Ottobre 22nd, 2012 Riccardo Fucile
TROPPO SICURO, MA NELLA SUA CITTA’ NON VINSE NEANCHE AL PRIMO TURNO”
Dall’altro capo del telefono risuona una risata sincera e fragorosa. Enrico Rossi, governatore della Toscana, bersaniano di ferro, uno di quelli che più erano contrari a cambiare lo statuto per far correre il sindaco di Firenze alle primarie, reagisce così quando sente che Renzi dice «con me il Pd va al 40% e con voi resta al 25%».
Perchè certo «il personaggio non difetta di sicumera, ma c’è solo un dato di riferimento reale, le elezioni al sindaco di Firenze, quando non vinse al primo turno… ».
E anche se ne è passata di acqua sotto i ponti, «l’atteggiamento è lo stesso, l’attacco verso la sinistra è identico, così come il desiderio di compiacere l’elettorato di centrodestra. Un conto sono i sondaggi compiacenti, un altro i voti reali. Una battuta un po’ presuntuosa, via».
Piuttosto, Rossi si interroga sul perchè Renzi non si pronunci sulle scelte del governo: «Si potrebbe pensare ad una patrimoniale sulle grandi ricchezze, per una finanziaria più equa che rilanci gli investimenti e riduca i tagli a sanità e scuola. Che ne pensa Renzi? Non basta costruire suggestioni, bisogna entrare nel merito delle cose».
Certo il labirinto di regole per votare alle primarie può scoraggiare la partecipazione e limitare infine la capacità espansiva del Pd. O no?
«Penso che questo albo degli elettori vada fatto e costruito con serietà , anche per ricostruire un rapporto tra i partiti e gli elettori. E chi è deluso dalle politiche di Berlusconi e vuole partecipare alle scelte del centrosinistra, è giusto che ci metta la faccia».
Ma ad esempio, perchè non potersi iscrivere on line e andare a ritirare il certificato, pagare e poi votare negli stessi gazebo?
«Le regole è giusto che ci siano ed è giusto che chi decida di votare per il centrosinistra si esponga ma deve esser anche data la possibilità di cancellarsi dall’albo se si cambia opinione. Ma sarebbe singolare se qualche elettore, spinto dagli appelli venuti da Berlusconi e Santanchè, venisse a votare alle primarie e cambi opinione da qui alle elezioni. Vanno evitate furbizie e brogli, perchè i contraccolpi delle primarie di Palermo e Napoli hanno rischiato di mettere in dubbio la credibilità del partito. Detto questo, mi sembra che Renzi voglia uscire dall’angolo in cui si è messo con la rottamazione e con le frequentazioni con la finanza, ributtandola sulle regole che lo penalizzerebbero».
E secondo lei queste regole non penalizzano Renzi?
«In realtà l’assemblea nazionale del Pd si è riunita per concedere a lui questa modifica dello statuto ad personam: e uno non si aspetta di essere ringraziato per questo, anche se un po’ di educazione non guasterebbe. Doveva esser lì, chieder di parlare e ringraziare».
Ma alla luce di questi paletti così stringenti, si può dire che alla fineBersani sia stato condizionato dalla nomenklatura del Pd che vuole blindare lo status quo? In altre parole, il segretario ha voluto rassicurare al massimo tutte le correnti che lo sostengono?
«Credo siano lineari i comportamenti di Bersani e invito Renzi a non definire sleale il suo competitor che è il segretario del suo partito. Capisco il bisogno di essere al centro della scena e dello spettacolo, ma le parole si devono misurare: definire sleale Bersani che per primo si è impegnato ad avere primarie aperte, malgrado il parere di molti, non è proprio accettabile. E comunque certe letture derivano da una scarsa conoscenza del personaggio Bersani: un uomo pacato, ma così determinato che nei suoi propositi non lo smuove nessuno».
Carlo Bertini
(da “La Stampa”)
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Ottobre 20th, 2012 Riccardo Fucile
BERSANI & CO. CONTRO I FINANZIERI DEL SINDACO, DIMENTICANO LE LORO BANCHE
Pier Luigi Bersani e Matteo Renzi se le danno di santa ragione.
Con cattiveria, per farsi male.
Sull’argomento più doloroso della storia recente della sinistra: i rapporti opachi e forse inconfessabili con il potere finanziario.
Gode il terzo sfidante delle primarie, Nichi Vendola, che suggella la giornata con parole beffarde: “E io mi accomodo tra il pubblico ad ascoltare i vostri problemi con i banchieri e con la finanza…”.
I vostri problemi.
Stavolta, com’è d’uso constatare nelle risse da bar, ha cominciato Bersani.
La palla se l’è fatta alzare dall’Unità . Il giornale del Pd ieri ha dedicato a Renzi un titolo di apertura cattivissimo: “Le primarie in paradiso (fiscale)”.
Il riferimento è a Davide Serra, giovane finanziere che ha organizzato mercoledì sera, a Milano, la cena in piedi tra i banchieri e Renzi, con tanto di raccolta di fondi (circa 150 mila euro di cui il sindaco di Firenze promette a breve rendiconto dettagliato sul suo sito).
Il fondo Algebris, con il quale Serra gestisce circa un miliardo di euro, avrebbe la sua sede alle isole Cayman, un paradiso fiscale.
Notizia seccamente smentita ieri sera dallo stesso Serra. E però Renzi balbetta, fa dire al suo staff “non lo sapevamo”, si dimentica di controllare su Google che le isole Cayman sono un possedimento britannico sostanzialmente integrato nell’Unione europea, paradiso fiscale come il nobile, europeissimo Lussemburgo.
Bersani decide allora di insistere e va giù duro: “Credo che qualcuno che ha base alle Cayman non potrebbe permettersi di parlare e di darci consigli”, dice.
E alla provocazione di un giornalista (“Li definirebbe banditi?”), non si fa pregare: “Banditi fra virgolette, è una finanza che non risponde a criteri di trasparenza e che ha avuto in tutti questi anni un po’ troppa mano libera”.
Per poi aggiungere: “Non lo dico per Renzi ma in generale: l’Italia non si compra a pezzi”.
Una volta le notizie viaggiavano abbastanza lentamente da dare il tempo di pensare.
Adesso è proprio come al bar, anche perchè c’è Twitter.
Passano pochi minuti dalla prima notizia d’agenzia del fendente bersaniano, e Renzi digita furioso sul palmare: “Caro Bersani, su banche finanza e trasparenza accetti un confronto pubblico? Non importa andare alle Cayman: ok una casa del popolo. Ti va?”.
A Bersani gli va, ma continua a menare: “Meglio la casa del popolo delle Cayman”.
Poi scivola un po’ sul burocratico: “Non ho alcuna difficoltà a discutere su tutto. Ma non ci siamo solo io e lui e faremo i confronti secondo le regole che saranno stabilite dai garanti”.
Già , c’è anche Vendola, che però si affretta a chiamarsi fuori dalla rissa sull’etica dei rapporti con i poteri forti, anche se non rinuncia ad assumere il tono del saggio per dare anche lui un calcetto a Renzi: “Trovo incredibile attivare una polemica sulla trasparenza con il segretario del proprio partito e buttarla in caciara”.
Renzi a sua volta alza il tono dello scontro, e rinfaccia a Bersani il disastro della banca rossa per eccellenza, il Monte dei Paschi di Siena, guidato da un grand’elettore delle primarie Pd come Alessandro Profumo, che ha preso il posto di un altro banchiere di stretta osservanza dalemiana, Giuseppe Mussari: “Basta guardare a qualche istituto della mia regione per capire che una certa politica ha combinato soprattutto guai”.
Ma le allusioni del sindaco di Firenze sono a largo spettro: partono dalla scalata a Telecom Italia, con Palazzo Chigi guidato da D’Alema e descritto dal giurista di sinistra Guido Rossi come “l’unica merchant bank dove non si parla inglese”, alla fallita scalata alla Bnl da parte dell’Unipol di Gianni Consorte, che si faceva consigliare al telefono da D’Alema e incassava gli entusiasmo di Piero Fassino (“Abbiamo una banca!”).
È quel passato di corte serrata ai banchieri di ogni specie, di D’Alema che chiede udienza a Enrico Cuccia, e dei big di Intesa Sanpaolo, Giovanni Bazoli e Corrado Passera, in fila al gazebo per votare alle primarie del centrosinistra.
In attesa che decida di tirare fuori il caso Penati, Renzi per ora rinfaccia a Bersani cose del passato.
Esponendosi a farsi tirare addosso il presente.
I banchieri e i finanzieri che lo hanno omaggato a Milano non sembrano proprio la crema di un’Italia che si rinnova.
Giorgio Meletti
(da “Il Fatto Quotidiano”)
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Agosto 29th, 2012 Riccardo Fucile
SPIN DOCTOR E SOCIOLOGI QUASI TUTTI D’ACCORDO: BERSANI AVREBBE FINITO PER FARE IL GIOCO DI GRILLO… MANNHEIMER DISSENTE: “HA FATTO BENE, DOVEVA SERRARE LE FILE”
L’uscita di Pierluigi Bersani è stato un errore. 
Non avrebbe dovuto rispondere alle critiche di Beppe Grillo, avrebbe dovuto e anzi dovrebbe ancora evitare lo scontro a distanza, che si è rinnovato oggi.
Gli esperti di sondaggi, spin doctor e sociologi bocciano la strategia del segretario del Partito Democratico.
Anzi, per alcuni di loro non c’è stata proprio strategia: il leader dei democratici ha risposto perchè innervosito dalle critiche di Grillo.
Ed è caduto nella sua rete.
Resta da interpretare l’effetto che le parole di Bersani avranno sull’elettorato democratico.
L’elettorato di centrosinistra è in un momento di smarrimento (con l’avvicinamento all’Udc e la rottura con Di Pietro): questo messaggio forte e chiaro a Grillo servirà a serrare le file?
O piuttosto è una “caduta di stile”?
E il modo, le forme: perchè Bersani non ha contestato nel merito Grillo?
Il rischio è che come minimo tutto questo non porterà un solo voto in più. Anzi, il rischio è di un effetto boomerang o di un’emorragia di voti.
Mannheimer: “Bersani vuole rafforzare il senso d’appartenenza”.
“Bersani lo ha fatto per rafforzare il senso di appartenenza del suo elettorato contro le ‘sirene’ di Grillo” riflette Renato Mannheimer, guida dell’Ispo (l’Istituto di ricerca sociale, economica e di opinione).
“C’è il rischio di sottovalutare il malcontento — spiega — quello che sta sotto Grillo il cui movimento rappresenta e raccoglie una disaffezione forte rispetto alla politica”. Su possibili ricadute sulla popolarità dei Democratici Mannheimer appare sicuro: “Rispetto alla situazione attuale non è detto che il Pd, da questo scontro, non abbia dei vantaggi. La strategia di Bersani non è quella di ledere Grillo, ma ancorare il senso di appartenenza del suo elettorato. Il segretario del Pd — riflette Mannheimer — dovrà piuttosto affrontare una serie di questioni per comprendere quello che sottostà a Grillo per poterlo inglobare”.
Sui toni accesi dei due duellanti il sociologo non si mostra sorpreso: “A mio parere la durezza del linguaggio è stata usata apposta appunto per rinsaldare il proprio elettorato in un momento di difficoltà del Pd, un partito che appoggia il governo. Ed è contro questo sbandamento elettorale che viene usato un linguaggio forte”.
Ricorrere alle parole incisive non è una strategia nuova: “E’ sempre stato utilizzato anche in passato — aggiunge Mannheimer — Per esempio negli anni Cinquanta si diceva di non votare per i democristiani ‘perchè sono tutti ladri’”.
Tuttavia, secondo il sondaggista del Corriere della Sera e di Porta a Porta, lo scontro tra Bersani e Grillo non provocherà danni ai consensi del Pd allo stato: “Non ho idee per il futuro, ma allo stato questo scontro non sembra avere prodotto danni per il Pd, almeno a mio parere”.
Amadori: “Sarà effetto boomerang”.
Secondo Alessandro Amadori di Coesis Research e autore di “Mi consenta” non c’è invece nessuna strategia dietro le dure repliche di Bersani.
Eppure questa scelta “potrebbe avere un effetto boomerang dal punto di vista elettorale”. Specie per gli elettori indecisi, che “sono circa il 50%”.
Il segretario del Pd infatti prende di mira i modi e non le accuse lanciate dal leader 5 Stelle che, di fatto, sono “in gran parte condivisibili”.
L’assenza di contenuti è quindi il tallone d’Achille della polemica dei democratici.
Di fatto “in vent’anni — spiega il sondaggista — centrodestra e centrosinistra si sono spartiti il potere, e non hanno fatto nessuna legge contro la corruzione e il conflitto di interessi“.
Proprio come ha scritto Grillo, insomma.
La replica di Bersani, in sostanza, “non fa che rafforzare le accuse del comico, visto che non contraddicono i contenuti e si limitano a contestarne i modi”. “Fascisti”, appunto.
Il botta e risposta “evidenzia inoltre che il Movimento 5 Stelle, unico elemento di vivacità e perturbazione nello scenario di stallo della politica italiana, è un problema per il Pd, perchè è in grado di intercettare diverse correnti di elettori, da destra a sinistra. Ma soprattutto a sinistra”.
E alle prossime elezioni “può raccogliere l’8% su base nazionale e pesare così più dell’Udc”.
Crespi: “Un’accelerata contro un muro”.
Per Luigi Crespi, storico sondaggista e spin-doctor di Silvio Berlusconi prima di una valanga di guai giudiziari, per i Democratici il confronto con il Movimento 5 Stelle potrebbe essere un bagno di sangue: “Più che uno scontro è una accelerata contro il muro — spiega — Quella di Bersani è una posizione totalmente sbagliata. Non è uno scontro volgare, non sono solo battute: è ancora peggio, è un conflitto necessario. Bersani dice quello che dice, come Ezio Mauro dice scrive quello che scrive perchè uno deve fermare l’emorragia di voti dal Pd al movimento di Grillo e l’altro da Repubblica al Fatto. Entrambi temono l’alternativa alla loro posizione. Mauro dice occhio che quelli — per colpa di Berlusconi — sono di destra, l’altro (Bersani, ndr) dice dei militanti del 5 Stelle che sono fascisti”.
Secondo Crespi il motivo è semplice: “Il nemico non è più Berlusconi che è stato sconfitto, ma è Grillo. Ma è evidente che con questa operazione Bersani perde la credibilità . Berlusconi, per esempio, ha sempre espresso con coerenza la sua posizione contro i giudici e la giustizia, chi lo ha votato sapeva benissimo come la pensava. Chi ha votato il Pd sapeva che per quel partito la magistratura era uno strumento per cambiare la società . Ora lo schema è cambiato perchè i magistrati toccano uno di loro, toccano Napolitano.
Stessa riflessione sul caso Ilva di Taranto per cui i magistrati diventano i nemici. In questa situazione — secondo il sondaggista — vince chi rimane coerente, chi non cambia posizione e per questo il Pd subirà un danno gravissimo”.
Un errore politico, ma anche di comunicazione quello del possibile capo di un governo di centrosinistra: “Bersani usando l’espressione ‘fascisti del web’ ha ha girato la testa verso il Novecento con un linguaggio vecchio e arcaico.
Il Pd ha usato lo stesso linguaggio che usava Berlusconi con i comunisti.
Quelli del Pd si sono berlusconizzati, di fatto legittimando Berlusconi.
Con la sua affermazione, separando la rete dalla realtà Bersani ha sbagliato. Non ha capito che la realtà è nella rete. Non è solo una battuta infelice la sua, è un errore culturale che rischia di emarginalizzare il Pd. Temo che se continueranno così si renderanno non competitivi”.
Piepoli: “Lo scontro non produce ricchezza”.
Anche Nicola Piepoli considera quello di Bersani un errore.
Frutto, sostiene, di un “cattivo vizio”, cioè quello di “intendere il dialogo sottoforma di scontro e lo scontro non produce ricchezza. E la ricchezza in politica è il consenso”. Piepoli, insomma, spiega che così il segretario del Pd è stato al gioco di Grillo che definisce “malato: non so come si possa chiamare, se paranoia o schizofrenia”.
Quindi altro che strategia: Bersani c’è caduto con entrambe le gambe.
E l’errore è stato doppio: non solo perchè è stato al gioco di Grillo. Ma anche perchè il Pd non è in difficoltà , secondo i sondaggi. “Secondo Alessandra Ghisleri (sondaggista di fiducia di Berlusconi, ndr) il Pd ha il 24% dei consensi. Secondo noi ha il 26. E dall’altra parte il Pdl secondo la Ghisleri ha il 20 per cento e secondo noi il 18. Ma non cambiano molto le cose. Bersani doveva tacere. Il tacere è bello. Del resto lo diceva anche Dante, no?”.
(da “Il Fatto Quotidiano”)
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Agosto 27th, 2012 Riccardo Fucile
GRILLO REPLICA A BERSANI CHE AVEVA PARLATO DI “TONI FASCISTI”: “DA 20 ANNI FA ACCORDI CON PIDUISTI ED EX FASCISTI”… BOCCIA RIBATTE: “SOFFIA SUL CONFLITTO SOCIALE DALLA SUA VILLA”
Bersani lo aveva accusato dal palco della festa del Pd di usare toni fascisti, invitandolo a uscire dalla Rete per un confronto.
La migliore difesa è l’attacco e Grillo provvede, come spesso accade, pubblicando un post sul suo blog.
Parole che innescano reazioni tra le fila del Pd, con i democratici che fanno quadrato intorno al segretario e accusano il leader 5Stelle di essere un “milionario in pantofole” che “istiga all’odio”.
Il comico genovese all’inizio del post fa il verso all’accento emiliano di Bersani (“’Fassissti! Fassissti del web’ ha gridato Gargamella Bersani”), poi prosegue: “Fatemi capire, se Bersani viene accomunato a uno zombie politico (tesi supportata dalla sua storia passata e recente) è un insulto gravissimo, se invece Bersani considera il MoVimento 5 Stelle alla pari del nuovo Partito Nazionale Fascista è normale dialettica. A Bersani non mi sognerei mai di dare del fascista, gli imputo invece di aver agito in accordo con ex fascisti e piduisti per un ventennio, spartendo insieme a loro anche le ossa della Nazione”.
Il riferimento va al mancato impegno su leggi che riguardano il conflitto di interessi o la corruzione, di cui in due decenni “non c’è traccia”.
E cita i diretti responsabili tra i democratici: “Violante e D’Alema sono stati le punte di diamante del pdl/pdmenoelle. Bicamerale, garanzia delle televisioni a Berlusconi, concessione delle frequenze televisive all’uno per cento dei ricavi”.
La lista procede con lo “scudo fiscale, passato grazie alle assenze dei pidimenoellini e le decine di volte in cui il governo Berlusconi poteva essere sfiduciato, ma i pdimenoellini erano sempre altrove”.
Grillo ricorda anche la raccolta firme depositata dai 5Stelle nel 2007 quando “sono state presentate tre leggi di iniziativa popolare per ripulire il Parlamento dai poltronissimi (massimo due mandati) e dai condannati e per l’elezione diretta degli eletti”.
Un’iniziativa che però non ha avuto alcun esito perchè quelle proposte “non sono mai state discusse”.
Alla luce dell’immobilismo del Pd, il comico chiede al segretario: “Chi è il fassissta, caro Bersani? Chi ha ignorato 350.000 firme? Quando mi presentai ‘in carne e ossa’ per la segreteria del pdmenoelle mi fu impedito. Chi era il fassissta, caro Bersani? Il MoVimento 5 Stelle ha rifiutato ogni rimborso elettorale, il pdmeneolle non ha mollato neppure l’ultima rata dello scorso giugno perchè già spesa. Chi fa il fassissta con il finanziamento pubblico abolito da un referendum, caro Bersani? Chi voleva il nucleare “pulito” nonostante un referendum contrario? Io ho girato l’Italia con un camper, a mie spese, per fare campagna elettorale. Senza scorta. La Finocchiaro con la scorta ci fa la spesa e Fassino il primo maggio”.
Infine conclude la sua replica ricordando che il segretario del Pd “ha ricevuto 98.000 euro da Riva, il padrone dell’Ilva“, e gli domanda “a che titolo?”.
Poi aggiunge: “Chi è il fassissta, caro Bersani? Ma si rassicuri, lei non è un fascista. E’ solo un fallito. Lo è lei insieme a tutti i politici incompetenti e talvolta ladri che hanno fatto carne da porco dell’Italia e che ora pretendono di darci anche lezioni di democrazia. Per rimanere a galla farete qualunque cosa. A Reggio Emilia si celebra Pio La Torre mentre si tratta con l’Udc di Cuffaro“.
Le parole sul blog infiammano la polemica e per Francesco Boccia Grillo “è un milionario in pantofole che, dall’alto della sua villa, dà ordini a persone che oggi non credono nella capacità della politica di risolvere i problemi di ogni giorno. Su questo la politica deve interrogarsi”.
Secondo il deputato Pd, inoltre, il leader 5Stelle “istiga all’odio e soffia sul fuoco del conflitto sociale, utilizzando persone spesso inconsapevoli”.
Anche Matteo Orfini, responsabile Cultura informazione, critica aspramente le dichiarazioni del comico genovese, che esprimono “comportamenti che lo qualificano”.
Sottolinea la ritrosia di Grillo al confronto diretto, visto che non risponde “agli interrogativi che l’opinione pubblica gli pone, come ad esempio quello su chi finanzia il suo movimento, o sulla sua inesistente democrazia interna”.
La sua invettiva contro Bersani, secondo Orfini, è “la conferma delle difficoltà in cui si trova”, che è “arrivata insieme alle solite invettive”.
Un modo per “non parlare delle questioni reali, per evidente mancanza di proposte per contribuire a tirare fuori il Paese dalla crisi” che induce il blogger “a inventare sempre nuovi insulti nel tentativo di ottenere una qualche attenzione mediatica”.
A differenza del comico, conclude il deputato democratico, “noi continuiamo a lavorare per ricostruire questo Paese, che davvero non ha bisogno del cinico e interessato populismo di Grillo, ma di una forza come il Pd, seria, trasparente e che la democrazia la pratica e non si limita a invocarla a giorni alterni”.
(da “Il Fatto Quotidiano”)
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Agosto 25th, 2012 Riccardo Fucile
CRESCE IL MALESSERE DEI MILITANTI DEL PD E IL SEGRETARIO CORREGGE LA ROTTA IN VISTA DEL VOTO
C’è un umore inquieto che spira dalle Feste del Pd di tutta Italia e Pier Luigi Castagnetti, uno dei pochi battitori liberi del partito, lo racconta così: «Dagli applausi e dai dissensi dei simpatizzanti affiorano due sentimenti molto forti e che si ripetono puntualmente: Monti è stato una necessità ma quello non è il governo del Pd. E poi, puntualmente, scatta il battimani per chi si scaglia contro la casta».
Questi umori, da diverse settimane, attraversano le centinaia di feste del Pd (e dell’Unità ) e d’altra parte, da 50 anni proprio queste sensazioni aiutano i dirigenti della sinistra a capire l’aria che tira tra la sua gente.
Sono stati anche questi umori della base ad incoraggiare Pier Luigi Bersani nella sua presa di distanza dal governo nella sua intervista a “la Repubblica”?
Nelle centinaia di feste del Pd che si sono svolte a giugno, a luglio e ad agosto, oltre ad una grande presenza complessiva, una certa latitanza dai dibattiti politici e un calo degli incassi, tutti i dirigenti impegnati sono concordi nel sottolineare una diffusa insofferenza verso il governo dei tecnici.
Racconta il senatore Paolo Nerozzi, già numero due della Cgil di Cofferati: «All’inizio la nostra gente capì la necessità della scelta dei tecnici, persino la riforma delle pensioni in qualche modo fu sopportata. Ora, alla prova dei fatti, è come se “tornasse” tutto su. Senti frasi come: questi stanno esagerando, concedono troppo al centrodestra e alla banche, se degli esodati non si erano accorti, che tecnici sono?».
L’altro grido di dolore di militanti e simpatizzanti riguarda invece la cosiddetta casta.
Dice Sandro Gozi, uno degli emergenti nel gruppo dei quarantenni: «Ci sono due argomenti che fanno scattare subito gli applausi: quando invochi più equità e quando sostieni che il Paese ha bisogno di nuovi protagonisti e nuove idee. E gli applausi sono più forti quando esci dal “frame” mediatico “Renzi contro Bersani” e poni il tema del rinnovamento in termini non personalistici».
Certo, finito lo spauracchio di Berlusconi, il segretario del Pd sta puntando a dare al partito una identità diversa dall’antiberlusconismo, dichiaratamente di sinistra, sociale e laica e dunque la svolta sul governo apre di fatto la campagna elettorale dei Democratici.
In questa connotazione di sinistra finiscono per confluire vecchie “passioni” che sembravano sopite.
Esemplare un commento pubblicato dall’Unità (L’eredità di Togliatti e il Pd) iniziativa non ascrivibile al Pd in quanto tale, ma sintomatica dell’”aria che tira”.
Michele Prospero dopo aver parlato del «realismo alla Cavour» di Togliatti e averne elogiato senza riserve la figura storica. indica «l’officina» del Migliore come «una miniera» per il Pd. Figura estremamente controversa nella storia della sinistra, segretario del Pci nell’epoca staliniana, la figura di Togliatti è stata oggetto di un’opera revisione storica anche dentro il Pci, al punto che, nel 1989, sull’Unità comparvero articoli molto critici di Alberto Asor Rosa e Biagio De Giovanni.
La questione sembrava chiusa al congresso dei Ds del 2000, quando l’allora segretario Veltroni ricordò la terribile invettiva di Togliatti contro Carlo Rosselli («Un dilettante da poco»), concludendo che il comunismo era stato «una tragedia».
Fabio Martini
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Agosto 25th, 2012 Riccardo Fucile
IL DIBATTITO RESTA UN MONOLITE CHE NON AFFRONTA MAI I PROBLEMI
L’attesa è spasmodica, il traffico andrà in tilt, l’entusiasmo sarà parossistico. Ore 18,
Area Dibattiti Pio La Torre. Ressa indicibile per l’avvincente tema: “Per la buona politica:
quale riforma dei partiti?”.
Modera Stefano Menichini, monologa Giuliano Amato.
Scariche di adrenalina pura, quasi come i Jefferson Airplane all’Isola di Wight 44 anni fa.
E’ cominciata, a Reggio Emilia, la quinta Festa Nazionale del Partito Democratico. Il cartellone, come sempre, è di livello.
Da Roberto Benigni ad Alessandro Bergonzoni, da Mauro Pagani a Nada, dal Tributo a Lucio Dalla (con il Bersani bravo, Samuele) a Goran Bregovic.
Settimane di musica, riflessioni, ritrovi. E tendenze, più o meno dichiarate.
La prima, meramente giornalistica, è che per il Pd vanno bene tutti, ma proprio tutti — infatti c’è anche Alessandro Sallusti — tranne Il Fatto Quotidiano. L’unico giornale non invitato. Entrambe le parti sopravviveranno serenamente all’assenza reciproca, beninteso, ma è forse un dato da rilevare : dialogo uber alles, anzitutto con chi in fondo la pensa come noi (i berlusconiani), però chi ci critica è altamente sgradito.
C’era una volta Zdanov.
Questa tendenza, peraltro, rischia di generare un effetto-cloroformio: Luisella Costamagna che celebra il romanzo di Walter Veltroni, Luca Sofri che titilla Matteo Renzi.
E l’ubiquo Menichini che parlerà — si direbbe da solo — “di Europa, dalla carta all’online”.
Botte di vita.
Se il feticismo per la sobrietà è comprensibile, desiderare la catatonia degli astanti è cosa sadica.
La Festa del Pd si caratterizza per la fiducia cieca nel monolite di sempre: il “dibbattito”, rigorosamente con due “b” (e altrettante palle, talora).
Temi alti, titoli severi. E un che perenne di solenne.
Era già così quando Benigni — al tempo Cioni Mario — scherzava sulla schizofrenia dei “compagni”.
Da una parte la minuscola Pci toscana di Vergaio che si prefiggeva di risolvere la questione mediorientale, dall’altra lo storico dibattuto di Berlinguer ti voglio bene: “E dopo, anche in base a i’ famoso proverbio, tira più un pelo di fica che du’ paia di bovi, do la parola alle signorine. Ecch’ i’ tema! Pole la donna permettisi di pareggiare coll’omo? No”.
Il dib(b)attito al tempo del Pd è un po’ diverso.
Meno ironico, più penitenziale.
Un mix di moniti, contraddizioni generazionali e sempiterni manchismi.
Così come suona curioso chiedere a Giuliano Amato quale sia la buona politica, sfugge il perchè debbano essere Dario Franceschini e Pierferdinando Casini a rispondere al quesito (appena impegnativo): “Quale politica per il futuro?”.
Tanto vale chiedere ricette vegane ai macellai.
Preoccupa anche il dib(b)attito di lunedì 27 agosto, ispirato al testo di Fabrizio Rizzi “Berlusconi, finale di partita”. Relatori: Pierluigi Castagnetti, Ugo Sposetti, Alessandro Sallusti. Almeno un antiberlusconiano non avrebbe stonato.
I titoli dei dib(b)attiti trasudano l’antica e mai appagata voglia di cilicio: guai a divertirsi, la vita è dolore e periremo tra atroci sofferenze. Anzitutto se di sinistra.
Che la stoica flagellazione abbia dunque inizio: ieri ce lo chiedeva il popolo , oggi l’Europa. “Come rilanciare la scuola ai tempi dello spread” (wow): “Ritorno alla terra, ritorno al futuro. Per una politica di tutela del suolo agricolo italiano” (slurp).
Accanto a incontri stimolanti (“A 30 anni da quel terribile 1982”) e belle presentazioni di libri, ci si imbatte in appuntamenti quasi minacciosi. Tipo: “Torniamo a discutere del sud”.
Che sarebbe anche bello, ma se tale proposito significa ascoltare Raffaele Fitto, è lecito darsi malati (con notevole buonsenso, l’incontro successivo in programma è “Manuale di sopravvivenza”: forse per rianimare gli eventuali superstiti).
Il programma della Festa è un profluvio di interrogativi.
A Reggio Emilia sarà tutto un domandarsi; un alambiccarsi: un elucubrare assai pensosi. “Quale politica per il futuro” (si noti: lo chiedono a Nicola Latorre); “Quali riforme per la giustizia” (tra i relatori c’è Andrea Orlando, mica Cordero o Zagrebelsky); “Quali diritti per le coppie gay”.
Dilemmi nobilissimi, ma non si capisce se il pubblico sia chiamato per ascoltare le risposte o — piuttosto — per darle.
Giusto per ovviare alla mancanza di sintesi ideologica della coltissima dirigenza (a proposito: Massimo D’Alema ci sarà pure quest’anno. Disserterà di Europa con Tobias Piller. Via coi cortei).
Rimarchevole anche la tendenza allegra a dire tutto e niente. Sì ma anche no.
Togliatti ma pure De Gasperi. Engels senza dimenticare Paperoga.
Vogliamo parlare di calcio? Ecco l’abracadabra equilibrista: “Il calcio italiano tra problemi e opportunità di riforma”.
Di nuovo: tutto e niente. Problemi e riforma. Macerie e ricostruzione.
La Festa, proprio come il Pd, è un contenitore capiente.
Praticamente infinito: se poi, ogni tanto, ci finiranno dentro materia e antimateria, pazienza.
Al massimo qualcuno imploderà (l’elettorato, si presume).
Andrea Scanzi
(da “Il Fatto Quotidiano”)
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Agosto 5th, 2012 Riccardo Fucile
DALLA LEGGE ELETTORALE AGLI INDECISI, LE INCOGNITE SONO TANTE, MA SULLA BASE DELLE REGIONALI 2010 E DEI SONDAGGI RECENTI, QUESTO E’ IL POTENZIALE DI UNA INTESA DI GOVERNO
Stupore, reazioni al limite dello psicodramma, un coro di “me lo aspettavo”.
E poi favorevoli e contrari, apocalittici e integrati, dissidenti e fedeli alla linea.
Certo, è bastata la “strana” alleanza per un governo possibile tra Bersani, Casini e Vendola per agitare il quadro politico italiano.
E se le formule si sprecano – Polo della Speranza, “incontro” tra progressisti e moderati, “casa comune” per il bene del Paese – e i distinguo pure, in tanti si chiedono quanto “conta” e quanto può “pesare” un eventuale coalizione di governo formata dal Partito Democratico, dall’Unione di Centro e da Sinistra, Ecologia e Libertà .
Sommare semplicemente i dati relativi ai risultati dei tre partiti nelle ultime elezioni a carattere nazionale può essere un esercizio fuorviante.
Lo scenario politico è del tutto cambiato, ha nuovi segni e nuovi protagonisti.
L’ascesa e la caduta di Silvio Berlusconi, i nuovi equilibri imposti dal governo tecnico di Mario Monti, l’astensionismo che cresce e l’atteso exploit del MoVimento Cinque Stelle.
Tuttavia, come sempre, si parte dai numeri.
Europee del 2009: il Pd, ancora guidato da Dario Franceschini, si attesta al 26,1% dei consensi, l’Unione di Centro al 6,5% e il neonato movimento di Nichi Vendola riesce a strappare un 3,1%.
In tutto, un 35,7% che anche oggi, renderebbe la “strana alleanza” lo snodo essenziale del sistema politico italiano.
Numeri che vengono, in linea di massima, confermati, se si passa alle elezioni regionali del 2010.
In quella tornata elettorale il Partito Democratico, segretario Pierluigi Bersani, conferma il 26,1%. Calano sia l’Unione di Centro, 5,5%, sia Sinistra e Libertà che si attesta al 3%.
Si sfiora il trentacinque per cento, 34,6%.
Ma è preistoria della politica.
Già nelle ultime elezioni amministrative il quadro si frammenta a tal punto che in tanti parlano di fine della Seconda Repubblica.
E se le elezioni del 2011 fanno registrare l’onda arancione dei sindaci, da De Magistris a Pisapia, nel 2012 l’astensione, il crollo di Pdl e Lega e il boom del movimento di Grillo rendono difficile compilare ipotesi e realizzare proiezioni.
Ad oggi, non resta che affidarsi ai sondaggi .
Tra gli ultimi ad essere realizzati quelli di Demos.
Il Pd è dato al 27,5, l’Udc al 7,2 e Sinistra e Libertà al 5,6.
In base a questi dati la Casa comune dei progressisti e dei democratici vincerebbe a mani basse, con il 40,3% delle preferenze degli italiani.
A seguire, con il 24,9%, un eventuale cartello composto dal MoVimento Cinque Stelle (16,5) e dall’Italia dei Valori (8,4).
Poi il Pdl al 17,4% e la Lega Nord al 4,6%.
E negli ultimi giorni le rilevazioni che circolano in rete si attestano, decimale più decimale meno, sulle stesse cifre, con il neonato Polo della Speranza che si muove in una forbice che va dal 38 al 41%.
Cifre che non fanno i conti con quanti, tra gli elettori dei tre partiti, non sono aperti a questa prospettiva elettorale.
Fin qui l’aritmetica.
Ma quanto “pesa” l’asse Pd-Sel-Udc?
Dipende tutto dalla legge elettorale con cui si andrà al voto.
In caso di collegi uninominali, con ogni probabilità saranno le primarie del prossimo ottobre a stabilire un equilibrio di massima tra Pd e Sel, cui potrebbe essere affiancato una sorta di “garanzia elettorale” per l’Udc.
Ma tutto è ancora per aria.
Di sicuro c’è che il Porcellum è ancora vivo, vegeto e vigente.
Il neonato asse non dovrebbe avere problemi, visto il premio di maggioranza, a stravincere alla Camera. Al Senato, dovrebbe essere relativamente semplice conquistare le regioni del Centro e quelle del Sud.
Al nord scontro aperto con lo zoccolo duro di pidiellini e leghisti e con l’espansione del MoVimento Cinque Stelle.
Carmine Saviano
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Agosto 4th, 2012 Riccardo Fucile
BERSANI, RENZI, VENDOLA, BOERI: CRESCONO GLI ASPIRANTI PREMIER DEL FRONTE PROGRESSISTA, MA PER ORA NON CI SONO NE’ REGOLE NE’ DATE PER LE CONSULTAZIONI… E IL PD RISCHIA IL FLOP COME A MILANO, GENOVA E PALERMO
Primarie di coalizione, la squadra c’è, ma la quadra no. 
E il nascente Polo della speranza dovrà presto fare i conti con le regole della corsa. Dalle retrovie spuntano ipotesi di sbarramento per neutralizzare i rischi di inquinamento del voto e di improvvidi sorpassi sulla reale rappresentatività nella coalizione.
Si parla di primarie col filtro, aperte o chiuse, a doppio turno con ballottaggio.
Nel campo del centrosinistra i titolari ufficiali da ieri sono tutti piazzati: con la maglia tricolore del Pd Bersani sta in difesa, Renzi e Boeri in posizione di attacco, Nichi Vendola corre sulla fascia sinistra con la casacca rossa di Sel e Bruno Tabacci fisso al centro coi calzoncini blu dell’Api.
Tutti pronti a correre e tirare.
I 4,5 MILIONI DI VOTI DI PRODI: DIFFICILE BISSARLI.
Ma alla grande partita dei progressisti per il candidato premier del 2013 manca tutto il resto: non ci sono le regole del gioco, non c’è l’arbitro e neppure il fischio d’inizio (“entro l’anno”, è l’impegno).
Sarà un tavolo tecnico della coalizione a metterle nero su bianco.
Nel frattempo, giusto per tenersi allenati e prendersi le misure prima della pausa estiva, i titolari si tirano gran pallonate tra loro, con Vendola che dice di “non essere preoccupato da Renzi”, Boeri che accusa Bersani di non avere il quid proprio come Alfano e così via.
Ed è solo l’antipasto.
Perchè è nel gorgo delle regole e delle date che se ne vedranno delle belle.
Dagli spalti c’è chi tifa e chi gufa, chi medita e chi teme imboscate. I bookmaker non si sbilanciano sull’esito e a bordo campo qualcuno scrolla la testa: no, stavolta non ci sarà il bagno di folla che consacrò Prodi nel 2005 con 4,5 milioni di voti.
Al di là degli annunci enfatici di queste ore — tutti scritti su carte di intenti — il tema è che il passo avanti di ieri del Pd e la candidatura ufficiale di Vendola non dicono molto di più su quanto sono lontane e quanto saranno autentiche le primarie del centrosinistra.
Il sospetto è che per ora si parli del nulla, esternazioni come test anticipati sulla popolarità dei singoli o strumentali a muovere equilibri su tutt’altre questioni, come la legge elettorale e le alleanze.
Che le regole siano in alto mare lo confermano gli “uomini delle primarie”.
Non i candidati, ma i fedelissimi di Nichi Vendola e Pierlugi Bersani che i due leader hanno deputato da tempo il compito di scrivere regolamenti, mediare posizioni e organizzare il confronto che porterà all’investitura finale del leader maximo.
Alcune domande scomode le evadono rimbalzandole a fondo campo “è tutto da decidere, ne discuteremo in coalizione”.
Ma intanto emergono con chiarezza i temi ineludibili della dispersione e dell’inquinamento del voto.
Il Pd infatti deve arginare in qualche modo il rischio di subire l’opa della sinistra radicale minoritaria come a Milano, Genova e Palermo.
Potrebbe ripetersi a livello nazionale visto che Bersani pesca nell’elettorato fedele all’ortodossia Pd, Renzi nel sottobosco dei giovani che stanno a sinistra guardando a destra, Boeri si porta via un pezzo dell’elettorato milanese che conta e quel ceto medio professionale che apprezza gli outsider della politica.
Poi arriva un Vendola a prendere i voti della sinistra progressista e nostalgica e a far saltare il banco.
Sarebbe un terremoto per i democratici: il Pd che lancia le primarie per rafforzare la leadership del segretario e ne esce mortificato, battuto da un candidato che invoca i matrimoni gay quando il partito tutto rischiava di implodere solo a parlare di regolarizzazione delle coppie di fatto.
E ora questi rischi toccherà pure metterli sul tavolo, pesarli, conterli. Comunque discuterli.
I TECNICI PENSANO A QUORUM E BALLOTTAGGI
Ancora una volta, la mediazione spetterà ai professionisti delle primarie.
Nico Stumpo è responsabile nazionale dell’organizzazione del Pd e non nega il rischio che la conta dei voti premi altri candidati: “Bersani — dice — ha deciso di non nascondersi dietro lo statuto che pure lo designava a premier e di andare alla conta dei voti con altri candidati. Siamo convinti che questo coraggio gli sarà riconosciuto. Poi i problemi del rischio delle truppe cammellate, dell’inquinamento del voto e tutto il resto devono essere discussi nel quadro delle regole di coalizione per non essere travolti da questa modalità . Ma non c’è una soluzione tecnica e politica pronta per l’uso”.
E infatti ci sono in campo diverse ipotesi.
Ne parla ad esempio il senatore Filippo Ceccanti che ha scritto le regole per le primarie del Pd del 2007. “Ci sono alcuni problemi evidenti sul tavolo. Il primo è che ci deve essere un quorum significativo, soprattutto per una candidatura a premier. Collegato a questo il tema della rappresentanza, cioè che chi vince non passi solo perchè ha un elettorato più militante, ma perchè è effettivamente più rappresentativo della coalizione. Rischi che sono alti con le primarie a turno unico e che si riducono con un ballottaggio a doppio turno. Anche la competizione interna al Pd non andrebbe a scapito del risultato perchè al ballottaggio passerebbero due candidati del partito o uno solo in concorrenza con un outsider”.
Nelle stesse ore questi stessi ragionamenti li fa anche l’omologo professionista delle primarie di Sel, il braccio destro di Vendola in Puglia, Nicola Fratoianni.
Segue Nichi dal 2004 e ne ha organizzato le primarie trionfali. “Queste cose non le abbiamo discusse in nessuna sede e saranno ovviamente oggetto di confronto.
Il tema dell’inquinamento mi pare pretestuoso, salta fuori ad ogni tornata di primarie. Ma ricordo bene, perchè c’ero, che se ne parlò anche nelle primarie del 2010 per la Regione Puglia.
Casini era fortemente interessato che ha vincerle fosse Boccia e si dichiarava pronto a sottoscrivere un’alleanza col centrosinistra qualora avesse vinto.
Neppure in quel caso la mobilitazione di voti extra coalizione hanno poi pesato sul risultato e Vendola stravinse.
Ora il Pd mutua l’ipotesi francese del doppio turno ma il terreno delle regole è il primo in cui si confronta l’intenzione di creare una coalizione.
Poi ci saranno i programmi e l’analisi dei punti di convergenza che possano rendere solida costruzione delle forze progressiste di questo Paese”.
Vendola rischia un rinvio a giudizio, è candidabile?
Sarebbe un problema?
I primaristi del Pd non commentano (“il partito ha le sue regole su questo, altri faranno in base specifiche sensibilità ”) e Fratoianni ricorda che il presidente della Puglia è già stato assolto nel 2010 per una vicenda simile (nomina di favore a un primario).
Tra un mese le regole saranno il tema.
La speranza del nuovo Polo deve prima passare di qui.
Thomas Mackinson
(da “Il Fatto Quotidiano“)
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Agosto 2nd, 2012 Riccardo Fucile
LA POSSIBILE APERTURA ALL’UDC GELA I SOSTENITORI DI VENDOLA : “ESSERE DI SINISTRA IN ITALIA E’ SEMPRE UNA SOFFERENZA”
Non basta la marcia indietro. Non servono le precisazioni, anche se istantanee. 
I militanti di Sinistra Ecologia e Libertà chiedono chiarezza.
Al di là dei veti, al di là degli ultimatum. Il caso Vendola arriva sul web.
Alimentato dallo scoramento di chi non condivide le parole del governatore della Puglia.
La possibilità di costruire un’alleanza, sia essa programmatica o di legislatura con l’Udc di Pierferdinando Casini trova porte sbarrate, accuse di scarsa lungimiranza e assenza di prospettiva politica.
E in tanti criticano la chiusura all’Idv di Antonio Di Pietro. “Siamo alle solite”, “Servono parole più chiare”, “Nichi da te non me lo aspettavo”.
I commenti sulle pagine di Vendola sono centinaia.
E sul sito polodellasperanza.it , le critiche di chi, da sinistra, dice no all’alleanza con l’Udc.
La versione di Nichi arriva subito, lapidaria: “Nessuna apertura all’Udc”.
Poi: “Non vogliamo subire veti, non poniamo veti nè ultimatum a nessuno. Ma occorre essere chiari: se si è d’accordo nel superare le politiche liberiste delle destre, se si vogliono difendere i diritti sociali e l’equità sociale a partire dall’art.18, se si vogliono difendere i diritti civili a partire dai diritti delle coppie di fatto e gay, tutti sono benevenuti”.
Ma le domande si diffondono, la preoccupazione è tanta: “Vendola, ma lei vuole superare il liberismo e difendere i diritti civili con Casini?”.
E la polemica continua, coinvolge identità politiche e aspirazioni civili.
C’è chi scrive: “Evidentemente ad essere di sinistra in questo Paese, si è condannati alla sofferenza in eterno”.
Ancora: “Non è possibile che anche in un momento tendenzialmente favorevole si facciano questi errori”.
Poi i suggerimenti: “Vogliamo gente che abbia idee e faccia cose di sinistra. Ma come può passare anche solo per la testa di un’alleanza tra Vendola e l’unione dei condannati, conservatori e democristiani della peggior specie?”.
E c’è chi arriva a criticare il tono stesso del linguaggio vendoliano. “Nichi, ti nascondi, usando paroloni e sproloqui inutili, esagerati e spesso incomprensibili”.
Le accuse sono dure: “C’è un’incapacità di formulare proposte concrete portate avanti da una solida coalizione che possa essere coerente e unita”.
In tanti chiedono al leader di Sel di affermare con chiarezza che “non andremo mai con Casini, che non stringeremo accordi con l’Udc”.
E, soprattutto, di non fare il gioco di Bersani. “Nichi, la nostra strada è a sinistra. Se il Pd vuole bene, altrimenti andiamo da soli”.
C’è chi annuncia “nemesi elettorali”: “Concordo con le critiche. Con il Pd e l’Udc non si va da nessuna parte. A questo punto non mi rimangono che due opzioni di voto: Grillo o Di Pietro”. Ancora: “Stai realizzando il sogno del Pd: l’ammucchiata con Casini”.
Al centro del dibattito anche l’art. 18 e i temi del lavoro: “Nichi attenzione. Il Pd e l’Udc fanno parte della maggioranza parlamentare che ha smantellato i diritti dei lavoratori. Non scherziamo, dobbiamo stare attenti”.
Ancora: “Se Vendola apre all’Udc io chiudo a Vendola. Ho 55 anni e non voglio morire democristiano”.
Ancora: “Con il passo di oggi hai fatto l’ennesimo errore, ed io che pensavo che tu avessi la percezione dei reali bisogni dei cittadini”.
Non manca chi chiede calma. “Nichi parlerà nel pomeriggio. Aspettiamo. E speriamo dica parole chiare e definitive”.
(da “La Repubblica”)
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