Destra di Popolo.net

LE ARMATE DI GRILLO E IL GHIGNO DI BERSANI

Maggio 23rd, 2012 Riccardo Fucile

GRILLO: “RIPRENDIAMOCI IL PAESE”…BERSANI: “A BUDRIO E GARBAGNATE LI ABBIAMO SCONFITTI”

Ce le ricorderemo le elezioni amministrative del 2012: un terremoto bipolare e un rompicapo elettorale da decrittare, come un enigma, una giornata di sorrisi di cartapesta, sguardi torvi edi facce pietrificate.
Un vortice dove tutto turbina e nulla è come appare a prima vista.
Nella politica formato Polaroid, che finisce in cortocircuito fra la cosiddetta “Foto di Vasto” e la cosiddetta “Foto di Palazzo Chigi” (ovvero l’alleanza di governo twittata da Pier Ferdinando Casini), che foto è la “foto di Parma”, e cosa ci dice oggi?
Quali sono le conseguenze che il “Parmacotto” grillino Pizzarotti introduce nel già  terremotato sistema politico della Seconda Repubblica?
Proviamo a partire dal Movimento Cinque Stelle.
Il paradosso del raddoppio
Ha vinto la sua sfida, su questo non c’è dubbio. Passa dal 5% delle elezioni regionali alla conquista di una grande città , alla prova del governo.
Vince a Mira, Comacchio e (già  al primo turno) Sarego.
Tant’è vero che Beppe Grillo annuncia trionfante: “Dopo Stalingrado ora ci aspetta Berlino! E adesso riprendiamoci questo Paese”.
Poi c’è la vittoria del centrosinistra.
La coalizione raddoppia il numero dei suoi sindaci da 45 a 92. Si porta a casa 15 comuni su 27 nelle città  capoluogo (prima ne aveva solo 9). Dovrebbe gioire.
Ma se è così, allora, perchè nella sede del Pd la faccia di Pier Luigi Bersani è nera, la bocca è ripiegata all’ingiù come quella di un Gargamella, il tono vagamente incazzoso?
I leader del Pd italiano sono una varietà  politica unica al mondo, tristi quando dicono di aver trionfato. Festosi quando perdono.
Se fosse vera la prima cosa, Bersani dovrebbe almeno cambiare faccia.
O magari evitare frasi boomerang che entreranno nella storia.
Come questa: “Ci sono anche dei comuni dove abbiamo ‘non vinto’ come Parma e Comacchio”.
Il tono è vagamente sarcastico con i giornalisti.
Ma nessuno gli ha ancora fatto una domanda, perchè quando parla così, è ancora alla sua dichiarazione introduttiva.
Subito dopo, il segretario, inanella un’altra perla memorabile della conferenza stampa, questa curiosa considerazione: “Voglio sfatare l’idea che noi contro i grillini perdiamo sempre. A Budrio e Garbagnate vinciamo noi!”.
Excusatio non petita, difesa non necessaria.
Bersani mostra l’istogramma dei comuni vinti, ma rivela di sentirsi quasi ferito dal successo grillino.
La Serracchiani dice di più: “Parma oscura tutto il resto”.
Grillo invece parla già  della presa di Berlino, ma non può ignorare che senza il doppio turno (alle politiche il ballottaggio non c’è) la “presa di Stalingrado” sarebbe stata impossibile.
Tormentone Udc
Altro fermo immagine, il riverbero su scala nazionale. Il Pd viene indicato dal sondaggio della Emg di Fabrizio Masia al 25%. Ancora in calo. Primo partito, ma in retromarcia.
Grillo, nello stesso sondaggio sulle intenzioni di voto nazionali sfiora il 13%, per la prima volta.
Il secondo fermo immagine, nel Pd, di ieri è di nuovo nello studio de La7, nello speciale di Enrico Mentana. Anche Enrico Letta sembra inquieto. Ha un sorriso senza luce quando dice: “Bisogna capire che queste elezioni sono un grandissimo segnale di disagio. Ci serve una legge elettorale per allargare le alleanze, perchè si governa solo con coalizioni più larghe e con il doppio turno”.
Poi, durante lo spot, se gli chiedi perchè mai, ti spiega: “Dobbiamo cercare l’alleanza con l’Udc”.
Se il Pd non può sorridere, dunque, è perchè in questa vittoria è prigioniero di due paradossi.
Il primo è che (esattamente come il Pdl) nelle grandi città  non è stato in grado di selezionare o di produrre una classe dirigente vincente. Anzi. Nelle grandi città  vincono candidati selezionati con le primarie come Marco Doria (sostenuto da Sel) o come Leoluca Orlando, il “vintage” che non invecchia mai, che si porta 30 consiglieri dell’Idv in consiglio (con l’11%!) e cita Picasso sorridendo sotto le sue belle occhiaie: “Servono molti anni per imparare ad essere giovani”.
Il secondo motivo per cui mezzo Pd è inverosimilmente listato a lutto è perchè vince — sì — ma con l’alleanza che una parte importante del suo gruppo dirigente (veltroniani, lettiani, fioroniani e centristi) non voleva.
Non solo quella con Italia dei Valori e con Sel, ma, in moltissimi casi, anche con la Federazione della sinistra.
Tant’è vero che, sempre Letta, ieri ripeteva: “Mi chiedo. Di Pietro può essere considerato di sinistra? Possiamo vincere le elezioni e pensare di governare con i comunisti? Io l’ho già  fatto nel 1996 e non voglio ripetere l’esperienza!”.
Ed ecco il problema: la base del centrosinistra e queste elezioni hanno affondato i sogni di convergenze post-democristiane al centro, e indicato una strada diversa.
Il prezzo di Mont
Il terzo punto decisivo è questo: è vero che erano elezioni amministrative, ma a sinistra vincono i candidati che sono fuori dalla maggioranza Monti.
Stravince chi come Doria ripete: “Questo governo non ha risposto al disagio sociale”.
Anche nel centro-destra questo è un effetto destabilizzante, che rafforza il partito dello staccate-la-spina.
“Grillo — spiega Daniela Santanchè, la massima esponente — ha vinto con i nostri voti. Abbiamo offerto al popolo del Pdl un residence per terremotati di tagli e tasse, quello del governo Monti. E loro hanno preferito cambiare casa e prenderne in affitto un’altra, dai candidati del movimento Cinque Stelle.
Possiamo recuperarli — conclude la pasionaria pidiellina — solo se cambiamo rotta”.
È già  pronta la sfida delle primarie con la granitica cerbiatta governativa, Mara Carfagna.
Sono stati puniti i partiti del governo. Ma anche quelli del vecchio governo.
È stata piallata la Lega, che perde sette ballottaggi su sette.
E manda in tv un Bobo Maroni terreo, che ricorda il Claudio Martelli del 1993.
Eredita un partito da raddrizzare, forse fuori tempo massimo.
La mappa della Lega che non c’è più, è anche quella del M5S, che eredita i suoi voti.
Provate a sentire cosa dice Giovanni Favia, il più visibile dei grillini: “Primo: abbiamo fatto boom, e questa volta lo hanno sentito tutti”. Secondo: “Si è dimostrata una balla l’idea che per vincere dovevamo coalizzarci”. Poi: “Terzo: vedo che il Pd è depresso. Hanno ragione perchè a Parma hanno capito che gli rompiamo il giochino. Ormai lottano per sopravvivere. Presto dovranno trovarsi un lavoro vero — conclude con l’ultima stoccata e per loro non sarà  facile”.
In questo mondo al contrario, in questo valzer di maschere che si scambiano i ruoli, anche un grillo — per una volta — può avere un sorriso caimano.

Luca Telese blog

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NEL PD BERSANI ESULTA, MA LA SERRACCHIANI LO GELA: “PARMA OFFUSCA OGNI ALTRA VITTORIA”

Maggio 21st, 2012 Riccardo Fucile

MATTEO RENZI CHIEDE LE PRIMARIE IN AUTUNNO: “SE IL CANDIDATO DEL PD RISULTA MENO CREDIBILE DEL GRILLINO, QUALCHE DOMANDA IL PD SE LA DEVE FARE”

Bersani esulta, parla di “vittoria senza se e senza ma”, elenca tutte le località  dove il Pd ha battuto gli altri e soprattutto il centrodestra.
Eppure i primi   ”se” e i primi “ma” arrivano proprio dall’interno del Partito Democratico.
“Non nascondiamo la testa sotto la sabbia: il risultato di Parma offusca ogni altra vittoria del Pd” fa sapere l’europarlamentare del Debora Serracchiani.
Per l’esponente democratica “sarebbe ingiusto sminuire un risultato elettorale che porta il centrosinistra ad amministrare 18 capoluoghi su 26 che andavano al voto, ma gli elementi di forte riflessione che vengono da Parma, oggi, non devono assolutamente essere accantonati dai leader nazionali del Partito democratico”.
Per la Serracchiani “se la credibilità  di una leadership politica si rivela nel percepire e nell’accompagnare i mutamenti e i bisogni della società , per Bersani questo è il momento di dimostrare che il Pd è all’altezza delle vittorie e impara sul serio dalle sconfitte. Dopo Parma, il motto ‘rinnovarsi o morire’   non è una critica alla segreteria ma — conclude — una proposta concreta”.
Certo è che il centrosinistra, nelle sue varie forme, conquista il governo di 100 dei 168 comuni con più di 15mila abitanti andati al voto in questa tornata elettorale.
Dai dati elaborati proprio dal Pd, il centrosinistra governava in 54 città  e ora è passato a 100. Nettamente positivo anche il saldo dei cittadini amministrati: da 2.475.000 a 4.816.000.
Ma il trionfo di Orlando (Idv) a Palermo e il boom di Pizzarotti fanno male.
Così tanto il risultato del Mcs che dopo la sconfitta di Vincenzo Bernazzoli, attuale presidente della Provincia e candidato sindaco sostenuto da tutto il centrosinistra, arrivano le dimissioni del segretario provinciale Roberto Garbi, che le presenterà  al direttivo già  convocato per questa sera.
Per Matteo Renzi, sindaco di Firenze, “un dato sconvolgente che emerge è quello sull’astensionismo: o capiamo che le prossime elezioni le vince chi porta a votare chi ha smesso di farlo o non abbiamo capito la strategia politica. La vittoria di Pizzarotti a Parma è forse uno shock per tanti. Però ha un aspetto positivo, e cioè quello per cui i grillini ora possono smettere di sparare nel mucchio e si confronteranno con le problematiche di una città . Un dato molto interessante è che si esca dalla logica della rete e si cominci a misurarsi con i contenuti. Piuttosto dobbiamo porci una questione: se i cittadini di Parma ritengono che un candidato del Movimento di Beppe Grillo sia più credibile del nostro candidato, io una domandina me la farei. E, nell’ottica delle elezioni dell’anno prossimo: facciamo quelli che si arroccano in una fortezza o proviamo a fare qualcosa?”.
Il primo cittadino del capoluogo fiorentino, che molte volte ha chiesto uno svecchiamento della politica, ritorna all’attacco anche su Facebook: “Se il candidato del Pd” a Parma “è considerato meno credibile del grillino, qualche domanda il Pd se la deve fare. Il gruppo dirigente del Pd ha un unico compito: convocare le primarie per ottobre/novembre, con le stesse regole delle primarie del passato: i cittadini decideranno il leader”.
Una riflessione arriva anche da Massimo Cacciari, filosofo ed ex sindaco di Venezia per il centrosinistra, che invocando un Monti bis e commentando i risultati delle elezioni dice “In questa situazione occorre una coalizione che vada aldilà  dei vecchi steccati, una coalizione di persone responsabili tra il politico e il tecnico. Spero ci sia qualcuno nel Pd disponibile a questa coalizione. Dopo le batoste che hanno preso ovunque alle primarie e il risultato di Palermo e quello eclatante di Parma, se credono di essere a posto e tranquilli pace all’anima loro. E’ evidente che è una situazione che travolge alcuni, Pdl e Lega, e minaccia di travolgere anche il resto”.
”Il Partito democratico deve leggere la sua vittoria con prudenza. Mai come in queste elezioni ha inciso così tanto il fenomeno dell’astensionismo.
Gli elettori indipendenti anche nel Lazio hanno ritirato la delega a Berlusconi, ma disertando le urne hanno voluto altresì marcare il proprio distacco dall’attuale centrosinistra” riflette Lucio D’Ubaldo, senatore del Pd di area popolare. “Il nodo politico a livello nazionale e locale è costituito dalla riconquista, finito il berlusconismo, del centro sociale e politico del Paese. Non ci riusciremo con un’alleanza a trazione populista, dando a Sel e Idv il potere di condizionamento rispetto ai futuri impegni amministrativi e di governo.
Mi pare che Zingaretti sottovaluti la fragilità  di questa ipotesi di lavoro e trascini il Partito democratico sul terreno di un’euforia pericolosa”.
A caldo, dopo le prime proiezioni di Parma, anche Enrico Letta aveva chiesto una riflessione anche se più generale.
I risultati “devono far riflettere noi del Pd e devono far riflettere il centrodestra.
C’è da riflettere, il dato non è da sottovalutare”.

(da “Il Fatto Quotidiano”)

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BALLOTTAGGI: CROLLA IL CENTRODESTRA, SETTE RIBALTONI

Maggio 21st, 2012 Riccardo Fucile

SU 26 COMUNI CAPOLUOGO, IL CENTRODESTRA (CHE NE AVEVA 17) NE PERDE UNA DOZZINA E IL CENTROSINISTRA NE GUADAGNA CINQUE… BENE GLI OUTSIDER DI CENTROSINISTRA COME ORLANDO (PALERMO), MASSARO (BELLUNO) O DI CENTRO COME ZAMBUTO (AGRIGENTO) E BORGNA (CUNEO)

Il trionfo dei grillini a Cinque Stelle a Parma, la pesante sconfitta del centrodestra, l’ottimo risultato del centrosinistra che tiene Genova e prende roccaforti altrui come Rieti, Como, Monza e Brindisi, i successi significativi di liste di centrosinistra non facilmente identificabili con i partiti (Palermo, Belluno, Agrigento) o anche anomale di centrodestra come Tosi a Verona.
Ora che, con i ballottaggi, il quadro delle amministrative si è praticamente completato e definito, si possono trarre le somme delle piccola rivoluzione politica che ha attraversato il Paese.
Una rivolta che sa in parte di antipolitica, ma non solo.
Perchè dove i partiti perdono, le spiegazioni ci sono.
Dove il centrosinistra trova candidati “giusti”, vince facilmente; dove sbaglia cavallo (Parma, Palermo) le prende sonoramente.
Soprattutto se, dall’altra parte c’è un centrodestra fallimentare (in entrambi i casi) che lascia spazio alla spinta del cambiamento (il 5 stelle Pizzarotti a Parma) o al ritorno di un personaggio carismatico tanto interno al centrosinistra quanto eccentrico rispetto a tutti, come Leoluca Orlando.
Il tutto, ovviamente, tenendo conto di una bassissima partecipazione al voto nei ballottaggi (51,14% con un calo di 14 punti sul primo turno) col record negativo di Genova (39%).
Sono discorsi a urne aperte, è chiaro, e i dati andranno meglio analizzati.
Ma a cercare una sintesi (con tutti i difetti della schematicità ) proprio questo si potrebbe dire. La gente sembra identificare nel centrodestra che ha governato il Paese le maggiori responsabilità , sembra vedere nel centrosinistra una possibile alternativa, ma cerca anche novità  significative in termini di facce e di posizioni.
A Parma, in fondo, accade proprio questo: il centrodestra di Vignali è stato cacciato a furor di popolo e la scelta del centrosinistra è caduta su Bernazzoli che ha esperienza amministrativa, ma probabilmente, rappresenta il grigiore assoluto.
Così, la gente, schifata dagli anni di Vignali, accomuna i due schieramenti principali e sceglie la novità .
Da altre parti, i grillini (che prendono altri due sindaci di comuni superiori a Mira e Comacchio su oltre 150 in palio) vanno benissimo, si candidano a prendere il posto della Lega come terza forza del Paese, ma non ottengono primi cittadini a causa, soprattutto, della loro ovvia idiosincrasia alle alleanze.
Così, anche vecchi combattenti della politica, come Tosi e Orlando, da parti opposte, finiscono per apparire “nuovi” per il solo fatto di essersi “smarcati” per tempo dalla coalizione di appartenenza.
Un po’ come a Belluno dove il vincitore del ballottaggio, è Jacopo Massaro, ex capogruppo Pd che si presenta con tre liste civiche e batte (62,7% contro 32,3%) la candidata del centrosinistra Claudia Bettiol.
Nel capoluogo veneto, il sindaco uscente era di centrodestra.
Ma vediamo qualche dato.
Su 26 comuni capoluogo che rinnovavano l’amministrazione, il centrodestra ne aveva 17 e il centrosinistra 9.
Lo schieramento che fa capo al Pdl dovrebbe conservarne 5 o forse 6 (se vincerà  a Trani che è in bilico a pochi seggi dalla fine).
Il centrosinistra sale a 14 ai quali si potrebbero sommare Palermo e Belluno (considerandoli come area) e, forse, Agrigento, dove il sindaco uscente Marco Zambuto ha ottenuto il 74% al ballottaggio e sarà  dunque riconfermato.
Un po’ come Tosi, Zambuto, che era sostenuto da un’alleanza di centrosinistra ha scelto di stare al centro e ha vinto alleandosi con l’Udc e battendo al ballottaggio il candidato di centrodestra.
Cinque Stelle, si diceva, si prende Parma e Cuneo (che era di centrosinistra, va a Federico Borgna (centro) che batte il candidato sostenuto dal Pd, Pierluigi Garelli.
Note liete, comunque, per il centrosinistra vengono, ovviamente da Genova, dove il trionfo di Marco Doria (59,7%) era annunciato, ma anche dall’Aquila dove Massimo Cialente si conferma (59,2%) nonostante le difficoltà  della ricostruzione battendo il centrista Giorgio De Matteis.
Il centrosinistra si conferma a Piacenza (Dosi col 57,7%) e a Taranto (Ippazio Stefano col 69,7%), perde Frosinone (dove il centrodestra mette a segno un ribaltone con Nicola Ottaviani (52,7%) batte il sindaco uscente Michele Marini, ma conquista diverse città  che raramente erano state dalla sua parte.
Da Rieti (Simone Petrangeli col 67,2%), a Como (Mario Lucini 74.2%); da Monza (Roberto Scanagatti 63,4%) ad Alessandria (Maria Rita Rossa 68%); da Asti (Fabrizio Brignolo, 56,9%) a Lucca (Alessandro Tambellini 69,8%) e persino a Isernia (Ugo De Vivo 57,1), il centrosinistra scala montagne che sembravano irraggiungibili.
Sconfitta, invece, a Trapani dove il candidato di centrodestra Vito Damiano batte un altro candidato di centro con 54,1%.
I Comuni superiori.
Stesso andamento per i Comuni superiori dove il centrosinistra fa registrare un’avanzata davvero significativa e il centrodestra rischia di sparire.
Civiche e centristi mantengono le posizioni mentre, come si diceva), il movimento 5 Stelle riesce ad affermarsi soltanto in due altri comuni.
Il motivo principale è da ricercarsi in una politica delle alleanze praticamente inesistente. In Italia, nessun partito è mai riuscito a governare da solo.
Ecco i numeri che prendono in esame 145 comuni superiori ai 15 mila abitanti (10mila in Sicilia).
Il centrosinistra ne governava 45; ora ha quasi raddoppiato il suo bottino salendo a quota 81, cui vanno sommati i 14 capoluoghi di cui sopra per arrivare al totale di 95 che Bersani ha sbandierato con comprensibile orgoglio in conferenza stampa.
Il centrodestra, invece, crolla da 81 comuni superiori a un terzo esatto (27) cui vanno aggiunti i 6 capoluoghi per un totale di 33 contro i 98 di partenza.
Gli altri 23 comuni al ballottaggio se li dividono le liste civiche (5), il centro (4), i 5 Stelle (2) le liste di sinistra (3), la Lega Nord (uno) e liste identificabili come “Altri” (6).

Massimo Razzi
(da “la Repubblica”)

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BERSANI AL GOVERNO: “I PATTI NON ERANO QUESTI”

Marzo 22nd, 2012 Riccardo Fucile

DEMOCRATICI DIVISI SULL’ESITO DEL NEGOZIATO: FIORONI APPREZZA, FASSINA NO… IL PD COSTRETTO A DIRE SI’ MA IL LEADER TEME TENSIONI SOCIALI E LO STRAPPO CON LA CGIL

Al Pd lo hanno battezzato il «disaccordo concordato».
E ai più anziani tra i dirigenti del partito ha ricordato un termine del politichese del tempo che fu: le convergenze parallele.
Tradotto, significa che a Largo del Nazareno sperano di gestire senza strappi, rotture e polemiche con la Cgil questa vicenda della riforma del lavoro.
Non sarà  facile.
Quando il provvedimento arriverà  in aula il Pd sarà  costretto a dire il suo sì, anche di fronte al no di Camusso.
«Il nostro voto favorevole, pur con tanti distinguo, non può essere in discussione», sottolinea infatti Enrico Letta.
Bersani preferisce non essere così esplicito. È fortemente irritato con il governo: «Non ha cercato con convinzione l’accordo. I patti non erano questi, i patti erano che si sarebbe tentata l’intesa in tutti i modi», è il suo rimprovero.
Quello che più temono in questo momento i vertici del Pd è lo scoppio di focolai di tensione sociale.
Il segretario è stato chiaro con i suoi: «Prepariamoci, perchè adesso si apre una fase non facile. La questione sociale esiste e potrebbe aggravarsi nei prossimi mesi. Chi protesta, chi non ce la fa più a fare sacrifici va ascoltato».
A questo proposito si mostra preoccupato anche Stefano Fassina: «Il governo rifiutando le aperture fatte dalla segreteria della Cgil alimenta una tensione sociale che non fa bene a nessuno. Quando parlava dell’articolo 18 in conferenza stampa Monti sembrava Sacconi».
Sul merito del provvedimento, come era prevedibile, nel Pd ci sono reazioni diverse.
Beppe Fioroni non ha dubbi: «Credo che sia stata trovata, sia nel metodo che nel contenuto, una soluzione importante. Si incentiva il lavoro a tempo indeterminato, vengono rafforzati gli ammortizzatori sociali, l’articolo 18 resta con una significativa manutenzione. Nella riunione, altro fattore degno di nota, si è registrata l’unità  su tanti punti. Adesso nessuno faccia saltare il banco».
Di tutt’altro tenore le osservazioni di Fassina: «Da quello che si può capire finora ci sono dei punti positivi, ma anche molti buchi, per esempio per quel che riguarda gli ammortizzatori sociali. La parte che riguarda l’articolo 18 non va bene perchè lo svuota completamente».
Secondo il responsabile economico infatti va introdotto il sistema tedesco nel senso pieno del termine, ossia affidando sempre al giudice la decisione, anche nel caso dei licenziamenti economici.
La pensa nello stesso modo Cesare Damiano: «Il modello tedesco, al quale si fa spesso riferimento, prevede nel caso di licenziamento per motivi economici senza giusta causa di lasciare al giudice la possibilità  di scegliere tra reintegrazione e risarcimenti».
La linea ufficiale del Pd sull’articolo 18 è questa.
E pubblicamente Bersani dice: «Su questa riforma dovrà  pronunciarsi il Parlamento».
Come a dire che è pronto a chiedere delle modifiche: «Prenderemo le nostre iniziative», assicura Fassina.
Ma Bersani sa bene che non si faranno altri passi avanti nella ricerca di un’intesa con la Cgil. Inevitabilmente, le strade del Pd e quelle del sindacato di Camusso si divideranno.
E a largo del Nazareno, nonostante le dichiarazioni contrarie, ci si prepara già  ad affrontare l’eventuale richiesta del governo di inserire la riforma in un decreto.

Maria Teresa Meli
(da “La Repubblica”)

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BERSANI: “NIENTE RESA DEI CONTI”, LOMBARDO AMMETTE: 10.000 VOTANTI DELLE PRIMARIE DI PALERMO SONO DI CENTRODESTRA

Marzo 7th, 2012 Riccardo Fucile

GLI SCONFITTI DENUNCIANO: “TROPPE ANOMALIE”

Quando Pier Luigi Bersani arriva in piazza Monte Citorio per la presentazione del libro su Angelo Vassallo – il sindaco del Pd ucciso a Pollica nel 2010 – è letteralmente assalito da telecamere e microfoni.
Il processo al suo partito è cominciato ore prima, dopo l’ennesima sconfitta alle primarie.
Con Giuseppe Lumia (il senatore pd che ha sostenuto il vincitore di Palermo, Ferrandelli) che minaccia di chiedere le dimissioni del segretario.
Con i veltroniani (Tonini) che invocano la convocazione della direzione.
Con Paolo Gentiloni che su Twitter denuncia: «Le ragioni sono locali, a Palermo, Milano, Napoli, Genova. Ma il problema del Pd è nazionale».
Con lo stesso vicesegretario, Enrico Letta, che usa l’accaduto per archiviare una volta per tutte l’ormai sbiadita foto di Vasto, l’alleanza che tiene insieme partito democratico, IdV e Sel: «A Palermo i nostri elettori chiedono altro. Rita Borsellino ha fatto l’errore di proporsi in quello schema».
Come lui, la pensano Marco Follini e i modem di Veltroni, nell’ormai consueta alleanza di chi vede il futuro del Pd lontano da Vendola e Di Pietro.
In linea con il governo di Mario Monti.
Così, Bersani aspetta di sedersi per rispondere.
Non è roba da battute per tg.
Spiega che il Pd ha vinto in 18 città  su 23.
Che a Palermo, una volta verificati i voti di un risultato comunque al fotofinish, sosterrà  il vincitore.
Che le primarie sono un grande strumento di partecipazione, aiutano a vincere le “secondarie”, le elezioni, ma – ed è questo il punto – «non risolvono problemi politici». E quindi – sostiene il segretario – «la politica deve venire prima, decidere ogni volta il se e il come delle primarie, senza darle per scontate».
Perchè «in tutto il mondo non sono certo un pranzo di gala, ma non possono essere una resa dei conti». Non si può fissare una regola su quanti candidati del Pd debbano partecipare.
Bisogna scegliere però. Scegliere prima.
Accanto a lui c’è Pier Ferdinando Casini, che prova a dargli una mano.
«Trentamila persone che vanno a votare in tempi di antipolitica vanno rispettate», dice il leader Udc. E aggiunge: «Penso che a questo Paese serva un’alleanza tra moderati e riformisti. E tengo al rapporto con Bersani perchè rappresenta l’anima moderata e riformista della sinistra».
Accreditamento che non basta a sopire le polemiche.
Il governatore siciliano Lombardo manda segnali: «È credibile che 10mila di coloro che hanno votato non fossero persone di centrosinistra».
Rita Borsellino annulla la conferenza stampa: «Sono accadute cose strane».
Il sospetto – coltivato anche dall’Idv Leoluca Orlando – è che a votare siano andate persone che nulla hanno a che fare con la coalizione: precari, iscritti a cooperative di ex detenuti in cerca di lavoro, elettori del presidente della Regione o del Pid di Saverio Romano.
Anche per questo, gira voce che l’ex sindaco stia pensando di candidarsi.
Rosy Bindi chiede di «affinandone» le regole delle primarie.
Dall’area Franceschini si mette in evidenza che «non possono votare tutti, altrimenti il rischio di inquinamento è reale. Serve una riforma, subito».
A difendere il fortino restano Nicola La Torre, Matteo Orfini, Stefano Fassina: trovano i riferimenti a Vasto pretestuosi, le critiche infondate.
La segreteria manda a dire a chi la chiede che la direzione è già  convocata. S
arà  a fine marzo, prima di Pasqua.
Lì, ci sarà  tempo e modo di parlare di tutto.
Alleanze comprese.

(da “Il Fatto Quotidiano”)

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PALERMO, CORTOCIRCUITO PD, ANCHE L’IDV NEL CAOS: IL POPOLO DELLE PRIMARIE HA SCONFESSATO I SEGRETARI DI PARTITO

Marzo 5th, 2012 Riccardo Fucile

NE ESCE SCONFITTA “LA FOTO DI VASTO”, OVVERO L’INTESA TRA BERSANI, DI PIETRO E VENDOLA…IL SEGRETARIO PD NON AVEVA FATTO I CONTI CON LA DIRIGENZA SICILIANA: “ORA PER LUI SARA’ DURISSIMA, RESA DEI CONTI A ROMA”

All’una del mattino, in una Palermo tormentata dalla pioggia, è tutto drammaticamente chiaro: Rita Borsellino ha perso le primarie per la corsa a sindaco di Palermo. 9804 voti lei, 9942 Fabrizio Ferrandelli, ex capogruppo di Idv in consiglio comunale, ex pupillo di Leoluca Orlando e politicamente “figlio adottivo” della stessa Borsellino.
Una manciata di voti ( 139 o 65 che siano) che troncano le speranze della europarlamentare indipendente sorella del magistrato ucciso a via D’Amelio.
Oltre settemila voti all’altro candidato, Davide Faraone, sostenuto dal rottamatore Matteo Renzi ed appoggiato in queste elezioni dal guru televisivo Giorgio Gori.
1700 voti vanno alla ginecologa Antonella Monastra, consigliere comunale della lista “Un’altra storia”, ispirata dalla stessa Borsellino.
Questi i numeri di primarie durissime, avvelenate dalle polemiche e dai sospetti su un voto inquinato.
Il conteggio finale delle schede non è ancora ufficiale, troppe le anomalie riscontrate in alcune sezioni del quartiere Zen, troppi i dubbi su schede di colore diverso rispetto a quelle ufficiali rintracciate in altri seggi, ma un dato è già  certo.
Il centrosinistra tutto rischia di rimanere sepolto dalle macerie di una contrapposizione che ha messo l’uno contro l’altro pezzi importanti della politica e dell’impegno civile in terra di Sicilia.
Troppe partite si sono giocate in queste primarie.
La più importante riguarda Pierluigi Bersani e il Pd.
Rita Borsellino era stata scelta in prima battuta da Sel e da Nichi Vendola, subito dopo appoggiata da Bersani, da Idv (che aveva convinto Leoluca Orlando a fare un passo indietro a favore della europarlamentare), da Rifondazione comunista-Fds e dai movimenti.
Il leader del Pd non aveva fatto i conti col suo partito.
Un corpaccione ingovernabile a Palermo, spezzettato in feudi e gruppi di potere che da tempo, nonostante i flebili no romani, si sono attestati sulla linea Maginot dell’alleanza per il governo della Regione con l’Mpa e Raffaele Lombardo.
Un partito che Bersani non è mai riuscito a convincere, orientare, meno che mai a conquistare politicamente.
“Se il Pd fa schifo a Roma — ha detto nei giorni scorsi Davide Faraone, l’unico con la tessera Pd in tasca — in Sicilia fa schifo ancora di più”.
Bersani oggi riceve uno schiaffo durissimo da due potenti detentori di pacchetti di tessere e voti come Antonello Cracolici, il capogruppo all’Ars, e Beppe Lumia, senatore ed ex presidente dell’Antimafia.
Non solo: anche Sonia Alfano si è spesa per Ferrandelli.
Perde ancora il leader Pd, ma questa volta trascina nella sconfitta Rita Borsellino. Palermo non è Genova, Rita non è Marta Vincenzi, il suo nome pesa soprattutto in quella fascia di elettorato nazionale sensibilissima ai temi della legalità  e della lotta alla mafia.
“Ora — diceva a mezza bocca un esponente del Pd siciliano — i conti si faranno a Roma e per Bersani sarà  durissima”.
Queste le prossime tappe dello sfascio Pd in terra sicula.
Il prossimo 13 marzo sarà  votata la mozione di sfiducia al segretario regionale Giuseppe Lupo, che ha appoggiato la Borsellino, poi Cracolici, Lumia e l’ex Udeur Totò Cardinale (l’ex ministro non più onorevole dopo che ha lasciato in eredità  il suo seggio a Montecitorio alla figlia), daranno un colpo di acceleratore all’ingresso nella giunta regionale del Pd.
Guai anche per Antonio Di Pietro, del resto il leader di Idv temeva questo esito, tanto da ammetterlo nella telefonata col finto Vendola in una trasmissione di Rds. “Se vince quello che è andato via da me, il cetriolo poi me lo prendo io”.
Anche Di Pietro, ma questa non è una novità , non è riuscito a governare quello che resta del suo partito a Palermo.
Primarie dalla partecipazione altissima, circa 30mila persone nei seggi, 10mila in più rispetto a quelle per le comunali del 2007.
Hanno votato moltissimo nelle periferie, i luoghi ove il voto di opinione è più debole e conta la presenza organizzata.
Qui ha raccolto i suoi consensi Fabrizio Ferrandelli.
Sono anni che il trentunenne consigliere comunale lavora tra lo Zen e i quartieri del disagio.
Organizza cooperative sociali, centri di assistenza fiscale, comunità  di migranti. E’ una figura nota a Palermo che da mesi coltivava il sogno di correre per sindaco.
E’ partito da solo, conquistandosi il consenso di ampi settori della società  civile, poi attorno alla sua candidatura si sono innestati giochi e giochetti della politica palermitana.
Uomini che ci hanno messo il timbro e la faccia fino all’ultimo.
Lumia e Cracolici hanno festeggiato fino all’alba con Ferrandelli in un pub di Piazza della Rivoluzione.
Hanno fatto i big-sponsor e hanno vinto, ora sono loro a dettare le condizioni.
Ma anche una parte dell’antimafia è scesa in campo a favore del trentunenne Ferrandelli.
Sonia Alfano, eurodeputata indipendente eletta in Idv, e Rosario Crocetta, ex sindaco di Gela.
Alfano, soprattutto, vince la sua battaglia dentro Idv contro Leoluca Orlando e Antonio Di Pietro.
Anche l’ex sindaco della Primavera ci ha messo la facccia a favore della Borsellino. Anche lui ha perso.
“E’ il triste tramonto del patriarca”, diceva un giovane sostenitore di Ferrandelli tra canzoni e festeggiamenti.
Quando sono le tre del mattino nella sede del comitato elettorale di Rita Borsellino i volti dei giovani collaboratori e dei vecchi militanti della sinistra che in queste settimane hanno lavorato pancia a terra per l’europarlamentare, sono tristi, tesissimi. La Borsellino è chiusa nella sua stanza e non parla.
Lo farà  alle tre di questo pomeriggio.
Intanto Fabrizio Ferrandelli lancia appelli ai partiti del centrosinistra e agli altri candidati: “Incontriamoci, ora la battaglia è contro la destra. Dobbiamo vincere”.
Ma sarà  difficile per il centrosinistra rimettere insieme le macerie di Palermo.
Troppi odi, tanti rancori, tantissimi veleni in una campagna elettorale dove non sono stati risparmiati colpi bassissimi.
“Pensate — si è sfogata poche ore prima la Borsellino con i suoi amici — mi hanno finanche accusata di strumentalizzare il cognome che porto e la tragedia di mio fratello Paolo”.

(da “Il Fatto Quotidiano“)

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L’AIUTINO DEL PD A SILVIO: VIA IL REATO DI CONCUSSIONE

Marzo 3rd, 2012 Riccardo Fucile

COSI’ IL CAVALIERE SI SALVA AL PROCESSO RUBY… E VISSERO TUTTI FELICI E CONTENTI

Il Pd propone di abrogare il reato di concussione per trasformarlo in corruzione o estorsione: il primo, clamoroso effetto, si avvertirebbe a Milano, dove al processo-Ruby, Silvio Berlusconi verrebbe immediatamente prosciolto per il capo d’accusa ritenuto più solido.
Se il reato non esiste più Berlusconi non può essere processato come concussore, quella telefonata alla Questura, in cui l’ex primo ministro accreditava la minorenne marocchina come nipote di Mubarak, processualmente diventa quasi irrilevante.
Quasi, perchè al massimo a Berlusconi potrebbe essere contestato l’abuso di ufficio, di gran lunga meno grave della concussione.
L’abuso è punito con 3 anni, la concussione con 12.
Nel processo Berlusconi dovrebbe, a questo punto, affrontare solo l’accusa di prostituzione minorile, fattispecie di reato molto più difficile da provare.
Insomma la telefonata rischiava di inchiodarlo, la cancellazione del reato lo salva. Proscioglimento quindi, perchè il reato è caduto e quello nuovo non esisteva al momento del fatto.
L’emendamento (dove si propone la cancellazione del reato) del Pd al ddl anticorruzione viene visto come un punto di partenza per un’intesa complessiva per la riforma.
In effetti tra concussione e corruzione ci sono diverse punti di contatto: anche da un punto di vista etimologico il termine deriva da concussus, participio passato di concutere, in italiano “estorcere”.
L’obiettivo dichiarato dai proponenti Pd è di “rendere più netti i contorni dei comportamenti corruttivi rispetto a situazioni in cui la vittima subisce pressioni, minacce, anche indirette, o violenza da parte del pubblico ufficiale che abusa delle sue funzioni”.
Obiettivo posto anche richiesto da Ocse e Consiglio d’Europa per contrastare più efficacemente la corruzione internazionale: spesso, infatti, il concusso è considerato “vittima” e quindi non è punibile. In generale il ddl anticorruzione su cui si discute prevede un inasprimento delle pene per i reati di corruzione e un conseguente aumento degli anni necessari alla prescrizione.
Tuttavia, il significato politico di questa cancellazione rischia di apparire pesantemente ingigantito in termini di patto innaturale o inciucio che dir si voglia.
Il “salvataggio” del premier al processo e la concomitante apertura di dialogo in tema di larghe intese è difficile farli derubricare a semplici coincidenze.
Non passa inosservato, per esempio, come sul Sole 24 Ore di venerdì 2 marzo, la notizia della cancellazione del reato sia posta accanto al rilancio in tema di grandi intese (Pdl, Pd e Terzo Polo alleati nel 2013) compiuto dallo stesso Berlusconi. “Possibili se c’è accordo con il Pd sulle riforme” ha spiegato Silvio Berlusconi.
Cosa dice l’art. 317 che si vuole abrogare?
“Il pubblico ufficiale o l’incaricato di un pubblico servizio che, abusando della sua qualità  e dei suoi poteri costringe o induce taluno a dare o promettere indebitamente, a lui o ad un terzo, denaro od altra utilità , è punito con la reclusione da quattro a dodici anni”.
In effetti, l’accusa della procura di Milano verteva proprio sull’induzione, contestata a Berlusconi, nei confronti del funzionario di Polizia, a fornire prestazioni non dovute. Indurre nel senso di persuadere abusando di poteri fuori dai casi o al di là  dei limiti stabiliti dalla legge.
(da “Blitz quotidiano”)

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PD = PARTITO DIVISO IN VENTUNO TRIBU’, TRA CORRENTI E SPIFFERI

Febbraio 25th, 2012 Riccardo Fucile

SONI 21 I MICRO GRUPPI IN GUERRA TRA LORO: OBIETTIVO SPODESTARE BERSANI….CHI GUARDA ALL’UDC, CHI A SEL, CHI ALL’IDV, CHI ALLA FIOM E CHI NO… SU OGNI TEMA FONDAMENTALE E’ LOTTA

La solitudine di Pier Luigi Bersani. A bordo di un treno, guarda fuori dal finestrino. Senza un sorriso dell’avvenire, nè del presente.
Dopo lo scatto “rubato” del segretario del Pd triste, solitario davanti a una birra in un pub del centro di Roma, adesso c’è il Bersani seduto in un moderno vagone ferroviario.
La sua nuova campagna pubblicitaria: “Destinazione Italia”.
Il titolo sembra l’incrocio tra una canzone, “Destinazione Paradiso” di Grignani, e un film di Totò, “Destinazione Piovarolo”, dove il tempo non passa mai e tutto gira attorno a una frase misteriosa di Garibaldi: “Qui si fa l’Italia socialista o si muore”.
Ma Bersani non è Garibaldi.
Semmai, la sua figura pensosa e disperata, lacerata dall’incubo della dispersione (meglio, scissione) del partito ricorda le fatiche bibliche di Mosè per tenere insieme le 12 tribù d’Israele durante la traversata del deserto.
Anzi, per il leader democrat, figlio del partito emiliano, numericamente è peggio ancora.
Basta rovesciare il 12 ed ecco il 21. Tante sono infatti le correnti, macro e micro, del Partito democratico.
Ventuno tribù litigiose da traghettare oltre il deserto del governo Monti.
Con l’incognita della terra promessa .
Quale: la foto di Vasto o la Grande coalizione permanente? Due visioni agli antipodi e che adesso stanno esplodendo sulla riforma del mercato del lavoro e il tabù dell’articolo 18.
Così, di suo, Bersani non può che frenare in continuazione e tentare mediazioni su mediazioni e conciliare paradossi.
Il primo qualche settimana fa: “Noi siamo qui ma non siamo questo”.
Il secondo nell’atteso incontro con Monti, dove fa capire che anche in caso di mancato accordo sulla riforma del lavoro e sulla governance della Rai, il Pd manterrà  il patto di lealtà  con il governo fino al 2013.
Sarà  sufficiente questo compromesso a tenere ferme le ventuno anime del partito?
La prima, ovviamente, è bersaniana e comprende Fassina, Stumpo, Migliavacca, Orlando, Marantelli, l’ex dalemiano Orfini, l’ex ministro Damiano, il tesoriere Misiani.
A loro volta, i bersaniani si dividono in riformisti e laburisti.
Quest’ultimi sono sulla linea della Cgil, come Fassina e Damiano.
E anche in questo caso non mancano formule surreali per tenere insieme l’impossibile.
Fassina, per andare alla manifestazione della Fiom del 9 marzo, ha fatto ricorso alla “partecipazione senza adesione”.
La seconda tribù, dimagritissima, è quella dei dalemiani: ormai solo lui, l’ex generale Massimo (citazione dal “Gladiatore”), e l’inciucista Luciano Violante.
Subito oltre, terza microcorrente, gli ex dalemiani che si muovono per conto loro: Nicola Latorre, Gianni Cuperlo, Ugo Sposetti, Anna Finocchiaro.
I franceschiniani sono invece la nuova frontiera della possibile scissione, quelli pronti ad andare via assieme ai lettiani (da Enrico, nipote di Gianni), ai veltroniani, ai gentiloniani, forse ai fioroniani.
Nella tribù del capogruppo alla Camera Dario Franceschini ci sono i nomi di Giacomelli, Rosati, Pina Picierno, Bressa (uno dei tre sherpa della delegazione democrat per i colloqui dell’inciucione con Alfano e Casini), pure la Serracchiani.
I Veltroniani, quinta tribù, sono reduci dall’ultima uscita del loro leader: quella contro l’articolo 18, di fatto considerata la nascita del partito montiano.
In Transatlantico circola una battuta: “Sinora Letta e Veltroni non avevano osato la scissione perchè non sapevano dove andare. Adesso invece il contenitore c’è: il partito di Monti”.
Il contenitore ancora non ha simboli e sedi, ma una sola certezza: è di centro, rigorosamente di centro.
L’avanguardia veltroniana è questa: Tonini, Ceccanti, Verini, Martella, Colaninno, l’ex dalemiano Minniti.
La destra del Pd prosegue con i lettiani, sesta corrente: Francesco Boccia, Mosca, Meloni, Ginefra.
Poi ancora con i gentiloniani, i cosidetti ecodem: ovviamente Gentiloni, poi Realacci , Della Seta, Ferranti.
L’ottava tribù è dei fioroniani, dall’ex ministro Beppe: Gasbarra, neo-segretario del Pd laziale, e Gero Grassi.
Nona, sempre a destra, è la corrente dei liberal: Enzo Bianco, Morando, Ichino.
A questo punto, la segnaletica per navigare tra le tribù del Pd si complica di più. Perchè veltroniani, gentiloniani, fioroniani, liberal sono tutti riuniti nel correntone Modem.
I franceschiniani invece si vedono con i fassiani, decima anima (il sindaco di Torino e Marina Sereni), nell’Area Dem.
Dalla destra che sogna la Grande Coalizione permanente agli ulivisti (Parisi, Santagata, Levi, Zampa), ai bindiani (Meduri e Burtone), alla Sinistra di Vita e Nerozzi, all’area Marino-Meta che recentemente ha perso Civati e Scalfarotto.
I mariniani, quattordicesima stazione della via Crucis bersaniana comprendono Morassut e la paladina dei diritti civili Paola Concia, ieri molto incazzata per il dibattito nel partito: “Qua si sta a litigare tra maschi, in modo virile. E i maschi sono distruttivi”. Immagine efficacissima.
Con la quindicesima tribù si torna al centro: gli ex popolari o dc Castagnetti, Duilio, D’Antoni, Marini. Anima numero sedici è il partito dei nuovi cacicchi, cioè neo o ex sindaci. In ordine sparso: Chiamparino, Renzi, Bassolino, De Luca, Emiliano.
C’è anche Zingaretti: per il momento presidente della Provincia di Roma ma probabile candidato per il Campidoglio.
Alla casella 17 la “terra di mezzo” di Marco Follini e Stefano Graziano.
Alla 18, in posizione solitaria, la sinistra Cofferati, che però non lega con Nerozzi. Così come solitario è Bobba, l’unico teodem rimasto.
La ventesima tribù è dell’ex veltroniano Goffredo Bettini, sostenitore del neo-oltrismo.
Oltre Bersani e oltre il Pd. Chiude la lista, l’ultimo arrivato Giacomo Portas, che ha fondato “I moderati”.
Il catalogo del Pd è questo.
La traversata nel deserto rischia di precipitare nei gironi infernali. Ventuno per la precisione.

Fabrizio d’Esposito
(da “Il Fatto Quotidiano”)

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PAPA STRANIERO: L’INSANA PASSIONE DELLA SINISTRA

Febbraio 23rd, 2012 Riccardo Fucile

DA MONTEZEMOLO A PASSERA, L’ULTIMO E’ MONTI

In meno di due anni, Mario Monti è il terzo “papa straniero” che Walter Veltroni propone per la leadership del centrosinistra.
Tutto ruota attorno all’aggettivo “riformista”, ancora una volta.
“Monti è un riformista, non lasciamolo alla destra”, così domenica scorsa a Repubblica l’ex quarantenne kennediano che a metà  dei Novanta non voleva regalare alla destra neanche Lamberto Dini, altro ex premier tecnico oggi nel recinto dei satelliti del Pdl, con queste parole profetiche: “Ha vissuto da ministro l’esperienza Berlusconi, poi quella del suo governo appoggiato dal centrosinistra. Beh, quando gli hanno chiesto se avrebbe accettato un ruolo nel prossimo schieramento di destra, ha semplicemente risposto: ‘No, non mi ci vedo’. A buon intenditor…”
Difatti.
Andando a ritroso, dopo l’esternazione che sancisce la nascita del “partito di Monti” nel Pd, la passione di Veltroni per il leader che viene “dall’esterno” si colloca nel settembre del 2010. L’ex sindaco di Roma nonchè ex candidato-premier (perdente) nel 2008 si fa vivo dopo mesi di pensoso silenzio e lancia il documento dei 75 per il “papa straniero” a capo dell’ex Ulivo ed ex Unione.
Il nome del momento è quello di Alessandro Profumo, cacciato da Unicredit. Parafrasando il Fassino dell’estate dei furbetti del quartierino: “Abbiamo un banchiere”.
L’ipotesi Profumo mette a soqquadro il Pd e irrita persino un moderato come Beppe Fioroni, democristiano doc: “Prendere come leader uno che è appena stato cacciato mi pare un’idea singolare della politica”.
Ma i veltroniani non si rassegnano e un mese dopo ci riprovano con un altro nome.
Stavolta a farlo è Goffredo Bettini, cervello politico del buonismo trasversale.
Per lui, l’impegno in politica di Luca Cordero di Montezemolo “potrebbe avere un grande significato e una grande presa”. Il presidente della Ferrari (e di tante altre cose), secondo Bettini, dovrebbe “compiere un atto di servizio, unilaterale, disinteressato e a termine, mettendo la sua popolarità  ed esperienza a disposizione di una battaglia civile e democratica”.
In questa fase il tema del “papa straniero” esplode (altro grande alfiere che difende il solco tracciato da Veltroni è il direttore di Repubblica Ezio Mauro) ed emergono anche le suggestioni dello scrittore anti-camorra Roberto Saviano e dell’ad di Fiat Sergio Marchionne.
Ovviamente, sulla sponda opposta a quella presidiata da Veltroni, si mette seduto Massimo D’Alema, teorico del primato della politica e dei partiti e notoriamente allergico alla società  civile, secondo una sua antica e feroce battuta copiata dalla propaganda nazista: “Quando sento parlare di società  civile metto mano alla pistola”.
Certo, Profumo, Montezemolo e Marchionne più che nella categoria “società  civile” vanno inseriti sotto la voce “poteri forti” ma per D’Alema è lo stesso e fa sapere che quella del “papa straniero” è una “falsa strada”.
Rispetto a oggi, la discussione di due anni fa sembra preistoria.
Soprattutto perchè non c’è più Berlusconi a Palazzo Chigi.
Dal novembre scorso, da quando cioè è nato il governo sobrio dei tecnici, la convinzione comune è che dopo Monti (e Passera) nulla sarà  come prima.
Non senza paradossi e contraddizioni. All’inizio i ruoli erano rovesciati.
Nel senso che il superministro Corrado Passera, ex Intesa, era il candidato più gettonato del centrosinistra (sempre per la serie “abbiamo un banchiere”) e Monti per il centrodestra.
Oggi è il contrario. Roberto Formigoni, governatore della Lombardia, ha proposto Passera al posto di Alfano per la successione a Berlusconi, Veltroni ma anche Enrico Letta si sono buttati su Monti.
Nel centrosinistra, la questione del leader esterno, da non regalare agli altri, è affiorata all’alba della Seconda Repubblica, all’indomani della sconfitta della gioiosa macchina da guerra di Achille Occhetto.
Non a caso, il partito montiano del Pd ripete che la foto di Vasto (Bersani, Di Pietro, Vendola) sarebbe il bis di quell’esperienza.
Prima della candidatura di Romano Prodi nel 1996, fu proprio Veltroni a lanciare il nome di Carlo Azeglio Ciampi, ma questi ringraziò e rifiutò. Il Pds inseguì anche Mariotto Segni, sempre per sottrarlo alla destra.
In quella zona grigia e bipartisan tra i due poli sono stati vari i nomi dei leader intercambiabili prima di Monti, Passera e Montezemolo.
Sergio D’Antoni, quando lasciò la Cisl, fu corteggiato da destra e sinistra (oggi è nel Pd). Ma la vera passione tra i postcomunisti sono i banchieri, causato forse dal complesso della “sinistra stracciona”.
Nel duemila spuntò l’ipotesi di Antonio Fazio, governatore di Bankitalia. Disse Massimo Cacciari: “Ci vorrebbe un cattolico democratico di alto profilo disposto a farsi carico del problema di arginare questa destra che con le destre europee non ha niente da spartire. Io vedo solo Antonio Fazio”.
Oggi l’argine al “papa straniero” è soprattutto Bersani, che vede tramontare la sua candidatura a premier ma più di tanto, in pubblico, non ha osato.
Questa la sua risposta a Veltroni su Monti: “Il mio partito ha una proposta alternativa, non a Monti, ma alla destra. Poi Monti e i suoi ministri potranno decidere con quale polmone respirare”.
Appena tre giorni prima aveva detto che Monti “non fa cose di sinistra”.

Fabrizio d’Esposito
(da “Il Fatto Quotidiano“)

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