Dicembre 7th, 2012 Riccardo Fucile
LO AVEVA ACCENNATO BERSANI COME PROPOSTA PER SELEZIONARE I GRUPPI DIRIGENTI DEL SINDACATO, MA HA TOCCATO QUALCHE NERVO SCOPERTO
È stata solo una battuta ma nel sindacato qualche mal di pancia l’ha provocato.
In una delle interviste rilasciate il giorno dopo l’affermazione nel ballottaggio il vincitore Pier Luigi Bersani ha sostenuto la bontà del metodo delle primarie anche per quanto riguarda la selezione dei gruppi dirigenti del sindacato.
Bersani sicuramente lo aveva dimenticato ma questa parola d’ordine era già risuonata in casa Cgil nel 2009 creando qualche turbamento.
Un corsivo di un ex dirigente, Michele Magno, pubblicato sul Foglio aveva sostenuto le primarie «come antidoto contro lo strapotere delle burocrazie e delle nomenklature».
E poco dopo la minoranza della Cgil, che in quella circostanza si opponeva al segretario Guglielmo Epifani per sbarrare la strada alla staffetta con Susanna Camusso, aveva fatto sua la proposta di far votare almeno tutti gli iscritti con esplicite dichiarazioni di due dirigenti di peso come Gianni Rinaldini e Guglielmo Podda.
Anche oggi la parola «primarie» provoca qualche reazione nell’alta dirigenza Cgil e il motivo è semplice: si teme che un giorno o l’altro possa diventare il grido di battaglia della minoranza e in particolare di Maurizio Landini, leader della Fiom.
Oggi però Landini ha davanti a sè ben altre priorità (il contratto separato dei metalmeccanici, la legge sulla rappresentanza) e quindi il confronto sulle regole interne di governance è rimandato nel tempo.
Comunque Bersani ha capito di aver fatto una gaffe propagandando le virtù onni-salvifiche delle primarie e nelle successive sortite si è ben guardato dal riproporre l’idea.
Se infatti il segretario ha una preoccupazione è quella di dosare i rapporti con la Cgil che lo ha sostenuto con trasporto e dedizione nel derby con Matteo Renzi e che di conseguenza va in qualche maniera ricompensata.
Bersani in cuor suo avrebbe preferito che Camusso avesse firmato l’accordo sulla produttività , come si può tranquillamente evincere dalle dichiarazioni rilasciate a caldo da Stefano Fassina, ma non ha nessuna voglia di tornare anche su questo spinoso argomento.
Il messaggio che invece ha voluto mandare riguarda la concertazione.
Camusso è sempre feroce nelle dichiarazioni anti-Monti per valutazioni di merito sui suoi provvedimenti ma anche perchè non ha mai digerito la derubricazione del tradizionale schema di rapporti imprese-sindacato-governo.
Bersani l’ha rassicurata che «se dovesse toccare» a lui si tornerebbe all’antico e per la Cgil è musica visto che incasserebbe non solo il replay della concertazione ma anche il vantaggio di avere a Palazzo Chigi un «premier amico».
Prima però che tutto torni al suo posto ci sarà modo per entrare nel merito delle diverse concezioni del metodo concertativo.
In Cgil tutto sommato il tavolo a tre viene considerato come il presupposto di un intervento finanziario pubblico keynesianamente necessario per risolvere i problemi. Non è detto, invece, che Bersani e Fassina la pensino proprio allo stesso modo.
Dario Di Vico
(da “il Corriere della Sera“)
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Dicembre 6th, 2012 Riccardo Fucile
IN CERCA DI UN ALTRO CENTRO… ALLARGAMENTO AD ACLI E PEZZI DELLA CISL
Pier Luigi Bersani lo aveva spiegato ai suoi un mesetto fa, giorno più, giorno meno:
«Non inseguiamo più Casini, se vuole, deve essere lui a venire da noi».
Contrariato per quello che giudica «un eccesso di tatticismo» da parte del leader dell’Udc, il segretario del Partito democratico ha deciso di invertire la rotta.
E di costruirsi un centro fatto in casa.
Sì, perchè Bersani sa bene di non potersi presentare alle elezioni solo con Sel (i socialisti verranno inglobati nelle liste del Pd).
Perciò da qualche tempo ha maturato il convincimento che occorra tenere nella coalizione una pattuglia di moderati.
Tanto più se resterà il Porcellum, magari con una soglia del 40 per cento per il premio di maggioranza: con questo sistema è meglio avere più liste alla Camera, mentre al Senato si andrà tutti in un unico listone.
E infatti il segretario del Partito democratico tesse la sua tela anche con i sindaci Giuliano Pisapia, Michele Emiliano e Marco Doria: loro dovrebbero organizzare una sorta di raggruppamento civico con dentro i verdi di Angelo Bonelli, altre formazioni tipo Libertà e giustizia, e gli scissionisti del Idv (ieri in un angolo buio della Camera, seduti su un divanetto, Maurizio Migliavacca e Fabio Evangelisti hanno parlato a lungo dell’argomento).
Ma tornando al «centro fai da te» del Pd.
L’obiettivo massimo sarebbe quello di coinvolgere le Acli di Andrea Olivero, il presidente della provincia di Trento Lorenzo Dellai, il ministro Andrea Riccardi, un pezzo della Cisl tramite Raffaele Bonanni, una fetta della Coldiretti, e, potendo, anche qualche esponente di «Italia futura», oltre che Bruno Tabacci e Giacomo Portas, che con la sua lista dei «Moderati per il Piemonte» ha un bel gruzzolo di consensi in quella regione, e che già collabora con il Partito democratico, visto che è deputato indipendente nel gruppo del Pd.
Sono serbatoi di voti che darebbero consistenza ai moderati filo-Pd.
Dopodichè se Casini vuole aggregarsi, ben venga, ma se dice di «no» i Democrat se ne faranno una ragione.
È questo l’obiettivo massimo di Bersani ed è un obiettivo difficile da raggiungere.
Anche perchè, come ha rivelato sul sito «Lettera 43» Ettore Colombo, un giornalista addentro alle segrete cose della Chiesa e del mondo cattolico, gli ambienti che gravitano attorno al presidente della Cei Angelo Bagnasco sono contrari all’ipotesi di un’alleanza elettorale tra una parte del cosiddetto gruppo di Todi e il centrosinistra.
Forse l’operazione sarebbe più agevole se venisse coinvolto Beppe Fioroni, che ha buoni rapporti Oltretevere.
Il responsabile Welfare farebbe una sorta di separazione consensuale con il Pd e lavorerebbe per allargare il perimetro dell’area dei moderati disposti a collaborare con il centrosinistra.
Ma Fioroni al momento è restìo a intraprendere questa strada.
Se l’obiettivo massimo si rivelasse una missione impossibile, allora Bersani, con il pragmatismo che lo contraddistingue, è pronto a ripiegare su un progetto meno ambizioso. Cioè quello di dare vita a una lista centrista alleata del Pd di più modeste proporzioni con Giacomo Portas, Bruno Tabacci e qualche altro esponente dell’Api di Francesco Rutelli.
Tanto il Porcellum prevede che il quorum per una lista collegata si abbassi fino al 2 per cento. Una cifra che può essere agevolmente raggiunta e anche superata da una formazione siffatta.
È chiaro che al termine di questa strada, dopo le elezioni, nascerebbe il soggetto politico unitario che il segretario accarezza nei suoi sogni: «il grande Pd».
Ma c’è un possibile intoppo.
E al Partito democratico stanno valutando con attenzione anche quello con l’occhio rivolto alle mosse dell’imprevedibile Silvio Berlusconi.
Grazie al Porcellum, alleandosi anche con la Lega e «spacchettando» il centrodestra in diverse formazioni, l’ex presidente del Consiglio non punta certo a vincere, perchè sa che non è più il tempo dei successi, ma a mettere in piedi una coalizione che si attesti attorno al 27 per cento.
In questo modo Berlusconi ritiene che, grazie all’apporto fondamentale della Lega in Lombardia e Veneto, il centrosinistra non riuscirà a ottenere la maggioranza al Senato.
E a quel punto si riaprirebbero tutti i giochi: il Cavaliere, a sorpresa, potrebbe spianare la strada al Monti bis, giocando un ruolo da protagonista per la costituzione di questo esecutivo.
È un sospetto che non circola solo nel Partito democratico…
Maria Teresa Meli
(da “il Corriere della Sera“)
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Dicembre 3rd, 2012 Riccardo Fucile
UNIRE ANCHE GLI SCONFITTI, RINNOVARE E RISOLVERE IL RISIKO ISTITUZIONALE
Per arrivare a Palazzo Chigi il team di Bersani immagina di unire il partito tenendo conto delle istanze di Renzi rinnovare i gruppi parlamentari, sbrogliare la matassa della successione al Colle
Le Primarie le ha volute a tutti i costi, vincendo le resistenze della sua «Curia», ma ora Pier Luigi Bersani ha cento giorni per acquisire la forza e lo standing per diventare Papa.
Arrivando a Palazzo Chigi dopo una vittoria elettorale, la prima volta per un uomo politico che è stato iscritto al Partito comunista italiano.
Dal podietto messo in piedi a caldo al teatro Capranica, la cravatta rossa slacciata sul colletto, Bersani ha mostrato di aver capito quale sia la sua mission, lanciando subito tre messaggi forti: «Dare al centrosinistra un forte profilo di governo e di cambiamento», «predisporre i percorsi e gli spazi per le nuove generazioni». E soprattutto: «Si deve vincere senza raccontare le favole».
Un appello anti-demagogico che è stato accolto con un applauso tiepido dai suoi fans che erano pronti a spellarsi le mani per qualsiasi battuta avesse detto il vincitore delle Primarie
Certo, per ora si tratta di impegni generici, ma Bersani sa che per conquistare Palazzo Chigi, è atteso da una via crucis scandita in tre stazioni: tenere e non disperdere subito la ritrovata forza elettorale del Pd; rinnovare in profondità gruppi parlamentari e dirigenza del partito; apparecchiare un risiko istituzionale da rompicapo, che prevede per i vincitori delle prossime elezioni politiche le indicazioni per il Quirinale e per le presidenze delle due Camere.
La prima «stazione» della via crucis da superare per arrivare a palazzo Chigi è dentro il suo partito.
Dice Giorgio Tonini, già presidente della Fuci, uno dei pochissimi parlamentari che ha sostenuto Renzi: «Bersani ha avuto un mandato pieno che non lascia dubbi a recriminazioni ed ora si parrà la sua nobilitate: per evitare l’effetto-depressione degli elettori di Renzi, dovrà fidelizzare quell’elettorato, interpretando il segnale forte di rinnovamento emerso dalle Primarie».
Miguel Gotor, un intellettuale che è anche uno dei primi consiglieri di Bersani, all’«Espresso», ha dato un’indicazione molto interessante: «C’è la consapevolezza in Bersani che dopo il governo Monti non si può tornare indietro, al manuale Cencelli tra le correnti per nominare i ministri. Servono autorevolezza e competenza, bisogna alzare il livello».
Una lettura che convince un altro sostenitore di Bersani come Pier Luigi Castagnetti, che però da uomo di partito, già indica le resistenze: «Il segretario del Pd, tornando a Roma dopo una campagna elettorale che ce lo ha proposto più forte e diverso, ora dovrà stare attento ai rischi della sua “Curia”, che è sempre conservatrice.
Papa Giovanni, quando annunciò il Concilio, spiazzò e inquietò la Curia romana.
Per vincere quelle resistenze, il Papa rifece l’annuncio per altre due volte e i suoi successivi discorsi dal balcone erano diretti proprio a vincere le resistenze della Curia».
Un patto Bersani-Renzi?: «Se Bersani cercherà e troverà un’intesa di fondo col sindaco di Firenze, sia pure in ruoli diversi – dice l’ex ministro Paolo Gentiloni – il Pd potrà continuare quella ascesa elettorale, testimoniata dai sondaggi, che può portarlo verso percentuali ancora più alte, vicine al 40%».
Tradotto in soldoni?
Renzi, come ha fatto capire nel suo discorso a caldo, si prepara a fare il capo della opposizione interna, ma la sua «costituzionalizzazione» può passare attraverso una corposa offerta da parte di Bersani?
Sugli oltre trecento parlamentari che il Pd si prepara a portare nel prossimo Parlamento, il segretario quanti ne offrirà al sindaco di Firenze? Ottanta? Cento?
Ma offerte così importanti – ecco il punto – potrebbero mettere Bersani in collisione con la sua «Curia», i gruppi organizzati raccolti attorno a D’Alema, Franceschini, Bindi, Letta e Fioroni, che qualche giorno fa, un po’ scherzando e un po’ no, diceva: «Saremo fatti tutti fuori».
Ma per poter vincere senza sbavature le elezioni, la seconda «stazione» che attende Bersani è la riforma elettorale.
Con una forza attuale del 30-35%, il Pd per conquistare Palazzo Chigi deve mantenere in vita il tanto detestato (a parole) Porcellum.
Bersani non potrà mai dirlo, ma il suo obiettivo è proprio quello e d’altra parte una mano gliel’ha data nientedimeno che Romano Prodi.
Intervenendo a Sky, l’ex presidente del Consiglio ad un certo punto ha indicato la strada a Bersani: «Se il Porcellum resterà , si potrebbero fare primarie per i parlamentari».
Ma se il Porcellum resta, proprio Romano Prodi diventa il candidato dei progressisti per il Quirinale, non solo perchè è il candidato che può mettere d’accordo anche Vendola e Renzi, ma anche perchè l’ex premier ha un identikit che su un punto essenziale si sovrappone a quello di Monti: «Prodi – dice Sandro Gozi, responsabile Pd per le Politiche europee – ha il profilo giusto per fornire le necessarie garanzie a livello internazionale».
Fabio Martini
(da “La Stampa”)
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Novembre 29th, 2012 Riccardo Fucile
IL SINDACO DI FIRENZE PROPONE TAGLI DRASTICI AI PRIVILEGI DEI POLITICI, IL SEGRETARIO PUNTA SU PENE PIU’ SEVERE PER CORRUZIONE E FALSO IN BILANCIO…LA LOTTA ALLA PRECARIETA’ E’ UN OBIETTIVO COMUNE MA CON DIVERSE STRATEGIE
Tutti e due le chiamano idee.
“Dieci idee per cambiare” quelle di Pierluigi Bersani in altrettante brevi schede tricolori.
“Idee” soltanto, ma 12 e ampiamente declinate, quelle di Matteo Renzi.
Tutte in belle vista nei rispettivi siti; giudicabili, tweettabili, spedibili, scaricabili come meglio si crede.
Sulle pagine web a regola d’arte del sindaco di Firenze ci sono anche gli indici di gradimento di Facebook: i “mi piace”, che però calano progressivamente, insieme all’attenzione dei lettori, dai 2.700 giudizi positivi della prima scheda sulle riforme istituzionali ai soli 15 dell’ultima sul ruolo dell’Italia nel mondo.
CONTRO LA CASTA
D’altronde per il sindaco “rottamatore” le riforme della politica sono anche uno dei temi punta. Quindi: abolire tutti i vitalizi, abolire le Province, abolire il finanziamento pubblico ai partiti, abolire anche una delle due Camere.
E ancora: stabilire per i consiglieri regionali “un compenso e un budget per le attività di servizio uguale in tutte le Regioni” e affidare ai cittadini la scelta dei deputati e di un leader “messo in condizione di governare per l’intera legislatura e di attuare il programma proposto alle elezioni”.
Parole che trovano orecchie attente nel clima di risentimento che aleggia nei riguardi della classe politica e dei suoi privilegi.
Difatti neanche Bersani si sottrae dal mettere al primo punto le riforme: “Occorre adeguare gli emolumenti della classe politica italiana alla media europea, riformare i partiti, ridurre il finanziamento pubblico, rafforzare la normativa contro la corruzione”, elenca la prima idea del segretario.
Che però dopo la stagione berlusconiana vede finalmente nella prossima “una legislatura costituente” che affronti “il tema del rapporto tra stato, regioni e enti locali” e vari “norme stringenti in materia di conflitto d’interessi, legislazione antitrust, libertà l’informazione, falso in bilancio”.
“STATI UNITI D’EUROPA”
Poi viene l’Europa, tanto per il segretario che per il sindaco.
E con l’orizzonte comune degli “stati uniti d’Europa”. Bersani chiede il coordinamento delle “politiche economiche e fiscali attraverso istituzioni comuni direttamente legittimate dalla popolazione tramite elezioni”.
E lo stesso fa Renzi quando chiede “l’elezione diretta da parte dei cittadini europei” delle istituzioni continentali per “venire incontro ai problemi di milioni di disoccupati, soprattutto giovani, favorire l’inclusione sociale e combattere la povertà ”.
La differenza si pone però sul piano nazionale, in Italia, dove il segretario del Pd ritiene che “un patto di legislatura con le forze moderate rappresenti l’alternativa alle regressioni nazionaliste, antieuropeiste e populiste che sono e restano incompatibili con le radici di un’Europa democratica, aperta e inclusiva”.
A sancire quella mano protesa verso i centristi che distingue Bersani da Renzi, quasi invertendone i ruoli.
ISTRUZIONE
In quanto all’istruzione, il segretario del Pd invoca “un piano straordinario contro la dispersione scolastica, misure per il diritto allo studio e investimenti sulla ricerca avanzata nei settori trainanti e a più alto contenuto d’innovazione”; non senza trascurare la qualificazione del corpo insegnante sottopagato.
Renzi la prende invece dalla scuola dell’infanzia, proponendo di “dare al 40% dei bambini sotto i tre anni un posto in un asilo pubblico entro il 2018”.
Anche il sindaco sente il bisogno di “un forte investimento sulla scuola e, in particolare, sulla formazione e l’incentivazione degli insegnanti, sull’edilizia scolastica e sull’upgrade tecnologico della didattica”; sempre insieme alla “formazione in servizio per gli insegnanti”. In più lo sfidante invoca anche il dimezzamento degli atenei e dei privilegi dei cui godono i formatori, gli accademici, a discapito degli studenti.
FISCO.
Altro snodo chiave e comunque è quello del fisco, diversamente articolato nelle schede dei due sfidanti. Il ridisegno del sistema proposto da Bersani prevede di “alleggerire il peso del fisco sul lavoro e sull’impresa, lottando contro l’evasione e spostando il peso del fisco sulla rendita e sui grandi patrimoni finanziari e immobiliari”.
Secca e circostanziata la controproposta di Renzi: “Ridurre l’imposizione tributaria sui lavoratori dipendenti che percepiscono meno di 2000 euro netti al mese per un ammontare di 100 euro al mese” da finanziare “con i proventi del recupero della lotta all’evasione fiscale”. Inoltre il sindaco propone una lunga e dettagliata scheda sulla semplificazione fiscale a favore sia dei cittadini che delle imprese.
LAVORO E PRECARI.
“Contrasteremo la precarietà , cambiando le norme e rovesciando le politiche messe in atto dalla destra nell’ultimo decennio — assicura il programma di Bersani — Combatteremo l’idea di una competitività giocata solo sull’abbassamento delle condizioni e dei diritti dei lavoratori”.
Non è altrettanto categorico, ma più circostanziato, il sindaco di Firenze.
Al punto 6 si legge infatti: “Proponiamo la sperimentazione, in tutte le imprese disponibili, per i nuovi insediamenti e/o le nuove assunzioni, di un regime ispirato al modello scandinavo: tutti assunti a tempo indeterminato (tranne i casi classici di contratto a termine), a tutti una protezione forte dei diritti fondamentali e in particolare contro le discriminazioni, nessuno inamovibile; a chi perde il posto per motivi economici od organizzativi un robusto sostegno del reddito e servizi di outplacement per la ricollocazione”.
WELFARE.
Renzi colloca il tema della lavoro entro quella riforma del welfare che, osserva, manca solo a Grecia e Italia. Il sindaco pone l’attenzione anche sulla riforma del terzo settore e i nuovi servizi alla persona, mentre in materia di sanità il suo dettagliato decalogo in nove punti parte dall’idea di “abbandonare il criterio dei tagli lineari a favore di una definizione di standard su costi/efficacia”.
Quanto poi alla riforma previdenziale introdotta da Elsa Fornero, per il sindaco “non verrà messa in discussione”.
A questo riguardo il programma di Bersani invece tace.
Per il segretario è “lo squilibrio nel rapporto tra rendita e lavoro” che “mina alle fondamenta la sostenibilità del nostro welfare”.
Occorre quindi che “chi ha di più” sia “chiamato a dare di più”, in modo di aiutare a migliorare le condizioni di vita di chi ha di meno.
Chiosano invece le idee di Renzi che occorre anche “riformare il settore bancario, inserendo una più netta separazione tra attività commerciali e di investimento”.
BENI COMUNI.
L’idea di Bersani è quella dei beni comuni quando dice che “sanità , formazione e sicurezza devono essere accessibili a tutti”. Secondo il segretario “l’energia, l’acqua, il nostro patrimonio paesaggistico e culturale, il welfare come la formazione sono beni che vanno tutelati” e per cui “bisogna introdurre normative che definiscano i parametri della gestione pubblica o, in alternativa, i compiti delle autorità di controllo a tutela delle finalità pubbliche dei servizi”.
GLOBALIZZAZIONE
Secondo il leader del Pd per “vincere la sfida della globalizzazione” occorre “tornare a puntare sull’eccellenza del Made in Italy”.
Perciò è necessario individuare “aree d’investimento, ricerca e innovazione nell’industria, nella agricoltura e nei servizi”. In quest’ottica “siamo per una politica industriale che rispetti l’ambiente”, recita il programma di Bersani. “Dare la priorità alle manutenzioni e alle piccole e medie opere”, scegliendo “le grandi opere che servono davvero”, risponde Renzi.
A questo proposito “il Mezzogiorno non è un’area geneticamente modificata, ma il banco di prova delle nostre proposte: ricambio della classe dirigente e rottamazione dei privilegi”.
Renzi propone inoltre l’istituzione di un ministero della cultura e l’investimento nel turismo. Tutto ciò puntando sulla “sostenibilità ambientale: energie rinnovabili e riduzione dei rifiuti”.
DIRITTI.
In coda ai due programmi le tematiche dei diritti.
Renzi aggiunge anche la necessità di “ridurre il numero delle forze di polizia” e di “un solo numero di emergenza”.
A discapito della matrice confessionale, il catalogo sui diritti del sindaco di Firenze poi spazia dalla “depenalizzazione” rispetto alla legge Fini/Giovanardi sulle tossicodipendenze, ai diritti delle coppie di fatto, la lotta omofobia, il divorzio veloce, i diritti delle famiglie omogenitoriali, la lotta alla violenza domestica, il testamento biologico.
Si legge invece nella scheda di Bersani l’impegno “per contrastare la violenza sulle donne e promuovere con urgenza una legge contro l’omofobia”, il riconoscimento della cittadinanza ai nati in Italia e quello giuridico alle coppie omosessuali.
Memore delle precedenti esperienze di governo del centrosinistra Bersani aggiunge infine un’idea sulla responsabilità non petita.
Cioè sul fatto che la coalizione si impegna a “sostenere in modo leale e per l’intero arco della legislatura l’azione del premier scelto con le primarie”, affidandogli la guida della maggioranza e la risoluzione delle controversie.
Cosimo Rossi
(da “Il Fatto Quotidiano“)
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Novembre 24th, 2012 Riccardo Fucile
ULTIME DICHIARAZIONI E POLEMICHE DEI CANDIDATI ALLE PRIMARIE, REGISTRATE OLTRE UN MILIONE DI PERSONE
La polemica sulle registrazioni difficili tiene banco da giorni, ma Roberto Cuillo, responsabile comunicazione per le primarie, può fare un annuncio significativo: «Sono già più di un milione le persone che si sono registrate».
Tanto che domenica nei 9.000 seggi ci saranno ben 100 mila volontari.
Intanto Matteo Renzi si candida a vincere le elezioni per il centrosinistra.
E Pier Luigi Bersani, nel caso di sconfitta del rivale, spiega che «probabilmente continuerà a fare il sindaco di Firenze e comunque c’è il congresso con le primarie per il segretario: chi ha interesse a organizzare un’area o a candidarsi può farlo tranquillamente»
Il coordinatore bolognese del comitato pro Bersani ha presentato un esposto contro Renzi, perchè la tv locale «eTv» avrebbe mandato in onda «un lungo spot» a pagamento, in violazione del regolamento».
Ma quale spot, ribatte Renzi, era «un documentario» e «non pagato».
Bersani, alle polemiche renziane sul voto difficile, già di prima mattina rispondeva: «Cerchiamo di non mettere in giro argomenti che non sono dignitosi per noi, che siamo gente seria. Abbiamo deciso tempo fa di costituire l’albo, non so se Renzi fosse presente, credo di no visto che frequenta poco». E la dichiarazione di voto per Renzi, nel caso di (improbabile) ballottaggio tra Vendola e il sindaco di Firenze, è un po’ obtorto collo: «Lo voterei per dovere d’ufficio. Sono legato a Nichi da grande simpatia, ma avrei difficoltà a votare il leader di un altro partito».
Secondo i dati pubblicati sul Sole 24 Ore da Roberto D’Alimonte, Bersani sarebbe in vantaggio di dieci punti su Renzi (48 a 38).
Ma se a guidare il centrosinistra alle elezioni fosse il sindaco di Firenze, la coalizione otterrebbe il 44 per cento dei voti, contro il 35.
Quanto basta per far dire a Renzi: «Se noi vinciamo, i democratici hanno più chance di vittoria».
Il sindaco di Firenze prosegue anche la polemica con Rosy Bindi, invitata a «lasciare la poltrona» anche perchè «la sinistra è Obama, non lei».
Replica della dirigente: «Le liste le farà il partito non Renzi».
Ma lo scontro è anche sulle alleanze.
Il «rottamatore» spinge sul bipolarismo: «A me di fare un accordo con Casini non frega nulla. Dobbiamo prendere noi i voti dei delusi, non appaltarli a Casini o a Montezemolo». Di parere diverso Bersani: «Noi siamo interessatissimi a un rapporto con il centro, a patto di sapere chi dirige il traffico».
Nichi Vendola si dice sicuro di arrivare al ballottaggio e attacca Renzi: «È una bolla mediatica che si sta già sgonfiando».
Poi rivendica il sostegno di Lino Banfi, «una grande maschera tragica, oltrechè comica, del cinema italiano».
E se Renzi può vantare l’appoggio di Jovanotti e Bersani quello di Sabrina Ferilli, a Laura Puppato vanno i favori di Marco Travaglio e (ma è solo una voce) di Nanni Moretti.
Alessandro Trocino
(da “il Corriere della Sera“)
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Novembre 19th, 2012 Riccardo Fucile
SPOSETTI ACCUSA: “RENZI HA SPESO TRE MILIONI DI EURO PER LA CAMPAGNA DELLE PRIMARIE: CHI PAGA?”
E alla fine, ha scelto la guerra. Perchè «è meglio vincere male che perdere bene».
«Non ci sono due curriculum, ma due modelli di futuro a confronto. Da un lato l’usato sicuro di Bersani, dall’altro la sfida per un’Italia diversa».
Renzi cerca di «vendere» il sogno, sempre più a suo agio nei panni del Grande Imbonitore, sospeso tra Obama e Bonolis.
E se il partito «nei sondaggi è sopra il 30%, io dico andate a ricercare quelli che dicevano che le primarie ci avrebbero distrutto».
La tesi per convincere gli ultimi indecisi: «Con noi si vince. Loro non hanno fatto nulla, nemmeno la legge sul conflitto di interessi. E per favore, niente renziani: queste malattie lasciamole agli altri».
Sottopalco Gori, Lotti e De Siervo annuiscono.
Giuliano da Empoli ascolta assorto. C’è anche Fausto Brizzi. Agnese Renzi no, aveva una lezione a scuola.
Ma a rilanciare il tema finanziamenti ieri ci pensa, a distanza, l’ex tesoriere ds Ugo Sposetti: «La Leopolda è costata 350 mila euro. Finora Renzi ha speso circa 2 milioni e 800 mila euro. Il tetto è 200 mila».
La replica: «Metto online tutte le fatture. Non abbiamo finanziatori occulti».
E la portavoce dei comitati Simona Bonafè: «Sposetti spara cifre in libertà . Che ha fatto con i soldi dei finanziamenti dei Ds?».
Già , ma se si perde? Renzi: «Non esiste un piano B. Non accetteremo premi di consolazione».
Poi c’è la questione del centrodestra. «Mi hanno dato del fascistoide. Ma perchè dovremmo vergognarci di prendere quei voti? Meglio Bersani che li raccoglie conto terzi, con Casini?». Intanto un voto lo incassa ieri.
In sala stampa lo avvicina un ragazzo sulla trentina: «Matteo, sono un elettore di destra. Però stavolta voto per te». Lui gli stringe la mano: «Vai, grande».
E tira via.
Ma il vero timore di Renzi è che la polemica sulle regole spinga le persone a non votare.
E così lancia lo slogan: «Meglio perdere un quarto d’ora oggi a fare la fila piuttosto che perdere i prossimi 5 anni».
Quanto ai rottamati, la butta sul ridere: «Bindi, D’Alema, Veltroni… Sono come quei bambini che non vogliono scendere dall’altalena».
Ma la presidente ds replica: «Sulle deroghe decide il partito, non Renzi».
Sempre il sindaco: «Di Pietro? Non ci alleeremo con nessun partitino come il suo, che poi fa gruppo a sè per beccare i finanziamenti».
Sull’ipotesi brogli alle primarie ieri però gli ha replicato da Bari Pier Luigi Bersani: «Non mettiamo sospetti, stiamo facendo una cosa meravigliosa che verrà sostenuta da migliaia di volontari, tutta gente per bene. L’affluenza? La voglio altissima».
E Nichi Vendola: «Sono ottimista: ho sempre perso nei sondaggi ma ho sempre vinto nelle urne»
Angela Frenda
(da “il Corriere della Sera”)
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Novembre 18th, 2012 Riccardo Fucile
TELEGRAMMA DELLA NASA DOPO IL CONFRONTO DEI CANDIDATI IN TV: “COMPLIMENTI PER IL PRIMO DIBATTITO POLITICO IN ASSENZA DI GREVITA'”… TABACCI CITA DE GASPERI E VIENE SQUALIFICATO PER ESTREMISMO
Gioia ed entusiasmo da tutto il mondo per il confronto televisivo tra i candidati alle
primarie del centrosinistra svoltosi in settimana in Italia.
“Nemmeno i nostri topini si comportano così bene durante gli esperimenti — dicono dal dipartimento di biologia del Mit di Boston — … ma sapreste dirci alla fine quale delle cavie è sopravvissuta?”.
Più tecnico il commento del dipartimento di scienze comportamentali di Bruxelles: “Cinque esponenti della sinistra italiana per due ore nella stessa stanza che non si mandano affanculo a vicenda! Per la scienza è una svolta epocale”.
Ma se il mondo strabilia di fronte a ciò che sembrava impossibile, in Italia prevale la lettura politica: per i renziani ha vinto Renzi, per i bersaniani ha vinto Bersani e per i vendoliani ha vinto Vendola, anche se permane qualche dubbio tra i sondaggisti: “Abbiamo tentato di rintracciare i puppatiani, ma erano solo tre e si sono suicidati durante la diretta”.
Gli esperti di comunicazione e mass-media valutano molto positivamente il comportamento di Matteo Renzi, l’unico candidato veramente multitasking: “Riusciva a parlare, leggere i consigli di Gori sul cellulare, fare l’imitazione di Mister Bean e gesticolare, tutto in una volta, davvero notevole. Quando poi ha scambiato il pacco del Molise con quello della Calabria è stata l’apoteosi”.
Vero brivido della serata, la scelta delle figure più rappresentative nel Pantheon dei concorrenti: vedere l’ala sinistra sfidarsi a colpi di papi e cardinali ha reso più interessante l’incontro, mentre Tabacci ha sorpreso tutti dicendo qualcosa di sinistra: “De Gasperi”, ed è stato squalificato per estremismo.
A Sky esultano per i risultati d’ascolto, di poco inferiori a Udinese-Atalanta del 2004, ma anche i protagonisti della serata si sono mostrati soddisfatti, specie Renzi che per una volta ha potuto andare a letto dopo Carosello.
Interessante anche l’esperimento di coinvolgere gli elettori: “Le loro domande sono state molto utili — dicono alla direzione del Pd — anche perchè per la prima volta dai tempi di Berlinguer i leader del partito sono sembrati più intelligenti di chi è disposto a votarli”.
Alessandro Robecchi
(da “il Misfatto“)
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Novembre 13th, 2012 Riccardo Fucile
SEGUONO VENDOLA CON IL 12%, TABACCI CON IL 5% E LA PUPPATO CON IL 4%
Sostanziale pareggio tra Pier Luigi Bersani e Matteo Renzi nel dibattito tra i candidati alle primarie trasmesso da SKY.
Secondo il 33% dei telespettatori il più convincente è stato il segretario del Pd, seguito dal sindaco di Firenze al 31%.
Lo rileva un instant poll condotto dall’istituto Quorum in collaborazione con Repubblica. it.
Secondo il 12% degli intervistati, ha invece prevalso Vendola.
Solo il 5% ha indicato Bruno Tabacci e il 4% ha premiato Laura Puppato. Per il 15%, dal dibattito non è emerso nessun chiaro vincitore.
Il sondaggio è stato condotto online, con metodologia CAWI, su un campione statisticamente rappresentativo di 2.700 potenziali elettori delle primarie che hanno seguito il confronto di questa sera.
Bersani vince tra le donne (34% a 26% su Renzi), pareggio tra gli uomini (33% a 33%).
Tra gli under 35 successo del sindaco di Firenze, che stacca Bersani 38% a 23%, con Vendola al 17 per cento.
Opposto il risultato tra gli over 55, con Bersani al 51% contro il 20% di Renzi. Sono i dati dell’instant poll condotto dall’istituto Quorum in collaborazione con Repubblica. it su un campione di 2.700 potenziali elettori delle primarie che hanno seguito il confronto tra i candidati. Inoltre, ben il 26% del campione dice che potrebbe aver cambiato idea su chi votare alle primarie: tra questi elettori, Renzi è in lieve vantaggio su Bersani nelle intenzioni di voto, con 26% contro il 22, mentre in questo segmento gli indecisi sono quasi il 30 per cento.
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Novembre 7th, 2012 Riccardo Fucile
INCHIESTA PER TRUFFA SULLA SEGRETARIA DEL LEADER: PERQUISITI GLI UFFICI DELLO STAFF
Si sono presentati di buon mattino, tra le mani un mandato di perquisizione. Indirizzo,
via Sant’Andrea delle Fratte, Roma, sede del Pd, ufficio della segreteria di Pier Luigi Bersani.
Una visita per niente annunciata.
Obiettivo: raccogliere informazioni nei computer in cui la Guardia di Finanza spera di trovare risposte per l’indagine che coinvolge la segretaria storica di Bersani, Zoia Veronesi, indagata per truffa aggravata, assunta dalla Regione Emilia Romagna e utilizzata dal segretario del Pd per tenere e aggiornare la sua agenda politica.
Un danno alle casse pubbliche — secondo l’accusa — che supera i 140 mila euro. “Sentivamo rumori, porte che sbattevano, c’erano estranei che entravano e uscivano”, hanno raccontato ieri i dipendenti del Partito democratico. “Nell’affacciarmi ho visto delle persone che scaricavano file dai computer, cercavano documenti nei cassetti, ma allontanavano tutti”, ha riferito uno dei testimoni della scena.
Il pensiero è corso al caso Lusi.
Ma stavolta non si tratta dell’ex eredità della Margherita.
La Finanza era nella sede del Pd per indagare sul caso di Veronesi, appunto.
È stato anche sentito un impiegato del Pd presente nella sede, con l’obiettivo di chiarire meglio se quanto raccontato da Zoia Veronesi in queste settimane risponda a verità .
Cioè che lei lavorasse per Bersani solo nelle ore extra rispetto al lavoro.
La conferma della visita in casa Pd delle Fiamme gialle è arrivata in serata da fonti vicine agli inquirenti.
I finanzieri hanno perquisito nei giorni scorsi la sede distaccata della Regione a Roma e ieri, dopo aver ascoltato una serie di persone informate sui fatti, hanno deciso di andare a cercare negli uffici del partito.
Non è escluso neppure che il lavoro sia terminato: i finanzieri per ora hanno copiato i dati su dischetti, ma potrebbero non bastare.
Gli inquirenti sono convinti che Veronesi lavorasse solo ed esclusivamente per il segretario e che il suo incarico a Roma da parte della Regione in realtà non sia mai stato svolto.
La donna, che è stata dipendente del palazzo di viale Aldo Moro a Bologna fino al 28 gennaio 2010, era stata distaccata con un provvedimento della stessa Regione a Roma, dove doveva intrattenere rapporti con le “istituzioni centrali e con il Parlamento”.
Ma la GdF ha appurato che non esiste traccia della sua prestazione lavorativa a favore della Regione in quel periodo, tra il 2008 e il 2009.
Nei giorni scorsi, a casa sua, le è stato recapitato un invito a rendere interrogatorio con l’accusa truffa aggravata contestato a lei e abuso d’ufficio a Bruno Solaroli, ex capo di gabinetto della Regione Emilia Romagna, uomo vicino a Errani e a Bersani, che le avrebbe confezionato l’incarico su misura.
La donna si è presentata molto tranquillamente dal pm e ha risposto a tutte le domande.
Nella sostanza il legale di Veronesi, l’avvocato Paolo Trombetti, ha spiegato: “Noi”, ha detto, “abbiamo interesse a chiarire che non c’è stata alcuna irregolarità da parte di chicchessia, tanto più dalla signora Veronesi. Respingiamo l’accusa di truffa, non c’è alcuna ombra. Abbiamo chiarito tutto. È una vicenda in cui nulla le può essere rimproverato”.
Il verbale d’interrogatorio, al quale hanno assistito il pm Giuseppe Di Giorgio e il procuratore aggiunto, Valter Giovannini, è stato comunque secretato.
Non per la delicatezza dell’indagine, ma per il particolare ruolo che Veronesi ricopriva e il contesto di oggi in cui il suo diretto superiore, il segretario del Pd, corre per le primarie con possibilità di diventare inquilino a Palazzo Chigi.
Una cautela, quella di mantenere il silenzio sull’inchiesta, che ha anche funzionato: nessuno tra i nemici (e non sono pochi) del segretario del Pd Bersani ha usato come arma l’inchiesta della magistratura.
Situazione simile a quella che si presenterà questa mattina, quando — per un’altra indagine — comparirà davanti al giudice per l’udienza preliminare, Vasco Errani, presidente della Regione Emilia Romagna, coordinatore della conferenza dei presidenti delle Regioni, commissario straordinario per l’emergenza terremoto e, soprattutto, uomo macchina nella corsa alle primarie di Bersani.
Se i giudici dovessero decidere il rinvio a giudizio non si metterebbe bene nè per Errani, costretto a fare i conti con i suoi incarichi, nè per Bersani che, negli ultimi mesi, a lui si è appoggiato per creare il partito del 2013, quello che deve affrontare le elezioni politiche e ambisce a governare.
Caterina Perniconi e Emiliano Liuzzi
(da “Il Fatto Quotidiano“)
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