Luglio 20th, 2020 Riccardo Fucile
“E’ LA MIGLIORE RISPOSTA A CHI CI HA CRITICATO”
In un fine settimana, i visitatori degli Uffizi sono aumentati del 25% rispetto allo stesso periodo di
tempo della settimana precedente.
Dopo la visita di Chiara Ferragni agli Uffizi, infatti, il direttore del museo fiorentino Eike Schmidt ha registrato 9312 visitatori accorsi tra venerdì e domenica; nello scorso fine settimana, i visitatori erano stati 7.511.
Effetto Chiara Ferragni? Probabile, anche se occorre valutare anche altre variabili: si sta entrando nel cuore della stagione estiva e, dunque, sono sempre di più (anche se non stiamo parlando degli esodi degli anni precedenti) le persone che visitano le città d’arte come meta delle loro vacanze.
Un dato, però, sembra balzare all’occhio più di tutti gli altri. Sempre rispetto al fine settimana precedente, i giovani fino ai 25 anni sono stati il 27% in più. Qui, la concordanza con la visita di Chiara Ferragni, l’aumento dei like sui social network degli Uffizi e una sorta di evoluzione del brand sembra essere più evidente.
Per questo motivo, c’è soddisfazione anche da parte del direttore degli Uffizi, Eike Schmidt che — finalmente — ha la possibilità di togliersi più di un sassolino dalla scarpa: «In questo fine settimana abbiamo visto, letto e sentito un sacco di tuttologi che ci hanno insegnato di tutto e di più — ha dichiarato -. Alla luce di questi numeri — conclude Schmidt — posso solo dire che mi dispiace per loro».
Ma a cosa si riferiva Eike Schmidt? Al momento della visita privata di Chiara Ferragni al museo fiorentino, sui social network si erano scatenate vere e proprie polemiche, sia per la gestione della comunicazione dell’istituzione (con un paragone tra Chiara Ferragni e la Venere di Botticelli), sia per i privilegi concessi all’influencer di fama internazionale. Tuttavia, l’operazione di marketing e di brand reputation degli Uffizi — indispensabile in un momento in cui tutto il settore mussale è in difficoltà — pare abbia avuto successo. Chissà se l’onda lunga della visita di Chiara Ferragni (e delle polemiche annesse) continuerà a durare per tutta l’estate.
(da agenzie)
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Luglio 6th, 2020 Riccardo Fucile
“IL CANTO DI VERDI E’ UN CANTO DEL RISORGIMENTO ITALIANO E DELL’UNITA’ D’ITALIA”
Il primo maggio 2011 Ennio Morricone salì sul palco del Concertone del primo maggio per dirigere l’Orchestra Roma Sinfonietta nella sua inedita Elegia per l’Italia.
«Ho pensato di mettere insieme nella prima parte della mia Elegia il coro verdiano Va’ pensiero e i Fratelli d’Italia», disse il Maestro a Repubblica «e i due brani saranno contemporaneamente ascoltabili dal pubblico». Poi spiegò per quale motivo aveva scelto quei brani:
Maestro, come c’è riuscito visto che, per ritmo e andamento della melodia, i due brani sono molto diversi tra loro?
«Con qualche compromesso nell’armonizzazione e alcune licenze musicali. Che però non si sentono, anzi i brani restano del tutto riconoscibili. Quando l’orchestra suonerà Fratelli d’Italia, che nella mia versione rinuncia al tempo di marcetta per diventare più pensoso e riflessivo, il coro canterà il Va’ pensiero; viceversa, quando l’orchestra suonerà Verdi allora il coro intonerà Mameli».
Una scelta ricca di significati non solo musicali.
«Direi soprattutto un significato morale contro l’appropriazione indebita che la Lega ha tentato negli ultimi anni, un tentativo di scippo che considero però temporaneo. Il canto di Verdi è un canto del Risorgimento italiano e dell’Unità d’Italia».
(da “NextQuotidiano”)
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Luglio 6th, 2020 Riccardo Fucile
IL COMPOSITORE PREMIO OSCAR AVEVA 91 ANNI… UNA LUNGA CARRIERA CHE HA FATTO LA STORIA DEL CINEMA
È morto nella notte in una clinica romana per le conseguenze di una caduta il premio Oscar
Ennio Morricone. Il grande musicista e compositore, autore delle colonne sonore più belle del cinema italiano e mondiale da Per un pugno di dollari a Mission a C’era una volta in America da Nuovo cinema Paradiso a Malena, aveva 91 anni.
Qualche giorno fa si era rotto il femore.
I funerali di Ennio Morricone si terranno in forma privata “nel rispetto del sentimento di umiltà che ha sempre ispirato gli atti della sua esistenza”. Lo annuncia la famiglia del premio Oscar attraverso l’amico e legale Giorgio Assumma. Morricone, si legge nella nota, si è spento “all’alba del 6 luglio in Roma con il conforto della fede”.
Assumma aggiunge che il maestro “ha conservato sino all’ultimo piena lucidità e grande dignità , ha salutato l’amata moglie Maria che lo ha accompagnato con dedizione in ogni istante della sua vita umana e professionale e gli è stato accanto fino all’estremo respiro ha ringraziato i figli e i nipoti per l’amore e la cura che gli hanno donato, ha dedicato un commosso ricordo al suo pubblico dal cui affettuoso sostegno ha sempre tratto la forza della propria creatività “.
L’Oscar alla carriera a 79 anni è stato il compimento di un lunghissimo percorso fatto di musica pensata, concepita e creata soprattutto per il cinema. In onore dello strumento che da giovane aveva studiato, la tromba, Ennio Morricone scrisse uno dei brani più suggestivi della colonna sonora di Per un pugno di dollari (Sergio Leone, 1964).
All’epoca usò lo pseudonimo di Dan Savio, ma dopo questo western all’italiana si avviò a diventare (con il suo vero nome) uno dei più prestigiosi compositori di musica da film del mondo.
“La scomparsa di Ennio Morricone ci priva di un artista insigne e geniale. Musicista insieme raffinato e popolare, ha lasciato un’impronta profonda nella storia musicale del secondo Novecento. Attraverso le sue colonne sonore ha contribuito grandemente a diffondere e rafforzare il prestigio dell’Italia nel mondo”. Così il Presidente della Repubblica, Sergio Mattarella, ricorda il compositore. “Desidero far giungere alla famiglia del Maestro il mio profondo cordoglio e sentimenti di affettuosa vicinanza”, conclude il messaggio del capo dello Stato.
Nato a Roma il 10 novembre 1928, si era diplomato al Conservatorio di Santa Cecilia in tromba, composizione, strumentazione, direzione di banda e musica corale. Maestro d’orchestra, componente del gruppo sperimentale Nuova Consonanza, debuttò nel cinema con il film di Luciano Salce Il federale (1961), mentre stava per imporsi come arrangiatore delle più famose canzoni italiane dei primi anni ’60 (suoi gli arrangiamenti di tutti i successi di Gianni Morandi o quello dell’evergreen di Mina Se telefonando).
In seguito continuò ad accompagnare le imprese polverose dei pistoleri di Sergio Leone e Duccio Tessari, ma seguì pure quelle dei protagonisti de I pugni in tasca (Marco Bellocchio, 1965), i sanguinosi scontri de La battaglia di Algeri (Gillo Pontecorvo, 1966) o il vagabondare di Totò in Uccellacci e uccellini (Pier Paolo Pasolini, 1966), dimostrandosi autore di grande talento, versatile e d’avanguardia.
Tra le sue innovazioni più riconoscibili c’è l’uso della voce umana. Una voce di donna (quella di Edda Dell’Orso) che accoglie l’arrivo alla stazione di Claudia Cardinale in C’era una volta il West (Sergio Leone, 1968), incalzante in Metti una sera a cena (Giuseppe Patroni Griffi, 1969), sospesa vicino all’amore impossibile tra Noodles e Deborah (C’era una volta in America, 1984), la stessa che accompagna le gesta di Bugsy (Barry Levinson, 1991). Anche se forma con Sergio Leone un fortunato sodalizio artistico, come quello fra Bernard Herrmann e Hitchcock, Nino Rota e Fellini, nel corso della sua carriera scrive musica per molti e importanti registi stranieri.
Dopo quasi trent’anni “lavora” ancora su Clint Eastwood (Nel centro del mirino, Wolfang Peterson, 1993), dopo aver ricevuto due nominations all’Oscar per Mission (Roland Joffe, 1986) e Gli intoccabili (Brian De Palma, 1989).
Sempre attento a preservare la sua dignità di compositore, sa bene che scrivere musica da film comporta a volte qualche compromesso. Quando si limita ad essere “solo” un arrangiatore non esita ad imprimere il suo marchio, come dimostra la suggestiva elaborazione di un classico, Amapola (C’era una volta in America).
Nonostante debba sempre tener conto dei gusti del pubblico e dei registi si ritiene comunque un artista libero e soddisfatto, convinto che le sue composizioni (a differenza di quelle di molti altri autori di colonne sonore) vivono e risplendono di luce propria.
Dopo tanto inseguirsi l’incontro con Quentin Tarantino per The hateful Eight, la colonna sonora gli fece conquistare il Golden Globe e l’Oscar nel 2016, undici anni dopo quello alla carriera proprio a dimostrazione della sua grande vitalità artistica.
Morricone ha vinto anche tre Grammy Awards, quattro Golden Globes, sei BAFTA, dieci David di Donatello, undici Nastri d’argento, due European Film Awards, un Leone d’Oro alla carriera e un Polar Music Prize e ha venduto inoltre più di 70 milioni di dischi, tra colonne sonore per il cinema e opere ha composto per più di 500 titoli.
Ha continuato a scrivere per il cinema e a dirigere fino a poco tempo fa.
Ennio Morricone è stato insignito dal Capo dello Stato Sergio Mattarella del titolo di Cavaliere di Gran Croce dell’Ordine al Merito della Repubblica Italiana. L’ultimo riconoscimento conquistato risale allo scorso 5 giugno quando è stato insignito del Premio Principessa delle Asturie per le arti 2020, che ha condiviso con il compositore statunitense John Williams, 88 anni, massima distinzione che fa capo all’omonima fondazione presieduta dai reali spagnoli.
Oltre al commento su Twitter del Presidente del Consiglio Giuseppe Conte (“Infinita riconoscenza al genio artistico del maestro”), i social sono stati travolti dai ricordi e saluti dei colleghi musicisti, di ogni tipo di genere, da Morgan ai Tiromancino e Emma Marrone, da moltissimi attori, Anna Foglietta, Giulio Base.
Fabio Fazio lo definisce “Genio assoluto”. “Era un grande amico, una grande persona, al di fuori della creatività musicale” dice Vittorio Storaro. “Ed è importante essere creativi anche sul piano umano. Io non credo che ci sia una divisione fra la personalità e la creatività , vanno di pari passo. Certamente sarà una enorme mancanza, non solo genio musicale, ma anche umano”.
La sindaca di Roma, Virginia Raggi, scrive su Twitter : “Dolore per la morte di Ennio Morricone, grande musicista e compositore del nostro tempo. Le sue colonne sonore hanno segnato la storia del cinema, in Italia e nel mondo, e continueranno a emozionarci. Roma era la sua città e oggi piange la scomparsa di un artista molto amato”.
(da agenzie)
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Maggio 24th, 2020 Riccardo Fucile
“BISOGNA SAPER ASCOLTARE IL MONDO E POI AGGIUNGERCI UN PO’ DI FANTASIA”
Eduardo De Filippo. Diceva “il punto di arrivo dell’uomo è il suo arrivo nel mondo, la sua nascita, mentre il punto di partenza è la morte, che oltre a rappresentare la sua partenza dal mondo, va a costruire il punto di partenza per i giovani”.
Nessuno come lui sapeva giocare con la realtà , ribaltarla e con questo movimento far intravedere le sue pieghe più nascoste dell’agire e del sentire umano, celato, camuffato per convenienza, per incuria, per paura, per convenzione, per pudore, per amore, per stanchezza, per sopravvivenza o per tradizione.
Lucido e sofisticato osservatore del suo presente, come tutti i Grandi, aveva lo sguardo che andava oltre, verso il futuro.
E’ stato sottolineato in molte occasioni, non ultime i momenti in cui ha ricevuto i numerosi premi e riconoscimenti tra cui l’essere stato nominato dal Presidente Pertini Senatore nel settembre del 1981, e sarà banale forse parlare ancora di quanto siano attuali i suoi testi ancora oggi, ma fare questa considerazione oggi, nell’epoca dei Social Network, della realtà virtuale, dei viaggi low cost, ci svela quanto alcuni tratti umani siano spesso constanti, ma anche quanto le dinamiche di interazione non si siano sviluppate, emancipate a pari passo della tecnologia, abbiamo ancora come allora in fondo la stessa paura, la stessa miseria, la stessa premura di conservare la faccia, la stessa difficoltà col denaro e di vivere i rapporti familiari in modo armonioso.
Abbiamo la stessa invidia per chi ha di più, e anche se solo raramente, magari solo dopo una grande perdita, abbiamo ancora la capacità di apprezzare le piccole cose, abitudini che “sono la poesia della vita” come prendere una tazza di caffè.
Abbiamo la stessa necessità di esorcizzare la dimensione della morte, dell’aldilà , del mondo dell’invisibile, anche se ora abbiamo microscopi e telescopi per vedere l’infinitamente piccolo e l’infinitamente grande.
Ora che si può divorziare, che abbiamo il riscaldamento in casa, e almeno un’auto per famiglia. Oggi che compriamo da vestire con pochi euro in catene di grandi magazzini, che conosciamo bene l’esistenza di oggetti usa e getta e che piuttosto che nella condividere uno spazio abitativo e umanità , viviamo in appartamenti mini dove il solido seppur povero mobilio di un tempo, è stato sostituito da un arredamento costruito solo ipoteticamente in Svezia, più realisticamente in Cina , luoghi che nell’immediato dopoguerra, ai tempi di De Filippo nell’immaginario dei Napoletani era lontano dall’Italia quanto lo è oggi Marte per tutti noi.
Ancora oggi i suoi testi di Eduardo ci stupiscono, divertono, punzecchiano e trafiggono, ci fanno vedere quanta vita c’e’ dentro e dietro l’agire quotidiano, inevitabile, mosso dall’arte di arrangiarsi, faticoso, furbo, passionale, misero, colorato di umana varietà .
Eduardo uomo e artista era presenza e ascolto, sia per stare sul palcoscenico che per scrivere riteneva necessario “ascoltare il mondo e poi aggiungerci un po’ di fantasia”.
La dimensione dell’ascolto è la variabile che ha reso unico e straordinario De Filippo. È celebre la sua risposta a uno studente, durante una lezione di drammaturgia alla Sapienza di Roma, che dopo ore di letture aveva gridato “Sono stufo di ascoltare”.
Eduardo lo mandò via dicendogli che se non aveva la pazienza di ascoltare gli altri non sarebbe stato capace di ascoltare neppure se stesso.
La centralità dell’ascolto e della relazione con dell’altro da parte di Eduardo è evidente in tutte le sue dimensioni artistiche, di drammaturgo, di attore, di autore per la radio e per gli adattamenti televisivi ed ancora una grande lezione per l’oggi, non solo per l’arte ma per la vita.
Per Eduardo l’altro è colui da cui trarre ispirazione. Tutto il suo teatro è nato dall’osservazione del prossimo, “… quasi da un pedinamento con gli occhi e le orecchie della gente comune”.
L’altro è l’attore, l’attrice che sta con lui sulla scena, l’ascoltatore radiofonico che non vede e segue la drammaturgia dei suoni di una storia, lo spettatore che non è compresente alla messa in scena. L’altro è la società cui l’individuo si deve rapportare con le sue norme e condizioni. L’altro è il fuori campo che nelle sue opere svolge sempre un ruolo narrativo importante. L’altra è la battuta che viene dopo un silenzio.
“Tutto è relazione” come affermano i fisici contemporanei, come osservava Gregory Bateson in Verso un’ecologia della mente, De Filippo ne aveva profonda consapevolezza.
La sua capacità di ascolto è evidente anche nel ritmo della sua narrazione, nella scelta della lingua, della sua drammaturgia.
Le sue pause racchiudono mondi, consentono l’aprirsi di più dimensioni percettive e tessono, assieme agli snodi delle sue vicende, quel filo molto sottile su cui funambolicamente procedono i personaggi, le vicende, la storia e che sta tra il dramma e il grottesco, tra risata e stretta allo stomaco, sollievo e disperazione.
Eduardo ha consacrato la commedia a genere profondo, impossibile non ritrovarsi a riflettere “nonostante si rida”. Ha scritto vere e proprie partiture di parole, suoni, emozioni, pulsioni, sensi.
Senza voler ridurre la loro complessità , forse tutte le sue opere in fondo ci dicono: “Stai in ascolto, la realtà richiede menzogna, credenze, litigi, amore, tu stai in ascolto e forse riuscirai a scorgere cosa c’è tra una cosa e l’altra, che ci rende unici come esseri umani”. Ogni suo personaggio è un punto di vista sul mondo, guardarli tutti assieme ci permette di leggere ancora oggi il mondo, e forse di scegliere se stare dentro i ruoli precostituiti, o se si sente la necessità di cercare delle alternative, perchè il perpetuo conflitto individuo e società , che è uno degli elementi essenziali della sua opera, possa trovare nuove soluzioni.
Schivo nelle situazioni pubbliche, assente in quelle mondane, molto si è occupato delle questioni sociali, impegnandosi in prima persona per esempio per aiutare le vittime del terremoto in Irpinia e i ragazzi del carcere minorile di Filangieri di Napoli.
Molto si è battuto per aprire una scuola di teatro. Vita e arte per Eduardo erano una cosa sola.
In palcoscenico ha saputo restituire con semplicità le vicende umane senza mai ridurre la loro complessità . Forse anche perchè in lui gli opposti sembrano convivere: il rigore nel lavoro come nella vita e la leggerezza in palcoscenico, la presenza, la prontezza scenica e la teorizzazione dell’ “attore stanco”, le linee inconfondibili delle sue rughe e gli occhi dallo sguardo bambino, la poesia e la musicalità dei suoi stesti con la miseria dei personaggi che rappresentano, il mondo visibile e il mondo invisibile, l’amore per l’arte della finzione e la passione per la realtà .
L’umanità di Eduardo è spiazzante ed è forse ciò che lo ha reso così grande. Toccava sempre i nervi più scoperti dell’essenza umana, delle sue gioie, miserie e delle paure con delicatezza, ma anche spietatezza e ironia e una surreale semplicità .
Diceva: “… a me la morte m’incuriosisce, mi sgomenta, ma non mi fa paura, perchè la considero la fine di un ciclo — il mio ciclo — che però darà vita ad altri cicli legati al mio. Soltanto così anche se non crediamo in un dio al di fuori di noi, possiamo sperare nell’immortalità ; una immortalità umana, quindi limitata, ma all’uomo è stato concesso il dono di sognare, che non è poi piccola cosa…”
Prendendo ispirazione dai sui personaggi in questo anniversario, oggi possiamo sognare che lui stia guardando attraverso il buco della serratura di una stanza che è fuori dalla scena dove si svolgono le vicende del mondo, che osservi all’insaputa di tutti quali nuovi arrivi e punti di partenza siano succeduti alla sua partenza, e spieghi sul suo viso quel sorriso sempre un po’ malinconico ma di una dolcezza rara che regalava solo in particolari occasioni.
(da Globalist)
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Maggio 15th, 2020 Riccardo Fucile
IL MAESTRO, PER AIUTARE I MUSICISTI FERMI DA FEBBRAIO, STAVA LANCIANDO UN PROGETTO DEDIDCATO ALLE ORCHESTRE DI TUTTO IL MONDO
«La musica è l’unica arte della civiltà umana che, se non performata, non esiste». Lo diceva Ezio Bosso, chiuso nella sua casa di Bologna durante l’emergenza Coronavirus. Il direttore d’orchestra, morto tra il 14 e il 15 maggio a 48 anni, stava per lanciare un progetto con l’intento di salvare il mondo della musica colta dalla crisi economica indotta dalla pandemia.
I musicisti della sua Europa Philarmonic Orchestra e lo stesso Bosso non potevano lavorare da più di due mesi. Il direttore, senza aspettare le lungaggini della legge, stava studiando una maniera per permettere ad archi, fiati e percussioni di tornare sui palchi e nelle platee dei teatri.
Lunedì 18 maggio sarebbe partito un live test di protocollo medico-sanitario per le orchestre diretto proprio da Bosso: una settimana di prove aperte e concerti trasmessi in streaming per provare a conciliare le necessità della musica con quelle dalla sicurezza sanitaria.
I proventi dell’iniziativa, in gran parte finanziata dallo stesso Bosso, sarebbero stati utilizzati per dare sostegno economico ai musicisti precari.
Fino al pomeriggio del 14 maggio Bosso stava bene, era entusiasta per l’iniziativa e anche un po’ arrabbiato per la gestione politica dell’emergenza relativa al mondo delle orchestre: troppi ritardi, troppi silenzi, diceva. Allora si era dato da fare per mettere in piedi, da solo, la sua visione di musica post pandemia.
Il maestro Ezio Bosso considerava la musica la sua cura, una cura per l’anima di tutti. La sua visione, in un momento in cui le persone sono soggette a pressioni psicologiche di ogni tipo e preoccupazioni per il futuro, vedeva nell’orchestra la metafora perfetta della società ideale.
Una società composta, disciplinata, unita dalla volontà di miglioramento reciproco attraverso lo studio, l’impegno e la crescita con e nella partitura, intesa come carta costituzionale a cui aderire tutti, superando le singole differenze.
La sua visione superava i confini delle nazioni, osteggiava l’idea di un mondo diviso: lo si legge anche nel nome dell’orchestra che ha fondato e diretto fino alla morte, l’Europa Philarmonic Orchestra. Il maestro pensava che l’orchestra potesse essere la rappresentazione perfetta della società internazionale, con musicisti di ogni età provenienti da tutto il mondo.
Musicisti uniti nell’aiuto reciproco: trombettisti, violoncellisti, tutti uniti nell’onorare la responsabilità di cui ci si carica quando si porge l’arte, quindi cura e sollievo, al pubblico. Pubblico che a sua volta, nell’idea di Bosso, è un musicista silente, parte integrante del concerto e membro dell’orchestra stessa.
«Il tempo è un pozzo nero. E la magia che abbiamo in mano noi musicisti è quella di stare nel tempo, di dilatare il tempo, di rubare il tempo», diceva il maestro Bosso. Lui è riuscito a portare luce in quel pozzo nero: la sua musica, il suo talento, la sua passione, i suoi insegnamenti non conoscono altro limite che l’eternità .
(da Open)
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Maggio 15th, 2020 Riccardo Fucile
“LA MUSICA SUSSURRA E CI INSEGNA LA VITA, CI AIUTA A ESSERE UMANI”
“Io sto cercando di fare le mie solite battaglie sorridenti con un cambio di lessico: un conto è il
distanziamento di sicurezza, ma il distanziamento sociale è una brutta espressione. È pericoloso parlare di distanziamento sociale perchè poi porta all’isolamento sociale e fa perdere l’umanità . Una delle nostre funzioni di uomini che si occupano degli altri è quella di dare sì delle regole, ma di ricordare a tutti che siamo nati per stare insieme, con i nostri dovuti momenti di solitudine”.
Due giorni prima di morire Ezio Bosso consegnava a RaiNews24 la sua ultima intervista, la sua ultima dichiarazione d’amore alla musica, alla vita, agli esseri umani.
“Suoniamo sempre come se fosse la prima volta. Viviamo come se fosse la prima volta. Respiriamo sempre come se fosse il primo respiro e l’ultimo”.
“Vedere le immagini della mia orchestra mi commuove”, diceva all’inizio.
Sulla situazione attuale e le limitazioni imposte dalla pandemia, commentava: “I diritti a volte possono essere sospesi, lo sappiamo, ma la musica è una necessità . Come respirare, come l’acqua, ed è questa una delle cose a cui pensare tutti insieme. La necessità di darla a tutti è la necessità di un musicista”.
Di cosa ha bisogno la musica per ripartire? Di poco, siamo noi ad avere bisogno di lei “per essere umani”.
“Non ha bisogno di molto… ha bisogno di visione, speranza… Non ha bisogno di essere relegata alla solita Cenerentola che si può fare da casa. Al contrario, la musica ha una funzione, va distribuita. Non è la musica ad aver bisogno di noi. Siamo noi, il Paese, la società , ad aver bisogno di lei”.
E ancora:
“La musica è una necessità , ne abbiamo bisogno per tornare a essere una società . Il potere magico della musica è infinito grazie a quella partitura che ci rende tutti uguali, un’unica società che lavora per essere migliore. La musica ci dà speranza, ci rende umani per davvero…. La musica sussurra e ci insegna la vita”.
(da “Huffingtonpost”)
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Maggio 15th, 2020 Riccardo Fucile
“UNA GRANDE PERSONA, FACEVA COMMUOVERE E CONTINUERA’ A FARLO PERCHE’ LA MUSICA EMOZIONA OLTRE LA VITA STESSA”
“Ezio Bosso? Non lo conoscevo personalmente, ma solo di nome e per il suo grande valore. Era amato da tutti e in tantissimi amavano la sua musica. Era una luce con tanta voglia di brillare”
Dalla sua casa romana, risponde a telefono all’HuffPost Ennio Morricone, uno dei più grandi compositori italiani di tutti i tempi e vincitore, tra gli innumerevoli premi e riconoscimenti, anche di un Oscar alla Carriera nel 2007 e di un Oscar per la Migliore Colonna Sonora per “The Hateful Eight” di Tarantino nel 2016.
“Mi dispiace tantissimo per questa perdita. Viene a mancare un buon musicista e stando a quanto mi dicevano di lui una grande persona. Di Bosso resterà il ricordo a lungo, perchè persone così sono rare da incontrare. Ho letto che dopo questa pandemia sarebbe voluto uscire e, come molti, riabbracciare gli amici, i musicisti, persino un albero. Il mio abbraccio e non solo il mio adesso va a ai suoi familiari e in qualche maniera anche a lui. Faceva commuovere e continuerà a farlo, perchè la musica ha una magia unica: continuare emozionare oltre la vita stessa”.
(da “Huffingtonpost”)
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Maggio 15th, 2020 Riccardo Fucile
COMPOSIZIONE E DIRETTORE D’ORCHESTRA, AVEVA 48 ANNI… DA TEMPO MALATO, HA CONTINUATO A SUONARE, COMPORRE E DIRIGERE
Ezio Bosso era una persona molto speciale. Intelligentissima, sensibile, sapeva trasmettere la
passione per la musica e per la vita. Se n’è andato a 48 anni, e lascia un grande vuoto. “La musica ci cambia la vita e ci salva. Le persone che vengono ospiti da me, entrano da personaggi e escono da persone. La bacchetta mi aiuta a mascherare il dolore e non è una cosa da poco” spiegava dopo la serata evento di Che storia è la musica, andata in onda a giugno, incentrata sulla Quinta e la Settima Sinfonia di Beethoven, vista da oltre un milione di spettatori.
La sera di Natale Bosso era tornato su Rai 3 con Cajkovskij e Mozart. Il Teatro dell’Unione di Viterbo aveva ospitato il maestro con l’Orchestra Filarmonica, da lui fondata, arricchita per l’occasione dai giovani dell’Orchestra Filarmonica di Benevento e il Coro Filarmonico Rossini di Pesaro.
“Ascoltate a tutto volume il nostro concerto, dobbiamo disturbare i vicini e riempire l’Italia di questa musica meravigliosa. La nostra forza sarà la televisione, ma non in casa, deve uscire dalle case. L’arte e la bellezza sono contagiose: così cambieremo il mondo”.
Aveva un entusiasmo contagioso. Il direttore d’orchestra, compositore e pianista torinese soffriva di una malattia neurodegenerativa da anni ma non si era mai fermato. Era diventato popolarissimo quando nel 2016 fu invitato da Carlo Conti come ospite d’onore al Festival di Sanremo.
Sul palco dell’Ariston Bosso eseguì Following a bird, composizione contenuta nell’album The 12th Room, che dopo quell’esibizione, applauditissima, finì subito in classifica. “Sul palco sono senza spartito, faccio tutto a memoria. Quando dirigo è come se avessi tutti i suoni scritto, primi e secondi violini, violoncelli, bassi, flauti, oboi, clarinetti, fagotti, corni, trombe, tromboni, percussioni, io li ho davanti, per me è un contatto visivo, dirigere con gli occhi, con i sorrisi, mando anche baci quando qualcuno ha fatto bene”.
Spiegava come fosse stato difficile essere accettato nel mondo della musica classica e dei pregiudizi “perchè guardavano la malattia: è evidente, non è che posso negarlo. Ho combattuto il pregiudizio. Fin da bambino ho lottato col fatto che un povero non può fare il direttore d’orchestra, perchè il figlio di un operaio deve fare l’operaio, così è stato detto a mio padre”.
Lo studio come riscatto, la passione che lo guida e gli fa vincere anche il dolore. “Ho avuto paura anche delle ‘mazzate’ che mi sono preso, ho preso schiaffoni perchè sono una persona normale. Il nostro entusiasmo, la nostra voglia di fare, però, alla fine, diventa un contagio. Mi auguro una pandemia di voglia di fare. Dirigere la Patetica è una delle direzioni più difficili che esistono. Credere nella musica non è unicamente un processo di allegria ma è un processo faticoso che, a volte, ti consuma. Lasciarsi guidare dalla musica è anche un gesto di umiltà , riconosci la grandezza dell’altro e diventi grande insieme a lui”.
Bosso parlava davvero a tutti, ci faceva emozionare, arrivava dritto al cuore. Tra gli eventi che lo hanno visto grande protagonista, Grazie Claudio, l’omaggio a Claudio Abbado. Fu lui a dirigere il concerto evento di Mozart14 per i cinque anni dalla scomparsa del maestro.
Bosso mise insieme cinquanta musicisti delle migliori orchestre del mondo per unirsi all’European Union Youth Orchestra e agli amici della Europa Philharmonic Orchestra fondata da lui stesso.
Nella sua vita, piena, diceva che gli mancavano ” i viaggi lunghi che facevo una volta”, ma non aveva paura. “Le paure servono. Non è utile scacciarle. Ho paura che la paura un giorno mi paralizzi. Questo sì. Ma non vale solo per me. Mi spaventa che possa accadere a chiunque”.
Era rigoroso ma anche ironico, su Twitter aveva risposto al blog satirico Spinoza che prendeva in giro la sua capigliatura ‘da coglione’. “Non mi sono offeso” spiegava. “Spinoza mi piace un casino. Potrei mai prendermi sul serio? Io sono già così, come mi vedete. Se facessi il tronfio, sai che noia. Solo la musica merita tutto l’impegno. Gli esempi veri non si vedono quasi mai. Ho messo in pubblico le mie mani e la mia faccia, così come ascolto le storie degli altri, ogni tanto provo a raccontare un pezzetto della mia. Sono un essere umano, uno solo, se vi girate a guardare ne trovate tanti”.
“Essere leggeri, prendersi in giro”, osservava Bosso “è una cosa seria. Se non ci si prende in giro, non si può essere seri. Quando non mi ricordo il nome di un musicista e faccio una figuraccia è una cosa bella. Ascoltatelo a tutto volume il nostro concerto, dobbiamo disturbare i vicini e riempire l’Italia di questa musica meravigliosa. La nostra forza sarà la tv, non dentro casa, ma fuori dalle mura. Cambieremo il mondo”.
Lui l’ha cambiato, l’ha reso davvero più bello.
(da “La Repubblica”)
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Aprile 15th, 2020 Riccardo Fucile
“SARA’ RICOSTRUITA IN 5 ANNI”
“Ricostruiremo Notre-Dame in cinque anni, l’ho promesso. Faremo di tutto per rispettare questa scadenza”. Un anno dopo l’incendio che ha devastato la cattedrale di Parigi, Emmanuel Macron ha registrato un breve video nel quale ringrazia “tutti quelli che ieri l’hanno salvata e quelli che oggi la ricostruiscono”.
Secondo Macron, il restauro di Notre-Dame è un “simbolo della resilienza”, tanto più prezioso nell’attuale crisi. Stasera, giorno del primo anniversario del rogo, la grossa campana “Emmanuel” della torre sud suonerà per commemorare l’inizio dell’incendio, ma anche in coincidenza con l’orario che i francesi dedicano agli applausi alle finestre per rendere omaggio al personale medico.
L’emergenza sanitaria e il confinamento hanno bloccato il “cantiere del secolo”. Dal 16 marzo tutto si è fermato, gli oltre duecento operai sono a casa in attesa di capire quando sarà possibile ricominciare. “Già nelle prossime settimane”, annuncia il generale Jean-Louis Georgelin, commissario straordinario per i lavori, in vista della fine del lockdown l’11 maggio. Il cantiere ha già subito pause e ritardi. Dopo 12 mesi non è ancora finita la messa in sicurezza della cattedrale, e della ricostruzione si comincerà a parlare – se tutto va bene – l’anno prossimo.
Il primo stop era arrivato a luglio quando il Prefetto aveva ordinato la sospensione per il rischio di contaminazione da piombo. La guglia ottocentesca che si è fusa nell’incendio ha rilasciato trecento tonnellate di piombo nell’area.
A metà agosto il cantiere ha riaperto con procedure di sicurezza molto più rigide. E una burocrazia che ha rallentato i bandi per affrontare il problema più grosso di questa fase: smantellare la gigantesca impalcatura montata per il restauro della guglia, da dove è partito l’incendio.
Oltre 40mila tubi che si sono fusi nelle fiamme e bisognerà rimuoverli con precauzione per non provocare ulteriori danni sulla struttura del monumento. Finalmente a dicembre è arrivata la gigantesca gru, alta 80 metri: servirà alla delicata missione che doveva cominciare proprio quando è arrivato il coronavirus.
“Notre-Dame è un po’ l’immagine di tante persone che soffrono in questo momento: ferita, e con urgente bisogno di cure” ha ricordato a Repubblica il rettore della cattedrale, Patrick Chauvet.
Insieme all’arcivescovo di Parigi, Chauvet ha partecipato a una cerimonia dentro alla cattedrale qualche giorno fa, in occasione del Venerdì Santo. La montagna di detriti nella navata centrale è stata finalmente portata via, le opere d’arte e reliquie sono al sicuro.
Ci sono ancora l’altare con il crocifisso in oro e la madonnina scoperta miracolosamente intatta dopo l’incendio. Il rettore di Notre-Dame vorrebbe sistemare una copia della Madonnina sul sagrato quando potrà finalmente essere riaperto al pubblico.
Era un altro degli obiettivi di questa primavera: aprire uno spazio davanti al monumento per permettere ai pellegrini di raccogliersi in preghiera.
I tempi del cantiere si calcolano invece in anni. Saranno cinque come dice Macron? Chauvet è realista. Crede al traguardo del 2024 solo per la ricostruzione di tetto e struttura.
“Ho 68 anni e spero di poter riprendere la vita liturgica dentro alla cattedrale prima della pensione che per fortuna nella Chiesa è a 75 anni”. Per ritrovare Notre-Dame nella sua magnificenza, con la nuova guglia, Chauvet è convinto che ci potrebbero volere anche quindici anni.
Intanto, la buona notizia è che il cantiere ha un immenso tesoretto, frutto del record di donazioni dell’anno scorso. Il calcolo finale è di 901,5 milioni di euro, di cui 188,3 milioni già stanziati. I principali donatori sono grandi gruppi francesi: Lvmh, Kering e L’Orèal.
Bisognerà aspettare anche per sapere le cause dell’incendio. L’inchiesta della polizia scientifica sull’incendio di Notre-Dame ha confermato la tesi dell’incidente. Non sono state trovate tracce di carburanti nè altri elementi che possano far pensare al gesto di un piromane. Continua l’analisi dei reperti trovati nel monumento in parte distrutto.
Decisivi saranno anche gli elementi dell’impalcatura smontata. Le due ipotesi degli investigatori continuano a essere un corto-circuito e qualche negligenza da parte delle imprese intorno alla guglia. Scavando tra le macerie, sono stati sequestrati possibili indizi, tra cui mozziconi di sigaretta alcuni operai che avevano fumato sul cantiere in corso. I filmati e le testimonianze hanno smentito che ci fossero stati nelle ore prima del rogo lavori di saldatura.
Sull’origine di un possibile corto-circuito, si guarda all’ascensore installato nell’impalcatura ma anche al sistema dentro al campanile attivato qualche minuto prima delle prime fiamme.
L’indagine ha anche evidenziato gravi disfunzioni della società incaricata del sistema anti-incendio. Il 15 aprile 2019 era presente un solo addetto nei locali di sicurezza, un funzionario nuovo in quel lavoro che non ha saputo leggere il primo messaggio di allarme, arrivato alle 18.13: solo mezz’ora dopo sono stati allertati i pompieri.
(da “La Repubblica”)
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