalista: “Non sono mica un ingegnere idraulico, la paghiamo profumatamente per decidere. Ma questo è matto”.
Proprio in riferimento al diverbio tra il ragazzo e Travaglio, Burlando ha poi detto: “Non so perchè il buon senso di questo ragazzo abbia fatto così adirare Travaglio”. Dura la replica: “Perchè se l’è presa con me anzichè con lei che sta al governo. Quando governerò per trent’anni risponderò delle porcate che ho fatto, adesso risponda lei delle porcate che ha fatto in 30 anni”.
Da qui l’intervento di Santoro e la successiva uscita dallo studio del giornalista.
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Ottobre 13th, 2014 Riccardo Fucile
AMBIENTE, COSTO DA TAGLIARE… LE LEGGI DEGLI UOMINI PREVALGONO SU QUELLE DELLA NATURA
Noi che ci occupiamo di ambiente stiamo passando dalla denuncia, alla rabbia, alla rassegnazione. 
Sono decenni che diciamo che stiamo distruggendo il territorio del nostro paese (e il resto del pianeta), a terra e in mare. Quando abbiamo visto l’avverarsi delle nostre peggiori previsioni ci siamo arrabbiati.
Ci chiamano Cassandre, e hanno ragione: la maledizione di Cassandra era di non essere creduta. Sicuri di avere ragione, avendo avuto ragione dai fatti, abbiamo espresso la nostra rabbia per la marginalità in cui l’ambiente viene sempre relegato. Vedete? vedete che succede? Rimettere a posto l’ambiente è considerato un costo da tagliare.
Ma poi le emergenze costano sempre più di quel che sarebbe costato prevenirle.
E il prezzo in vite umane non viene contabilizzato. Rabbia rabbia rabbia.
Tutti ci danno ragione, nei momenti successivi ai disastri annunciati, ma poi si passa sempre a cose “più importanti”.
A Genova, la mia Genova, gli avvocati e i giuristi vincono la loro battaglia contro la realtà .
Le leggi inventate dagli uomini prevalgono sulle leggi della natura. I lavori per rimettere a posto il Bisagno sono bloccati dai ricorsi di chi ha perso la gara di appalto. Perchè oramai chi perde un appalto fa ricorso. E tutto si blocca.
Nel primo grado di giudizio si decide in un modo, nel secondo in un altro, e si aspetta una decisione finale che non arriva mai.
Intanto al Bisagno non gliene importa niente dei ricorsi e, per dimostrare l’ovvio, mostra che la natura se ne infischia delle carte bollate.
Lo avevamo capito. La Protezione Civile aveva la facoltà di saltare tutte le procedure burocratiche e di “fare quel di cui c’è bisogno” senza alcuna pastoia burocratico-legale.
Non possiamo aspettare la gara d’appalto quando è in corso un disastro. E’ talmente logico. Ma evidentemente per lavorare in questo modo ci vuole una cultura che non abbiamo.
E questa facoltà di tagliare le procedure porta a una serie di scandali e di sprechi che travolgono il prestigio di quella che sembrava l’unica istituzione funzionante nel paese. Tanto funzionante che le furono affidati lavori per stadi e piscine.
L’emergenza era che il momento delle gare si avvicinava e non si era fatto ancora niente! Oltre che essere travolti dalle piene e dalle tempeste, siamo anche travolti dagli tsunami delle carte bollate, delle procedure bizantine e della corruzione.
Noi che ci occupiamo di ambiente siamo rassegnati oramai. L’atteggiamento ipocrita di chi sempre ammette l’importanza di quel che diciamo e poi dopo un attimo si occupa d’altro lo ritroviamo sempre e dovunque.
Parliamo, ma non ci ascoltano. Fanno finta.
Durante l’alluvione del 1970, a Genova, ero uno di quei ragazzi che andarono a spalare il fango. Dovevo scegliere a che facoltà iscrivermi. E decisi di occuparmi della salute del mare.
Qualche giorno fa, a Roma, ho partecipato a Eurocean 2014, un evento della Presidenza Italiana dell’Unione Europea. I rappresentanti dei ricercatori di tutta Europa hanno redatto la Dichiarazione di Roma e l’hanno consegnata ai decisori, indicando cosa bisogna fare per salvaguardare i mari e gli oceani del nostro continente.
Ad ascoltarci sono venuti ministri e commissari europei. Ma la cosa non ha interessato alcun giornale, alcuna rete televisiva. E’ una notizia marginale.
La cosa più importante è la crescita. La miopia di chi prende le decisioni è oramai cecità .
Non esiste crescita se non all’interno di un ambiente ben gestito e protetto. I costi che pagheremo per non aver fatto questa scelta bruceranno gli effimeri guadagni economici derivanti dalle folli scelte che continuiamo a fare.
A livello globale l’erosione del capitale naturale, causata dall’aumento del capitale economico, sta spingendo il pianeta in una direzione a noi ostile.
Il disastro di Genova è anche il frutto del cambiamento globale derivante dalla crescita economica.
Denuncia, rabbia, e oramai rassegnazione. Basta, siamo stanchi di dire sempre le stesse cose, di essere presi in giro, di aver a che fare con persone che non capiscono, dotate di una cultura in cui la natura non trova posto.
Siamo stanchi di aver a che fare con media che danno più tempo a un rigore non concesso che al dissesto idrogeologico (a parte qualche giorno dopo l’ennesima catastrofe).
Ferdinando Boero
(da “il Secolo XIX”)
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Settembre 25th, 2014 Riccardo Fucile
ALLA CONFERENZA SUI CAMBIAMENTI CLIMATICI FA L’ECOLOGISTA, AL GOVERNO IN ITALIA PENSA SOLO AD AUTORIZZARE ATTIVITA’ ESTRATTIVE E A BLOCCARE LE RINNOVABILI
“Bellezza è la parola che voglio introdurre nel dibattito sul climate change“. 
La stessa bellezza che in Italia non vogliamo tutelare, trivellando i nostri mari.
“Il cambiamento climatico è la sfida del nostro tempo. Lo dice la scienza: non c’è tempo da perdere, la politica deve fare la propria parte“.
È per questo che abbiamo deciso di snellire, con il decreto “Sblocca Italia“, i processi di autorizzazione di nuove attività estrattive a mare, prevedendo per molti progetti l’irrilevanza della valutazione di impatto ambientale e impedendo a cittadini, “comitatini” e governi regionali di esprimere la propria opinione.
“L’impegno dell’Italia continua sui numeri: ad agosto 2014, il 45% delle elettricità in Italia proveniva da fonti rinnovabili“.
Per questa ragione abbiamo deciso di bloccare lo sviluppo delle rinnovabili, attaccandole addirittura retroattivamente, con il decreto “spalma-incentivi”, scoraggiando così qualsiasi investimento nel settore.
E infine: “È fondamentale raggiungere a Parigi nel 2015 un accordo globale e vincolante in difesa del clima. I nostri figli si attendono che questo accordo sia vincolante“.
Ed è per questo che l’Italia, Presidente di turno dell’Unione Europea, non si è ancora espressa in favore di tre obiettivi ambiziosi e vincolanti per l’Ue al 2030; tutto questo alla vigilia del decisivo Consiglio Europeo del 23-24 Ottobre.
Queste contraddizioni in libertà — ai limiti della commedia dell’assurdo — non sono altro che lo specchio del panorama energetico italiano.
A pronunciarle, il capo del governo Matteo Renzi, ieri a New York per la conferenza Onu sui cambiamenti climatici.
Evento durante cui si è vantato del ruolo delle rinnovabili in Italia, affermando che la lotta ai cambiamenti climatici è urgente e fondamentale, e che i nostri figli si aspettano che si faccia qualcosa subito.
Ha però omesso di spiegare quello che si sta facendo realmente in Italia: attaccare retroattivamente le rinnovabili, allontanando così dal nostro Paese qualsiasi investimento in tecnologia verde e innovazione, per puntare dritti sulle trivellazioni — in particolare in mare — per tirare fuori quelle poche gocce di petrolio che, secondo i dati dello stesso Ministero dello Sviluppo, non coprirebbero neppure due mesi dei consumi nazionali di petrolio.
Sono forse queste le azioni che i nostri figli si auspicano per mantenere il riscaldamento globale sotto i 2 gradi centigradi?
Sono questi i provvedimenti che oltre un milione di persone, scese solo tre giorni fa in strada in tutto il mondo, hanno chiesto per difendere il Pianeta su cui viviamo?
È definendo “comitatini” le popolazioni locali che si oppongono alle fonti fossili, poichè ne vivono ogni giorno sulla propria pelle gli effetti, che si vuole dare un futuro migliore ai cittadini?
Non sappiamo se il Presidente del Consiglio sia stato fulminato sulla via di New York, e abbia davvero compreso la delicatezza del momento, come tristemente suggerito anche dalle ultime alluvioni nel Gargano e a Firenze.
Noi ci limitiamo a giudicare i fatti — che per ora testimoniano solo la svolta fossile del governo Renzi — e a opporci con tutte le nostre forze all’uso del carbone e del petrolio. Perchè, come dice il premier, “la lotta al cambiamento climatico è un segno di responsabilità verso il futuro“.
E, aggiungiamo noi, il futuro non è fossile.
Il futuro è rinnovabile.
Greenpeace
Organizzazione internazionale no profit
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