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CINQUE COSE DA SAPERE SULLA PASSERELLA DI CHRISTO

Giugno 18th, 2016 Riccardo Fucile

SUL LAGO DI ISEO SI POTRA’ CAMMINARE SULLE ACQUE DAL 18 GIUGNO AL 3 LUGLIO… IL PONTE GALLEGGIANTE DI 3 KM, ULTIMA OPERA DI LAND ART DI CHRISTO

L’artista di origini bulgare con The floating piers realizza la più estesa delle sue trasformazioni di ambienti naturali o cittadini, da lui ricoperti finora con enormi fogli di plastica.
Lo ha fatto in tutti i continenti, impacchettando così intere scogliere, colline, edifici e monumenti.
A Milano, nel 1971, avvolse la statua di Leonardo da Vinci, in piazza della Scala, nel corso del festival dedicato al movimento di avanguardia Nouveau Realisme, in cui ha militato.
Il ponte galleggiante sul lago lombardo rappresenta una novità , in quanto il pubblico non si limita più a guardare l’opera, ma la usa direttamente, divenendone parte viva. Con moduli di polietilene, uniti fra di loro con il metodo dei tasselli «lego» del gioco per bambini, è stata creata la larga passerella galleggiante, che parte da Sulzano, sulla sponda bresciana dell’Iseo, per passare intorno all’isoletta di San Paolo e toccare infine Monte Isola, che troneggia in mezzo al lago ed è la più grande isola lacustre italiana.
Sono stati usati complessivamente 200 mila metri cubi di plastica, ricoperti infine con un tessuto giallo per evitare di sdrucciolare.
Coloro che si vogliono cimentare su questo percorso a pelo d’acqua possono accedervi gratuitamente 24 ore su 24. Sono solo pregati di camminarvi senza scarpe per non danneggiare il tessuto.
Il costo complessivo dell’opera è di 15 milioni di euro, coperti personalmente da Christo. L’artista è solito fare così: le spese le recupera poi abbondantemente, vendendo i modellini delle sue realizzazioni in tutto il mondo a prezzi intorno ai 100 mila euro.
Per usare, od anche solo vedere, questa eccezionale opera, di Christo si prevede un’affluenza complessiva di oltre mezzo milione di persone.
Gli alberghi della zona hanno ricevuto molte prenotazioni anche dall’estero. Il 30 per cento solo dalla Germania.

(da “La Stampa“)

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NELLA CAPITALE OLTRE 400 RESTAURI SENZA RISORSE

Giugno 17th, 2016 Riccardo Fucile

MUSEO DI ROMA, SITI ARCHEOLOGICI, FONTANE, TORRI

Dalla riqualificazione del Museo di Roma – intervento in pieno centro storico dal costo stimato in circa 125 milioni – fino ad arrivare agli interventi di piccolo o piccolissimo calibro come la semplice ripulitura e restauro di fontane o parchi nelle zone decentrate della città .
Ma si arriva anche al micro-intervento come la «sostituzione del lucchetto» o la «posa della rete antigatto» in alcuni punti lungo le mura aureliane: costo 200 euro ciascuno.
Tra questi due estremi c’è veramente di tutto, come racconta anche il Sovrintendente ai Beni Culturali di Roma, Claudio Parisi Presicce, che nei giorni scorsi ha sollecitato, insieme al Commissario Tronca, potenziali mecenati e cittadini romani a pensare di più ai tesori della città .
E di lavoro ce n’è veramente per tutti. A cominciare dal recupero di aree centrali e centralissime nelle grandi zone archeologiche dei Fori (come la ricostruzione di parte del Foro di Cesare o il recupero e la fruibilità  del criptoportico delle Terme di Traiano, dove è stato scoperto il più vasto mosaico parietale mai rinvenuto finora).
C’è la valorizzazione di monumenti come i Musei capitolini (già  in parte oggetto delle attenzioni di alcuni mecenati) o la galleria d’arte moderna.
Per cento interventi di conservazione servono 171 milioni
C’è una lista di un centinaio di interventi di conservazione e valorizzazione per una spesa totale di 171,5 milioni di euro che riguarda monumenti e opere lineari in centro e nei suburbi della Capitale.
C’è per esempio la cura delle mura Aureliane, che richiederebbero consolidamenti per un costo di 42 milioni di euro lungo 12 chilometri.
E interventi puntuali in vari rioni (Pigna, San Saba, Campitelli, Celio, Monti. Esquilino, Trastevere): si va dai 24,7 milioni dell’acquedotto Claudio fino al restauro di Dola Bella, al Celio, che costa 5mila euro.
Per il “pacchetto fontane” servono 10,4 milioni di euro
Dalla Fontana giardino di piazza Mazzini – che necessita di un complesso recupero dal costo stimato in 1,8 milioni di euro – fino alla fontanella della Posta Vecchia, tra Piazza Navona e Palazzo Massimo, che ha bisogno di un intervento di ripulitura e restauro dal costo di 15mila euro.
Sono un’ottantina le fontane della Capitale che non hanno fondi per la manutenzione. Tra le più note c’è la fontana dell’Araceli (300mila euro) la fontana del Pantheon (230mila euro), la fontana delle Najadi a piazza della repubblica (600mila euro), la fontana di Piazza Colonna (120mila euro).
Per il decoro diffuso, mancano 15,4 milioni
Oltre 230 micro interventi per un costo di quasi 15 milioni e mezzo di euro per mantenere il decoro in vari punti della città .
Non si tratta di interventi che richiedono competenze specialistiche, ma queste micro-opere – che possono essere lo sfalcio di aree, la rimessa a posto di un muro, la pulizia di inferriate o anche la sostituzione di lucchetti – contribuirebbero a rendere accessibili o anche più protetti i siti.

Massimo Frontera
(da “il Sole24Ore”)

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“IO E GIORGIO, UNA COPPIA DI ANARCHICI”

Maggio 29th, 2016 Riccardo Fucile

ADDIO AD ALBERTAZZI, IL RICORDO DI DARIO FO

Giorgio e io eravamo due persone terribilmente diverse.
Da sempre, fino a ieri, ognuno dei due voleva imparare qualche cosa dall’altro, voleva completare se stesso in un certo senso, inserire dentro di sè elementi che erano congeniali all’amico, non a lui.
Entrambi eravamo anarchici. Io lo ero strutturalmente, da sempre, per natura. Lui invece lo diventava, forse per mettersi in equilibrio con me.
Eravamo una strana coppia. Abbiamo percorso insieme teatri, strade, piazze. Bologna e Milano, Torino e Napoli, le città  della Romagna….
Quante esperienze vissute, recitate e giocate insieme e in nessun modo testimoniate. Mancano le riprese di eventi ed esperienze che probabilmente furono uniche.
Una storia del teatro italiano dovrebbe passare anche da lì.
Io conobbi Giorgio Albertazzi nei primi Anni 50, quando a Torino la tivù era agli albori e noi facevamo prove, esperimenti di teatro dal vivo. Formavamo una specie di èquipe, che andava in onda quasi senza prove.
Franca lo conobbe quando noi due eravamo appena fidanzati. Fu Giorgio che la chiamò, per recitare per la televisione «La professione della signora Warren» di Oscar Wilde.
Giorgio era il regista e la ammirava davvero. A ogni ripresa, a ogni stop lui la applaudiva. Molto tempo dopo, portammo insieme al successo in tre «Il diavolo con le zinne». Testo, regia e costumi miei, Giorgio e Franca protagonisti.
È la storia di un giudice, Giorgio appunto, che cerca di essere onesto e perbene. Per corromperlo, un diavolo entra nei panni della sua serva, Pizzocca. Lo spirito del demonio carica Pizzocca di attrattive sessuali per sedurre e corrompere il povero giudice.
Fu un divertimento, per il pubblico e per noi tre.

Dario Fo
(da “La Stampa”)

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NIBALI, COME UN UOMO PIEGA LA STORIA AL SUO VOLERE

Maggio 28th, 2016 Riccardo Fucile

DATO PER SPACCIATO, IN 48 ORE IL SICILIANO TORNA A VOLARE ED ENTRA NELLA LEGGENDA DEL CICLISMO

La differenza sostanziale è un’altra. E’ la biologia, è il passaporto, è la fatica.
Il momento magico che accade solo ad un certo punto e dura davvero un momento. La differenza la fa lo sguardo, l’occhiata fugace che calcola in un secondo millenni di storia della tecnica e della tecnologia.
Il rapporto, il cielo e l’asfalto che adesso si squaglia e adesso si gela. Il dettaglio, l’audacia, il senso stretto delle cose.
Tirare in salita, volare in discesa, spingere aria nei polmoni e sospirare per sospirare, come in un amplesso. Vivere e morire quando i due termini prendono lo stesso significato, dolce e amaro, cadere, rialzarsi per costringersi ad esistere.
La letteratura è un capriccio sdraiato in terra sul ritmo del ciclismo.
Ce l’eravamo scordata questa cosa, sospirata malamente nelle spine della memoria, piano piano, come una metafora maldestra che si recita davanti al mare all’innamorata. Oggi un uomo, definitosi tale da se stesso nel momento della caduta, ce l’ha ricordata. C’è un uomo nel mare che vale più di mille lire.
Un uomo che ha la faccia del colore della maglia che indossa.
Un meridionale, uno che ha aggiustato l’accento in Toscana, ma che ha i geni siciliani, quindi africani, un uomo che sa volare, e che è ciò che l’Italia è, un pezzo di Mediterraneo che unisce e non divide.
Perchè oggi Vincenzo Nibali ha vinto un Giro d’Italia con una prestazione epica, degna della migliore tradizione letteraria di scuola greca. Iliade, Odissea, e mettiamoci anche El Cid e Don Chisciotte.
Dato per spacciato da tutti, e per tutti si intende tutti, ha saputo pungere e piegare la storia al suo volere, al volere suo e di un altro uomo che ne ha viste di tutti i colori, Michele Scarponi, il Sancho Panza che chiunque vorrebbe avere al proprio fianco nella vita e nello sport, che in questo caso è la stessa cosa.
La metafora comincia a prendere corpo, si ingrossa come il fegato dei tifosi cosiddetti “CanNibali”, Come Quando Fuori Piange un uomo.
Chi non segue il ciclismo, perchè lo trova noioso, statico, individuale, privo di emozioni non ha il senso della terra sotto ai suoi piedi, non è ancora, e dico ancora perchè c’è tempo per tutti, in grado di interpretare la vita, poichè ha fretta, non ha ancora capito come interpretare i dettagli.
Dettagli che in sole quarantott’ore si sono dipanati in questo Giro d’Italia.
Tre giorni fa Nibali era un perdente, forse a fine carriera, spacciato e derelitto. Poi fa l’impresa, dai quasi cinque minuti che perdeva nella classifica generale riesce a rimontare, a Risul, e, nella tappa di montagna che avrebbe dovuto consacrare in rosa un olandese o un colombiano, le dà  a tutti.
Ancora, cos’è il ciclismo? Uno sport che ha fatto della lotta al doping una missione, con regole che nemmeno il nazismo avrebbe saputo imporre, ed è per questo che i dopati escono fuori, ad impararla questa lezione.
Uno sport di letteratura; magiche sono le pagine di grandi scrittori che si ispirano alle fatiche dei ciclisti.
Ancora, il ciclismo fa la storia, ce lo siamo scordati Bartali che vince un Tour de France praticamente compromesso, dopo la disperata telefonata di Togliatti dal letto di ospedale per evitare la guerra civile in Italia?
E sempre lo stesso “Ginettaccio” che nascondeva i documenti falsi nella canna sotto il sellino per gli ebrei che cercavano una via di fuga?
I gesti. Michele Scarponi si immola per il suo capitano facendo una fatica da operaio vero, da lavoratore, come nemmeno Stachanov avrebbe potuto fare.
Il vincitore che non fa in tempo a posare gli scarpini rigidi sul bitume che va ad abbracciare i genitori di colui contro il quale ha appena vinto, Chaves.
Lo stesso uomo che, il giorno prima, piangeva come un bambino dopo l’impresa che lo ha coronato il più grande ciclista italiano di tutti i tempi e, per noi amanti di Pantani, non è facile ammetterlo, ma il Pirata è senza meno d’accordo.
Abbiamo vissuto un piccolo pezzo di storia oggi, e quando la storia la vivi in prima persona ha un sapore diverso. Puoi anche chiamarla presente.
Mi ha chiamato tanta gente oggi, forse perchè fra “i miei” ero l’unico inossidabile a credere nel miracolo laico di Nibali; la cosa più bella me l’ha detta Luigi, un calciofilo, il quale mi ha salutato dicendomi: “hai ragione tu, il ciclismo è lo sport più bello del mondo”.

Vincenzo Libonati
(da “Huffingtonpost“)

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NIBALI, IL TALENTO E L’ORGOGLIO DEL NOSTRO SUD

Maggio 28th, 2016 Riccardo Fucile

FA L’IMPRESA DELLA VITA: SI SCATENA IN SALITA, VOLA IN DISCESA E   CONQUISTA LA MAGLIA ROSA… SUPERATO IL COLOMBIANO CHAVES, 20.000 TIFOSI IN DELIRIO

Chi per vincere, chi semplicemente per sopravvivere.
Il Giro d’Italia è di Vincenzo Nibali dopo una penultima tappa che resterà  nelle memoria, un interminabile duello da film western, di quelli in cui gli uomini vanno a cercare l’ultimo filo di speranza a cui aggrapparsi.
Uomini con le pistole praticamente scariche: uno, al massimo due proiettili, se li usi e non uccidi, non ti resta che attendere un destino amaro.
Vincenzo Nibali lo sa, l’inferno lo ha già  visto da pochi giorni e gli è bastato: usa la cartuccia della vita quando mancano 2 km al Colle della Lombarda. Chaves per un po’ lo tiene, poi inizia il tormento.
I sogni del piccolo colombiano evaporano mentre lo Squalo vive l’estasi della carriera. Affronta una discesa da far paura planando come un condor, poi nella salita finale quasi non avrebbe più bisogno di spingere: basterebbe l’urlo del pubblico assiepato verso Sant’Anna di Vinadio.
Gente che sembra attendere lì da 15 anni, da quella tappa cancellata nel momento forse peggiore (robaccia doping) della storia del Giro. Ed è trionfo vero.
Da dicembre tutti dicevano che la maglia rosa per lui sarebbe stata una formalità , poi i demoni della crisi lo avevano attanagliato e per prendere quella rosa ha dovuto mettere in piedi lo spettacolo più fascinoso.
Forse più che al Giro di tre anni fa, quello dell’impresa nella bufera alle Tre Cime di Lavaredo.
Forse più del Tour di due anni fa: lì fu dominio, quasi tirannia, qui è lotta, sofferenza, rinascita.

Luigi Panella
(da “La Repubblica”)

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ALBERTAZZI: “SCELSI LA PARTE DEI PERDENTI, LA RSI. PIAZZALE LORETO? FU MACELLERIA MESSICANA”

Maggio 28th, 2016 Riccardo Fucile

L’INTERVISTA AL “FATTO” UN ANNO FA: “ANDAI COME TANTI RAGAZZI, CONVINTO CHE SI COMBATTESSE PER L’ITALIA, MISI IN SALVO 19 EBREI”

Riduttivo chiamarlo col suo nome e cognome, Giorgio Albertazzi, con tutto quello che comporta essere nati a Fiesole, sulle colline del Rinascimento.
Meglio maestro, perchè è quello che è sempre stato.
E a 93 anni è più lucido di sempre, uno dei più grandi intellettuali che l’Italia ha avuto, anche se l’adesione alla Repubblica sociale certi ambienti della sinistra non gliel’ha mai perdonata.
“Neanche io, se è per questo, me la sono mai perdonata. Ma scelsi la parte dei perdenti, quella della Rsi, e lo feci più che per un istinto anarchico che non per convinzione. Fu un mio dramma personale, ma senza rinnegarlo o cercare scorciatoie. Poi a me il pentitismo non piace”.
Lui non l’ha mai ammesso, ma gli viene imputato di aver partecipato a fucilazioni, anche se nel 1989 venne assolto perchè “costretto, ma non estraneo ai fatti”.
Attore, regista, scrittore. Grande seduttore. È tutto Albertazzi.
Seduce solo a sentirlo parlare, anche attraverso quella distanza che un telefono non può colmare. Seduce perchè l’uomo è vero, senza fronzoli. Non ne ha tempo.
È il teatro che, a differenza del cinema, fronzoli non ne permette. Seduce la voce, seduce tutte le sere che si apre il sipario.
E l’età  è un problema accessorio, per chi come lui sul palcoscenico è nato.
Lo chiamiamo per sapere di piazzale Loreto. Del luogo come epilogo di una guerra civile che andava a finire un ventennio di fascismo. Albertazzi non era a piazzale Loreto, ma aderì alla Rsi, gli ultimi fascisti. Come lui Dario Fo, ma anche Ugo Tognazzi, Raimondo Vianello, Marco Ferreri e molti altri.
Maestro, per lei cosa fu piazzale Loreto? Era l’epilogo naturale di una rivoluzione?
Piazzale Loreto fu solo macelleria messicana. Niente altro. Fu uno schifo, per chi l’ha voluto e chi l’ha portato a termine quel disegno. Ma non poteva essere evitato, non nel senso politico del termine, ma perchè l’uomo è quella cosa lì.
Un animale?
Il peggiore degli animali. E quello che accadde a piazzale Loreto mi ripugna, mi angoscia e mi fa rabbrividire ancora il ricordo. Peserà  come una macchia indelebile. E tutti gli altri piazzali Loreto che abbiamo dimenticato e che ci sono ancora oggi, in mondo apparentemente lontani come la Siria, la Libia, l’Iraq.
Lei aderì alla Repubblica sociale. Ma era a piazzale Loreto la notte che venne portato il cadavere di Mussolini?
Non ero in Italia. Io ero a combattere. Paradossalmente contro i tedeschi che erano i nostri alleati. Ma nella confusione di quei giorni ci trovammo a sparare ai tedeschi, in Austria, tra le montagne innevate. Senza più niente.
E cosa dice a quelli che a Milano c’erano alle 3 di notte?
Dovevano portare il peso della vergogna per quello che fecero, come lo fecero. Come io ho portato la vergogna di essermi schierato coi fascisti.
Abbiamo capito il concetto. Ma l’uomo è migliorato o è sempre quello?
Siamo all’età  del ferro. Siamo regrediti, peggiorati. L’uomo è barbaro. Ha ucciso nel nome di Dio, e continua a farlo. Quale aberrazione è ? Ma non credo ci sia profonda differenza tra le crociate dei cristiani e quelli che ammazzano nel nome di Allah. Tutte le guerre hanno sempre trovato una miccia religiosa. La pretesa di sostenere che il mio Dio è migliore del tuo.
Le sue parole, maestro, sono quelle di chi ha perso la speranza.
No, io non ho perso nessuna speranza, sono sempre convinto che l’amore e la leggerezza ci salveranno, alla fine. Quando la discesa al degrado un giorno si fermerà . Perchè dovrà  fermarsi. Purtroppo abbiamo vissuto in tempi irrespirabili. Ma la bontà  dell’amore quella non può togliercela nessuno, è come l’equazione di Einstein applicata alla leggerezza.
Lei è un uomo di destra?
Non lo sono stato a vent’anni, figuriamoci se posso esserlo oggi.
Però aderì alla Repubblica di Salò, la domanda è lecita.
La fama di fascista non me la sono mai scrollata di dosso. Andai a Salò come tanti ragazzi, convinto che lì si combattesse per l’Italia, ma con altro spirito, e soprattutto consapevole che in quel momento stavo dalla parte di chi già  aveva perso. Come dissi in un’intervista all’Espresso nella sentenza del Tribunale militare che mi ha assolto in istruttoria dopo due anni di carcere preventivo, c’è scritto che ho messo in salvo 19 ebrei. Ma non l’ho mai raccontata questa cosa. Non mi andava. le mie responsabilità , seppur di ventenne, me le prendo tutte. Senza vittimismo o pentitismo. Ma ripeto che quello che avvenne a piazzale Loreto fu un teatro dell’orrore, inutile, anche per l’epilogo della rivoluzione civile.
Oggi cosa vede?
Vedo quello che non vorrei, la violenza che come diceva Shakespeare, manda l’uomo fuori dai cardini. Gli toglie l’intelligenza, il ragionamento. È tutto molto violento, la vita quotidiana è violenta. Lo siamo noi, uomini, e tutto quello che poi creiamo, a eccezione della poesia, è di una violenza inaudita.
L’ultima battaglia politica è quella contro i rom.
Questo siamo. Inaudito, per questo le dicevo in apertura che siamo all’età  del ferro senza nessuna possibilità  di svoltare. Fare tesoro degli errori senza farsi il segno della croce e così sia.
E la salvezza dove va cercata?
Nella leggerezza, nel sorriso, come diceva Calvino.
E il maestro Albertazzi la salvezza dove l’ha trovata?
Nella poesia. Invocherei la morte se non ci fosse la poesia, l’amore. Il teatro.

Emiliano Liuzzi
(da “Il Fatto Quotidiano”)

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CIAO GIORGIO, MAESTRO E GRANDE INTELLETTUALE, “PERDENTE DI SUCCESSO”

Maggio 28th, 2016 Riccardo Fucile

IL PASSATO NELLA RSI, IL CARCERE, LA VITA SUL PALCO… LA PASSIONE PER SHAKESPEARE, MILLER E YOURCENAR PORTATI SUI PALCOSCENICI DI MEZZO MONDO

Giorgio Albertazzi, il “perdente di successo”, è morto la scorsa notte a 92 anni. Faceva l’attore Albertazzi, in un’accezione così ampia del termine che forse nessuno mai in Italia è riuscito.
Recitava Albertazzi, recitava ogni opera, ogni autore, ogni cambio di scena. Si chiama “arte del palcoscenico”. Significa essere nati per vivere sopra un palco.
L’architetto Albertazzi, la tesi su Frank Llyod Wright, “gli occhi di Burt Lancaster”, due anni di galera per aver combattuto tra i repubblichini.
Episodio mai negato (“ho pure salvato 19 ebrei”), ma nemmeno mai schifato, il ragazzo di Fiesole, classe ’23, depone nelle retrovie fez, pugnale e moschetto e diventa attore.
“E’ mancato un grande italiano — ha detto Matteo Renzi durante la cerimonia di inaugurazione della 15/ma Biennale Architettura — che ha fatto la storia del teatro e parzialmente del cinema, Giorgio Albertazzi. Vorrei che arrivasse un messaggio di affetto a questo artista che è stato contemporaneamente classico e controcorrente”. Anche il presidente della Repubblica Sergio Mattarella ha commentato la scomparsa dell’attore, “uno dei massimi interpreti del teatro e del cinema italiano contemporaneo. Attore versatile e innovativo — prosegue il Capo dello Stato -, ha saputo unire nella sua lunga carriera tradizione e modernità . Le sue interpretazioni dei grandi classici restano una pietra miliare nella storia dello spettacolo. Albertazzi, che ha dedicato al teatro l’intera esistenza, è stato punto di riferimento e maestro per generazioni di attori e registi”.
Per Albertazzi — come per molti altri — è sempre il caso a determinare le traiettorie della vita. Un bus, un incontro fortuito, le belle forme di un’amica teatrante, il provino per un teatrino di Settignano.
La battuta: “Signora marchesa, c’è l’ambasciatore del Perù che vorrebbe essere ricevuto”. “La recitai da doppiatore e senza accento fiorentino”, spiegò all’epoca l’attore. Tracciato il solco si cominciano a gettare le sementi.
Shakespeare, Sofocle, Arthur Miller. Le rappresentazioni in oltre 50 anni di carriera non si riescono più a contare da quante sono diventate.
Albertazzi è divo fin da subito. Star in bianco e nero che imposta morbidamente la voce e ne modula timbro e ritmo come forse soltanto due sobri ed eleganti animali da palcoscenico come Vittorio Gassman ed Enrico Maria Salerno.
Fateci comunque caso, anche chi tra gli under 40, o addirittura gli under 30, non è mai stato a teatro ad ascoltare Albertazzi, ne riconosce la voce, il canto, la modulata sinfonia di pause, accelerazioni e sottolineature.
A differenza di Gassman e Salerno, però, Albertazzi non devia deciso per la strada del cinema. Percorso e palco che avrebbe voluto seguire, si sa.
L’amico Zeffirelli che lo presenta a Visconti, i brividi erotici e le scintille tra i due, con Luchino che lo insegue con eleganza aristocratica e lui che si lascia sedurre e poi rifiuta.
L’ha sempre dichiarato Albertazzi che le parti di Farley Granger in Senso e di Mastroianni in Vaghe stelle dell’orsa dovevano essere sue.
Eppure qualcosa non va nel libertino Giorgio. La scuderia viscontiana non fa per l’amatore dannunziano che mise in fila muse, mogli, amanti e fan, tra petali di rosa e notte infuocate con le strofe del Vate. Bianca Maria Toccafondi, Elisabetta Pozzi, Mariangela D’Abbraccio.
Discorsi a parte per il sodalizio affettivo e professionale con Anna Proclemer e con la nobildonna Pia de Tolomei sposata nel 2007 con rito civile, più di trent’anni di differenza tra i due.
Nel 1959 è il principe Myskin in tv ne L’idiota di Dostoevskij diretto da Giacomo Vaccari. La faccia diventa popolare oltre la voce.
Alain Resnais, o meglio Alain Robbe-Grillet che scrisse la sceneggiatura, lo vogliono come protagonista de L’anno scorso a Marienbad (1961). Film chiave per comprendere tanti sperimentalismi anni sessanta, ma anche notevole insuccesso di pubblico che decretò subito la parabola discendente cinematografica dell’attore fiorentino.
Una piccola parte in Eva di Joseph Losey (1962) e il ritorno definitivo al teatro e al teatro sceneggiato per la tv: la regia di Jekyll nel 1969   tratto in modo originalissimo e anticonvenzionale da Lo strano caso del dottor Jekyll e del signor Hyde di Robert Louis Stevenson; di nuovo sul palco per la consacrazione internazionale al Royal National Theatre di Londra; ancora sul primo canale La vita di Dante.
Instancabile, irrefrenabile, Albertazzi non hai mai fatto pause di riflessione dal palcoscenico.
Nessuno anno sabbatico ma l’anelito divertito della morte in scena (“come Moliere”). Destra o sinistra, un po’ più di centrodestra a dire il vero come quando si candidò al Parlamento perdendo nel ’96 a Tradate per il Polo delle Libertà , ma sempre un teatro, un teatrino, quattro assi di palco da salvare.
Veltroni o Alemanno, nessuna differenza. C’era da tenere in vita l’arte.
E in questo si spese sempre, comunque, senza indietreggiare di fronte a nessuno.
Poi chissà , forse per un afflato di vanità , a quasi 90 anni saltella e danza a Ballando sotto le stelle. Alla terza puntata abbandona per i troppi impegni teatrali. Già  previsti, disse la Carlucci.
“Avrei vinto io”, spiegò lui.
Perdente di successo, Giorgio Albertazzi.

Davide Turrini
(da “il Fatto Quotidiano”)

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“BELLEZZE ABBANDONATE E LO STATO NON RISPONDE”: LA DENUNCIA DI ITALIA NOSTRA

Maggio 16th, 2016 Riccardo Fucile

DEGRADO. LADRI E SPAZZATURA NELLE POMPEI D’ITALIA

La “lista rossa” dell’immenso patrimonio artistico e culturale in stato di rovina e abbandono è il grido di dolore ripetuto da Italia Nostra a ogni aggiornamento dell’elenco: uno squarcio nell’anima del Bel Paese che si allarga sempre di più da Trieste ad Augusta, da Alessandria a Caserta.
“La stragrande maggioranza delle segnalazioni — si sfoga l’avvocato Marco Parini, presidente di Italia Nostra — a Stato, Regioni e Comuni, non trova risposta. Quello che servirebbe è un piano nazionale di restauro, conservazione e destinazione d’uso dei beni che rischiano di sparire per sempre”.
L’elenco è sterminato, il valore del patrimonio italiano in pericolo in termini economici è inestimabile. Le Pompei d’Italia, tra crolli e incuria, non sono un problema soltanto del Sud, di un’area o di una regione in particolare, le situazioni d’allarme rosso sono diffuse su tutto il territorio nazionale. Proviamo a fare un viaggio dal Nord al Mezzogiorno, attraverso gli ultimi siti aggiunti da Italia Nostra alla “lista rossa”.
L’Acquedotto Carolino di Caserta
Non solo la Reggia, l’architetto Luigi Vanvitelli nel Settecento regalò all’umanità , per il re di Napoli Carlo di Borbone, la meraviglia dell’Acquedotto inserito nel 1997 nella World Heritage List dell’Unesco. L’Acquedotto Carolino è l’elemento unificante di un sistema di giardini, parchi, riserve di caccia, edifici di pregio e tenute agricole che andrebbe completamente recuperato. Secondo il rapporto di Italia Nostra “quello che è considerato uno dei monumenti più significativi del Settecento è in balia dell’inciviltà  e della monnezza“.
Castello Alfonsino a Brindisi
Alfonso V d’Aragona nel 1445 ordinò la costruzione della prima torre sull’isola di Sant’Andrea, golfo di Brindisi. Oggi ci è rimasta una fortezza di straordinaria bellezza, ma dopo anni di restauri chiusa a marzo dalla Sovrintendenza. Purtroppo dopo i lavori — finanziati con 2 milioni e trecento mila euro con i proventi di Lottomatica destinati ai Beni culturali tra il 2004 e il 2006, legge Rutelli — invece di valorizzare il Castello, denuncia Italia Nostra, “si è preferito abbandonarlo a se stesso ed è stato preso d’assalto da vandali e ladri: hanno rubato persino tutto l’impianto d’illuminazione”.
Le terme di Petriolo nel Senese
Non solo le sorgenti di acqua sulfurea, è a rischio tutto lo storico complesso, risalente al XIV secolo, con cinta muraria e chiesa di papa Pio II. Il sito termale, primo in assoluto in muratura, è conosciuto fin da epoca romana e citato in un’orazione di Cicerone. Durante il Rinascimento fu un luogo prestigioso e frequentato dai Medici e dai Gonzaga, “oggi il vicino cantiere — scrive Italia Nostra — per l’adeguamento a quattro corsie della strada statale Grosseto-Siena ne minaccia la sopravvivenza: il monumento è a rischio crollo e nessuna delle misure di sicurezza impartite dalla Sovrintendenza nel 2013 è stata rispettata”.
L’area di Dogaletto nella laguna di Venezia
Per gli ambientalisti è l’unica zona della gronda lagunare di Venezia rimasta quasi incontaminata, l’area di Dogaletto nel Comune di Mira: “Non hanno fatto in tempo ad acquistare un’importante quota del terminal passeggeri marittimi di Venezia e già  le compagnie di crociera propongono di anticipare 60 milioni di euro per costruire un nuovo porto per le grandi navi scavando canali profondi oltre dodici metri e costruendo banchine portuali lunghe 400 metri con aree parcheggio di 45 mila metri quadri”: uno scempio annunciato sul quale Italia Nostra vuol tenere alta l’attenzione.
Il parco di Miramare e il porto di Trieste
Il parco di Miramare è considerato l’attrazione turistica più importante del Friuli Venezia Giulia, così Italia Nostra lancia l’allarme: “I boschi si sono infittiti con alberi e arbusti del sottobosco di specie cresciute spontaneamente e sono costellati di alberi morti ancora in piedi o di traverso sui sentieri, le stradine e le scalette sono dissestate e mal percorribili, mentre attendono un restauro completo le case abbandonate che risalgono alla seconda metà  dell’Ottocento. È prioritario il recupero degli ambienti vegetali”.
A pochi chilometri si erge l’antico porto asburgico di Trieste: ventitrè magazzini ed edifici storici, di cui quattro già  restaurati, la Centrale idrodinamica, che conserva ancora impianti originali unici al mondo, e la Sottostazione elettrica di riconversione. “Questo restauro è un obiettivo primario per l’archeologia industriale — spiega l’avvocato Parini — e in questo caso abbiamo una risposta del ministro Dario Franceschini che ha inserito il bene, con uno stanziamento di 50 milioni, nell’elenco del patrimonio da recuperare, ma vogliamo capire come e dove; e non è ancora così chiaro quali interventi saranno effettuati”.
Il cantiere monstre di Aquileia
Quello di Aquileia, in provincia di Udine, è un caso diverso. È proprio un’opera realizzata per tutelare il patrimonio artistico e culturale a far discutere e a preoccupare Italia Nostra: “L’intervento per la protezione e la fruizione del mosaico paleocristiano, e il relativo cantiere in aderenza alla Basilica di Santa Maria Assunta, non risponde ai dettami sulla tutela dei beni storici per le caratteristiche edilizie; l’opera poteva anche essere percepita come una vetrata panoramica, ma si sviluppa per trenta metri in aderenza al Battistero e alla Chiesa dei Pagani, fino a occludere parte del portico della Basilica, alterandone la configurazione e si palesa brutalmente come un intervento edilizio di cemento armato, del tutto incompatibile con il sito, compromettendone la millenaria immagine”. Il progetto, eppure, ha ottenuto il via libera dal competente comitato di settore del Ministero dei Beni culturali.
La Cascina Cluniacense di Trezzo d’Adda
Il viaggio prosegue al Nord, nel Milanese. A Trezzo d’Adda c’è una delle dimore contadine d’Italia più antiche e ricche di storia: la Cascina Cluniacense di San Benedetto, cinque ettari di terreni agricoli. Risalente al secolo XI, in origine monastero benedettino, nel Settecento il complesso fu confiscato dalla Repubblica Cisalpina e ceduto a privati. Passata poi la proprietà  della Cascina, in epoca molto più recente, all’Opera Pia di San Benedetto, dopo il fallimento della stessa il bene è andato all’asta, ma versa in stato di totale abbandono e rischia di diventare un prezioso patrimonio della vita contadina italiana perduto e dimenticato per sempre.
Dal Forte di San Leo alle rovine de L’Aquila
È il febbraio 2014 quando un boato interrompe la quiete della Valle del Marecchia, in provincia di Rimini: un costone di roccia si stacca e il Forte di San Leo del XV secolo, che domina la valle dalla sommità  della rupe, da quel momento è in serio pericolo. Ci sono decine di casi come questo, forse il più famoso è “la città  che muore”, Civita di Bagnoregio, nel Viterbese. La “lista rossa” di Italia Nostra è una lunga ferita che attraversa tutto lo Stivale, il cui cuore squarciato, simbolico e reale, rimane, purtroppo, il centro storico de L’Aquila.

(da “il Fatto Quotidiano”)

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ADDIO AL CANTAUTORE DEGLI ULTIMI CHE LA FRANCIA CI INVIDIAVA

Marzo 30th, 2016 Riccardo Fucile

GIANMARIA TESTA, IL” CAPOSTAZIONE DI CUNEO” CHE LASCIO’ TUTTO PER LA MUSICA

La lunga, coraggiosa lotta di Gian Maria Testa è finita.
Lui non c’è più, se n’è andato a 57 anni, e anche se ormai me l’aspettavo, non me ne capacito.
Come sempre si dice, restano per tutti noi le sue canzoni. Ma a me resta il ricordo e la nostalgia di una bella amicizia durata vent’anni.
Ci eravamo conosciuti nel 1996, in febbraio. A Parigi. Strano posto per conoscersi, per due che sono cresciuti praticamente negli stessi posti, nel Piemonte delle colline e dei vigneti. Ma quel giorno ero a Parigi, e su qualche giornale avevo letto che lo “chansonnier italien” Gian Maria Testa l’indomani avrebbe tenuto un concerto all’Olympia.
All’epoca sapevo poco di questo capostazione di Cuneo che scriveva canzoni bellissime, e che in Francia era molto amato, mentre da noi non se lo filava nessuno.
Così mi venne voglia di conoscerlo, e mi diedi da fare per incontrarlo. Non ricordo come riuscii a scovarlo. Non era così immediato, scovare uno di Cuneo a Parigi, prima del trionfo dei cellulari.
Ma all’epoca ero piuttosto bravo a scovare la gente, quindi lo scovai e ci demmo appuntamento in un piccolo bistrot al Marais, la mattina del gran giorno del concerto all’Olympia.
L’Olympia all’epoca era un santuario. Solo grandi star. Italiani ne passavano pochini: l’unico habituè era Paolo Conte.
Così andai ad incontrare questo capostazione di Cuneo che si preparava a salire sul palcoscenico del santuario, immaginandomelo con addosso una strizza del diavolo.
Gian Maria Testa non dava l’impressione di aver addosso una strizza del diavolo. Lui poi mi ha confessato che ce l’aveva. Però la nascondeva molto bene dietro i baffi stropicciati.
Non mi dava neppure l’impressione di essere un capostazione. Ma questo dipende dal fatto che i capistazione me li sono sempre immaginati con il berretto rosso. Lui una volta me lo ha anche mostrato, il berretto rosso, per cui ho la certezza che all’epoca era davvero un capostazione.
Ha smesso molto tempo dopo, di esserlo, perchè da buon cuneese di sangue contadino prima di convincersi a lasciare il posto fisso in ferrovia ha preferito farsi anni di vita d’inferno, la notte i concerti e la mattina il lavoro, che si sa come vanno le cose nel mondo dello spettacolo, oggi sei una stella e domani ti cerca più nessuno…
Ad ogni modo: quella mattina nel bistrot al Marais il berretto rosso Gian Maria Testa non ce l’aveva, e forse fui un po’ deluso, benchè razionalmente capissi che non c’era ragione di andare in giro per Parigi con un berretto rosso, pur essendo un capostazione.
Ma non era che la prima delle sorprese che Gian Maria Testa mi avrebbe riservato quella mattina. Parlammo a lungo di varia umanità , e delle nostre comuni radici nel Basso Piemonte, e poco di musica.
Parlammo molto in piemontese, in quel bistrot al Marais. Pareva una versione nordista di un film di Totò e Peppino. Fu una mattina piacevole. E la sera, all’Olympia, fu un trionfo.
Io poi scrissi un lungo articolo per il mio giornale, raccontando del capostazione all’Olympia, e subito dopo Enzo Biagi lo intervistò al “Fatto” e Gian Maria Testa divenne popolare anche in Italia.
Da quel giorno sono passati vent’anni, ed è stato bello ascoltare, in questi anni, i dischi e i concerti di Gian Maria Testa ha pubblicato. Non tantissimi, i dischi. Ma tutti necessari, precisi.
Canzoni che raccontavano la vita, i sentimenti, ma anche i drammi del nostro presente; l’immigrazione, su tutti, che è diventata uno dei temi centrali della sua poetica.
Gian Maria è stato un uomo fortunato: ha avuto un dono, e ha saputo metterlo a frutto. Ma dietro a ogni uomo fortunato c’è sempre una donna intelligente e innamorata. E Paola è stata la fortuna di Gian Maria: moglie che qualsiasi uomo gli avrebbe invidiato, madre di un ragazzo meraviglioso, e manager geniale.
Per Gian Maria, Paola Farinetti ha immaginato spettacoli memorabili, affiancandogli i nomi più belli della musica e del teatro italiani, da Enrico Rava a Erri De Luca; sicchè Gian Maria Testa – l’ex capostazione di Cuneo, nato a Cavallermaggiore, cresciuto in una famiglia dove si parlava soltanto il piemontese – è diventato un artista totale, un fenomeno culturale alto, un musicista raffinatissimo. Restando però, sempre e comunque, un uomo semplice, quasi imbarazzato per il bene che si diceva di lui; identico a quello che conobbi vent’anni fa a Parigi, alla vigilia della celebrità .
L’ultima volta ci eravamo incontrati a Sarzana, al Festival della Mente, in settembre. Lui aveva accompagnato sua moglie Paola, che produceva uno degli spettacoli in cartellone. Fu una gioia come sempre, rivedersi. Mi sembrò in forma e gli domandai come andava. Bene, mi disse, bene. Un po’ affaticato, niente di più. Sperai fosse vero. La prossima volta ti voglio sul palco, gli dissi salutandolo. Ci puoi contare, rispose.
E ci credeva. Ci credevamo tutti.

Gabriele Ferraris
(da “la Stampa”)

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