Settembre 24th, 2011 Riccardo Fucile
ALCUNE INTERCETTAZIONI FAREBBERO RIFERIMENTO A MINACCE AGGRAVATE DALL’AVER AGEVOLATO UN CLAN DELLA CAMORRA
Furono le primarie dei brogli, veri o presunti, chissà , il comitato dei Garanti si sciolse senza
emettere un verdetto.
Furono le primarie dell’affluenza record, di seggi con un voto espresso ogni ventinove secondi.
Furono le primarie della vittoria di Pirro del bassoliniano europarlamentare Andrea Cozzolino.
Una vittoria mai riconosciuta dal Pd che decise di annullare tutto, di individuare nel segretario provinciale Nicola Tremante il capro espiatorio, commissariando il partito con l’invio del deputato Andrea Orlando, e di candidare a sindaco per il partito di Bersani il prefetto Mario Morcone, esponendolo al massacro.
Furono anche le primarie della camorra?
La Direzione Distrettuale Antimafia di Napoli ha aperto un’inchiesta per dare una risposta a questa domanda, ed ha acquisito nella sede democratica di via Toledo gli elenchi dei circa 44.000 votanti che il 23 gennaio scorso versarono un euro per partecipare alle consultazioni più inutili della storia.
Il pm Pierpaolo Filippelli indaga sull’ipotesi di reato di minacce aggravate dall’aver favorito un clan.
Le presunte irregolarità si sarebbero verificate nel quartiere ad alta densità malavitosa di Secondigliano, dove Cozzolino prevalse sul superfavorito Umberto Ranieri di 364 preferenze.
Alla fine l’ex assessore di Bassolino ebbe la meglio su Ranieri di circa 1200 voti.
Seguì una coda infinita di polemiche e di accuse reciproche su chi aveva barato di più e peggio, nei quartieri poveri come in quelli agiati del capoluogo partenopeo.
Ne fecero le spese Cozzolino e la credibilità del Pd napoletano, che subì un durissimo colpo, l’ennesimo.
E Morcone non riuscì nemmeno a raggiungere il ballottaggio, stritolato nella morsa tra l’arancione Luigi de Magistris e l’azzurro Gianni Lettieri.
L’inchiesta giudiziaria sulle primarie napoletane del Pd e di buona parte del centrosinistra è nata per caso.
Il pm l’ha avviata tramite alcune intercettazioni telefoniche relative ad un altro fascicolo aperto da tempo, e relativo a presunti brogli elettorali alle amministrative del Comune di Gragnano, a guida Pdl.
Sui presunti brogli di quelle consultazioni c’è chi ha scritto un libro: “Emozioni primarie”, di Lucio Iaccarino e Massimo Cerulo, due esponenti dello staff elettorale di Oddati, secondo i quali mentre si stava profilando la vittoria di Cozzolino sarebbe avvenuta una telefonata tra Oddati e Ranieri per concordare un ‘travaso’ di consensi dal primo verso il secondo, riscrivendo i verbali e le schede.
Circostanza smentita con decisione da Oddati, che all’uscita del volume ha annunciato azioni legali.
Ora c’è una indagine.
Che non punta sui presunti brogli a tavolino, ma sulla compravendita camorristica dei consensi fuori ai seggi, sulle pressioni, sulle intimidazioni, sul giro di denaro che potrebbe aver accompagnato le votazioni del 23 gennaio.
La Procura sta rileggendo a uno a uno i nomi e i cognomi dei votanti per appurare se tra loro ci sono esponenti di grido della camorra, o affiliati.
E potrebbe presto decidere di sentire i quattro candidati: Cozzolino, Ranieri, l’ex assessore comunale Nicola Oddati e Libero Mancuso, l’unico della rosa estraneo ai democratici, messo in pista dalla sinistra e da Nichi Vendola.
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Settembre 15th, 2011 Riccardo Fucile
LA MAGGIORANZA DEGLI ITALIANI VORREBBE UN GOVERNO ISTITUZIONALE… I PARTITI: PD 27,5%, IDV 6%, SEL 7,5%, PDL 26,5%, LEGA 9%, UDC 7%, FLI 3,5%, API 2%….A FAVORE DEL GOVERNO TECNICO IL 44% DEGLI ELETTORI, CONTRO IL 29%, SENZA OPINIONE IL 27%
Berlusconi e il suo governo raggiungono (in discesa) livelli di fiducia “imbarazzanti” nel
sondaggio mensile di Ipr Marketing, mentre le intenzioni di voto sono decisamente a favore del centrosinistra e gli italiani dimostrano di apprezzare l’idea di un governo istituzionale per uscire dalla crisi e condurre il Paese a nuove elezioni.Il premier, dunque, perde 5 punti e crolla a quota 24 interpellati su 100 che dicono di avere molta o abbastanza fiducia in lui, mentre 64 affermano di averne “poca o nessuna” e 12 non si esprimono.
Il suo esecutivo raccoglie un misero 19 di “fiduciosi” (contro 66 negativi e 16 indecisi).
Siamo ai livelli in cui gli anglosassoni (che i sondaggi li hanno inventati) dicono
che non c’è “sopravvivenza” politica del soggetto “sondato”.
La caduta libera di Berlusconi, iniziata nel luglio del 2009 quando per la prima volta è sceso sotto quota 50% è davvero impressionante.
In due anni ha perso 26 punti e ne ha lasciati 38 sul suo massimo di 62 raggiunto nell’ottobre del 2008.
La caduta ha più o meno lo stesso andamento: 36 punti in meno rispetto al top di 55 raggiunto nel giugno del 2008.
Il calo della fiducia si traduce anche in un dato interessante sulle intenzioni di voto.
Il centrosinistra raggiunge quota 44% con un vantaggio di 6 punti e mezzo sul centrodestra (37,5%) con il terzo polo fermo al 13%.
A giugno, Ipr Marketing stimava il divario in 3 punti e mezzo (42,5% a 39%). Un’estate disastrosa, dunque, per il Cavaliere.
Per la prima volta, infine, questo mese, Ipr ha posto al suo campione (lo scorso 13 settembre) una domanda sull’ipotesi di un governo istituzionale formato dai rappresentanti di maggioranza e opposizione: il 44% degli elettori (63% di quelli di centrosinistra e 19% di quelli del centrodestra) ha detto di essere favorevole, il 29% (12% del centrosinistra, 57% del centrodestra) è contrario e il 27% (centrosinistra e centrodestra si equivalgono intorno al 25%) non ha un’opinione. Il 90% degli elettori del Terzo Polo è decisamente contrario a questa ipotesi.
A quota 24 interpellati su 100 che esprimono “molta” o “abbastanza” fiducia nel premier, siamo praticamente al di sotto dello zoccolo duro dei suoi stessi elettori che, secondo il sondaggio (fra Pdl, Lega e altri di centrodestra) dovrebbero essere il 37,5% del totale.
Come dire, con un ragionamento arbitrario ma tecnicamente plausibile, che neppure tutti gli elettori del Pdl (26,5%) hanno fiducia nel loro leader e che ipoteticamente, neppure un elettore della Lega Nord ha fiducia in Berlusconi.
Insomma, un disastro che peggiora ancora se si guardano i dati sull’esecutivo.
Un governo democraticamente eletto in un Paese civile dovrebbe avere di default un tasso di fiducia superiore.
Per fare un paragone numerico, alle ultime elezioni politiche (2008) il 19 per cento dei voti validi corrispondeva a circa 7 milioni di suffragi (grosso modo la somma di Lega Nord, Idv, Udc e La Destra) su un totale di 35 milioni di persone che si erano espresse.
Intenzioni di voto.
In tre mesi (e nonostante l’effetto negativo sul Pd del caso Penati) il centrosinistra ha scavato un solco di 6,5 punti sull’attuale maggioranza. Il Pd, infatti scende dal 27,5% del 12 giugno al 27% del 13 settembre, ma l’Idv guadagna un punto e mezzo (è al 6%) e il Sel cresce dal 6,5% al 7,5%. Calo dei Verdi (dall1,5% al’1%) fermi radicali e socialisti.
Nel centrodestra continua la discesa del Pdl (dal 27,5 al 26,5) e della Lega che lascia sul terreno un altro mezzo punto collocandosi al 9%, A primavera era sopra il 12%. Gli altri di centrodestra sono fermi al 2%.
Il Terzo Polo è sempre al 13% con l’Udc al 7%, l’Fli al 3,5%, Alleanza per l’Italia al 2% e Mpa allo 0,5%, tutti esattamente sulle stesse posizioni di giugno.
Massimo Razzi
(da “La Repubblica“)
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Agosto 29th, 2011 Riccardo Fucile
NERVI TESI ALL’APERTURA DELLA KERMESSE DEMOCRATICA A PESARO… MILITANTI POCHI E STUFI: PER LORO PENATI ANDREBBE CACCIATO
Ore 18.30. Pier Luigi Bersani arriva a inaugurare la Festa Democratica nazionale a
Pesaro. Ad attenderlo poche persone se si escludono i dirigenti regionali e provinciali, i deputati e i senatori, gli assessori e i giornalisti.
Circondato dalle telecamere in spalla agli operatori e dagli uomini della scorta è impossibile avvicinarlo.
Quando si muove per raggiungere il nastro da tagliare, gli chiediamo se possiamo porgli qualche domanda. La risposta è: “Basta domande”.
Però, mentre si incammina per passare in rassegna gli stand alle domande risponde, ma sono quelle del collega de La Stampa che — tenuti lontani dalla sicurezza — non ci è dato ascoltare.
Non ci diamo per vinti.
Al termine del breve tour di una Festa Democratica che nulla ha a che vedere con le gloriose Feste dell’Unità , mentre si sottopone al test che misura il grado alcolico nello stand sulla sicurezza stradale, riproviamo ad avvicinarlo. Niente da fare.
Un dirigente dice: “Fa bene a non rispondere a voi che state bene ad Arcore”.
Voi chi? Chiediamo facendo finta di non aver capito. “Voi chi? Voi del Fatto Quotidiano”. Parole che rimbalzano sul volto indifferente e sulla bocca che non fa una piega del segretario regionale del Pd Palmiro Ucchielli.
Accanto a lui l’assessore regionale alla Sanità Almerino Mezzolani che invece un certo imbarazzo lo fa trasparire con un’alzata di ciglio.
Questa la domanda che avremmo voluto fare al segretario Bersani: “Non crede che a Filippo Penati il partito debba chiedere di rinunciare alla prescrizione per evitare di essere espulso? In fondo per molto meno avete cacciato Villari che non voleva dimettersi dalla commissione di Vigilanza Rai…”.
In verità Bersani aveva già risposto, si fa per dire, al Fatto Quotidiano che in mattinata per bocca del collega Stefano Feltri al meeting di Comunione e Liberazione di Rimini gli aveva chiesto se Penati doveva rinunciare alla prescrizione: “Sono scelte individuali, dal partito si è già dimesso e il Pd si augura che non restino zone d’ombra”.
E ancora: ma lei, Bersani, al suo posto rinuncerebbe alla prescrizione per farsi assolvere nel merito? “Non lo so, non so giudicare”.
Qui alla Festa ha detto ai tg che si tratta di una questione personale che Penati dovrà affrontare e risolvere con i suoi avvocati, mentre il partito nel frattempo aprirà una commissione d’inchiesta interna.
Neppure una parola sul fatto che Penati si sia autosospeso dal Pd e dalla carica di vicepresidente del Consiglio regionale della Lombardia ma non da quella di consigliere continuando così a percepire l’indennità prevista.
Un tema comprensibilmente troppo imbarazzante visto che Penati non è una delle ultime file del partito, ma è stato il capo della segreteria politica del segretario, il braccio destro di Bersani.
Eppure la base, donne e uomini in carne e ossa che al Pci prima, al Pds e ai Ds poi, hanno dato l’anima e ora sono nel Pd, chiede di “eliminare” senza indugi chi sbagliando infanga una storia onorata.
“Ci stanno facendo calare le braghe ma noi non ci stiamo. Qui bisogna tirare fuori gli attributi altrochè” è la convinzione di Clara, 55 anni che per l’occasione ha indossato il vestito della festa che mostra con fierezza.
Le fa eco Mario che di anni ne ha pochi di più: “Noi non siamo come quello lì, hai capito di chi parlo, no?, e siccome non siamo tutti uguali glielo dobbiamo dimostrare. Chi prende soldi in questo partito non ci deve stare, l’ho detto anche un’ora fa al circolo agli altri compagni”.
Ma se i soldi li ha presi per il partito? “Allora che paghi il tesoriere, devono rispondere tutti quelli che hanno sbagliato. Che c’è di difficile da capire? Le mele marce fanno marcire il cesto: bisogna buttarle via” .
Insomma loro vorrebbero che il segretario Bersani pronunciasse le stesse parole inequivocabili del governatore della Toscana Enrico Rossi: “Penati farebbe bene a dimettersi anche da consigliere e a stare zitto e rispondere solo nei Tribunali”.
Ma il segretario prende tempo, vuole capire, non ha letto le carte, non sa giudicare, e intanto se la cava riducendola a una questione giudiziaria personale.
E intanto il suo popolo, quello a cui si rivolge quando parla dalla Festa di Pesaro definendolo “perbene, capace di portare il Paese a una svolta”, chiede che la questione morale diventi una priorità come fortemente auspicava trent’anni fa Enrico Berlinguer.
“La nostra forza è anche quella di organizzare una Festa in cui si discuterà dei problemi reali delle nostre proposte per uscire dalla crisi, sono i giovani che sono qui”.
Pochi per la verità , se si escludono i ragazzi della band che suona jazz che lo hanno accolto.
Prima di arrivare a Pesaro Bersani ha pranzato a Jesi con alcuni industriali marchigiani, tra questi Gennaro Pieralisi area Pdl, ex presidente della Quadrilatero, società nata per la realizzazione di infrastrutture viarie tra Marche e Umbria, ai quali, ci racconta un dirigente del partito, ha anche chiesto un contributo per la Festa.
Una Festa quella Democratica che ha smarrito la sua anima: centinaia e centinaia di donne e uomini che per giorni donavano il loro sudore dietro ai fornelli pensando di contribuire a costruire un mondo migliore per i loro figli.
Oggi i loro figli, lo dice bene Clara “sono tutti a spasso: i nostri li abbiamo fatti studiare a forza di sacrifici, mentre quelli dei ricchi, dei politici, dei potenti stanno tutti con il sedere al caldo”.
Sandra Amurri
(da “Il Fatto Quotidiano”)
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Agosto 29th, 2011 Riccardo Fucile
I MAGISTRATI CREDONO ALLA TESI DEL “DOPPIO BINARIO DI FINANZIAMENTO”, LOCALE E NAZIONALE… IL CASO PENATI PREOCCUPA SERIAMENTE IL PD
I magistrati di Monza stanno cercando di capire se l’ampia e reiterata attività corruttiva ipotizzata a carico di Filippo Penati sia da ricondurre all’arricchimento personale o anche al finanziamento del partito (prima i Ds, poi il Pd).
E se i soldi si fermavano alla federazione di Milano o proseguivano il loro cammino fino a Roma.
Quest’ultimo è il punto più delicato dell’inchiesta, quello su cui i pm Walter Mapelli e Franca Macchia stanno cercando le prove.
Finora ci sono solo forti indizi, basati sui fatti e sulla logica.
Primo indizio.
Il 28 aprile scorso i magistrati convocano Raffaella Agape, ex segretaria di Giordano Vimercati, braccio destro di Penati. Lei avverte della convocazione il portavoce di Penati Franco Maggi.
Poi, intercettata al telefono con il marito prima della deposizione, dice: “Quello che so non glielo dico, faccio finta di non sa… io, io non so niente”.
Va e in effetti non dice niente.
Maggi rassicura Penati con un sms.
La Agape, parlando con una persona amica, confida: “Ieri sera a casa mia è venuto Vimercati, chiaramente la cosa si è ripercossa su Roma, cioè, è un casino”.
E aggiunge: “Hanno tutti i telefoni sotto controllo”. Anche lei.
Commentano i pm, nella richiesta di arresto per Penati respinta dal gip: “Proprio il riferimento alle preoccupazioni romane dà spessore alla tesi del doppio binario di finanziamento per il piano di lottizzazione Falck: un primo flusso a Penati e (all’epoca) a Vimercati per le esigenze della federazione milanese, un secondo flusso alle persone indicate da Omer Degli Esposti e alle cooperative emiliane per il livello nazionale”.
Chi è Omer Degli Esposti?
È il vicepresidente della Ccc di Bologna, big delle coop rosse del mattone.
Ha raccontato ai magistrati Luca Pasini, figlio di Giuseppe, il costruttore che doveva edificare le ex aree Falck di Sesto San Giovanni, e che per l’operazione si vide chiedere 20 miliardi di lire da Penati: “Durante la trattativa conobbi Omer Degli Esposti e un certo Salami, come rappresentanti delle cooperative emiliane; ci venne infatti detto, mi pare da Vimercati, che le cooperative avrebbero garantito la parte romana del partito”.
Notano i pm: “A dieci anni di distanza Vimercati e Degli Esposti sono ancora coinvolti nell’operazione non più come compagni di avventura di Pasini bensì di Bizzi”.
Bizzi è l’imprenditore che ha recentemente acquistato l’area Falck da Luigi Zunino che l’aveva rilevata nel 2005 da Pasini.
Ed ecco Diego Cotti, all’epoca genero di Pasini, imprenditore ma militante del Pds, interessato alla carriera politica.
È lui a mettere in contatto Penati con Pasini.
Penati, secondo Cotti, vuole che siano imprenditori di Sesto a condurre il recupero dell’area Falck, perchè più “controllabili”.
Dice Cotti ai magistrati: “Vimercati mi fece altresì presente che noi (nel senso del partito, ndr) eravamo decisi a indurre Falck a vendere l’area a soggetti di nostra scelta e che lui avrebbe accettato perchè a sua volta interessato a entrare nella compagine degli Aeroporti di Roma (in via di privatizzazione, ndr).
Secondo Cotti, Penati “fece altresì presente da subito che nell’affare avrebbero dovuto entrare anche le cooperative emiliane, più strutturate e più vicine al partito, non quelle locali che sarebbero eventualmente entrate in un secondo momento”.
Pasini avrebbe preferito lavorare con le coop locali, che conosceva e stimava.
Ma non c’è niente da fare.
“L’inferiorità del privato”, commentano i pm, è accentuata dalle dimensioni dell’operazione, tali da superare l’ambito locale e da imporre l’esigenza di rapportarsi, tramite le cooperative, al livello centrale del partito”.
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Agosto 4th, 2011 Riccardo Fucile
LA NUOVA PROTESTA DEI MILITANTI CHE ASSEDIA I DIRIGENTI DEL PD
Indignandos, contestatori, incazzati, insomma. 
C’è di nuovo il rischio della bufera per i dirigenti del centrosinistra italiano?
La domanda sorge spontanea dopo quello che è successo a Fermo a Nicola Latorre, chiamato a rispondere per sè (e per il Pd) da una platea in cui faceva bella mostra un signore con un cartello: “Sono un elettore di centrosinistra, ma mi vergogno di essere rappresentato da questo Pd”.
Un episodio, si potrebbe dire. Eppure ci sono molti segnali che dovrebbero far riflettere i dirigenti dell’opposizione.
Il primo è quello che è successo il 14 luglio alla Festa democratica di Roma, dove Massimo D’Alema era intervistato dal giornalista di Repubblica Massimo Giannini: un gruppo di ragazzi ha raccontato su Facebook di essere andato alla festa con l’obiettivo di fare una domanda al làder maximo e di essere stati placcati dalla vigilanza del partito.
Loro sotto il palco provavamo a prendere la parola, e l’ex ministro degli Esteri che indicava Giannini con un sorriso vagamente teso: “Le domande le fa lui!”.
E che dire di quello che è successo a Bersani?
Il 5 luglio alla Festa democratica de L’Aquila, il segretario del Pd è stato contestato dai No Tav.
Un enorme striscione bianco diceva: “Noi con i territori, voi con gli speculatori”. Bersani aveva provato a interloquire: “Guardate che quella proposta è stata discussa e votata in tutte le sedi… Guardate che si tratta di un tunnel che corre per 50 km sotto la montagna…”.
Macchè: grida, strepiti e tante domande incalzanti.
Terzo episodio, questa volta al Nord.
Alla Festa democratica di Seriate, di nuovo durante un comizio di Massimo D’Alema, di nuovo i No Tav.
Un gruppo di giovani, il 28 giugno interviene distribuendo volantini, e dopo aver aperto uno striscione contesta la linea tenuta dal Pd, che ha sempre ribadito che la Tav è una priorità del centrosinistra.
Si sfiora la rissa, un gruppo di sostenitori del Pd che si scaglia contro i contestatori, tentando di strappare lo striscione.
Qualcuno tenta di oscurare con le mani la telecamera di chi riprendeva la scena, consapevole che le contestazioni hanno un doppio effetto: uno immediato, sui presenti e uno postumo, sugli utenti della rete.
Un altro episodio stupefacente si è verificato a Siena dove Rosy Bindi aveva esordito così: “Vi porto il saluto del Partito democratico…”.
Non aveva ancora finito che dalla platea si era levata una selva di fischi: “Parla tu, ma lascia perdere il Pd”.
E lei, con la consueta grinta: “Dovreste essere contenti che il Pd sia qui con un suo rappresentante”.
Macchè.
Cosa unisce e cosa divide questi episodi?
Nella storia della sinistra, fino a ieri, la contestazione era guerra di egemonia per il controllo della piazza.
Ed era, come nell’ultimo caso, lotta con le ali estreme, di destra o di sinistra, contro formazioni organizzate e antagoniste.
Il caso simbolo è la guerriglia a La Sapienza per il comizio del segretario Cgil Luciano Lama in pieno ’77 (il cartello che è passato alla storia: “Non L’ama proprio nessuno”) dove il servizio d’ordine del Pci e della Cgil dovettero lottare fisicamente contro la falange di autonomia.
Oppure resta nella storia la contestazione ghandiana di Marco Pannella davanti a Botteghe oscure, interrotta da questo dialogo con un uomo della vigilanza del Bottegone: “Je dissi: ‘Te ne vai?’ Pannella ha risposto no, e io gli ho dato una pizza…”.
Già molto diverse, e molto più vandeane, nella forma e nella violenza della loro coreografia, furono le monetine tirate contro i sindacalisti nelle piazza incandescenti del 1993.
Sergio D’Antoni finà un comizio in piazza San Giovanni con un labbro spaccato, Sergio Cofferati non volle interrompere il suo discorso e chiese solo di essere riparato da un compagno con un ombrello: “Sono abituato alla pioggia”, ironizzò.
Adesso tutto cambia e a contestarti non è più un esterno, non è più un nemico.
Adesso — esattamente come è successo a Zapatero in Spagna — c’è il rischio che a contestarti sia un pezzo del tuo popolo, una parte del mondo che ti gira intorno.
A mordere il freno sono giovanissimi, forme di protesta nascono e si organizzano come gruppi di pressione sulla rete.
Adesso, a contestarti non è qualcuno che ha idee diverse dalle tue, non è un uomo simbolo, come quello splendido provocatore che è stato Marco Pannella ai tempi in cui girava con il girocollo nero e con il medaglione zen al collo, adesso quello che grida è uno che dice di avere le tue stesse idee e spesso la tua stessa tessera.
E pensa che tu stia tradendo la tua parte.
Ecco perchè i dirigenti del Pd farebbero meglio a non sottovalutare.
E a cominciare a rispondere, ad esempio, sulle grandi scelte e sulla questione morale, prima di essere costretti a farlo in piazza.
Luca Telese ( dal suo blog)
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Luglio 30th, 2011 Riccardo Fucile
IL LEADER DEL PD NON DOVREBBE CONFONDERSI CON I POLITICI CHE RISPONDONO SDEGNATI AI SOSPETTI
I politici inglesi di un certo peso tengono con accuratezza un’agenda dei loro incontri
e contatti, corredata di date e motivi del colloquio.
Spesso la citano per scagionarsi da accuse.
Non deve essere questo lo stile di lavoro di Pier Luigi Bersani, il quale, per giustificarsi di aver introdotto nel 2004 l’imprenditore Gavio al compagno di partito Penati, allora presidente della Provincia di Milano, ha detto: «Il ministro delle attività produttive conosce tutti i principali imprenditori italiani. Li conosce, non li sceglie».
La risposta sarebbe corretta se l’avesse data Antonio Marzano.
Perchè – come è noto – era lui il ministro delle attività produttive nel 2004, quando il centrodestra stava al governo e Bersani all’europarlamento.
Non per essere pignoli.
Ma siccome da quel contatto scaturì poi una lunga storia finita con Penati che pagò 238 milioni di euro le azioni di Gavio dell’autostrada Serravalle, e con Gavio che contribuì alla cordata Unipol, Bersani capirà che ogni imprecisione danneggia gravemente la sua linea di difesa.
La verità è che con Gavio ci parlò da esponente dei Ds che si faceva intermediario presso un altro esponente dei Ds.
Un affare di partito, insomma. E Bersani non deve, per la sua storia e per la sua responsabilità , confondersi con tutti quei politici che rispondono sdegnati ai sospetti lasciando cadere qua e là qualche data o qualche cifra inesatta, sperando che nessuno se ne accorga.
D’altronde c’è un’aggravante.
Perchè se Bersani avesse ammesso, come sul Corriere gli abbiamo chiesto, che l’affare Serravalle fu politicamente improprio e sbagliato, allora gli si potrebbe perdonare il lapsus.
Ma siccome non l’ha fatto, viene il dubbio che non sia un lapsus.
C’è una seconda questione di date che mi turba.
Fonti vicine al segretario del Pd hanno detto ieri ai giornali che Tedesco fu candidato al Senato quando il leader era Veltroni: dunque altra gestione. Vero.
Ma Tedesco non fu eletto.
Fu poi nel 2009 che gli si regalò il laticlavio con un’operazione politica di cui sapeva benissimo Bersani, non foss’altro perchè i giornali la raccontarono nei dettagli.
A sorpresa il Pd decise di non candidare più al Parlamento europeo Umberto Ranieri, che vi era talmente predestinato da essere stato nominato da tempo responsabile del partito per il programma elettorale, e candidò invece De Castro, all’epoca felicemente senatore.
Fece così posto a Palazzo Madama per Tedesco, dimessosi da assessore della Sanità pugliese proprio perchè indagato, che era il primo dei non eletti.
Anche qui un’aggravante.
Il Pd lo fece non solo per proteggere Tedesco, ma anche per sfruttarne il consistente pacchetto di voti: perchè l’uomo aveva minacciato di ritirare il suo appoggio ad Emiliano, candidato sindaco a Bari nelle contemporanee elezioni comunali, se non fosse stato promosso al Senato.
Ma i pm, che sanno essere più furbi del Pd e che finchè era assessore e dunque senza scudi non lo arrestarono, ne chiesero l’arresto una volta eletto.
A riprova che l’ipocrisia in politica prima o poi si paga.
Sarebbe preferibile un Bersani che a testa alta avesse difeso il diritto di qualche suo senatore di negare un arresto ormai inutile, a un Bersani che finge di dimenticare come e perchè Tedesco fu mandato in parlamento.
In altre parole: è nel 2004 e nel 2009 che Bersani fece o avallò scelte politiche sbagliate.
Se vuole essere credibile nel 2011 sulla questione morale deve cominciare con il riconoscerlo.
Antonio Polito
(da “Il Corriere della Sera“)
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Luglio 28th, 2011 Riccardo Fucile
QUEL CHE BERSANI NON HA SCRITTO
Il Pd ha questo di buono: della sua questione morale per lo meno ne parla. 
Bersani ha affrontato il problema con la lettera pubblicata dal Corriere della Sera . Che contiene due elementi apprezzabili.
Il primo è l’ammissione che la «diversità genetica» non esiste più.
Gli iscritti al Pd non sono vaccinati dalla loro storia o dai loro ideali contro la tentazione di rubare.
Bersani dice che il Pd aspira piuttosto a una «diversità politica».
Ed elenca molte misure certamente utili per ridurre il rischio che i politici – i suoi e gli altri – rubino.
Tra queste una legge, del resto prevista in Costituzione, che regolamenti la vita dei partiti condizionando i generosi finanziamenti dello Stato al rispetto di regole interne di trasparenza.
Bisognerebbe anzi prevedere, come nel calcio, la responsabilità oggettiva: chi sgarra perde i soldi pubblici.
Detto questo, Bersani si ferma ben al di qua di ciò che servirebbe per restituire al Pd l’onore politico compromesso dai casi Penati, Pronzato e Tedesco.
Nella sua lettera manca infatti ogni accenno autocritico.
Che ci vuole ad ammettere, per esempio, che un dirigente del Pd nel consiglio di amministrazione dell’Enac non doveva proprio starci?
Non è così che si separa «la politica dalla gestione», come il Pd spesso auspica?
Se si dà a un politico il potere di assegnare una tratta aerea gli si regala anche un potere discrezionale che sarà fatalmente tentato di sfruttare.
E non sono forse migliaia gli enti e le aziende pubbliche i cui cda esistono al solo scopo di assicurare poltrone e affari ai partiti?
Secondo punto. Non si può criticare il Pd perchè alcuni suoi senatori si sono rifiutati di avallare il teorema per cui Tedesco, che non fu arrestato quando era un «semplice» assessore di Vendola, meriti ora la privazione della libertà perchè da parlamentare può delinquere più facilmente (tesi sostenuta dai magistrati).
Ma il Pd ha la colpa di aver portato in parlamento Tedesco proprio perchè era inquisito, con la «furbata» di eleggere a Strasburgo chi lo precedeva in lista, promuovendolo così da primo dei non eletti a eletto dotato di «scudo».
Infine il caso Penati, il più scabroso per Bersani, poichè ne era il braccio destro.
Si capisce che il segretario del Pd non voglia entrare nel merito delle accuse penali. Ma la pietra dello scandalo è la spericolata operazione con cui la Provincia di Milano guidata da Penati comprò azioni di una società autostradale, peraltro già a maggioranza di capitale pubblico.
Bersani potrebbe almeno dire che quell’affare fu un errore, frutto dell’ipertrofia, se non peggio, di una politica che invece di privatizzare acquista fette di aziende, gioca a Monopoli e fa scambi impropri con le imprese usando il denaro dei contribuenti?
Moralizzare davvero vuol dire espellere la politica dalla gestione degli affari e dell’economia.
Fare del moralismo è invece lisciare il pelo ai pasdaran dell’antipolitica, come il Pd ha fin qui spesso fatto nella speranza – ha scritto Marco Follini – di «esserne risparmiato in ragione di un minor vizio: soluzione ingenua senza essere del tutto innocente».
Il trucchetto, come si vede in questi giorni, non funziona più.
Non resta che fare sul serio.
Antonio Polito
(da “Il Corriere della Sera“)
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Luglio 27th, 2011 Riccardo Fucile
PASINI A VERBALE: “CI FU IMPOSTO DI PAGARE I CONSULENTI DELLE COOP”….LA PROCURA AVREBBE TROVATO TRACCIA DOCUMENTALE DI DIVERSI MOVIMENTI DI DENARO
Che siano state mazzette, finanziamenti illeciti al partito non registrati, o contributi
“spontanei” degli imprenditori, lo stabiliranno le indagini.
Di certo, sul Pds prima, sui Ds poi, non solo di Sesto San Giovanni, è piovuto un fiume di denaro.
Tutto grazie alle amicizie dell’ex sindaco Filippo Penati.
Questo emerge nelle prime carte depositate dalla procura di Monza, nell’inchiesta che vede come principale indagato proprio Penati.
Accusato di corruzione, concussione e finanziamento illecito ai partiti.
Ecco che cosa raccontano le carte raccolte in sei mesi di indagine dai pm di Monza Walter Mapelli e Franca Macchia.
La procura ha quantificato il denaro che l’immobiliarista Luigi Zunino avrebbe messo a disposizione della politica, tramite le società estere del “re delle bonifiche” milanesi Giuseppe Grossi.
Seguendo la strada del denaro lungo le società riconducibili all’imprenditore (finito in carcere e ora sotto processo proprio per la bonifica dell’area di Santa Giulia), i magistrati hanno individuato 700mila euro di fondi neri, necessari per oliare la pratica relativa al recupero delle ex acciaierie di Sesto San Giovanni.
La procura avrebbe trovato traccia documentale di diversi movimenti di denaro: attraverso due veicoli societari, l’immobiliare “Cascina Rubina” e la “Miramondo srl”. Con la prima che paga, la seconda che incassa ed emette le fatture, gira il denaro ad altre società all’estero, prima che i soldi vengano prelevati in contanti.
Per la procura, il sistema di fatture false e società offshore era finalizzato ai pagamenti corruttivi per l’incremento volumetrico sull’area delle ex acciaierie Falck.
Secondo Piero Di Caterina, le somme che riceveva dall’ex proprietario dell’area Falck, Giuseppe Pasini, per anni girate ai politici, non servivano solo a finanziare la federazione locale del partito.
Dal 1993, dal giorno della discesa in campo di Silvio Berlusconi, anche a sinistra il peso dei soldi in politica è diventato decisivo e il bisogno di finanziamenti è stata un’urgenza sempre più evidente: per questo i fondi per i quali il titolare della Caronte si fa intermediario, a suo dire, finiscono non solo nei rivoli del partito di Sesto, ma finanziano anche la federazione del partito milanese, le campagne elettorali e le spese delle sedi, fino alle manifestazioni pubbliche come feste e convegni.
Per gli investigatori, c’è sproporzione tra le necessità della piccola federazione della “Stalingrado” del Nord rispetto ai miliardi, oltre 16, che finiscono al partito.
Di Caterina dice ai pm di essere «sicuro» che le somme da lui anticipate finiscono a Penati: «Mi sarebbero state restituite in quanto era scontato che Pasini avrebbe pagato una tangente a Penati».
Racconta di «un conto estero in Lussemburgo, poi scudato, due versamenti» nel marzo 2011: il primo di un miliardo 425 milioni di lire e l’altro di un milione 85 mila marchi tedeschi, «il tutto per un milione 104 mila euro, importo corrispondente alla somma che Penati doveva restituirmi per dazioni di denaro fatte allo stesso fino al ’97».
L’imprenditore Giuseppe Pasini ha anche raccontato ai pm Mapelli e Macchia dei soldi versati per la riconversione del Palaghiaccio di Sesto San Giovanni in una struttura poliedrica, capace di ospitare le gare di hockey dei Diavoli Rossoneri di Milano, ma anche convegni e manifestazioni grazie a uno speciale pavimento mobile. Per quell’appalto, è indagato per concussione Giorgio Oldrini, sindaco dal 2002, proprio dopo Filippo Penati.
Ma ora i magistrati propendono a dare un ruolo marginale nella vicenda a Oldrini, mentre – ha dichiarato Pasini – la richiesta di “aiuto” sarebbe arrivata direttamente da Penati.
E che aiuto: Pasini si sarebbe fatto carico dei lavori gratuitamente, avrebbe garantito con una fideiussione il mutuo acceso con le banche, in più ne avrebbe pagato alcune rate.
Un esborso pari, dice Pasini, a tre miliardi.
Pasini ha inoltre rivelato che l’obbligo di pagare 2milioni 400mila euro in consulenze, affidate a due professionisti del Consorzio cooperative costruttori di Bologna, entrambi indagati, sarebbe arrivato direttamente dal vicepresidente del Consorzio Omer Degli Esposti.
In una email datata 22 aprile 2010, Di Caterina rivendica la restituzione del denaro che ha versato negli anni al partito di Penati a Sesto.
Si rivolge allo stesso Penati e al manager del gruppo Gavio, Bruno Binasco (lo stesso che venderà la quota in Serravalle nel 2005 alla Provincia guidata da Penati).
Di mezzo c’è la vendita di un’area con annessa cascina di cui Di Caterina si vuole disfare, dopo che le sue aziende vanno in sofferenza per i ritardi dei pagamenti di diverse municipalizzate.
Secondo il racconto narrato in una pagina e mezza di missiva, Penati avrebbe «delegato» il gruppo Gavio a restituire il denaro, attraverso l’acquisto dell’immobile. Binasco, però versa solo la caparra da due milioni.
Nel 2010, Di Caterina batte cassa, garantisce di aver incontrato il manager per ottenere la somma restante e di essere perfino stato minacciato nel caso avesse insistito per avere il saldo.
Sandro De Riccardis e Emilio Randacio
(da “La Repubblica“)
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Luglio 26th, 2011 Riccardo Fucile
COINVOLTO BINASCO, ACCUSATO NEL 1993 DI AVER PAGATO GREGANTI…IL FINANZIAMENTO ILLECITO AVREBBE PRESO LA FORMA DI UNA CAPARRA CHE NON SAREBBE MAI STATA RESTITUITA
Dal Pci al Pd, da Greganti a Penati, dalle lire agli euro. 
In mezzo, quasi 20 anni trascorsi da Mani pulite.
Bruno Binasco, l’imprenditore arrestato nel 1993 per aver finanziato illecitamente il Pci tramite «il compagno G» Primo Greganti con 150 milioni di lire di mancata restituzione di interessi su una caparra immobiliare, è ora indagato dalla Procura di Monza per aver finanziato illecitamente con 2 milioni di euro nel 2010 il leader del Pd lombardo Filippo Penati, di nuovo con un meccanismo ruotante attorno a una caparra.
Anche in questa vicenda, come già per i 4 miliardi di lire in contanti che il costruttore e consigliere comunale di centrodestra Giuseppe Pasini dice di aver dato all’estero nel 2001 a due fiduciari dell’allora sindaco ds di Sesto San Giovanni (il futuro capo di gabinetto Giordano Vimercati e l’imprenditore del trasporto urbano Piero Di Caterina), il percorso dei soldi ipotizzato dai pm Walter Mapelli e Franca Macchia non è rettilineo, ma triangolato.
Un finanziamento illecito perfezionato a fine 2010 (quando Penati era capo della segreteria di Bersani) benchè ideato nel 2008 (quand’era presidente della Provincia di Milano), secondo lo schema di una simulata trattativa d’acquisto da parte di Binasco di un immobile dell’imprenditore Di Caterina, quello che ha rivelato ai pm di aver finanziato il partito di Penati nella seconda metà anni 90, a volte anche con 100 milioni di lire al mese.
Il finanziamento illecito, alla fine, avrebbe assunto appunto la forma di una caparra immobiliare versata dal 66enne Binasco, più volte arrestato in Mani pulite ma quasi sempre sgusciato tra prescrizioni e assoluzioni.
Storico braccio destro dello scomparso nel 2009 Marcellino Gavio, e amministratore delegato della cassaforte del gruppo (che gestisce 1.200 km di autostrade, è primo azionista di Impregilo e macina 6 miliardi di euro di fatturato), Binasco firma nel 2008 un contratto preliminare per l’acquisto di un immobile di Di Caterina, valutato in partenza a un prezzo molto alto.
Ma, nel farlo, Binasco verga a mano una clausola che prevede che Di Caterina incameri una caparra generosissima, di ben 2 milioni di euro, nel caso in cui Binasco non eserciti l’opzione d’acquisto entro il 2010.
E’ esattamente quello che accadrà , ma che per gli inquirenti «doveva» accadere sin dall’inizio: Binasco nel 2010 lascia decadere l’opzione, e così effettua quello che l’accusa qualifica finanziamento illecito di 2 milioni al pd Penati, perchè in questo modo estingue nel 2010 un «debito» che Penati nel 2008 si era visto reclamare dal finanziatore Di Caterina.
Nelle mani degli inquirenti, infatti, è caduta una missiva molto aspra indirizzata nel 2008 da Di Caterina non solo all’ex sindaco ds di Sesto San Giovanni ma anche a Binasco, sequestratagli nel portafoglio dai finanzieri della polizia giudiziaria milanese nel luglio 2009: «Nel corso degli anni, a partire dal 1999, ho versato a vario titolo, attraverso dazioni di denaro a Filippo Penati, notevoli somme» di cui «il sottoscritto ha cercato di tornare in possesso, ma, salvo marginali versamenti, senza successo.
Penati ha promesso di restituire, dopo estenuanti mie pressioni, proponendo nel tempo varie opzioni che si sono rivelate inconcludenti fino a quando ha proposto l’intervento del gruppo Gavio».
Ma «ad oggi non è stato effettuato nessun ulteriore versamento, e ciò mi ha costretto a ricominciare nuovamente ad effettuare pressanti azioni di sollecito».
Di Caterina prende atto che «Binasco ha di fatto tentato di chiamarsi fuori», e peraltro «avrebbe potuto tranquillamente non entrarci»: segno che il pagamento a Di Caterina non è qualcosa che riguardi Binasco, ma qualcosa che a Binasco viene chiesto di adempiere per conto altrui.
«Vi sollecito a rispettare gli impegni assunti nelle modalità », avverte Di Caterina nella lettera a Penati e Binasco, perchè gli «accordi raggiunti» sono «vitali anche per il proseguimento delle attività lavorative».
Perciò «vi invito a trovare conclusioni ai contenziosi che ci vedono interessati, per me di enorme gravità ».
Sono calunnie o millanterie o un’altra di quelle «parziali, contraddittorie e unilaterali ricostruzioni» che ieri in una dichiarazione Penati lamenta e ai quali si ribadisce «totalmente estraneo»?
Fatto sta che nel novembre 2008 la trattativa immobiliare produce il suo scopo: liquidare a Di Caterina 2 milioni dietro lo schermo della caparra di Binasco e con il contributo tecnico di un professionista di Binasco ritenuto vicino a Penati, Renato Sarno (tra gli otto perquisiti mercoledì).
E alla fine del 2010, puntuale, arriva la rinuncia di Binasco a esercitare l’opzione d’acquisto: Di Caterina si tiene l’immobile e incamera i 2 milioni di euro di caparra.
Nella sua lettera del 2008, Di Caterina si congedava da Penati e Binasco non proprio leggiadramente, «diffidandovi dall’assumere atteggiamenti minacciosi e offensivi» e «ricordandovi che non si può giocare cinicamente con la vita degli altri. Tutto ha un limite».
Luigi Ferrarella
(da “Il Corriere della Sera”)
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