Destra di Popolo.net

“ERO UN INTRUSO, OGGI SONO DOGMAN”: INTERVISTA A MARCELLO FONTE, PROTAGONISTA DEL “CANARO” DI GARRONE IN CONCORSO A CANNES

Aprile 28th, 2018 Riccardo Fucile

“SOGNAVO IN SILENZIO L’ARTE DA UNA CANTINA OCCUPATA, MI IMBUCAVO SUI SET PER MANGIARE IL CESTINO”… “QUESTO FILM E’ UN UNIVERSO D’AMORE”

“Sognavo in silenzio l’arte da un cantina occupata e mi imbucavo sui set per mangiare il cestino. Ero un intruso”.
Marcello Fonte è il protagonista di Dogman, il fim di Matteo Garrone in concorso a Cannes, si racconta in questa video intervista esclusiva ad HuffPost.
E dice: “Oggi mi piace vivere nei film perchè la vita reale mi ha stancato, è troppo difficile. Garrone? È un artigiano, il primo spettatore. Abbiamo fatto un film che è un universo d’amore”.
Alla fine l’asino l’ha spiccato il volo, con un raglio liberatorio, con voce panciuta e un filo schizofrenica. Voce e sguardo puntati a un tanto così dalla telecamera, di striscio per non farsi rubare l’anima, almeno non tutta quanta.
La storia di Marcello Fonte, alias Asino, dal film che ha scritto sulla sua storia, ha un che di favola, di neorealismo ancora vivo, ci trovi dentro Umberto D. e Miracolo a Milano, Mamma Roma e Brutti sporchi e cattivi, ci trovi dentro Verga, Victor Hugo.
Oggi Marcello al telefono parlava di un vestito, uno smoking, non sapeva nemmeno pronunciarlo bene, smochi diceva, e com’era leggero mentre lo diceva. Lo smochi per Cannes, il tappeto rosso, il cinema quello grande, con le luci grandi, con gli schermi grandi.
A raccontare la storia di Marcello Fonte si rischia di sconfinare nella banalità  ad ogni riga, ad ogni parola, immaginate che io adesso scriva: – Marcello sta per andare a Cannes, protagonista dell’ultimo film di uno dei pochi geni ancora vivi in Italia, Matteo Garrone, ma è rimasto quel bambino che giocava nella discarica in cui è cresciuto…-
Ma nel mentre l’ho scritto e nessuno se ne è accorto. Cresce davvero in una discarica in fondo alla Calabria, nel fondo della punta di uno stivale mai omogeneo, una infanzia che è già  un film. Il bambino piccolo di statura e sempre sporco dello sporco di cui gli altri si liberano in discarica.
La solitudine è primaria, i giocattoli veri pochi, pochissimi e allora Marcello comincia ad inventare il suo mondo, lo costruisce mettendo insieme pezzi di vite d’altri e immaginazione sua, parla con Dio che però confonde spesso con il suo Io, un dio senza D, la D di Umberto probabilmente.
Quando racconta di quel bambino è bellissimo notare che lo fa in terza persona, con gli occhi leggermente lucidi, come se stesse raccontando un personaggio. Alterna i racconti Marcello, poichè la narrazione vuole alternanza, cambio di registro.
Quindi appena la tragedia comincia a diventare mono tono, racconta di quando è stato investito da una 112, non si ricorda bene il colore ma pare fosse arancione, per un pezzo di pizza con le olive, mentre attraversava la strada.
Ed è questa la seconda volta che Asino vola, sbalzato da quella macchina. Poi il coma, tre giorni, e poi resuscita, ma appena sveglio la prima cosa che dice è: voglio morire!
In una nota a piè di racconto aggiunge che l’investitore, preso dal panico e dal rimorso, propose alla madre come risarcimento la 112 arancione.
Il bambino nonostante tutto cresce, non troppo ma cresce, vuole fare il meccanico, costruire, ha sviluppato tecnica e capacità , sa riconoscere uno scarto da un rifiuto, ciò che può avere una nuova vita da ciò che andrebbe sepolto per sempre, come i ricordi che fanno male al cuore e alla testa.
Cresce col tamburo che suona nella banda al posto del flicorno che i genitori non sono riusciti a comprare, pure il tamburo se lo deve aggiustare da solo.
A Roma il fratello fa lo scenografo, lo raggiunge per uno spettacolo, serve un musicista di strada per tre giorni, quei tre giorni durano ancora oggi, vent’anni dopo.
Ma serve una sistemazione, e Marcello trova una cantina di 14 metri quadrati, senza alcun servizio, nè acqua nè luce. Senza bagno. Impara ad usare i giornali e le bottiglie di plastica, ma quelle da tè che hanno il boccaglio più largo.
Serve un lavoro, prima aiuto scenografo, attrezzista. Abituato a gestire i materiali, riesce bene, impara il mestiere, scopre l’avvitatore. Un oggetto del diavolo o di Dio non sa ancora decidere. Una vite può essere avvitata in due secondi e senza fatica, la cosa migliore che l’uomo abbia inventato, l’avvitatore, ce ne dovrebbe essere uno in ogni famiglia sostiene.
Mentre inchioda cantinelle sui set, una strana forza lo attira verso l’altro lato dell’occhio magico, sotto le luci calde e accecanti, si imbuca fra le comparse vere e riesce a farsi vestire per il film, così che il capo comparsa fa prima ad inserirlo che a cacciarlo. Fulminato sulla via di Cinecittà , la nuova vita di Marcello prende il volo, Asino vola per la terza volta.
I cestini del cinema gli consentono di vivere, le esperienze si accumulano, sempre piccole cose, ma sempre presente. Lavora per tre mesi in Gang of New York, convinto che il regista fosse Scozzese della Scozia e non Scorsese delle Americhe. Resosi conto dei suoi limiti, comincia a studiare, ha sempre preso tutto sul serio Marcello, specialmente il cinema.
Matteo Garrone ha colto nel segno di nuovo, non sbaglia un colpo, Dogman si preannuncia come l’ennesimo capolavoro di un artigianato d’arte vera, con un regista di un altro mondo e un attore di altri tempi.
Adesso Asino sta per volare di nuovo, verso Cannes. Quando chiude la telefonata con la tizia dello smochi, sembra un po’ dispiaciuto, ha realizzato che non potrà  vestirsi con il giubbotto leopardato che aveva addosso quando ci siamo conosciuti. Secondo lui non avrebbe sfigurato sul Red Carpet.

(da “Huffingtonpost”)

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PATTY PRAVO, 70 ANNI DI UNA RAGAZZA RIBELLE FUORI DAL CORO

Aprile 9th, 2018 Riccardo Fucile

NON HA MAI SMESSO DI CAMBIARE RIMANENDO SE STESSA

Bugie, nient’altro che bugie. I compleanni non esistono, o almeno non per le divine. Troppo volgare il solo pensarlo. I 70 anni sono una mera convenzione numerica.
Sì, è vero, a un certo punto del tempo Nicoletta Strambelli è effettivamente nata a Venezia, e del resto questa appartenenza l’ha rivendicata in vari modi, anche per la sua indomabile vocazione all’indipendenza, manifestata fin da piccola, fin da adolescente, fin da quando fu notata al Piper Club di Roma e “inventata” come la ragazza beat per eccellenza
Le fu perfino suggerito un nome, Pravo, tanto per non essere banalmente Bravo, e per evocare in assonanza i ribelli olandesi dell’epoca, chiamati Provos. In fin dei conti la radice è quella, provo, provocazione, e lei sebbene all’inizio fosse effettivamente manovrata, in parte decisa da altri, era già  lei: quel nome, Patty Pravo, se l’è stampato addosso, pronta a dare battaglia, pronta a non far decidere a nessun altro, realmente, quello che doveva essere. Anche il titolo “ragazza beat”, per quanto grazioso, moderno, era riduttivo
La piccola grande rivoluzione che Patty Pravo portò nel mondo della canzone consisteva in uno slittamento totale.
Era semplicemente una donna che cantando rimaneva donna per intero, con la sua testa, col suo corpo, con la sua personalità , con la sua voglia di libertà .
Nella voce c’era tutto questo, c’era eros ed eleganza, autonomia e bellezza. Semplice ma fondamentale, e questa crescita riuscì a scandirla con una serie di successi imperdibili: Se perdo te, Ragazzo triste, Il paradiso (firmata Mogol-Battisti). Qui è là , Tripoli 69 (scritta da un ancora sconosciuto Paolo Conte).
Il suo 68 l’ha identificato in un pezzo celeberrimo, La bambola. Leggenda vuole che all’inizio non fosse propriamente felice per quel pezzo che sembava sminuirne la carica trasgressiva e provocante. In fondo evocava vecchi stereotipi e soprattutto una figura di donna sottomessa, una bambola appunto.
Ma è proprio in una canzone come questa che si capiscono il senso e la forza della sua personalità . La canzone, al di là  del fatto di essere stata un successo clamoroso, ancora oggi una sorta di marchio di fabbrica, cantata da lei diventava esattamente il contrario di quello che sembrava. Altro che donna sottomessa.
“Tu mi   fai girar come fossi una bambola, poi mi butti giù come fosse una bambola”, le parole quello dicevano, senza alcun dubbio, eppure quello che traspariva era tutt’altro, casomai la sottile perversione di una donna perfettamente consapevole, che sta giocando e infatti poi dice “no ragazzo no”, un ragazzo appunto, e lei fissa lì la sua immagine, dall’alto della sua femminilità  e ammonisce il “ragazzo” che poco o nulla ha capito del suo raffinato gioco di ruolo: “tu non mi metterai tra le dieci bambole che non ti piacciono più”. A dire il vero non restava che compatire il povero ragazzo.
A quel tempo Patty imparò a decidere, a scegliere, voleva cantare Leo Ferrè, Jacques Brel e Vinicius De Moraes, e ci riuscì, gettando scompiglio nel suo entourage, nei discografici che avrebbero continuato quel gioco di hit all’infinito.
Per riuscirci cambiò casa discografica e da allora non ha mai smesso di farlo. Così come non ha mai smesso di cambiare, pur rimanendo infallibilmente se stessa, attratta di tanto in tanto da avventure spericolate e apparentemente insensate, che l’hanno portata verso rotte oblique, trasversali, e anche in qualche caso a scomparire dall’orizzonte del successo.
Successe tra la fine degli anni Settanta e i primi anni Ottanta: buio, assenza, dimenticanze, stranezze, servizi fotografici osè, un periodo oscuro da cui emerse ricomparendo, algida e astratta, bellissima, vestiva da Versace, scendendo dalla scala allestita sul palco di Sanremo del 1984 cantanto Per una bambola. A proposito di bambole.
Quella volta, come tante altre volte era stata stanata da quelle canzoni di successo che sono andate a cercarla per attrazione magnetica, ed è così che sono venute fuori Pazza idea, Pensiero stupendo, E dimmi che non vuoi morire, spesso perchè artisti di valore scrivevano pensando proprio a lei, alla sua voce profonda e calda, alla sublime ambiguità  del timbro, alla forza imperiosa della personalità .
In fin dei conti pensando a lei per quello che è, ovvero soprattutto e definitivamente un’icona pop. E a un’icona pop non è giusto ricordare quanti anni compie. Nè tantomeno che, se proprio dovessimo attaccarci alle convenzioni, questo presunto compleanno cadrebbe proprio il nove aprile. Sciocchezze, bugie.
Le divine non compiono gli anni, sono fuori dal tempo.

(da “La Repubblica”)

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SALVINI E DI MAIO, DUE SFACCENDATI LINGUA IN BOCCA PER LE STRADE DI ROMA

Marzo 23rd, 2018 Riccardo Fucile

IL MURALES PROVOCAZIONE DELL’ARTISTA INTERNAZIONALE TVBOY.. IN UN ALTRO GIORGIA MELONI CON IL BRACCIO UN PICCOLO PROFUGO

Matteo Salvini stringe tra le mani il volto sorridente di Luigi Di Maio. Lui, in punta di piedi, cede all’abbraccio e lo bacia.
Sullo sfondo un cuore rosso suggella l’intesa tra i due vincitori di queste ultime elezioni: da una parte il segretario leghista — cravatta verde e bandiera anti-Europa sul petto — dall’altra il leader del Movimento, con le cinque stelle cucite sul braccio.
L’opera si chiama “Amor populi” ed è comparsa nella notte sui muri della capitale, assieme ad altri due murales dedicati a Giorgia Meloni e a Francesco Totti.
A firmarli Tvboy, al secolo Salvatore Benintende, 37enne street artist di fama internazionale ed esponente dell’arte NeoPop.
L’artista — che vive a Barcellona ed è noto in tutto il mondo per una serie di opere provocatorie come il bacio tra il Papa e Trump e i murales contro l’inquinamento firmati con Greenpeace — è tornato a incollare i suoi disegni sui muri in tre punti non casuali di Roma.
Salvini e Di Maio flirtano in un angolo di piazza Capranica, proprio a metà  strada tra Montecitorio e palazzo Madama, dove oggi inizieranno le votazioni per eleggere i successori di Laura Boldrini e Pietro Grasso.
Tvboy anche questa volta ha voluto essere ironico e dissacrante, prendendo di mira i politici del momento e i miti contemporanei. “Mi sono immaginato Salvini e Di Maio mentre si incrociano per le strade di Roma”, spiega Tvboy ad HuffPost.
L’ultimo disegno è per Giorgia Meloni che, in via dei Pianellari, a pochi passi dal Tevere, veste i panni della volontaria umanitaria.
La fiamma tricolore sul petto e vicino la borsa di Save the Children. In braccio un piccolo profugo che appoggia dolcemente la testa sulla spalla di una Meloni sorridente e compiaciuta.
Così si conclude l’ultimo blitz di Tvboy, che continua la serie dei “baci impossibili” come quelli tra Berlusconi e Renzi a Milano e tra Messi e Ronaldo a Barcellona. “Impossibili? Non così tanto. Gli opposti si attraggono”, spiega l’artista ad HuffPost.
E poi “l’arte può immaginare situazioni irreali”. Come Giorgia Meloni che abbandona i suoi slogan e le sue ideologie per dedicarsi ai profughi. “Ve la immaginereste?”.
Opere surreali e al limite dell’assurdo, con una buona dose d’ironia. Perchè la provocazione, dice l’artista, “è un modo per suscitare una riflessione su alcuni temi”. Senza dare però una risposta. “L’arte non ha questo compito”, tiene a precisare TvBoy. “L’interpretazione è solo nell’occhio di chi guarda”.

(da agenzie)

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PARADOSSO ITALIA: REGINA DEI PATRIMONI UNESCO, MA I LAVORATORI DELLA CULTURA SONO SOLO IL 3,4%

Febbraio 21st, 2018 Riccardo Fucile

SIAMO AL 19ESIMO POSTO TRA I 28 PAESI UE

Se esistesse una classifica della bellezza, l’Italia sarebbe probabilmente in vetta. Il giudizio non è soggettivo, ma è giustificato dal numero di siti Unesco presenti nel nostro paese: ben 53 patrimoni dell’umanità  tutelati, dalle Alpi alla Sicilia.
Non c’è nessun Paese al mondo che può vantare una collezione di meraviglie simile.
Al secondo posto, per intenderci, si trova la Cina, 32 volte più grande dell’Italia e 22 volte più popolata, con 52 siti.
Il risultato del Belpaese, il termine casca a pennello, è quindi straordinario e giustificato da una biodiversità  diffusa e da una storia millenaria nel cuore del Mediterraneo, da sempre luogo di incontri (e scontri) tra civiltà .
PATRIMONIO NON SFRUTTATO
A cozzare con questa statistica positiva sono però i dati tutt’altro che lusinghieri che riguardano la percentuale degli occupati nel settore della cultura. Secondo le analisi di Eurostat, l’ufficio statistico dell’Unione europea, l’Italia guadagna solo un misero 19esimo posto (su 28, Regno Unito incluso) per la percentuale di persone impegnate in settori legati alla cultura.
I lavoratori del comparto rappresentano solo il 3,4% del totale e tra il 2011 e il 2016 (il periodo preso in analisi) il numero si è addirittura assottigliato passando dal 3,5% al dato attuale. Per lavori ‘culturali’ l’Eurostat prende in cosiderazione anche gli impieghi economici.
Il rapporto include nei ‘lavori culturali’ tutte le persone che lavorano in un settore economico definito come ‘culturale’. In più, tutte le occupazioni legate all’ambito sono incluse, anche se il singolo impiegato non svolge nello specifico un lavoro culturale. Si va quindi dallo specialista di design all’interprete, dall’archivista all’impiegato in un museo, fino al giornalista e al musicista. Inclusi nella graduatoria ci sono anche gli artisti che realizzano oggetti intagliati a mano o strumenti musicali.
GIOVANI E LAUREATI
Ma le statistiche peggiorano scendendo più nello specifico. Il nostro paese retrocede in terzultima posizione se a essere analizzato è il segmento di età  dei lavoratori più giovani (dai 15 ai 29 anni) e addirittura in penultima analizzando il grado di istruzione degli impiegati.
L’Italia è una dei quattro paesi UE la cui quota di laureati (ma nel conteggio sono incluse anche le persone che hanno concluso corsi di formazione professionale post-diploma, di alta formazione artistica e musicale) impegnati nel settore non supera il 50%. Gli altri sono Repubblica Ceca e Slovacchia, mentre peggio di noi fa solo Malta.
IN EUROPA
Se l’Italia retrocede nonostante il patrimonio culturale sterminato, l’Europa avanza, anzi corre. Nel vecchio continente sono circa 8,4 milioni i lavoratori impegnati in attività  culturali, in crescita del 7% tra il 2011 e il 2016. In testa alla graduatoria Estonia e Lussemburgo, che fanno segnare una quota rispetto agli occupati totali pari al 5,3 e al 5,1%. Fanalino di coda è invece la Romania, con una percentuale dell’1,6%.

(da “la Repubblica”)

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IL DIRETTORE DEL MUSEO EGIZIO INVITA LA MELONI: “E’ LA BENVENUTA, LA CRESCITA INTELLETTUALE SI HA ANCHE CON IL DIALOGO TRA OPINIONI DIVERSE”

Febbraio 13th, 2018 Riccardo Fucile

MELONI ISOLATA NEL CENTRODESTRA, ANCHE SGARBI SI SCHIERA CON IL DIRETTORE… LA FONDAZIONE: “UN ONORE AVERLO COME DIRETTORE, E’ LA DIMOSTRAZIONE CHE IN ITALIA PUO’ ANCORA VINCERE IL MERITO”

“Ho invitato l’onorevole Meloni e spero che accolga il mio invito. La cultura è di tutti. Da studioso so che la crescita intellettuale è dovuta al dialogo ed anche ad opinioni diverse, non mi spaventano le opinioni diverse che sono il sale della nostra cultura spero solo che ci si possa confrontare in modo sereno e capire le ragioni l’ uno dell’altro. Non vogliamo costruire barriere ma costruire ponti.” Con questo breve discorso Christian Greco, direttore del Museo Egizio di Torino, ha accolto le persone accorse per il flash mob di solidarietà  dopo la discussione con Giorgia Meloni di venerdì scorso e le recenti dichiarazioni di Fd
Il dietro-front (travestito da smentita) di Giorgia Meloni non è bastato.
Anche perchè si trattava di un comunicato scritto dal responsabile della comunicazione del partito, poi ripreso da tutte le agenzie di stampa.
L’ira di Fratelli d’Italia scagliata domenica scorsa contro il direttore del Museo Egizio Christian Greco, accusato di privilegiare i visitatori di lingua araba scontando loro l’ingresso, si è trasformata in un boomerang.
Il centrodestra torinese (da Rosso a Romani e ai fittiani) si sono dissociati schierandosi con il direttore del Museo.
In merito alla querelle si è espresso anche Vittorio Sgarbi, che ha elogiato le iniziative del direttore del Museo Egizio.
«La cultura e la bellezza vanno promosse e godute e sono d’accordo con il direttore del Museo egizio di Torino che vuole rendere gratuita la visita a chi parla l’arabo, soprattutto se quel patrimonio proviene da quelle civiltà . La cultura sicuramente serve a pacificare gli animi e non vede nemici». Lo ha dichiarato Vittorio Sgarbi a un evento fuori Bit a Milano, organizzato dalla Regione Marche.
Nel frattempo anche il Presidente e il Consiglio di Amministrazione del Museo hanno espresso al Direttore Christian Greco solidarietà  e condivisione.
Questa la nota stampa:
La presidente Evelina Christillin e il Consiglio di Amministrazione esprimono al Direttore Christian Greco solidarietà  e piena condivisione per la gestione dell’istituzione e le operazioni culturali condotte a partire dalla sua nomina.
La Direzione ha dimostrato di aver saputo trasformare il Museo Egizio in un grande ente di ricerca grazie all’implementazione della squadra e a molteplici attività  che vanno dallo scavo alla pubblicazione di una rivista scientifica in collaborazione con musei, università  e enti di ricerca di fama mondiale.
l contempo vi sono sempre state attente scelte economiche e gestionali e una particolare sensibilità  verso la fruizione da parte del pubblico, che hanno portato il Museo ad un più alto livello di professionalizzazione e a scalare le classifiche nazionali e internazionali di gradimento La Direzione ha intrapreso numerose attività  di inclusione sociale che fanno parte del progetto “Il Museo fuori dal Museo”, per radicarlo nel territorio e nella società  civile: a titolo esemplificativo questo include visite da parte dello staff a coloro che non possono recarsi nelle sale museali (ospedali e carceri); avvicinamento delle fasce più giovani con attività  dedicate a scuole e la tariffa universitaria a 4 € per gli studenti universitari, di recente introduzione. A queste e ad altre numerose iniziative si aggiunge uno sconto dedicato, per tre mesi, ai visitatori di lingua araba, scelta culturale dichiaratamente inclusiva.
Il consiglio ricorda che l’Egitto è il luogo di provenienza delle collezioni e che come spesso ripete il Direttore, questa istituzione “ha l’onore e l’onere di custodire un patrimonio culturale che è di tutti e la cui accessibilità  è una priorità  assoluta e una precisa responsabilità  di chi lo gestisce in piena ottemperanza all’art. 9 della Costituzione italiana”.
A fronte delle dichiarazioni di cui sopra e in seguito alle recenti polemiche il Consiglio di Amministrazione e la Presidente Evelina Christillin rinnovano il pieno e unanime consenso all’azione del Direttore Christian Greco e ricordano che in base allo statuto vigente della Fondazione spetta al solo Consiglio di amministrazione “nominare e revocare il direttore a maggioranza assoluta dei suoi componenti, sentito il parere del Comitato scientifico” (art. 9).
La Presidente Evelina Christillin aggiunge infine: “Sostengo totalmente ogni iniziativa del Direttore Christian Greco, con cui da quattro anni condivido quotidianamente idee, progetti e attività . La stima e l’affetto che mi legano a lui sono assoluti, ed è un onore e un piacere condividere lo sviluppo che il Museo Egizio conosce dal giorno del suo arrivo. Il concorso internazionale con cui è stato scelto, con professionalità  e trasparenza testimonia come in Italia il merito possa ancora venire premiato, e i risultati finora ottenuti lo dimostrano con chiarezza”.

(da agenzie)

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MUSEI, OLTRE 50 MILIONI DI VISITATORI NEL 2017, E’ RECORD

Gennaio 6th, 2018 Riccardo Fucile

AUMENTO DELLE ENTRATE DEL 10%… IL TASSO DI CRESCITA MAGGIORE IN LIGURIA

I dati definitivi 2017 «segnano il nuovo record per i musei italiani: superata la soglia dei 50 mln di visitatori e incassi che sfiorano i 200 milioni di euro, con un incremento sul 2016 di circa +5 milioni di visitatori e di +20 milioni di euro».
Così il ministro Franceschini presenta i dati dell’Ufficio statistica del Mibact sui risultati dei musei statali 2017. I 5 luoghi della cultura statali più visitati si confermano Colosseo (oltre 7 mln), Pompei (3,4 mln), Uffizi (2,2 mln), Accademia di Firenze (1,6 mln) e Castel Sant’Angelo (1,1 mln). E i tassi di crescita dei visitatori più elevati sono stati registrati in Liguria.
Il record locale
La percentuale di visitatori di musei statali, in Liguria, da 203.262 del 2016 arriva a 255.958 nel 2017. Nel capoluogo, in particolare, gli aumenti più evidenti. Palazzo Reale si attesta tra i cinque posti della cultura nazionale più visitati in Italia e segna un più 14%. La bellezza dei forti e dei sentieri per raggiungerli fa sì che il Forte di Santa Tecla a Sanremo abbia un +178% e la Villa Romana del Varignano a Porto Venere superi ogni record con un +133%.
Il podio delle regioni: primo il Lazio
Sul podio delle regioni con il maggior numero di visitatori il Lazio (23.047.225), la Campania (8.782.715), la Toscana (7.042.018); i tassi di crescita dei visitatori più elevati sono stati registrati in Liguria (+26%), Puglia (+19,5%) e Friuli Venezia Giulia (15,4%).
Le parole del ministro e i dati regione per regione
Il bilancio della riforma dei musei – sottolinea Franceschini – è davvero eccezionale: dai 38 milioni del 2013 ai 50 milioni del 2017, i visitatori sono aumentati in quattro anni di circa 12 milioni (+31%) e gli incassi di circa 70 milioni di euro (+53%).
Risorse preziose che contribuiscono alla tutela del nostro patrimonio e che tornano regolarmente nelle casse dei musei attraverso un sistema che premia le migliori gestioni e garantisce le piccole realtà  con un fondo di perequazione nazionale.
I musei e i siti archeologici italiani stanno vivendo un momento di rinnovata vitalità  e al successo dei visitatori e degli incassi corrisponde una nuova centralità  nella vita culturale nazionale, un rafforzamento della ricerca e della produzione scientifica e un ritrovato legame con le scuole e con i territori.
Per il quarto anno consecutivo – dice ancora Franceschini – l’Italia viaggia in controtendenza rispetto al resto d’Europa con tassi di crescita a due cifre, soprattutto nelle regioni del Mezzogiorno che, anche nel 2017, hanno avuto un ruolo fondamentale nella formazione del trend nazionale».
«La Campania – fa notare Franceschini – è ormai stabile al secondo posto della classifica delle regioni più virtuose: la rinascita di Pompei è stata sicuramente da traino, ma sono state molto positive anche le altre esperienze delle gestioni autonome dalla Reggia di Caserta, al Museo archeologico Nazionale di Napoli, a Capodimonte, a Paestum. Nel 2017 tutti i musei hanno registrato significativi tassi di crescita, ma il patrimonio archeologico è stato il più visitato: circa un terzo dei visitatori si sono concentrati tra Pompei, Paestum, Colosseo, Fori, Ostia Antica, Ercolano, l’Appia antica e i grandi musei nazionali come Napoli, Taranto, Venezia e Reggio Calabria e il Museo nazionale romano».

(da agenzie)

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OVAZIONE PER IL GRANDE ITALIANO RICCARDO MUTI A VIENNA DAVANTI A QUATTRO PRESIDENTI DELLA REPUBBLICA E PRIMI MINISTRI

Gennaio 2nd, 2018 Riccardo Fucile

HA DIRETTO IL CONCERTO DI CAPODANNO PER LA QUINTA E ULTIMA VOLTA… CON I WIENER SETTE BRANI INEDITI… 95 PAESI COLLEGATI, NESSUN RAPPRESENTANTE DELLE ISTITUZIONI ITALIANE

Il concerto finisce con una interminabile standing ovation, dopo quasi due ore e mezza (19 brani, bis compresi), l’Orchestra non si alza al segnale di Riccardo Muti, rimanendo seduta ad applaudire.
Ecco tutto quello che la tv non «dice», dal Capodanno viennese, ma si vive nella pancia del Musikverein assieme a un pubblico europeo, quattro presidenti della Repubblica, primi ministri e ambasciatori.
Muti lo ha diretto per la quinta volta, col peso del suo carisma, eleganza e trasparenza, e fuoco quando ci voleva, diventando nello spirito viennese un corpo unico con i Wiener Philharmoniker, che dirige in maniera ininterrotta dal 1971: «La musica della famiglia Strauss, carica di gioia, speranza, tenerezza, nostalgia, può vivere senza lazzi e scherzi, ma con la serietà  che richiede».
Al termine c’è l’assalto ai fiori da parte del pubblico ma anche dei Wiener, fino allora composti insomma austriaci, ognuno crea il suo bouquet sfilando le rose che decorano il palco.
I biglietti costano 35 euro per un posto in piedi, in fondo alla sala: lì fa un caldo infernale, due ventilatori non bastano ad alleviare le pene.
In platea, dove un biglietto costa fino a 600 euro, trovi il viennese doc che canticchia seguendo il concerto da tre metri col binocolo, manco fosse il maresciallo Radetzky sul campo di battaglia.
Il sovrintendente della Staatsoper Dominique Meyer ha dovuto chiedere il suo biglietto ai Wiener: è come se il sovrintendente della Scala Pereira per un concerto sinfonico facesse richiesta alla Filarmonica scaligera.
Ma i Wiener incarnano il potere musicale, sono una sorta di cooperativa autogestita la cui vita è gestita da regole: per dirne una, solo dopo due anni allo stipendio si possono aggiungere i diritti derivati da varie voci, discografici, d’immagine; il baricentro dell’Orchestra, gli archi, violini, viole, violoncelli, entrano all’ultimo ricevendo un applauso da direttore.
Il caldo è provocato dalle luci: la sala, per esigenze tv, ha riflettori ovunque, 14 le telecamere, alcune sono nascoste dietro le statue dorate.
I Paesi collegati sono saliti a 95, fino all’arcipelago di Tonga, in Oceania.
In camerino di Muti spuntano i mecenati della Chicago Symphony Orchestra, sono venuti dagli Stati Uniti per il «loro» direttore musicale, che è il grande italiano Muti; ma dall’Italia non è arrivato alcun messaggio istituzionale e politico.
All’intervallo i vari punti di ristoro predispongono tavolini con la scritta «Riservato»: si prenotano tartine e coppa di champagne.
Nel foyer i manifesti annunciano che dal 5 gennaio sarà  disponibile in tutto il mondo il cd e il dvd del concerto (nel 2019 protagonista il berlinese Christian Thielemann).
Nel programma di sala è allegato il Festival di Salisburgo con date, titoli, interpreti: qui con la cultura si mangia.
Muti dà  un tocco di italianità  ai valzer e alle polke, inserendo tre brani: il Galop Wilhelm Tell di Johann Strauss padre, la Quadriglia Un ballo in maschera di Johann Strauss figlio, l’ouverture dell’operetta Boccaccio di Franz von Suppè.
In totale sono sette i brani mai eseguiti finora, su un repertorio sterminato che ne conta circa 800.
Ma anche dal celebre valzer Rose del Sud emana il profumo della Bell’Italia. Che al Musikverein rivedi nelle maschere, gli addetti alla sala che ci dicono col bel sorriso da ventenni: «A Vienna se vuoi lavorare un posto lo trovi subito, e poi gli italiani sono dappertutto».

(da “il Corriere della Sera”)

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BOLLE POP: 5 MILIONI IN TV PER L’ETOILE CHE IL MONDO CI INVIDIA

Gennaio 2nd, 2018 Riccardo Fucile

LA RAI RENDE POP LA DANZA CLASSICA E FA RECORD DI ASCOLTI

Grande successo di ascolti ieri sera su Rai1 con il Capodanno in tv insieme a Roberto Bolle e ai suoi numerosi ospiti: gli spettatori del programma ‘Danza con me’ sono stati 4 milioni 860mila, con share del 21,53%.
La Rai ha vinto di nuovo la sua scommessa contro chi credeva che l’arte e la cultura non potessero conquistare il grande pubblico: con la grazia di Roberto Bolle e la perfezione del confezionamento del suo “Danza con me”, infatti, il programma di danza classica conquista i social, mentre l’ètoile dimostra di essere diventato ormai un vero e proprio fenomeno del piccolo schermo: un vero e proprio trascinatore di share.
Gli ascolti record degli speciali di Alberto Angela, la prima de La Scala trasmessa in diretta su Rai 1, il programma di Roberto Bolle (ad aprire il palinsenso del primo canale per il 2018) che manda in tilt i social: l’ultimo triennio di televisione italiana ha fatto strabuzzare gli occhi a esperti e critici di settore, perchè anche il balletto in calzamaglia, la musica classica e la cultura tout court hanno dimostrato di saper conquistare le grandi platee dei talent e dei reality show.
Il merito dell’ultima impresa targata tv di Stato è comunque tutto da addebitare proprio all’ètoile di Casale Monferrato col suo “Roberto Bolle – Danza con me”, che alla sua grande arte ha saputo affiancare personalità  che ne hanno esaltato la spontaneità  e la voglia non prendersi sul serio, assemblando un programma mai noioso e che ha sempre regalato forti palpitazioni al suo pubblico.
Se la semplicità  e la telegenia di Bolle erano già  ampiamente note – nel 2016 si era mostrato padrone delle telecamere in “La mia danza libera” -, a stupire tutti è stato sicuramente Marco D’Amore, attore noto al grande pubblico per Gomorra (dove interpreta il cattivo Ciro Di Marzio) ma che non ha di certo sfigurato nel piccolo schermo. D’Amore, in particolare, è riuscito a far ridere con qualche battuta sagace (“Sarei voluto entrare a petto nudo, ma mi sarebbe dispiaciuto far sfigurare Roberto”), fa da collante nei vari momenti di pausa dello spettacolo (necessari al ballerino sia per cambiarsi che per riprendere fiato) e, soprattutto, ha avuto il grosso merito di non strafare.
Protagonisti della serata dovevano essere Bolle e la danza classica: il Ciro di Gomorra lo ha capito perfettamente e ha saputo mettersi da parte quando serviva, fungendo da ottima spalla per l’ètoile.
Un altro grosso merito di “Danza con me” è sicuramente il ritmo che gli autori del programma hanno saputo imprimere al tutto: gli ospiti si alternavano veloci, arrivando subito al centro del loro “numero”, evitando che dagli spalti (e da casa) si levasse qualche sbadiglio.
La danza, poi, si è alternata con efficacia alla musica (quella di Tiziano Ferro, ad esempio, ma anche quella di Sting e Fabri Fibra) e al vero e proprio intrattenimento (con le battute di Pif, la performance bislacca di Virginia Raffaele, i monologo di Geppi Cucciari e molto altro). Insomma, un termine definisce bene la prima serata di Rai 1: l’equilibrio.
Vincente, poi, è stata la scelta di svecchaire la danza. Se, infatti, Roberto Bolle ha eseguito grandi classici quali Lo Schiaccianoci o la famosa Morte del cigno, l’ètoile ha saputo anche innovare la scaletta, chiedendo coreografie apposite per il programma e interpretandole sulle note di canzoni recentissime.
Perchè la danza è davvero un linguaggio universale, che non conosce tempo, spazio o limitazione geografica. Ed è proprio quel suo profumo di eterno ad aver ammaliato il pubblico del piccolo schermo.

(da “Huffingtonpost”)

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NELLA METROPOLITANA DI STOCCOLMA SI E’ SPALANCATA LA BOCCA DELL’INFERNO

Dicembre 27th, 2017 Riccardo Fucile

COME TRASFORMARE NOVANTA STAZIONI DELLA METRO IN UNA GALLERIA D’ARTE SITE-SPECIFIC… POI CI CHIEDIAMO PERCHE’ IN ITALIA SIAMO RIDOTTI COSI’ MALE

Una galleria d’arte sotterranea. Non una qualsiasi ma la «più lunga» del mondo.
A detenere questo record è la metropolitana di Stoccolma: oltre 90 delle sue 110 stazioni espongono opere d’arte.
*E non parliamo di semplici quadri ma di creazioni site-specific anche di dimensioni notevoli, proprio come quella che ha trasformato Solna Centrum nella bocca dell’inferno, colorando di rosso fuoco i soffitti cavernosi.
Una metafora per parlare dei pericoli per l’ambiente derivanti dall’industrializzazione, filo conduttore di tutte le opere presenti a quella fermata della linea blu, fra cui una foresta di abeti «lunga» un chilometro.
Le pareti della stazione centrale T-centralen sono coperte di piastrelle degli Anni 50 mentre all’uscita della stazione di Kungstradgarden è stato allestito uno scavo archeologico con tanto di colonne romane.
Molte stazioni sembrano delle caverne, proprio perchè al momento della loro costruzione si è scelto di non coprire le pareti dei tunnel ma di esaltare l’effetto ondulato naturalmente offerto da madre natura.
Una scelta azzeccata, esaltata poi con colori e forme insolite, dagli arcobaleni multicolor a sculture futuristiche che fanno sembrare un viaggio in metro una esperienza spaziale.
La prima linea della capitale svedese è stata inaugurata nel 1950 mentre la prima trasformazione di una stazione in una galleria d’arte è avvenuta nel 1957.
In questi 60 anni, 150 artisti hanno preso parte a questa incredibile «conversione», rendendo ogni viaggio un’esperienza culturale.
L’unica cosa che serve per visitare la galleria d’arte più lunga del mondo è quindi il biglietto della metro.
Ne esistono diverse formule, anche «ad ore» e in certi periodi dell’anno sono anche previsti dei tour guidati.

(da “La Stampa”)

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