Giugno 16th, 2016 Riccardo Fucile
INCENDI IN ZONA DI PREGIO TURISTICO COME CEFALU’ E MONREALE, SOTTOPOSTE A VINCOLO AMBIENTALE
“Qualcuno ha mai sentito parlare di un incendio che scoppia di sera quando ci sono 24 gradi di temperatura?
Io personalmente no”.
Rosario Crocetta, presidente della Regione Sicilia, contattato dall’HuffPost, non ha dubbi sull’origine dei roghi, divampati tra Palermo e Messina, e che hanno comportato la chiusura di scuole, uffici e autostrade: “Dietro ci vedo interessi speculativi edilizi. C’è la criminalità organizzata. Questa può essere una delle cause. Il primo incendio si è registrato ieri sera e a causa del forte vento di scirocco le fiamme si sono diffuse interessando zone sempre più ampie. E poi avete visto di quali zone stiamo parlando?”.
Quali?
“Cefalù e Monreale, per dirne solo alcune. È molto sospetto il fatto che questi incendi avvengano proprio in aree particolarmente belle, di intesse storico e con vincoli ambientali, dove quindi non si può costruire. Sono patrimonio dell’Unesco. Come è successo a Pantelleria la settimana scorsa”.
La situazione è sotto controllo?
“La campagna antincendio è iniziata ieri, il 15 giugno, e da giugno a ottobre abbiamo 5500 uomini mobilitati sul territorio. In queste condizioni però stiamo avendo difficoltà che non dipendono da noi”.
Cioè?
“Adesso abbiamo temperature molto alte e vento forte che impedisce l’utilizzo dei mezzi aerei. Non possiamo intervenire con gli elicotteri ma solo con i mezzi di terra. Quindi le operazioni vanno a rilento. Ma vorrei ribadire che il primo incendio è scoppiato di sera quando c’erano 24 gradi. È tutto molto sospetto. Possiamo parlare di una casualità ? Non credo. Ci sono interessi. Interessi che riguardano quei territori”.
Si spieghi meglio.
“Io chiedo: c’è un’ipotesi criminale dietro questi incendi? Ci potrebbe essere, non ho la certezza ma l’analisi logica mi porta a dire questo. Non può esserci un incendio così devastante che scoppia di sera quando ci sono 24 gradi in una zona di interesse storico e con vincoli ambientali. C’è qualcuno che in quei terreni vuole costruire”.
(da “Huffingtonpost”)
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Giugno 16th, 2016 Riccardo Fucile
BIMBI INTOSSICATI DAL FUMO IN ASILO… “GLI INCENDI NON SI CREANO DA SOLI”
Mattina di passione per la provincia di Palermo sul fronte degli incendi. I numerosi roghi divampati nelle scorse ore, alimentati dal forte vento di scirocco e le temperature superiori ai 40 gradi, hanno costretto stamattina alla chiusura dell’autostrada A20 Palermo-Messina, all’altezza degli svincoli di Buonfornello a Castelbuono, in entrambe le carreggiate.
La decisione è stata presa dopo che gli incendi hanno avvicinato pericolosamente alcune abitazioni e alberghi della zona.
La protezione civile regionale intanto ha emesso un avviso per rischio incendi e ondate di calore per “temperature elevate e condizioni meteorologiche che possono avere effetti negativi sulla salute della popolazione”.
A Cefalù gli investigatori seguono la pista dell’origine dolosa nelle indagini sulla causa degli incendi divampati tra ieri sera e oggi.
Il commissariato della polizia di Stato, diretto da Manfredi Borsellino, ha chiesto anche l’intervento della scientifica. L’ipotesi che dietro i roghi ci sia un piano criminale nasce dal fatto che i focolai sono scoppiati contemporaneamente in diversi posti anche lontani. I piromani avrebbero scelto le condizioni più favorevoli per provocare danni maggiori.
“All’autocombustione credono solo i bambini. E’ una favoletta. Soprattutto se si considera che ci sono state decine di incendi contemporaneamente. Non è possibile che tutta l’Isola prenda fuoco per caso nello stesso momento”, ha dichiarato il presidente dell’ente Parco dei Nebrodi Giuseppe Antoci, vittima nei mesi scorsi di un attentato.
“Noi, qui al parco – spiega – faremo la guerra ai piromani. Metteremo telecamere, controlleremo ogni centimetro e se se ne prenderà qualcuno, ci costituiremo parte civile”.
“Il territorio – prosegue – è stato massacrato. Io sono certo che ci sia dolo e so anche che sarà difficilissimo provarlo, perchè usano mille tecniche diverse, alcune impossibili da smascherare come dare fuoco agli animali che, scappando, poi diffondono le fiamme”.
Antoci convocherà per i prossimi giorni una conferenza di servizi con la Protezione Civile. “Dobbiamo dare – dice – un segnale inequivocabile”.
Le fiamme assediano i centri abitati
“Non sono in grado di dire se si tratti di incendi dolosi o meno, ma di per sè gli incendi non si creano da soli e soprattutto se nascono in più luoghi diversi”, ha detto il Capo della Protezione civile, Fabrizio Curcio.
“Sono interessate le province di Palermo, Agrigento, Trapani, Messina. L’attività di spegnimento è coordinata dalla Regione. La parte nazionale sta agendo coerentemente con le normative e quindi sta supportando la Regione con l’invio di mezzi aerei, cioè i Canadair, che però non sempre possono lavorare per le condizioni avverse del tempo. Si deve fare un lavoro straordinario a terra, ma sono mobilitate le forze del volontariato e i vigili del fuoco stanno mettendo in atto un dispositivo”.
“Siamo di fronte a una situazione drammatica”, ha detto il sindaco di Cefalù Rosario Lapunzina.In questo momento la cittadina turistica è raggiungibile solo dalla Statale 113, dove si cammina a passo d’uomo.
“Le fiamme – spiega il sindaco – si sono dapprima sviluppate nella zona di Lascari e da lì, alimentate dal forte vento di scirocco, si sono via via estese fino alle spalle dell’Hotel Costa Verde (che è stato evacuato, ndr), e Mazzaforno, Capo Playa e rischiano adesso di raggiungere l’Hotel Santa Lucia, all’ingresso di Cefalù”.
Sono oltre una sessantina, fino ad ora, le persone rimaste intossicate a causa degli incendi che si sono sviluppati da questa mattina nel palermitano, in particolare nella zona delle Madonie, e che hanno portato alla chiusura dell’autostrada Palermo-Messina.
Dieci sono stati trasportati all’ospedale di Cefalù, due carabinieri all’ospedale Civico di Palermo mentre sono una cinquantina i bambini dell’asilo “il Girasole” di Monreale che sono stati portati via dai genitori direttamente al vicino ospedale Ingrassia di Palermo.
Circa venti bambini sono rimasti intossicati dal fumo e sono stati trasportati all’ospedale Ingrassia. Le loro condizioni non sarebbero gravi.
A Poggio Maria i forestali e i pompieri insieme ai volontari della protezione civile hanno salvato una ragazza che era rimasta intrappolata nella propria villa avvolta dalle fiamme. Diverse abitazione sono state danneggiate dal fuoco.
Chiusa A20. Prima dello svincolo di Buonfornello, dove l’autostrada A20 Palermo – Messina si biforca con la A19 Palermo-Catania, si è formata una coda lunga alcuni chilometri. Le auto dirottate sulla statale 113 in direzione di Cefalù, nei pressi di Lascari, camminano a passo d’uomo.
I vigili del fuoco hanno fatto evacuare per precauzione l’Hotel Costa Verde di Buonfornello, che si trova ai margini dell’autostrada, e un residence in località Mazzaforno. Le squadre di soccorritori sono intervenute anche all’interno della galleria “Battaglia” dell’autostrada, per aiutare alcuni automobilisti che erano rimasti bloccati a causa del fumo che aveva invaso il tunnel.
A causa di un incendio tra Carini a Cinisi è chiusa in entrambe le direzioni l’autostrada A29 Palermo Mazara del Vallo. Il rogo è tra i chilometri 7,600 e 17,600. Stanno intervenendo personale della Forestale e Vigili del Fuoco. Fiamme sono segnalate anche sulla Palermo Catania negli svincoli tra Villabate e Bagheria.
Una densa nube nera causata dagli incendi che stanno interessando la zona delle Madonie si nota anche a distanza di alcuni chilometri. In questo momento stanno operando nella zona 83 vigili del fuoco, 18 mezzi antincendio e quattro Canadair la cui azione viene ostacolata dal forte vento di scirocco.
(da “Huffingtonpost”)
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Maggio 25th, 2016 Riccardo Fucile
IN CAMPAGNA ELETTORALE NESSUNO NE PARLA, EPPURE I SINDACI SAREBBERO TENUTI PER LEGGE A PRESENTARE IL LOTO “BILANCIO ARBOREO”
La rappresentazione plastica del disastro sono le centinaia di portavasi lasciati vuoti nel semenzaio
comunale di San Sisto, a Roma.
Sopra c’erano piante di azalea ora sparite, depredate dalle coop di Mafia Capitale con la complicità ben retribuita di funzionari infedeli.
È l’esempio, il peggiore certo, di quello che può accadere quando, con i Comuni senza più nè uomini nè risorse per far fronte alla manutenzione ordinaria e straordinaria, i 550 milioni di metri quadrati di alberi, prati, fiori, viali e parchi che compongono il verde pubblico italiano (dati riferiti ai 120 capoluoghi di provincia) vengono dati in gestione ai privati.
Un patrimonio che diviso per il numero di italiani corrisponde a 30,3 metri quadrati per abitante, un dato che non ci metterebbe nemmeno male in un’ipotetica classifica mondiale.
A New York, per dire, ogni cittadino ha a disposizione 23,1 metri quadrati, a Parigi 11 e mezzo: ma provate a cercare un arredo rotto o rifiuti abbandonati a Central Park o nel Giardino delle Tuileries.
O nei parchi di Londra, che sono comunque immensi e fanno dei londinesi dei cittadini fortunati con i loro 105 metri quadrati a testa.
Ai romani ne toccano 16,5 a testa, ma ci sono 20mila alberi ridotti a un mozzicone che aspettano di essere sostituiti, panchine spaccate, prati che sembrano giungle. Consola poco quindi il recentissimo rapporto Istat sul verde urbano che segnala qualche progresso quantitativo (nel 2014 ogni cittadino italiano che vive nelle città capoluogo disponeva in media di 31,1 metri quadri, con forti differenze regionali) ma non lo stato qualitativo.
La foto sfocata delle statistiche.
“Il problema è proprio questo: il degrado del verde pubblico. I dati statistici non riescono a cogliere l’aspetto decisivo della qualità di prati, alberi, attrezzature. Anche i dati che pubblichiamo nel nostro rapporto annuale ‘Ecosistema urbano’ ci dicono, per esempio, che Matera ha quasi mille metri quadrati di verde per abitante, ma non ci dicono in che condizioni si trovano e se per raggiungerlo devo prendere la macchina o ci posso andare a piedi, non ci dicono se le panchine ci sono o sono devastate”, sottolinea Alberto Fiorillo, responsabile Aree urbane di Legambiente.
La riprova sta nelle centinaia di comitati a difesa del verde che si contano in Italia. E sta nei dati del sondaggio fatto nel 2013 da Eurobarometro in 79 città e 4 agglomerati urbani europei sulla precezione della qualità del verde urbano. Il 71% dei napoletani e 6 palermitani su 10 si dichiarano insoddisfatti dello stato dei loro parchi e giardini.
Un tesoro urbano.
Eppure il verde urbano è un bene prezioso. “È importantissimo per i comportamenti della popolazione. Il verde è il colore della calma — dice Mariella Zoppi, dicente di Urbanistica, presidente del corso di laurea magistrale in Architettura del paesaggio all’Università di Firenze – quindi svolge una funzione psicologica, sociale. Sotto il profilo ambientale, poi, ha effetti benefici sulla qualità dell’aria. Io credo che sia un elemento fondamentale nella transizione verso una nuova società . Per questo considero sbagliato il taglio della spesa pubblica in questo settore”.
Legge quadro.
Da tre anni è in vigore la legge 10/2013, una vera e propria legge quadro sullo sviluppo e la salvaguardia del verde pubblico in Italia.
Il fulcro è il Comitato per lo sviluppo del verde pubblico istituito presso il ministero dell’Ambiente. E’ al Comitato che è demandato il controllo sulle norme che riguardano la tutela degli alberi monumentali, del rispetto dell’obbligo per i Comuni sopra i 15mila abitanti di piantare un albero per ogni bambino nato o adottato.
E’ il Comitato, ancora, che emana circolari attuative della legge e che indica i criteri che le amministrazioni territoriali devono seguire in materia di urbanizzazione per mantenere e incrementare il verde pubblico con particolare riferimento agli alberi.
Le sanzioni, amministrative e penali, sono previste solo nei casi di abbattimento o danneggiamento delle piante monumento dei Parchi della rimembranza nati dopo la Prima Guerra mondiale, ma ci si sta attrezzando anche per gli alberi monumentali (anche se la definizione “monumentale” è ancora oggetto di dibattito) il cui censimento nazionale è a buon punto, mentre per quanto riguarda il rispetto della norma “un albero per ogni nato o adottato” la sanzione può essere solo “politica”.
“La legge — spiega Massimiliano Atelli, presidente del Comitato — introduce il ‘Bilancio arboreo’, ovvero il computo di quanti alberi ha trovato un sindaco al suo insediamento e quanti ne lascia alla fine del mandato. Saranno poi i cittadini, con il voto, a sanzionare o premiare il suo operato”.
Strumenti ignorati.
Le amministrazioni locali hanno tre strumenti di governo per parchi e giardini: Censimento del verde, Regolamento del verde e Piano del verde.
Il primo fa una fotografia precisa di quello che c’è in una città : quanti alberi, di che specie e in quale condizione di salute si trovano.
A redarlo sono stati 53 capoluogo di provincia sui 73 analizzati dal X rapporto Ispra. Il Regolamento deve indicare invece prescrizioni e indicazioni tecniche sulla progettazione del verde (sia pubblico che privato).
Lo hanno adottato solo 36 Comuni, 7 dei quali solo per ciò che riguarda il verde pubblico.
Poi c’è il Piano, lo strumento più ignorato. Dovrebbe integrare la pianificazione ubanistica per dare una “visione strategica sullo sviluppo del sistema del verde urbano e peri-urbano”, come si legge nella Relazione 2015 del Comitato per lo sviluppo del verde pubblico.
In Italia lo hanno approvato solo sei comuni capoluogo (Savona, Reggio Emilia, Bologna, Ravenna, Forlì e Taranto), mentre Milano e Bergamo hanno norme in materia nel Piano per il governo del territorio.
Il tradimento dell’albero per ogni nato.
In attesa del giudizio elettorale, però, sono pochi i Comuni che piantano un albero per ogni neonato. Nella legge è previsto che i municipi inviino a chi ha registrato il proprio figlio all’anagrafe un certificato in cui si dice che tipo di albero è stato piantato e dove. Fantascienza.
A Firenze si pianta un albero per ogni classe d’età : c’è quello del 2001, del 2002 ecc. A Torino si è esteso il concetto anche agli arbusti, in altre città della norma si è persa traccia.
“A Roma ci sono 25mila nuovi nati all’anno. Non saprei come pagarli considerando che ognuno costa 300 euro fra impianto e manutenzione nei primi due anni. E poi in 10 anni fa 250mila alberi, una foresta. Dove li mettiamo?”, si giustifica Antonello Mori, direttore del dipartimento per la Gestione ambientale e del Verde del Comune di Roma.
“Quella del territorio a disposizione è una scusa — sostiene Massimiliano Atelli — la legge prevede che che si possano chiedere terreni in prestito al Demanio. O che si usino gli alberi previsti per i neonati per sostituire quelli abbattuti”.
E comunque 250mila alberi in dieci anni non possono spaventare se Sadiq Khan, neosindaco di Londra, ha annunciato di voler piantare due milioni di alberi in 10 anni. “In Cina ne vogliono piantare un miliardo da qui al 2020”, chiosa Atelli.
Risorse scarse.
A preoccupare sono le risorse, sia in termini di soldi che di personale, con cui i responsabili del verde pubblico dei vari Comuni devono fare i conti. “Le faccio l’esempio del mio Comune — dice Stefano Cerea, presidente dell’Associazione italiana direttori e tecnici dei pubblici giardini — Da trent’anni lavoro a Treviglio, 30mila abitanti, provincia di Bergamo. Lo scorso anno per far fronte a tutta la gestione del nostro verde pubblico avevo un budget di 230mila euro, quest’anno saranno 150mila”. “Noi – aggiunge Mori — oggi abbiamo mezzo centesimo per ognuno dei 40 milioni di metri quadrati di verde che gestiamo a Roma”.
L’associazione che Cerea presiede è nata 60 anni fa e conta 400 iscritti in rappresentanza di 200 Comuni.
Prima erano ammessi solo i dipendenti degli enti locali, da tre anni è stata aperta ai funzionari delle municipalizzate perchè spesso i Comuni ricorrono a loro per la gestione del verde.
“Non sempre con grandi risultati — ammette Antonello Mori — a Roma con Ama, per esempio, si è aperto un contenzioso sulla gestione delle aree per i cani nei giardini pubblici. Chi deve raccogliere gli escrementi e disinfettare l’area? Per noi loro, si tratta pur sempre di rifiuti speciali. Ma Ama non la pensa così”.
Responsabili Servizio giardini nel mirino.
“Poche risorse, ma oneri immensi per i responsabili dei Servizi giardini — dice ancora Stefano Cerea — perchè se un albero cade, in città , stia sicuro che fa danni. A volte, purtroppo anche delle vittime. E’ accaduto ultimamente a Roma, a Catania, a Napoli. E l’avviso di garanzia dopo il sindaco colpisce il responsabile tecnico. Non solo, siamo anche indicati spesso come nemici del verde dagli ambientalisti, magari perchè abbiamo tagliato degli alberi potenzialmente pericolosi. Tre anni fa il dirigente del verde pubblico di Padova si è visto recapitare una busta con un proiettile”.
Pochi e invecchiati.
Sul fronte delle risorse umane il problema arriva da lontano, dal 1975 quando la chiamata diretta nella pubblica amministrazione è stata cancellata e non è stato più possibile assumere chi usciva dalle scuole giardinieri, le scuole di formazione dei Comuni.
Dal 2001, poi, nel Pubblico Impiego c’è il blocco del turnover, è possibile un’assunzione ogni 5 pensionamenti.
E questo ha riflessi sull’organico in termini quantitativi. “Ma da noi a Roma il blocco è iniziato prima, di fatto non ci sono assunzioni dal 1990 e dei 1800 addetti del Servizio Giardini presenti nel 1980 oggi di operativi ne restano 250, con un’età media che supera di gran lunga i 50 anni”, dice ancora Antonello Mori.
E’ vero però che a Roma nel 2004 ci fu una corsa a trasformare i giardinieri in personale tecnico, così sul campo rimasero 270 persone in meno. Fu di fatto l’apertura agli appalti esterni, molto spesso per affidamento diretto, un meccanismo che ha permesso al sistema di Mafia Capitale di fare man bassa.
Sponsor e mecenati.
Problemi di gestione che appaiono insormontabili, quindi, anche se proprio la legge 10 permette di affidarla ai privati.
Due le strade che si possono seguire.
La prima è quella della sponsorizzazione: un’azienda sceglie un giardino o un parco e si impegna nella sua manutenzione o al suo ripristino presentando un progetto all’amministrazione comunale che lo approva e poi controlla che tutto venga fatto secondo i criteri decisi. In cambio lo sponsor può utilizzare lo spazio per eventi, campagne pubblicitarie e altre iniziative, garantendo però sempre la fruibilità pubblica. Una modalità applicata con successo in particolare a Milano.
La seconda strada la indica Antonello Mori, del servizio Verde pubblico di Roma: “E’ quella del mecenatismo. Ben vengano i privati, le aziende, ma niente uso esclusivo del bene. Un cartello ricorderà chi ha finanziato la manutenzione del giardino. Di più non concediamo. Sta funzionando.
L’esempio più recente è il ripristino del Giardino degli aranci sull’Aventino”. “Su questo — precisa Atelli — noi siamo a disposizione per consigli e aiuti pratici. Purtroppo molti ci ignorano, preferiscono fare da soli, o anche non fare niente”. E intanto parchi e giardini vanno in malora.
(da “La Repubblica”)
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Maggio 23rd, 2016 Riccardo Fucile
NEGLI ANNI ’80 SVERSATI IN UNA CAVA DI TUFO TONNELLATE DI OLI ESAUSTI PROVENIENTI DALL’ITALSIDER DI BAGNOLI E CENERI DELL’ENEL
Torna a parlare Nunzio Perrella, il boss d’antan del rione Traiano di Napoli. E subito le sue dichiarazioni sono di nuovo esplosive, l’Antimafia partenopea ha aperto un’indagine su una bomba ecologica fino a ora insospettabile, su una lottizzazione nata da traffici tra clan camorristici e amministrazioni: 250 villette costruite in Comune di Giugliano, a Licola, abitate da inconsapevoli famiglie che si trovano a galleggiare su un mare di rifiuti probabilmente tossici.
Negli anni 80 lì, lungo via Madonna del Pantano, c’era una cava di tufo.
Dismessa la cava, quasi un destino segnato: vi si sversarono in modo illegale tonnellate e tonnellate di oli esausti provenienti dalla Italsider di Bagnoli e da altri stabilimenti della stessa azienda, e ceneri dell’Enel: tutto smistato abusivamente
Secondo il collaboratore di giustizia, il clan Mallardo aveva gestito tutta la faccenda. Filippo Micillo, proprietario della cava, si era inserito affidando le costruzioni al geometra Cesare Basile.
Si indaga su questo doppio affare: riempire la cava, lucrare sugli smaltimenti abusivi e sulle villette, tutte vendute. E così è andata.
Negli anni tra l’84 e l’86 i residui industriali della Italsider sono stati portati per giorni e mesi nell’invaso sotto via Madonna del Pantano, la buca scavata è profonda decine di metri, nessuna impermeabilizzazione, poi si ricopriva tutto con terra di riporto.
Le costruzioni
A due passi sono cresciute 250 villette, due piani da 200 metri quadrati ciascuno, più l’interrato, ben abitate: professionisti, media borghesia, famiglie che hanno regolarmente pagato, centinaia di persone che galleggiano ora sulla illegalità , la corruzione e naturalmente su un mare di olio nascosto.
A duecento metri dal «buco» della cava, c’è sempre stata una stazione dei carabinieri. Ma il traffico dei camion e camion che scaricavano illegalmente si confondeva con quello di una fabbrica di calcestruzzo e nessuno (nessuno?) si è accorto di nulla.
Il procuratore aggiunto dell’Antimafia di Napoli, Giuseppe Borrelli, ha incaricato di quest’indagine che sta muovendo i primi passi i sostituti Maria Cristina Ribera e Catello Maresca, che nell’ordine hanno raccolto le prime tre lunghe testimonianze dell’ex boss.
Decine di fogli di verbale, documenti, contratti, piantine ma soprattutto un background di relazioni e potere. Nunzio Perrella è praticamente stato preso in consegna dalla Procura, viene scortato da due auto blindate per volta, dorme ogni notte in un luogo diverso.
Sul luogo della lottizzazione la Forestale ha fatto discreti sopralluoghi, alle cinque di mattina.
Il «colletto bianco»
La magistratura partenopea punta tutto sulla credibilità di Nunzio Perrella, un boss senza soprannome, un colletto bianco che non ha mai sparato ma ha mosso capitali nel traffico della droga e nell’imprenditoria «pulita» tra gli anni 80 e 90. È stato il primo a capire che il business dei rifiuti era il più lucroso, meglio della droga, delle armi, del contrabbando.
Un business sconosciuto alla camorra fino alla fine degli anni ’80: comincia lui, non solo come camorrista, ma come imprenditore.
Arrestato nel ’92 per droga e armi, Perrella decide di collaborare e svela la complessa ragnatela del traffico di rifiuti: quello lecito che a ogni passaggio diventa sempre più illecito, finendo per ammorbare mezza Campania e, prima e più tardi, mezza Italia. Racconta tutto Perrella, e fa i nomi: dei camorristi, degli industriali, di quelli che non si chiamavano ancora stakeholder, degli amministratori, dei politici. Un «verbale illustrativo», il suo, che avrebbe potuto dare un colpo mortale al business illecito dei rifiuti, dal Nord al Sud e ritorno
Ne scaturisce un processetto, dopo l’inchiesta Adelphi, che colpisce pochi e poco. Collaboratore di giustizia per vent’anni, inascoltato o quasi, mentre scontava i suoi 14 anni in galera o ai domiciliari, Perrella ha visto continuare tutti i traffici che aveva denunciato, con gli stessi protagonisti lasciati a lungo indisturbati: i casalesi, Gaetano Vassallo, Cipriano Chianese, il gotha napoletano della «munnezza», i mille intrecci di società e personaggi.
Perrella oggi torna a essere collaboratore di giustizia mentre si sono materializzati lo scempio della Terra dei fuochi e l’avvelenamento sistematico del Nord
Oggi la magistratura ha armi più affilate e si muove più convinta. Il primo passo è l’indagine sulla lottizzazione di Giugliano, un chilometro in linea d’aria dalla casa del presidente Anticorruzione Raffaele Cantone, che ha scelto di continuare ad abitare lì. Il secondo passo è un programma ancora top secret ma già deciso: portare Nunzio Perrella in giro per l’Italia a caccia di rifiuti sepolti. Quelli di cui non si sa, o non si è voluto sapere, ancora nulla.
Paolo Coltro
(da “il Corriere della Sera”)
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Maggio 18th, 2016 Riccardo Fucile
NEGLI ULTIMI 10 ANNI SI E’ CONTINUATO A COSTRUIRE IN ZONE PERICOLOSE… IN UN COMUNE SU TRE INTERI QUARTIERI A RISCHIO
La norma sul consumo di suolo deve ancora diventare legge e nel frattempo si va avanti asfaltando 7 metri quadrati di terreno al secondo.
L’effetto serra avanza e con l’aumento di concentrazione di CO2 aumentano le alluvioni lampo. In questo contesto, che dovrebbe obbligare alla prudenza, negli ultimi 10 anni si è continuato a costruire in zone a rischio.
Solo il 4% delle amministrazioni ha deciso interventi di delocalizzazione di edifici abitativi e la percentuale scende all’1% per gli insediamenti industriali.
Sono i dati contenuti nel rapporto Ecosistema Rischio 2016, l’indagine realizzata da Legambiente sulla base delle risposte fornite dai 1.444 Comuni che hanno risposto al questionario.
A costruire dove non si dovrebbe non sono solo gli abusivi.
Nell’88% dei casi (128 Comuni su 146) sono state urbanizzate aree a rischio di esondazione o a rischio di frana e in 20 Comuni (14%) non si è trattato di qualche casa ma di interi quartieri.
Nel 38% dei casi si è pensato bene di tirar su fabbricati industriali, nel 12% (17 Comuni) scuole e ospedali, nel 18% (26 Comuni) strutture ricettive e nel 23% (33 Comuni) strutture commerciali.
Questo solo per le attività dell’ultimo decennio. I numeri complessivi sono ben più alti. In 1.074 Comuni (il 77% del totale delle amministrazioni che hanno risposto al questionario) ci sono case in aree a rischio.
Nel 31% interi quartieri, nel 51% impianti industriali, nel 18% scuole o ospedali, nel 25% strutture commerciali.
Qualcosa comunque sta cambiando. Alcuni interventi aumentano ma il loro senso è spesso discutibile.
Tra i 982 Comuni in cui è stata segnalata la realizzazione di interventi e opere di messa in sicurezza il 42% ha optato per nuovi argini (una scelta che in alcuni casi si limita a spostare il problema anzichè risolverlo) e solo 12% ha ripristinato aree di espansione naturale dei corsi d’acqua.
Nel 45% delle amministrazioni (439 Comuni fra i 982 dove sono stati realizzati interventi) sono state realizzate opere di consolidamento dei versanti montuosi instabili, ma solo 47 Comuni hanno previsto il rimboschimento dei versanti più fragili. Inoltre in 118 Comuni (8% del campione) sono stati realizzati interventi di tombamento e copertura dei corsi d’acqua: altro asfalto in superficie.
Due Comuni su 3 hanno dichiarato di svolgere regolarmente un’attività di manutenzione ordinaria delle sponde dei corsi d’acqua e 4 Comuni su 5 hanno preparato piani urbanistici con la perimetrazione delle zone a rischio idrogeologico e hanno un piano di emergenza, ma solo il 46% lo ha aggiornato e solo il 30% ha svolto attività di informazione e di esercitazione rivolte ai cittadini.
“Ci vuole un’inversione di tendenza: occorre fermare il consumo di suolo, programmare azioni che favoriscano l’adattamento ai mutamenti climatici e operare per la diffusione di una cultura di convivenza con il rischio”, propone il responsabile scientifico di Legambiente Giorgio Zampetti.
(da “La Repubblica”)
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Marzo 3rd, 2016 Riccardo Fucile
LO DICONO I DATI DEL MINISTERO DELL’AMBIENTE
Le trivelle in mare inquinano. Non è sesto senso, bensì conclusione fatta di numeri e prove empiriche. 
Lo dicono i dati del ministero dell’Ambiente che Greenpeace ha richiesto a luglio scorso e che oggi vengono resi noti per la prima volta in un rapporto stilato dall’organizzazione ambientalista, anche nell’ambito della campagna a sostegno del referendum contro le trivellazioni petrolifere in mare fissato per il 17 aprile.
Huffington Post pubblica in esclusiva il rapporto di Greenpeace.
Si tratta dei monitoraggi condotti dall’Ispra (Istituto per la protezione e la ricerca ambientale). Il quadro che emerge sull’Adriatico è “perlomeno preoccupante”, conclude Greenpeace. I dati si riferiscono al 2012, 2013, 2014.
“I sedimenti nei pressi delle piattaforme sono spesso molto contaminati. A seconda degli anni considerati, il 76% (2012), il 73,5% (2013) e il 79% (2014) delle piattaforme presenta sedimenti con contaminazione oltre i limiti fissati dalle norme comunitarie per almeno una sostanza pericolosa. Questi parametri sono oltre i limiti per almeno due sostanze nel 67% degli impianti nei campioni analizzati nel 2012, nel 71% nel 2013 e nel 67% nel 2014. Non sempre le piattaforme che presentano dati oltre le soglie confermano i livelli di contaminazione negli anni successivi, ma la percentuale di piattaforme con problemi di contaminazione ambientale è sempre costantemente elevata”.
“Tra i composti che superano con maggiore frequenza i valori definiti dagli Standard di Qualità Ambientale — continua il rapporto di Greenpeace – fanno parte alcuni metalli pesanti, principalmente cromo, nichel, piombo (e talvolta anche mercurio, cadmio e arsenico), e alcuni idrocarburi come fluorantene, benzo[b]fluorantene, benzo[k]fluorantene, benzo[a]pirene e la somma degli idrocarburi policiclici aromatici (IPA). Alcune tra queste sostanze sono cancerogene e in grado di risalire la catena alimentare raggiungendo così l’uomo e causando seri danni al nostro organismo”.
Si prendano ad esempio i mitili raccolti nella zona delle piattaforme. “I risultati mostrano che circa l’86% del totale dei campioni analizzati nel corso del triennio 2012-2014 superava il limite di concentrazione di mercurio identificato dagli Standard di qualità ambientale”, si legge nel rapporto di Greenpeace. E “circa l’82% presenta valori più alti di cadmio rispetto a quelli misurati nei campioni presenti in letteratura; altrettanto accade per il selenio (77% circa) e lo zinco (63% circa)”.
Le conclusioni di Greenpeace: “Laddove esistono limiti di legge per la concentrazione di inquinanti, questi sono spesso superati dai sedimenti circostanti le trivelle. Pur con qualche oscillazione nei risultati, questa situazione si mantiene sostanzialmente costante di anno in anno. Non ci risultano però licenze ritirate, concessioni revocate o altre iniziative del Ministero dell’Ambiente atte a interrompere l’inquinamento evidenziato e/o a ripristinare la salubrità dei fondali. A cosa servono questi monitoraggi se non impongono adeguamenti e se non prevedono sanzioni?”.
(da “Huffingtonpost”)
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Febbraio 8th, 2016 Riccardo Fucile
AL PARLAMENTO EUROPEO I LORO 5 CINQUE VOTI DETERMINANTI NEL BOCCIARE LA PROPOSTA CHE AVREBBE OBBLIGATO I COSTRUTTORI DI AUTO A EFFETTUARE I TEST SULLE EMISSIONI IN REALI CONDIZIONI DI GUIDA E NON IN LABORATORIO….DA “PADANIA LIBERA” A “PADANIA INQUINATA”
Mentre l’Italia fa sempre più fatica a respirare a causa della fitta coltre di polveri sottili e di NOx
che non accenna a lasciare il paese e mentre le città ignorano le stesse direttive che si erano autoimposte poco prima di capodanno, il Parlamento Europeo ieri ha bocciato la proposta della Commissione Europea con la quale si chiedeva che i costruttori di automobili fossero costretti a effettuare i test sulle emissioni in condizioni reali di guida e non più solamente in laboratorio.
La proposta (sostenuta dai socialisti e dai verdi) è stata bocciata con 323 voti contrari e 317 voti a favore e 61 astenuti.
Per soli 6 voti di scarto, da oggi le case automobilistiche potranno quindi inquinare il 110 % in più e il tutto in assoluto rispetto della legge poichè, grazie al voto di ieri all’interno del Parlamento Europeo, è stato più che raddoppiato il limite di emissione di ossidi di azoto in atmosfera da parte delle automobili, in particolare di quelle a gasolio già messe sotto accusa durante l’affaire dieselgate.
A esultare sono in larga parte i costruttori di auto tedesche che da anni puntano sulle motorizzazioni diesel come segmento di maggiore sviluppo delle proprie politiche industriali.
Il ruolo chiave di Salvini e della Lega
Mentre gli europarlamentari socialisti e verdi si sono ampiamente schierati contro l’innalzamento dei limiti consentiti, i Popolari Europei e la Lega Nord nostrana si sono schierati dalla parte dei costruttori di auto.
Per ribaltare l’esito della votazione sarebbe bastato che anche solo 3 europarlamentari avessero espresso un voto differente e nel nostro continente avremmo avuto maggiori garanzie di respirare aria pulita.
Questi gli europarlamentari italiani che hanno favorito il provvedimento: Mara Bizzotto; Mario Borghezio; Gianluca Buonanno; Lorenzo Fontana e Matteo Salvini (ENF — Lega Nord); Raffaele Fitto e Remo Sernagiotto (ECR) Lorenzo Cesa; Salvatore Cicu; Alberto Cirio; Lara Comi; Elisabetta Gardini; Giovanni La Via; Fulvio Martusciello; Barbara Matera; Alessandra Mussolini; Aldo Patriciello; Salvatore Domenico Pogliese; Massimiliano Salini; Antonio Tajani (PP- Forza Italia, NCD-UDC).
Si sono astenuti: S&D (Partito Democratico): Simona Bonafè; Caterina Chinnici; Silvia Costa; Luigi Morgano; Michela Giuffrida
(da agenzie)
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Gennaio 16th, 2016 Riccardo Fucile
LA DENUNCIA DELLE ASSOCIAZIONI ECOLOGISTE: ELIMINARE IL CORPO CHE CONTA 8.500 DIPENDENTI DEPOTENZIA LA TUTELA DELL’AMBIENTE
“Tana libera tutti”. 
Traffico di rifiuti, abusi edilizi, incendi boschivi: il governo rischia di spianare la strada agli ecoreati, spiegano le associazioni ambientaliste.
Nel consiglio dei ministri del 15 gennaio, a meno di clamorose sorprese, un decreto attuativo della riforma della pubblica amministrazione riguarderà il Corpo forestale dello Stato.
E sancirà il suo accorpamento all’interno dell’arma dei carabinieri per evitare sovrapposizioni e sprechi. Il corpo conta circa 8.500 dipendenti in tutta Italia, specializzati nella tutela del patrimonio naturale e paesaggistico, nella prevenzione e repressione dei reati in materia ambientale e agroalimentare.
Questi operatori non vanno confusi con gli operai forestali, oltre 10mila in Calabria e più di 28mila in Sicilia, che non hanno la professionalità degli agenti del Corpo. E che non saranno toccati in alcun modo dalla riforma Madia, pur richiedendo alle casse pubbliche uno sforzo che vale centinaia di milioni di euro ogni anno.
Invece la mannaia si abbatterà sugli specialisti della lotta agli ecoreati: una soluzione non gradita alle associazioni che si battono per la tutela dell’ambiente, come Legambiente e Greenpeace, ma anche a quanti si occupano di lotta al crimine organizzato, come il procuratore nazionale antimafia Franco Roberti e l’associazione Libera.
“La soppressione del Corpo forestale può apparire come un ‘tana libera tutti’ — spiega Antonio Nicoletti, responsabile aree protette di Legambiente — In che modo si passa da un corpo civile, come quello forestale, a un corpo militare? Il rischio è che molti decidano di proseguire la loro carriera altrove, in un altro comparto della pubblica amministrazione. E il corpo perderebbe pezzi, mentre gli agenti forestali sono già sottodimensionati. In questo senso, perderebbe forza la tutelaambientale”.
E rilancia: “Noi da sempre chiediamo che nasca una polizia ambientale, come una direzione antimafia sugli ecoreati, un’organizzazione delle polizie per lavorare in maniera congiunta”.
Sulla stessa linea le parole di Giuseppe Onufrio, direttore esecutivo di Greenpeace Italia.
“Il nostro timore è che l’accorpamento porti a un abbassamento della guardia sui reati ambientali — spiega l’attivista — La diluizione del Corpo forestale nei carabinieri fa perdere una specificità . E se lo Stato reagisce di meno, non è certo un incentivo a ridurre i comportamenti illegali“.
A chiudere il cerchio ci pensa Gaetano Pascale, presidente di Slow Food Italia: “Non capisco l’utilità di questo accorpamento, non credo che possa essere funzionale a un risparmio economico. E anche se fosse, un risparmio a spese dell’ambiente non sarebbe effettivo, perchè poi spenderemmo di più a spegnere incendi o procedere a bonifiche”.
A rafforzare i timori delle associazioni ci sono i numeri degli ecoreati in Italia.
Come spiegato dall’ultimo rapporto Ecomafie, a cura di Legambiente, nel 2014 sono stati accertati 29.293 reati in campo ambientale, circa 80 al giorno, poco meno di 4 ogni ora, in leggero aumento rispetto all’anno prima.
Questo genere di crimini ha fruttato agli ecodelinquenti un bottino pari a 22 miliardi di euro, 7 in più rispetto all’anno precedente.
Oltre alle associazioni ambientaliste, anche chi combatte la mafia si dimostra preoccupato dalla scomparsa del Corpo forestale.
In un’audizione al Senato, nel novembre 2014, il procuratore nazionale antimafia Franco Roberti ha spiegato che “noi siamo contrarissimi alla soppressione del Corpo forestale dello Stato, perchè sarebbe come togliere all’autorità giudiziaria l’unico organismo investigativo in materia ambientale che dispone delle conoscenze, delle esperienze, del know-how e anche dei mezzi per poter smascherare i crimini ambientali”.
E sullo specifico tema dell’accorpamento, il procuratore ha aggiunto che l’operazione “potrebbe rischiare di stemperare di molto il patrimonio di conoscenze e di esperienze e, quindi, la capacità investigativa di questo Corpo”.
E ancora più esplicito è stato don Luigi Ciotti, presidente dell’associazione Libera: “Perdere il Corpo forestale dello Stato significherebbe indebolire la forza dello Stato contro le mafie”. Infine don Maurizio Patriciello, in prima linea contro la camorra nella Terra dei fuochi, ha chiesto al premier Matteo Renzi di non sciogliere il Corpo forestale dello Stato perchè “togliercelo adesso significherebbe tagliarci le gambe”. Una decisione del genere, ha spiegato il sacerdote, “sarebbe una tragedia in questi anni, nella Terra dei fuochi, tutto quello che è stato possibile fare lo abbiamo fatto grazie alla Forestale”.
Ma i compiti del Corpo forestale non si esauriscono con la prevenzione e la repressione dei reati. C’è anche la difesa della biodiversità .
Dall’isola di Montecristo al Circeo, dall’Aspromonte alla Majella, in Italia sono 130 le riserve naturali sotto la tutela degli Uffici territoriali per la biodiversità (Utb).
Qui lavorano 1.500 operai forestali, anch’essi parte del corpo, che si prendono cura di flora e fauna in aree particolarmente delicate.
L’accorpamento ai carabinieri ha messo in allarme anche questi lavoratori, che il 13 gennaio hanno manifestato davanti al ministero delle Politiche agricole, con una delegazione poi ricevuta al dicastero. “Il nostro timore era che lo Stato volesse cedere queste aree alle Regioni — spiega Giovanni Mininni, segretario nazionale Flai Cgil — Ci hanno assicurato che resteranno allo Stato, ma se ne occuperanno i carabinieri. Il ministero ci ha anche garantito che verrà assicurata la specificità di queste zone. Ma per capire come si farà , dobbiamo aspettare il testo del decreto”.
(da “il Fatto Quotidiano”)
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Gennaio 6th, 2016 Riccardo Fucile
CONCESSIONE A OMBRINA MARE PROROGATA… UN TENTATIVO DI AGGIRARE IL REFERENDUM PROMOSSO DA 10 REGIONI
Il copione è lo stesso: il governo si muove in una direzione e poi, scavando un po’, va in un’altra.
Stavolta tocca alle trivellazioni in mare per la ricerca di idrocarburi, prima previste con il decreto Sblocca Italia, poi vietate entro le 12 miglia dalla costa con la legge di Stabilità entrata in vigore il 1° gennaio.
Una notizia, quest’ultima, che sarebbe positiva se i comitati No Triv non si fossero accorti, nei giorni scorsi, di due incongruenze che sollevano dubbi sulle reali intenzioni del governo e del ministero dello Sviluppo economico.
È il 31 dicembre quando sul sito del Mise è pubblicato il “Bollettino Idrocarburi 2015” in cui, oltre a essere annunciata la sospensione dei permessi di ricerca nel Mare Adriatico, appare la seguente frase: “La sospensione del decorso temporale del permesso di ricerca di cui è titolare la società Rockhopper Italia S.p.a. è prorogata a decorrere dal 1 gennaio 2016 e fino alla data dell’eventuale conferimento della concessione di coltivazione di idrocarburi a mare di cui all’istanza e in ogni caso non oltre il 31 dicembre 2016”. Tradotto: l’esaurimento del permesso di ricerca di idrocarburi per il progetto petrolifero di Ombrina Mare (entro le 12 miglia dalle coste abbruzzesi), che scadeva il 31 dicembre, è sospeso per un anno.
Anno durante il quale la piattaforma, nonostante non possa fare per legge più nulla, continuerà a esistere.
Anche “in attesa di una eventuale concessione di coltivazione”.
Contattato dal Fatto, il Mise ha risposto che, “non si è fatto in tempo a chiudere l’istruttoria e che la proroga era un atto comunque dovuto entro dicembre 2015 perchè finalizzato a mantenere in sicurezza gli impianti esistenti”.
Una sospensione da tempo richiesta dalla società “per continuare a garantire le operazioni di manutenzione della piccola piattaforma temporanea in mare”.
Dinamiche che, secondo il coordinamento No Triv, servirebbero ad aggirare il referendum contro le trivelle, voluto da dieci consigli regionali e su cui si esprimerà la Corte Costituzionale la prossima settimana.
Non a caso ieri i deputati Marco Baldassarre (Alternativa Libera) e Pippo Civati (Possibile) hanno sollecitato i presidenti delle Regioni a impugnare la legge di stabilità . “Questa sospensione non ha senso — spiega Enzo Di Salvatore, coordinatore nazionale No Triv e costituzionalista che ha elaborato i quesiti referendari — Sarebbe bastato un mese, il tempo di far entrare in vigore la legge di Stabilità , e poi rigettare la domanda. Invece aspettano che passino elezioni, referendum, riforma costituzionale e che al governo torni il potere di decidere in materia energetica per riprendere tutto dal punto in cui era stato lasciato”.
Ricorso storico: nel 2010 (era ministro dell’Ambiente Stefania Prestigiacomo), era stato esteso da 5 a 12 il limite di miglia dalla costa e le concessioni in atto rimasero in sospeso. Fino al 2012, quando il decreto Sviluppo del governo Monti, pur confermando il limite, fece salvi tutti i procedimenti già avviati che ripresero il loro corso dal punto in cui erano rimasti due anni prima.
“Oggi, per ottenere la concessione di sfruttamento degli idrocarburi deve essere ancora vigente il titolo di ricerca ecco perchè non lo revocano e, anzi, lo prolungano”.
La questione non riguarda solo Ombrina.
Il sito Staffettaonline.it ha pubblicato l’elenco di 19 piattaforme che ricadrebbero, totalmente o in parte, nel limite delle 12 miglia: 7 nel Canale di Sicilia (Eni, Edison, Audax Energy, Northern Petroleum Ltd — Petroceltic Italia, Transunion Petroleum Italia), 6 nel Golfo di Taranto (Eni, Shell Italia EP, Transunion Petroleum Italia, Apennine Energy, Petroceltic ), 2 nel Mar Jonio calabro (Eni, Northern Petroleum Ltd) e 4 nel Mar Adriatico tra Veneto, Abruzzo ed Emilia Romagna (Eni, Rockhopper Exploration Italia). Per il Mise, queste istanze saranno tutte “chiuse”, ma non si sa come. “Dovrebbero semplicemente rigettarle”, dicono i No Triv.
Anche perchè la legge di Stabilità accoglie molte delle richieste referendarie: restano i poteri delle Regioni, l’eliminazione del valore strategico delle opere e dell’esproprio in fase di ricerca.
Sulla durata dei titoli, del blocco dei procedimenti in corso e sull’annullamento del piano delle aree (che di fatto rende più facili le trivellazioni), invece, dovrà pronunciarsi la Consulta.
Virginia Della Sala
(da “il Fatto Quotidiano”)
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