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CONVENTION DI ORVIETO EX AN: NON C’E’ INTESA TRA TROMBONI E TROMBATI, EMERGE LA LINEA DEL PIFFERO E LA GRAN CASSA DELLA FONDAZIONE

Luglio 14th, 2013 Riccardo Fucile

UN MANIFESTO DI INTELLETTUALI CON L’ARTROSI, AUTOCRITICHE GENERICHE, LE SORELLE D’ITALIA PRIME DELLA CLASSE… NELL’ORCHESTRA DELLO “ZERO VIRGOLA” I SOLISTI SUONANO PER SE’ MENTRE IL TITANIC AFFONDA… MENIA COME SCHETTINO: “DI FRONTE AL DISASTRO CHE ABBIAMO COMBINATO, NON VOGLIO CHE LA MIA VITA FINISCA COSI'”… TUTTI SPERANO DI APPRODARE ALL’ISOLA DEL TESORETTO DI AN

Alla fine si sono rivisti (quasi) tutti: nella cornice di Orvieto gli “sfascisti” della Destra italiana si sono infatti dati appuntamento per la Convention dei trombati e dei tromboni.
C’era in sala più gente che ha perso le elezioni che alla biglietteria della stazione Termini .
Tutti a invocare i tempi belli, che poi sarebbero quelli di An, quando si prendeva il 12% senza fare congressi, senza dibattiti interni, con Fini che portava voti e i colonnelli che gestivano la caserma e fissavano le razioni del rancio per i marmittoni.
Dopo essere stati a servire in livrea a palazzo Grazioli per anni, di fronte al cambio di servitù che si prospetta con il ritorno a Forza Italia, l’unica prospettiva di sopravvivenza per molti pare diventato quello di rilevare un ristorante dal nome conosciuto e con un fondo cassa sostanzioso.
Nulla di meglio che far stilare il menù a qualche intellettuale organico esperto in valori economici, prelevati dalle redazioni del Cavaliere o dai giardinetti dei pensionati, e invitare tanti solisti reduci chi dai fischi della platea dei militanti chi da fiaschi elettorali che avrebbero ucciso un toro.
Gli “zero virgola”, miracolati negli anni da Fini, dopo aver compiuto il parricidio in tempi diversi, risalgono sul palco degli illusionisti in nome dell’unità  della destra.
Quella che proprio loro hanno affossato negli anni con scelte suicide e per mere ambizioni personali.
Tutti a parole disposti a fare un passo indietro, ma tutti col pensiero rivolto alle Europee del 2014: dove loro non si ricandiderebbero, come no…ci crediamo tutti.
Ma neanche il revival anni ’90 ha successo, c’è chi vuole fare il prezioso, come il complessino “sorelle d’italia” che avendo venduto qualche disco in più non vuole mollare lo spartito.
E gli altri solisti di Orvieto ci rimangono male perchè vorrebbero partecipare anche loro agli utili della nuova casa discografica.
Alla fine sembra di essere sul Titanic di una destra “minata” da tempo da Silvio che ha piazzato le cariche nei posti giusti.
I solisti dell’orchestra suonano ciascuno uno spartito diverso, mentre la nave affonda e gli elettori hanno abbandonato la sala da tempo.
Non resta che il drammatico appello del comandante Menia, novello Schettino, esperto in manovre sbagliate: “Dopo il disastro che ho combinato, non voglio che la mia vita finisca così”.
In fondo tutti volevano raggiungere l’isola del tesoretto di An, non certo schiantarsi contro uno scoglio sottocosta.
Se avete un salvagente a portata di mano, non fatevi prendere dal solito vostro buoncuore: potrete sempre dire che era sgonfio o bucato.
Quando per anni avevate denunciato che la nave era piena di falle tappullate, loro stavano a ingozzarsi facendo finta di nulla e ignorando i vostri appelli.
Solo una barca di nuovi, umili e onesti marinai potrà  riprendere la navigazione verso la giusta rotta.
La destra italiana non si ricostruisce con i taroccatori della bussola.

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AN, IL TESORETTO DA 70 MILIONI E LA SCALATA DEI BOCCHINIANI

Luglio 6th, 2013 Riccardo Fucile

NELLE CARTE DELL’INCHIESTA DI POTENZA EMERGE IL TENTATIVO DI UN INDAGATO PER RICICLAGGIO DI METTER LE MANI SUL PATRIMONIO

Al di là  delle divisioni politiche, la vera partita tra gli uomini degli ex An — partito poi spaccato tra finiani e chi ha deciso di passare nelle schiere del Pdl — si gioca su un altro fronte: quella di un tesoretto dal valore di 70 milioni di euro.
Questo patrimonio è stato oggetto di insulti, denunce e inchieste giudiziarie che vanno verso l’archiviazione.
Chiunque però sogna di avere una parte, anche ci in An militava nella retro fila.
A raccontare questo retroscena, un’informativa stilata dalla squadra mobile il 20 giugno 2012 e finita agli atti di un’inchiesta della Procura di Potenza che indagava su un giro di riciclaggio.
A Roma, invece, c’è un giro di riciclaggio su quell’ingente patrimonio, che tuttavia va verso l’archiviazione.
Nelle carte della polizia di Potenza, però, emerge anche che un imprenditore, Carlantonio Traietta, indagato per riciclaggio, avrebbe tentato la scalata nel partito di Gianfranco Fini.
Traietta parla di un rapporto strettissimo con Italo Bocchino, “i buoni rapporti che Traietta ha con Italo Bocchino — si legge nell’informativa — sono confermati oltre che dalle telefonate fra i due, anche da vari incontri”: come quello del 19 ottobre 2009 avvenuto a Brindisi.
E di Bocchino, Traietta parla anche in una intercettazione del 15 gennaio 2010, con Giuseppe Capocchi, in cui afferma la piena fiducia dell’ex parlamentare.
TRAIETTA: Con Italo ho stretto stretto stretto. Nel senso che sono arrivati adesso a dirmi che io prima dice che non voglio stare, “no” dico “se è questo quello che pensi non c’è problema, mi metto io in mezzo per te”. Da quel giorno mi chiama tutti i giorni. Allora io quando ci vediamo, che mo’ lui è rientrato da New York … ma anche a New York che cazzo di business combina con … New York, Tokyo ! lui e Fini hanno una socità  a Tokyo
CAPECCHI: mm
TRAIETTA: Grossa! Allora mi vogliono far entrare dappertutto Pasquale, che è consigliere regionale.
CAPECCHI: Di Lorenzo
TRAIETTA: Adesso avrà  le redini in mano … Allora il segretario di Fini, attualmente è anziano e l’ultima volta ha già  detto che lascia la candidatura, lui viene eletto in Basilicata alla Camera … quindi la prossima volta lascia tutte Le redini a Pasquale di Lorenzo
CAPECCHI: ah
TRAIETTA: Sai che Alleanza Nazionale, no, si è fusa con … però è rimasta Alleanza Nazionale. Come partito.
Hanno fatto un’associazione dove tutti i patrimoni valevano … perchè hanno una sede dico a Bari, 700 metri quadri nel centro, tutti … la sede è a Roma, via della Scrofa, è una cosa enorme e vale miliardi. Quindi hanno fatto questo fondo patrimoniale, poi questa fondazione che a capo c’è Pasquale Di Lorenzo. Entrerà  fra pochissimo tempo perchè lascerà  tutto … il segretario di Fini, come si chiama? Donato la Morte.
CAPECCHI: La Morte
TRAIETTA: Lascerà  tutto a Pasquale. Capito? Quindi diventeremo … cioè siamo il braccio cioè si fidano di noi, tutto quello che faranno … se non gli parliamo di un’idea nuova, anche con La Russa, quello che c’ha in mano La Russa, quello che c’ha in mano Matteoli, possiamo entrare dappertutto.
Al di là  del valore penale dell’intercettazione, quello che sembra evidente è il modus operandi anche di chi sta dietro puntava ad una scalata nel partito a livello nazionale. Secondo l’informativa della squadra mobile, aspettavano che Donato Lamorte, uomo di fiducia di Gianfranco Fini, lasciasse il suo incarico per sostituirlo con un lucano doc: Pasquale Di Lorenzo.
Ed è proprio Di Lorenzo, indagato per i rimborsi in Basilicata, che avrebbe preteso ad uno studio di progettazione l’assunzione di suoi amichetti motivando così:
“E’ gente che mi porta pure voti. Se li devi trattare a pezze in faccia è meglio che non se ne fa un cazzo”.

Antonio Massari e Valeria Pacelli
(da “il Fatto Quotidiano“)

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LA DESTRA STORICA SI RIUNISCE A LECCE, ALEMANNO: “SPAZIO PER UN NUOVO SOGGETTO POLITICO”

Giugno 30th, 2013 Riccardo Fucile

GLI EX AN APPIEDATI SI RITROVANO A LECCE PER DISCUTERE SUL LORO FUTURO: POLI BORTONE, NANIA, STORACE, MENIA, SELVA, ALEMANNO, URSO, CROSETTO, LANDOLFI… FRATELLI D’ITALIA DISPONIBILE SOLO AD ACCETTARE AGGREGAZIONI… LO SCARSO PUBBLICO IN SALA NON PROMETTE NULLA DI BUONO

Con il ritorno di Forza Italia, cosa faranno gli ex An? Chi resta? E chi va via?
Se da una parte Maurizio Gasparri e Altero Matteoli sembrano restare con Silvio Berlusconi in una riedizione 2.0 del suo vecchio partito, dall’altra ci sono altri nomi che si preparano a occupare quello spazio lasciato a destra dalla crisi del Pdl.
Riunita a Lecce in una convention, la destra storica getta le basi e il cantiere per una rifondazione che si legge tutta nelle parole di Gianni Alemanno.
L’ex sindaco di Roma,   chiarisce che ora, si deve prendere atto della proposta di Berlusconi “di riorganizzare il centrodestra sulla base di piu’ soggetti partitici. Siamo in una fase di transizione dalla seconda Repubblica alla terza ed e’ necessario definire nuovi modelli organizzativi e politici per rispondere in modo vincente a questi cambiamenti”.
Lo spazio che si è aperto deve essere occupato da un nuovo soggetto politico che deve partire dai valori della destra, essere “proiettato verso il futuro e ancorato nel popolarismo europeo”.
“E’ un percorso che dobbiamo fare insieme, valorizzando tutte le potenzialita’ che si sono espresse dentro e fuori il Pdl, non per dividere, ma per unire in modo nuovo il centrodestra italiano”.
Anche Francesco Storace è convinto della nascita di questa nuova compagine: ”’Nasce eccome il nuovo progetto politico di destra, ormai c’e’ una consapevolezza comune e nonostante qualche resistenza ce la faremo”.
‘Se si ricostruisce Forza Italia con quel simbolo, e rappresenta il nuovo, perche’ non dovrebbe essere lo stesso anche per una destra che conservi il simbolo di Alleanza nazionale. Si tratta di un’operazione di igiene politica”.
”Rivolgo un appello — ha aggiunto Storace — per creare una nuova formazione politica attorno ai contenuti della sovranita’ e della tradizione che guardi agli ultimi per ritrovare la destra”.
Ma a Lecce ci sono da Adriana Poli Bortone a Roberto Menia, da Gustavo Selva, a Domenico Nania e Adolfo Urso che spiega: ”Ci vuole un grande progetto inclusivo e davvero riformatore”.
Mario Landolfi, invece, lancia il prossimo appuntamento: ”Alle ultime politiche il Pdl ha perso 6 milioni di voti, sono tutte quelle persone che hanno perso i valori di riferimento della destra”.
Il ”cantiere della nuova destra” vedra’ la sua prossima tappa ad Orvieto, il 13 e il 14 Luglio

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ALLA RICERCA DEL POSTO PERDUTO: MENIA ON THE ROAD IN ATTESA DI UN PASSAGGIO

Giugno 21st, 2013 Riccardo Fucile

LA MELONI NON LO CARICA SULLA MINI, ALEMANNO ASPETTA LA LIQUIDAZIONE DA SILVIO… PASSERA’ IL TRAM CHE SI CHIAMA DESIDERIO?

Roberto Menia, plenipotenziario di Fli, intervistato da IntelligoNews, è stufo di vedere bollata come “Cosa nera” la destra che, insieme ad altri esponenti della vecchia Alleanza nazionale, sta cercando di ricostruire.
Ma attenzione: «Nessuno deve, prima ancora di iniziare questo nuovo percorso, innalzarsi a “giusto” o a nucleo fondante».
Roberto Menia, cos’è questa “cosa nera”?
«Basta con queste brutte etichette, la stanno facendo nascere nel peggiore dei modi».
La “cosa tricolore” sarebbe meglio?
«Non mi piacciono a prescindere le banalizzazioni giornalistiche. Qui si tratta di capire qual è il percorso da compiere».
Qual è?
«Iniziare prendendo coscienza che in Italia serve una destra politica. Ma è giusto anche che le “anime che l’hanno animata” si rimettano insieme».
Con i “soliti” Colonnelli?
«Dovrà  essere innovativa, rivoluzionaria e al passo con le richieste dei cittadini. Dobbiamo ricostruire quel che si è “rotto, vogliamo una nuova primavera per la destra italiana. Chi fino ad oggi ha avuto ruoli decisivi all’interno delle istituzioni dovrebbe mettersi a disposizione per “formare” la nuova classe dirigente».
Siete d’accordo nel ripartire dal nucleo di Fratelli d’Italia?
«Credo sia sbagliato partire, come sta facendo Giorgia Meloni, dal presupposto di essere l’unico ad aver ragione.   L’importante, torno a ripetere, è che tutte le diverse anime si rimettano insieme. La leadership si dovrà  trovare, ma in un secondo momento, dopo aver messo a punto il progetto».
Come mai Fli non era a Milano lo scorso venerdì?
«Perchè non andiamo dove non ci invitano».
Rapporti tesi con Fratelli d’Italia?
«Non si tratta di rapporti tesi. E’ solo che non credo   in questo momento ci sia qualcuno legittimato a dare “patenti”. La Meloni ha fatto un percorso obiettivamente importante, ma lei votò in Aula a sostegno della tesi di Ruby nipote di Mubarak… qualcuno forse l’ha dimenticato».
Però sarete a Lecce dalla Poli Bortone il 28 e 29 giugno.
«E non solo: domani sarò a Frosinone, il prossimo mercoledì a Roma con la Fondazione Almirante e anche a Lecce. A parlare, appunto, di questo progetto che tutti insieme dobbiamo ricostruire; senza giudicare gli altri e senza presunzioni».
Quali sono le differenze tra l’iniziativa della Meloni e quelle alle quali parteciperà  nei prossimi giorni?
«Non partirei dalle differenze, parlerei al contrario delle diverse realtà  che si stanno incontrando per rimettersi insieme. Ci siamo “venduti” qualche anno fa quando An entrò nel Pdl, ora rimbocchiamoci le maniche e rimettiamoci insieme».
Tra qualche ora ci sarà  un incontro al vertice Alemanno-Berlusconi: resa dei conti finale tra il Cavaliere e gli ex An?
«Alemanno in questo periodo è stato lasciato da solo, fossi in lui chiederei a Berlusconi le motivazioni di questo isolamento. Ma gli chiederei anche qualcosa in merito alla possibilità  di rifare Forza Italia e mi farei due conti…».
Se il Cavaliere confermasse questa intenzione?
«Sarebbe logico pensare a una nuova Alleanza nazionale».
Stesso brand?
«Con lo stesso spirito: le riproposizioni non servono».
Alemanno, più della Meloni, sarebbe in grado di assumerne la leadership?
«Non voglio dare i voti a nessuno. Alemanno sarebbe una risorsa per la destra, ma non vorrei che questo bisogno di destra si traducesse in un nuovo movimento personalistico. Abbiamo già  “dato” sciogliendoci nel partito imperiale di Berlusconi…».

Francesca Siciliano
(da “IntelligoNews“)

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QUEL CHE RESTA DELLA DESTRA

Giugno 17th, 2013 Riccardo Fucile

SPARITO FINI, SCONFITTO ALEMANNO, CONFINATO LA RUSSA: CHE NE E’ DEGLI EX MISSINI?… POLITICAMENTE POCO, MA C’E’ UN TESORETTO DA 400 MILIONI DA SPARTIRE

Qualcuno l’ha chiamata “operazione nostalgia”, giusto per chiarire dal principio che la premessa non è tanto il futuro, quanto una mesta rievocazione di un passato di cui non si ha più traccia, se non nelle sue macerie di rivendicazioni, pentimenti e qualche schizzo di veleno sulle responsabilità .
Altri “la nuova cosa nera”, che rievoca più un passato extraparlamentare, che non un presente rassicurante tra i banchi delle Camere.
Eppure, anche se i protagonisti si sfilano da entrambe le definizioni, qualcosa, nel magmatico e sempre più confuso pentolone del centro destra, si sta muovendo.
Dopo la slavina elettorale delle scorse amministrative, e la rovinosa sconfitta dell’ex sindaco Alemanno a Roma, gli ex colonnelli di Alleanza Nazionale stanno lavorando al progetto di ricostruire una nuova identità .
Alcuni confluiti in Fratelli d’Italia, altri in rivoli di progetti similari.
Tramontato il suo leader Gianfranco Fini (alle prese con un libro nel quale racconterà  la “sua verità “), Futuro e Libertà  si è sciolta lo scorso maggio.
Un triumvirato guidato da Roberto Menia, Aldo Di Biagio e Daniele Toto dovrebbe ora accompagnare il defunto partito, nato il 13 febbraio del 2011 da una scissione interna del Pdl, verso una “comune casa di destra”: formula quanto mai vaga.
Del resto, l’emorragia di voti nel Pdl, otto milioni all’ultimo giro, sono un appetitoso banchetto su cui pasteggiar.
Un elettorato senza più padri, in cerca di una destra moderna, europeista, riformista che avrebbe forse votato Renzi, è in cerca di una congrua creatura politica.
E allora?
Lo scorso week-end, Fratelli d’Italia ha organizzato a Milano le “Giornate Tricolori”: l’obiettivo – seguiranno altre iniziative simili – è quello di discutere insieme le vie da percorrere per ricomporre la creatura morente.
Eppure, a giudicare dal panel degli invitati – oltre a vecchi protagonisti di An anche l’ex Ministro Tremonti, Magdi Allam, e qualche volto di “Fermare il Declino” – la rotta sembra più posizionata verso il centro, che non in direzione di una destra pura. Altro nodo gordiano è la questione della leadership: La Russa accende il riflettore su Giorgia Meloni, da alcuni ribattezzata “la Renzi del centro-destra”.
Formula quanto mai spendibile in tempi di rottamazione e insistente richiesta di rinnovamento.
Ma non tutti sono d’accordo.
L’ombra lunga del Cavaliere, inoltre, sembra essere condizione imprescindibile per la nascita della nuova formazione: in attesa che il volto della rinnovata Forza Italia assuma lineamenti più chiari, molti ex An già  oggi non escludono la possibilità  di allearsene, anche se l’ex senatore Domenico Nania parla di “pulizia etnica della destra del Pdl”.
Lo stesso La Russa, che raggiunto dall’Espresso non ha voluto parlare perchè “contrario al taglio del giornale”, ha spiegato ieri che l’intento non è quello di sottrarsi a Berlusconi, ma di comporre la terza gamba “di una coalizione in grado di vincere”. Del resto, i senatori Matteoli e Gasparri, ex An, hanno già  chiarito che resteranno nel rassicurante alveo del Pdl: l’uno, a capo della commissione Lavori Pubblici e Comunicazioni di palazzo Madama, l’altro come vicepresidente del Senato.
Chi è, al contrario, in cerca di collocazione, ci sta invece pensando.
Andrea Ronchi, che nel 2011 uscì da Fli per entrare nel gruppo misto, sostiene che si commetterebbe un grosso errore, se si pensasse a un’operazione nostalgia: “Alleanza nazionale era un progetto intelligentissimo, che ha avuto la sua massima espressione in un momento storico molto diverso dall’attuale. Fino al 1993 l’Msi era considerato un partito “paria”, impresentabile e oggetto di razzismo politico. Fu Fini a sdoganarlo, quando si candidò a Roma come sindaco, contro Rutelli. Nacque tutto lì. Il Cavaliere lo scelse e si aprì la seconda Repubblica. E proprio a Roma, dove tutto ha avuto principio, tutto è finito con la sconfitta di Alemanno. Si apre una terza fase”.
Un partito che guardi anche al centro – spiega Ronchi – e si rivolga al volontariato cattolico e alla Cisl. Che si occupi di lavoro, legalità , sussidiarietà , nazione, welfare sociale, cura economica, e che non tralasci gli ultimi.
“Coinvolgerei Luciano Ciocchetti (ex vicepresidente del Lazio con la Polverini), Adriana Poli Bortone, Silvano Moffa. Senza pensare a una leadership precisa, però, perchè finchè resiste Berlusconi, non si può pensare ad altri. Certo, non vedrei male un imprenditore come Alfio Marchini…”.
Francesco Storace, segretario nazionale della Destra e oggi vicepresidente del Consiglio regionale del Lazio, ha accolto e rilanciato l’appello di Marcello Veneziani sul “ritorno a Itaca” (riunirsi sì, ma su idee e valori concreti), anche se qualcuno degli ex An sottolinea che, dopo il disastroso risultato delle scorse amministrative (1,30 per cento, rispetto al 3,46 delle regionali di febbraio), non abbia più grande potere contrattuale.
“Dovete pronunciarvi”, ha scritto in un recente editoriale su Il Giornale d’Italia nel quale tira bordate a La Russa.
“Stupisce il silenzio di Fratelli d’Italia, la cura dell’orticello non è la migliore delle proposte possibili in politica – prosegue – bisogna avere anche il coraggio di mettersi in discussione in un confronto leale sulle idee. Giorgia Meloni e i suoi sono riusciti a racimolare i consensi necessari a rientrare in Parlamento in nove ma adesso devono fare politica anche loro. A che serve guidare una bella pattuglia quando si potrebbe rimettere in campo un esercito?”.
Appello cui La Russa ha risposto, invitandolo alle Giornate milanesi.
Raggiunto dall’Espresso, Storace ribadisce che “C’è la necessità  ci siano tutti, in una nuova Next An. Sono stato l’unico a dire no a Fini e Berlusconi. C’è un vuoto politico da riempire e occorre lavorare per rimettere insieme pezzi di un mondo che si è diviso, ma non distrutto. Ne parlerò io stesso a Orvieto, a metà  luglio”.
E un’allenza con Fratelli d’Italia? “Non ho pregiudizi”, risponde.
Roberto Menia, ex coordinatore nazionale di Fli, non ci sta a gettare l’esperienza del passato nel cestino degli errori: “In realtà  credo che tanti buoni argomenti li avevamo. Rivendico, però, di essere stato l’unico a essermi opposto allo scioglimento di Alleanza Nazionale. Ma voglio pensare al futuro. Oggi l’elettorato è molto mobile. La dinamica bipolare c’è ancora, anche se non è più da considerarsi in termini bipartitici. La destra, finora, è vissuta in ostaggio del referendum Berlusconi sì o Berlusconi no. Deve rivendicare un suo spazio. Ma non in un’operazione che sappia di zattera di salvataggio per i vecchi trombati. Io vorrei una Alleanza Nazionale 2.0, senza riadoperare il vecchio simbolo, però. Deve essere un soggetto credibile, moderno dentro cui convergano settori anche diversi della società  civile che oggi non hanno rappresentanza. Spezzoni di elettorato del nord che non vuole più votare la Lega. Orfani di Fare per fermare il declino. Cisl. Volontariato, imprenditori, associazionismi. Società  civile. Sto dando vita a dei comitati sul territorio per la costituente della Destra. Il governo durerà  ancora un altro anno. Noi potremmo fare un cartello per presentarci insieme alle europee del 2014”.
Davvero nessun errore in Fli?
“Abbiamo sbagliato la gestione del progetto. Da salvatori della patria, in una notte, siamo diventati i traditori. Fini, anzichè onorare le promesse di rinnovare il centrodestra, ha dedicato le sue energie alla presidenza della Camera: ci è stato fatale. Ci siamo spostati troppo al centro con Casini e Monti e abbiamo rotto il patto con l’elettorato”.
Adolfo Urso, presidente delle Fondazioni FareFuturo e FareItalia, anche lui fuoriuscito da Fli con Ronchi e Scalia per confluire nel gruppo misto nel 2011, parla di terza fase: “Si può e si deve aprire. Dev’essere qualcosa di innovativo in un contesto in cui alcuni nodi vanno sciolti con chiarezza. Come quello europeo: quale sovranità  e quale unione vogliamo. Poi basta personalismi. Diamo la leadership ai valori: onestà , pattriotismo, sovranità , cittadinanza dei nati in Italia da genitori stranieri. Penso a un partito gollista e riformatore in una nuova repubblica presidenziale”.
Col giornalista Mauro Mazza, sta scrivendo un libro, in forma di dialogo, in cui si riflette sul passato di An e si pensa al futuro di una nuova destra: “S’intitola Vent’anni e una notte, e uscirà  a settembre”, rivela.
“Il libro finisce con un capitolo sui duelli. Proprio per fotografare l’atavico vizio alla personalizzazione dei partiti. Ci vuole, al contrario, l’investitura popolare del leader”.
Chi, invece, è piuttosto scettico sull’operazione nostalgia è Flavia Perina, ex direttrice del Secolo d’Italia e deputata Fli nella scorsa legislatura: “E’ indubbio che vi sia un elettorato, nell’area dell’astensionismo, che potrebbe guardare con favore alla formazione di una destra non compromessa col berlusconismo. Tuttavia, la riedizione a cui si sta pensando è impossibile, perchè legata a filo doppio con Berlusconi, senza cui non potrebbe sopravvivere. Gianfranco Fini è stato il garante di una serie di personaggi che hanno poco valore. E che, senza di lui, non andranno molto lontano. Perchè La Russa dovrebbe imbarcarli? Credo che l’unico progetto concreto possa essere un piccolo ampliamento di Fratelli d’Italia. Nulla più”.
Un altro aennino che ignora volutamente il richiamo delle sirene del rientro a Itaca è Fabio Granata.
Ex deputato di Fli, e vicecoordinatore nazionale del partito, sta per lanciare un nuovo progetto che con la destra non ha grandi comunanze.
Il 28 giugno prossimo presenterà  al Maxxi di Roma, Italia Green, un movimento trasversale che ispira le sue origini nel pensiero di Alexander Lang, e lavora insieme a Legambiente: “Vuole essere una nuova forza politica che punti a un’Italia di qualità  – spiega all’Espresso – Un partito repubblicano moderno, ma europeista, che valorizzi il made in Italy, l’innovazione, le imprese di qualità , lo sviluppo sostenibile, il pattriottismo del paesaggio. Vogliamo seguire l’esempio dei verdi tedeschi. Sto lavorando con Fabio Renzi (segretario nazionale di Symbola, la Fondazione che promuove il made in Italy), e anche Ermete Realacci guarda al progetto con interesse. Ho coinvolto Stefano Leoni, presidente del Wwf, Roberto Della Seta e Francesco Ferrante (ex senatori Pd ed ex dirigenti di Legambiente)”.
Davvero più nessuna nostalgia della destra?
“La ricomposizione a cui sto assitendo è su basi politiche e culturali confuse. Mi sembra un’esperienza nata solo con lo scopo di trovare collocazione alla vecchia nomenclatura. Peraltro sotto lo scacco, di nuovo, di Berlusconi. Non capisco come possa fare Menia a sedersi ancora al tavolo con Ronchi, Urso e La Russa. La mia ostilità  non è verso gli ex di An, ma verso quelli di Fli. In questo tentativo vedo solo necessità  e convenienza personale. Feci un giuramento sulla tomba di Paolo Borsellino. Mai più alleato con Berlusconi”.
E Gianni Alemanno, dopo la sconfitta romana?
Durante una tramissione, in campagna elettorale, ha chiarito che il suo futuro resta nel Pdl, ma qualcuno a lui vicino non esclude che, se il Cavaliere lo scaricasse, sarebbe pronto a un repentino ripensamento verso “la nuova cosa nera”.
Diversa la posizione di Italo Bocchino che, orfano di incarichi, è tornato a fare il giornalista e sta cercando un riavvicinamento con Viespoli e Moffa in particolare.
La nostalgia, nel suo caso, è così forte che ha proposto, per le europee del 2014, di ripresentarsi con il vecchio simbolo di An.
Nell’operazione Itaca, c’è, infine, un particolare non di poco conto che potrebbe spingere gli ex colonnelli a riallineare le truppe: quel tesoretto – circa 400milioni di euro tra cash, 65 milioni, e patrimonio immobiliare – confluito dalle casse del vecchio partito missino a quelle della Fondazione Alleanza Nazionale.
Denaro proveniente dai rimborsi elettorali (sui conti correnti di An) e lasciti piuttosto noti alle cronache: il celebre appartamento di Montecarlo donato dalla contessa Anna Maria Colleoni e poi venduto al fratello della compagna di Fini, Elisabetta Tulliani.
A chi andranno quei soldi?
Il recente caso Lusi (l’ex tesoriere della Margherita), di certo non rassicura i vecchi missini. La Fondazione, dopo una lunga impasse – il consiglio di Stato, alla fine del 2012, ha dato il via libera alla sua iscrizione nell’albo delle persone giuridiche – ha ripreso la sua attività .
Ma il denaro è bloccato. A capo del cda della Fondazione c’è un uomo molto vicino a Matteoli, Franco Mugnai, del Pdl, che potrebbe entrare nella nuova Forza Italia.
E’ in buona compagnia: tra i soci di maggioranza della Fondazione ci sono anche La Russa e Gasparri. Oggi, dopo svariate diatribe legali sulla liceità  del trasferimento del denaro di An alla Fondazione, la vicenda è in mano a due nuovi liquidatori del Tribunale.
Si andrà  a sentenza probabilmente a settembre.
Alcuni ex An sostengono che molto denaro è sparito dal tesoretto citato, in forma di prestiti o finanziamenti ad attività  del Pdl, per poi non fare più rientro.
E molti immobili della vecchia An ospiterebbero le sedi del Pdl, che non paga neppure il canone d’affitto.
Ma sembra che gli ex colonnelli non siano obbligati a costituire un unico grande partito, per riappropriarsi del denaro.
Per gli assetti statutari della Fondazione, infatti, potrebbe bastare anche un accordo politico tra nuove correnti e diversi partiti di destra.
E’ anche la tesi di Barbara Ciabò, che dopo una lunga militanza in An, è uscita dal partito per aver fatto scoppiare il caso “Affittopoli” a Milano, come presidente della Commissione Demanio del comune, nella giunta Moratti: “L’unica operazione nostalgia a cui sono interessati alcuni ex aennini è quella nei confronti del patrimonio. Non aspettano altro che rientrare in possesso del denaro della Fondazione, tanto più in un periodo di vacche magre. Non c’è nessuna volontà  di costituire un nuovo reale soggetto politico, al di là  di questo”.

Paola Bacchiddu
(da “l’Espresso”)

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UNA NUOVA ALLEANZA NAZIONALE ALLE EUROPEE: A PALERMO LA PRIMA RIUNIONE DEI COLLABORATORI DI INGIUSTIZIA

Maggio 17th, 2013 Riccardo Fucile

NANIA, STORACE, URSO, VIESPOLI, MENIA: SI RITROVANO GLI EX PENTITI PER BENEFICIARE DEGLI SCONTI DI PENA… OBIETTIVO DISOTTERRARE IL TESORETTO DI AN E RICOSTRUIRSI UNA VITA A BRUXELLES… I FRATELLI D’ITALIA PER ORA PREFERISCONO RESTARE AI DOMICILIARI

Hanno riesumato per l’occasione il simbolo di “Alleanza nazionale”, emblema della siesta politica (nulla fare, paura non avere), prodotto già  avariato di suo che però, con   le tragiche esperienze successive, ora sembra quasi profumare di mughetto.
Si sono ritrovati così a Palermo i “collaboratori di ingiustizia” della ex An, persisi di vista nei mille rivoli della battaglia politica, animati dal dichiarato intento di gettare alle spalle scelte personali opposte, in nome del pentitismo italico.
La somma dei consensi dei partiti rappresentati da costoro alle ultime politiche ha raggiunto ben l’1% (La Destra più Fli), tanto da consentire a chi ha avuto l’1,8% (Fratelli d’Italia) di atteggiarsi a snob, inviando solo una benevole benedizione, sotto forma di   telegramma di saluto.
Chi è stato coordinatore del Pdl, chi di Fli, chi di se stesso, chi si perso per strada e chi non l’ha mai trovata, chi ha acceso (e spento) la Fiamma e chi solo mutui milionari, chi è stato sfrattato e chi ha portato auto e borse ai potenti.
Tutti uniti da un unico comune denominatore: sono stati trombati alle ultime elezioni politiche.
Ovviamente se fossero stati rieletti non dubitiamo che sarebbero stati ugualmente percorsi dal sacro anelito di rifare lo stesso una nuova An 2.0 , come hanno precisato in nome non si sa se della nuova comunicazione web o in ricordo della percentuale che gli avrebbe garantito la poltrona.
Ma queste sono quisquilie.
Qualcuno ha obiettato che un processo di rifondazione del genere necessiterebbe di un coinvolgimento della base, non che cinque persone decidono di creare un partito con una scelta di vertice e senza un programma discusso e condiviso.
Obiezione respinta: il concetto sarebbe valido se si creasse un “nuovo partito”, ma se si vuole riesumare An dove non si facevano neanche i congressi alle scadenze previste dallo Statuto e la linea politica non si discuteva mai, il modo di procedere è perfettamente in linea con le “radici” tanto richiamate.
Qualcuno maligna che lo scopo che anima i pentiti di varia estrazione sia quello di provare a raggiungere il quorum del 4% necessario alle Europee per conquistare qualche posto a Bruxelles, altri che il fine sia quello di accomodarsi a tavola per spartirsi il tesoretto milionario dell’ex An.
Si è mai visto un collaboratore di giustizia che si pente prima di essere stato arrestato?
Suvvia, un po’ di clemenza.
Se uno collabora ha diritto a un riscontro premiale: se si pente e torna da Bastia a Canossa, vogliamo riceverlo o gli facciamo prendere una bronchite nel bosco?
Qualcuno infine è perplesso perchè non è chiara la “linea politica” che si vuole perseguire: problema irrilevante in fondo.
L’importante è non perdere il tram e non inciampare sul predellino quando si aprono le porte: poi le vie del Signore sono infinite, come quelle del popolo (delle Libertà ).
Espiate gente, espiate.

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IGNAZIO LA RUSSA, ECCO L’OPPOSIZIONE A BERLUSCONI

Maggio 8th, 2013 Riccardo Fucile

PRIMA E’ STATO INSERITO CON UN ESCAMOTAGE DAL PDL CHE GLI HA CEDUTO UN POSTO E POI E’ STATO NOMINATO PRESIDENTE DELLA COMMMISSIONE PER LE AUTORIZZAZIONI A PROCEDERE

Più che un inciucio, stavolta si tratta di una mascherata.
Nel senso che partiti di maggioranza mascherati da opposizione tentano di ottenere (e in alcuni casi ottengono) prestigiose poltrone di presidenze di commissioni attraverso scandalosi tatticismi.
Così, mentre al Senato volavano gli stracci sulla Giunta per le autorizzazioni dopo che il Fatto ha svelato l’intenzione del Pdl di giocare sporco per tutelare Berlusconi spingendo per una presidenza a Raffaele Volpe della Lega (la decisione, visto il caos, è stata rinviata “a data da destinarsi”), alla Camera andava in scena una performance degna della peggior Prima Repubblica.
Complice anche un’inesperta Laura Boldrini, che si è prestata al gioco, il Pdl ha ceduto un seggio della Giunta per le Autorizzazioni di Montecitorio a Fratelli d’Italia, nella persona di Ignazio La Russa, che altrimenti non avrebbe avuto diritto ad avere un proprio componente nell’organismo di garanzia.
Il fatto è che questo “passo indietro” del Pdl, giustificato nella Conferenza dei capigruppo come magnanimo atto di apertura alla rappresentatività  di chi, altrimenti, non ci sarebbe stato, ha consentito ai berlusconiani di ottenere per l’amico di sempre ex ministro della Difesa dell’ultimo governo del Cavaliere, prima uno scranno, poi niente di meno che la presidenza della medesima Giunta.
La Boldrini, che ha consentito tutto questo, si è auto assolta, sostenendo che far posto a La Russa, in prima battuta, non avrebbe determinato una alterazione significativa della rappresentanza degli arcoriani nell’organismo di garanzia (che passava così da 3 componenti a 2), nè si determinava un disequilibrio tra maggioranza, con 14 seggi, e opposizione, a cui spettano 7 seggi.
Il problema non era certo questo, ma in Presidenza della Camera si sono comunque affrettati a giustificare che si è trattato di una concessione del tutto eccezionale in quanto avanzata in fase costituente dell’organismo.
Se fosse stato dopo, sarebbe stata considerata illecita.
Peccato che a loro (il Pdl) servisse proprio in questa fase e solo per dare ad una figura amica un ruolo tanto delicato: “Sono molto soddisfatto — ha infatti commentato, gaudente, lo stesso La Russa — spero di ricambiare la fiducia che gli altri gruppi mi hanno dato riconoscendo la mia esperienza e competenza nella materia, essendo io avvocato”.
La sostanza politica è evidente: le Giunte per le autorizzazioni, nell’ottica del Pdl e in entrambi i rami del Parlamento, servono soprattutto a fare scudo ai parlamentari di area implicati in procedimenti giudiziari, in odore di condanna o già  condannati e in attesa della definizione dei processi in Cassazione.
E se La Russa dovrà  fare da scudo a personaggi come Antonio Angelucci, Debora Bergamini, Luigi Cesaro, Raffaele Fitto e Daniela Santanchè, di sicuro la presidenza della Giunta del Senato è una poltrona da non mollare per nessun motivo, visto il calibro degli elementi da tutelare.
Da Verdini e Schifani, da Tremonti a Formigoni sono tanti i senatori di “peso” sugli scranni di Palazzo Madama.
Soprattutto, buon ultimo, Berlusconi in persona, che presto potrebbe essere condannato in via definitiva con annessa interdizione dai pubblici uffici, fatto che darebbe alla Giunta l’arduo compito di rallentare il più possibile la presa d’atto della sua (ovvia) decadenza da parlamentare con relativa incandidabilità  a vita.
Ecco perchè non si può certo lasciare ad un grillino come Michele Giarrusso o come Dario Stèfano di Sel la suddetta carica.
Di qui una guerra intestina, con gli uomini di Vendola decisi a non mollare e la Lega sulle barricate.
Oggi il prossimo round.

Sara Nicoli
(da “il Fatto Quotidiano“)

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MATTEOLI, L’EX COLONNELLO DI AN PER LE TELEVISIONI DI SILVIO

Maggio 8th, 2013 Riccardo Fucile

IL “SOCCORSO ROSSO” QUANDO FU INDAGATO PER FAVOREGGIAMENTO, IL FIGLIO ASSUNTO DA ALITALIA, L’ATTACCO AI FINANZIERI TROPPO ARROGANTI, LA LAUREA AD HONOREM

Altero Matteoli, a volte, fa il simpatico: “Ho due figli, Federico e Federica, un terzo figlio non avrei saputo come chiamarlo”.
Quando non è di buon umore, e le cronache, mica di rado, lo spingono a rettifiche o rattoppi, l’ex ministro va di intercalare: “Cazzate”.
A 72 anni, abbandonata la penombra che avvolge i furono colonnelli di Gianfranco Fini, l’hanno nominato presidente di commissione al Senato: Lavori pubblici e Comunicazioni, cioè televisioni, l’eterno conflitto di Silvio Berlusconi.
Il Cavaliere preferiva Paolo Romani, ma il tempo — e le manovre felpate — sanno premiare l’abile Altero, toscano di Cecina, pescatore non convenzionale (“Sì, a volte senza licenza”), guidatore non prudente (“Eleviamo il limite a 150 km/h”).
Per far infuriare Matteoli, a capo dei ministeri di Ambiente e Trasporti, in Parlamento dal 1983 sempre a destra, va ricomposta un’inchiesta fatta a brandelli, fra rimpalli a colpi di codice e rivolte a colpi di casta.
Un giorno di dieci anni fa, allora guidava il dicastero verde, Matteoli chiese al prefetto di Livorno se fosse indagato per abusi edilizi all’Isola d’Elba.
Il prefetto, furbo, s’allarmò. E Matteoli fu indagato per favoreggiamento e rivelazioni di segreti d’ufficio.
Il pubblico ministero di Livorno chiese l’archiviazione, ma il giudice per le indagini preliminari non sigillò il fascicolo — smistato dal Tribunale dei ministri di Firenze per incompetenza territoriale — senza ottenere l’autorizzazione a procedere dai colleghi deputati e senatori perchè non riteneva che la telefonata rientrasse nelle funzioni di un componente di governo.
La protezione soccorse Matteoli, e fu di colore rosso, quel colore che per anni, da consigliere comunale e provinciale in Toscana, aveva combattuto.
La Camera, presieduta dal comunista Fausto Bertinotti, sollevò il conflitto d’attribuzione dinanzi alla Consulta: i fatti contestati riguardano il cittadino Altero Matteoli (prese il nome dal nonno, pare fosse il primo veterinario pisano) o il ministro Altero Matteoli?
La Giunta di Montecitorio, però, fu inflessibile: avvertivano un certo fumus persecutionis.
La Corte costituzionale annullò anche il rinvio a giudizio. E così, planata a Cecina, l’inchiesta è finita con il proscioglimento di Matteoli che, non contento, voleva un risarcimento di 230.000 euro dallo Stato per le spese legali.
Al ministero dell’Ambiente, in carta raccomandata, gli hanno rammentato che non è mai andato in udienza. L’ha presa male, ancora: “È stato un calvario”.
Quando vuole, il presidente — questo è l’ultimo titolo — riesce a stupire.
Da ministro dei Trasporti al salone nautico di Genova, dove finanziari e imprenditori si riflettevano sui barconi arredati con quadri di Picasso (e non è un modo di dire), se la prese con i controlli dei finanzieri: “Sono sacrosanti, ma in alcuni casi i militari si sono comportati con poca civiltà  e un po’ di arroganza. Non parlo tanto delle verifiche sui maxi-yacht, ma di barche normali, magari ferme nei porti dove ci sono state operazioni a tappeto”.
Coincidenza: qualche giorno prima, i finanzieri avevano visitato l’imbarcazione dei figli di Matteoli, non proprio una carretta, di 11 metri.
La reazione? Facile: “Non ne posso più di queste cazzate. Federico e Federica hanno una barca normale ormeggiata in Toscana. (…) Non me l’ha detto mio figlio. Mi ha avvertito un ufficiale. Altre persone mi avevano raccontato di comportamenti un po’ arroganti dei finanzieri”.
Con la stessa gradazione di rabbia, Matteoli liquidò le domande su Federico, pilota di Md80 (ora pensionati), che fu assunto in Alitalia nel 2002 durante il blocco delle assunzioni: ma sembra soltanto un bisticcio linguistico.
Una mattina di luglio, il rigido Altero, detto Attila, seppe invocare perdono con dolcezza e la firma a tre assieme a Maurizio Gasparri e Ignazio La Russa.
Furono beccati a sparlare su Gianfranco Fini.
Il testo, a tratti, commosse: “Per questo non possiamo che chiederti scusa e, dal punto di vista politico, rimetterci a ogni tua decisione”.
S’è visto com’è andata a Fini.
Matteoli conosce l’evoluzione cronologica, mentre il Parlamento s’affanna a trattare per il governo e il Quirinale, lui scongiurava Mario Monti di non cassare la società  per lo Stretto di Messina perchè “l’opera va fatta e si può”.
Ha siglato anche l’accordo per il Tav fra Torino e Lione. Non è un politico prematuro. La gavetta l’ha fatta sino in fondo.
Da ragioniere, l’Università  di Perugia — “grata per aver ricevuto vari finanziamenti” — gli conferì la laurea ad honorem in Ingegneria.

Carlo Tecce
(da “il Fatto Quotidiano“)

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GLI EX AN RESTANO A TERRA: IL TRAM PDL ORMAI E’ RITORNATO FORZA ITALIA

Aprile 29th, 2013 Riccardo Fucile

TUTTI GLI ESPONENTI DEL PDL ENTRATI NEL GOVERNO LETTA ARRIVANO DALL’EX PARTITO DI BERLUSCONI

Un monocolore targato Forza Italia. Tutti gli esponenti del Pdl che sono entrati nel governo di Enrico Letta arrivano dall’ex partito di Silvio Berlusconi.
Fuori, invece, gli ex di Alleanza Nazionale.
E così, tra coloro che sono confluiti in Futuro e Libertà  e che poi sono scomparsi dalla carta geografica del nuovo Parlamento, e le ultime scelte fatte dal Pdl, la destra storica si ritrova a essere esclusa praticamente da tutti i posti chiave della politica.
Del partito che Gianfranco Fini aveva «emancipato» con la svolta di Fiuggi, portandolo poi, per la prima volta, nell’esecutivo del Cavaliere nel 2001, e che, nel 2009, aveva fatto confluire nella Casa della Libertà  è rimasto poco o niente.
Almeno se si guarda a coloro che hanno in mano le leve del potere.
L’unico che, oggi, ha ancora un ruolo è Maurizio Gasparri, nominato vicepresidente del Senato. Un incarico che, alla fine, assomiglia molto a un premio di consolazione.
Anche la guida dei due gruppi parlamentari è andata a due esponenti di Forza Italia, Renato Schifani a palazzo Madama e Renato Brunetta alla Camera.
E tutti fuori gli ex di An sono finiti anche nella battaglia sui ministri.
Addirittura sono rimasti esclusi dal gioco dei nomi che in questi giorni sono stati fatti per il totoministri.
Tagliato fuori chi aveva già  ricoperto incarichi nei precedenti esecutivi — come Maurizio Gasparri, Altero Matteoli o Mario Landolfi — ma anche chi poteva essere un volto nuovo come Barbara Saltamartini, Alberto Giorgetti o Andrea Augello.
Niente, scomparsi, eliminati, cancellati da qualsiasi trattativa.
E se nessuno di loro ha commentato ufficialmente la debacle, è stato Francesco Storace a dare voce al malcontento con una nota sul suo profilo Facebook: «Liquidata ogni traccia di destra dal nuovo Governo del Paese. Applausi a scena aperta agli strateghi».
Come se lui non appartenesse a questa categoria.
«Siamo rimasti schiacciati perchè non siamo riusciti a fare gruppo — spiega un parlamentare che vuole l’anonimato — ognuno di noi vale come singolo, non c’è coesione, non riusciamo a imporci. Hanno pensato di accontentarci con la vicepresidenza del Senato e tutto è finito lì».
Sembrano insomma lontanissimi i tempi, ed era invece solo un anno fa, in cui nel Popolo della Libertà  si discuteva di come «pesare» i due partiti, dando il 70 per cento a Forza Italia e il 30 per cento ad Alleanza Nazionale.
Una quota che era stata addirittura messa in discussione perchè gli uomini di Gianfranco Fini volevano contare di più.
Oggi, complice anche la scissione con Fratelli d’Italia — il partito di Giorgia Meloni e Guido Crosetto nel quale sono finiti molti ex An — la destra nel Pdl non esiste più.

Pa. Zap.
(da “il Tempo“)

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