Novembre 26th, 2018 Riccardo Fucile
IL REGISTA AVEVA 77 ANNI ED ERA MALATO DA TEMPO… PREMIO OSCAR E MAESTRO DI UNA GENERAZIONE DI CINEASTI
È morto Bernardo Bertolucci.
Il grande regista, nato a Parma nel 1941, si è spento a Roma dopo una lunga malattia. Suoi alcuni capolavori del cinema come Ultimo tango a Parigi, Il tè nel deserto, Piccolo Buddha, Novecento e L’ultimo imperatore.
Proprio questo film gli valse l’Oscar al miglior regista e alla migliore sceneggiatura non originale. Nel 2007 gli fu conferito il Leone d’oro alla carriera alla 64/a Mostra internazionale d’arte cinematografica di Venezia e nel 2011 la Palma d’oro onoraria al 64/o festival di Cannes. L’ultimo film da lui diretto è Io e te del 2012, tratto dal romanzo di Nicolò Ammaniti.
Parma era tutto per Bernardo Bertolucci, primogenito del poeta Attilio, cresciuto al cinema da Pier Paolo Pasolini (ne fu aiutoregista tra il ’60 e il ’61) e alla poesia da suo padre che lo incoraggiò a pubblicare la prima raccolta In cerca del mistero con cui vinse nel ’62 il Premio Viareggio.
Nello stesso anno Bernardo debuttava come regista con La commare secca da un racconto di Pasolini, conquistandosi due anni più tardi, con Prima della rivoluzione, la fama incontrastata di miglior autore di una nuova generazione di cineasti in cui l’ispirazione creativa va di pari passo con l’impegno civile.
Dopo anni di sperimentazione tra il Living Theatre e Sergio Leone (per cui scrisse insieme a Dario Argento il soggetto di C’era una volta il west) acquisì statura internazionale nel 1970 con due capolavori: Strategia del ragno e Il conformista dal racconto dell’amico Alberto Moravia.
Due anni dopo scandalizzava il mondo intero con Ultimo tango a Parigi (mandato al rogo in Italia nel ’76 con sentenza definitiva). E nello stesso 1976 saldava la sua anima poetica, fortemente legata alla terra natale, e quella internazionale, figlia degli umori americani e del cinema inteso come prodigio meraviglioso, firmando il fluviale Novecento diviso in due atti.
Dopo alcune regie minori in cui, vedi La luna del ’79, dedica un atto d’amore al prediletto melodramma, si trasferisce a Londra, adottato da Hollywood a cui regala la trilogia esotica, i nove Oscar de L’ultimo imperatore, il viaggio disperato del Tè nel deserto, la pace interiore del Piccolo Buddha.
Rientrato in Italia con rinnovato desiderio di coglierne l’inquietudine con l’occhio ormai distaccato del grande viaggiatore stava preparando un Novecento Atto III destinato a concludersi alle soglie del nuovo secolo.
Cineasta sapiente, fedele ai collaboratori (dal montatore Kim Arcalli al fotografo Vittorio Storaro alla costumista Gabriella Pescucci), innamorato del bello e del lirico, Bertolucci ha piegato tutto il suo cinema al gusto del melodramma e alla fisicità della vita in cui va ricercata una pace interiore che forse coincide con la meditazione buddista.
(da “Huffingtonpost”)
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Novembre 5th, 2018 Riccardo Fucile
CON L’ALBUM SI’, IL TENORE ITALIANO CONQUISTA LA VETTA PER LA PRIMA VOLTA NELLA SUA LUNGA CARRIERA
Andrea Bocelli conquista il primo posto della classifica degli album più venduti negli USA, la Billboard200, con Sì, pubblicato da Sugar.
Il disco più acquistato nell’ambito del mercato statunitense si trova davanti a titoli come la colonna sonora di A Star is born di Lady Gaga.
È la prima volta che accade nella sua lunga carriera che ottiene un risultato così importante, per il momento l’album ha venduto 123.000 copie, segnando il miglior incasso dai tempi di My Christmas che aveva venduto 284.000 copie la settimana di Natale del 2009.
L’ultimo lavoro include collaborazioni con Josh Groban, Dua Lipa, la soprano russa Aida Garifullina, Ed Sheeran e il figlio Matteo Bocelli.
Un traguardo memorabile che si somma al primato raggiunto dall’artista qualche giorno fa con il n.1 anche nella classifica inglese.
Una doppietta storica, la prima in assoluto per un cantante italiano.
Gli Stati Uniti amano Andrea Bocelli sin dai suoi esordi con l’album Romanza, entrato nel 1997 nella Billboard200.
Un apprezzamento poi proseguito con grandi attestati di affetto e di partecipazione: dal concerto di Central Park nel 2011 con oltre 75 mila presenze, all’apertura del Nasdaq nel 2017, fino alle celebrazioni per i Presidenti Bill Clinton, George W. Bush e Barack Obama alla Casa Bianca.
Sono ben 8 album della carriera del tenore sono entrati nella top10 americana, considerata la ‘bibbia’ della musica mondiale, con due secondi posti, ottenuti con My Christmas (2009) e Passione (2013).
Era dai tempi di Domenico Modugno, che aveva conquistato nell’agosto del ’58 la vetta con il singolo Nel blu dipinto di blu, che un italiano non arrivava a questo risultato.
(da agenzie)
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Ottobre 1st, 2018 Riccardo Fucile
IL CANTAUTORE FRANCESE DI ORIGINI ARMENE SI E’ SPENTO ALL’ETA’ DI 94 ANNI… HA SCRITTO 1300 CANZONI E VENDUTO 300 MILIONI DI DISCHI
Charles Aznavour si è spento a Parigi all’età di 94 anni, città dove era nato il 22 maggio 1924.
Figlio di Micha Aznavourian, un immigrato armeno originario di Akhaltsikhe, nell’odierna Georgia, e di Knar Baghdassarian, un’immigrata armena originaria di Smirne, in Turchia, era diventato in breve un pilastro della musica francese ma non solo.
Cantautore, interprete e attore teatrale, Aznavour era anche un diplomatico particolarmente sensibile alle questioni legate al suo paese d’origine. Tanto che, lo scorso anno, a Erevan, capitale dell’Armenia, il governo armeno gli ha consegnato le chiavi del Museo Aznavour, ancora in fase di allestimento.
Nella sua incredibile carriera, durata ben 70 anni, aveva scritto oltre 1300 canzoni, cantate in otto lingue, vendendo 300 milioni di dischi nel mondo, al pari di alcuni dei suoi più importanti colleghi in ambito rock.
Per lui, lo raccontava spesso nelle interviste, il palco era più di una casa e la sua idea di morte era quella “di andare in pensione e smettere di cantare”.
(da agenzie)
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Settembre 18th, 2018 Riccardo Fucile
QUESTA CI MANCAVA: UN MINISTRO DEI BENI CULTURALI (CHE DOVREBBE TUTELARE L’ARTE) CHE RITIENE CHE L’INSEGNAMENTO DI STORIA DELL’ARTE SIA INUTILE
Il ministro dei Beni Culturali si chiama Alberto Bonisoli. Ieri era a Genova e in un incontro con storici dell’arte, rispondendo a una riflessione avanzata da un funzionario circa la inutilità dell’insegnamento della Storia dell’arte al liceo, ha dichiarato: “Anch’io la abolirei. Al liceo era una pena per me, quindi la capisco e condivido il suo disagio profondo”.
Non sappiamo se fosse sarcasmo nè se le sue parole fossero una protesta contro la marginalità della materia che, nel piano di studi, trasforma una buona intenzione in una cattiva pratica, oppure una semplice battuta per stemperare una discussione e un confronto difficile.
Mettiamo pure che quest’ultima ipotesi sia la verità .
L’avesse detta un tubista, un tronista, un dentista, un idraulico, oppure Calenda, o Renzi o lo stesso Salvini, faceva parte del plausibile, del possibile, di questo mondo che cambia così velocemente che persino i pensieri corrono senza governo, senza prudenza.
Ma se il ministro che deve tutelare l’Arte in Italia, ritiene — pur scherzando — che l’insegnamento della Storia dell’Arte sia inutile e faccia pena, immagino perchè noiosa pratica di studio, allora il sospetto che dell’Arte al ministro dell’Arte freghi nulla viene.
E spaventa pure un po’.
(da “Il Fatto Quotidiano”)
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Settembre 15th, 2018 Riccardo Fucile
PER LA PRIMA VOLTA DOPO 100 ANNI, UNA RAPPRESENTAZIONE CON IL PALCO AL CENTRO
«Non è un concerto, è una forma di festa e questo video lo dimostra bene». Claudio Baglioni è
entusiasta del “corto” che gli hanno preparato per presentare il suo “Al Centro” (andato in onda su Raiuno qualche giorno fa), un big show che debutta all’Arena di Verona questo week end e si allungherà per altre 39 date durante i prossimi mesi a venire (periodo del Festival di Sanremo escluso).
«Mi hanno fatto vedere l’anteprima di questo corto due o tre giorni fa e non ero a conoscenza delle tante presenze di attori e comedian. Hanno fatto tutto a mia insaputa».
I personaggi di cui parla Claudio sono Diego Abatantuono, Sabrina Impacciatore, Giorgio Panariello, Isabella Ferrari, Claudia Gerini, Neri Marcorè, Valeria Solarino, Vinincio Marchionni, Paola Cortellesi, Edoardo Leo, Vittoria Puccini, Michelle Hunziker, Rocco Papaleo, Ambra Angiolini, Luca Argentero, Marco Giallini, Alessandro Preziosi, Simona Cavallari, Ficarra e Picone, Pier Francesco Favino e Milena Mancini.
«Ho scritto un brano strumentale con accenno di coro perchè dopo 50 anni di lavoro, vita, musica mi è sembrato come se avessi formato un grandissimo coro di tante voci. Loro, voi, siete stati il mio compagno di viaggio e le tante persone che mi hanno permesso di farlo sono coloro che mi fermano e dicono: “sono cresciuto con le tue canzoni” e anche se io rispondo i sempre: poteva andarti meglio ma anche peggio, di fatto devo la mia vita al pubblico. Sono nato in periferia e ho pensato che questo non potesse essere un concerto qualsiasi e per la prima volta vede una festa di questo tipo».
Sono più di 100 anni che l’Arena non vedeva rappresentazioni con il palco al centro. «L’Arena era stata fatta passare da anfiteatro a teatro. Noi siamo in grado di far vivere e occupare questo monumento per intero».
Per la prima volta nella vita artistica di Baglioni ci sarà una scaletta cronologica e le canzoni sono cantate seguendo la linea di incisione e cioè da quando sono state scritte e pubblicate. «La difficoltà è stata quella di mettere insieme questa playlist perchè ho scritto 400 canzoni e qui ne porto “solo” 35. Certo c’è qualche dolorosa assenza ma ce ne faremo una ragione e poi dopo tre ore di concerto anche il cantante puzza e deve smettere».
L’altra grande novità è che per questo tour c’è anche un ritorno alle origini è il «total show». Una delle tante sorprese dello spettacolo è la scenografia di questo palco centrale che vede la visione a 360°.
«Questa volta ho chiamato a disegnare il mio spettacolo il più bravo: Giuliano Peparini. La prima volta che feci uno spettacolo con il palco centrale fu nel 1991 allo stadio Flaminio e nel 1998 all’Olimpico. Allora era presente anche Giuliano che iniziava la sua carriera. Un segno? Chi lo sa ma lui si è preso la briga della regia teatrale illustrando i brani con dei quadri».
Giuliano Peparini, chiamato in causa è felice di tirare fuori i suoi ricordi: «ero al concerto di Roma vent’anni fa e nella mia testa c’è sempre stata la voglia di lavorare con Claudio. Sono cresciuto con lui e mi sono portato appresso le sue canzoni anche quando ho lavorato all’estero. Quello che vedete è uno spettacolo con più di 150 artisti in scena e ballerini che arrivano anche dalle scuole di Verona e Padova».
Non è mancata la dichiarazione di Ferdinando Salzano promoter e manager di Claudio Baglioni con il quale da almeno un anno e mezzo sta lavorando a questo show.
«È un evento unico da tutti i punti di vista e, fatemelo dire, l’Arena di Verona per la prima volta e sulle gradinate sarà tutta numerata, in pratica abbiamo mappato l’Arena. Sui numeri siamo a 450 mq di palco ed è tutto qui, da vedere. 21 musicisti con capacità polistrumentistiche invidiabili con due quartetti di fiati e archi garantiscono una qualità unica».
Nel finale di chiacchierata alcune notizie sparse: «il finalone di questo tour a Verona? Perchè no? Anzi faremo di tutto per chiudere il cerchio nella città da dove partiamo» Qualcuno chiede se tra tour e Festival di Sanremo ci sarà spazio anche per un nuovo album: «ho un album in lavorazione che ho sospeso per quello che devo fare; sto lavorando con Celso Valli siamo a buon punto ma nel momento in cui ho deciso per Sanremo ho frenato la pubblicazione. Dal vivo comunque non farò nessuna delle canzoni nuove. Tutto sarà uguale a quello che ho fatto a Verona ma nei posti più piccoli ci saranno forse meno ragazzi su palchi più piccoli. Per il resto: divertiamoci».
(da “La Repubblica“)
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Maggio 19th, 2018 Riccardo Fucile
“MI IMBUCAVO SUI SET PER MANGIARE IL CESTINO, DOGMAN E’ UNIVERSO D’AMORE”
“Sognavo in silenzio l’arte da un cantina occupata e mi imbucavo sui set per mangiare il cestino. Ero un
intruso”.
Marcello Fonte è il protagonista di Dogman, il fim di Matteo Garrone in concorso a Cannes, si racconta in questa video intervista esclusiva ad HuffPost.
E dice: “Oggi mi piace vivere nei film perchè la vita reale mi ha stancato, è troppo difficile. Garrone? È un artigiano, il primo spettatore. Abbiamo fatto un film che è un universo d’amore”.
Alla fine l’asino l’ha spiccato il volo, con un raglio liberatorio, con voce panciuta e un filo schizofrenica. Voce e sguardo puntati a un tanto così dalla telecamera, di striscio per non farsi rubare l’anima, almeno non tutta quanta.
La storia di Marcello Fonte, alias Asino, dal film che ha scritto sulla sua storia, ha un che di favola, di neorealismo ancora vivo, ci trovi dentro Umberto D. e Miracolo a Milano, Mamma Roma e Brutti sporchi e cattivi, ci trovi dentro Verga, Victor Hugo.
Oggi Marcello al telefono parlava di un vestito, uno smoking, non sapeva nemmeno pronunciarlo bene, smochi diceva, e com’era leggero mentre lo diceva. Lo smochi per Cannes, il tappeto rosso, il cinema quello grande, con le luci grandi, con gli schermi grandi.
A raccontare la storia di Marcello Fonte si rischia di sconfinare nella banalità ad ogni riga, ad ogni parola, immaginate che io adesso scriva: – Marcello sta per andare a Cannes, protagonista dell’ultimo film di uno dei pochi geni ancora vivi in Italia, Matteo Garrone, ma è rimasto quel bambino che giocava nella discarica in cui è cresciuto…-
Ma nel mentre l’ho scritto e nessuno se ne è accorto. Cresce davvero in una discarica in fondo alla Calabria, nel fondo della punta di uno stivale mai omogeneo, una infanzia che è già un film. Il bambino piccolo di statura e sempre sporco dello sporco di cui gli altri si liberano in discarica. La solitudine è primaria, i giocattoli veri pochi, pochissimi e allora Marcello comincia ad inventare il suo mondo, lo costruisce mettendo insieme pezzi di vite d’altri e immaginazione sua, parla con Dio che però confonde spesso con il suo Io, un dio senza D, la D di Umberto probabilmente.
Quando racconta di quel bambino è bellissimo notare che lo fa in terza persona, con gli occhi leggermente lucidi, come se stesse raccontando un personaggio. Alterna i racconti Marcello, poichè la narrazione vuole alternanza, cambio di registro. Quindi appena la tragedia comincia a diventare mono tono, racconta di quando è stato investito da una 112, non si ricorda bene il colore ma pare fosse arancione, per un pezzo di pizza con le olive, mentre attraversava la strada. Ed è questa la seconda volta che Asino vola, sbalzato da quella macchina. Poi il coma, tre giorni, e poi resuscita, ma appena sveglio la prima cosa che dice è: voglio morire!
In una nota a piè di racconto aggiunge che l’investitore, preso dal panico e dal rimorso, propose alla madre come risarcimento la 112 arancione.
Il bambino nonostante tutto cresce, non troppo ma cresce, vuole fare il meccanico, costruire, ha sviluppato tecnica e capacità , sa riconoscere uno scarto da un rifiuto, ciò che può avere una nuova vita da ciò che andrebbe sepolto per sempre, come i ricordi che fanno male al cuore e alla testa. Cresce col tamburo che suona nella banda al posto del flicorno che i genitori non sono riusciti a comprare, pure il tamburo se lo deve aggiustare da solo.
A Roma il fratello fa lo scenografo, lo raggiunge per uno spettacolo, serve un musicista di strada per tre giorni, quei tre giorni durano ancora oggi, vent’anni dopo.
Ma serve una sistemazione, e Marcello trova una cantina di 14 metri quadrati, senza alcun servizio, nè acqua nè luce. Senza bagno. Impara ad usare i giornali e le bottiglie di plastica, ma quelle da tè che hanno il boccaglio più largo.
Serve un lavoro, prima aiuto scenografo, attrezzista. Abituato a gestire i materiali, riesce bene, impara il mestiere, scopre l’avvitatore. Un oggetto del diavolo o di Dio non sa ancora decidere. Una vite può essere avvitata in due secondi e senza fatica, la cosa migliore che l’uomo abbia inventato, l’avvitatore, ce ne dovrebbe essere uno in ogni famiglia sostiene.
Mentre inchioda cantinelle sui set, una strana forza lo attira verso l’altro lato dell’occhio magico, sotto le luci calde e accecanti, si imbuca fra le comparse vere e riesce a farsi vestire per il film, così che il capo comparsa fa prima ad inserirlo che a cacciarlo. Fulminato sulla via di Cinecittà , la nuova vita di Marcello prende il volo, Asino vola per la terza volta.
I cestini del cinema gli consentono di vivere, le esperienze si accumulano, sempre piccole cose, ma sempre presente. Lavora per tre mesi in Gang of New York, convinto che il regista fosse Scozzese della Scozia e non Scorsese delle Americhe. Resosi conto dei suoi limiti, comincia a studiare, ha sempre preso tutto sul serio Marcello, specialmente il cinema.
Matteo Garrone ha colto nel segno di nuovo, non sbaglia un colpo, Dogman si preannuncia come l’ennesimo capolavoro di un artigianato d’arte vera, con un regista di un altro mondo e un attore di altri tempi.
Adesso Asino sta per volare di nuovo, verso Cannes. Quando chiude la telefonata con la tizia dello smochi, sembra un po’ dispiaciuto, ha realizzato che non potrà vestirsi con il giubbotto leopardato che aveva addosso quando ci siamo conosciuti. Secondo lui non avrebbe sfigurato sul Red Carpet.
(da “Huffingtonpost”)
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Maggio 19th, 2018 Riccardo Fucile
GRANDE RICONOSCIMENTO PER IL CINEMA ITALIANO: PREMIO PER LA MIGLIORE SCENEGGIATURA AD ALICE ROHRWACHER
Festa per l’Italia al 71° Festival di Cannes.
Il premio per il miglior attore va a Marcello Fonte per Dogman di Matteo Garrone. Fonte è stato premiato da Roberto Benigni.
“Da piccolo – ha detto – quando ero a casa mia e pioveva sulle lamiere chiudevo gli occhi e mi sembrava di sentire gli applausi adesso è vero ed è come essere in famiglia”.
“Il cinema è la mia famiglia – ha aggiunto l’attore emozionatissimo -, ogni granello della sabbia di Cannes è una meraviglia. Grazie a Metteo che si è fidato e che ha avuto il coraggio…”.
Il cinema italiano può esultare anche per il premio per la migliore sceneggiatura che va ad Alice Roharwacher per Lazzaro felice ex aequo con Jafar Panahi per Three Faces.
La Palma d’oro se l’aggiudica il film Un affare di famiglia del giapponese Hirozaku Koreeda. Il premio per la migliore attrice lo vince Samal Yeslyamova per AIKA (My Little one) di Sergei Dvortesevoy. Il miglior regista è il polacco Pavel Pawlikowski per il film Zimna Wojna (Cold war).
Una Palma d’oro speciale è stata assegnata anche a Le Livre d’image del maestro della nouvelle vague Jean Luc Godard. Il premio della Giuria va al film Capharnaum di Nadine Labaki. Il Grand Prix lo vince Spike Lee per Blackkklansman.
(da agenzie)
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Maggio 7th, 2018 Riccardo Fucile
AVEVA 86 ANNI, “L’ALBERO DEGLI ZOCCOLI” IL SUO CAPOLAVORO
È morto, all’età di 86 anni, il regista Ermanno Olmi. Era ricoverato da alcuni giorni all’ospedale di Asiago. Il grande regista bergamasco, autore di film bellissimi e amatissimi, se n’è andato avendo accanto la moglie e i figli
I funerali, come desiderava e in linea con una vita piena di affetti e amicizie ma riservata, si svolgeranno in forma strettamente privata.
Se dovessimo sintetizzare in un solo aggettivo il grande cinema di Ermanno Olmi sceglieremmo ‘imprevedibile’.
All’inizio della sua fama (erano gli anni Sessanta), per film come Il tempo si è fermato, Il posto, I fidanzati gli fu applicata l’etichetta di cantore della gente comune, delle piccole cose: definizione non immotivata e anche apprezzabile, in un panorama cinematografico omogeneo e poco permeabile, dopo la fine del neorealismo, alla rappresentazione del quotidiano
Nei decenni successivi, però, la tavolozza di Olmi si è ampliata fino a includere i toni e i generi più differenti: dal racconto storico all’allegoria, a varie declinazioni della fiaba.
In origine il regista bergamasco, classe 1931, fece le sue esperienze nel documentario, curando il servizio cinematografico della Edisonvolta per la quale realizzò decine di titoli: tra i più noti La diga sul ghiacciaio, Tre fili fino a Milano, Un metro è lungo cinque. Si tratta sì di testimonianze dell’attività della società elettrica, come negli auspici dell’azienda committente, però già piene di attenzione per gli sforzi e l’operosità della gente che vi lavora.
Degli anni Cinquanta sono anche alcuni ‘corti’ a soggetto, come Manon finestra 2 e Grigio (col testo di Pier Paolo Pasolini).
Il 1959 è l’anno del primo lungometraggio, Il tempo si è fermato, destinato in origine a essere un documentario e che viene presentato alla Mostra di Venezia.
Ancora a Venezia, due anni dopo, Olmi porta Il posto, delicata storia di due giovani al primo impiego in un’azienda milanese ai tempi del cosiddetto boom economico. Segue I fidanzati, ambientato nel milieu operario ma dove si affacciano già preoccupazioni per la crisi dei sentimenti.
Con E venne un uomo (1965), biografia di papa Giovanni XIII, il regista dà spazio al proprio sentire religioso, però in forma sempre terrena ed eminentemente umana. Dopo alcuni film variamente risolti, già più tinti di metafora (Un certo giorno, Durante l’estate, La circostanza), realizza quello che resta con ogni probabilità il suo capolavoro: L’albero degli zoccoli, fiaba contadina che a Cannes vince una Palma d’Oro di straordinario significato per un film parlato in dialetto bergamasco, recitato da attori non professionisti, tutto affidato all’espressività di gesti atavici.
Circondato da una fama internazionale, Olmi si trasferisce ad Asiago, in provincia di Vicenza, e nel 1982, a Bassano del Grappa, dà vita a Ipotesi Cinema, ‘bottega del cinema’ che collaborerà con la Rai di Paolo Valmarana e sfornerà nuovi registi.
Colpito da una malattia invalidante, e da conseguente depressione, il regista resta lontano dal set per un lungo periodo.
Vi torna nella seconda metà degli anni Ottanta con la parabola Lunga vita alla signora! (Leone d’Argento) e con La leggenda del Santo bevitore, Leone d’Oro a Venezia, tratto dal romanzo di Joseph Roth che il critico e amico Tullio Kezich (poi suo co-sceneggiatore nel film) gli ha fatto conoscere.
Per questo film Olmi si avvale di attori professionisti come Rutger Hauer e Anthony Quayle; replicherà l’esperienza cinque anni dopo, dirigendo Paolo Villaggio nel Segreto del bosco vecchio, dal romanzo di Dino Buzzati.
Dal 2000 in avanti la filmografia olmiana inanella titoli di assoluta originalità . Intanto l’eccezionale Il mestiere delle armi, opera di respiro rosselliniano sugli ultimi giorni della vita di Giovanni dalle Bande Nere; poi Cantando dietro i paraventi, fiaba pacifista in costume interpretata da Bud Spencer assieme a un cast di attori orientali. Del 2007 è la parabola cristologica Centochiodi, che Olmi dichiara essere il suo ultimo film narrativo prima di dedicarsi esclusivamente al documentario. In realtà dirigerà ancora storie di fiction, col Villaggio di cartone e col dolente, bellissimo Torneranno i prati (2014), ambientato nelle trincee dell’altopiano di Asiago durante la prima guerra mondiale.
Titolare di Leone d’Oro alla carriera e di una quantità di altri premi italiani e internazionali, Olmi è anche l’autore di alcuni libri: il più noto è Ragazzo della Bovisa, ma il titolo più bello resta L’Apocalisse è un lieto fine. Storia della mia vita e del nostro futuro (Rizzoli).
(da “La Repubblica”)
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Maggio 6th, 2018 Riccardo Fucile
AVEVA 89 ANNI, LAVORO’ CON PETRI, ZEFFIRELLI E BLASETTI… GRANDE DOPPIATORE, FU LA VOCE DI HUMPHREY BOGART
È morto a Roma Paolo Ferrari, grande attore di teatro, per anni in ditta con Valeria Valeri, ma anche del grande schermo. Ha lavorato con registi come Blasetti, Zeffirelli e Petri. È stato anche un famoso doppiatore. E un’icona della tv.
Nato a Bruxelles il 26 febbraio 1929, è morto a 89 anni. Con lui finisce un’era, quella di una bella Italia che non esiste più.
Una vita vissuta giocando a recitare, attore di un Paese a cavallo tra due guerre, vissuta tra povertà e rinascita in quel bel Paese che Paolo Ferrari ha rappresentato partendo dai microfoni della radio, arrivando alla tv in bianco e nero, prove tecniche di trasmissione, oltre il colore.
Fino a oggi, tra le mani telecomandi e telefonini, computer. Davanti, schermi giganteschi, molto rumore.
La sua carriera comincia da bambino, a 9 anni. Alla radio Eiar con un programma in cui interpretava il balilla Paolo. Aveva debuttato nel film Ettore Fieramosca, regia di Alessandro Blasetti, col nome di ‘Tao’ Ferrari. Un bambino prodigio in calzoni corti di feltro dei primi anni Quaranta, un ragzzino fortunato, piccolo in mezzo a grandi attori dai quali imparava tutto.
Poi un fine primo tempo di guerra e subito dopo, di nuovo, il ritorno a quello che voleva e sapeva fare, l’attore. Radio, televisione.
Con lui, gli indimenticabili.
Nel varietà radiofonico Rosso e nero n° 2, recita con Nino Manfredi e Gianni Bonagura. Impara tutto, adora quello che fa con tutto se stesso. Quasi 40 film. Con Steno, Corbucci, Zeffirelli, Malasomma, Festa Campanile, Veronesi, Petri, Canevari. Dalla fine degli anni Quaranta è la voce di David Niven in Scala al paradiso (1948), Franco Citti in Accattone di Pier Paolo Pasolini e quella di Jean-Louis Trintignant nel Sorpasso di Dino Risi. Negli anni Settanta ridoppia Humphrey Bogart in Il mistero del falco, Il grande sonno, Agguato ai tropici.
Ma è anche il Bond di Roger Moore in Gold, è Tomà¡s Milià¡n in Dove vai tutta nuda?, Richard Burton in La quinta offensiva, Dean Martin in 10.000 camere da letto, o Clive Francis in Arancia meccanica.
Nel 2008 Paolo Ferrari è tornato ad essere testimonial pubblicitario e protagonista dello spot televisivo Dash, insieme all’attore Fabio De Luigi come “suo angelo custode
Girano intorno al suo mondo Vittorio Gassman, Marina Bonfigli, che sposa, la Rai è la televisione più bella del mondo. Paolo Ferrari poteva raccontarne ogni angolo, ogni luce, nel 1960 presenta anche il Festival della canzone italiana di Sanremo, insieme a Enza Sampò.
Negli anni Sessanta diventa popolarissimo. È la pubblicità televisiva del Dash a fare entrare il suo naso, i capelli brizzolati, le mani, nelle case degli italiani.
Una serie di spot che restano nella storia, un ottimismo nuovo, sorrisi che ricordano un mondo Oltreoceano aperti a ogni possibilità . Il bianco più bianco, quando il detersivo era in polvere e nei fustini. “No, non scambio il bianco di Dash! Si riprenda i due fustini signor Ferrari!”, diceva una signora in una delle pubblicità .
La televisione non lo abbandona mai. Dal 1969 al 1971 partecipa alla serie dedicata a Nero Wolfe, nel ruolo di Archie Goodwin al fianco di Tino Buazzelli. Poi Accadde a Lisbona, al fianco di Paolo Stoppa.
Negli anni Ferrari è stato uno dei protagonisti della serie tv Orgoglio, in cui appare in tutte e tre le stagioni come il marchese Giuseppe Obrofari, uno dei personaggi principali e capostipite della famiglia protagonista.
Nella soap opera Rai Incantesimo (9 e 10) ha il ruolo di Luciano Mauri. È il “pensionato” del serial televisivo di Rai 2 Disokkupati del 1997. E nel 2006 vince il Premio Gassman alla carriera.
Dopo il primo matrimonio con Marina Bonfigli con la quale ha avuto due figli, Fabio (il maggiore, anche lui attore, famoso protagonista dei Ragazzi della III C) e Daniele, ha poi sposato Laura Tavanti, madre del suo terzo figlio, Stefano.
Entrambe sono state sue compagne anche sulla scena. Ferrari era ricoverato nell’ospedale di Monterotondo, malato da tempo.
Lo assisteva la moglie insieme ai figli.
Da poco aveva detto in un’intervista: “Alla meditazione io dedico ogni giorno qualche ora. Lasciar passare i pensieri, lasciarli andare senza trattenerli”.
(da “La Repubblica”)
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