Giugno 2nd, 2017 Riccardo Fucile
LA SCELTA SCELLERATA DI TRUMP NON DANNEGGERA’ SOLO L’AMBIENTE, MA ANCHE L’ECONOMIA E IL LAVORO
La decisione di Trump sugli accordi di Parigi non danneggerà solo l’ambiente, ma anche l’economia e il
lavoro.
Gli Stati Uniti rischiano di perdere oltre 4 milioni di posti, quelli attualmente generati dalle energie rinnovabili, un numero letteralmente triplicato dal 2008.
I lavori verdi — in particolare nel fotovoltaico e nell’eolico — sono cresciuti a una velocità 12 volte superiore rispetto al resto dell’economia, secondo uno studio dell’Environmental Defense Fund (EDF), come ricorda oggi John Podesta, ex consigliere di Obama, sul Washington Post.
A questo incremento ha contribuito sicuramente un abbassamento dei costi di produzione e di installazione degli impianti, anche grazie a incentivi federali e locali.
Il numero dei lavori verdi in Europa è intorno ai 3 milioni e mezzo, pari a circa il 22 per cento del lavoro regolare salariato, più di quanto offrono le industrie automobilistica e farmaceutica.
In Italia si stima che le rinnovabili oggi creino circa 13 posti su cento e di certo assorbono figure qualificate e specializzate, in un Paese afflitto dalla disoccupazione intellettuale.
Secondo gli esperti, per incoraggiare il settore servirebbero un maggiore investimento pubblico — non solo incentivi -, un più facile accesso alle fonti rinnovabili e la liberalizzazione dell’energia prodotta.
Alla vigilia delle nostre elezioni politiche, questo dovrebbe essere un punto prioritario per qualsiasi partito che voglia definirsi quantomeno contemporaneo.
(da agenzie)
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Giugno 2nd, 2017 Riccardo Fucile
USA FUORI DALL’ACCORDO DI PARIGI TRIONFA L’EGOISMO… LA LOBBY DEL CARBONE POTRA’ CONTINUARE A INQUINARE IL PIANETA E A CAUSARE TUMORI
Tanto tuonò che piovve. È stata ufficializzata l’assurda decisione dell’amministrazione Trump di
recedere dall’Accordo di Parigi sulla lotta ai cambiamenti climatici.
Assurda perchè mina alle basi il già debole accordo di Parigi, ignora i moniti sempre più allarmanti della comunità scientifica e passa come un rullo sulle speranze dei popoli del mondo.
L’inquilino della Casa Bianca più singolare che gli States abbiano mai avuto contribuisce così a scrivere una pagina nera della moderna governance globale.
Le indiscrezioni circolate nei giorni scorsi sono state confermate senza colpi di scena: Donald Trump ha deciso di rinnegare gli impegni presi dagli Usa a Parigi, e lo ha fatto senza neppure interpellare il Congresso.
Dopo la mancata ratifica del Protocollo di Kyoto, con il recesso dal quadro di impegni assunti a Parigi gli Usa si confermano una delle bandiere dell’egoismo globale.
La decisione rischia di mettere la pietra tombale su un processo diplomatico pluriennale già in salita e di per se insufficiente a contenere l’aumento di temperatura entro i limiti indicati dalla comunità scientifica internazionale.
L’ostacolo reale per una efficace azione globale di contrasto al caos climatico che incalza non riguarda infatti solo Trump, riguarda in generale la sostanziale mancanza di una volontà politica condivisa per agire collettivamente, drasticamente e immediatamente a livello globale.
In questo sguardo poco rassicurante, l’uscita di scena degli Usa è un elemento di grosso peso e desta preoccupazione a tutte le latitudini.
Nel 2014 gli Stati Uniti emettevano da soli il 15% delle emissioni globali di gas climalteranti da combustione di fossili e processi industriali, una percentuale importante e seconda soltanto al 30% tondo della Cina.
Secondo Trump gli impegni assunti a Parigi sarebbero “ingiusti” rispetto al lungo periodo di tolleranza concesso alla Cina prima di iniziare a ridurre le emissioni: “l’accordo negoziato da Obama impone target non realistici per gli Stati Uniti nella riduzione delle emissioni, lasciando invece a paesi quali la Cina un lasciapassare per anni”.
La decisione rischia di spingere altri dei 195 paesi firmatari sulla stessa strada. Potrebbero interpretarsi in tal senso le dichiarazioni della Russia, che ha ammesso che “pur dando grande importanza all’accordo, la sua efficacia viene ridotta senza i suoi attori chiave”.
Dopo le indiscrezioni dei giorni scorsi la Cina ha invece rinnovato l’impegno a perseguire e rafforzare gli obiettivi dell’accordo di Parigi.
Anche gli altri capi 6 di Stato convenuti al G7 di Taormina avevano tentato di strappare a Trump una dichiarazione congiunta sul clima, conclusasi come è noto con un nulla di fatto.
In quella sede, il presidente della Commissione Ue Junker aveva ricordato a Trump che l’Accordo non prevede la possibilità di un “recesso immediato”: secondo le procedure nessun Paese può avanzare richiesta di recesso fino a tre anni dopo l’entrata in vigore dell’accordo.
Certo è che non esistendo strumenti di sanzione, la mancanza della volontà politica di onorare gli impegni presi è di per sè elemento sufficiente ad affermare che gli Usa non intraprenderanno alcuna strada virtuosa in materia energetica o nei trasporti e continueranno a bruciare carbone, petrolio e gas in barba all’accordo e alle previsioni della scienza.
Sin dalla campagna elettorale, del resto, Trump si era impegnato a tranquillizzare le lobby dei combustibili fossili, a partire dai produttori di carbone.
“L’accordo è pessimo per gli americani, gli Usa escono dall’accordo sul clima e da domani cesseranno l’attuazione degli impegni presi che potrebbero causare la perdita di 2,7 milioni di posti di lavoro. Con questa decisione manteniamo la promessa di mettere i lavoratori americani davanti a tutto” – ha dichiarato Trump di fronte alla stampa di tutto il mondo.
Il problema è non comprendere che in gioco c’è molto di più dei lavoratori americani, c’è il pianeta con tutti i suoi abitanti e l’unica strada efficace per rispondere alla sfida sarebbe quella di abbandonare immediatamente i combustibili fossili, tagliare i sussidi pubblici, convertire il modello produttivo attraverso una transizione giusta per i lavoratori di tutte le nazionalità e indispensabile per l’intero pianeta.
(da “Huffingtonpost”)
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Maggio 31st, 2017 Riccardo Fucile
COSA PUO’ SUCCEDERE DOPO? VERSO UN’ALLEANZA “VERDE” TRA EUROPA E CINA
È attesa nei prossimi giorni la decisione del presidente degli Stati Uniti, Donald Trump, sull’accordo sul
clima di Parigi.
Secondo il sito Axios, Trump ha deciso di abbandonare l’intesa e una prima conferma arriva da un funzionario ‘senior’ della Casa Bianca, che ha parlato con Abc News.
Il funzionario ha detto che Trump “probabilmente” deciderà di ritirare gli Stati Uniti dall’intesa, ricordando comunque che nessuna decisione è definitiva finchè il presidente non la annuncia.
La Casa Bianca starebbe lavorando all’annuncio, con l’obiettivo di spiegare le ragioni dell’abbandono, secondo Abc News.
Nell’accordo sul clima di Parigi, che venne raggiunto nel settembre 2015, la soglia per il riscaldamento globale è fissata “ben al di sotto dei 2 gradi”, ma prevede anche un impegno a “fare sforzi per limitare l’aumento a 1,5”, in linea con le richieste degli Stati insulari.
Sulla riduzione delle emissioni, invece, il testo non parla di “neutralità carbonica”, ma di “equilibrio fra emissioni da attività umane e rimozioni di gas serra”, e non fissa una timeline precisa, limitandosi a imporre di “raggiungere il picco il più presto possibile” e poi accelerare per arrivare all’equilibrio “nella seconda metà di questo secolo”.
Sui finanziamenti ai paesi avanzati viene ribadito l’obbligo di “fornire risorse” per supportare quelli in via di sviluppo, e chiesto di stilare una “roadmap precisa” per arrivare a mobilitare 100 miliardi di dollari l’anno da qui al 2020.
L’accordo dà il via a un meccanismo di rimborsi per compensare le perdite finanziarie causate dai cambiamenti climatici nei paesi più vulnerabili geograficamente, che spesso sono anche i più poveri.
Il meccanismo, secondo le ONG del Climate Action Network, non fornisce garanzia di assistenza per i più colpiti nè implica responsabilità giuridica o compensazione. Come volevano all’epoca gli USA, che volevano evitare le cause contro le aziende più inquinanti.
Intanto il Financial Times ha visionato dei documenti alla vigilia del vertice Ue-Cina, che illustrano come Bruxelles e Pechino intendano accelerare le misure per realizzare l’”irreversibile” abbandono dei combustibili fossili per implementare lo “storico traguardo” dell’accordo di Parigi.
Un’alleanza verde tra Cina e UE in funzione anti-Trump?
(da agenzie)
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Maggio 24th, 2017 Riccardo Fucile
PROIETTATO SULLA CUPOLA DI SAN PIETRO IL MESSAGGIO “PLANET EARTH FIRST” IN RISPOSTA AL MOTTO “AMERICA FIRST”
Alla vigilia dell’incontro tra Papa Francesco e Donald Trump, Greenpeace ha proiettato sulla cupola della Basilica di San Pietro il messaggio “Planet Earth First!” (Prima il pianeta Terra!”) in risposta al motto di Trump “America First!”.
Il presidente degli Stati Uniti ha recentemente abolito numerose misure per la protezione del clima, desiderando favorire le aziende petrolifere e del carbone. Gli Usa sono il secondo emettitore di gas serra al mondo, superati solo negli ultimi anni dalla Cina.
“I cambiamenti climatici sono la minaccia che più tocca la nostra generazione, per questo i veri leader mondiali si stanno impegnando per salvaguardare il nostro futuro. Trump non può sfuggire a questa responsabilità rinnegando l’impegno degli Stati Uniti preso a Parigi” spiega Jennifer Morgan, direttore esecutivo di Greenpeace International.
“Prima dell’incontro con il Papa abbiamo voluto consegnare questo messaggio a Trump, convinti che la sua prima priorità debbano essere le persone e il pianeta, non il profitto di chi inquina. Il presidente non può fermare la transizione verso fonti di energia pulita e deve invece accelerarla”.
Nella “Laudato Si’ sulla cura della casa comune”, promulgata il 18 giugno 2015, la prima enciclica sull’ambiente, Papa Francesco identificava la lotta ai cambiamenti climatici come priorità , affermando anche che “i combustibili fossili, altamente inquinanti — specialmente il carbone, ma anche il petrolio e, a un livello minore, il gas — devono essere sostituiti gradualmente e senza ritardi”.
Nelle prossime settimane Trump deciderà se gli Stati Uniti devono continuare o meno ad essere parte dell’Accordo di Parigi sul clima, un patto storico in cui quasi 200 Paesi si sono impegnati a contenere il riscaldamento del pianeta entro 1,5 gradi Celsius.
Il 71 per cento degli americani — insieme ad aziende come Google e Microsoft e a diversi governi locali statunitensi — chiede che gli Usa non si tirino indietro.
(da agenzie)
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Marzo 10th, 2017 Riccardo Fucile
SCOTT PRITT NON VUOLE LIMITAZIONI ALLE ATTIVITA’ INDUSTRIALI, PER LUI IL CAMBIAMENTO CLIMATICO DA INQUINAMENTO E’ UNA INVENZIONE DELLA SCIENZA
Non c’è un ambientalista all’Ambiente. Scott Pruitt, responsabile dell’Agenzia per la protezione dell’Ambiente (Epa) a Washington, non cambia le sue convinzioni, già più volte espresse in passato: l’attività umana non c’entra nulla con il riscaldamento globale.
Donald Trump lo ha scelto anche per questo, ha già più volte espresso la sua contrarietà alle limitazioni “green” alle attività industriali e si rafforza la teoria per cui verrà spazzato via il Clean Power Plan di Barack Obama, che pone un limite alle emissioni degli impianti per la generazione di energia elettrica.
Pruitt non crede che l’inquinamento e l’attività umana siano una causa dei cambiamenti climatici. “Penso sia molto difficile misurare l’impatto dell’attività umana sul clima e che vi sia enorme disaccordo sul grado di questo impatto. Non sono d’accordo che sia una causa primaria del riscaldamento del clima a cui stiamo assistendo”, ha detto intervenendo in un talk show dell’emittente Cnbc. “Quindi no, non sono d’accordo nel dire che l’anidride carbonica sia un’importante causa del riscaldamento climatico”.
Le convinzioni del nuovo capo dell’Agenzia per la protezione dell’Ambiente sono per altro in netto contrasto con quanto afferma il sito della stessa agenzia, secondo il quale “è estremamente probabile che le attività umane siano la causa dominante” dei riscaldamento climatico.
Concetto che è riconosciuto dall’insieme della comunità scientifica internazionale ed è alla base degli accordi di Parigi sul clima.
La sua posizione cozza contro quella della Nasa e della Noaa, l’agenzia americana oceanica e atmosferica, che hanno entrambe affermato a gennaio che il cambiamento climatico era “ampiamente determinato dall’aumento di anidride carbonica e da altre emissioni di origine antropica”.
Scott Pruitt ha anche denunciato l’accordo di Parigi, definendolo un “cattivo accordo”. Secondo cui “avrebbe dovuto essere gestito come un trattato e quindi passare per l’approvazione del Senato. È inquietante”.
In passato Pruitt ha mosso oltre una decina di processi contro l’agenzia dell’ambiente al fianco di industriali e lobbisti per bloccare diverse normative sull’inquinamento dell’aria o delle acque.
(da Huffingtonpost”)
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Novembre 19th, 2016 Riccardo Fucile
LE PROVE DEL SURRISCALDAMENTO GLOBALE SPIEGATE IN CINQUE PUNTI
Lunedì scorso l’agenzia meteorologica delle Nazioni Unite ha annunciato che il 2016 è l’anno
più caldo di sempre. Mai sul pianeta Terra sono state raggiunte queste temperature: più 1,2 gradi centigradi rispetto alla media.
L’annuncio è arrivato durante la conferenza sul clima di Marrakech, a un anno dagli importanti accordi di Parigi, firmati da 196 Paesi ma ancora da ratificare da molti parlamenti.
I motivi del surriscaldamento globale sono tanti: i gas serra, la deforestazione, l’allevamento intensivo e in generale lo sfruttamento delle risorse naturali che hanno innescato rapidi cambiamenti sul nostro pianeta.
Un problema serio, attuale e indiscutibile.
Però ancora oggi c’è chi lo considera una teoria opinabile.
Ultimo esempio, ma più importante, il presidente eletto degli Stati Uniti d’America, Donald Trump, che durate la campagna elettorale ha definito il surriscaldamento globale “una bufala inventata dai cinesi per ridurre la concorrenza”.
In cinque punti cerchiamo di fare chiarezza sul cambiamento climatico e sulle sue conseguenze: lo scioglimento dei ghiacci, l’innalzamento del livello del mare e, infine, persino sul numero di sfollati.
1. La temperatura sta salendo, velocemente
I 10 anni più caldi degli ultimi secoli sono tutti stati registrati dopo il 1998. Significa che “il 2016 è l’anno più caldo di sempre” e la temperature sono salite sempre più velocemente negli scorsi anni.
A causa dell’inquinamento e dei gas serra il sole viene filtrato di meno e il calore è trattenuto all’interno dell’atmosfera.
L’aumento medio della temperatura è di 1,2 gradi (era di 0,86 nel 2015) rispetto alla media del periodo 1961-80, usata dai ricercatori come valore di riferimento.
Il valore non è uniforme su tutto il pianeta: alcuni punti, in particolare nella parte più a nord dell’emisfero boreale, registrano un aumento di 4-5 gradi.
2. I ghiacci si stanno sciogliendo, ancora più velocemente
La superficie ghiacciata del pianeta è fondamentale per due ragioni: primo, riflette come uno specchio i raggi solari, non assorbendo quindi tutta l’energia che riceve (come mettere un parasole sui vetri dell’auto); secondo, è una risorsa di acqua fredda quando i ghiacciai e le nevi non perenni si sciolgono in primavera.
Sciogliendosi a ritmi maggiori aumenta la superficie di acqua, che assorbe più calore (come avere un auto dalla carrozzeria scura).
La maggior parte di superficie ghiacciata è nell’emisfero boreale, in particolare al Polo Nord. È lì che i ghiacci si stanno sciogliendo più rapidamente.
3. L’acqua si sta alzando, e si alzerà ancora
Nel Novecento l’innalzamento del livello del mare è stato più veloce dei precedenti 27 secoli e con il nuovo millennio le acque salgono ancora più rapidamente. In altri 100 anni, poi, potremmo trovare alcune località costiere sommerse.
L’Istituto di Fisica di Londra ha mappato più di 130 patrimoni dell’Unesco a rischio allagamento in un futuro che va dai 100 a 1000 anni a seconda dell’aumento della temperatura (dalla Statua della libertà all’Opera House di Sidney). In Italia Venezia andrebbe sott’acqua, ma non sarebbe la sola: Napoli, alcune coste sarde e siciliane e una parte di Toscana.
4. Lo dice la comunità scientifica, punto
Gli scienziati sono tutti d’accordo sulla causa del riscaldamento globale: l’uomo. Negli scorsi anni sono state diffuse teorie differenti sull’esistenza del fenomeno e sulle sue origini.
Politici, opinionisti e blogger hanno parlato di complotto o di cause naturali. È da decenni però che la comunità scientifica porta dati e prove sul tema e sono sempre meno i ricercatori a dissociarsi. In tutto il 2013, ultimo anno analizzato, delle più di 3.000 pubblicazioni scientifiche verificate, solo una non attribuiva all’uomo la causa del riscaldamento globale.
5. È peggio della guerra
Negli scorsi otto anni 203 milioni di persone hanno dovuto spostarsi dal posto dove vivevano per colpa di siccità , alluvioni e uragani.
La maggior parte di loro veniva da Paesi in via di sviluppo, e in alcuni casi sono stati costretti a rifugiarsi in paesi vicino o a emigrare nel mondo occidentale. I migranti che arrivano in Italia non scappano solo dalle guerre, quindi.
Le Nazioni unite hanno registrato un numero sempre maggiore di sfollati per cause ambientali e nel 2015 il loro numero era più del doppio degli sfollati per conflitti e violenze.
Un numero enorme, un terzo dell’intera popolazione italiana e un flusso continuo: in media ogni giorno ci sono 52.000 mila sfollati. Come gli abitanti di una città italiana di medie dimensioni che scappa in fuga in un pianeta sempre più caldo, fragile e pericoloso.
Nicolas Lozito
(da “La Stampa“)
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Novembre 10th, 2016 Riccardo Fucile
LA SPERANZA CHE LE COMUNITA’ LOCALI POSSANO LIMITARE DANNI CHE SAREBBERO IRREPARABILI.. PER LUI IL RISCALDAMENTO GLOBALE DEL PIANETA E’ UNA BALLA DEI CINESI, SALVO RIFARSI A QUESTO PER CHIEDERE OPERE DI TUTELA DEI SUOI CAMPI DA GOLF
Sono appese alla costruzione di un muro le speranze che Donald Trump.
Il muro in questione non è quello che ha minacciato di innalzare al confine con il Messico per fermare l’immigrazione, ma quello che vuole costruire lungo il suo campo da golf sulla costa occidentale dell’Irlanda.
Se c’è un settore dove l’arrivo alla Casa Bianca del magnate newyorkese rischia di fare danni irreparabili, vista la gravità della situazione e il poco tempo a disposizione per rimediare, è quello della lotta ai cambiamenti climatici.
Trump non ha esitato a definire il riscaldamento globale “una bufala inventata dai cinesi per minare la competitività dell’industria americana”, aggiungendo che il Pianeta “in realtà si sta congelando”
Eppure, come ha svelato il sito Politico.com la richiesta di autorizzazione inviata alle autorità irlandesi dalla Trump International Golf Links Ireland spiega che la costruzione del muro si rende necessaria per proteggere la struttura “dall’erosione della costa e dall’innalzamento del livello del mare provocato dai cambiamenti climatici”.
Sarà altrettanto pragmatico quando si tratterà di tutelare il benessere del Pianetà anzichè il valore delle sue proprietà immobiliari?
Il programma illustrato da Trump rischia di fare piazza pulita di tutti i passi avanti compiuti nelle politiche ambientali dagli Stati Uniti durante i due mandati di Barack Obama.
Alcuni isituti di ricerca si sono spinti persino a calcolare il diverso andamento delle emissioni di CO2 americane in caso di presidenza Clinton e di presidenza Trump.
Il candidato repubblicano innazitutto non ha esitato a promettere la cancellazione degli impegni presi dagli Usa con l’Accordo di Parigi.
Eventualità che la ratifica a tempo di record e la successiva entrata in vigore lo scorso 4 novembre sembrano però aver definitivamente scongiurato.
“Le clausole dell’Accordo sul Clima – spiega il direttore scientifico del Kyoto Club Gianni Silvestrini su Qualenergia – prevedono infatti che un paese che intenda abbandonare il campo lo possa fare solo dopo quattro anni. In ogni caso, considerando l’attuale stato delle ratifiche, che vede l’adesione già di 102 paesi, anche l’uscita degli Stati Uniti non invaliderebbe comunque l’Agreement. La clausola del livello del 55% delle emissioni mondiali sarebbe infatti già garantita dagli altri paesi”.
Il pericolo, però, è che avendo dalla sua anche un Congresso controllato dai Repubblicani, il neopresidente possa attuare una serie di scelte che impedirebbero di fatto agli Usa di centrare gli obiettivi di riduzione delle emissioni di anidride carbonica indicati al momento di aderire all’Accordo di Parigi.
I motivi di preoccuapazione in tal senso non mancano di certo.
Trump ha ribadito più volte di voler puntare ad una rinascita dell’industria carbonifera e di promuovere un’ulteriore diffusione dell’estrazione di gas e petrolio dal territorio nazionale attraverso il ricorso alla tecnica del fracking.
Obiettivi peraltro in contrasto tra loro, visto che i prezzi bassi del metano nazionale hanno contribuito a mettere fuori mercato il carbone.
Altro motivo della crisi del carbone sono state le rigorose misure anti inquinamento (in particolare il Clean power plan) volute dall’Environment protection agency, l’Agenzia federale per l’ambiente, istituzione usata sin qui da Obama come un grimaldello per forzare le tante resistenze incontrate dalle sue politiche green. Su come risolvere questo intralcio Trump sembra avere però le idee chiare ed ha già annuciato l’intenzione di nominare ai vertici dell’Epa Myron Ebell, noto “negazionista climatico”.
Il tycoon repubblicano si è detto anche convinto della necessità di riprendere il progetto per la costruzione del contestato oleodotto Keystone XL per trasportare il petrolio estratto dalle sabbie bituminose del Canada (il più inquinante in assoluto in quanto ad emissioni prodotte) alle raffinerie del Texas bloccato da Obama ricorrendo al suo potere di veto.
Nell’agenda del neopresidente, così come l’ha illustrata nel corso della campagna elettorale, trovano spazio poi anche la volontà di tagliare i finanziamenti internazionali a sostegno delle politiche sul clima e una più generale ostilità verso la Cina che rischia di far naufragare la fondamentale collaborazione avviata tra Washington e Pechino attraverso Mission Innovation, la partnership per lo scambio di tecnologie verdi.
Quest’ultimo, come ricordava a Repubblica il vicepresidente dell’Ipcc Carlo Carraro, è stato uno dei motori del cambio di passo nell’atteggiamento della comunità internazionale verso la minaccia del riscaldamento globale.
Non a caso, con una rara ingerenza nella politica interna americana, la Cina nei giorni scorsi ha messo in guardia Trump sulle conseguenze di un possibile voltafaccia.
Ce n’è quanto basta per essere molto allarmati, ma come insegna il paradosso del muro per salvare il campo da golf irlandese, non tutto è necessariamente perduto.
Da un lato va tenuto conto infatti del pragmatismo dell’uomo d’affari che alla prova dei fatti potrebbe portare Trump ad assecondare la rivoluzione energetica ormai avviata negli Stati Uniti non solo sulla base di politiche incentivanti, ma anche dal crollo dei prezzi delle tecnologie pulite e dalla loro accettabilità sociale.
L’industria delle rinnovabili statunitense è ormai una realtà e dichiararle guerra significherebbe mettere in pericolo migliaia di posti di lavoro.
Inoltre, se il ruolo di promozione svolto da Obama soprattutto a livello culturale è innegabile, un impatto fondamentale nei progressi ambientali statunitensi degli ultimi anni lo hanno avuto gli enti locali.
Da un lato, come documenta una recente inchiesta di The Atlantic, le piccole realtà di provincia (esattamente quelle esaltate da Trump in contrapposizione all’america metropolitana) e dall’altro alcuni stati fondamentali come la California che negli ultimi anni ha infilato una serie incredibile di record: tra il 2000 e il 2013 l’andamento del Pil e l’andamento demografico sono stati in forte crescita mentre le emissioni generali e quelle procapite sono diminuite, dimostrando che decarbonizzare un’economia e una società non significa affatto depauperarla.
(da “La Repubblica“)
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Agosto 9th, 2016 Riccardo Fucile
ROTTE LE CATENE DI ANCORAGGIO, LA PIATTAFORMA DA 17.000 TONNELLATE SI E’ ARENATA CONTRO LA COSTA… CONTIENE 300.000 LITRI DI GREGGIO, RISCHIO DISASTRO AMBIENTALE
Un’enorme piattaforma petrolifera è alla deriva a causa di una tempesta: le forti correnti che da
giorni imperversano nella zona, ieri, hanno rotto le catene di ancoraggio e la piattaforma da 17mila tonnellate si è arenata.
Ora il rischio è quello di un vero e proprio disastro ambientale che potrebbe compromettere il “paradiso” dell’isola di Lewis.
La “Transocean Winner”contiene 300 mila litri di greggio e in queste ore sta minacciando le coste, spinta dai forti venti e dal mare mosso.
Il personale dell’impianto è stato evacuato ma le operazioni di salvaguardia dell’ambiente sono rese complicati dalla forte tempesta ancora in corso e dai bassi fondali rocciosi sui quali si è arenata la piattaforma.
Le autorità scozzesi hanno accusato il governo del Regno Unito per quello che il Maritime Herald chiama un “disastro annunciato”: le indagini sulle cause dell’incidente sono ancora in corso e l’impianto di perforazione è monitorato minuto dopo minuto da un team “anti inquinamento” che ha creato una base fissa sul lato occidentale dell’isola di Lewis.
Secondo quanto si apprende, la piattaforma petrolifera avrebbe subito pesanti infiltrazioni d’acqua ma, al momento, “non ci sono rischi di un ribaltamento in mare della struttura”.
La piattaforma si è sganciata lunedì mentre erano in corso le operazioni di rimorchio: doveva arrivare a Malta per essere demolita, anche se questa versione deve ancora essere confermata dalla società Transocean.
Il rimorchiatore Alp Forward ha perso il “contatto” con la struttura dopo che le catene di ancoraggio si sono spezzate a causa della forza del mare in tempesta.
(da agenzie)
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Agosto 6th, 2016 Riccardo Fucile
UN QUARTO DELLE COSTE RESISTE GRAZIE AL SISTEMA DEI PARCHI… URBANIZZAZIONE RADDOPPIATA SUI LITORALI… SONO 122 LE PIATTAFORME OFFSHORE ATTIVE
Quasi un quarto delle coste italiane resiste. Su un totale di circa 8 mila chilometri, 1.860 sono
ancora liberi, mentre 2 mila sono stati cementificati negli ultimi 50 anni. Sono i dati contenuti nel dossier del Wwf L’ultima spiaggia
Lo screening dei mari e delle coste della Penisola che documenta la crescita dei fattori di pressione sui litorali: sono state installate 122 piattaforme offshore attive per l’estrazione degli idrocarburi e 36 richieste di nuovi impianti; siamo il terzo paese in Europa (dopo Olanda e Regno Unito) per movimento di container; il 45% dei turisti italiani e il 24% di quelli stranieri scelgono le nostre località costiere; gli impianti di acquacoltura in 10 anni sono aumentati del 70%.
In mezzo secolo la densità di urbanizzazione nel primo chilometro di territorio che si affaccia sulla costa è passata dal 10 al 21%, con punte del 25% in Sardegna e del 33% in Sicilia.
Una pressione che per il 95% è stata prodotta dall’espansione edilizia (per il 58,7% strutture turistiche, per il 19% case): tra il 2000 e il 2010 sono stati costruiti sui versanti tirrenico e adriatico 13.500 edifici, 40 per chilometro quadrato; più del doppio sulla costa jonica.
Nonostante questa crescita poco controllata, il sistema formato da 100 parchi e riserve e da oltre 200 siti costieri della Rete Natura 2000 ha fatto da argine limitando i danni, come emerge con chiarezza sul versante tirrenico dove i parchi del Pollino e del Cilento rappresentano un’oasi verde in una striscia di cemento.
Il 23% delle coste italiane è così rimasto con tratti in buono stato di salute ambientale superiori ai 5 chilometri.
Le aree più ricche dal punto di vista ecologico sono: il Mar Ligure e l’Arcipelago Toscano (con il Santuario internazionale dei Cetacei); il Canale di Sicilia (con cumuli di coralli bianchi e zone di deposizione delle uova per tonni, pesci spada e acciughe); il Mare Adriatico settentrionale (con una delle popolazioni più importanti di tursiopi del Mediterraneo); il Canale di Otranto (con cetacei, foca monaca e pesce spada).
Antonio Cianciullo
(da “La Stampa”)
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