Giugno 7th, 2011 Riccardo Fucile
IL DOSSIER DI “ALTRAECONOMIA” SFATA PUNTO PER PUNTO TUTTE LE FALSE CREDENZE NATE INTORNO ALLA PRIVATIZZAZIONE DEL SERVIZIO IDRICO ITALIANO….GLI ACQUEDOTTI PUBBLICI NON SONO AFFATTO DEI COLABRODO ….GESTIONE PRIVATA FA RIMA CON BOLLETTA SALATA
Mito numero uno: gli acquedotti “pubblici” sono dei colabrodo. 
Falso: secondo i dati di Mediobanca, il peggiore, se consideriamo la dispersione idrica (litri immessi in rete e non fatturati/abitanti/lunghezza della rete gestita), è quello di Roma, dove l’acquedotto è affidato ad Acea, una spa quotata in borsa i cui principali azionisti sono il Comune di Roma, Francesco Gaetano Caltagirone e Suez.
In vista del referendum del 12 e 13 giugno, Altraeconomia ha pubblicato un dossier “speciale” Lo scopo? Sfatare punto per punto tutte le false credenze nate intorno alla privatizzazione del servizio idrico italiano. A partire dai costi.
Secondo il Conviri (Commissione nazionale di vigilanza sulle risorse idriche), per i prossimi 30 anni servono circa 64 miliardi di euro per la manutenzione e l’ammodernamento delle reti idriche di casa nostra.
Due miliardi l’anno, una cifra standard necessaria in ogni caso, a prescindere dall’esito del referendum.
Di questi, il 49,7% è diretto al comparto acquedottistico (per nuove reti, impianti e per manutenzione) mentre il 48,3% alle fognature e alla depurazione.
A metterci i quattrini dovrebbero essere lo Stato, le Regioni e i Comuni d’Italia dato che quelli – spiega Pietro Raitano, direttore del mensile Altreconomia e curatore del dossier Speciale Referendum – sono “soldi delle nostre tasse, gli stessi che vengono usati anche per riparare le strade, per costruire il ponte sullo Stretto o per la Difesa”.
Ed ecco sfatato il secondo mito.
Con l’ingresso dei privati, la bolletta non si ridimensionerà . Al contrario, ai costi standard appena elencati se ne aggiungono altri.
Per fare i lavori infatti (gli stessi che dovrebbero fare gli enti pubblici) le aziende punteranno al risparmio tentando di “scaricare l’investimento sulle bollette, come previsto dalla legge”.
Dunque, nel conto di ogni italiano saranno inclusi, oltre ai lavori ordinari, “anche gli utili delle aziende”, spiega Raitano.
La concorrenza tra privati non basterà a contenere i costi. Anzi.
In assenza di ulteriori interventi normativi e in virtù della legge Galli del 1994, come modificata dal dl 152/2006, i costi di tutti gli investimenti sulla rete acquedottistica finiranno in bolletta.
Il business ringrazia. I consumatori non proprio perchè – conclude Raitano – pretendere tariffe più basse significherebbe – trattando con dei privati – “necessariamente un blocco degli investimenti”.
La privatizzazione della gestione dell’acqua prevista dal decreto Ronchi (numero 135 del 2009) ha dunque di fatto provocato un aumento dei costi.
A dimostrarlo sono anche le cifre del rapporto Blue Book che ha pensato di confrontare le tariffe della gestione privata con quelle in house.
Risultato?
Nel primo caso sono aumentate del 12% rispetto alle previsioni, nel secondo il dato è rimasto quasi costante (solo l’1% in più).
Conferma la tendenza anche l’annuale dossier, realizzato dall’Osservatorio Prezzi & Tariffe di Cittadinanzattiva, dal quale si scopre che dal 2008 il costo dell’acqua non ha fatto che aumentare: la media è +6,7%, con aumenti del 53,4% a Viterbo (record nazionale), Treviso (+44,7%) Palermo (+34%) e in altre sette città , dove gli incrementi hanno superato il 20%: Venezia (+25,8%), Udine (+25,8%), Asti (+25,3%), Ragusa (+20,9%), Carrara (+20,7%), Massa (+20,7%) e Parma (+20,2%).
In generale, gli incrementi si sono registrati in 80 capoluoghi di provincia ma è la Toscana che si conferma la regione con le tariffe mediamente più alte (369 euro).
Costi più elevati della media nazionale anche in Umbria (339 euro), Emilia Romagna (319 euro), Marche, Puglia (312 euro) e Sicilia (279 euro) mentre capita spesso di trovarsi di fronte a differenze all’interno di una stessa regione: l’acqua di Lucca costa 185 euro in meno di quella di Firenze, Pistoia e Prato.
Stessa cosa in Sicilia: tra Agrigento e Catania lo scarto è di 232 euro. D’altra parte, la logica che muove ogni business degno di tale nome – scrive Luigino Bruni, docente di economia politica all’università Milano-Bicocca – è quella di fare utili, possibilmente a breve termine.
Il ragionamento fila: “Le imprese private hanno per scopo il profitto. Chi massimizza il profitto non tiene conto dell’ottimo sociale e difficilmente può essere controllato, nemmeno con un meccanismo di sanzioni”.
Sul tema dell’acqua poi sembra circolino tanti altri falsi miti.
Si dice, ad esempio, che la gestione privata della rete idrica sia molto efficiente. Sbagliato.
“Uno dei migliori acquedotti del nostro Paese – spiega Raitano – è quello di Milano, al cento per cento di gestione pubblica, dove l’acqua viene controllata più volte al giorno e le dispersioni sono minime”.
E’ quindi “dogmatico dire che la gestione privata garantisce una migliore gestione della rete. Le esperienze che si sono fatte in questi anni in Calabria, ad Agrigento, a Latina dimostrano che dove gli acquedotti sono passati in mano ai privati c’è stato solo un aumento delle tariffe”.
E’ successo in Calabria, dove alcuni sindaci della Piana di Gioia Tauro si sono visti raddoppiare la bolletta.
A San Lorenzo del Vallo, comune di 3.521 abitanti della provincia di Cosenza, il conto è salito da 100 a 190 mila euro l’anno perchè – spiega il sindaco – l’azienda che gestisce l’acqua in tutta la Calabria (la So.Ri.Cal) con concessione trentennale ha arbitrariamente aumentato la tariffa del 5%.
Una cifra, questa, pari all’intero bilancio del piccolo comune che, non avendo saldato il debito, e stato dichiarato moroso.
Privati o no, la gestione idrica pubblica in Italia sembra aver fallito. Il Belpaese spreca acqua continuamente.
Ogni giorno si perdono circa 104 litri di sangue blu per abitante, il 27% di quella prelevata. Considerando ogni singolo italiano si scopre che consumiamo a testa in media 237 litri di liquido al giorno: 39% per bagno e doccia, 20% per sanitari, 12% per bucato, 10% per stoviglie, 6% per giardino, lavaggi auto e cucina, 1% per bere e 6% per altri usi.
A fronte di un terzo dei cittadini che non ha un accesso regolare e sufficiente alla risorsa idrica, otto milioni di italiani non ne hanno di potabile e 95 milioni di litri di acqua che, ogni anno, vengono usati per l’innevamento artificiale.
Dunque il problema – conclude il dossier – non si risolve nemmeno affidando l’acqua ai privati che – per loro natura – tenderebbero a spostare le reti idriche nelle zone d’Italia più fruttuose.
Il punto semmai è la totale assenza di un piano normativo, economico ed amministrativo nazionale volto a finanziare e supportare le tecnologie necessarie.
In alcune regioni d’Italia mancano ancora gli Ato, ambiti territoriali ottimali, territori appunto su cui sono organizzati servizi pubblici integrati.
Come quello dell’acqua o dei rifiuti.
Giulia Cerino
(da “La Repubblica“)
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Giugno 6th, 2011 Riccardo Fucile
TUTELA DELL’AMBIENTE, IMPORTANZA DEGLI IMPIANTI, FATTORE TEMPO: ECCO PERCHE’ DA MONACO A PARIGI SI E’ TORNATI INDIETRO E SI E’ AFFIDATA LA RETE IDRICA AL SETTORE PUBBLICO….CON MAGGIORE EFFICIENZA E GRANDI RISPARMI
Mentre il governo Berlusconi varava la legge che bocciava il gestore pubblico dell’acqua, facendolo finire in serie B e costringendolo per legge a restare in minoranza nelle aziende quotate in Borsa, grandi città , comprese quelle che per decenni avevano sperimentato la gestione privata, decidevano di puntare sul pubblico.
Parigi, Berlino, Johannesburg, Buenos Aires, Atlanta, Monaco di Baviera sono tutte guidate da ideologi sprovveduti, teorici estremisti che odiano i capitali privati?
Proviamo a vedere cosa sta succedendo in alcune di queste città partendo dal caso meno pubblicizzato, Monaco di Baviera.
La chiave per comprendere la scelta di Monaco è il rapporto tra l’acqua e il territorio.
Per la risorsa idrica quello che conta è la qualità dell’ambiente: più si preserva la natura in cui l’acqua scorre, meno è necessario intervenire sugli acquedotti.
Nel 1992 Monaco di Baviera ha deciso di acquisire i terreni vicini alla falda e di riservarli alla coltivazione biologica: niente chimica, allevamento controllato.
In questo modo è stata vinta la battaglia contro i nitriti che per tre decenni avevano continuato a crescere e l’acqua può arrivare in tavola senza cloro e senza trattamenti chimici.
Analoga la scelta di Parigi che, dopo la decisione di far tornare l’acqua in mano pubblica, togliendola alle due multinazionali francesi (Veolia e Suez) che gestivano il servizio da 25 anni, ha preso il controllo dei terreni collegati alla falda idrica e li ha concessi in affitto a canone agevolato o a titolo gratuito agli agricoltori che si sono impegnati a lavorare seguendo gli standard più rispettosi dell’ambiente.
Le perdite di rete registrate in Francia dai due principali gruppi privati del settore andavano dal 17 al 27 %, contro il 3-12 % della gestione pubblica.
E l’assessore alla municipalità di Parigi, Anne Le Strat, ritiene che il passaggio da un sistema privato a uno pubblico consentirà di risparmiare 30 milioni di euro l’anno.
Questo tipo di scelte può essere fatto solo se la gestione dell’acqua è pubblica perchè impone investimenti e programmazioni a lunghissimo termine, una società privata non ha interesse a investire per acquistare terreni che poi potranno non servirle più a nulla se alla scadenza il contratto non viene rinnovato.
Inoltre avrebbe difficoltà a giustificare agli azionisti un investimento così importante per risolvere un problema che si può affrontare con una spesa molto minore utilizzando il cloro.
I punti cruciali sono dunque due.
Il primo, come abbiamo visto, è lo spazio.
Più è vasta l’area ambientalmente sana in cui l’acqua scorre, minore è la necessità di un intervento correttivo sulla rete idrica.
Il secondo è il fattore tempo.
Gli importanti investimenti di cui il settore idrico ha assoluto bisogno per chiudere il cerchio dell’acqua collegando alle fogne quel 30 per cento di scarichi non ancora in regola, richiedono uno sguardo lungo.
La manutenzione costa, l’espansione della rete costa.
E i ritorni si misurano nell’arco di vari decenni.
Spesso troppi per un’azienda privata che è abituata a rendere conto del suo operato in tempi decisamente più brevi e che difficilmente ottiene contratti con una durata di più di 30 anni.
A meno che il controllo delle scelte sull’acqua non rimanga saldamente in mano alla mano pubblica.
Antonio Cianciullo
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Giugno 6th, 2011 Riccardo Fucile
IL DIPLOMATICO INFORMAVA WASHINGTON CHE “ALTI UFFICIALI” DEL GOVERNO BERLUSCONI AVREBBERO PRESO TANGENTI PER COMPRARE TECNOLOGIE E CENTRALI FRANCESI
All’inizio è solo un timore, poi si trasforma in più di un sospetto: la rinascita del nucleare in
Italia è condizionata dalle tangenti.
Un’ipotesi circostanziata, messa nero su bianco in un rapporto del 2009 per il ministro dell’Energia di Obama, Steven Chu.
Negli oltre quattro mila cablo dell’ambasciata americana di Roma la parola corruzione compare pochissime volte e in termini generici.
Quando invece si parla delle nuove centrali da costruire, allora i documenti trasmessi a Washington diventano espliciti, tratteggiando uno scenario in cui sono le mazzette a decidere il destino energetico del Paese.
Nel momento in cui il devastante terremoto giapponese obbliga il mondo a fare i conti con i rischi degli impianti e lo spettro di una colossale contaminazione, i documenti ottenuti da WikiLeaks che “l’Espresso” pubblica in esclusiva permettono di ricostruire la guerra nucleare segreta che da sei anni viene combattuta in Italia.
Uno scontro di Stati prima ancora che di aziende, per mettere le mani su opere che valgono almeno 24 miliardi di euro e segneranno il futuro di generazioni. Francesi, russi e americani si danno battaglia su una scacchiera dove si confondono interessi industriali, politici e diplomatici: cercano contatti nel governo, nei ministeri, nei partiti e nelle aziende.
Per riuscire a conquistare quello che appare il mercato più ricco d’Europa. E lo fanno — secondo i dossier statunitensi — senza esclusione di colpi.
Gli americani cominciano a muoversi nel 2005, quando con una certa sorpresa scoprono che l’energia nucleare sta risorgendo dalle ceneri del referendum del 1987.
Per gli Usa si tratta di un’occasione unica: lo strumento per allontanare l’Italia dalla dipendenza nei confronti del gas russo, l’arma più potente nelle mani di Vladimir Putin.
La questione diventa quindi “prioritaria” per l’ambasciata di Roma, che si muove verso due obiettivi: convincere i politici a concretizzare il programma atomico e far entrare nella partita i colossi americani del settore.
Complici il prezzo sempre più alto degli idrocarburi, i rincari delle bollette e le promesse di sicurezza dei reattori più avanzati, gli italiani sembrano sempre meno ostili al nucleare.
E il governo di Silvio Berlusconi non mostra dubbi su questa scelta.
Più difficile — scrivono nel 2005 — convincere il centrosinistra che “si oppone largamente all’idea. Comunque, i nostri contatti sostengono che, anche se dovesse tornare al governo, il rinnovato impegno dell’Italia nei programmi nucleari non si fermerà ”.
La componente verde della maggioranza di Romano Prodi si oppone a ogni programma.
Il ministro Pier Luigi Bersani invece apre alle sollecitazioni statunitensi e nel 2007 spiega all’ambasciatore che “l’Italia non è fuori dalla produzione di energia nucleare, l’ha solo sospesa”, per poi riconoscere che “carbone pulito e nucleare probabilmente giocheranno un ruolo importante nell’assicurare i bisogni del futuro”.
Lo stesso Bersani che in questi giorni, dopo la crisi nipponica, è stato pronto a condannare “il piano nucleare del governo”.
Lo scontro più feroce però è quello che avviene per costruire i futuri impianti: almeno sei centrali, ciascuna del costo di circa 4 miliardi.
Si schierano aziende-Stato, che sono diretta emanazione dei governi e godono dell’appoggio di diplomazie e servizi segreti.
In pole position i francesi di Areva, quasi monopolisti nel Vecchio continente dove hanno aperto gli unici cantieri per reattori di ultima generazione: hanno 58 mila dipendenti e 10 miliardi di fatturato l’anno.
E anche i russi, che nonostante Chernobyl continuano a esportare reattori in Asia, cercano di partecipare alla spartizione della torta.
Negli Usa ci sono Westinghouse e General Electric che “sono interessate a vendere tecnologia nucleare all’Italia, ma si trovano a dover affrontare una dura competizione da parte di rivali stranieri i cui governi stanno facendo una pesante azione di lobbying sul governo italiano”.
L’allerta diventa massima nel 2008, quando Berlusconi assicura agli Usa che stavolta il suo esecutivo “rilancia sul serio il settore.
Se andranno davvero avanti, ci saranno contratti per decine di miliardi”.
Con una minaccia: “Vediamo già un’azione di lobbying ad alto livello da parte dei leader del governo inglese, francese e russo”.
I colloqui con il consigliere diplomatico del ministro Claudio Scajola, Daniele Mancini, “suggeriscono che i francesi e i russi stanno già manovrando e facendo lobbying per i contratti”.
Ed ecco la previsione: “La corruzione è pervasiva in Italia e temiamo che potrebbe essere uno dei fattori che dovremo affrontare andando avanti”. L’avversario è Parigi, che può sfruttare gli intrecci economici tra Enel ed Edf per stendere la sua trama.
“Temiamo che i francesi abbiano una corsia preferenziale a causa della loro azione di lobbying ai più alti livelli e a causa del fatto che le compagnie che probabilmente costruiranno gli impianti in Italia hanno tutte un qualche tipo di French connection. Continueremo i nostri energici sforzi per garantire che le aziende americane abbiano una giusta chance”.
Pochi mesi dopo i francesi danno scacco: Sarkozy e il Cavaliere firmano l’accordo che assegna ad Areva la costruzione di quattro reattori modello Epr in Italia.
Siamo a febbraio 2009, la diplomazia statunitense vuole impedire che il successo di Parigi si trasformi in scacco matto.
E intensifica gli sforzi per occupare gli spazi rimasti, ossia la fornitura di almeno altre due centrali.
A maggio arriva a Roma il Mister Energia di Obama, Steven Chu.
L’ambasciata lo mette in guardia: “L’intensa pressione dei francesi, che forse comprende tangenti (“corruption payment”) a funzionari del governo italiano, ha aperto la strada all’accordo di febbraio tra le aziende parastatali italiana e francese, Enel e Edf, in modo da formare un consorzio al 50 per cento per costruire centrali in Italia e altrove. L’intesa prevede la costruzione di quattro reattori dell’Areva entro il 2020 e, cosa ancora più preoccupante, può imporre quella francese come tecnologia standard per il ritorno dell’Italia al nucleare“.
Gli americani ipotizzano che dietro la scelta degli standard a cui affideremo il nostro futuro e la sicurezza del Paese ci possano essere state bustarelle.
E chiedono al ministro per l’Energia: “Dovrebbe far presente che abbiamo preoccupanti indicazioni del fatto che alle aziende americane sarà ingiustamente negata l’opportunità di partecipare a questo programma multimiliardario”. L’ambasciata è molto decisa nel delineare un contesto di scorrettezza.
Il promemoria scritto da Elizabeth Dibble, all’epoca reggente della sede di Roma oggi diventata consigliera di Hillary Clinton, insiste: “è anche molto importante che ricordi al governo italiano che ci aspettiamo pari opportunità per le nostre aziende, visto quello che abbiamo notato fino a oggi nel processo di selezione”.
Alla fine del 2008 gli Usa ritengono che Berlusconi stia per annunciare un accordo per il nucleare anche con Mosca.
Ma uno degli uomini chiave del ministero dello Sviluppo Economico, Sergio Garribba, rassicura gli americani e “ridendo” spiega la reale natura della collaborazione atomica con i russi: “è una barzelletta, solo pubbliche relazioni”. L’ambasciata scrive che l’alto funzionario “probabilmente ha ragione: gli italiani nel 1987 hanno chiuso il loro programma in risposta a Chernobyl…”.
Ma non si fidano completamente “visti gli stretti rapporti tra Berlusconi e Putin“.
E temono che comunque la coalizione tra Eni e Gazprom per il gas, che alimenta anche le centrali elettriche, si trasformerà in un muro per ostacolare il nucleare. “Si dice che l’Eni stia facendo una dura azione di lobbying contro la riapertura della partita da parte di Enel“, registra nel 2005 l’ambasciatore Sembler, “perchè ridurrebbe sia il mercato di Eni che la sua influenza politica”.
Anche se le resistenze più forti verranno dal nimby, l’opposizione delle comunità locali ai nuovi reattori.
“L’Italia è una penisola lunga e stretta, con una spina dorsale di catene montuose e con coste densamente popolate. Il numero dei siti dove costruire impianti è limitato… Se continua a decentralizzare i poteri alle regioni attraverso le riforme costituzionali — sostengono i nostri contatti — un revival nucleare sarà veramente improbabile“.
Forse per questo, in tempi più recenti, l’ambasciata “programma” di contattare anche il leghista Andrea Gibelli, che presiede la commissione Attività produttive della Camera.
Nei ministeri di Roma la battaglia nucleare si combatte stanza per stanza.
Gli americani cercano di avere referenti fidati negli uffici chiave e ogni nomina viene analizzata.
Nel 2009 guardano con diffidenza ai tre tecnici italiani designati per il G8 dell’energia: “Uno attualmente lavora per la potente Eni”.
Fino ad allora, si erano spesso rivolti a Garribba, “uno dei grandi esperti di energia, consulente tecnico del ministro Scajola”: è definito “uno stretto contatto dell’ambasciata”.
Ma nel 2009 temono di venire tagliati fuori.
Nella gara per la direzione del dipartimento Energia del ministero, Garribba viene battuto da Guido Bortoni, “un tecnocrate poco noto che attualmente sta all’Autorità per l’Energia. Avendo lavorato 10 anni all’Enel, Bortoni potrebbe ancora avere legami stretti con l’azienda e gli investimenti comuni tra Enel e l’industria nucleare francese ci fanno preoccupare che Bortoni possa portare questa preferenza per la tecnologia francese nella sua nuova posizione”.
Ad aumentare i loro timori c’è “la dottoressa Rosaria Romano, che guiderà la divisione nucleare del nuovo dipartimento energia”: un fatto “potenzialmente preoccupante” visto che “nel corso degli anni, la Romano ha ripetutamente rifiutato in modo deciso i tentativi dell’ambasciata di incontrarla”.
Ma i diplomatici americani “stanno già lavorando per assicurare che le nomine di Bortoni e Romano non danneggino gli interessi delle aziende Usa (General Electric e Westinghouse)”.
Nel luglio 2009, il ritorno all’atomo diventa legge.
A quel punto, Francesco Mazzuca, presidente dell’Ansaldo Nucleare, azienda genovese del gruppo Finmeccanica e unico polo italiano del settore, consiglia “un impegno ai più alti livelli del governo italiano, in modo da contrastare i continui sforzi di lobbying da parte di Parigi. Mazzuca ha detto che il governo francese sta addirittura aumentando la sua pressione, inviando a Roma un secondo funzionario con portfolio nucleare”.
Il top manager di Ansaldo ipotizza che il governo Berlusconi potrebbe costruire i nuovi impianti nei siti delle vecchie centrali in corso di smantellamento: Trino Vercellese, Caorso, Latina e Garigliano.
E per l’Agenzia di sicurezza nucleare che dovrà vigilare su reattori e scorie, Mazzuca dichiara che la vorrebbe guidata dal professor Maurizio Cumo.
Ex presidente della Sogin, in ottimi rapporti con Gianni Letta, nel novembre scorso Cumo è stato nominato dal Consiglio dei ministri come uno dei cinque membri dell’Agenzia guidata da Umberto Veronesi.
Cumo è il nome che piace anche a Washington perchè “è a favore della tecnologia nucleare Usa”.
Ogni mossa in questa sfida ha ricadute anche sul futuro di tutti gli italiani.
Nei cablo non si entra mai nel merito delle tecnologie contrapposte, se siano più sicuri i reattori francesi o americani.
Ma l’attivismo dell’ambasciata mette a segno un risultato importante: “Siamo stati capaci di convincere il governo italiano a cambiare una bozza della legislazione sul nucleare che avrebbe lasciato l’approvazione dei certificati per le nuove centrali agli altri governi europei. La nuova versione estende la certificazione a qualsiasi paese Ocse. Questo apre la porta alle aziende americane”.
In pratica, si passa dagli standard di sicurezza dell’Unione europea a quelli di qualunque membro dell’Organizzazione per la cooperazione e lo sviluppo, che comprende 34 nazioni inclusi Giappone, Australia e Usa.
Dal 2009 le attenzioni degli americani si concentrano su Claudio Scajola, “un collaboratore di lunga data di Berlusconi, che guida un superministero”.
Affidano a Chu il compito di “conquistarlo”, sin dal summit romano del maggio 2009.
Ma il momento chiave è il viaggio negli States del settembre successivo: “Vediamo questa visita come un’opportunità decisiva per gli Stati Uniti per contrastare la preferenza italiana nei confronti della tecnologia nucleare francese e per aprire le porte a lucrativi contratti per le aziende statunitensi”.
Scajola accetta anche “l’invito di Westinghouse a fare un tour nei suoi impianti”. Lo strumento per fare leva sul ministro è l’Ansaldo Nucleare, la società di Finmeccanica “che ha stretti rapporti con Westinghouse”.
L’ambasciatore Thorne scrive: “Noi abbiamo saputo che Scajola ha un’altra ragione per appoggiare il coinvolgimento delle aziende statunitensi. L’accordo con la Francia ha tagliato fuori dai contratti le società italiane che vogliono contribuire a costruire le centrali. Una di queste, Ansaldo Nucleare, ha sede nella regione di Scajola: la Liguria. E così se Westinghouse ottiene la sua parte, Ansaldo — azienda della terra di Scajola — ne beneficia. Noi abbiamo bisogno di tutto l’aiuto possibile nel nostro sostegno alle aziende Usa. Se Scajola ha anche un interesse locale nel cercare di fare in modo che le ditte americane ottengano commesse, questo è un vantaggio da cogliere e da massimizzare a beneficio degli Stati Uniti”.
L’interesse statunitense si è tradotto la scorsa settimana nella cessione del 45 per cento di Ansaldo Energia — che controlla Ansaldo Nucleare — al fondo First Reserve Corporation, con un’operazione da 1.200 milioni di euro.
E anche il tour di Scajola negli States del 2009 si è rivelato un successo, con la firma di due accordi di cooperazione con Chu: gli interessi del ministro e di Washington sembrano sposarsi.
Il cablo ha toni sollevati: i francesi non sono più “l’unico protagonista (“the only game in town”).
Il reattore AP1000 della Westinghouse è diventato un forte concorrente per le centrali nucleari che saranno costruite oltre a quelle proposte dal consorzio Enel-Edf”.
E una schiera di aziende americane si prepara a sfruttare la breccia nel dicastero di via Veneto: “General Eletric, Exelon, Battelle, Burns and Roe, Lightbridge ed Energy Solutions”, elenca Thorne.
Il database di WikiLeaks si ferma prima del maggio 2010, data delle dimissioni di Scajola per la casa con vista al Colosseo “pagata a sua insaputa”.
Nelle primissime dichiarazioni, il ministro ligure grida al complotto e comincia la sua lista di sospetti con un riferimento esplicito: “Le mie dimissioni indeboliscono il governo, ma chi può avere interesse a farlo? La Francia, in prospettiva, ha tutto da perdere dal nostro programma nucleare…”.
Ma se le scelte sul nostro futuro energetico nascono da questi oscuri giochi di potere, a perderci rischiano di essere tutti gli italiani.
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Giugno 5th, 2011 Riccardo Fucile
PRESIDENTI DI REGIONE E PEONES, MINISTRI E PARLAMENTARI, FINIANI, SPEZZONI DEL PDL E BASE LEGHISTA….QUELLI CHE A DESTRA ANDRANNO A VOTARE COMUNQUE
Qualcuno sbandierandolo, i più senza farlo sapere troppo in giro.
Al premier, soprattutto.
Perchè i referendum saranno pure “inutili e privi di conseguenza sul governo”, come tenta di minimizzare Berlusconi per evitare il peggio.
Fatto sta che giorno dopo giorno almeno tre dei quattro quesiti esercitano una certa presa anche dentro la sua coalizione.
E così, la consultazione del 12-13 giugno rischia di mandare all’aria l’unico obiettivo che al Cavaliere sta davvero a cuore: affondare il quorum sul legittimo impedimento.
Crepe si aprono anche dentro il governo.
Non annuncia ancora il suo “sì” contro il nucleare, ma poco ci manca, il ministro dell’Ambiente Stefania Prestigiacomo.
“È finita, non possiamo mica rischiare le elezioni per il nucleare. Non facciamo cazzate” incalzava a Montecitorio Tremonti e Bonaiuti il 17 marzo, a margine delle celebrazioni per il 150°, in un confronto che doveva restare riservato ma che è finito poi su tutti i giornali.
La ministra, com’è noto, è in guerra perenne col collega allo Sviluppo, e nuclearista convinto, Paolo Romani.
Ma non è solo per quello che adesso dice di “rispettare la decisione della Cassazione” sul referendum contro l’atomo.
Ancora tre giorni fa, in un’intervista al Mattino, ricordava i “molti presidenti di Regione del centrodestra che si sono pronunciati in maniera netta contro il nucleare”.
Lei stessa rivendica di essersi “battuta perchè il Pdl si pronunciasse per la libertà di voto”. Mentre resta contraria “fermamente” alla consultazione sull’acqua.
Già , i governatori.
Quello sardo Ugo Cappellacci, per esempio.
Berlusconiano doc, aveva annunciato che per costruire una centrale sull’isola avrebbero dovuto passare sul suo corpo.
A maggio i sardi hanno già anticipato un loro referendum sul nucleare, bocciandolo col 97%.
“Mi auguro venga replicato il risultato, la nostra contrarietà va dichiarata in maniera espressa, oggi e per il futuro” dice ora il presidente della Regione.
In prima linea, come lui, i governatori leghisti: Luca Zaia in Veneto e Roberto Cota in Piemonte.
“Figurarsi se ho problemi ad andare a votare per il nucleare – spiega Zaia – . Sono convinto che il 75 per cento degli italiani non condivide questa strategia. Io sono contro il nucleare, contro gli Ogm e per l’acqua pubblica. Chiaro?”.
D’altronde, lo stesso Umberto Bossi ha confessato di trovare “attraente” il quesito contro la liberalizzazione dei servizi idrici.
Suscitando tutto il disappunto che si può immaginare nel presidente del Consiglio.
Il segnale è ormai partito e gli uomini del Carroccio lo hanno subito colto.
Le amministrazioni locali del Lombardo-Veneto schierate per “la tutela dell’acqua bene comune” si sono moltiplicate in pochi giorni.
Il sindaco di Belluno Antonio Prade, ha dato vita al manifesto sui “dieci buoni motivi per votare sì al referendum”.
Qualcuno, come il sindaco di Verona Flavio Tosi, la pensa diversamente, ma il vento che tira è quello.
“L’orientamento lo decide il Senatur, ma la Lega è sempre sensibile ai temi che interessano il territorio”, racconta l’eurodeputato Mario Borghezio, che della pancia del partito esprime sempre umori e tendenze.
Da Nord a Sud, chi lavora sul territorio ha le idee chiare su acqua e nucleare. Giuseppe Castiglione, superberlusconiano presidente dell’Unione delle Province e a capo di quella di Catania, due giorni fa ha riunito duecento amministratori per far quadrato.
E ora spiega: “L’Acqua è pubblica e deve restare tale, piuttosto si affidi la gestione alle Province, e comunque mai centrali nucleari in Sicilia, spazio alle energie rinnovabili”.
E poi in Parlamento.
Tra i pidiellini, Alessandra Mussolini è tra i referendari più convinti.
“Anche se la consultazione dovesse essere politicizzata, e spero non accada, io andrò. In quanto medico, in quanto madre, in quanto politico. L’energia? Vorrà dire che la compreremo, fosse pure dai cinesi, tanto ormai si compra tutto”.
E come lei il collega Fabio Rampelli, perchè “milioni di elettori di centrodestra sono contro le centrali e per l’acqua pubblica”.
Anche i Responsabili cedono al richiamo.
“Martedì ci riuniamo per decidere, ma io voto su acqua e nucleare” annuncia il capogruppo Luciano Sardelli.
Il loro uomo-simbolo, Domenico Scilipoti, si spinge perfino oltre: “Certamente andrò e mi esprimerò su tutti i quesiti”.
Dunque anche sul legittimo impedimento, perchè “è giusto che gli italiani vadano a votare e esprimano la loro opinione”.
Che poi è la linea decisa ieri sera dall’esecutivo della Destra di Francesco Storace: l’indicazione agli elettori è per il “si” ai due quesiti sull’acqua e a quello sul nucleare.
Una penosa retromarcia del partito dell’autista di Marchio che fino al giorno prima stva coi no.
Ora si limiterà a difendere il suo datore di lavoro solo sul legittimo impedimento.
Carmelo LoPapa
(da “La Repubblica“)
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Giugno 5th, 2011 Riccardo Fucile
PER LE SCORIE L’IPOTESI DI UN DEPOSITO A 180 KM DA MILANO….LO SMANTELLAMENTO DELLE CENTRALI SVIZZERE SARA’ RIPAGATO VENDENDO ELETTRICITA’ ALL’ITALIA
Se c’è qualcuno che di referendum se ne intende va cercato in Svizzera.
Con l’ultima consultazione di metà maggio, ad esempio, Zurigo ha bocciato la proposta di negare agli stranieri l’eutanasia.
Assolutamente pacifico, dunque, che negli ultimi anni i cittadini elvetici di ogni ordine e grado si siano espressi a più riprese anche sull’energia nucleare, confermando invariabilmente la loro vocazione «atomica».
Solo il 14 febbraio scorso, nel cantone di Berna, i residenti dicevano «sì» alla costruzione di un nuovo impianto nucleare a Mà¼hleberg, che avrebbe dovuto rimpiazzare quello esistente, uno dei cinque rossocrociati, in funzione dal 1971.
Una vittoria risicata, con un margine di soli novemila voti su 367 mila.
Un segnale che, al di là delle Alpi, la fede nucleare stava iniziando a vacillare anche prima di Fukushima.
Nel 1990, sotto l’effetto Chernobyl, il 54,6% degli svizzeri aveva optato per una moratoria nucleare di dieci anni.
Moratoria, si badi bene, non chiusura.
Nel 2003 due proposte anti-nucleari furono rigettate in un colpo solo, con il 66 e il 58% dei votanti.
E non più tardi del mese di novembre dello scorso anno l’Ispettorato federale per la sicurezza nucleare ha dato il via libera a una rosa di tre siti (Niederamt, Beznau e, appunto, Mà¼hleberg) dove ubicare due nuove centrali.
Curioso, per di più, che proprio nella «verde» Svizzera si sia verificato nel 1969 l’unico episodio europeo di fusione del nocciolo: avvenne in una caverna a Lucens, vicino a Losanna, e interessò un reattore pilota da 6 megawatt.
Colpisce, dunque, che proprio qualche giorno prima della decisione ufficiale della Merkel, la settimana scorsa anche la nostra nuclearista vicina settentrionale abbia invertito rotta, scegliendo di abbandonare l’energia da fissione.
Questa volta non per referendum, ma per decisione governativa.
Un addio «graduale», che farà sì che il distacco degli impianti si scaglioni tra il 2019 e il 2034. Un periodo durante il quale, vendendo l’elettricità anche all’Italia, i previdentissimi svizzeri si garantiranno l’alimentazione del fondo che dovrà ripagare lo smantellamento.
Ed è proprio il capitolo smantellamento, e trattamento delle scorie, che accomuna in parte Roma e Berna.
Entrambe hanno il problema di trovare un luogo, nel sottosuolo profondo, dove stoccare definitivamente le loro scorie ad alta, media e bassa intensità .
In Svizzera però, a differenza che in Italia, sono già state individuate sei aree papabili: cinque a nord, tra Sciaffusa, Zurigo e il Giura.
Una a Wellenberg, nel Nidwalden. Per intendersi, a 240 chilometri di autostrada da Milano, poco più di 180 in linea d’aria.
Lo scorso febbraio, nel Nidwalden, l’80% dei votanti ha detto «no» in un referendum al deposito delle scorie.
Lì, forse, la Svizzera assomiglia di più all’Italia.
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Giugno 4th, 2011 Riccardo Fucile
ECCO I NUMERI CHE I PROMOTORI SPERANO DI RAGGIUNGERE PER PORTARE A VOTARE PIU’ DEL 50% DEGLI ELETTORI
Confermato il voto sui quattro quesiti, le forze politiche si chiedono se il quorum del 50% degli elettori più uno (necessario perchè il referendum sia valido) sia raggiungibile o meno.
I cittadini, infatti, hanno a disposizione due opzioni – se vanno alle urne: scegliere il “sì” (cioè votare per cancellare la legge) o il “no” (se vogliono mantenerla in vigore). Poi c’è l’astensionismo volontario, che va spesso ad aggiungersi a quello fisiologico e che sovente è stato incoraggiato dal “fronte del no” per far mancare il quorum.
Infatti, anche in caso di vittoria del “sì” nel conteggio delle schede, il risultato è efficace e valido solo se va a votare – come si diceva – la metà più uno degli aventi diritto al voto.
Dal referendum sul divorzio (1974) a quelli del giugno 2009, gli italiani sono stati chiamati a votare su 62 quesiti in 15 occasioni.
In otto si è raggiunto il quorum, con percentuali di votanti variabili fra il 57% (1995) e l’87,7% (1974); in sette (1990, 1997, 1999, 2000, 2003, 2005, 2009) il quorum non è stato raggiunto (l’affluenza è stata compresa fra il 23,3% del 2009 e il 49,6% del ’99). La percentuale media dei votanti (1974-2009) è stata pari al 54,5%, però: anni ’70, 84,4%; anni ’80, 74,1%; anni ’90, 53,2%; 2000-2009, 26,7%.
Negli anni Duemila, perciò, il raggiungimento del quorum è stato il principale terreno di confronto fra “partito del sì” e “partito del no”.
Secondo nostri calcoli, per ottenere il quorum del 50,01% al referendum abrogativo, se ci basiamo sui tradizionali comportamenti di voto, occorre che l’affluenza alle 12 di domenica 12 giugno sia almeno del 10%; alle 19 del 26,5-27%; alle 22 del 37-37,5% (giungendo al 50,1-50,5% alle 15 del giorno dopo).
Ma se l’obiettivo è più alto (poniamo il 55% nazionale, se l’affluenza dall’estero è bassa) la percentuale minima per il quorum è più elevata: alle 12 il 10,5-11%; alle 19 il 29-29,5%; alle 22 il 40,5-41, per arrivare a quota 55% alle 15 del 13 giugno.
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Giugno 1st, 2011 Riccardo Fucile
BOCCIATO IL TENTATIVO DEL GOVERNO DI CANCELLARE IL REFERENDUM SUL RITORNO ALL’ENERGIA ATOMICA…TRASFERITO IL QUESITO SULLE NUOVE NORME EMANATE COL DECRETO OMNIBUS… L’AGCOM RICHIAMA LA RAI: “SUI REFERENDUM INFORMAZIONE INSUFFICIENTE”
Si voterà il referendum sul nucleare. 
La Corte di Cassazione ha accolto l’istanza presentata dal Pd che chiede di trasferire il quesito sulle nuove norme appena votate nel decreto legge omnibus: quindi la richiesta di abrogazione rimane la stessa, ma invece di applicarsi alla precedente legge si applicherà appunto alle nuove norme sulla produzione di energia nucleare (art. 5 commi 1 e 8).
La decisione è stata presa a maggioranza dal collegio dell’Ufficio Centrale per il referendum della Cassazione, presieduto dal giudice Antonio Elefante.
Dovranno però essere ristampate le schede, visto che i quesiti andranno riformulati in base al testo del decreto omnibus.
Secondo indiscrezioni trapelate ieri dal Viminale, i tempo tecnici per rifare tutto il materiale entro il 12 e 13 giugno ci sarebbe, ma mancano ancora conferme ufficiali. Per trovare l’unico precedente simile, bisogna riandare indietro nel tempo al 1978 quando il via libera definitivo alla consultazione su legge Reale e finanziamento pubblico dei partiti arrivò a dieci giorni dalla scadenza (anche in quel caso era stata cambiata in extremis dal Parlamento la legge oggetto dei quesiti) senza comprometterne l’esito.
Altro problema è poi rappresentato dal voto degli italiani all’estero, che hanno già iniziato a votare per corrispondenza sul vecchio quesito.
“Si afferma la forza serena della Costituzione contro il tentativo giuridicamente maldestro di raggirare il corpo elettorale, cioè 40 milioni di cittadini”, ha commentato l’avvocato Gianluigi Pellegrino che ha sostenuto per il Pd le ragioni referendarie davanti alla Cassazione.
La sentenza della Suprema corte è stata accolta naturalmente con entusiasmo anche dal comitato promotore. “Questa volta le furberie alle spalle degli italiani non passano. La Cassazione censura l’arroganza del governo e riconsegna nelle mani dei cittadini il diritto a decidere sul nucleare e del proprio futuro”, commentano dal quartier generale di ‘Vota Sì per fermare il nucleare’.
La Corte, prosegue la nota, “ha arginato i trucchi e gli ipocriti ‘arrivederci’ al nucleare e ha ricondotto la questione nell’alveo delle regole istituzionali, contro l’inaccettabile tentato scippo di democrazia”.
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Maggio 14th, 2011 Riccardo Fucile
“IL DEMANIO SARA’ COSTRETTO A COMPRARSI LE STRUTTURE REALIZZATE SUL SUOLO PUBBLICO”…IL GOVERNO, DOPO LE CRITICHE DELLA UE, COSTRETTO A RIDURRE LA CONCESSIONE, RISPETTO AI 90 ANNI INIZIALMENTE PREVISTI
“E’ un bene che sia tramontata l’ipotesi del diritto di superficie per 90 anni per le spiagge date in concessione a privati, ma è un altro il rischio nascosto nel decreto sviluppo: scadute le future concessioni, il Demanio sarà costretto a “comprare” le strutture edificate sul suolo pubblico”.
La denuncia viene da Fai e Wwf a poche ore dalla firma del capo dello Stato sul decreto che contiene le norme sulle nuove concessioni a fini turistici sul litorale demaniale.
Il governo, dopo le polemiche dei giorni scorsi, è stato costretto a modificare il termine delle concessioni, riducendo drasticamente a vent’anni la durata di 90 anni inizialmente prevista.
Il diritto di superficie quasi secolare era stato istituito a garanzia della programmazione e della certezza degli investimenti degli operatori privati.
Ma quella sorta di concessione “a vita” era stata giudicata dall’Ue “non conforme” alla disciplina del mercato comune, che prevede in casi simili tempi ragionevolmente ridotti, ed aveva sollevato anche le perplessità del Quirinale.
Il Colle aveva chiesto che il termine fosse riconsiderato.
Così il testo è stato modificato e il termine di 20 anni dovrebbe comparire nell’ultima versione del decreto.
Fai e Wwf temono però che questo non basti e chiedono che si ritorni al diritto di concessione oggi in vigore.
“L’inghippo – sostengono le due associazioni – della trasformazione del diritto
di concessione in diritto di superficie mette a rischio cementificazione le spiagge. Si vuole infatti separare la proprietà del terreno da quello che viene edificato e questo significa garantire ai privati la proprietà degli immobili, già realizzati o futuri sul demanio marittimo”.
Oggi come oggi, questo rischio era escluso perchè, tramite la concessione, gli immobili, anche se realizzati da privati, rimanevano in uso per il tempo della concessione, ma erano del demanio.
“In concreto – proseguono Fai e Wwf – questo significa che con l’introduzione del diritto di superficie se lo Stato vorrà le spiagge libere da infrastrutture, una volta scaduto il termine dei vent’anni, dovrà pagare ai privati il valore degli immobili realizzati perchè questi saranno a tutti gli effetti di loro proprietà e quindi potranno essere venduti o ereditati”.
“In via teorica – concludono Wwf e Fai – , anche se poco applicata, lo Stato oggi può revocare le concessioni in caso di violazioni; cosa che non sarà più possibile con il diritto di superficie”.
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Maggio 14th, 2011 Riccardo Fucile
PUBBLICHIAMO LA LETTERA DI UNA RICERCATRICE CHE DOVEVA INTERVENIRE A UN PROGRAMMA RAI PER PARLARE SULLA PRIVATIZZAZIONE DELL’ACQUA E CHE E’ STATO IMPROVVISAMENTE CANCELLATO.. AL CITTADINO NON FAR SAPERE QUANTE E’ GRANDE LA LORO SETE DI POTERE
Sono una ricercatrice, mi occupo di diritto ambientale e di risorse idriche.
Ieri mattina dovevo intervenire ad un programma Radio Rai (programmato ormai da due settimane) per parlare del referendum sulla privatizzazione dell’acqua e chiarirne meglio le implicazioni giuridiche.
E’ arrivata una circolare interna Rai alle 8 di ieri mattina che ha vietato con effetti immediati a qualunque programma della Rai di toccare l’argomento fino a giugno (12-13 giugno, ovvero quando si terrà il referendum).
Quindi, il programma è saltato e il mio intervento pure.
Questo è un piccolo esempio delle modalità con cui “il servizio pubblico” viene messo a tacere e di come si boicotti pesantemente la possibilità dei cittadini di essere informati e di intervenire (secondo gli strumenti garantiti dalla Costituzione) nella gestione della res publica.
Di fronte a questa ennesima manifestazione di un potere che calpesta non solo quotidianamente le altre istituzioni, ma anche il popolo italiano, di cui invece si fregia di esser voce ed espressione, occorre riappropriarci della nostra voce, prima di perderla definitivamente.
Il referendum è evidentemente anche questo!
Mariachiara Alberton
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