Novembre 3rd, 2011 Riccardo Fucile
LA TESTIMONIANZA DI UN POLIZIOTTO DELLA “STRADALE” CHE DESCRIVE LE VICISSITUDINI DI UNA SOTTOSEZIONE LIGURE CHE HA DOVUTO AFFRONTARE I MOMENTI TRAGICI DELL’ALLUVIONE
Delle tante storie da raccontare della triste tragedia che ha colpito la Liguria, c’è anche quella della sottosezione della Polizia Stradale.
Una caserma duramente coinvolta, sommersa dal fango, privata dei più elementari mezzi per operare adeguatamente: acqua , corrente e riscaldamento senza parlare del totale isolamento dovuto alle difficoltà di comunicazione sia via radio che telefoniche.
Lo scenario che si parava davanti mostrava detriti e fango dappertutto.
Difficile operare in certe situazioni ma nonostante ciò i ragazzi della sezione hanno prestato servizio sia in autostrada (scortando i mezzi di emergenza sulla A12 gravemente lesionata) che nelle operazioni di soccorso, lavorando anche 15-20 ore filate, fino a casi di addirittura le oltre 24 ore, quasi senza sosta.
Già il solo recarsi a lavorare era un’avventura: non potendo percorrere le strade ordinarie si doveva transitare per l’autostrada chiusa, passando sui detriti e tra i guard rail abbattuti, con il rischio di nuovi crolli e di finire quindi negli strapiombi delle autostrade liguri.
L’impegno profuso in ambito autostradale è stato quello principalmente di scortare i numerosi mezzi di soccorso in quanto la situazione era realmente pericolosa ed era fondamentale avere l’appoggio di qualcuno che conoscesse perfettamente il posto, nel tentativo di evitare che oltre a rischiare di non giungere a destinazione, i soccorritori rischiassero la vita.
Nel paese, gli appartenenti a questa caserma si sono distinti per il soccorso portato alla comunità , ininterrottamente, trasportando bimbi e anziani dalle proprie famiglie, rimuovendo fango e detriti, nel tentativo soprattutto di rappresentare il primo intervento dello Stato in attesa di aiuti esterni certamente più numerosi ed attrezzati.
Per ovvi motivi al momento non si può entrare nel dettaglio dei singoli casi, delle singole vicende, ma ci sarebbero molte storie da raccontare con protagonisti i tanti soccorritori delle Forze dell’Ordine, delle Forze Armate, dei Vigili del Fuoco e dei Volontari.
Nella sua tragedia infatti, questa vicenda è stata anche una lezione.
In mezzo ad un disastro, alla devastazione come si fa a scorgere qualche cosa di bello? Quando si vede la fine del vivere quotidiano di tante persone, troppe, conosciute o no. Eppure vedere il sacrificio della gente che vuole ripartire, l’arrivo in massa da Lombardia e Piemonte dei Vigili del Fuoco, della Polizia e dei Carabinieri del posto che vanno avanti ore e ore senza soluzione di continuità .
Non so se arriveranno le polemiche, certo si sa che il coordinamento non è sempre stato pronto nè perfetto, comprensibile se gli eventi ti prendono alla sprovvista, ma personalmente posso dire della felicità che provi quando riporti un figlio alla madre o quando riesci a trovare qualcuno che con una semplice idrovora risolve il grosso problema di una famiglia temporaneamente senza casa.
Gli occhi, gli sguardi di queste persone ti ripagano piu di mille premi straordinari e grazie che tanto non verranno.
Nel nostro piccolo la priorità è stata il ripristino del “sistema Italia”, ovvero restituire viabilità ad una importante strada del nostro paese.
Alla fine di questa vicenda ricorderò gli abbracci ai ragazzi della zona che non sapevo che fine avessero fatto e agli sconosciuti soccorsi e cercherò di dimenticare le polemiche di quei pochi estranei.
La natura ha travolto e distrutto i nostri paesi e le nostre arterie stradali, percorse per giorni dagli sparuti gruppi di automobili e mezzi di soccorso scortati da noi fino all’ultimo goccio di benzina e gasolio.
Passerotti che tranquillamente saltano sull’asfalto e la fitta vegetazione della Val di Vara che trasportata dalla tragedia giace ai bordi e spesso in carreggiata.
Personalmente mi ha dato un senso di smarrimento vedere la mia caserma “inginocchiata”, indifesa, violata, spenta.
E’ una sensazione brutta, strana, sbagliata.
So che le vere tragedie sono state altre ma un piccolo pensiero non può non andare al proprio amato lavoro e a chi in questi giorni, in condizioni del tutto precarie si è speso nel più profondo impegno.
Toccato il fondo si cercherà di ripartire sperando che la gente non abbia ancora a soffrire e che più nessuno abbia da vedere e subire un’altra simile violenza brutale.
Un saluto da un Poliziotto in mezzo alla catastrofe.
argomento: Ambiente, Costume, emergenza, polizia, radici e valori | Commenta »
Ottobre 25th, 2011 Riccardo Fucile
CADE UN MURO MA SALTANO ANCHE I FONDI PER LE ASSUNZIONI… TUTTI I PIANI DI RECUPERO SI SONO ARENATI….MINISTERO IN STATO CONFUSIONALE
A Pompei si guardava intensamente il cielo.
Appena diventava grigio, tornava l’incubo della pioggia che gonfiava d’acqua il terrapieno dietro i muri di via dell’Abbondanza.
Dal 6 novembre 2010, quando venne giù la Schola Armaturarum (Domus dei Gladiatori), è passato un anno.
Ma poco è cambiato.
Promesse, giuramenti: non è arrivato neanche un soldo di quelli annunciati più volte e neanche un’assunzione è stata avviata.
E così il sito – sessantasei ettari di cui quarantaquattro scavati, stesi sotto un cielo nero e ostile – è rimasto senza le protezioni che erano state assicurate dopo che lo sbriciolarsi dei muri aveva scioccato il mondo intero.
Mercoledì 26 arriva a Pompei il commissario europeo Johannes Hahn che dovrebbe dare il via libera allo stanziamento di 105 milioni di euro.
Una somma che, stando ai trionfalismi del ministero, sembrava già nei cassetti da mesi. «Gravissima è la responsabilità dei Beni culturali di non avere saputo proporre alcuna soluzione: nè in termini economici nè di risorse umane», è il commento di Maria Pia Guermandi del Consiglio nazionale di Italia Nostra.
Tutti sono d’accordo, almeno a parole, che solo una capillare, costante manutenzione ordinaria può mettere al riparo Pompei dai disastri.
È scritto in un piano redatto dalla Soprintendenza e approvato dal ministero. Lo ha ribadito il rapporto dell’Unesco, che rinvia ma non cancella l’ipotesi di inserire gli scavi vesuviani nella lista dei beni in pericolo.
Ma i mezzi e gli uomini a disposizione della Soprintendenza diretta da Teresa Cinquantaquattro non bastano. «In un anno abbiamo completato la mappatura di tutto lo scavo e cercato di tamponare le situazioni di massima emergenza. Ma senza quei 105 milioni e senza assunzioni i progetti di messa in sicurezza e di restauro non possiamo realizzarli», spiega la soprintendente.
E così prima il ministro Giancarlo Galan, poi il sottosegretario Riccardo Villari sono arrivati ad ammettere che davvero un’abbondante pioggia avrebbe potuto di nuovo trascinare con sè terra, fango e muri antichi.
Almeno le profezie al ministero le azzeccano.
L’ultima mazzata si è abbattuta giovedì sera al Senato. Dove è stato stralciato dal disegno di legge di stabilità , approvato cinque giorni prima dal Consiglio dei ministri, il comma sulle assunzioni di nuovo personale a Pompei.
Non c’entrava niente con quel ddl e ora seguirà un iter autonomo. «Al ministero sono in stato confusionale», commenta Guermandi.
E così affinchè arrivino una ventina fra archeologi e tecnici (ma all’inizio si diceva una trentina) occorre aspettare ancora.
E intanto la situazione si è fatta disperata.
Mancano vigilanti e non si riesce a coprire tutti i turni.
Il laboratorio degli affreschi conta su tre restauratori soltanto. Gli archeologi sono sei, gli architetti sette e oltre che a Pompei lavorano a Ercolano, Oplonti e Stabia.
Gravissime sono le carenze fra i capotecnici, figure essenziali per vigilare i cantieri, che così sono affidati integralmente alle ditte esterne.
È un anno che si parla di nuove assunzioni.
I rinforzi erano garantiti dal decreto legge approvato ad hoc per tacitare lo scandalo pompeiano nel marzo scorso. Sono stati sbandierati prima da Sandro Bondi e poi da Galan come il segno di una risposta forte dello Stato.
Recentemente è stato Villari, new entry nel governo e ora investito di una delega speciale per Pompei e l’area napoletana (ha anche aperto un ufficio in Castel dell’Ovo, sul lungomare partenopeo) a indicare e poi spostare in avanti le scadenze: fine settembre, fine ottobre…
Ma non è accaduto nulla. Eppure c’erano graduatorie pronte, frutto di un concorso svoltosi due anni fa. Archeologi e architetti idonei erano in attesa di chiamata.
Altro capitolo doloroso, quello dei soldi.
Ancora nei giorni scorsi Villari “si augurava” che i 105 milioni sarebbero stati “scongelati” in occasione della visita del commissario europeo.
Teresa Cinquantaquattro insiste: «Allo stato attuale abbiamo speso solo i pochi soldi della Soprintendenza. Tutto quel che avevamo è impegnato».
Ma la macchina burocratica sarà lenta e complessa.
Un ruolo negli interventi a Pompei lo avrà anche Invitalia, società pubblica a metà fra il ministero dell’Economia e quello guidato da Fitto. La cui mission, come si legge sul sito, c’entra poco con l’archeologia: favorire l’attrazione di investimenti esteri, sostenere l’innovazione e la crescita del sistema produttivo, valorizzare le potenzialità dei territori.
La comparsa sulla scena pompeiana di Invitalia è recente: nel decreto di marzo si parlava dell’apporto di un’altra società , Ales, questa sì di proprietà dei Beni culturali.
Ma a Pompei nutrono anche altri timori.
Villari, sempre lui, ha fatto capire che i soldi promessi da un gruppo di investitori francesi (che potrebbero arrivare a 200 milioni) sono legati a una serie di iniziative fuori del sito archeologico promosse da imprenditori napoletani.
Che, tradotto, vuol dire infrastrutture, alberghi e altro.
Oltre alla pioggia, su Pompei potrebbe abbattersi un diluvio di cemento.
Francesco Erbani
(da “La Repubblica”)
argomento: Ambiente, arte, Costume, denuncia, economia, governo, Politica, radici e valori | Commenta »
Ottobre 22nd, 2011 Riccardo Fucile
L’ENNESIMO CEDIMENTO AVVENUTO VICINO A PORTA NOLA, IN UN SETTORE APERTO AL PUBBLICO… LEGAMBIENTE: “NON BASTANO LE INTENZIONI, OCCORRONO FATTI”
I carabinieri di Pompei (Napoli) hanno sequestrato ieri sera una piccola area a nord degli scavi archeologici dove si è verificato il crollo di un muro romano realizzato con la tecnica “Opus incertum”.
Il cedimento è avvenuto nei pressi di Porta di Nola vicino la cinta muraria della città antica, giovedì notte, in seguito al violento nubifragio che ha flagellato l’area vesuviana, ma si è saputo solo stamani.
A crollare è stata la parte superiore di un paramento murario romano realizzato, appunto, in “opus incertum”, in una zona aperta al pubblico.
A terra ci sono circa tre metri cubi di macerie.
Il cedimento si è verificato a quasi un anno di distanza dal crollo della Schola Armaturarum e non ha provocato danni a persone nè ad altre strutture.
“Sono di fronte a questo muro e in parte sono un po’ sollevato: non si può parlare di crollo, è solo una scorticatura ma fa male, è un campanello di allarme da non sottovalutare”.
Così il Sottosegretario ai Beni Culturali Riccardo Villari, da Pompei, racconta quanto avvenuto negli scavi della città romana.
Villari rassicura quindi sull’entità del danno ma non per questo allenta la tensione sul futuro di Pompei: “Abbiamo messo in campo le azioni giuste ma non sono soddisfatto, dobbiamo fare di più, dobbiamo fare presto”, aggiunge.
“Ho più volte pubblicamente espresso tutta la mia preoccupazione per gli effetti che avrebbero potuto provocare le prime violenti piogge su Pompei. Proprio per questo abbiamo lavorato per presentare al commissario europeo un piano efficace per il recupero e la messa in sicurezza del sito ed abbiamo disposto un affiancamento, già operativo, alla sovrintendenza perchè si inizi da subito a provvedere con le azioni di messa in sicurezza più urgenti. C’è la più assoluta attenzione da parte del ministero verso Pompei, è la nostra priorità “.
Lo afferma il ministro per i Beni e le Attività Culturali, Giancarlo Galan.
“Il prossimo mercoledì 26 sarò a Pompei con il commissario Hann per mostragli la situazione e sbloccare il finanziamento europeo di 105 milioni da destinare al sito. Attualmente il sottosegretario Villari si trova sul posto per verificare l’entità del crollo e siamo in costante contatto. Per il momento – conclude Galan – è però fondamentale chiarire che il danno riguarda il distaccamento di uno strato superficiale di una parte delle mura di cinta che circondano Pompei, nessuna domus coinvolta quindi, e che la stabilità della struttura non è in alcun modo compromessa”.
“E’ trascorso un anno e dobbiamo registrare altri crolli, altre ferite. E’ bastata la prima pioggia autunnale ed in Campania con il territorio, franano anche i tesori del nostro patrimonio artistico. Mentre si discute, si ragiona e si polemizza i muri crollano. Le parole, le promesse, le buone intenzioni non servono a tutelare gli scavi e l’intera area archeologica di Pompei, serve una manutenzione ordinaria, servono fondi, servono personale qualificato. Meno grandi opere, più tutela e protezione dei nostri gioielli culturali. Insomma Fate Presto”.
Questo il commento di Michele Buonomo, presidente di Legambiente Campania, sull’ ennesimo episodio di crollo di muri nell’area degli Scavi di Pompei
argomento: Ambiente, arte, Costume, emergenza, governo, Politica, radici e valori | Commenta »
Ottobre 21st, 2011 Riccardo Fucile
TRISTE FINE PER UN’ALTRA PALLA MEDIATICA DEL PREMIER: BOCCIATO IL PROGETTO… BRUXELLES: “SE L’ITALIA VUOLE IL PONTE SE LO DEVE PAGARE”
A Bruxelles nessuno ci ha mai creduto davvero.
Eccetto forse Antonio Tajani quando era commissario Ue ai Trasporti.
Con la pubblicazione delle linee guida delle grandi reti infrastrutturali nel campo dei trasporti, dell’energia e delle telecomunicazioni, il progetto del Ponte sullo Stretto finisce definitivamente nel cestino.
Non ce n’è infatti traccia nella lista delle priorità strategiche delle grandi reti transeuropee per il periodo 2014-2020.
Per quanto riguarda l’Italia si parla dei collegamenti ferroviari Napoli-Bari, Napoli-Reggio e Messina-Palermo. Ma del Ponte sullo Stretto nemmeno l’ombra.
A togliere ogni dubbio ci ha pensato Siim Kallas, attuale commissario Ue ai Trasporti: “Non prendiamo alcun impegno, è il Governo italiano a dover prendere una decisione”.
Il che tradotto in parole semplici vuol dire “l’Europa non ci mette nemmeno un euro perchè non è un progetto importante”.
Insomma, se il Governo Berlusconi vorrà davvero costruire “il ponte più lungo del mondo” dovrà farlo di tasca propria.
E non sarà facile, dal momento che il coordinamento degli studi sugli impatti del Ponte sullo Stretto ha stimato un costo di circa 9 miliardi di euro, senza contare le centinaia di milioni spesi finora in studi e valutazioni preventive.
Non fa una piega il ministro alle Infrastrutture Altero Matteoli: “Il Ponte per il governo resta una priorità essenziale per lo sviluppo del sistema dei trasporti dell’Italia”.
Tant’è che se Bruxelles non ne vuole sentire parlare, “il Ponte sullo Stretto lo faremo con i soldi dei privati”.
Se non ci fossero di mezzo interessi per miliardi di euro sembrerebbe quasi una questione di principio.
Strano che, vista la “vitale importanza” del Ponte per i trasporti italiani ed europei individuata dal ministro Matteoli, la Commissione europea non ne abbia riservato nemmeno un euro dei circa 50 miliardi destinati alla realizzazione delle grandi reti transeuropee, 31,7 dei quali solo per i trasporti (il resti andrà alle reti energetiche e delle telecomunicazioni, in particolare alla diffusione di Internet a banda larga).
Si tratta delle cosiddette reti TEN-T, un network fatto di assi prioritari ferroviari, marittimi, portuali e telematici che dovrebbe connettere tutta Europa in modo efficiente e univoco, il completamento ultimo del mercato interno europeo.
Più che un progetto unico una visione dell’Europa del futuro, elaborata per la prima volta negli anni Ottanta e finanziata con miliardi e miliardi di euro.
Insomma, contrariamente al Ponte sullo Stretto, una cosa seria.
Di sicuro non si può parlare di decisione “anti-italiana”, dal momento che rientrano nelle priorità individuate dall’Ue l’inserimento nel corridoio Baltico-Adriatico dei collegamenti ferroviari e delle piattaforme multimodali di Udine, Venezia e Ravenna, i porti di Ravenna, Trieste e Venezia, l’asse ferroviario Torino-Lione e Genova-Milano-Svizzera, il tunnel del Brennero, il potenziamento della ferrovia Napoli-Reggio Calabria e della tratta Napoli-Bari.
Forse anche un miglioramento del collegamento tra Messina e Palermo.
“A Bruxelles era chiaro che si trattava solo di un bluff del governo italiano. Esisteva solo nella testa di Berlusconi e Matteoli”, ha commentato a caldo Giommaria Uggias (Idv) membro della commissione Trasporti al Parlamento europeo.
“Nelle istituzioni europee era risaputo che il ponte non sarebbe mai stato finanziato. Meglio liberare risorse per opere pubbliche essenziali e alternative come ferrovie ordinarie e collegamenti marittimi”.
L’unico rischio concreto è di perdere questi finanziamenti per l’inerzia del governo italiano. Si perchè quelli dell’Unione europea sono solo “cofinanziamenti”, ovvero possono essere stanziati solo in aggiunta ai finanziamenti nazionali di un determinato progetto. Il che vuol dire che l’Ue mette solo una parte, di solito inferiore al 10%, dei soldi che servono alla realizzazione, ad esempio, di una certa tratta ferroviaria.
Se Roma non mette il resto, quindi l’assegno più grosso, Bruxelles si riprende i fondi. E’ quello che si sta rischiando con il corridoio V Lione-Trieste.
Al di là della battaglia in Val di Susa, l’Italia sta rischiando di perdere l’aiuto Ue per l’assenza di fondi nazionali stanziati al progetto e l’incapacità delle Regioni Veneto e Friuli Venezia Giulia di trovare un accordo su dove far passare i binari al loro confine. Nonostante questo rischio, il Ministro Matteoli promette di trovare i 9 miliardi di euro per il Ponte sullo Stretto.
(da “Il Fatto Quotidiano“)
argomento: Ambiente, denuncia, economia, governo, Politica, sprechi | Commenta »
Ottobre 20th, 2011 Riccardo Fucile
CHE CERCANO A FARE UN CAPRO ESPIATORIO: NON SONO I GRILLINI CHE HANNO REGALATO LA VITTORIA AL CENTRODESTRA, E’ IL CENTROSINISTRA CHE HA REGALATO VOTI AL MOVIMENTO DI GRILLO
In Molise hanno vinto tutti, anche quelli che hanno perso. 
Capitava negli anni d’oro della Prima Repubblica, con il Tanassi di turno che gongolava per quello 0,3% in più alla Camera che bilanciava, eccome, il meno 0,9% al Senato.
Almeno quel rito consolatorio, la Seconda Repubblica ce lo aveva risparmiato.
Se non altro per la sua logica binaria: uno vince e uno perde.
Ma dalle parti del Pd se ne son dimenticati. Massimo D’Alema è arrivato a dire: «E’ andata bene, il resto sono chiacchiere».
La colpa della sconfitta? Di quei guastafeste del «Cinque stelle».
Certo, anche alle Regionali del Piemonte il Movimento che si ispira a Beppe Grillo prese, anche a sinistra, quei voti che poi mancarono alla presidente Mercedes Bresso per battere il centrodestra.
Ma il «Cinque stelle» – ecco la novità che oramai non dovrebbe essere più tale – non è come la Rifondazione comunista di Bertinotti, che una volta faceva l’accordo col centrosinistra e una volta non lo faceva.
Grillo non fa mai accordi. E probabilmente non li farà mai.
Dunque, non è il «Cinque stelle» – sempre fuori dagli schieramenti – che ha «regalato» la vittoria al centrodestra, ma è il centrosinistra che, evidentemente, ha «regalato» voti al movimento di Grillo.
A sinistra si ripropone in queste ore il vizio antico del capro espiatorio.
Ma sarà tempo che anche a sinistra si provi a capirci qualcosa di questi «grillini», talora così diversi dal loro guru, così simili ai Verdi tedeschi e che ottengono risultati elettorali sempre più corposi senza passare mai dalla tv.
Un 5% in Molise può valere una percentuale analoga alle prossime Politiche.
La quota «giusta» per impedire la vittoria al centrosinistra.
L’America insegna: l’indipendente Nader «regalò» la vittoria a Bush, ma i Democratici sono tornati alla Casa Bianca soltanto quando hanno schierato un candidato più trascinante
di Al Gore.
Fabio Martini
(da “La Stampa”)
argomento: Ambiente, elezioni, Politica | Commenta »
Ottobre 8th, 2011 Riccardo Fucile
LA SOCIETA’ DI BONIFICA CHE HA PROGETTATO LA STRADA DEI FURBETTI E ALTRI SOGGETTI RESPONSABILI DELLO SPERPERO POTREBBERO ESSERE CONDANNATI A UN MAXI RISARCIMENTO DEI DANNI
Grandi imprese di costruzioni, dirigenti Anas, progettisti, manager: attenzione.
Per tutti voi d’ora in avanti sarà un po’ meno facile menare il can per l’aia con i lavori iniziati e mai finiti che succhiano soldi pubblici a tutto spiano, impoveriscono lo Stato e danneggiano i cittadini.
Per tutti voi sarà un po’ più rischioso nascondervi dietro norme e codicilli scaricandovi l’un con l’altro il barile della responsabilità , senza pagare mai dazio.
Al termine di un’indagine affidata al gruppo per la tutela della spesa della Finanza di Roma sui lavori infiniti per la costruzione dei quattro chilometri della statale del lago di Como, la via di cui un anno fa si occupò il Fatto definendola la “strada dei furbetti”, il vice procuratore generale della Corte dei Conti del Lazio, Massimo Minerva, ha avviato una procedura per ottenere un maxi risarcimento danni: oltre 56 milioni di euro da 14 soggetti a vario titolo ritenuti responsabili dello sperpero.
La richiesta si basa su un principio elementare: chi sbaglia paga e risarcisce la collettività danneggiata.
E non metaforicamente, ma mettendosi le mani in tasca.
Che di errori nella progettazione e poi nell’esecuzione dei lavori per la statale del lago di Como ne siano stati fatti è indubitabile, così come è fuori discussione che i danni per l’erario siano ingenti.
Per quei 4 chilometri di asfalto non ancora finiti dopo 10 anni e affidati con una gara all’Impregilo della triade Benetton-Gavio-Ligresti, lo Stato fino ad oggi ha pagato la bellezza di circa 230 milioni di euro, cioè quasi 60 milioni a chilometro, molto più del doppio dell’importo preventivato all’inizio dei lavori.
Secondo le ultime previsioni ufficiali la statale lombarda forse sarà pronta alla fine del 2013 e quindi per completarla lo Stato dovrà tirar fuori altri quattrini.
Se il taglio del nastro dovesse avvenire davvero a quella data, significherà che i lavori avranno proceduto allo stratosferico ritmo medio di 36 centimetri all’anno, quanto due mattonelle di casa.
Neanche al tempo dei faraoni.
Tra i soggetti a cui la Corte dei conti chiede il risarcimento non ci sono, però, il presidente e i consiglieri Anas.
E la scelta è abbastanza sorprendente se si considera che 10 anni fa il progetto della Statale del lago di Como fu valutato, approvato e deliberato dai quattro consiglieri di amministrazione di allora, più il presidente Vincenzo Pozzi, sotto gli occhi del collegio sindacale e la vigilanza del magistrato della stessa Corte dei conti nell’azienda delle strade.
E se si pensa, inoltre, che anche i nuovi vertici Anas, a cominciare dal presidente, Pietro Ciucci, hanno preso decisioni importanti e opinabili per la Statale 36, come quella risalente al 2008 del pagamento senza batter ciglio di oltre 50 milioni di euro di danni all’Impregilo in seguito ad un lodo arbitrale che addossava la responsabilità all’Anas per gli incredibili ritardi accumulati.
In quell’occasione Impregilo era rappresentata da Alberto Linguiti, figlio di Aldo, vice avvocato generale dello Stato.
Il risarcimento maggiore, il 60 per cento del totale, cioè 33 milioni e 680 mila euro, i magistrati contabili lo chiedono alla società Bonifica.
Il motivo è semplice: furono i tecnici di Bonifica a preparare il progetto di quella strada, un elaborato in teoria banale, in una zona senza particolari problemi idrogeologici. In pratica, però, quel piano si è rivelato un disastro, con una sequela di errori da dilettanti allo sbaraglio.
Amministratore di Bonifica era Massimo Averardi che forse per ricompensa per quel progetto colabrodo qualche tempo dopo fu assunto dall’Anas con l’incarico di direttore della progettazione.
Nel progetto della Statale 36 non furono indicati, per esempio, decine e decine di quelli che in termine tecnico si chiamano i sottoservizi, cioè le condutture e le reti di luce, gas e acqua.
Con il risultato che, non sapendo che cosa esattamente andavano a scavare, ruspisti e operai si imbattevano in continuazione in “imprevisti” che in realtà non avrebbero dovuto essere tali.
Un enorme tubo della rete Snam del diametro di 2 metri, cioè una delle dorsali principali italiane del gas, nel progetto di Bonifica, tanto per citare un caso, era indicato come un tubetto di 20 centimetri.
E decine e decine di aree su cui doveva passare il tracciato della strada nella realtà non erano disponibili, cioè non era stato preso alcun accordo preventivo con i proprietari, o addirittura quelle superfici erano state ignorate con stravaganza dal progettista.
Quando gli errori di progettazione comportano un aumento di spesa complessiva superiore del 20 per cento rispetto all’importo fissato al momento della gara, per legge bisogna buttare tutto all’aria, rifare il progetto e ricominciare da capo.
La Statale 36 si trovava abbondantemente in questa situazione, tanto che diversi dirigenti Anas, compresi alcuni di quelli oggi chiamati a risarcire i danni, suggerirono questa soluzione drastica ai vertici aziendali per evitare ulteriori guai.
Che, infatti, si sono puntualmente verificati.
Ma i vertici Anas si impuntarono e chissà perchè decisero che i lavori dovevano proseguire (si fa per dire, naturalmente).
L’unica cosa che è andata spedita sono stati invece i contenziosi, le penali, le varianti e gli arbitrati. I quattro chilometri della statale del lago di Como sono tuttora incompiuti, esempio mondiale di come non si deve costruire.
(da “Il Fatto Quotidiano“)
argomento: Ambiente, Costume, denuncia, sprechi | Commenta »
Ottobre 5th, 2011 Riccardo Fucile
APERTA UNA ISTRUTTORIA SULLE CONSEGUENZE ECOLOGICHE PRODOTTE DALL’AEROPORTO SUL PARCO NATURALE DELLA VALLE DEL TICINO
Si addensano nuove nubi su Malpensa. 
L’Europa ha un’istruttoria in corso sul “disastro ecologico” prodotto dall’aeroporto sul Parco naturale della Valle del Ticino.
“File status: file open”, si legge nell’archivio telematico della Commissione europea che ha acceso un faro sulle conseguenze che l’espansione di Malpensa ha avuto negli anni sull’area protetta dalle stesse direttive comunitarie (leggi il documento Pilot uno e due).
Per ora è una spia rossa perchè l’Italia è chiamata a fornire spiegazioni e illustrare se e quali misure di tutela del sito di interesse comunitario Brughiera del Dosso e Boschi del Ticino ha intrapreso per limitare il danno.
Ma se le risposte non saranno ritenute sufficienti, Bruxelles avvierà una procedura di infrazione con la messa in mora dell’Italia obbligandola a far fronte al “devasto ambientale” .
E un’altra incognita grava quindi sul futuro dello scalo varesino, già alle prese con diversi problemi: continua infatti la fuga dei grandi vettori, gli altri aeroporti del Nord si girano dall’altra parte e fanno network ovunque ma non a Varese, i comuni di sedime (nell’area occupata dall’aeroporto, ndr) sono in causa col gestore per danni ambientali e rivendicano il pagamento della tassa di imbarco dribblato dalla Sea. Ciliegina sulla torta, le previsioni di traffico sono in calo e vanno nella direzione contraria rispetto al piano industriale da 1,6 milioni di euro e al progetto di potenziamento della Terza Pista appena approvato (sulla carta, ora la palla passa a Tremonti).
Così, a un passo dalla quotazione — si è parlato di fine ottobre come prima finestra utile — la Lombardia mette le ali alla sua Parmalat: Sea non produce latte, sposta persone, ma al pari della società di Collecchio sarà messa sul mercato borsistico stando ben attenti a non pubblicizzare i rischi per gli investitori e le perturbazioni che potranno scatenarsi a decollo del titolo ormai avvenuto.
Con l’aggravante che a promuovere e gestire il collocamento del titolo non sono manager e finanziarie senza scrupoli ma un ente pubblico che sta in via Marino 1 e possiede l’84,6% delle quote, il Comune di Milano.
Una mossa suicida per la giunta di Giuliano Pisapia, se non fosse che il missile è stato piazzato sulla rampa di decollo dall’amministrazione di Letizia Moratti e che il carburante scarseggia ovunque.
Dall’appuntamento con Piazza Affari, infatti, le casse vuote del capoluogo dovrebbero ricavare 160 milioni di euro.
Su questo fronte l’orientamento dell’assessore al Bilancio Bruno Tabacci sembra quello di proseguire con la fase istruttoria ben oltre ottobre e fino al nuovo anno, con l’ipotesi concreta di spostare al ribasso l’asticella del collocamento, abbassando la quota dal 35 al 25% così da mantenere il controllo della società (51%).
Se tutto questo è fonte di incertezza si può anche aggiungere l’ipotesi ventilata nell’ultima settimana di bandire una gara per diluire la partecipazione azionaria pubblica e far salire il valore delle azioni.
Per ora all’orizzonte c’è solo un’ipotesi di scalata da parte di Vito Gamberale che nel settore aeroportuale controlla Capodichino e ha apertamente espresso il desiderio di mettere la targa del fondo F21 sui due gioielli della cassaforte del Comune, la Milano-Serravalle e, appunto, la Sea.
Tempo utile anche a sondare la possibilità di procedere a una Valutazione ambientale strategica (Vas) sul progetto di espansione con Terza Pista, come chiesto in un recente incontro dai comuni sorvolati (Cuv) al Comune.
Perchè l’unica verifica d’impatto attivata è una procedura di Via (il 29 settembre si chiude la raccolta delle osservazioni presso l’apposita commissione ministeriale che è anche chiamata a dare una risposta di merito) che non entrerà nel merito della reale compatibilità tra il territorio e il nuovo ampliamento disegnato dal Master Plan Sea. Ai sindaci è sembrato già un miracolo essere ricevuti a palazzo dopo i niet dell’era Moratti, ma le reali chance di poter condizionare la partita e gli interessi in gioco sono poche.
Così nel microcosmo della politica locale. Perchè allargando lo sguardo oltre il perimetro di palazzo Marino non tira davvero buona aria.
Gli amministratori di Milano, tutti, hanno dimenticato quella questione del danno ambientale che è costato alla Sea una condanna a risarcire 4 milioni di euro (sentenza n. 11169/08 del 22/9/2008) al signor Umberto Quintavalle, proprietario di un’area 220 ettari nel comune di Somma Lombardo, nel Varesotto.
Il Tribunale, per arrivare a sentenza, ha fatto eseguire una perizia che certifica un progressivo degrado dell’area boschiva, protetta da due direttive europee (Habitat/Uccelli), e riconduce il “devasto” proprio all’attività di sorvolo degli aerei in decollo e atterraggio nel vicino aeroporto di Malpensa.
Sea ha fatto ricorso in appello ma Quintavalle, assistito dall’avvocato Elisabetta Cicigoi che sta anche supportando legalmente diversi comuni di sedime, ha deciso, sempre con l’assistenza della Cicigoi, di fare reclamo a Bruxelles per la violazione delle Direttive Habitat e Uccelli, la cui osservanza avrebbe imposto l’adozione di misure di tutela per evitare il degrado delle aree naturali protette causato da “inquinamento acustico, luminoso e da idrocarburi dovuto anche al sorvolo degli aerei in bassa quota, al mancato rispetto delle quote e delle procedure antirumore”.
E oggi proprio la strada che sembrava più lunga sarà quella giusta per imporre al gestore aeroportuale l’obbligo di fare i conti con l’ambiente.
Di questa vicenda per ora si sa che il settore Valutazioni del Danno Ambientale dell’Ispra (Istituto superiore per la Protezione e la Ricerca Ambientale) ha confezionato per lo Stato italiano un documento (ISPRA) utile alla definizione della questione ambientale.
La relazione riconosce il danno e semmai ne amplia la portata ma esclude la possibilità che il Ministero per l’Ambiente proceda a una richiesta risarcitoria che sarebbe difficile quantificare.
Piuttosto indica come valida altrenativa quella di imporre “oltre a misure difensive come le barriere acustiche, di ripristino come la ricostruzione delle zone boschive compromesse dall’inquinamento, misure inibitorie come la riduzione del numero dei sorvoli o modifiche alle zone di sorvolo degli aeromobili”.
In pratica Malpensa andrebbe ridotta, non potenziata.
Ma il Comune di Milano e Sea sembrano voler tirare dritto e ignorare tutto questo per andare nella direzione esattamente opposta alla sentenza del Tribunale, alle perizie del Corpo Forestale e ora dall’Ispra e da Bruxelles.
Così Milano sfida l’Europa ed espone l’Italia all’ennesima infrazione.
Chi in Europa ci sta davvero, come le compagnie aeree internazionali, ha capito che qui tira brutta aria.
Le previsioni del piano di espansione Sea si scontrano con i numeri: il piano di potenziamento si basa sulla previsione di 50 milioni di passeggeri l’anno entro il 2030 ma i movimenti nell’ultimo anno sono stati appena 18 milioni quando lo scalo, con le due piste attuali, ha una capacità pari a 30.
Le compagnie lo sanno e sanno che su di loro graverà parte del costo di un allargamento dai ritorni incerti se non improbabili. E puntano i loro velivoli altrove. Dopo l’addio clamoroso di Lufhansa anche Air France prepara armi e bagagli e lascia Malpensa per Linate (trascinandosi dietro anche l’olandese Klm).
Alitalia praticamente non c’è più da un pezzo, fa decollare 148 voli settimanali contro i 1.238 del 2007.
Così, senza il francese, l’italiano e il tedesco sarà più difficile raccontare ai mercati e all’Europa la barzelletta del grande Hub del Nord.
(da “Il Fatto Quotidiano“)
argomento: Ambiente, Costume, economia, governo, Milano, Politica | Commenta »
Ottobre 2nd, 2011 Riccardo Fucile
NON SOLO VENEZIA: SONO BEN 33 I PUNTI CRITICI DELLE NOSTRE COSTE CHE POTREBBERO SPROFONDARE ENTRO IL 2100
Non rischia solo Venezia. 
L’innalzamento del livello del Mediterraneo e l’abbassamento geologico della costa minacciano anche la Versilia, la laguna di Orbetello. E, ancora, Catania, Cagliari.
Trentatrè aree costiere in tutto il Bel Paese destinate ad andare sott’acqua entro il 2100.
A tracciare la previsione e la mappa dei punti critici è un team di ricercatori italiani, nell’ambito del progetto Vector, diretto dall’Enea in collaborazione con il geofisico Kurt Lambeck, dell’Università di Canberra in Australia.
Titolo dello studio “Sea level change along the Italian coast during the Holocene and projections for the future”, pubblicato su Quaternary International .
Nella squadra anche Marco Anzidei, dell’Istituto Nazionale di Geofisica e Vulcanologia, che oggi presenterà il lavoro al seminario “L’evoluzione del Mediterraneo”, nell’ambito della Notte Europea dei Ricercatori, organizzata da Frascati Scienza.
«Ci siamo basati su modelli previsionali, sui rilevamenti effettuati nei tratti costieri e su modelli geofisici», spiega a Corriere.it Anzidei. E da oltre 300 punti di osservazione, si è arrivati al risultato.
Messa da parte Venezia (dove il livello del mare potrà aumentare fino a 1,5 metri), in pericolo sembrerebbero essere anche molte aree costiere della Toscana (in particolare, la Versilia, il delta dell’Ombrone e la laguna di Orbetello).
«Qui si parla di una risalita tra i 20 e 143 centimetri», continua Anzidei.
Poi, la foce del Tevere, le aree basse pontine sottratte al mare dalle bonifiche del secolo scorso, e la Campania.
Guardando la mappa, presentata all’interno della ricerca, si nota poi come le zone “rosse” siano anche tutto il delta del Po (si prevede un innalzamento delle acque compreso tra i 31 e i 153 centimetri), alcune aree della Romagna, metà delle spiagge delle Marche e il 60 per cento di quelle dell’Abruzzo.
In Puglia tocca invece a Lesina e Manfredonia.
Infine, anche la Sardegna è assediata dalla risalita del mare, così come la piana di Catania, dove sono presenti un aeroporto e un porto. Messi da parte per un momento studi e dati complessi, «basta riguardare le foto di cinquant’anni fa delle nostre spiagge per vedere come si sono ristrette».
Sul banco degli imputati finisce dunque l’erosione delle coste. Ma non solo.
«Noi ricercatori collochiamo a 150 anni fa il momento in cui la risalita dell’acque ha subito un’accelerazione. Data che coincide con l’inizio della rivoluzione industriale».
E se è difficile provare che la responsabilità sia dell’uomo, considerato il suo intervento sul paesaggio, per il momento i responsabili di questa fosca previsione sono tre: «la risposta del mare dal termine dell’ultimo massimo glaciale; i più recenti cambiamenti nel volume del mare per l’espansione derivante dal riscaldamento delle acque; i movimenti verticali del terreno lungo le coste, inclusa la subsidenza».
«Noi siamo arrivati alla data del 2100 comparando le osservazioni dei siti e aggiungendo componenti isostatiche e tettoniche all’analisi dei trend previsti dai climatologi dell’Ipcc (Intergovernamental Panel on Climate Change)», spiega ancora Anzidei.
La previsione però potrebbe cambiare.
Se infatti i ghiacci antartici o della Groenlandia subissero un rapido collasso, come alcuni studiosi sostengono, il giorno X potrebbe essere anticipato. «Abbiamo ragionato basandoci sullo scenario peggiore, ma molti elementi potrebbero cambiare».
Uno su tutti, gli effetti dei maremoti che, in presenza di una costa molto più bassa, «potrebbero accelerare le conseguenze del run up (la risalita dell’onda)».
Da non sottovalutare poi i terremoti marini perchè «il Mediterraneo, che occupa l’1 per cento dei mari, non è solo un sistema idrologico vitale per più di 30 milioni di persone che abitano lungo le aree interessate dall’innalzamento delle acque, ma anche una delle zone geologiche più complesse della Terra».
I rischi che corrono le coste italiane non sono dunque da sottovalutare.
«Bisogna chiedersi se di fronte a questo scenario i governi avranno la capacità di tenere in considerazione gli studi dei ricercatori e avviare una corretta politica di uso e protezione delle coste».
Ma non solo.
Data la condizione delle pianure costiere italiane, oggi già prossime al livello del mare, presto suscettibili da inondazione marina (il Mediteranneo in 18 mila anni ha visto crescere il suo livello di 130 metri), il primo step, secondo Anzidei «è tenere a bada gli impatti ambientali degli interventi di costruzione sulle coste».
Politiche e interessi, insomma.
Oggi spesso molto lontane dalla testa dei nostri amministratori locali e nazionali, quando si tratta di guardare al futuro del Paese.
Marta Serafini
(da “Il Corriere della Sera”)
argomento: Ambiente, economia, emergenza | Commenta »
Settembre 7th, 2011 Riccardo Fucile
IL DANNEGGIAMENTO DEI MONUMENTI DEL NOSTRO PAESE E’ FRUTTO ANCHE DELLA POCA PRESENZA DELLO STATO E DEI CONTINUI TAGLI ALLA SICUREZZA…A ROMA LA SERA UNA VOLANTE OGNI 266.000 ABITANTI
Telecamere ce ne sono. 
Solo a Roma 2.500 puntate sulle piazze preziose, le fontane d’ autore, i pezzi della nostra storia.
Solo che non servono a fermare squilibratie vandali.
Spesso sono guaste, più spesso non c’ è nessuno a controllare in diretta quello che registrano.
Dice il sottosegretario ai Beni culturali, Francesco Giro: «I monitor non vengono osservati per mancanza di personale. Difficile intervenire in diretta, fermare il vandalo subito dopo il fatto. Riuscirci avrebbe un alto effetto deterrente».
Troppe volte non si trova la registrazione: «Succede che i vandali prima di allontanarsi individuino e spacchino anche le telecamere».
I beni artistici italiani da proteggere – è luogo comune mondiale – sono praticamente infiniti.
Dagli anni Settanta ad oggi non si è mai riusciti a realizzare un censimento dei nostri centri storici, ma l’ Italia oggi ospita 47 siti patrimonio dell’ umanità (nessuno come noi), 400 musei statali, 4.000 privati o di enti locali.
Sono mezzo milione gli edifici vincolati, 60 mila sono monumenti nazionali.
Un’ infinità di cose delicate viene affidata alla civiltà di chi vive negli ottomila comuni del paese, tutti con una piazza (almeno) da preservare.
Dopo il finto ordigno piazzato all’ interno del Colosseo lo scorso sette agosto, il sindaco di Roma Gianni Alemanno ha scoperto che da due anni agli ingressi dell’ Anfiteatro Flavio – tre milioni di presenze l’ anno – erano stati tolti i metal detector. Già , nonostante le 38 telecamere fisse e ruotanti (tre sono Speed Dome, possono vedere a 360°), «ci sono esibizionisti che si arrampicano fino all’ attico del Colosseo per il puro piacere di farlo».
Lo racconta un dirigente dei Beni culturali. D’ altronde, quando Sebastiano Intili spaccò la coda di un tritone della Fontana del Bernini di piazza Navona il suo avocato chiese in udienza dieci milioni di risarcimento: «Quell’ opera era fracica, il mio cliente si è ferito a un piede, poteva morire».
Il suo cliente aveva appena detto: «Giudice, me so’ arrampicato così per sfizio, come magnà er cocomero».
In quelle stagioni da sindaco Francesco Rutelli provò a decuplicare le multe per atti vandalici, il suo storico ufficio stampa Michele Anzaldi oggi dice: «Fermare branchi di ubriachi violenti è compito complicato, oggi i vigili non riescono neppure a far rispettare i divieti di sosta nelle piazze d’ arte».
Il direttore degli Uffizi segnala sfregi in aumento a Firenze e così il sovrintendete per i Beni storici della Puglia: «Mancano i soldi per aumentare i servizi di controllo, i Comuni non riescono a inviare pattuglie di vigili urbani, le polizie sono impiegate su altri interventi».
A Roma, la sera, è disponibile una volante ogni 266 mila persone e due terzi degli agenti della municipale lavora in ufficio.
Non si riesce ad ottenere pattuglie fisse sui tre luoghi più conosciuti nel mondo: il Colosseo, piazza Navona, piazza di Spagna, tuttie tre colpiti nel 2011.
Con una spesa di 5 milioni ad ogni appalto rinnovato, da tempo nella capitale si è scelta la strada delle telecamere a sorveglianza: 2.500 installate dalla società Dab e collegate con una sala operativa della polizia municipale e della soprintendenza (dieci persone su quattro turni 24 ore al giorno).
Gli assessori romani Ciardi e Gasperini sostengono che quelle piazzate al Campidoglio inquadrarono persino l’ imprendibile “lupo” Luciano Liboni, ucciso poi al Circo Massimo.
Il sovrintendente Umberto Broccoli, più noto come autore televisivo, assicura che il sistema funziona: «A Roma il vandalismo è diminuito del venti per cento».
argomento: Ambiente, Costume, criminalità, denuncia, Politica, radici e valori, Sicurezza | Commenta »