Maggio 16th, 2013 Riccardo Fucile
L’EX PRESIDENTE DI LEGA AMBIENTE ACCUSA: “LA SINISTRA A TARANTO HA RINNEGATO SE STESSA, INTRATTENENDO RAPPORTI OPACHI CON I PADRONI DELL’ILVA”
“Il caso Ilva dimostra che non si può lottare per l’ambiente rimanendo nel Pd. O perlomeno, in questo Pd”. Roberto Della Seta, ex presidente di Legambiente, è stato senatore per i Democratici nella passata legislatura. Poi è rimasto fuori delle liste.
Si è sempre battuto contro la gestione dell’impianto, “guadagnandosi” una lettera di Emilio Riva a Bersani, in cui il patron dell’azienda si lamentava dell’opposizione di Della Seta al decreto salva Ilva del governo Berlusconi.
Ieri sull’Huffington Post lui e un altro ex parlamentare Pd, Francesco Ferrante, scrivevano della “sinistra che a Taranto ha rinnegato se stessa, intrattenendo per decenni rapporti opachi e talvolta decisamente illegittimi con i padroni dell’Ilva”
Della Seta, cosa ha provato appena ha saputo dell’arresto di Florido?
Non sono rimasto sorpreso. Auguro al presidente della Provincia di chiarire la sua posizione, ma visto il clima a Taranto, fatto di rapporti scivolosi tra politica e industria, non mi può stupire che la magistratura voglia fare luce
Quando parliamo di rapporti scivolosi…
Parliamo del fatto che per decenni la politica è stata compiacente, e talvolta complice, di una una situazione che fa semplicemente schifo, come quella dell’Ilva. E la sinistra, che ha governato spesso, ha grandissime responsabilità .
Perchè compiacente e complice?
La prima ragione, più nobile se vogliamo, è di carattere culturale. Molti dirigenti, per propria formazione, ritengono che l’industria non vada mai ‘disturbata’: ovvero, che lo sviluppo giustifichi danni per l’ambiente. Il secondo motivo è quella zona grigia dove si fa molto labile il confine tra politica e affari. E qui entrano in gioco i finanziamenti.
Ha notizie dirette su Taranto?
No: ma conosco bene l’influenza sui partiti di tutte le industrie, e non solo di quelle dell’acciaio.
Conosce Florido?
L’ho incrociato varie volte. Ma non posso dire di conoscerlo.
Il partito di Taranto gli ha esternato “solidarietà umana”.
Non capisco: la solidarietà la può manifestare un amico, non un partito, che deve fare considerazioni politiche.
Nella nota, il Pd locale “condanna tutti gli atteggiamenti di sudditanza verso l’Ilva e il suo padrone”.
Condivido. Certo, in questi anni il partito è stato un po’ troppo distratto…
Ma non salva proprio nessun esponente della sinistra pugliese sul tema Ilva?
Anni fa la Regione guidata da Vendola costrinse i Riva ad abbattere le emissioni di diossina, con un’apposita legge. Ma è poco.
Nel 2006 Riva finanziò la campagna elettorale di Bersani con 98mila euro. Il Fatto ha invitato l’ex segretario Pd a resistuirli. Lei che ne pensa?
Più che restituirli, io non li avrei proprio presi. All’epoca credo che Bersani fosse responsabile economico dei Ds: poco dopo sarebbe diventato ministro allo Sviluppo Economico. Non doveva accettare quel denaro: chi controlla (o potrebbe farlo) non deve avere rapporti con i controllati.
Chi combatte per l’ambiente paga dazio in politica? Lei non è stato ricandidato…
Non mi hanno mai impedito di fare nulla. Ma di fatto mi hanno espulso, ritenendomi un corpo estraneo. E avevano ragione: lo sono, rispetto a questo Pd.
Quindi, rimane fuori.
Per ora è il solo modo di combattere certe battaglie. Ma non escludo di tornare: anche perchè sull’ambiente gran parte degli iscritti la pensa come me.
Luca De Carolis
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Maggio 15th, 2013 Riccardo Fucile
QUATTRO ARRESTI PER LE MANOVRE PER OTTENERE L’AUTORIZZAZIONE ALLA DISCARICA ALL’INTERNO DELLO STABILIMENTO
Nuova pioggia di manette a Taranto nell’ambito dell’inchiesta “ambiente svenduto”. 
L’operazione è scattata alle prime luci del mattino. I militari della Guardia di Finanza stanno eseguendo quattro ordinanze di custodia cautelare spiccate dal gip Patrizia Todisco.
Gli arrestati sono: il presidente della Provincia di Taranto, Giovanni Florido, l’accusa sarebbe di concussione; l’ex assessore all’Ambiente Michele Conserva e l’ex segretario della Provincia di Taranto, Vincenzo Specchia, per il quale sono stati disposti i domiciliari.
Tra i destinatari dei provvedimenti di custodia cautelare anche Girolamo Archinà , ex responsabile delle relazioni istituzionali del colosso siderurgico che avrebbe lavorato per agevolare l’attività della grande fabbrica accusata di disastro ambientale.
Ad Archinà l’ordinanza è stata notificata in carcere, l’ex dirigente Ilva è detenuto dal 26 novembre.
Al centro del nuovo terremoto giudiziario le manovre attivate per ottenere l’autorizzazione della discarica “Mater Gratiae”, realizzata in una cava all’interno dello stabilimento Ilva.
Nel sito vengono smaltiti i rifiuti industriali e le polveri prodotte dagli impianti ritenuti la fonte dell’inquinamento killer inquadrato con l’indagine per disastro ambientale.
Quella procedura autorizzativa sarebbe stata viziata da una serie di passaggi sospetti e di pressioni indebite tutte fotografate dall’attività condotte dalle Fiamme Gialle del comando provinciale.
Nel mirino l’attività svolta dagli uffici della Provincia, compente al rilascio delle autorizzazioni ambientali.
In quegli uffici la pratica relativa alla discarica sarebbe stata accompagnata da pressioni illecite che hanno portato alla emissione dei provvedimenti restrittivi. Anche in questo caso regista delle operazioni condotte sottotraccia dall’Ilva sarebbe stato Girolamo Archinà , l’ex potentissimo responsabile dei rapporti istituzionali dell’azienda, in carcere dallo scorso 26 novembre.
Per questo all’ex dirigente è stato notificato in cella un nuovo provvedimento restrittivo.
Ma a far rumore è soprattutto il coinvolgimento di Gianni Florido, presidente della Provincia del Pd. Florido, tarantino di 61 anni con alle spalle una lunga militanza nella Cisl, di cui è stato anche segretario provinciale, è stato eletto per la prima volta nel 2004 e nel 2009 è stato confermato con oltre centomila preferenze.
(da “La Repubblica“)
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Aprile 14th, 2013 Riccardo Fucile
VIA AL REFERENDUM CONSULTIVO, SI SCEGLIE SE LASCIARE APERTO TUTTO O PARTE DELLO STABILIMENTO SIDERURGICO… L’OBIETTIVO DEGLI AMBIENTALISTI, LE RAGIONI DELLA CITTA‘
Comunque vada, non cambierà nulla.
Eppure, dicono, potrebbe cambiare tutto
Alle 12 di oggi aveva votato al referendum consultivo cittadino pro o contro la chiusura parziale o totale dell’Ilva di Taranto, il 4,4 per cento degli elettori.
Lo si apprende dal Comune di Taranto.
La percentuale corrisponde a circa 4300 elettori.
Perchè il referendum sia considerato valido deve raggiungere il quorum del 50 per cento più uno degli elettori, ovvero 86.351 su un corpo elettorale totale di 173.061 di cui 91.101 donne e 81.960 uomini.
I seggi sono aperti da oggi alle 8 e chiuderanno alle 22.
Per ragioni di costo economico, il Comune di Taranto, che per il referendum affronterà una spesa di circa 400mila euro, ha compattato i seggi elettorali, riducendoli da 190 a 82.
Il Comune ha costituito 82 sezioni, in 19 scuole e una nell’ospedale Santissima Annunziata.
Gli elettori di Taranto sono chiamati alle urne per dire se vogliono la chiusura di tutto lo stabilimento dell’Ilva “per tutelare la salute vostra e dei lavoratori dall’inquinamento” o se invece preferiscono la chiusura della sola area a caldo.
In sostanza viene chiesto ai cittadini di risolvere quello che la politica negli ultimi 30 anni non è riuscita a fare: sciogliere la dicotomia più odiosa e assurda, quella tra il diritto al lavoro e diritto alla salute, ammettendo di fatto l’incapacità a realizzare quello che in tutto il resto del mondo accade.
Fare cioè convivere i due diritti, producendo acciaio senza produrre malattie.
Il referendum è consultivo.
Dal risultato il Comune dovrebbe trovare spunto per decidere come comportarsi con l’azienda, pur avendo l’amministrazione comunale solo un potere sanitario.
Ha votato anche il sindaco Ippazio Stefà no alla guida di una maggioranza di centrosinistra: non ha indicato la sua preferenza, ma ha invitato i cittadini ad andare alle urne.
Due sono le schede che vengono consegnate agli elettori, una chiede un sì o un no alla chiusura totale della fabbrica, l’altra un sì o un no alla chiusura parziale.
L’elettore, se lo vuole, può anche chiedere di votare solo per uno dei due quesiti referendari.
Alla chiusura dei seggi si procederà allo spoglio.
Se si dovesse arrivare a una cifra di votanti che va dal 20 al 30 per cento, sarebbe un trionfo, dicono: tutti i partiti politici, con l’esclusione del Movimento 5 stelle e Radicali, parlano di libertà di scelta.
Stessa indicazione dei sindacati. Sel è per la chiusura della solo area a caldo.
Solo i movimenti ambientalisti spingono per il voto, con due sì.
Il significato che c’è dietro quelle schede è fortissimo: c’è la prova della consapevolezza, quella che negli ultimi 20 anni è mancata a Taranto.
Quando Riva veniva condannato a fine anni ’90, le aule di giustizia erano vuote, i giornali lasciavano in pagina un colonnino per riportare la notizia.
Nelle scuole quando chiedevi ai ragazzi cosa volessero fare da grandi, ti dicevano senza pensarci un secondo Ilva.
Oggi alla stessa domanda, “qualcuno vorrebbe lavorare al siderurgico?”, in una scuola superiore nessuno alzerebbe la mano. L’llva era un dogma.
Da qualche tempo è diventato un mostro.
Andare al voto oggi significa oggi per la città esorcizzare una paura, scegliere è probabilmente una sconfitta (“contrapporre diritto alla salute e diritto al lavoro significa fare il gioco dell’azienda, significa far passare il messaggio che le due cose non possono convivere, approvare una bugia” dicono gli avversari più lucidi del referendum oggi), ma fino a qualche anno fa ipotizzare un referendum a Taranto era assurdo, una cosa che potevano dire i pazzi.
Prova ne sia quanto la vecchia Ilva temesse questa consultazione.
Tanto sapevano che il referendum da un punto di vista pratico non avrebbe portato a nulla, tanto però ne conoscevano la portata evocativa.
Non è un caso la telefonata del 29 luglio del 2010 tra il pr dell’Ilva, Girolamo Archinà (oggi in carcere) e il sindaco Ippazio Stefano (che oggi sarà alle urne, ma non ha indicato cosa voterà ).
Dice Archinà : «La data del referendum… la più lontana possibile».
E Stefà no: «Va bene».
Archinà : «Per farci stare un po’ tranquilli».
Stefà no: «Tranquilli, va benissimo, ciao Girolamo».
Si vota oggi.
Chissà se stanno un po’ tranquilli.
Giuliano Foschini
(da “La Repubblica“)
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Gennaio 11th, 2013 Riccardo Fucile
LISTE: VERDI E AMBIENTALISTI QUASI ASSENTI
In attesa del dimezzamento dei parlamentari e della sparizione degli inquisiti, c’è già una
categoria esclusa o quasi dal Parlamento: gli ambientalisti.
Il Pd rinuncia a nomi storici come Roberto Della Seta, che condusse la battaglia dell’Ilva.
Altri partiti non si sono neppure posti il problema.
Quel che resta dei Verdi si dilegua nello schieramento guidato da Ingroia, senza essersi mai lontanamente avvicinato ai consensi e ai risultati raggiunti dai colleghi europei.
Ma il problema non è solo di rappresentanza; è soprattutto di iniziativa politica.
Nelle varie agende l’ambiente latita.
La tutela del territorio, l’inquinamento delle città , persino le energie alternative passano in secondo piano.
Certo, la crisi ingurgita tutto, mette le ragioni della produzione e dello sviluppo davanti al resto.
Ma alla vigilia di elezioni decisive, la difesa dell’ambiente e della bellezza di un Paese prezioso e delicato come l’Italia dovrebbe essere al centro della discussione pubblica. Invece è diventato lo sfondo di profezie di malaugurio, seguite da allegrie di naufraghi scampati.
Negli altri Paesi non è così.
In Germania i Grà¼nen sono da venticinque anni il terzo partito, hanno governato per due legislature accanto all’Spd, guidano con Winfried Kretschmann un Land importante come il Baden-Wà¼rttemberg, che oltre a essere stato uno storico feudo conservatore ospita il più grande polo automobilistico d’Europa.
In Francia i Verdi hanno stabilmente risultati elettorali a due cifre, alle ultime Europee affiancarono i socialisti a quota 16%, e ora condividono vittorie e difficoltà con Hollande.
In America, a parte le campagne di Al Gore, Obama ha voluto al governo Steven Chu, Nobel per la fisica grazie alle sue ricerche sulle energie verdi, e ha affidato l’agenzia per la protezione della natura e l’agenzia per il monitoraggio geologico a due leader storiche dell’ambientalismo come Lisa Jackson e Marcia McNutt.
È vero che il presidente è accusato di non aver mantenuto le promesse sulla lotta all’effetto serra; ma le critiche vengono anche da destra, ad esempio dal sindaco miliardario di New York Bloomberg.
Insomma, nel mondo i Verdi esistono e non sono confinati in una riserva, dialogano con i vari schieramenti, assumono responsabilità .
Sarebbe crudele paragonare tutto questo ai disastri di Pecoraro Scanio.
La questione non è tanto che gli ambientalisti abbiano fallito nel formare il loro partitino, in aggiunta alle varie sigle postcomuniste e postfasciste che ci concederemo alle prossime elezioni.
La questione è che non sono riusciti a ibridare i partiti veri. A diffondere le loro culture.
A imporre un tema che attraversa tutti i campi della nostra vita quotidiana e della nostra attività , dalle politiche industriali alla sicurezza sul lavoro, dalla salute al turismo (possibile motore della ripresa italiana di cui anche si parla poco).
Mentre ai cittadini il tema interessa moltissimo; infatti quando possono occuparsene lo fanno in massa e con determinazione, sia pure nella forma tranchante dei referendum, che riconduce temi complessi come la ricerca sul nucleare e le risorse naturali alla semplificazione talora eccessiva di un sì e di un no.
Una volta ogni dieci anni gli elettori battono un colpo; poi la classe politica lascia ricadere lentamente le polveri.
Anche così si amplia il distacco tra il Palazzo e il Paese.
Aldo Cazzullo
(da “il Corriere della Sera“)
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Dicembre 17th, 2012 Riccardo Fucile
ALLA LUCCHINI SI E’ FERMATO L’ALTOFORNO
Piombino e Taranto hanno mare e acciaio, e un po’ si assomigliano, fatte le proporzioni.
Piombino ha 36 mila abitanti. Di Taranto si sa. Anche Piombino se la vede bruttissima.
Alla Lucchini, 2.100 dipendenti (di cui quattro donne operaie, e sessanta stranieri) più 1.500 dell’indotto, età media 32 anni, giovedì mattina si è fermato l’altoforno, in teoria fino all’11 gennaio.
Spiega Mirko Lami, operaio e sindacalista: «La produzione era già bassa, dunque anche la temperatura della parte inferiore, il crogiolo, sicchè c’è il rischio che la ghisa si rapprenda. Successe già nel 1989, bisognò forare e piazzare la dinamite, poi entrare con le motopale, ma viene giù anche il refrattario e bisogna ricostruire tutto, e costa carissimo. L’altoforno è una bestia larga 14 metri e alta 30, può sfornare 2,3 milioni di tonnellate di ghisa, nell’ultimo anno ne ha tirate fuori solo 1,2 milioni, il minimo. Siamo preoccupati».
Gli impianti siderurgici a ciclo integrale in Italia sono due, Taranto (che di altoforni ne ha cinque, e ne ha appena spento uno) e Piombino.
L’Ilva è, finchè dura, dei Riva.
L’acciaieria di Piombino non è di nessuno, più o meno.
Ha una storia più che secolare, e non tanti anni fa ci lavoravano in ottomila. Privatizzata coi Lucchini, passò ai russi della Severstal (stal, acciaio, come Stalin…), che progettarono un nuovo altoforno, tre milioni di tonnellate: «Ci lavorammo sei mesi, e nel 2008, all’arrivo della crisi, in tre giorni liquidarono tutto».
Il magnate Mordashov, troppo ricco per essere visibile a occhio nudo, l’ha passata per un euro a un pool di nove banche creditrici, le quali, oltre che ristrutturare il debito, non sanno che farne.
Ci si può vedere una conferma della fine del ciclo integrale per l’acciaio: affare di Cina e India, mentre nei Paesi rottamatori è il tempo dei forni elettrici.
«Ma solo noi fabbrichiamo le rotaie dell’Alta velocità , 108 metri senza saldatura — avverte Mirko, che un certo orgoglio da produttore ce l’ha – Il rottame è intriso di impurità , e i forni elettrici arrivano solo a 1200 gradi; l’altoforno tocca i 1700 gradi, così da bruciare le impurità ». (Tutti i binari italiani sono venuti da qui. Oscar Sinigaglia aveva profetizzato nel 1946: «Verrà un giorno in cui le rotaie saranno fabbricate in un determinato acciaio speciale…».
L’ha raccontato su Repubblica Alessandra Carini il 3 dicembre: L’Ilva e il made in Italy). Piombino e Taranto sono anche differenti.
A Piombino non c’è la diossina, che viene soprattutto dall’agglomerazione (riservata alla Ferriera, stessa proprietà , nel centro di Trieste): dall’Ilva di Taranto proviene più del 90 per cento delle diossine industriali emesse in Italia!
Michele Riondino, tarantino figlio dell’Ilva e primattore del film tratto dal romanzo di Silvia Avallone, Acciaio, dopo aver girato dentro la Lucchini commenta: «Vedere come qui rispettano le direttive europee sulle emissioni inquinanti è stato uno shock».
A ridosso di qualche malumore piombinista contro il romanzo, in cui i giovani operai si drogano, si fece notare che ci sono controlli stretti del Sert e l’alcol test dell’Asl a ogni turno, tasso zero.
Ci sono anche alla Lucchini dei parchi minerali scoperti, e nei giorni di scirocco lo spolverio arriva alle case operaie di Cotone e Poggetto.
Ma complessivamente a Piombino — che ha altri due stabilimenti siderurgici storici, la Magona, laminazione ora della Mittal, 650 addetti e a mezzo regime, e la Dalmine, tubificio dei Rocca, 140 addetti – non c’è contrapposizione fra città e fabbrica.
Il 19 novembre diecimila persone sfilarono per il lavoro con tutti i negozi chiusi per solidarietà .
A ottobre fu il sindaco, Gianni Anselmi, con tre operai, ad arrampicarsi su un tetto della Lucchini perchè il governo si decidesse a incontrarlo.
Era buffo, per chi lo conosce serio serio, vederlo appollaiato lì sopra.
Anselmi ha 45 anni, è al secondo mandato: «Il mio primo giorno da sindaco, nel giugno del 2004, morì alla Lucchini un operaio, folgorato da una scarica elettrica, Giancarlo Frangioni. Fu come un monito per me».
Il governo, dunque.
«Nessuno di noi è statalista — dice Alessio Gramolati, segretario della Cgil toscana – ma non si può pensare di far vivacchiare la siderurgia
senza un piano industriale nazionale ».
In realtà , ne occorrerebbe uno europeo. «Veniamo dalla chiusura di nove altoforni in Europa, ne sono rimasti tredici, in Italia sei, cioè cinque, cioè quattro e mezzo. È l’ora di ridistribuire la produzione. A Taranto, benissimo che vada, ci sarà un forte ridimensionamento, non imposto dal mercato. Terni è già andata coi finlandesi, un terzo in Germania, uno dismesso, uno svenduto. Sotto una soglia la siderurgia non è più conveniente: il governo non sa fissare questa soglia.A Piombino solo un progetto nazionale potrebbe affrontare il revampingdell’altoforno, il restauro e l’ammodernamento, per una domanda più alta».
Si abusa dell’aggettivo “strategico”, ma si lascia andare tutto alla deriva.
«Le aziende commissariate, in Italia, erano casi straordinari: oggi sono cinquecento, e grosse».
Piombino chiede l’amministrazione straordinaria e la nomina di un commissario governativo.
Le banche non ci credono.
Il governo — che ormai c’era una volta – concorda, ma non decide. Il “Garante”, ancora fantomatico, del decreto per l’Ilva dovrebbe piuttosto diventare un organismo capace di coordinare l’intera siderurgia italiana. Trieste è — troppo tardi – sull’orlo della chiusura.
La ex Severstal ha ancora quattro fabbriche in Italia: quella “buona”, di Bari, è riuscita a venderla agli slovacchi per fare cassa: produce sofisticati aghi da scambi ferroviari, che durano il doppio dei concorrenti.
La Toscana del presidente Enrico Rossi ha candidato Piombino come «area di crisi complessa» secondo il decreto sviluppo che da ieri è legge, e riguarda le aree industriali specializzate in cui c’è stata una forte presenza pubblica. Dice il sindaco: «Abbiamo anche la più grande centrale termoelettrica Enel, va solo d’estate, hanno tentato di convertirla a carbone, ci siamo sempre opposti: ha accanto le spiagge a bandiera blu fino a Follonica. Noi dobbiamo tenere assieme l’industria con l’archeologia e la bellezza di Baratti e la città vecchia e le 850 mila presenze turistiche. Lucchini occupa il 60 per cento del sito di bonifica, ostacolando ogni iniziativa di conversione del territorio. Questa invadenza può rovesciarsi in un’occasione per il riuso, gli spazi portuali. Le banche non sono un interlocutore: o un vero imprenditore siderurgico con un piano efficace, o un commissario — non certo i furbacchioni che volteggiano sopra le agonie industriali, e anche nel nostro cielo».
Chiedo dei rapporti in fabbrica, a confronto con l’autoritarismo dell’Ilva, i suoi operai scomodi confinati, i sindacati irretiti a suon di milioni nella ragnatela padronale.
«I Lucchini avevano la mano pesante, venivano dal tondino, da Brescia, come i Riva, nemici giurati. È stata dura».
Dice Mirko: «Un paio d’anni a contare i gabbiani li ho passati anch’io: ancora un po’, e mi sarei laureato ».
Quanto alle elargizioni per addomesticare sindacati e amministratori, il sindaco ride: «Per strappare 20 mila euro ai russi per il Piombino di calcio ho sudato sette camicie».
Adriano Sofri
(da “la Repubblica”)
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Dicembre 12th, 2012 Riccardo Fucile
IL GIP DICE NO AL DISSEQUESTRO DELLE MERCI, L’ILVA MINACCIA 4.000 LICENZIAMENTI, CLINI SI PIEGA COME SEMPRE AI RIVA
Il giudice nega il dissequestro dei prodotti già lavorati. 
L’azienda risponde: «Valgono un miliardo di euro. Da oggi siamo costretti a mettere in cassa integrazione quattromila operai, oltre i mille e 200 già a casa».
Il governo corre ai ripari: «Oggi approveremo un decreto esplicativo per chiarire che la facoltà di commercializzazione riguarda anche le merci prodotte prima dell’entrata in vigore del decreto salva-Taranto e attualmente sotto sequestro».
Qualcuno lo chiama ricatto. Altri scontro tra poteri. Altri ancora, partita a scacchi. Certo è che il bubbone dell’Ilva non è affatto finito.
E anzi si è trasformato in contagio: da Taranto a Genova, da Salonicco a Tunisi l’Ilva ha annunciato che migliaia di persone da oggi rimarranno senza lavoro.
La partita è cominciata in mattinata quando il gip, Patrizia Todisco, ha rigettato la richiesta di dissequestro avanzata dall’Ilva sul materiale prodotto prima dell’entrata in vigore del “decreto salva Taranto” che di fatto ha scavalcato il provvedimento della magistratura, concedendo all’azienda la facoltà d’uso con tanto di produzione e commercializzazione.
Si tratta di circa un milione e 700mila tonnellate di acciaio, «dal valore — dicono dall’azienda — di circa un miliardo di euro».
«Quello per noi — ha spiegato però il gip, accogliendo il parere negativo della procura al dissequestro — è un corpo di reato e nessuna legge è mai stata retroattiva».
Quindi, quell’acciaio non si può vendere.
In serata la reazione durissima dell’azienda con un comunicato che ha gelato tutti, sindacati compresi. «Tutta la produzione giacente in stabilimento, generata prima e dopo la data del 26 luglio 2012 e fino al 2 dicembre 2012, non potrà essere inviata agli altri stabilimenti del gruppo per le successive lavorazioni o consegnata ai clienti finali. Questo significa che da ora e a cascata per le prossime settimane circa mille e 400 dipendenti rimarranno senza lavoro. Il numero di questi lavoratori si andrà a sommare ai già mille e 200 attualmente in cassa integrazione».
Questo per quanto riguarda Taranto. «Si fermeranno poi a catena — continuano — gli impianti Ilva di Novi Ligure, Genova Racconigi e Salerno, dell’Hellenic Steel di Salonicco, della Tunisacier di Tunisi e di diversi stabilimenti presenti in Francia nonchè tutti i centri di servizio Ilva, come Torino Milano e Padova, e gli impianti marittimi di Marghera e Genova.
Tutto ciò comporterà una ricaduta occupazionale che coinvolgerà un totale di circa duemila e 500 addetti.
Le ripercussioni maggiori si avranno a Genova e Novi Ligure dove nell’arco di pochi giorni da oggi, saranno coinvolte circa 1.500 persone (1.000 su Genova e 500 su Novi Ligure)». «Ma a noi hanno detto — spiega la Fiom da Genova — che sino al 7 gennaio comunque si lavora».
In ogni caso, vista la posizione durissima dell’azienda, in tarda serata il governo ha deciso di intervenire scavalcando ancora una volta la magistratura.
«Il Consiglio dei ministri ha deciso di presentare un emendamento interpretativo al decreto salva-Taranto» ha spiegato il ministro dell’Ambiente, Corrado Clini, che oggi illustrerà il testo alla Camera.
«Con l’emendamento — continua — si chiarisce che la facoltà di commercializzazione dei manufatti da parte dell’Ilva, riguarda anche quelli prodotti prima dell’entrata in vigore del decreto salva-Taranto e attualmente sottosequestro».
Il governo quindi dirà ai giudici di dissequestrare anche il prodotto finito e, inevitabilmente, si aprirà un conflitto alla Corte Costituzionale.
«Esattamente quello che si doveva evitare — commenta il presidente della Regione, Nichi Vendola — L’Ilva deve finire dinanzi al suo giudice naturale: il disastro ambientale non è una fatalità ma una catena di reati. Ora l’Ilva reagisce drammatizzando lo scontro, e questo non è un bene. E un qualsiasi salvataggio non può che essere subordinato alla affermazione del primato non negoziabile del diritto alla salute della città di Taranto».
Ma non è soltanto Taranto a soffrire la situazione occupazionale.
Proprio oggi scatteranno 2.300 cassa integrazioni a Piombino, la seconda acciaieria italiana dopo Taranto.
Giuliano Foschini
(Da “La Repubblica“)
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Dicembre 11th, 2012 Riccardo Fucile
PER NON DANNEGGIARE GLI INTERESSI DELL’ILVA, SI PENSA DI TRASFERIRE GLI ABITANTI: E’ LA LOGICA DEL BELPAESE… POI CI CHIEDIAMO PERCHE’ NON SIAMO CREDIBILI A LIVELLO INTERNAZIONALE
Evacuare il quartiere Tamburi, quello più vicino all’Ilva, e trasferire i 20mila residenti in una nuova zona della città , una new town.
A lanciare la proposta è stato il ministro dell’Ambiente, Corrado Clini. «L’evacuazione – ha detto – è una delle possibilità . Sappiamo che le caratteristiche abitative del quartiere sono tali per cui alcune aree risultano più esposte. Queste possono essere evacuate, ovviamente se gli abitanti sono disponibili ».
Quella di Clini non è esattamente una boutade.
Nel senso che fa riferimento a un’idea già strutturata dal sindaco, Ippazio Stefano, nei mesi scorsi. «L’idea – aveva detto Stefano – è quella di mettere a disposizione del Comune le aree di proprietà demaniale, un tempo a disposizione della Marina Militare, ormai in disuso ».
Il progetto riguardava in particolare le cosiddette case parcheggio, un enorme condominio a pochi passi dalle ciminiere del siderurgico.
«In quei tuguri – spiega il sindaco – vivono più di duecento famiglie in condizioni di enorme disagio. L’inquinamento nel loro caso è un’aggravante. Se il governo accogliesse la mia proposta ci vorrebbe poco per regalare una casa dignitosa a questa gente».
Ora Clini è andato oltre, proponendo uno spostamento dell’intero quartiere.
Dietro l’idea in realtà c’è anche una paura che l’Ilva e gli enti locali hanno ben chiara da qualche settimana a questa parte.
La storia è quella delle 149 cause civili presentate da cittadini del Tamburi contro l’Ilva lamentando il deprezzamento delle loro abitazioni.
Cifra richiesta, nove milioni di euro.
Nel giro di pochi giorni si è aggiunta un’altra trentina di cittadini, il giudice ha nominato un perito esterno per valutare il danno effettivo: se fosse confermata la tesi dei denuncianti (ed è difficile che possa accadere il contrario, viste le perizie chimiche e sanitarie che documentano che a causare l’inquinamento sia stato proprio lo stabilimento siderurgico) Ilva sarebbe chiamata a un importantissimo sforzo economico.
E non potrebbe essere la sola.
Lo stabilimento ha già chiamato nel procedimento la Provincia e lo stesso potrebbe fare con gli altri enti: «Noi – dice l’Ilva – abbiamo sempre lavorato con tutte le autorizzazioni in regola».
Quindi, la difesa, se abbiamo creato danni, la colpa non è nostra ma al massimo di chi ci ha autorizzato.
La cifra del risarcimento è destinata a salire in maniera importante: secondo una stima dell’associazione ambientalista Peacelink, sino a sei miliardi.
«Ma se pensano di evacuare il quartiere Tamburi – attacca l’avvocato Filippo Condemi, che sta seguendo la causa civile – vuol dire che non hanno alcuna intenzione di coprire i parchi naturali. Quindi, ci stanno prendendo in giro. E una mossa del genere non li salverebbe dal risarcimento civile che devono ai tarantini».
La proposta di Clini non piace nemmeno all’assessore regionale all’Ambiente, Lorenzo Nicastro.
«Non so se il ministro è in possesso di dati diversi da quelli in possesso della Regione Puglia. Francamente io trasecolo. Si crea così – afferma Nicastro – un allarmismo assolutamente ingiustificato rispetto ai dati in nostro possesso. Se poi il ministro ha dati diversi lo deve dire. Allora facciamo evacuare il rione Tamburi, poi Taranto e poi la Puglia…».
Duro anche il commento delle associazioni ambientaliste: «Ma Clini è lo stesso che diceva che con l’Aia il problema inquinamento a Taranto sarebbe stato risolto? Le sue dichiarazioni sono molto gravi e preoccupanti».
Resta la nostra considerazione finale: l’Ilva va chiusa e risanata, ci vorrà il tempo che ci vorrà ma potrà tornare a produrre solo quando non determinerà morte.
Nel frattempo lo Stato deve garantire il pagamento degli stipendi: semplicemente sequestrando tutti i beni della famiglia Riva, in Italia e all’estero, e attingendo quindi ai soldi che la proprietà ha lucrato sulla pelle di esseri umani.
Tutto il resto è muffa.
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Dicembre 1st, 2012 Riccardo Fucile
A MONTI E’ INVECE PERMESSO DI VIOLARE LE NORME GIURIDICHE: SOLO RIESAME E CASSAZIONE POTEVANO RIBALTARE L’ORDINANZA DEL GIP… QUALCUNO SI PORTERA’ I MORTI SULLA COSCIENZA
Fiato alle trombe e ai tromboni, arriva il decreto “salva-Ilva”.
Breve riassunto delle puntate precedenti.
I giudici di Taranto accertano che, producendo acciaio con gli attuali impianti “a caldo”, l’azienda inquina e uccide; quindi gl’impianti vengono sequestrati e possono restare accesi solo per essere risanati, ma non per produrre altro acciaio, altrimenti il delitto di disastro colposo e omicidio colposo plurimo continua e la magistratura ha il dovere di impedirlo; se e quando gli impianti fuorilegge — l’arma del delitto — saranno finalmente a norma, cioè smetteranno di avvelenare e ammazzare, potranno tornare a produrre.
Il governo dice: l’Ilva s’è impegnata a investire subito 4 miliardi (a fronte di 3 miliardi di utili accumulati in 17 anni) per bonificare gli impianti, quindi può riprendere subito a produrre mentre li risana; se poi non mantiene i patti, il governo gliela fa vedere lui e magari sostituisce i Riva con qualcun altro.
È un po’ come se ci fosse un maestro pedofilo che ogni giorno molesta i bambini in classe.
I giudici lo arrestano per impedirgli di molestarne altri.
Ma il governo fa un decreto per rimandarlo a scuola, a patto che nel frattempo si impegni a curarsi: se poi non si cura e continua a molestare bambini, verrà sostituito.
Già : e ai genitori dei nuovi bimbi molestati chi glielo spiega?
Il decreto salva-Ilva è ancora peggio.
Perchè nessuno dei contraenti dell’accordo è credibile.
Non lo sono i Riva, che si sono impegnati infinite volte a mettere a norma i loro impianti e non l’hanno mai fatto.
Non lo è il presidente Bruno Ferrante, prefetto: a luglio il giudice impose il blocco della produzione nelle aree “a caldo” e ora si scopre che quell’ordine fu violato dall’azienda presieduta da Ferrante, che continuò a produrre (dunque a inquinare), tant’è che il gip ha dovuto sequestrare tonnellate di acciaio che non dovrebbero esistere (corpo del reato).
A Servizio Pubblico, l’incredibile Clini ha detto che “il presidente Ferrante s’è impegnato”.
Me’ cojoni , dicono a Roma.
E naturalmente il governo se l’è bevuta (tanto, quando si scoprirà che è l’ennesima truffa, il governo sarà un altro).
Ecco, non è credibile neppure il governo.
Uno dei registi del decreto è Passera, che ai tempi di Intesa prestava soldi a Riva e lo reclutava per la cordata Alitalia: un ministro super partes.
C’è poi la palese incostituzionalità del decreto che dissequestra impianti sequestrati da un gip con un’ordinanza che, in uno Stato di diritto, può essere ribaltata solo al Riesame e in Cassazione.
Non a Palazzo Chigi e al Quirinale.
Se una porcata del genere l’avesse fatta B., che osò molto ma non al punto di cancellare sentenze per decreto (ci provò con Eluana, ma fu stoppato dal Colle), avremmo le piazze e i giornali pieni di costituzionalisti, giuristi, intellettuali e politici “democratici” sdegnati che sventolano la Costituzione. Invece la fanno Monti e Napolitano, quindi va tutto bene.
Corriere : “Decreto del governo per riaprire l’Ilva. Monti: coniugare lavoro e salute” (impossibile: l’Ilva se produce uccide).
Repubblica : “Ecco il decreto per l’Ilva. Monti: nessuna polemica coi pm” (infatti cancella l’ordinanza di un gip).
Sole 24 Ore: “Ilva, dissequestro per decreto. Monti: nessun contrasto coi magistrati”.
Avvenire : “Decreto per salvare l’Ilva ed evitare un flop da 8 miliardi l’anno”. Messaggero : “Monti sull’Ilva: a rischio 8 miliardi”.
La Stampa: “Ilva, un garante per ripartire”.
Il Foglio : “Il governo tecnico soccorre l’Ilva (e la siderurgia) per decreto”. Libero : “Decreto per riaccendere l’impianto tutelando la salute” (sì, dei Riva). La fu Unità : “Ilva, decreto per salvare 8 miliardi. Tutela della salute e controllo indipendente del risanamento ambientale”.
Altro che corrompere i giornalisti: qui ormai c’è chi viene via gratis.
Perepè perepè perepè.
Marco Travaglio
(da “Il Fatto Quotidiano“)
argomento: Ambiente, denuncia, governo, Monti, radici e valori, sanità | Commenta »
Novembre 29th, 2012 Riccardo Fucile
LA LEGGE AUTORIZZA LA PRODUZIONE ED ESCLUDE I CUSTODI…LA PROCURA DI TARANTO PENSA AL RICORSO ALLA CONSULTA
Il decreto “salva-Ilva” non è una sorpresa per la Procura di Taranto. 
I magistrati che indagano i vertici aziendali per disastro ambientale lo avevano messo in conto. Non esprimono opinioni ufficiali, ma qualche commento trapela nei corridoi del tribunale di via Marche.
A sollevare le maggiori perplessità è il fatto che il provvedimento legislativo, se approvato, possa annullare di fatto il pericolo “attuale e concreto” che incombe sugli operai e sui cittadini di Taranto.
Un pericolo per il quale la magistratura ionica ha disposto il sequestro senza facoltà d’uso, confermato dal Tribunale del Riesame e contro il quale non è mai stato depositato ricorso in Cassazione.
Un provvedimento giudiziario, quindi, divenuto definitivo che viene cancellato da un colpo di mano del governo, ormai palesemente alleato dello stabilimento siderurgico.
La diffusione incontrollata di polveri dal parco minerali, ad esempio, non diminuirebbe, ma diventerebbe legale per 24 mesi in attesa che l’azienda realizzi la copertura dell’area.
Chi tutelerebbe quindi gli operai e gli abitanti del quartiere Tamburi colpiti ogni anno da 668 tonnellate di polveri?
Non la Procura, perchè “la responsabilità della conduzione degli impianti dello stabilimento Ilva di Taranto” è, secondo quanto si legge nella bozza del decreto, imputabile “esclusivamente all’impresa titolare dell’autorizzazione all’esercizio degli stessi sotto il controllo dell’autorità amministrativa competente”.
Più semplicemente: controllare le emissioni inquinanti e le eventuali conseguenze per lavoratori e cittadini, è un compito che non compete più alla magistratura penale.
Se il governo, quindi, dovesse approvare il decreto autorizzando “la prosecuzione dell’attività ” l’Ilva riprenderebbe a produrre e, quindi, a inquinare favorendo il protrarsi di emissioni che, secondo i periti del Tribunale, diffondono malattia e morte.
Il governo, giuridicamente, consentirebbe alla fabbrica di reiterare il reato.
L’autorizzazione integrata ambientale rilasciata il 26 ottobre scorso allo stabilimento, una volta assorbita dal decreto, si trasformerebbe in un pericoloso “lasciapassare” che per due anni esporrebbe i cittadini e gli operai a un inquinamento temporaneamente legalizzato.
Non solo.
Il provvedimento passerebbe sopra alcuni principi costituzionali, come il diritto alla salute, tutelato dall’articolo 32 e sacrificato a Taranto sull’altare dell’iniziativa economica privata.
A rischio sarebbe anche l’obbligatorietà dell’azione penale dei pm che, ad esempio, non potrebbero intervenire all’interno dello stabilimento per violazioni di norme ambientali.
Per questo la Procura, quando arriverà la richiesta di dissequestro, potrebbe ricorrere alla Consulta.
Aspetti che forse il ministro dell’ambiente Corrado Clini ha ritenuto di secondaria importanza rispetto alla necessità di garantire all’Ilva la capacità produttiva.
“La chiusura dell’Ilva di Taranto — ha infatti dichiarato il ministro — ha effetti sociali enormi: è da irresponsabili, in questo momento, lasciare senza reddito 20mila famiglie, per la maggior parte nel sud d’Italia”.
Per risolvere la questione Taranto, secondo Clini, “ci vorranno circa 3 miliardi di euro” secondo il piano presentato dall’Ilva e approvato dal ministro che, però, ha aggiunto “ci aspettavamo che il piano di interventi cominciasse ad essere efficace due giorni fa, lunedi scorso”.
La possibilità di ricorrere al decreto “salva-Ilva” ha suscitato la reazione di alcuni parlamentari. “A causare il rischio di chiusura degli impianti è stata la gestione illegale della famiglia Riva — ha commentato Felice Belisario, dell’Idv — che ha messo il profitto davanti agli interessi dei cittadini. La magistratura è intervenuta per fermare il disastro ambientale e sanitario di Taranto, mentre Clini si preoccupa solo di offrire un salvacondotto all’azienda”.
Duro anche Angelo Bonelli dei Verdi secondo il quale “il governo si sta dimostrando insensibile rispetto all’emergenza sanitaria della città : per chi si ammala e muore, per i bambini che nascono già con i tumori o per la diossina nel latte materno che si trasforma in veleno non ci sono stati Consigli dei ministri straordinari o decreti”.
Bonelli ha parlato di “un golpe nei confronti della legislazione ambientale” per “cancelare i reati” e “modificare il codice di procedura penale”.
Un fatto non nuovo, comunque, nel Paese delle leggi ad personam che ora vanta anche le leggi “ad Ilvam”.
Francesco Casula
(da “Il Fatto Quotidiano”)
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