Gennaio 2nd, 2013 Riccardo Fucile
A SINISTRA TROPPI CONSERVATORI, IO STO DALLA PARTE DELLE RIFORME
“Vendola e Fassina? Conservatori”. “Bersani? Io sto dalla parte delle riforme”. “Una commissione d’inchiesta sul governo? Stravagante”.
Giusto il tempo del brindisi di capodanno, forse nemmeno quello, e la campagna torna, con il primo vero attacco di Mario Monti da leader di una coalizione candidata alle elezioni.
E’ il premier dimissionario la vera incognita dei prossimi giorni. Anche se il professore non sembra sentirsi a disagio nel ring politico. Dopo l’autoanalisi del governo — “tagliare un punto di tasse” — il presidente del Consiglio stamattina è tornato a parlare, ospite di Radio Anch’io su Radio Uno.
”D’ora in poi — ha detto Monti — l’obiettivo sarà la crescita. Bisognerebbe coalizzare chi è per le riforme e non per la conservazione”, dice l’ex premier ricordando che per alcune leggi, come quella sulla legge elettorale, “serviranno maggioranza larghe”. “Ora la distinzione fondamentale — ha aggiunto tirando una stoccata alla coalizione di Bersani — è tra chi vuole cambiare il Paese e chi a sinistra, mi riferisco a Vendola e a Fassina, e a destra, si oppone a questo cambiamento”.
Quale cambiamento? Per il presidente del Consiglio, l’obiettivo è quello di ”ridurre la tassazione sul lavoro e parallelamente la spesa pubblica.
Servono — dice — alleggerimenti di situazioni per le famiglie, soprattutto quelle numerose, un sistema sanitario che funzioni ancora meglio e a costi minori e ci stiamo lavorando, e un sistema fiscale che consenta una redistribuzione del reddito dai più ricchi ai più poveri. Per questo il sistema fiscale deve funzionare”.
Quanto alla politica, per Monti “ora occorre togliere certi privilegi alla cosiddetta casta”, il problema è che “i partiti della strana maggioranza hanno guardato alla propria tutela e alla propria protezione. C’è da parte dei cittadini una sete di sangue contro la politica, qualunque taglio non sarebbe sufficiente”, ha sostenuto il Professore, “ma c’è ancora molto da fare”.
Monti è tornato anche a parlare dello scenario che lo voleva futuro presidente della Repubblica. ”Non è mai stato un mio obiettivo — ha detto — ricordando che sono stati gli osservatori a parlare di una sua candidatura al Colle. Ora, poi, l’”obiettivo è meno probabile”.
Il presidente del Consiglio ha poi replicato alle parole del segretario del Partito democratico, che due giorni fa lo aveva invitato a schierarsi: “A Bersani dico che io sto per le riforme che rendano l’Italia più competitiva e creino più posti di lavoro; ma è difficile ragionare su dove uno sta. Io scendo in campo non schierandomi pro o contro singoli partiti ma fortemente per difendere determinate idee”.
Ironia, invece, per replicare a Silvio Berlusconi, che pochi giorni fa aveva annunciato una commissione di inchiesta sulla caduta del suo governo: ”La trovo un’idea stravagante, tardiva, interessante. Ben venga…”, ha detto il premier.
Quanto all’accusa di non avere dedicato spazio ai temi etici nella sua agenda, il premier ha ammesso: ”Per ora non saranno al centro del programma” di un eventuale nuovo governo.
”Il nostro — ha detto — è un movimento di cattolici e laici con sensibilità diverse e che dà un valore centrale alla persona. Per costruire una coalizione larga i temi a valenza etica, pur essendo più importanti che creare lavoro, fanno meno parte dell’urgenza. Ora bisogna lasciare più spazio alle coscienze individuali e al Parlamento. Per ora, ferma restando vigorosissima tutela persona e vita, i temi etici non saranno al centro del programma”.
“In generale — ha detto l’ex rettore della Bocconi — Berlusconi ha usato contro di me armi improprie, come i valori della famiglia. La cosa si commenta da sè. Berlusconi mi confonde sul piano logico e mi confonde a tratti sul piano dell’eccessivo elogio. In altri momenti, forse allora ero un leaderone e non un leaderino, mi ha offerto di prendere la guida del fronte dei moderati. Poi — ha aggiunto — ha detto che il governo ha fatto solo disastri, poi che ha fatto tutto il possibile. Spero gli elettori siamo meno confusi di me”.
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Gennaio 2nd, 2013 Riccardo Fucile
DOPO MUCCHETTI, SI PUNTA A INTELLETTUALI E DOCENTI
Effetto sorpresa. Bersani ce l’ha già tutto in mente il “listino” – la quota dei garantiti in lista – ma centellina i nomi.
«Li tirerà fuori a uno a uno», dicono i collaboratori del segretario del Pd.
Quindi, dopo Piero Grasso, il procuratore Antimafia (e relative polemiche), è la volta di un’altra carta sul tavolo della partita elettorale: Massimo Mucchetti, vicedirettore del Corriere della Sera, esperto di questioni economiche.
L’annuncio arriva con un tweet.
Enrico Mentana, il direttore del TgLa7, twitta a sua volta: «Mucchetti è un grande giornalista e il Pd è un partito serio. Ma resto della mia idea: per noi giornalisti entrare in politica è un controsenso ».
La discussione è aperta.
Poco però interessa al leader democratico, che ha come preoccupazione e obiettivo di mettere in campo una squadra forte che distacchi nelle urne i montiani.
Sono molto corteggiati in queste ore i cattolici Emma Fattorini, Alberto Melloni, e la docente di diritto del lavoro Luisa Corazza.
Melloni, storico della Chiesa, è il più restio a farsi convincere.
«L’importante è non indebolire la presenza dei cattolici nel partito, e mantenere il pluralismo culturale che è la cifra del Pd», osserva Antonello Giacomelli.
Ma anche rafforzare la presenza di personalità della società civile.
Quindi, certi sembrano essere lo storico Miguel Gotor, consigliere di Bersani nella campagna per le primarie; Carlo Galli candidato in Emilia; il filosofo Mario Tronti. Nutrito il gruppetto degli economisti, bisognerà poi vedere chi resterà nella rete: tra questi, Emilio Barucci, Massimo D’Antoni, Pietro Reichlin, autore con Aldo Rustichini di una riflessione proprio sul futuro della sinistra (“Pensare la sinistra”, Laterza).
Scontate poi le candidature di Alessandra Moretti, vice sindaco di Vicenza e portavoce del comitato per Bersani alle primarie, di Roberto Speranza e Tommaso Giuntella.
In pole position anche Chiara Geloni, direttore di Youdem, e Claudio Sardo, direttore dell’Unità .
Certa la candidatura dell’ex segretario della Cgil, Guglielmo Epifani. E c’è la pattuglia renziana, non ancora definita. Nell’ultimo incontro però, Renzi ha consegnato a Bersani una ventina di nomi, tra cui quello dello scrittore Alessandro Baricco e del fondatore di Slow Food, Carlo Petrini.
Si parla anche di Oscar Farinetti, il patron di Eataly, candidatura meno sicura. Come dell’attrice Ottavia Piccolo.
Nonostante la polemica sui magistrati in politica, un appello è stato lanciato ieri dal Forum per la legalità e la sicurezza di Firenze, perchè sia candidata nel listino Silvia Della Monica, senatrice, ex pm, vice di Pier Luigi Vigna.
È stato sottoscritto da 1.033 persone, e inviato a Bersani.
«Troppo presto parlare della quota nazionale», commenta Maurizio Migliavacca, il coordinatore della segreteria.
Già il 2 gennaio tuttavia, con i risultati delle parlamentarie acquisiti, si decideranno i capilista.
Bersani pensa a giovani segretari regionali come il toscano Andrea Manciulli, ma anche a Franco Marini in Abruzzo, a Beppe Fioroni, a Rosy Bindi in Calabria, a Andrea Orlando in Liguria insieme con Lorenzo Basso.
Giovanna Casadio
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Dicembre 30th, 2012 Riccardo Fucile
L’OPERAZIONE STUDIATA DA BERSANI PER CONTRASTARE LA FUGA DEI CONSENSI MODERATI VERSO MONTI… UNA LISTA RENZI GARANTIREBBE TRA IL 6% e il 10% DI VOTI, PARI A 7-9 SEGGI
Una Lista Renzi al Senato, apparentata con il Pd, per contrastare la fuga dei consensi moderati verso Monti.
È l’idea di Pier Luigi Bersani, che nei giorni scorsi ha mandato in avanscoperta alcuni collaboratori ma ancora non ha chiesto ufficialmente al sindaco di Firenze di impegnarsi in vista delle elezioni del 24 e 25 febbraio.
Il Rottamatore per ora tace, valutando i possibili scenari mentre si riposa sulla neve con la famiglia.
Una telefonata di Bersani, che equivarrebbe a riconoscere pubblicamente a Renzi un ruolo di primo piano nel partito, potrebbe convincere il sindaco.
Ad accelerare le manovre è stato il repentino cambio di scenario dettato dalla «salita» in politica di Mario Monti.
Una lista unica, solo al Senato, è la strategia dei montiani.
E proprio a Palazzo Madama, dove secondo gli ultimi sondaggi il Pd potrebbe contare su 170 senatori, un buon successo della Lista Monti potrebbe mutilare la vittoria di Bersani, con gli spettri della caduta, proprio al Senato, del governo Prodi che ancora aleggiano.
Ecco perchè qualcuno avrebbe suggerito a Bersani la carta della Lista Renzi.
Una sorta di lista civica nazionale senza la candidatura del sindaco, solo con il suo «marchio» (già alle comunali il sindaco affiancò la Lista Renzi e Facce Nuove alla lista del Pd), per coinvolgere soprattutto quel 40 per cento di elettori che lo ha votato al ballottaggio contro il segretario e ora sono rimasti «orfani».
L’ultimo sondaggio arrivato a Palazzo Vecchio dice che, se Renzi si candidasse a premier con una propria lista, incasserebbe tra il 6 e il 10 per cento dei voti.
Uno scenario impossibile, ma le rilevazioni restano una bussola sul peso politico post primarie del sindaco.
A una eventuale Lista Renzi, apparentandosi con un partito o coalizione che raggiunga il 20 per cento, basterebbe il 3 per cento per superare la soglia di sbarramento al Senato.
Grazie al «marchio Renzi» (con un buon risultato si conquisterebbero 6-9 seggi), il Pd contrasterebbe sì una pericolosa emorragia dei moderati verso Monti, ma il sindaco non è convinto.
Tra i suoi consiglieri sono in tanti a spronarlo, sia per tornare ufficialmente sulla scena nazionale, sia per rimotivare le migliaia di volontari ed elettori dei comitati renziani di tutta Italia, che dopo la sconfitta alle primarie (e il ritorno di Renzi a Palazzo Vecchio) si sono ritrovati senza punto di riferimento.
Tutti, dopo un silenzio che dura da ormai un mese, chiedono al sindaco di battere un colpo.
«Non vogliamo certo mettere a repentaglio un patrimonio come i comitati. Quello di Matteo non è un silenzio di resa – dicono i suoi – lo scenario è complesso e, al momento opportuno, tornerà a battersi».
E quella di una lista al Senato potrebbe essere un’occasione importante.
Anche perchè a chiederla sarebbe Bersani.
Un «sì» nobiliterebbe il sindaco, che si spenderebbe in prima persona per aiutare il partito, magari per poi strappare al segretario più spazio nel listino blindato, dove oggi Renzi avrebbe assicurati 17 posti.
Nella lista per Palazzo Madama finirebbero esponenti della società civile e non uomini del Pd, perchè altrimenti sarebbe una mossa vana.
Per candidarsi al Senato occorre però aver compiuto 40 anni, e nelle giovani truppe renziane trovare i nomi giusti non sarebbe poi così facile.
Claudio Bozza
(da “Corriere fiorentino“)
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Dicembre 20th, 2012 Riccardo Fucile
“NON CORRERO’ CONTRO MONTI, MA ORA CAMBIA TUTTO”
«Per prima cosa bisognerà fare una legge sull’antitrust, cioè contro le concentrazioni, e una
legge severa sulle incompatibilità : sono i due punti di quelle che chiamiamo norme sul conflitto di interessi».
Alle 6,30 del mattino, sull’aereo che lo porta a Bruxelles per incontrare, oltre a Barroso, i presidenti del Consiglio europeo Herman Van Rompuy e dell’eurogruppo, Jean Claude Juncker — tutti leader del Ppe e fan di Monti — Bersani mostra lo sconcerto per «la manovra abbastanza miserevole della destra», utile solo «a guadagnare qualche giorno di campagna elettorale» e all’invasione televisiva di Berlusconi.
Chiede che la data delle elezioni resti il 17 febbraio.
Parla di Monti. Consulta gli appunti chiusi in una cartelletta blu: sono i compiti sull’Europa, e le parole più usate sono «continuità » e «affidabilità ».
Dice che «se il centrosinistra vincerà , è normale che sia io il premier», tornando da Bruxelles a Roma, si sfoga.
E lancia qualche stilettata contro Mario Monti.
Segretario Bersani, se Monti si candida, come pensate di potere collaborare poi con lui e con i centristi, essendovi contesi Palazzo Chigi?
«È un problema loro, io ho detto che voglio essere amichevole. I progressisti sono aperti a posizioni moderate, dicano loro cosa vogliono fare. Io ho i Progressisti, abbiamo fatto le primarie, ho la proposta di programma, aspettiamo di capire come pensano di rivolgersi al Pd. Non chiedetelo a me. Cosa faranno in campagna elettorale, mi daranno del comunista, ci metteranno le dita negli occhi? Mica può essere sempre un problema mio»
Immaginava di ritrovarsi Monti come competitor?
«Non ho mai dato niente per scontato, nè escluso nulla. Sul piano politico ho detto ai Progressisti che dovevamo aprirci verso forze europeiste anche di Centro, vedevo che si arrivava lì. Non farò campagna elettorale contro Monti, ma quando il paesaggio cambia, cambiano le dinamiche. In campagna elettorale le dinamiche che scattano sono altre. Se dovessi essere io il premier — ipotesi possibile ma da molti negata — parlerei subito con Monti».
È venuto a convincere gli amici di Monti che è affidabile anche lei e non solo il Professore?
«Si apre una fase di transizione ed era giusto andare a dare elementi di continuità . Sanno benissimo che ho lavorato con Ciampi, con Prodi, con Padoa Schioppa. Nessuno può dubitare della nostra volontà riformatrice e di tenere i conti sotto controllo. Gli impegni italiani saranno rispettati. Siamo per un vincolo reciproco in termini fiscali, ma occorre praticare politiche di crescita. Questo avvitamento tra austerità e recessione non può persistere. Penso a una road map ragionevole. Sono per l’autorizzazione preventiva al bilancio, ma non affidata a un commissario, bensì a una procedura certa che dia garanzia di partecipazione. Noi comunque non smonteremo le riforme di Monti, le implementeremo. Manterremo gli impegni, arricchendoli».
Ha offerto garanzie anche per Vendola?
«Vendola è un grande europeista, vuole gli Stati Uniti d’Europa. L’argomento Vendola è diventato un pretesto polemico».
Cosa farà un governo di centrosinistra sull’Imu, cavallo di campagna elettorale di Berlusconi?
«La alleggeriremo sulla prima casa e per i redditi più deboli, mettendo un’imposta individuale sui grandi patrimoni: se il demagogo dice che la abolisce, ci spieghi dove prende i soldi e non racconti favole».
Ha rassicurato i vertici Ue sull’approvazione della legge si stabilità ?
«La legge di stabilità arriverà in porto in modo da garantire gli obiettivi. Questi traccheggi del Pdl sono indecorosi, inaccettabili, incommentabili. Usano la tattica parlamentare a fini dilatori, per interessi di partito».
Quale vorrebbe fosse la data delle elezioni?
«L’intenzione nostra resta di chiudere in settimana la legge di stabilità . Il 17 è la prima data utile, resta quella lì. Comunque decide Napolitano».
Junker l’ha lodata («Bersani è intelligente e onesto, ha le migliori intenzioni per l’Europa»). Ma chi preferisce alla fine tra lei e Monti, gliel’ha detto?
«Juncker è una persona concreta e competente, peccato che tra due mesi lasci l’incarico all’eurogruppo. Ha una grande conoscenza del nostro paese, mi ha chiesto di Grillo».
E di Berlusconi?
«No, lo conosca bene».
Soddisfatto di come sono andati gli incontri?
«Qualcuno mi ha domandato: quanto prenderà il centrosinistra. Io ho risposto: arriveremo primi».
Anche in Senato?
«Dappertutto».
Francesco Bei
(da “La Repubblica“)
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Dicembre 19th, 2012 Riccardo Fucile
PRESSING SU BERSANI PER ENTRARE TRA I 120 GARANTITI
A Bersani la lettura dei giornali della mattina è andata di traverso e come a lui anche a tutto il vertice del partito: e il motivo di tutta questa irritazione è la mancanza di par condicio. «Siamo gli unici a fare una cosa che non si è mai fatta nè in Italia nè in Europa», fa notare stizzito il leader Pd.
«Gradiremmo essere seguiti con un po’ di simpatia, visto che stiamo facendo democrazia. Si chiedesse agli altri cosa intendono fare».
Ma a logorare la pazienza del vertice del partito in realtà è l’assalto al «listone bloccato» di 120 persone, che sarà deciso dal segretario in tandem con le direzioni provinciali e con i capicorrente.
Un buon numero di candidati sicuri saranno personalità della società civile e già impazza il toto-nomi: spunta quello di Josefa Idem, la canoista olimpionica, dal 2009 responsabile sport del Pd emiliano; di economisti come Massimo D’Antoni, Paolo Guerrieri, Emilio Barucci, il figlio dell’ex ministro Piero.
Quotazioni alte per lo storico Miguel Gotor, stretto collaboratore del leader e il politologo Carlo Galli.
Ma la rosa lieviterà di ora in ora e Bersani è pressato da più fronti.
Il listone ospiterà una ventina di capilista, nomi in grado di trainare consensi nelle regioni, da Franceschini, a Letta e via dicendo.
Questi verranno decisi entro sabato e non correranno alle primarie; gli altri 27 capilista saranno scelti tra i primi vincitori delle primarie nei vari territori.
Fatto sta che molti degli uscenti vanno in pressing sui maggiorenti sperando di esser infilati nel recinto protetto.
Perfino un ambientalista noto come Ermete Realacci non farà le primarie «perchè con questi tempi ristretti vince chi controlla partito e preferenze: se avessi un mese mi cimenterei ovunque. Ma mi auguro di esser inserito nel listone insieme ad altri esponenti renziani».
Ma i posti scarseggiano, l’elenco dei pretendenti si allunga e già c’è chi prevede che in quota Renzi non ne entreranno più di 10, e solo 5 per le altre correnti di minoranza.
Ma sono i peones i più agitati: in camera caritatis un alto dirigente Pd ammette, «meno male che tra dieci giorni è tutto finito perchè sarà un ecatombe».
E basta farsi un giro alla Camera per vedere l’ala sinistra del Transatlantico ridotta ad un’alveare impazzito: drappelli col cellulare all’orecchio, capannelli con voci concitate, calcoli sui numeri di preferenze necessarie in ogni collegio, lotte fratricide obbligate per strappare un posto al sole, che nessuno vuole ingaggiare:
«A Prato – racconta il franceschiniano Antonello Giacomelli – verrà eletto un deputato e siamo in due uscenti, io e Lulli. Ma non ci faremo mai la guerra in casa dove ci conoscono tutti e quindi uno dei due rinuncerà ».
Un altro deputato cinquantenne, il pugliese Gero Grassi, ha la voce roca per le troppe telefonate: «Ecco, ho qui l’elenco, 600 nomi della mia provincia, Bari, li ho chiamati tutti in due giorni e non è finita. A ognuno devi spiegare il perchè dell’Imu, cosa intendi fare per il figlio disoccupato e via dicendo. Per me che ho sempre curato il rapporto con il collegio è una prassi normale, ma li dovrò richiamare tutti a Natale».
E non è chiaro se i veterani che hanno avuto la deroga dovranno davvero cimentarsi con le primarie: probabile che alcuni di loro finiranno nel listone come capilista, creando altri malumori…
Carlo Bertini
(da “la Stampa“)
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Dicembre 18th, 2012 Riccardo Fucile
SABATO MONTI UFFICIALIZZERA’ LA SUA DECISIONE, SI PARLA DI UN DOCUMENTO PROGRAMMATICO… BERSANI TEME UN RIMESCOLAMENTO DELLE ALLEANZE QUANDO ORMAI VEDEVA VICINO IL TRAGUARDO…PER IL VOTO ORA SI PARLA DEL 24 FEBBRAIO
Invece di rispondere sul suo futuro, Monti prendeva appunti su un blocchetto. Così Pier Luigi Bersani ha avuto un flash: davanti a sè non aveva più il premier “neutrale” scelto per affrontare l’emergenza economica, ma un possibile sfidante alle elezioni di febbraio.
Tanto da evocare, prima di congedarsi, la battaglia elettorale. «Se sarai in campo, eviterò lo scontro frontale con te». Pausa. «Nei limiti del possibile».
Si può quindi parlare di gelo tra il segretario del Pd e il Professore dopo l’incontro a quattr’occhi di ieri pomeriggio.
Incontro teso, a tratti surreale vista l’incertezza sulla candidatura lasciata galleggiare nell’aria da Monti.
Lo stesso gelo si avverte ormai nei rapporti del Quirinale con Palazzo Chigi, testimoniato dalle parole di Giorgio Napolitano durante gli auguri natalizi alle autorità istituzionali. Un discorso che, non a caso, ha suscitato entusiasmo a Largo del Nazareno: «Un intervento molto significativo».
Bersani non vuole che il premier si presenti al voto con una sua lista.
Per carità , è legittimo che lo faccia, lui non alzerà le barricate.
Ma il colloquio, che verrà seguito da un altro a brevissimo giro, aveva, nelle mente del candidato premier del centrosinistra l’obiettivo di arrivare a una forma di collaborazione.
«So che a livello internazionale il punto di riferimento sei tu. In Italia però, per il nostro ruolo di cuscinetto sociale, per il dialogo con i sindacati, abbiamo qualche carta da giocare. Forse si può individuare una forma di coordinamento».
La domanda che non ha avuto risposta dal premier «perchè non ho ancora deciso se e come essere presente nella contesa politica».
Anche Monti ha accennato a un’offerta: un documento programmatico per la prossima legislatura che vorrebbe scrivere sottolineando alcuni punti irrinunciabili per il governo del Paese.
Un vero e proprio manifesto aperto a tutte le forze responsabili e non populiste, che esclude perciò Grillo, la lista Arancione e naturalmente Berlusconi.
Ma l’idea di questa piattaforma non convince il Pd.
Anzi, rischia di spaccare il partito che ancora vive il riflesso del duello Bersani-Renzi nella dialettica tra agenda Monti e agenda autonoma.
«Alcuni punti fermi vanno messi, sono d’accordo – è stata più o meno la risposta del segretario –. Ma come si fa rendere pubblico un documento del genere, a chiedere adesioni generalizzate? Porterebbe via voti a noi e li toglierebbe anche al tuo centro».
Eppoi, questo manifesto coinciderebbe con la rinuncia del premier a candidarsi o a sponsorizzare solo alcune liste?
Se Monti è in campo, a maggior ragione, l’offerta diventa irricevibile.
La situazione di stallo non piace ai democratici.
E se Bersani ostenta serenità , nelle stanze vicine alla sua, a Largo del Nazareno, si sente dire sempre più spesso che «se Monti salta un giro, non muore nessuno». In questo clima s’inserisce la frattura tra il Colle e Monti.
Le dichiarazioni di Napolitano suonano più come una minaccia che come una prova di amicizia alle orecchie di Palazzo Chigi.
L’incarico al prossimo premier lo darà l’attuale presidente della Repubblica, «suo malgrado».
E la scelta sarà dettata stavolta dalla normalità democratica, ossia cadrà sul vincitore delle elezioni, anche nel caso di un patto di governo tra progressisti e moderati.
Monti non ha nascosto la sua amarezza per il discorso di Napolitano.
«Non ho interrotto io bruscamente la legislatura, sono stato sfiduciato dal Pdl», ha detto ai ministri più fedeli prima del consiglio.
«Ed è naturale che chi vince nelle urne governa».
Ma non si è sbottonato sulla sua decisione. «Il lavoro che abbiamo fatto deve continuare, ma per quanto mi riguarda non so ancora come», ha confidato a un ministro.
Comunque, il documento programmatico è in fase di stesura.
Potrebbe essere pronto già sabato quando, nella conferenza stampa dopo le dimissioni, Monti comunicherà il suo orientamento.
La “sua” lista, vale a dire Verso la Terza repubblica, prepara le munizioni. Il premier consulta i sondaggi.
E intende dare a tutti più tempo per la raccolta delle firme necessaria a far correre nuovi simboli e nuove forze politiche, allungando di una settimana i tempi del voto.
Il ministro dell’Interno Cancellieri lavora da giorni sulla data del 17 febbraio. Monti invece sta pensando al 24 febbraio.
Un aiutino a Montezemolo e Riccardi ma che favorirà anche Movimento 5 stelle, la lista Arancione di Ingroia e De Magistris, i partiti satelliti di Berlusconi a cominciare da quello annunciato ieri da Ignazio La Russa.
Un altro segnale sulla strada della candidatura o della nascita di una lista Monti certificata? Non è detto. Il mistero rimane.
E Bersani scuote la testa: «Mi sembra tutto incredibile».
Goffredo De Marchis
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Dicembre 13th, 2012 Riccardo Fucile
BERSANI RISCHIA. APERTE ANCHE AI NON ISCRITTI, SI TERRANNO IL 29 E 30 DICEMBRE SE LE ELEZIONI SARANNO FISSATE IL 17 FEBBRAIO
Primarie anche per i parlamentari. Almeno per il Pd. 
La decisione è stata presa nell’incontro tra il segretario Pier Luigi Bersani e i segretari regionali e annunciata dal vicesegretario Enrico Letta.
Le date dovrebbero essere quelle del 29 e 30 dicembre.
BERSANI
«Sappiamo di chiedere uno sforzo eccezionale a militanti ed elettori, ai limiti dell’impossibile. Ma vogliamo cambiare davvero la politica in Italia e quindi lanciamo a noi stessi questa nuova sfida».
Pier Luigi Bersani presenta così la decisione di fare le primarie per i parlamentari. «La riunione con i segretari – spiega Bersani – è in corso e altre ne avremo. È uno sforzo eccezionale ma vogliamo cambiare davvero la politica».
LE ELEZIONI
Ma i giorni dipendono da quando ci saranno le politiche. Spiega Enrico Letta: «Se le elezioni si svolgeranno il 17 febbraio (ipotesi più accreditata anche dal Viminale ndr) faremo le primarie il 29-30 dicembre. Lunedì in Direzione decideremo i particolari ma abbiamo deciso che chiameremo milioni di cittadini sulla base di quelli che hanno partecipato alle primarie del 25 novembre per scegliere i nostri parlamentari. Vogliamo continuare a giocare all’attacco perchè le elezioni si vincono così»
(da “il Corriere della Sera”)
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Dicembre 11th, 2012 Riccardo Fucile
IL LEADER DELLA SINISTRA FRENA: “MEGLIO NON SI CANDIDI”
Problema numero uno, convincere Monti che è meglio per tutti se resta una riserva della Repubblica senza scendere in campo; e viceversa
convincere Renzi a schierarsi subito a fianco della «ditta».
Problema numero due, trovare il tempo per fare le primarie dei parlamentari, unico passpartout per non far imbestialire gli elettori avvelenati per la riedizione del Porcellum.
Problema numero tre, riuscire a vincere bene avendo i numeri anche al Senato: questione di prima grandezza, che si intreccia col fattore Monti.
Perchè se il professore presenta una sua lista, il rischio pareggio a Palazzo Madama, dove vige un complesso meccanismo di premi su base regionale, si fa molto più concreto.
Anche perchè circolano sondaggi che attribuiscono a Bersano un 30% di gradimento contro un buon 22-23% di Monti.
Ecco, se questi sono i nodi con cui deve fare i conti Bersani, nella colonna dei fattori positivi c’è solo l’accelerazione imprevista del premier: che di fatto, consente al leader Pd di cavalcare l’onda delle primarie, obbligandolo però a stringere i tempi della road map tra le capitali europee per legittimare l’affidabilità del new centrosinistra.
E se Bersani va ripetendo in privato «Monti è meglio che non scenda in campo», nel Pd fioccano le scommesse su cosa farà il premier: lo stesso leader, nei suoi conversari, continua a dire che non va tirato per la giacca e spera che il Professore non ceda ai richiami di parte. Perchè come dice uno dei suoi consiglieri «deve restare una carta per l’Italia e non per Casini, Fini o Montezemolo».
Del resto, l’elemento di novità di queste ore, ragionano al vertice del Pd, è che il Pdl è divenuto il vero avversario di Monti.
E ciò oggettivamente avvicina il professore allo schieramento che fa della «ricostruzione del paese» la sua bandiera.
Comunque vada, la prima cosa che farà Bersani nel caso di vittoria sarà sedersi al tavolo con Monti per decidere insieme come collaborare, «in quale ruolo lo deciderà lui».
E’ chiaro però, tra le righe dei discorsi di molti dirigenti, che la corsa al Colle più alto potrebbe complicarsi alquanto se il professore diventasse una controparte alle elezioni.
«Ma come fa in 15 giorni a organizzare una sua lista? », è la domanda ricorrente.
«Dovrebbe appoggiarsi ad un partito già esistente. E che interesse può avere a mettersi nelle mani di un leader di minoranza, sapendo che, se sta fermo, da chi vincerà avrà un riconoscimento istituzionale?».
Dall’ala sinistra, qualche resistenza a far diventare Monti «il santino di Bersani in campagna elettorale» viene dai «giovani turchi».
Matteo Orfini fa notare come «i limiti del governo Monti li abbiamo indicati anche noi, nutriamo rispetto per ciò che ha fatto, ma ora serve altro.
E non c’è un buon clima nel paese, oltre ai sondaggi sul governo che sono in caduta libera…».
Per quel che riguarda Renzi, il leader si augura che partecipi alla prossima riunione di Direzione prima di Natale e che spenda il suo volto e la sua verve in campagna elettorale.
E anche i più acerrimi avversari interni sperano di vederlo nei talk show e in giro a fare comizi, «lo dobbiamo coinvolgere e lui si deve fare coinvolgere e dimostrare il suo valore aggiunto… ». Ma l’impresa si presenta ardua e la freddezza nei rapporti è dimostrata dal fatto che in tutti questi giorni Bersani non abbia ancora chiamato Renzi.
Mercoledì riunirà i segretari regionali per decidere come fare le primarie per i parlamentari.
E Orfini, che è uno dei giovani della segreteria, mette subito le mani avanti: «Devono essere vere, tutti i parlamentari uscenti e i dirigenti le devono fare, senza tutelare le correnti con le quote o altre furbate. Se il 20% delle liste verranno decise centralmente, devono essere posti per la società civile o per eventuali esponenti del governo da candidare…».
Carlo Bertini
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Dicembre 10th, 2012 Riccardo Fucile
BERSANI PREOCCUPATO ALL’IPOTESI DI UNA LISTA MONTI
E se lo facesse davvero? Se sul serio Mario Monti decidesse di battezzare una lista di centro, pur non presentandosi in prima persona?
Al Pd non si parla d’altro.
C’è chi lo fa sperando che questo serva al Partito democratico per avere un viatico internazionale, tramite un’alleanza con i moderati guidati dal premier, e c’è chi invece pensa che il terzo incomodo possa arrecare danno al centrosinistra.
A Largo del Nazareno tutti, o quasi, cercano di cucirsi le bocche, ma le implicazioni della discesa in campo dell’attuale presidente del Consiglio sono tali che tenere le labbra sigillate diventa impresa improba, se non impossibile.
Il primo a parlare, non a favore di telecamere e microfoni, che quelli poco gli interessano, convinto com’è che la comunicazione passi altrove, è Pier Luigi Bersani.
Il segretario del Pd, con l’aria sorniona che lo contraddistingue, e di cui non può fare a meno perchè è un tratto fondamentale del suo carattere, si rivolge ai suoi con queste parole: «Mi sembra più utile al Paese che Monti stia fuori della contesa, dopodichè è ovvio che deciderà lui. Dopodichè io penso che Monti debba restare una carta per tutti, non un’occasione per Montezemolo, Casini e Fini»
E’ ovvio che Monti decida da solo.
Ed è altrettanto ovvio che il leader del Partito democratico prenderà le sue contromisure.
La posta in gioco è alta, anzi altissima: è il governo dell’Italia.
Bersani, nel suo pragmatismo tinto di umiltà , ha chiaro l’obiettivo finale e prepara la controffensiva: «L’iniziativa di Berlusconi rischia di bloccare tutto. La mia agenda non cancella quella di Monti, ma va oltre. Anche perchè io ho sempre detto che se vincessimo sia alla Camera che al Senato, ci allargheremmo comunque ai moderati».
Parla così il segretario del Pd, ma sa bene che c’è chi scommette sulla sconfitta del centrosinistra, che sarebbe agevolata dalla presentazione di una lista che ruberebbe i voti a Berlusconi ma anche al Pd.
Compulsa i sondaggi, Bersani, e si rende perfettamente conto che i 169 seggi che vengono attribuiti al centrosinistra a Palazzo Madama, possono diventare 155, se si perdono le Regioni-chiave, a cominciare dalla Lombardia.
La maggioranza conta 158 seggi al Senato e non è detto che il centrosinistra vincente li conquisti tutti, anche perchè l’eventuale discesa in campo di Monti potrebbe sparigliare le carte.
Il segretario del Partito democratico ha ben presenti le implicazioni che un eventuale ingresso di Monti in politica comporterebbe.
E fa affidamento sul fatto che, alla fine della festa, al centro non possa «decollare nulla di serio». E perciò rimane attaccato al suo piano originale: «Che il centro prenda il 15 per cento o l’8 non ci cambia molto. Con questa legge elettorale vinciamo alla Camera e dopo ci allarghiamo ai moderati anche se siamo autosufficienti».
Ma è un mantra che convince fino a un certo punto.
Perchè la domanda resta sempre lì sospesa.
E se Monti si candidasse? Berlusconi avrebbe un’autostrada spianata perchè, insieme a Grillo, raccoglierebbe i consensi di chi in questi anni è stato piegato dagli eventi della crisi.
Il Pd, però, non potrebbe fare campagne nè conto Monti nè a suo favore.
Stefano Fassina, responsabile economico del partito, assicura che, discesa in campo o meno del premier, non l’avrebbe fatta lo stesso: «Faremo una campagna contro chi ha determinato le condizioni per cui, unico caso in Europa, abbiamo il pareggio del bilancio nel 2013: è colpa delle misure più dolorose attuate dal governo Monti».
Stefano Ceccanti, uno dei capofila dei filo-montiani del Pd immagina uno scenario diverso: «Monti sarà a capo di una lista di centro alleata del Pd, in questo modo Bersani andrà a Palazzo Chigi e lui al Quirinale».
Ma Paolo Gentiloni che è convinto come Veltroni che il centro che verrà sarà il nuovo antagonista del Pd, declina il problema in modo diverso: «Monti in campo rappresenta certamente una competizione rilevante per noi, ma è anche una chance per costruire una maggioranza politica responsabile ed europeista».
Allo stato maggiore del Pd si prefigura il futuro attraverso i sondaggi che sembrano assai rassicuranti: raccontano che Bersani nel favore degli italiani ha conquistato il 30 per cento, mentre Mario Monti è inchiodato a un 22 che tende a calare.
Chiosa di Matteo Orfini: «Scendendo in campo il premier rende impossibile il Monti bis, dato che a occhio e croce il risultato del centro non sarà straripante».
Già , a Largo del Nazareno ci si rassicura con la coperta di Linus dei sondaggi.
Maria Teresa Meli
(da “il Corriere della Sera“)
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