Marzo 6th, 2014 Riccardo Fucile
SU 151 REATTORI NUCLEARI OPERATIVI IN EUROPA (ESCLUSA LA RUSSIA), 67 HANNO PIU’ DI 30 ANNI, 25 PIU’ DI 35, 7 PIU’ DI 40
Questa mattina siamo entrati in azione in sei nazioni europee — Belgio, Svizzera, Svezia, Francia,
Spagna e Paesi Bassi — per chiedere ai governi UE di non investire più su reattori nucleari ormai vecchi e pericolosi e puntare su fonti di energia pulite e sicure come le rinnovabili.
In contemporanea in tutta Europa, 240 nostri attivisti hanno preso parte alle proteste per evidenziare i rischi dell’invecchiamento degli impianti nucleari in Europa.
Mantenere in attività queste centrali nucleari obsolete, mette tutti noi cittadini europei di fronte ad enormi rischi dovuti a possibili incidenti.
Per denunciare questa situazione, abbiamo lanciato oggi un nostro nuovo importante rapporto, ‘Lifetime extension of ageing nuclear power plants: Entering a new era of risk’ (L’estensione della durata di vita delle vecchie centrali nucleari: inizio di una nuova era di rischio), da cui emerge che su 151 reattori nucleari operativi in Europa (esclusa la Russia), 67 hanno più di trent’anni, 25 più di trentacinque e 7 di loro oltre quarant’anni.
Di norma, il ciclo di vita di un reattore è di trenta/quarant’anni.
La nostra analisi invece mostra che il 44 per cento dei reattori nucleari europei hanno oltre trent’anni, con un’età media di ventinove.
Un’ombra sul nostro futuro: se i governi europei continueranno a voler investire su questi impianti datati e obsoleti invece di puntare su fonti rinnovabili, dovranno affrontare la prospettiva di una nuova e pericolosa era a rischio di incidenti nucleari in tutta Europa e dovranno darne conto a tutti noi cittadini.
L’Europa è a un bivio fondamentale. I leader che a fine marzo si riuniranno a Bruxelles per decidere della politica energetica comunitaria da qui al 2030, dovranno assolutamente cogliere l’opportunità e decidere di puntare in modo deciso sullo sviluppo di energie sicure e pulite, fissando target vincolanti e ambiziosi, come quello del 45 per cento di rinnovabili da noi auspicato.
Non possiamo perdere altro tempo.
È il momento di dire basta al nucleare e scegliere un futuro verde e rinnovabile.
È il momento giusto per la nostra Energy Revolution.
Greenpeace.org
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Gennaio 14th, 2014 Riccardo Fucile
MENTRE IN ITALIA SIAMO ANCORA ALLE DISCARICHE A CIELO APERTO, IN GERMANIA GLI INCENERITORI DI NUOVA GENERAZIONE ASSICURANO LA SOLUZIONE AL PROBLEMA DEI RIFIUTI
Le discariche di rifiuti (RSU rifiuti solidi urbani) a cielo aperto sono state fortemente volute dalle autorità politiche , questo per decenni e per svariati motivi.
La direttiva CEE 75/442 ha sancito (fino dal 1975), alcuni principi fondamentali fra cui quello fissato dall’art. 4 che recita cosiÌ€:: “…le varie misure e procedimenti di smaltimento possono essere adottati senza creare rischi per l’aria, l’acqua ed il suolo, per la fauna e per la flora, senza causare inconvenienti da rumori e odori, senza causare danni al paesaggio ed ai siti di vario interesse (vedi Napoli “campi flegrei”)
La stessa direttiva CEE ha introdotto la “Classificazione dei Rifiuti” introducendo i codici Cer tutt’ora utilizzati e ha sancito poi all’art.7 l’obbligo di redigere i Piani di Smaltimento dei Rifiuti..
Successivamente è uscita la Direttiva CEE N.1999-31 che ha iniziato a introdurre alcune definizioni di primaria importanza fra cui quella di Gas di discarica: tutti i gas generati dai rifiuti in discarica.
Definizione sfuggevole e succinta che però include tutti i gas di discarica e quindi anche il metano, i CFC (cloro fluoro carburi), le diossine e i furani, per essere più chiari.
Qualcuno si eÌ€ finalmente accorto che le discariche a cielo aperto emettono gas serra inquinati in quantitaÌ€ enormi , liberamente, nell’atmosfera.
In veritaÌ€ le discariche di rifiuti a cielo aperto sono un vero e proprio “Assassinio dell’Ambiente”.
Si calcola che da 1 Kg di rifiuto dismesso in discarica si genera fino a 0,5 Kg di sostanze volatili (50% in peso) fra cui gas vari di discarica, generati in profonditaÌ€, dove avviene l’auto-combustione in assenza d’aria a circa 300°C, condizione questa ottimale per la formazione della Diossina e dei Fuarani (le famose sostanze Mutagene)
Questi “Gas di discarica” o “Biogas” , piuÌ€ leggeri dell’aria in quanto costituiti da circa il 50% di metano, solo in piccolissima parte vengono captati in superficie da un sistema di tubazioni (e solo nelle discariche che ne sono dotate! ) e riutilizzati (per lo piuÌ€ per alimentare dei motori a Biogas che producono corrente e anche in questo caso bisognerebbe analizzare se gli scarichi di questi motori poi vengono trattati: di solito no)
La gran parte dei gas di discarica dove va? …ma liberamente in atmosfera e senza alcuna filtrazione… creando inquinamento atmosferico e produzione dei gas serra.
Per la precisione eÌ stato calcolato dai tedeschi che la quantitaÌ€ di Gas metano (inquinato) totale emessa dalle discariche in atmosfera eÌ€ stata solo nell’anno 2000 la seguente: In 27 stati dell’Europa circa 110 milioni di tonnellate, in America Latina : 86 milioni di tonnellate, in America del Nord (Usa): 131milioniditonnellate, in Africa 92 milioni di tonnellate
Questo solo nell’anno 2000 .
Queste quantitaÌ€ enormi e incontrollate possono causare danni enormi all’ambiente incluso il “buco nello strato di ozono” e lo scioglimento dei ghiacci al Polo.
Ma torniamo alla direttiva CEE 1999-31.
Questa all’art.5 e 6 ha finalmente sancito quanto segue (in breve): prima di essere portati a discarica i rifiuti biodegradabili (cioeÌ€ gli urbani) devono essere sottoposti a trattamenti di riciclo, compostaggio, produzione di Biogas, recupero di materiali e/o energia (cioeÌ€ inviati a termovalorizzatori)
Solo i rifiuti trattati possono essere collocati a discarica ( si intende percheÌ ormai sono stati stabilizzati e quindi non emettono piuÌ€ gas serra).
Quindi si introduce il concetto che solo i rifiuti stabilizzati possono essere depositati in discarica. Anche per l’interramento si deve valutare prima se questo possa recare danni all’aria, acqua, suolo.
Quindi le discariche sono ormai una realtaÌ€ in corso di esaurimento in quanto la citata direttiva Europea (cui l’Italia si eÌ€ adeguata nel 2003) le ha relegate alla funzione di puro ricettacolo finale dei rifiuti precedentemente trattati e quindi stabiizzati oppure di materie iinerti non altrimenti recuperabili.
In Italia, per errata interpretazione di un gruppo parlamentare, viene divulgato che la nuova direttiva vietava i forni inceneritori.
Vediamo allora cosa succede negli impianti di recupero voluti: I rifiuti vengono per prima cosa triturati e durante la triturazione rilasciano in atmosfera buona parte dei gas serra che si voleva evitare che fossero emessi .
Solo in pochissimi impianti (qualche Sindaco che ha investito alcuni capitali in più), sono state introdotte delle Biocelle in cui viene caricato preventivamente il rifiuto , che rilascia per maturazione i gas serra (fra cui il metano) che vengono captati e inviati a recupero energetico (motori a Biogas).
Bisogna dire peroÌ€ che eÌ vero siÌ€ che i gas dei motori non vengono filtrati ma almeno , con l’uso delle Biocelle (peroÌ€ solo laÌ€ dove queste sono state montate) si evita la combustione in profonditaÌ€ a 300°C in assenza d’aria come prima avveniva liberamente nelle discariche a cielo libero: almeno non ci dovrebbe essere una cosiÌ€ forte formazione di diossine! (un piccolo progresso)
E i forni inceneritori? In che punto stanno di questo ragionamento?
Diamo innanzitutto la definizione corretta di forno inceneritore
Il forno inceneritore eÌ€ per definizione: “ un forno industriale progettato in modo idoneo per poter effettuare la combustione di combustibili poveri e rifiuti non altrimenti combustibili con efficienza di combustione piuÌ€ alta possibile e fino al 99%, con un rilascio di scorie prive di sostanze organiche residue o incombusti rientranti nelle norme europee EWGA e garantendo la totale assenza di forme batteriche nelle scorie, cioeÌ€ garantendo l’asetticitaÌ€ delle scorie”
Il forno inceneritore eÌ€ di per seÌ una macchina che distrugge i rifiuti senza lasciare traccia, produce una contenuta quantitaÌ€ di scorie assolutamente asettiche ed inerti (vetrose) e che possono essere recuperate, .lascia assolutamente pulito l’ambiente e produce energia elettrica dalla spazzatura cioeÌ€ da quello che si butta via .
In più oggi ci sono forni inceneritori che possono essere definiti NZEP plants (near to zero emission plants): cioè impianti che non emettono più nulla in quanto sono dotati di una serie di filtri molto spinti che trattengono tutti gli inquinanti gassosi e polverosi presenti negli scarichi aeriformi (fumi)
Addirittura da un nostro Ingegnere Italiano è stato messo a punto un filtro (Bio-filtro) che eÌ€ in grado di ritrasformare parte della CO2 ( gas che non sarebbe velenoso di per seÌ e quindi potrebbe essere scaricato liberamente, tanto piuÌ€ se prodotto da biomasse) in Ossigeno , per azione di Bio-alghe.
E’ stato detto: non puoÌ€ esistere il livello di “emissioni zero”. Per quanto si possa emettere poco…si emetterà sempre qualcosa e le diossine..purtroppo (quelle che le discariche emettono liberamente), si accumulano sul suolo in quanto sono pesanti e non sono solubili in acqua.
E le diossine nei rifiuti chi ce le mette ? Proprio con il sistema di raccolta rifiuti voluto e permesso per anni.
E’chiaro che il forno inceneritore eÌ€ una macchina che distrugge tutto ma non puoÌ€ distruggere con il 100% di efficienza. Quindi tutto dipende da cosa ci si butta dentro.
Se la diossina è già presente nei rifiuti conferiti è inevitabile che una parte infinitesimale, per quanto infinitesimale, venga sempre emessa in atmosfera, nonostante i sistemi di filtrazione siano stati progettati ottimamente e funzionino in condizioni di perfetta efficienza e manutenzione; comunque la diossina emessa sarà sempre meno (e moltissimo meno) di quella che prima si permetteva di emettere liberamente con le discariche a cielo aperto.
E quindi percheÌ combattere i forni inceneritori?
LA SOLUZIONE TOTALE DEI RIFIUTI
Basta applicare quello che dicono le Direttive Cee cioè:
Sottoporre preventivamente i rifiuti a pretrattamento con anche pre-maturazione e captazione del Biogas (che viene intanto utilizzato per produrre energia), filtrando anche i gas di scarico dei motori o inviandoli la medesimo impianto di trattamento del forno inceneritore (facendoli aspirare)
Inviare il rifituo stabilizzato a selezione e recupero delle materie seconde che si possono proficuamente recuperare (vetri, metalli, plastiche pregiate etc..)
Produrre un CDR stabilizzato (Combustibile Derivato da Rifiuti)
Inviare il CDR al forno inceneritore o termovalorizzatore o termogassificatore o piroscissore molecolare che sia, secondo le varie tecnologie, per la produzione di energia termica ed elettrica (Cogenerazione) con Emissioni Zero.
In poche parole quello che fanno già i tedeschi in Germania.
Importante eÌ€ che non si parli piuÌ€ di impianto di separazione o riciclaggio soltanto, ma di “STAZIONE INTEGRATA DI SEPARAZIONE, RICICLAGGIO E TERMOVALORIZZAZIONE DEI RIFIUTI”
Questa è la soluzione totale e definitiva dei rifiuti.
In questo modo i costi di smaltimento si abbassano di oltre il 50% rispetto alle gestioni attuali percheÌ il recupero delle materie seconde garantisce un introito aggiuntivo oltre quello derivante dalla produzione di energia termica ed elettrica.
Inoltre il termovalorizzatore fornisce l’energia elettrica gratuita necessaria al funzionamento dei macchinari della selezione , che cosiÌ€ diventano estremamente economici, non avendo piuÌ€ l’elevato consumo che normalmente hanno.
BLU PER L’ITALIA
Organizzazione Nord
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Dicembre 19th, 2013 Riccardo Fucile
RIPORTIAMOLI A CASA
Buone notizie per gli attivisti di Greenpeace e gli Arctic30 che hanno trascorso due mesi in prigione a seguito di una protesta pacifica nell’Artico contro le trivellazioni: il Parlamento Russo ha votato per riconoscere loro l’amnistia.
La Duma ha infatti votato un emendamento che estende l’amnistia a coloro che sono stati accusati di vandalismo.
Pertanto questo include gli Arctic30, i ventotto attivisti e i due giornalisti freelance arrestati a seguito di una protesta rivolta alla compagnia Gazprom.
A Mosca, si prevede un voto finale del Parlamento e secondo Greenpeace gli Arctic30 potranno essere rimossi dall’amnistia solo nell’ipotesi che l’intero progetto venga respinto: un caso questo molto improbabile.
«Ora potrei subito tornare a casa dalla mia famiglia ma non sarei mai dovuto essere stato accusato e imprigionato- ha dichiarato Peter Willcox, capitano dell’Arctic Sunrise- Ci siamo imbarcati per testimoniare la minaccia che l’ambiente sta subendo e la nostra nave è stata abbordata da uomini mascherati con pistole e coltelli. Ora è quasi finita e potremmo essere presto liberi ma non c’è amnistia per l’Artico. L’Artico rimane un tesoro globale molto fragile minacciato dalle compagnie petrolifere e dalle temperature in aumento. Siamo andati lì per protestare contro questa pazzia. Non siamo mai stati criminali».
La campagna internazionale per liberare gli Arctic30 pare, quindi, aver avuto successo.
Sono state 860 le iniziative di protesta in ben 46 paesi e più di 150 città del mondo. Più di due milioni e mezzo di persone hanno scritto alle ambasciate russe.
Messaggi di sostegno sono giunti da Paul McCartney, Madonna, Jude Law, Ricky Martin, Daràn, Alejandro Sanz, Pedro Almodà³var e altri famosi personaggi.
Figure politiche quali la Presidente brasiliana Dilma Rousseff, Angela Merkel, David Cameron, Franà§ois Hollande, Ban Ki-moon e Hillary Clinton, insieme a premi nobel quali Desmond Tutu, Aung San Suu Kyi hanno anch’essi richiesto la liberazione degli Arctic30.
Tuttavia spiegano da Greenpeace non è ancora possibile mettere la parola fine sulla vicenda.
I procedimenti legali contro gli Arctic30 sono quasi certamente giunti alla fine e i 26 attivisti non russi saranno liberi di tornare a casa dalle loro famiglie non appena sarà loro riconosciuto il visto di uscita da parte delle autorità russe.
E questo è il punto: al momento gli attivisti non dispongono dei timbri necessari sui loro passaporti poichè trasferiti in Russia dalla guardia costiera dopo essere stati illegalmente abbordati in acque internazionali.
Inoltre il destino dell’Arctic Sunrise, al momento trattenuta a Murmansk, rimane incerto, nonostante il Tribunale del Diritto del Mare ne abbia stabilito il dissequestro.
(da “greenreport.it“)
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Dicembre 2nd, 2013 Riccardo Fucile
UN ITALIANO SU DIECI ABITA IN ZONE PERICOLOSE DOVE SI CONTINUA A COSTRUIRE
Non chiamatela emergenza. à‰ la condizione abituale per 6 milioni di italiani che vivono in zone ad alto rischio idrogeologico.
Altri 22 milioni convivono con un rischio medio.
Sì, anche noi che scriviamo, voi che ci state leggendo potremmo trovarci in una zona a rischio.
E non facciamo gli scongiuri, sono cinquant’anni che andiamo avanti così e si è dimostrato che la scaramanzia non serve.
Servirebbero bonifiche, opere di contenimento. E non altro cemento o dighe e porticcioli alle foci dei fiumi, che invece piacciono ai nostri politici e amministratori.
Basterebbe che si leggessero i dati dell’Associazione Nazionale Bonifiche o di Legamente, del Wwf e del Consiglio Nazionale dei geologi: 82% dei Comuni sono a rischio idrogeologico.
Così come 1,26 milioni di edifici, tra cui 6.000 scuole e 531 ospedali.
Bonificare costa meno che curare
E seppellire 9.000 morti Negli ultimi 40 anni le catastrofi più gravi sono avvenute nel 1966 tra Firenze e Pisa, nel 1970 a Genova, nel 1982 ad Ancona.
Poi Val di Fiemme, Valtellina, Piemonte, Versilia, Sarno, Soverato, Nocera Inferiore, Messina fino alla Sardegna. Ecco i nomi rimasti nella nostra memoria.
Ma dal 1950 al 2012 in Italia ci sono state 1.061 grandi frane, 672 inondazioni. Il bilancio: 9.000 vittime, 700.000 sfollati e senza tetto.
Si potevano evitare, molti, se non tutti. Certo, bisogna investire, ma si sarebbe comunque speso molto meno di quanto è costato poi gestire l’emergenza: il danno delle calamità dal 1945 a oggi è stato di 240 miliardi, cioè 3,5 miliardi l’anno.
Ma le bonifiche non si inaugurano con tagli di nastro, non portano voti. E soldi. Come le speculazioni edilizie e il cemento.
Così, dal 1990 al 2005, il consumo del suolo è stato di 244.000 ettari all’anno (circa due volte la superficie del Comune di Roma), 668 ettari al giorno (circa 936 campi da calcio)
Così preferiamo investire decine di miliardi nella Tav, nel Terzo Valico, nell’autostrada Mestre-Orte, invece di puntare sugli interventi di messa in sicurezza proposti nel 2103 dall’Associazione Bonifiche: 3.342 per 7,4 miliardi.
Mentre a Genova si stentano a trovare i 200 milioni che metterebbero al sicuro una città che vive con l’incubo della pioggia
Volete sapere com’è la terra su cui poggiate i vostri piedi?
Ecco: sono a rischio il 100 % dei comuni di Calabria, Molise, Basilicata, Umbria, Valle d’Aosta, della provincia di Trento. Il 99% in Marche e Liguria, il 98% in Lazio e Toscana, il 96% in Abruzzo, il 95% in Emilia-Romagna. Poi il 92% in Campania e Friuli Venezia Giulia, mentre in Piemonte siamo all’87%, in Sardegna all’81%. Quindi Puglia 78, Sicilia 71, Lombardia 60 e Veneto 59.
2. Ballare e costruire sul baratro
C’è un Paese dove da anni chi ha perso la casa in un terremoto è costretto a vivere in un container. Non è emergenza, è vita quotidiana. I soldi per le ricostruzioni non arrivano oppure finiscono nel grande portafoglio della corruzione, delle opere inutili
La nenia ripetuta allo sfinimento è che le calamità naturali non sono prevedibili.
Ma c’è chi rende edificabili i terreni in quelle zone. Che dire dell’Aquila, del quartiere moderno di Pettino, cresciuto nel Dopoguerra. Quando una mappa sismica del 1941 indicava già l’esistenza di una faglia.
Risultato: migliaia di case venute giù come fossero Lego, e centinaia di vite spazzate via
L’Italia, secondo il National Earthquake Information Center ha una pericolosità sismica che, nell’ambito del Mediterraneo, può essere considerata medio alta con terremoti di magnitudo superiore a 2,5 che oscillano tra i 1700 e i 2500 ogni anno.
Tra i più violenti, nel corso dell’ultimo secolo, la Calabria del 1905 (557 vittime), Calabro Messinese tre anni più tardi (80 mila), Avezzano 1915 (33 mila), Irpinia nel 1930 e nel 1980, Friuli nel 1976, L’Aquila nel 2007 ed Emilia nel 2012.
Ma per capire come in altri Paesi siano attrezzati ad affrontare queste emergenze, basta paragonare il terremoto dell’Aquila e quello in California del 1989: danni di 10 miliardi in entrambi i casi.
Ma parliamo di due eventi sismici molto diversi: 30 volte superiore quello degli Stati Uniti. L’Ingv (Istituto Nazionale di Geofisica e Vulcanologia) spiega che non è paragonabile la situazione perchè “il patrimonio edilizio è molto fragile e la differenza è anche data dalla densità abitativa”. Già , ma in California, come in Giappone, se proprio si deve costruire sulle faglie, si adottano criteri anti-sismici severissimi
Solo la Sardegna e la Puglia vengono descritte zone asismiche: non esistono faglie importanti e non sono mai stati registrati eventi sismici percepiti. à‰ invece nella zona del Tirreno Meridionale, compresa tra la Campania e la Sicilia, che sono stati registrati gli eventi maggiori. Su scala regionale, l’Ingv ha stabilito che le zone a rischio restano quelle della Calabria, dell’Abruzzo, la Sicilia meridionale e il Friuli Venezia Giulia.
“Purtroppo”, spiegano dall’Ingv, “noi possiamo solo fare riferimenti al dato storico. Il terremoto non è prevedibile. Sappiamo quali sono le zone a rischio e quelle dove invece esistono rischi minori, ma parliamo di quello che è registrato, non del prevedibile”.
La prevenzione? Non è mai stata fatta. Probabilmente perchè il rischio in questo caso è stato sempre sottovalutato. Perchè ci si affida al destino. Negli ultimi anni le costruzioni avrebbero dovuto reggere, secondo i criteri indicati dalle leggi. Disattese.
L’esempio peggiore arriva dall’Emilia: il terremoto ha spazzato via con la stessa forza sia edifici storici che palazzi di costruzione recente. “Il cemento armato costa, come il rispetto delle regole. Ma nessuno si è premurato di controllare: il bollo c’era, il cemento armato chissà . Costruzioni che avrebbero dovuto reggere sono crollate in pochi secondi”.
Uccidendo decine di persone. §
Emiliano Liuzzi e Ferruccio Sansa.
(da “Il Fatto Quotidiano”)
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Novembre 21st, 2013 Riccardo Fucile
CONSUMO ABNORME DI TERRITORIO E LA PREVENZIONE DIVENTA IMPOSSIBILE
«Centri funzionali decentrati»: con questo nome astruso si chiamano le strutture regionali che dovrebbero essere i pilastri del sistema di allerta in caso di alluvioni.
Ieri si è scoperto che nella Sardegna funestata dal ciclone Cleopatra quel «Centro» non era attivo. Anche se non è stata proprio una scoperta.
Si sapeva dal 9 ottobre scorso, quando il capo della Protezione civile Franco Gabrielli aveva denunciato, in un’audizione alla Camera dei deputati, che a dieci anni di distanza dal provvedimento che le ha istituite, il 24 febbraio 2004, soltanto in dieci Regioni quelle strutture funzionano a pieno regime.
Quali sono? «Piemonte, Liguria, Valle D’Aosta, Lombardia, Veneto, Emilia-Romagna, Toscana, Marche, Campania e le Province autonome di Trento e Bolzano.
Le Regioni non ancora attive sono sei: Friuli Venezia Giulia, Abruzzo, Basilicata, Puglia, Sicilia e Sardegna. Umbria, Lazio, Molise e Calabria hanno invece attiva solo la parte idro e hanno il supporto del Dipartimento per la parte meteo». Parole del medesimo Gabrielli
Il Friuli Venezia Giulia potrà rivendicare di avere una struttura regionale di Protezione civile assolutamente eccellente, mentre la Puglia ha già rispedito l’accusa al mittente, sostenendo che la colpa dei ritardi è tutta dell’apparato nazionale.
Replica non incassata a sua volta da Gabrielli, che ha invitato le autorità pugliesi a non girare la frittata.
Episodio, a prescindere dalle ragioni di ciascuno, che fa ben capire come il nostro federalismo pasticcione non abbia risparmiato nemmeno la Protezione civile: vittima di quella che il suo capo ha bollato come «una Babele di competenze» capace di frenare la prevenzione dei disastri ambientali.
«Sul dissesto idrogeologico hanno competenze Autorità di bacino, Province, Regioni e Comuni», ha spiegato Gabrielli, aggiungendo che davanti a un alluvione come quella del 1966 a Firenze saremmo indifesi come allora.
Si è forse dimenticato qualcuno, il capo della Protezione civile: i consorzi di bonifica, per esempio. Ma il quadro è ugualmente disarmante.
Tanto più che in questa Babele chi ha il compito di prevenire i dissesti fa esattamente il contrario.
Dal febbraio del 2004 a oggi, quando sono stati formalmente istituiti i «Centri funzionali», i Comuni e le Regioni hanno continuato nell’opera di selvaggio e scriteriato consumo di suolo, ponendo le basi per future catastrofi più gravi.
Se i cambiamenti climatici producono con sempre maggiore frequenza eventi estremi, i loro effetti «sono stati esacerbati», denuncia anche Gabrielli, «dagli ormai ben noti caratteri di elevata antropizzazione del territorio, dall’aumento del consumo di suolo alla conseguente notevole impermeabilizzazione delle superfici».
Un allarme simile a quello lanciato nel rapporto 2012 perfino dall’Istat, che mai si era spinto prima di allora in valutazioni tanto critiche sulle questioni ambientali. E qui l’abusivismo c’entra ben poco
C’entrano invece i piani regolatori sfornati con leggerezza dai Comuni e vidimati con altrettanta leggerezza dalle Regioni. C’entrano programmi territoriali e piani paesistici regionali spesso insensati. C’entrano le sconsiderate variazioni di destinazione d’uso delle superfici che hanno fatto perdere all’Italia negli ultimi quarant’anni qualcosa come 5 milioni di ettari di terreni agricoli.
E qui le responsabilità sono tutte delle classi dirigenti locali, spesso coinvolte nel torbido intreccio di interessi affaristici e speculativi.
Dice una indagine di Legambiente che «negli ultimi quindici anni il consumo di suolo è cresciuto in modo abnorme e incontrollato», con il risultato che nel 2011 il 7,6% del territorio italiano non era più naturale: parliamo di una superficie superiore a quella dell’intera Toscana.
Si tratta di una percentuale nettamente superiore a quella della media europea (4,3%) e della stessa Germania (6,8%), Paese pressochè interamente pianeggiante (mentre un terzo del territorio italiano è montuoso) e con una densità abitativa superiore di circa il 15 per cento alla nostra
Ancora. Nel 2007 a Napoli e Milano il 62% del suolo comunale era impermeabilizzato.
A Roma, nei 15 anni fra il 1993 e il 2008, ben 4.800 ettari di terreno agricolo sono stati resi edificabili e occupati da abitazioni inutili.
Nel 2009 si contavano nella capitale 245.142 abitazioni vuote: record nazionale assoluto. Ma al secondo posto c’era Cosenza con 165.398 case vuote, numero superiore di quasi due volte e mezzo a quello degli abitanti della citt�
E mentre si prosegue a tirare su dappertutto palazzine e centri commerciali al ritmo (stime del ministero dell’Agricoltura) di cento ettari al giorno, un anno fa il Dipartimento della Protezione civile informava che ben quindici Regioni non avevano presentato l’elenco dei Comuni con i piani d’emergenza aggiornati: questo in un Paese come l’Italia che ha ben 6.600 enti locali su poco più di 8 mila sui quali incombe il rischio idrogeologico.
Per non parlare poi delle scaramucce fra il centro e la periferia che vanno avanti dal 2001, anche a colpi di ricorsi alla Corte costituzionale
Al verificarsi di tragedie come quelle di Sardegna 2013, Maremma 2012 e Liguria e Toscana 2011, contribuisce certo la cronica mancanza di denari da destinare alla prevenzione.
Trenta milioni l’anno, quanti ne sono stanziati dalla legge di stabilità , in effetti sono pochini per un Paese che avrebbe bisogno di un miliardo e mezzo l’anno per almeno un decennio.
Ma siamo sicuri che la carenza di risorse non sia in qualche caso una scusa per pietose autoassoluzioni? Ha fatto scalpore in Liguria una denuncia del gruppo regionale del Popolo della Libertà , spalleggiato dall’allora capogruppo del partito all’europarlamento, l’attuale ministro della Difesa Mario Mauro, secondo cui appena il 7 per cento dei fondi europei venivano impiegati per prevenire il dissesto, in una delle Regioni più a rischio. Argomentazioni «pretestuose», per l’assessore regionale Enzo Guccinelli.
E ricordate invece la tragedia di Messina del 2009, quando un alluvione provocò la morte di 37 persone?
Mentre infuriavano «pretestuose» polemiche la Regione siciliana, punta sul vivo, diramò un comunicato nel quale sosteneva che in dieci anni aveva speso 200 milioni di euro allo scopo di prevenire il dissesto idrogeologico nel solo messinese.
Ma qualcuno dei solerti dirigenti regionali si era forse accorto delle palazzine spuntate come funghi nell’alveo dei torrenti?
(da “il Corriere della Sera”)
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Novembre 21st, 2013 Riccardo Fucile
LA REGIONE ALLERTATA DOMENICA POMERIGGIO… ORA E’ A RISCHIO L’ACQUA POTABILE
Arriva l’allerta meteo con criticità elevata, la peggiore di tutte. 
La Protezione civile la segnala con 12 ore di anticipo. Il ciclone strapazza la Sardegna da un capo all’altro e porta morte e distruzione.
Ora la domanda è: cos’è che non ha funzionato?
E poi: chi doveva fare cosa per evitare i 16 morti, il disperso, i feriti e la devastazione?
Nemmeno il tempo di seppellire le vittime e tutto questo è già materia di polemica quando non di insulti veri e propri.
Antonio Sanò, direttore di ilmeteo. it, è fra i primi a dar fuoco alla miccia. Dice che «modelli fisico- matematici avevano previsto già da giovedì quello che sarebbe successo lunedì» e che, in sostanza, l’allarme è stato lanciato troppo tardi.
Ci sono sindaci che allargano le braccia ripensando al fax di allerta arrivato dalle Regioni domenica, a municipio chiuso.
E ci sono gli ambientalisti, come il leader dei Verdi Angelo Bonelli, che danno ai «rappresentanti delle istituzioni» dei «commedianti che accorrono sulle tragedie» mentre «approvano programmi edilizi e urbanistici che sfasciano il territorio».
Così in un pomeriggio già concitato per politici e tecnici alle prese con sopralluoghi e riunioni sugli interventi operativi (fra le altre cose ci sono 20 depuratori danneggiati e 6 potabilizzatori in tilt che potrebbero mettere a rischio la potabilità dell’acqua) il governatore Ugo Cappellacci trova il tempo di replicare a Bonelli chiedendo che la smetta di «giocare bluff da biscazziere da strapazzo » e il capo della Protezione Civile Franco Gabrielli non risparmia critiche a chi fa risalire tutto (o quasi) alle previsioni meteo.
«Sono sconcertato da questa polemica costruita sul nulla», attacca. Si dice «sicuro che se i sindaci sapessero quali sono le loro responsabilità sulla protezione civile avremmo una crisi vocazionale. Si lamentano per i soldi che non hanno e perchè si sentono soli ma chi vuole sa come organizzarsi, anche nei Comuni piccolissimi ».
Gabrielli spiega che «lo Stato dà le direttive, le Regioni fanno i dettagli e ciascuna stabilisce le procedure che i livelli intermedi devono seguire. Ce ne sono alcune che non hanno un progetto di pianificazione degli interventi e io ripeto che le previsioni sono importanti, ma se non c’è pianificazione, tutto è inutile».
Il senso è che le ore di anticipo nel lanciare l’allerta sono importanti ma «fondamentali restano sempre gli effetti al suolo delle previsioni meteo, e quelli non si improvvisano. Si pianificano».
Le lancette tornano a domenica pomeriggio.
Alle 14.12 il Centro funzionale della Protezione civile emana l’avviso di criticità elevata, il più alto sulla scala delle cosiddette «condizioni meteorologiche avverse». Alle 16.30 la Regione manda ai singoli Comuni i fax, che però arrivano a destinazione in uffici vuoti e, più in sintesi, in serata, sui telefonini dei sindaci con un sms.
Alle 8 del mattino dopo, nei municipi ciascuno si organizza per far fronte all’emergenza, soprattutto per le questioni di viabilità perchè nessuno può immaginare la furia delle «raffiche di burrasca forte» di cui parlava la previsione.
Il maltempo arriva da sud e in un crescendo di violenza Cleopatra investe tutta la fascia orientale dell’isola.
Quando tocca Olbia c’è ancora abbastanza luce per vedere l’acqua mentre devasta ogni cosa che trova sul suo cammino. Pioggia su pioggia per ore finchè, quando ormai è sera inoltrata, si cominciano a contare i morti e a capire che la situazione è andata ben oltre quello che più o meno tutti si aspettavano.
«A me è arrivato un messaggino e ho cominciato a darmi da fare. Lunedì all’inizio abbiamo mandato i nostri uomini a Olbia perchè lì c’era il peggio, poi è arrivato anche qui da noi» ricorda il sindaco di Arzachena, Alberto Ragnedda.
Il suo collega di Loiri, Giuseppe Meloni, si chiede: «Noi sindaci dei Comuni piccoli che possiamo mai fare davanti a una cosa del genere? Ci lasciano soli… ».
E c’è amarezza anche nelle parole di Antonella Dalu, alla guida del Comune di Torpè. «Sono stata avvisata con il classico messaggio di criticità elevata che riceviamo venti volte l’anno… in passato abbiamo fatto evacuazioni per la stessa allerta e poi non è successo nulla. Come potevamo sapere che stavolta sarebbe stato diverso?».
(da “il Corriere della Sera”)
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Novembre 17th, 2013 Riccardo Fucile
ORGANIZZATO DAL MOVIMENTO “FIUME IN PIENA” CHIEDE LA BONIFICA DEI TERRITORI COLPITI DA SVERSAMENTI ILLEGALI DI RIFIUTI TOSSICI E NOCIVI
”“Stop al biocidio“. Migliaia di persone, unite da questo slogan, hanno marciato a Napoli per chiedere
l’immediata bonifica della “terra dei fuochi“, l’area della Campania devastata dagli sversamenti illegali di rifiuti tossici e nocivi.
Il corteo, nonostante vento e pioggia, è partito alle 14.30 da Piazza Garibaldi per terminare in Piazza Plebiscito.
In testa al corteo, organizzato dal movimento “Fiume in piena”, c’era don Maurizio Patriciello, il parroco di Caivano che da anni si batte per le bonifiche. I manifestanti hanno esposto anche alcuni striscioni con le foto di persone morte negli ultimi anni per patologie oncologiche: a loro dire, si tratta di malattie legate all’inquinamento dei suoli.
Gli organizzatori della manifestazione parlano di 100mila partecipanti, mentre le forze dell’ordine stimano 30mila presenze.
Niente bandiere di partito, è stata la richiesta degli organizzatori. Erano presenti, invece, in coda al corteo, i gonfaloni dei Comuni del Napoletano e del Casertano, come auspicato dal sindaco della città partenopea, Luigi De Magistris.
Si era detto contrario, invece, Domenico Tuccillo, primo cittadino di Afragola, secondo cui “la legittima protesta dei cittadini di fronte a questo disastro annunciato non può essere l’ennesima occasione per confondere ruoli e responsabilità ”.
“Non sarà una piazza di sindaci e delle fasce tricolori, sarà la piazza dei cittadini”, è la posizione del movimento “Fiume in piena”, mentre don Patriciello accetta la presenza dei sindaci in piazza: “La cosa importante è che non ci siano politici presenti a livello ufficiale che possano strumentalizzare la cosa”.
Tante le adesioni delle associazioni, da Legambiente al Wwf. In piazza anche “Medici per l’ambiente”, artisti e amministratori del nord Italia.
Sostegno anche dalla Curia di Napoli, con il cardinale Crescenzio Sepe che non è presente ma sottolinea l’intento della manifestazione del “raggiungimento del bene comune e della dignità delle persone”, incoraggiando gli organizzatori e i partecipanti ad “andare avanti con coraggio” e a “non farsi strumentalizzare”.
Al termine del corteo sono state distribuite in piazza del Plebiscito oltre tre tonnellate di pane fatto nelle ultime ore con frumento dell’Avellinese e del Beneventano.
(da “il Fatto Quotidiano“)
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Novembre 8th, 2013 Riccardo Fucile
LA PATAGONIA NAPOLETANO-CASERTANA FRUTTO DELL’ASSENZA DELLO STATO
Adesso abbiamo anche la Patagonia italiana. 
C’è la Tierra del Fuego argentina, quella cilena e, finalmente, quella napoletano-casertana.
Ora che tutti sanno ufficialmente che esiste (prima, da una ventina d’anni, lo sapevano solo carabinieri, polizia e magistratura che arrestavano e processavano i fuochisti; e istituzioni varie dello Stato che facevano finta di non saperlo) qualche furbetto più furbetto degli altri ci costruirà sopra una brillante carriera politica promettendo pronte ed efficaci soluzioni.
Nel tentativo di evitare prese per i fondelli in aggiunta a inquinamento delle falde acquifere, dell’atmosfera e della vegetazione; nonchè di ritornare a una produzione di mozzarelle di bufala che non facciano venire il cancro (mi piace da morire ma preferirei sopravvivere per continuare a mangiarla), propongo alcune riflessioni talmente banali da vergognarsene, ma evidentemente poco frequentate.
Io vivo in un piccolo paese vicino Torino. In un angolo della verandina di servizio ho 4 recipienti: organico, carta, metallo e vetro; e un grande sacco per la plastica.
Nei giorni previsti (con puntualità ) ritirano tutto e lo portano in una pubblica discarica dove viene trattato secondo le regole.
Pago una schioppettata di Tarsu (adesso non so più come si chiama) ma intorno è tutto verde e pulito.
Domanda n. 1: perchè questa organizzazione non viene imposta per legge e chi non la rispetta (a cominciare dal cittadino, passando per il sindaco e finendo al ministro per l’Ambiente) va in prigione?
Chi non ha soldi lo spiega al Comune, si fanno accertamenti e delle due l’una: non li ha davvero e allora è esentato dalla Tarsu; li ha, e allora lo si mette in prigione per frode fiscale e gli si sequestra quello che ha per tasse (tra cui Tarsu) non pagate.
Possibile variante: il cittadino ha soldi ma non tanti: la Tarsu viene ridotta.
Dal nord al sud la gestione della spazzatura va peggiorando. È un fatto, non un’opinione razzista. Vero che le responsabilità sono diffuse, dal vertice istituzionale alla base.
Ma è anche vero che, se nessuno raccoglie la spazzatura, i cittadini non sanno dove metterla.
Dove i rifiuti si accumulano nelle strade ha perfino poco senso la raccolta differenziata: che i mucchi siano di plastica, di vetro, di organico, se nessuno li raccoglie, si indifferenziano da soli, con il vento e la pioggia.
Domanda n. 2: dove i cittadini dovrebbero portare la loro spazzatura?
Alla fine, portandola dove ce n’è altra e perfino incendiandola, si caricano di un servizio pubblico.
L’inquinamento derivante dall’abbandono dei rifiuti nelle strade cittadine non credo sia molto minore di quello che deriva da una discarica artigianale.
Se lo Stato non raccoglie ed elimina i rifiuti è del tutto ovvio che qualcun altro lo farà . Tra la spazzatura si vive male.
E, alla fine, mafia, ‘ndrangheta, camorra e altre efficienti organizzazioni criminali non fanno altro che gestire un servizio essenziale che lo Stato non può, non vuole, non è capace di gestire.
Ovvio che lo facciano all’insegna del massimo profitto e quindi del minimo costo e della minima efficienza: sono criminali, mica benefattori.
Ma nel mio paese e in tantissimi altri questo tipo di imprenditori in questo tipo di settore, guarda caso, non c’è. Perchè non c’è questo mercato.
Volete la prova provata di questo?
Adesso lo Stato sa (meglio: non può dire di non saperlo) che c’è la Terra dei fuochi.
Cosa gli impedisce di circondarla con carabinieri ed esercito, raccogliere tutti i rifiuti, portarli in luoghi appositi, trattarli come si deve? Niente.
Solo che non può: non ha i soldi.
Non è capace di farlo: le questioni di cui governo e parlamento si occupano quotidianamente sono la decadenza di B, i sequestri di persona organizzati dall’ambasciatore Kazako con la complicità del ministero degli Interni, le dimissioni — sì/no — del ministro della Giustizia che si preoccupa di far scarcerare i suoi amici, la rifondazione di partiti vecchi, la fondazione di partiti nuovi, la riforma della Costituzione e insomma tutto quanto al Paese non serve affatto o magari lo danneggia.
Non vuole farlo perchè una quota significativa dei politici che dovrebbero occuparsene è a libro paga di quelli che, se lo facesse, perderebbero il business; soldi e voti spariti. Il “non è capace” e il “non vuole” potrebbero essere superati.
Vedete, la Terra dei fuochi è un colossale corpo di reato.
Si può, anzi si deve, sequestrare.
Le Procure e i Gip competenti potrebbero farlo. Poi si nomina un custode il quale, a sua volta, nomina un amministratore che fa tutte quelle cose che dovrebbe fare lo Stato. I magistrati ordinano alla forza pubblica di sorvegliare il comprensorio e di non permettere ad alcuno di accedervi, l’amministratore gestisce i rifiuti e consegna al custode le fatture delle aziende — italiane ed estere — che li smaltiscono.
Il custode le consegna ai magistrati che dispongono il pagamento con i soldi allocati nel bilancio della giustizia al capitolo spese giudiziarie.
Il ministro la smette di occuparsi dei suoi amici in prigione e cerca di trovare le risorse necessarie.
Se non le trova, le aziende fanno causa allo Stato, pignorano il Colosseo e se lo vendono. Noi restiamo senza Colosseo (si fa per dire, sempre là resta, solo che è mantenuto e gestito come si deve) e senza rifiuti. E ovviamente ci guadagniamo.
La cosa bella di questo sistema è che potrebbe essere replicato.
Per esempio con Ilva, con il litorale inquinato, con le case abusive, con tutto quello che vi viene in mente. Magari, a forza di fare la figura degli imbecilli, anche i nostri padri della Patria si danno una mossa.
Bruno Tinti
(da “il Fatto Quotidiano”)
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Settembre 27th, 2013 Riccardo Fucile
PUNITI PER LE EMISSIONI INQUINANTI
Tra un passato distrutto dalle troppe vittime, un presente sfregiato dai molti ammalati
e un futuro in dubbio con tassi elevatissimi di sterilità , l’Unione Europea certifica il disastro ambientale di Taranto.
Ieri la Commissione ha annunciato l’avvio di una procedura di infrazione a carico dell’Italia. «In seguito a diverse denunce provenienti da cittadini e Ong, la Commissione ha accertato che l’Italia non garantisce che l’Ilva rispetti le prescrizioni dell’Ue relative alle emissioni industriali, con gravi conseguenze per la salute umana e l’ambiente» dicono.
«L’Italia è inoltre inadempiente anche rispetto alla direttiva sulla responsabilità ambientale, che sancisce il principio “chi inquina paga”».
Ora l’Italia, spiega il commissario Janez Potocnik, ha due mesi di tempo per rispondere. Altrimenti scatteranno le procedure di sanzione con multe salatissime ai danni dello Stato.
«La Commissione – spiega però il ministro dell’Ambiente, Andrea Orlando – ha apprezzato il lavoro del nostro Governo. La prima risposta sarà l’approvazione del nuovo piano ambientale: gli interventi di risanamento e di innovazione che i commissari stanno ultimando sono parte essenziale di questa risposta».
«Spero che non siano soltanto buone intenzioni» risponde però Potocnik, che ben conosce evidentemente i 20 anni di promesse mai mantenute della politica italiana per difendere Taranto dai veleni.
A partire dalle due Autorizzazioni integrate ambientali rilasciate dal governo Berlusconi e da quella di Monti che avrebbero, secondo Bruxelles, disatteso le norme comunitarie.
Su questo, indaga anche la procura di Taranto che proprio nelle scorse settimane ha sequestrato a Roma documenti al Ministero.
A esultare per l’apertura della procedura sono le associazioni ambientaliste: Bruxelles si è infatti mossa soltanto dopo a un lungo lavoro e a un accurato dossier presentato da Peacelink, con Antonia Battaglia, Fabio Matacchiera e Alessandro Marescotti che hanno lavorato per mesi alla messa in mora dello Stato italiano.
Intanto, mentre il commissario Bondi promette la dismissione degli impianti più inquinanti a favore di altri a impatto molto più basso, a Taranto continua il braccio di ferro tra magistratura e famiglia Riva per la riapertura degli impianti fermi da quasi due settimane al Nord.
La situazione è kafkiana, con la Procura e il gip che dicono di non aver mai ordinato il fermo degli impianti ma di aver tolto solo le somme dalla disponibilità della famiglia Riva per passarle in quelle del custode, e la famiglia Riva che invece giura di essere stata costretta a chiudere.
In attesa di definire quindi la differenza tra sequestro e serrato, dovrebbe intervenire il Governo con un decreto ad hoc: il ministro Flavio Zanonato sostiene che è pronto ma il Consiglio dei ministri, traballante per motivi politici, non si è ancora riunito.
Giuliano Foschini
(da “la Repubblica“)
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