Marzo 29th, 2016 Riccardo Fucile
“VOTERO’ SI’ AL REFERENDUM SUL SENATO”
L’ atelier di Renzo Piano è a un passo dal Beaubourg, l’opera che quarant’anni fa lo impose al mondo.
Cento ragazzi da 18 Paesi diversi lavorano a un ospedale in Uganda, alla biblioteca di Atene, al museo archeologico di Beirut, al campus della Columbia a Harlem, a un centro culturale alla periferia di Mumbai.
Qui si pensano le nuove città contro la barbarie.
È vuoto il tavolo di Raphael, tedesco ucciso al Petit Cambodge il 13 novembre scorso: era con altri otto colleghi, Emilie si è presa una pallottola nella spalla; nessuno è scappato, tutti si sono aiutati l’un l’altro.
Un altro giovane di studio, americano, era al Bataclan, è sopravvissuto.
Renzo Piano sulla scrivania tiene le bozze del libro in uscita per il Corriere. In tre ore di conversazione, Piano ricostruisce il suo percorso e racconta i suoi progetti per questo tempo terribile e grandioso che ci è dato in sorte.
Il giovane Renzo
«A scuola ero un asino. Non che mi passasse in testa chissà che cosa; un asino autentico. Non sapevo studiare. In compenso suonavo la tromba. Gino Paoli è un mio amico d’infanzia: io ero lupetto, lui nei giovani esploratori. Siamo “figli di un temporale”, come diceva un altro di noi, Fabrizio De Andrè: venuti fuori dalla guerra, cresciuti con la convinzione che ogni giorno ci allontanava da quella tragedia, che tutto – le strade, il cibo, il sorriso della mamma – sarebbe migliorato con il tempo. Per questo, a 78 anni, credo ancora all’idea folle per cui il tempo che passa migliora le cose: lasci perdere quel che non va, prendi quel che va. C’è una cosa che non condivido con il mio amico Beppe Grillo: la paura del futuro, che è l’unico posto dove possiamo andare».
Il Beaubourg
«Il modo più feroce, più esplicito di ribellarsi all’idea del centro culturale come mausoleo intimidente era fare una fabbrica. Una macchina come quelle pensate da Jules Verne. Ma anche un villaggio medievale in verticale, con le piazze sovrapposte. Una macchina urbana, aperta, trasparente, flessibile: tutto quello che ingombra l’abbiamo portato fuori, comprese le scale mobili, che svelano Parigi poco a poco. Il Beaubourg ogni sabato ha 30 mila abitanti, in 40 anni l’hanno visitato 250 milioni di persone. Al concorso partecipammo in 681. Il Sessantotto era finito da poco, Rogers e io vivevamo a Londra. Non pensammo di vincere per un solo attimo».
L’importanza della musica
A fargli notare che le opere successive sono molto diverse dal Beaubourg, Piano risponde di badare alla coerenza, non allo stile: «L’importante è svicolare dall’accademia, ribellarsi alle tendenze, andare alla fonte delle cose. Respirare la realtà , farla cantare. Il cinema neorealista è stato molto importante per me. Come lo è stata la musica. Con il tempo da trombettista sono diventato liutaio: l’auditorium di Roma è una cassa armonica. A Parigi collaborai con Pierre Boulez, che mi fece incontrare John Cage, Karlheinz Stockhausen e due artisti che sarebbero diventati amici della vita: Luciano Berio e Luigi Nono. Come gli architetti, i musicisti lavorano sulla materia, che per loro è il suono; per Boulez, il rumore. La vibrazione della corda per gli archi, l’aria per i fiati. Una solida base d’ordine cui ti diverti a disobbedire. Come in architettura, appunto».
I grattacieli
«Non ho mai fatto grattacieli arroganti, ma macchine urbane». Lo Shard di Londra è la torre più alta d’Europa. «Non mi interessa. Presto sarà superata. Ma è una torre che non finisce, le schegge di vetro si perdono nel cielo, esprimono uno slancio, un’aspirazione, al centro di un quartiere risorto. Nel cantiere avevamo operai di 70 nazionalità diverse. A Osaka avevamo 5 mila lavoratori: tutti giapponesi. Un cantiere è un’avventura dello spirito e anche fisica: in Nuova Caledonia abbiamo avuto quattro uragani con vento a 220 chilometri; in Giappone in 36 mesi contammo 35 terremoti. Sul cantiere del Beaubourg venivano Umberto Eco, Michelangelo Antonioni, Marco Ferreri, Roberto Rossellini, Italo Calvino, che dava suggerimenti su come pulire le pareti di vetro. Venne il signor Honda e disse: “Mi piace, sembra una motocicletta”. Sul cantiere di Postdamer Platz a Berlino ho conosciuto Mario Vargas Llosa. Anche lì c’erano 5 mila operai, tra cui cento palombari ucraini, per piantare le fondamenta sott’acqua. Trovarono sei bombe della seconda guerra mondiale, inesplose: “Sono russe, quindi non esplodono” dissero con un sorriso. Ora qui nella banlieue di Parigi stiamo costruendo il Palazzo di Giustizia: trasparente, come la verità ; deve ispirare fiducia, non mettere soggezione». Come trova i nuovi grattacieli di Milano? «Sono un segno di vitalità , che è sempre una buona cosa. Ma la mia Milano è quella delle periferie. Quando studiavo al Politecnico abitavo a Lambrate, andavo a sentire il jazz in un locale in fondo ai Navigli, che si chiamava non a caso Capolinea».
La scommessa delle periferie
«Le periferie sono sempre associate ad aggettivi negativi. Sono considerate desolanti, alienanti, degradate, brutte. Proviamo invece a guardarle con occhio positivo, a cercare quel che c’è di sano. Le periferie sono ricchissime di una bellezza umana e spesso anche di una bellezza fisica, che è nascosta, che emerge qua e là . Come scrive Italo Calvino nella postfazione delle Città invisibili, anche le più drammatiche e le più infelici tra le città hanno sempre qualcosa di buono. Questo approccio alla periferia è come andare a caccia di perle, di scintille. Viene da lontano, dal mio essere genovese, uno che non butta via niente: Braudel l’aveva capito, Genova stretta tra il mare e la montagna è stata educata a non sprecare nulla. Così, quando Napolitano mi fece senatore a vita, mi è venuto naturale pensare che il mio impegno politico sarebbe stato far lavorare giovani architetti nelle periferie italiane. Quest’estate porteremo i progetti alla Biennale dell’architettura»
Il Giambellino
I progetti sono a Torino, Catania, Roma e Milano. Si tratta di «dare forza e ossigeno a mille cose che già c’erano». Basta casette a perdita d’occhio: «L’idea della città che cresce diluendosi si è rivelata insostenibile. Come porti i bambini a scuola, come organizzi il trasporto pubblico, come medichi la solitudine? Le città sono luoghi di incontro, di scambio, in cui si sta insieme, si costruisce la tolleranza, l’idea che le diversità non sono per forza un problema, sono una ricchezza. La città ora cresce per implosione, riempiendo i buchi neri. Al Giambellino vivono 6 mila persone, 18 etnie. C’è la signora che d’estate invita la gente a scendere in cortile con la sedia e fa il cinema. L’elettricista egiziano che aggiusta gratis i citofoni rotti dai vandali. Abbiamo abbattuto il muro tra il parco e il mercato. Lavoriamo con la gente del quartiere per costruire una biblioteca. Servono tanti cantieri piccoli, microinvestimenti, microimprese: lavoro per le nuove generazioni. Dobbiamo fertilizzare le periferie con edifici civici. Non solo musei; librerie, ospedali, palazzi pubblici, stazioni della metropolitana, posti dove la gente si ritrova. Allo scorso esame di maturità uno dei temi era il rammendo delle periferie: sono stati scritti 60 mila compiti; tutti ragazzi nati in periferia».
Il ruolo della politica
«Sono lungi dal disprezzare la politica. In Senato ho provato ad andarci, ci andrò ancora, ma sono più utile nel mio ufficio a Palazzo Giustiniani. Comunque, ogni volta che metto piede nell’Aula sono davvero onorato, fiero. È una grande istituzione. Al referendum di ottobre sulla riforma costituzionale voterò sì. Se il Senato diventa più piccolo, meno ridondante, se costa meno, è cosa buona. Non vorrei perdesse il suo ruolo di guida morale del Paese: l’abbiamo inventato noi italiani, l’abbiamo esportato ovunque. Deve rimanere il luogo in cui si discutono i grandi temi della società ».
«L’architetto è un mestiere politico. La ricerca estetizzante della bellezza, quando è fine a se stessa, è inutile. Ma Sengor, con cui lavorai in Senegal, mi ha insegnato che il bello, quando è autentico, non è mai disgiunto dal buono. È l’idea dei greci: kalos kagathos , bello e buono. È un’idea che ho ritrovato in Libano. È il principio della civiltà mediterranea, oggi messa così a dura prova». Farebbe il Ponte sullo Stretto? «Un vero costruttore è sempre favorevole a gettare ponti, è sempre contrario ad alzare muri». E qual è il costruttore della storia che ammira di più? «Brunelleschi. Il primo a curvare la cupola, dopo secoli che l’uomo non ne era più capace; e dimostra che è possibile costruendo un modellino di legno. Da giovane faceva l’orologiaio: un artigiano diventato artista. Il percorso contrario è molto più difficile. Fondere arte e tecnica: qui è la grandezza».
Aldo Cazzullo
(da “il Corriere della Sera”)
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Marzo 28th, 2016 Riccardo Fucile
DANNI MENO GRAVI DI QUANTO SI TEMESSE
Fortunatamente le splendide rovine romane di Palmira non sono andate completamente distrutte per mano dell’Isis.
Le prime immagini che provengono dalla città siriana patrimonio dell’Unesco, ora libera dai guerriglieri del Califfato, mostrano che le bellezze ci sono ancora.
Un fotografo che lavora per l’Afp stima che la distruzione riguarda soltanto il 20% dei templi e delle statue che fanno di Palmira un tesoro unico al mondo.
Maher Al Mounnes tramite il proprio profilo Twitter diffonde le prime immagini: “La condizione della città è oltre ogni aspettativa”.
Palmira, presa dall’Isis nei mesi scorsi, è stata liberata dall’esercito siriano il 27 marzo. Secondo le prime valutazioni degli esperti, ci vorranno 5 anni per restaurare i monumenti distrutti e fatti esplodere dai miliziani del Califfato.
L’esercito siriano sta disattivando le mine collocate dallo Stato islamico all’interno della città .
Nel frattempo, continuano gli scontri nella periferia nord-orientale, dove i jihadisti si sono nascosti.
E si registrano combattimenti tra lo Stato islamico e i soldati di Damasco anche vicino al villaggio di Al Qariatain, a sud-ovest di Palmira.
Secondo l’ong Osservatorio per i Diritti Umani, le forze armate siriane potrebbero aver riaperto l’aeroporto militare di Palmira ed elicotteri militari lo starebbero già utilizzando.
(da agenzie)
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Marzo 25th, 2016 Riccardo Fucile
AVEVA 87 ANNI: UNA GENERAZIONE CRESCIUTA CON I SUOI RACCOLTI DI FAVOLE IN TV
E’ morto stasera il grande attore di teatro Paolo Poli. Aveva 87 anni. E’ stato uno dei più importanti attori
teatrali italiani, una lunga carriera che ha spaziato anche fra il cinema e la televisione.
Nato a Firenze il 23 maggio del 1929, laureato in Letteratura francese, cominciò a lavorare in teatro negli anni Cinquanta.
E’ il 1949 quando Poli partecipa ad alcune trasmissioni della Rai di Firenze. Fa prosa, macchiette, racconta fiabe. Presta la voce ai cavalieri, alle streghe e alle principesse che popolano il mondo di Stac, ovvero Carlo Staccioli burattinaio in Firenze, attività alla quale affianca le serate con la Compagnia dell’Alberello, la stessa che nel 1954, cresciuta in popolarità , riaprirà dopo trent’anni di black out il teatro Goldoni, luogo storico del capoluogo toscano.
Sono proprio i piccoli palcoscenici di città , non solo fiorentini, il teatro delle prime esperienze di Poli.
Arriva a Roma grazie a un “book” speciale, le foto che gli aveva scattato l’amico Franco Zeffirelli. Recita in Le due orfanelle per sostituire Mario Girotti, ovvero Terence Hill, il futuro Don Matteo, titolare della parte ma in quei giorni ammalato. Dopo Roma è la volta di Genova, è il ’58 quando comincia a farsi apprezzare a “La borsa di Arlecchino”, un piccolo teatro d’avanguardia.
Prende corpo la sua vena surreale, poetica, esercitata in modo istrionico e con un’ironia implacabile. I suoi spettacoli sono straordinariamente comici, si rifà alla migliore tradizione della commedia brillante, XX Settembre (nato anche grazie ad Aldo Trionfo): qui inizia a farsi conoscere per la sua pungente ironia, il suo garbo da istrione, insieme alla sua vena poetica e surreale.
Rifacendosi alle commedie brillanti, oniriche e surreali, gli spettacoli teatrali di Poli sono caratterizzati da una forte connotazione comica.
Insieme ai momenti comici non mancano i giochi di parole linguistici: il suo talento viene apprezzato anche da capocomici illustri come Tina Pica e Polidor, con i quali Paolo Poli ha poi modo di lavorare.
Lavora anche in tv recitando in diversi sceneggiati o fiction. Durante i primi anni Sessanta è protagonista di una trasmissione televisiva sulle reti Rai in cui legge favole per bambini tratte da Esopo e da famosi racconti letterari.
Sul finire del decennio è talent-scout di Marco Messeri, che teatralmente parlando è considerato l’unico vero discepolo ed erede del maestro Poli.
Alessandra Vitali
(da “La Repubblica“)
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Marzo 14th, 2016 Riccardo Fucile
AVREBBE COMPIUTO 90 ANNI A NOVEMBRE
Una carriera lunga quasi 60 anni, oltre 200 film che hanno fatto la storia del cinema italiano e quel
ritorno di popolarità a distanza di anni in tv.
È morto in ospedale a Milano l’attore Riccardo Garrone, avrebbe compiuto 90 anni a novembre.
Indimenticabile il suo volto, dai tanti film in bianco e nero fino al ruolo di San Pietro negli spot pubblicitari per la Lavazza.
Con ironia raccontava che la gente lo fermava per strada per chiedergli di «intercedere con il Paradiso».
Tutta la vita con la stessa compagna, con la moglie Grazia Maria 60 anni di matrimonio: «Una grande fortuna. Ha pazienza, ma mi sgrida per la mia pigrizia quando non lavoro – raccontava -. Lei è milanese, io romano».
Lui un metro e 87, lei un metro e 48: «Piccola e tosta».
I FILM
Dopo l’accademia drammatica e l’esordio con Mario Mattoli (Adamo ed Eva) ha lavorato con tutti i grandi nomi da Fellini (La Dolce Vita) a Mario Monicelli (Il medico e lo stregone), Luigi Zampa (Il vigile), Ettore Scola, Damiano Damiani, Nanni Loy (Audace colpo dei soliti ignoti).
Tra i suoi ruoli da ricordare il prete don Fulgenzio in Venezia, la luna e tu, il fusto in Belle ma povere, il poliziotto in Guardia, guardia scelta, brigadiere e maresciallo di Bolognini, l’amico sciupafemmine di Alberto Sordi in Bello, onesto, emigrato Australia sposerebbe compaesana illibata. In carriera anche il personaggio del geometra Calboni, in Fantozzi subisce ancora.
TEATRO
Nel 1950 aveva iniziato a recitare anche in teatro, prima con la compagnia Gassman-Torrieri-Zareschi, poi anche con la compagnia Morelli-Stoppa, diretta da Luchino Visconti.
Tornerà al teatro nel 1990: lavora al Teatro Sistina interpretando la commedia musicale Aggiungi un posto a tavola nella parte della voce di Dio.
“UN MEDICO IN FAMIGLIA”
Nel 1998 interpreta il ruolo di Nicola Solari nella serie televisiva Un medico in famiglia . Tornerà ad indossarne i panni nel 2004, nella quarta stagione, ma prenderà parte solo a due episodi.
DOPPIAGGIO
Fra i tanti personaggi cui ha prestato la voce, Lucifero in Il gatto con gli stivali, Fido in Lilli e il vagabondo, il Dottor Watson in Il fiuto di Sherlock Holmes.
Elena Masuelli
(da “La Stampa”)
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Febbraio 29th, 2016 Riccardo Fucile
IL RICONOSCIMENTO PER LA COLONNA SONORA DI THE HATEFUL EIGHT… LA DEDICA ALLA MOGLIE E LA STANDING OVATION DEL PUBBLICO DI LOS ANGELES
Ennio Morricone ce l’ha fatta. 
Dopo ben cinque nomination e un Oscar alla carriera, il grande compositore ottantasettenne è riuscito a conquistare finalmente l’ambita statuetta per la colonna sonora del film The Hateful Eight, il western di Quentin Tarantino, impreziosito proprio dalla sua musica, pilastro fondamentale del film sin dalle prime inquadrature tra la neve.
“Buona sera signori, buona sera”, sono state le prime parole con cui il maestro romano, visibilmente emozionato, ha salutato il pubblico del Dolby Theatre di Los Angeles, che gli ha riservato un sentito applauso ed una lunga standing ovation.
“Ringrazio l’Academy per questo prestigioso riconoscimento – ha detto Morricone, tradotto in inglese da suo figlio Giovanni che lo ha accompagnato sul palco – il mio pensiero va agli altri premiati, in particolare allo stimato John Williams (autore della colonna sonora di Star Wars, alla sua 50esima nomination, ndr). Non c’è musica importante senza un grande film che la ispiri”, ha aggiunto con quell’eleganza tipica di un signore d’altri tempi, per poi ringraziare Quentin Tarantino per averlo scelto, Harvey Weinstein e tutto il team del film, fino al saluto per lui più importante: quello alla moglie Maria, con cui è sposato da sessantasette anni, alla quale ha dedicato la musica e la vittoria.
Morricone, che qualche giorno fa ha ricevuto la stella rosa con il nome dorato sulla Walk of Fame, a Hollywood, aveva già provato a vincere l’Oscar nel 1979 con I giorni del cielo.
Nel 1987 fu la volta di Mission, poi nel 1988 con Gli intoccabili, nel 1992 con Bugsy e poi, nel 2001, con Malena, ma la statuetta tanto ambita non arrivò mai, se non quella alla carriera, consegnatagli nel 2007 da Clint Eastwood.
Dopo aver scritto le musiche di più di cinquecento tra film e serie tv, oltre a quelle di canzoni indimenticabili (tra le tante, Se telefonando di Mina), e dopo tanti premi e riconoscimenti, l’Oscar per una sua colonna sonora era quello che gli mancava e la scorsa notte ha coronato il suo sogno.
Grazie a lui, l’Italia è tornata a far parlare di sè nel mondo, dopo il grande successo ottenuto, all’ultima Berlinale, da Francesco Rosi, vincitore dell’Orso d’Oro con il suo Fuocoammare. Pochi minuti dopo la premiazione, i social network sono impazziti con i complimenti e frasi molto affettuose al maestro.
Su tutti, il Tweet del premier Matteo Renzi – “Grandissimo Maestro, finalmente!” – completato dall’hashtag #orgoglio.
(da agenzie)
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Febbraio 21st, 2016 Riccardo Fucile
DOPO LA VITTORIA DEL PRESTIGIOSO “ORSO D’ORO” AL FESTIVAL DI BERLINO
«Penso a tutti quelli che hanno attraversato il mare per arrivare a Lampedusa e a quelli che
non ce l’hanno fatta ». Gianfranco Rosi stringe l’Orso d’oro della Berlinale per Fuocoammare e chiama il medico Pietro Bartolo sul palco: «Mi ha insegnato che Lampedusa è un’isola di pescatori, che accettano tutto quel che viene dal mare. Siamo tutti pescatori e dobbiamo accettare tutti quello che viene dal mare ».
La sfida per il regista, già Leone d’oro con Sacro GRA, era «sradicare il bombardamento di immagini quotidiane dei telegiornali, una realtà narrata in termini di cifre a cui siamo assuefatti. Era importante testimoniare la tragedia umana in corso».
Tra le immagini più forti del film, in sala dallo scorso giovedì, ci sono quelle dei cadaveri ammassati sotto la stiva di un barcone.
Rosi afferra il cellulare e cerca tra le foto. «Ecco». Eccolo in tuta bianca mentre si cala nella botola che sbuca sul pavimento del barcone dipinto di azzurro.
In un’altra foto è già sotto, la camera in spalla.
«Quelli intorno alla botola sono i bulloni, servono per sbarrare ogni via di uscita alle persone che sono sotto. Il 15 agosto 2015 in quaranta sono morti asfissiati a venti miglia dalla costa della Libia, dopo appena cinque ore di navigazione. Nessuno racconta di loro »
Lo ha fatto lei a Berlino, città che ha accolto solo quest’anno80 mila migranti.
«In questi anni da Lampedusa sono passate 400 mila persone. Non è mai stato considerato un fenomeno, ma qualcosa che l’Italia doveva risolvere da sola. La scorsa estate tutto è cambiato e l’Europa si è improvvisamente accorta che ci sono masse di persone in movimento. E ha iniziato a reagire, purtroppo non bene. Un mio amico che vive qui da vent’anni mi ha detto che anche la sinistra è terrorizzata, tutti sono contro la Merkel. Mi fa paura anche la manipolazione politica: “Apriamo ai siriani”. E tutti gli altri?».
In Austria è in vigore il tetto giornaliero e una serie di altre misure anti-immigrati.
«Lo trovo vergognoso. Se l’Europa non riesce a fare i conti con una politica europea e non nazionale, sarà la fine di tutto. La cosa che fa più paura non sono i confini fisici, ma quelli mentali. Ciò che è successo a Berlino qualche giorno fa, il pullman assediato dai passanti che si sono accorti dei migranti all’interno, è vergognoso. Il direttore della Berlinale Dieter Kosslick ha giustamente confessato il dolore per qualcosa che lo riporta alla Germania di settant’anni fa».
Questo premio al Festival ha un significato politico forte.
« Fuocoammare non è un film politico, non consegno giudizi o soluzioni. È un grido di dolore. Ma la sua valenza politica è imprescindibile: perciò era importante mostrarlo qui».
Nel film la vita degli abitanti e quella degli immigrati scorrono parallele senza incontrarsi.
«Sono arrivato a Lampedusa per raccontare l’identità dell’isola, non volevo che il film fosse solo un collettore di storie legate all’immigrazione. Ho scoperto l’esistenza di due vite parallele. Non esiste un reale incontro tra i pescatori e gli immigrati: Lampedusa non è più l’approdo di chi arrivava e interagiva con gli abitanti. Ora i profughi vengono presi in mare, c’è un controllo medico, un bus che li porta in centro, si fermano lì per la prima identificazione. Ho seguito l’intero viaggio di un gruppo di nigeriani dal soccorso sulla nave militare al trasbordo sulla guardia costiera, lo sbarco a Lampedusa, l’arrivo in centro. È nata così la scena in cui il giovane nigeriano con il suo rap racconta l’orrore del viaggio, il deserto, la prigione in Libia, gli stenti. Quando sono tornato al centro, tre giorni dopo, erano tutti spariti».
Qualcuno ha parlato di pornografia, di fronte alle immagini dei corpi nella stiva.
«Non avrei mai voluto raccontare i morti, nè li ho cercati. La tragedia del barcone mi è arrivata addosso e non ho avuto scelta. Mi sono trovato di fronte a quelle immagini e sarei stato ipocrita a non usarle. Il comandante della nave mi ha spinto: “Devi andare sotto la stiva e filmare. Sarebbe come trovarsi davanti alle camere a gas dell’Olocausto e censurarsi perchè le immagini sono troppo forti. Il film è un viaggio emotivo verso quelle immagini necessarie. Nulla è gratuito, nessuno è manipolato».
Quali reazioni ha avuto a Berlino?
«Un eritreo e un somalo dopo la proiezione sono venuti ad abbracciarmi: “Grazie per aver raccontato il nostro dramma”. Sono abituato al fatto che i miei film dividono, stavolta non è successo. Magari c’è qualche voce di dissenso, qualcuno ha urlato “pornografia”. Ma la critica e il pubblico l’ha sostenuto e credo che sia anche arrivato l’amore con cui è stato fatto. Spero di aver creato qualcosa che resti e aiuti a creare consapevolezza. Non possiamo più fare finta di non sapere. Siamo tutti responsabili».
Arianna Finos
(da “La Repubblica”)
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Febbraio 20th, 2016 Riccardo Fucile
FUOCOAMMARE CONQUISTA IL PRIMO PREMIO AL FESTIVAL DEL CINEMA: “MIO PENSIERO A CHI NON CE L’HA FATTA”
Fuocoammare, il docufilm che Gianfranco Rosi ha dedicato al dramma dei migranti che
attraversano il Mediterraneo e tentano di arrivare a Lampedusa, ha vinto l’Orso d’Oro della 66esima edizione della Berlinale.
“Il mio pensiero – ha detto Rosi – va a tutti coloro che non sono mai arrivati a Lampedusa nel loro viaggio di speranza, e alla gente di Lampedusa che da venti trenta anni apre il suo cuore a chi arriva”.
Con la vittoria di Fuocoammare, l’Orso d’oro del festival di Berlino torna all’Italia dopo quattro anni, quando – era il 2012 – ad aggiudicarsi il premio erano stati i fratelli Paolo e Vittorio Taviani con ‘Cesare deve morire’.
Fuocoammare, che il regista, Leone d’oro a Venezia con ‘Sacro G.r.a.’, ha girato nel corso di un anno e mezzo a Lampedusa, documentando da un lato la vita sospesa di alcuni suoi abitanti e dall’altro quella drammatica dei migranti in esodo verso l’Europa, aveva colpito sin dall’inizio critica e pubblico del Festival, da sempre molto attento a temi politici.
In lizza per il premio finale c’erano 18 film, ma il documentario è stato molto applaudito e la rivista Screen lo ha giudicato il migliore in corsa.
L’Orso d’argento per il migliore attore della berlinale è stato assegnato al tunisino Majd Mastoura per la sua interpretazione in “Hèdi”, prima produzione araba in competizione alla berlinale da 20 anni.
Majd Mastoura ha reso omaggio “al popolo tunisino” e “ai martiri della rivoluzione” del 2010-11 in Tunisia ricevendo il suo premio
(da “Huffingtonpost”)
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Febbraio 20th, 2016 Riccardo Fucile
IL CORDOGLIO DELLE ISTITUZIONI NEL RICORDO DI UMBERTO ECO… SGARBI: “L’INTELLETTUALE PIU’ GRANDE DAI TEMPI DI CROCE”
Un “gigante”, una “perdita enorme”. Uno dei nomi “più venerati nel mondo”, una figura
riconosciuta in tutta Europa e fino agli Stati Uniti.
Un intellettuale totale e trasversale, che ha trasformato la cultura in best-seller, ha avvicinato il mondo accademico e della cultura al resto della società .
La morte di Umberto Eco rimbalza sulle prime pagine di tutti i giornali del mondo, dal New York Times a Le Monde, passando per il Guardian o El Paìs.
“Ci ha lasciato un gigante” dice il ministro della Cultura Dario Franceschini, “è una perdita enorme” aggiunge il presidente del Consiglio Matteo Renzi.
Il presidente della Repubblica Sergio Mattarella si definisce “particolarmente addolorato” e definisce Eco “un uomo libero e di grande passione civile”.
Da Madrid esprime cordoglio il premier Mariano Rajoy, da Strasburgo lo piange il presidente dell’Europarlamento Martin Schulz.
Per Vittorio Sgarbi è stato l’intellettuale più grande dai tempi di Benedetto Croce, Roberto Saviano lo ringrazia citando l’ultima frase del Nome della Rosa, nomina nuda tenemos. “C’è stato — aggiunge — quando, sconosciuto e in difficoltà agli inizi, la mia vita stava precipitando”. La Nave di Teseo, la casa editrice che Eco, insieme ad altri autori, aveva fondato per lasciare quella che aveva chiamato Mondazzoli, lo saluta con un’immagine sulla sua pagina facebook: “Addio capitano — si legge — Grazie Umberto Eco”. “Ha lavorato con noi fino all’ultimo” ha raccontato su Repubblica Elisabetta Sgarbi, che coordina la nuova iniziativa editoriale.
“Umberto Eco — continua la Sgarbi parlando all’AdnKronos — ha detto che fondare una nuova casa editrice era una follia, ma che si doveva farlo. Che lo faceva per i suoi nipoti. Con questa serietà , sino al visto si stampi, ha seguito il suo ultimo libro in cui, ancora una volta, riversa tutto il suo genio: si intitola ‘Pape Satan Aleppe. Cronache di una società liquida’. E uscirà per la sua casa editrice La nave di Teseo”.
Mattarella: “Uno spirito critico che ha portato grande prestigio”
I saggi e i romanzi di Eco “hanno portato grande prestigio all’Italia e arricchito la cultura di ogni latitudine” scrive in una nota il presidente Mattarella. “Umberto Eco — continua il capo dello Stato — era un uomo libero, dotato di un profondo spirito critico e di grande passione civile. È stato un protagonista del dibattito intellettuale italiano e internazionale. Nella sua autobiografia si specchia il percorso di ricerca di identità culturale di intere generazioni del dopoguerra. Interprete, nei suoi anni giovanili, dei fermenti che animarono il mondo cattolico, seppe esprimere in modo creativo nelle sue diverse esperienze la curiosità che lo guidava, sia sul terreno della sperimentazione dei linguaggi, a partire dalla televisione, sia su quello della ricerca semiologica. La critica sociale che ha espresso nei suoi saggi e nei suoi frequenti interventi pubblicistici era figlia di questa capacità di lettura della società contemporanea. Umberto Eco ha vissuto immerso nelle contraddizioni del suo tempo, senza lasciarsene travolgere”.
Il presidente ricorda ancora di Eco come fosse “osservatore acuto e disincantato, scrittore finissimo, anticipatore e sperimentatore di fenomeni e tendenze” e che “si è sempre proiettato nella dimensione internazionale, lontano da ogni chiusura dogmatica o provinciale”.
Renzi: “Inesauribile capacità di anticipare il futuro”
Renzi ha mandato un messaggio di cordoglio ai familiari di Eco. “Esempio straordinario di intellettuale europeo — ha sottolineato il capo del governo — univa una intelligenza unica del passato a una inesauribile capacità di anticipare il futuro”. Renzi si era intrattenuto con Eco e con il presidente della Repubblica francese Franà§ois Hollande a Expo, a Milano, sui temi della identità europea, dell’innovazione scientifica, della memoria e della lotta contro l’intolleranza. “Una perdita enorme per la cultura, cui mancherà la sua scrittura e voce, il suo pensiero acuto e vivo, la sua umanità ”.
“Ci ha lasciato Umberto Eco — aggiunge il ministro Franceschini su twitter — Un gigante che ha portato la cultura italiana in tutto il mondo. Giovane e vulcanico fino all’ultimo giorno”. Il ministro per le Riforme Maria Elena Boschi lo ha definito “un grande ambasciatore dell’Italia nel mondo”.
I sindaci delle “sue” città : “Ci mancherai”
In lutto i sindaci delle “sue città ”, Bologna e Milano.
“Ci mancherai — scrive su facebook il primo cittadino del capoluogo emiliano, Virginio Merola — Mancherai a Bologna, ci mancherà il tuo ingegno, il tuo spirito, la tua libertà di pensiero. Addio Umberto”.
Un dolore espresso anche dal collega lombardo Giuliano Pisapia: “Addio maestro e amico, genio del sapere innamorato di Milano, uomo di sterminata cultura e di grande passione politica. Milano senza di te è triste e più povera. Ma Milano è orgogliosa di essere la tua amata città . Averti vicino in questi anni è stato un grande privilegio”. Infine Maria Rita Rossa, sindaco di Alessandria, dove Eco è nato, che da una parte esprime il timore per un vuoto improvviso e dall’altra ricorda che quel vuoto sarà riempito dalla lezione lasciata dallo scrittore: “Ci rimane la sua cultura, le tracce di una intera vita nei suoi libri, nella sua dignità e nei suoi esempi. E, più forte di ogni segno tangibile, ci rimane quel monito che è soffio di vitale della conoscenza: la curiosità e la consapevolezza di sapere di non sapere e non fermarsi mai nello studio”.
Maraini: “Perdita per l’Italia”. Lagioia: “Ha reso la cultura un mondo più aperto”
Per Dacia Maraini “oltre a essere un grande scrittore, era un amico, una persona squisita, disponibile, gentile, non saliva mai in cattedra e aveva un fortissimo senso dell’ironia. E’ una perdita personale, ma anche una perdita per l’Italia perchè il suo sguardo era sempre acuto e sapiente”.
Nicola Lagioia, scrittore, vincitore del Premio Strega 2015, scrive: “Umberto Eco era così parte dell’orizzonte culturale e da così tanti anni che quasi non si è abituati a considerarlo di carne e ossa”.
“La cosa interessante — osserva parlando con l’AdnKronos — è che Eco ha svecchiato la cultura italiana della sua generazione rispetto a tutta una serie di generi che i letterati consideravano sottocultura. Mi colpì molto, a tal proposito quando Eco disse che con il tempo è invecchiato di più ‘Il giovane Holden’ che ‘Peanuts’. La sua famosa battuta ‘Posso leggere la Bibbia, Omero o Dylan Dog per giorni e giorni senza annoiarmi’ non nasceva dal desiderio di appiattire tutto, ma di dare dignità culturale a generi come il fumetto. Io so, per esempio, che molti coetanei di Umberto Eco, letterati e scrittori, si scandalizzarono quando uscì ‘Il nome della rosa’, ebbero veri e propri travasi di bile, ma al di là del fatto che piaccia o no, quel romanzo ha creato un filone e questo rimarrà ”. Lagioia fa notare poi che Eco è morto nello stesso giorno della scrittrice statunitense Harper Lee: “Il dio della letteratura — sorride — a volte fa dei brutti scherzi”.
(da “il Fatto Quotidiano”)
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Febbraio 20th, 2016 Riccardo Fucile
COMMOZIONE NEL MONDO PER LA MORTE DEL GRANDE SCRITTORE ITALIANO
Da Le Monde al New York Times, passando per la Frankfurter Allgemeine, la morte di Umberto Eco è sulla prima pagina dei siti dei principali quotidiani del mondo, che lo ricordano soprattutto come l’autore de “Il Nome della Rosa”.
“I suoi libri erano al tempo stesso storie avvincenti ed esercizi filosofici ed intellettuali”, scrive il Washington Post”, mentre Le Monde sottolinea che “Il nome della rosa” ha assicurato a Eco “una notorietà quasi universale”.
Per il New York Times era “un accademico da best seller che navigava in due mondi” e il Guardian lo descrive come “scrittore di best seller, e gigante della filosofia e il mondo accademico”.
“Morto Umberto Eco, l’erudito che amava le enciclopedie”, scrive l’argentino El Clarin. Ma a ricordare Eco sono anche mondi più lontani.
“E’ morto Umberto Eco, l’autore che ha incuriosito, fatto scervellare e deliziato i lettori di tutto il mondo”, scrive in India l’Hindustan Times.
Il NYT.
Il New York Times piange la morte di Umberto Eco. “Come studioso di semiotica, Eco ha cercato di intepretare le culture attraverso i loro segni e simboli, con parole, icone religiose, spartiti. Ha pubblicato più di 20 libri di saggistica su questi temi mentre insegnava all’Università di Bologna. Ma piuttosto che separare la sua vita accademica dalla sua narrativa popolare, Eco ha infuso nei suoi sette romanzi molti dei suoi temi scientifici”, si legge sul sito del quotidiano americano che celebra lo scrittore come una sorta di celebrità della cultura pop, “capace di fondere due mondi, quello accademico e quello letterario senza mai perdere il contatto il pubblico e la realtà “.
Le Monde.
“Se la curiosità e il campo di indagine di Umberto Eco conoscevano pochi limiti, la costante della sua analisi resta la volontà di vedere il senso là dove si sarebbe tentati di non vedere altro che fatti”. Lo scrive il quotidiano francese Le Monde nel dare la notizia della morte dello scrittore e accademico italiano Umberto Eco, morto ieri sera a 84 anni. “Filosofo destinato a essere inserito nella super selettiva Library of Living Philisophers, Eco sembra promesso anche a una posterità da romanziere. Una sorta di Pico della Mirandola, colui che il medievalista Jacques le Goff chiamava ‘il grande alchimista’”, scrive ancora Le Monde.
El Pais.
“Eco è stata una presenza costante e imprescindibile della vita culturale italiana dell’ultimo mezzo secolo”. Lo scrive il quotidiano spagnolo El Pais commentando la morte dello scrittore italiano Umberto Eco a 84 anni. “Ripercorrere la vita e la carriere di Eco significa ricostruire un pezzo importante della storia culturale non solo italiana”, continua il quotodiano.
Guardian.
Umberto Eco “era uno dei nomi letterari più venerati al mondo”. Lo scrive il Guardian commentando la morte dello scrittore e accademico italiano Umberto Eco. Il quotidiano britannico ricorda l’intervista fatta proprio dal Guardiano a Eco a Londra nel 2015. “Credo che un autore deve scrivere ciò che il lettore non si aspetta. Il problema non è quello di chiedere di cosa hanno bisogno ma di cambiarli, per produrre noi il tipo di lettore che si desidera per ogni storia”, aveva spiegato Eco illustrando il suo approccio alla lettura.
(da “Huffingtonpost”)
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