Luglio 25th, 2011 Riccardo Fucile
IMPRENDITORI IN FILA PER ACCUSARE IL DIRIGENTE PD… A META’ NOVEMBRE PENATI SI ERA DIMESSO DA INCARICHI NAZIONALI, FORSE AVENDO SENTORE DELLE INDAGINI IN CORSO…IL GIRO DI MAZZETTE CON POCHI TESTIMONI
Per capire dove sta portando l’inchiesta sulle presunte tangenti rosse di Filippo Penati a Sesto San Giovanni conviene partire da un dato.
Un imprenditore si è preso la briga di fare una stima, e basandosi sulla sua esperienza diretta e indiretta ha calcolato che negli ultimi dieci anni il sistema delle imprese della ex Stalingrado d’Italia potrebbe aver prodotto un flusso di finanziamento parallelo per i partiti di 80 milioni di euro.
I costi della politica sono quelli che sono.
E adesso qualcuno comincia a chiedersi quali siano state le vere ragioni delle dimissioni di Filippo Penati da capo della segreteria politica del Pd, cioè braccio destro di Pierluigi Bersani, lo scorso mese di novembre.
Una vicenda singolare, a riguardarla bene.
A metà novembre, quando Giuliano Pisapia vince le primarie per la candidatura a sindaco di Milano sconfiggendo clamorosamente il candidato del Pd Stefano Boeri, Penati, uomo forte del Pd lombardo, prima fa finta di nulla, mentre i vertici regionali del partito si dimettono (sia pure per poche ore).
Poi, dopo un paio di giorni e un perentorio invito della dalemiana Velina Rossa, dà l’annuncio: “Credo che sia necessaria una mia assunzione di responsabilità ”.
C’è un’apparente stranezza: per aver toppato le primarie di Milano Penati si punisce, come Muzio Scevola, rinunciando all’incarico nazionale e annunciando che concentrerà tutti i suoi sforzi su Milano.
Avrebbe avuto più logica promettere di occuparsi, da quel giorno, solo di politica estera.
Per questa incongruenza oggi non pochi esponenti del Pd lombardo e nazionale cominciano a sospettare che già a novembre Penati avesse sentore della valanga giudiziaria in arrivo, e per questo potrebbe aver deciso di togliere d’imbarazzo il suo amico ed estimatore Pierluigi Bersani.
Il quale adesso sta silenziosamente approvando il trattamento “mela marcia” per l’ex sindaco di Sesto San Giovanni: “Il Pd non ha mai preso finanziamenti illeciti”, ha assicurato ieri in una nota Antonio Misiani, tesoriere del partito.
Va notato il virtuosismo dialettico.
Il Pd dichiara con nettezza di non aver mai preso mazzette, e addirittura fa sapere di aver scatenato i suoi legali contro “informazioni di stampa ambigue e fuorvianti”, a difesa del “buon nome” (testuale) del partito.
Ma quando si parla di Penati anzichè escludere che abbia preso tangenti, ci si augura che l’interessato chiarisca e riesca a dimostrarsi innocente.
I casi sono due: o il Pd può garantire l’onestà del partito in generale ma non dei suoi singoli esponenti anche di primo piano, oppure Penati è già considerato fuori dal Pd, di cui tornerà a far parte solo dimostrando di essere pulito.
Se invece si scoprisse che ha rubato davvero, è ovvio che lo avrebbe fatto per sè e non per il partito.
L’imbarazzo del Partito democratico è dovuto al fatto che il caso di Sesto San Giovanni è molto più grosso di quanto non si creda.
Davanti al pm di Monza Walter Mapelli prende forma l’immagine di una riedizione di Tangentopoli vent’anni dopo.
Non tanto per le dimensioni e la gravità dei fatti, ancora tenute gelosamente segrete dai magistrati, quanto per il “modello di funzionamento” che decine di testimoni hanno ricostruito davanti a Mapelli.
Il primo accusatore di Penati, l’imprenditore sestese Piero Di Caterina, amico d’infanzia dell’ex sindaco, quando è stato chiamato a dare spiegazioni su alcune fatture sospette (che l’interessato rivendica come perfettamente regolari) ha assunto una posizione pasoliniana: “So, ma non ho le prove”.
Però ha parlato a lungo, ha spiegato perchè è difficile trovare le prove della nuova versione da Terzo millennio della “dazione ambientale”, e poi ha dato ai magistrati la chiave di lettura più preziosa: “Non ne possiamo più di pagare”.
Come vent’anni fa: richieste crescenti, un ceto politico che da una parte mette in ginocchio le imprese con la sua incapacità di decidere e mantenere gli impegni, dall’altra le vessa con pretese sempre più arroganti.
Ha parlato al plurale, Di Caterina, e ha fatto seguire la lista, preziosissima per i pm, di tutti gli imprenditori che come lui ne avevano le tasche piene.
Mapelli li ha chiamati tutti, e li ha trovati divisi in due partiti: quelli che hanno ancora paura, o posizioni da difendere, e hanno finto di cadere dalle nuvole.
E quelli che hanno confermato le accuse di Di Caterina, in certi casi rincarando la dose. Come nel caso dell’ottantenne Giuseppe Pasini, che ha descritto minuziosamente le dazioni di denaro che sembrano, per ora, incastrare Penati.
A parte Pasini, pochi dispongono di prove.
La nuova Tangentopoli è fatta così: scompaiono le buste piene di banconote, compaiono le consulenze all’architetto amico, le fatture incassate dall’impresa di area, il prestito chiesto all’imprenditore amico che se lo fa restituire dal collega concusso.
Un fenomeno pervasivo e nello stesso tempo “soffice”, dicono gli imprenditori ai magistrati. Un sistema in cui bisogna essere amici dei politici, che non praticano l’estorsione, ma chiedono il favore (la sponsorizzazione al convegno, un po’ di pubblicità al giornale locale del partito, l’assunzione di una figlia, il pagamento di una fattura a qualche misteriosa società straniera).
Una mano lava l’altra, tra amici.
E chi decide di dire basta va incontro a guai seri.
Una pratica edilizia da un mese può arrivare a sette-otto mesi, e tu magari perdi l’affare, come è accaduto a Pasini, che doveva costruire la nuova sede di Intesa Sanpaolo e il nuovo centro di produzione di Sky, e sta accusando la giunta comunale di avergli fatto perdere i due affari (e posti di lavoro a Sesto) con lungaggini burocratiche non casuali.
Adesso l’inchiesta si allarga, e punta sui collegamenti nazionali : il volume degli affari di Sesto può produrre finanziamenti superiori alle esigenze della politica locale.
Ma punta anche sui fatti più recenti, che riguardano l’attuale sindaco Giorgio Oldrini. Il quale ha dichiarato ieri di non sapere se è indagato o no, ma di essere certo di non aver commesso niente di penalmente rilevante.
Giorgio Meletti
(da “Il Fatto Quotidiano”)
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Luglio 20th, 2011 Riccardo Fucile
IL PRESIDENTE DELLA CAMERA PROVA A METTERE ALLE STRETTE I PARTITI: OBIETTIVO UN RISPARMIO DI 48 MILIONI DI EURO…. MA LE MISURE DOVRANNO ESSERE APPROVATE DALL’AULA E LI’ SI VEDRA’ CHI VUOLE DAVVERO TAGLIARE I COSTI DELLA CASTA
Fine della pacchia dei voli gratis per tutta Italia: il deputato volerà senza pagare solo tra Roma e la sua residenza o il suo collegio (uno dei due, dovrà scegliere).
Le pensioni d’oro di onorevoli e dirigenti dell’amministrazione saranno sottoposte al contributo di solidarietà .
Chiuso un ristorante e turni ridotti per la cena low cost del deputato.
Taglio (piccolo) anche alle autoblu di Montecitorio.
Gianfranco Fini cerca di mettere una pezza ai guai combinati dai colleghi durante la votazione della manovra.
Anche la politica deve dare l’esempio.
Allora il presidente della Camera sforbicia, riduce, ottimizza.
Con l’obiettivo di ridurre privilegi e costi per 48 milioni nel biennio 2012-2013.
E non è detto che ci riesca.
Perchè il voto decisivo su queste proposte arriverà la prima settimana di agosto quando l’aula sarà chiamata ad approvare il bilancio triennale.
Ieri Fini ha fatto avere le sue tabelle ai tre deputati questori, i tesorieri di Montecitorio.
Oggi l’ufficio di presidenza dovrà dare la sua risposta definitiva.
Bisogna mandare un segnale tanto più in una giornata delicata per la credibilità delle istituzioni: si vota sull’arresto di Papa.
Lo sa bene Fini, lo sa Tremonti che ieri ha richiamato le Camere a tagliare i vitalizi secondo le procedure della manovra appena approvata, lo sanno gli uffici di Montecitorio che con una lunga nota hanno risposto alle accuse diffuse su Facebook da SpiderTruman, il precario vendicatore che denuncia gli sprechi.
La Camera risponde smontandone alcuni: i barbieri guadagnano in media 2400 euro e non 11 mila, il fenomeno dei pianisti è stato già stroncato con la misura delle impronte, l’assistenza sanitaria viene pagata con contributi mensili.
Ma promette interventi per altri ammettendo che il problema c’è: sulle Millemiglia Alitalia ad esempio.
Che le giornate siano difficili lo sa anche il presidente del Senato Renato Schifani.
Al richiamo del ministro dell’Economia risponde che Palazzo Madama si adeguerà al taglio dei vitalizi d’oro e delle pensioni super dei dipendenti con il contributo di solidarietà del 5 per cento per gli assegni sopra 95 mila euro e del 10 per cento per quelli sopra 150 mila.
Alla Camera significa soldi che restano allo Stato per 16,5 milioni.
Ma Avvenire e Famiglia Cristiana insistono e avvertono: decidete subito non rimandate
Adesso Montecitorio e Palazzo Madama dovranno muoversi all’unisono. La piattaforma è quella delineata da Fini.
Che però rimanda a dopo l’estate interventi sulle indennità (“dobbiamo adeguarle agli standard europei”) e sulla riforma strutturale dei vitalizi.
Ci vogliono infatti leggi e modifiche dei regolamenti.
Per tutto il resto c’è la sessione d’inizio agosto. Lì, se vuole, la politica può fare qualcosa.
Le limitazioni ai viaggi aerei porteranno nelle casse dello Stato (o meglio non faranno uscire) 2 milioni di euro nel biennio 2012-2013.
La solidarietà delle pensioni maggiori frutterà 2 milioni e 100 quest’anno, 7,5 milioni nel 2012, 7 milioni nel 2013.
Montecitorio straccerà i contratti di affitto per un pezzo di Palazzo Marini, per Palazzo Fiano Almagià , San Lorenzo in Lucina e via dei Lavaggi.
In due anni risparmierà 29 milioni.
La diaria, che rappresenta una voce importante dello stipendio, sarà agganciata all’effettiva partecipazione ai lavori dell’aula.
I portaborse non potranno più essere pagati direttamente dal deputato (altra voce dello stipendio per chi voleva fare la cresta) ma verranno retribuiti dalla Camera.
Sul modello del Parlamento europeo.
L’altro taglio significativo colpirà la mensa. Fini annuncia la chiusura di uno dei molti ristoranti di Montecitorio.
E nuovi turni della cena per risparmiare sugli straordinari.
Per un totale di 3 milioni risparmiati.
Eppoi blocco dell’adeguamento dell’indennità e dei vitalizi (10 milioni) e blocco del turn over del personale (1,7 milioni).
È una cura dimagrante vera anche se non completa.
Ma per il momento resta sulla carta. Manca il voto finale.
Con tutte le sorprese del caso.
Goffredo De Marchis
(da “La Repubblica“)
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Luglio 20th, 2011 Riccardo Fucile
PER UNA COINCIDENZA VOLUTA, OGGI SI VOTA SULL’ARRESTO DEL DEPUTATO PDL E DEL SENATORE PD…LA LEGA SI DICHIARA PER LA LIBERTA’ DI COSCIENZA, BERSANI PER IL SI’…. MA IL VOTO SEGRETO NASCONDE TANTI NO
Tra Palazzo Madama e Montecitorio, i più pessimisti manifestano uno spiccato senso per la
storia: “Sarà una giornata campale e se finirà due a zero per la casta, il vento dell’antipolitica rischia di spazzare via tutto, come nel ’93 con l’autorizzazione negata a Craxi”.
Il derby delle manette comincerà oggi pomeriggio alle sedici.
Al Senato, si voterà per l’autorizzazione agli arresti domiciliari del Pd ex socialista Alberto Tedesco: un tormentone che va avanti da cinque mesi.
Alla Camera, stesso orario, si decideranno invece le manette per il pidiellino della P4 del faccendiere Luigi Bisignani: Alfonso Papa.
Il Papa Tedesco Day è frutto di un colpo di scena maturato ieri.
Protagonista, il senatore già dalemiano del Pd Nicola Latorre. Il voto su Tedesco era previsto per domani, se non per la prossima settimana.
Per arginare quindi le fitte voci su un possibile scambio di favori bipartisan contro le manette, Latorre d’accordo con la capogruppo Anna Finocchiaro ha chiesto e ottenuto di anticipare il voto: “Abbiamo chiesto il voto per domani pomeriggio (oggi per chi legge, ndr) in modo da allontanare anche il pur minimo sospetto che su vicende di questo genere, tenuto conto che la Camera si pronuncerà su Alfonso Papa, possano esserci miseri scambi politici o qualunque tipo di strumentalizzazione”.
Insomma, meglio giocare in contemporanea le due “partite”, come accade nell’ultima giornata di campionato.
Ma la mossa di Latorre ha generato anche un giallo alla Camera, dove Dario Franceschini, presidente dei deputati del Pd, non avrebbe digerito la scelta dei colleghi di partito di Palazzo Madama.
Motivo: la grande paura democratica per un doppio voto contro gli arresti, coperto dallo scrutinio segreto, che scatenerebbe la piazza contro il Palazzo.
Di qui i paletti fissati ieri dal segretario Pier Luigi Bersani, in una fase in cui il Pd è in risalita nei sondaggi e punta al voto anticipato dopo la riforma elettorale: “Noi ci opporremo sia alla Camera sia al Senato al voto segreto, e siamo favorevoli a che sia concessa l’autorizzazione all’arresto di Papa e di Tedesco. Noi terremo ferma questa posizione su cui il Pd è compatto i problemi sono dall’altra parte come capisce chi mette l’orecchio a terra”.
E chi mette “l’orecchio a terra” sente il frastuono delle divisioni nella Lega, decisive per il destino del premier.
Nel Carroccio stanno scoppiando le contraddizioni partorite dall’ambigua formula del partito di lotta e di governo.
E adesso che “soffia il vento dell’antipolitica” il Senatur dimezzato dalle ambizioni di Roberto Maroni tenta disperatamente di rianimare la Lega di lotta, dal no al decreto rifiuti per Napoli alla sceneggiata su Papa (sì, poi no, di nuovo sì), tenendo aperto un costante fronte di guerra con il Cavaliere.
Anche per questo, ieri a Montecitorio, si ricordava il precedente del ’93 dell’autorizzazione negata a Craxi.
Il sospetto di molti è sempre stato che la Lega nel segreto dell’urna votò tatticamente contro per poi approfittarne in termini di consenso e sfascio del sistema.
Oggi, chi potrebbe fare un calcolo simile non è Bossi ma il ministro dell’Interno, che ormai controlla la maggioranza del gruppo dei deputati leghisti.
Sui maroniti girano due previsioni di segno opposto.
Da un lato potrebbero votare a favore dell’arresto di Papa. Dall’altro no, per poi accelerare la caduta di Bossi all’interno del partito, nel quadro di una “Lega ladrona che salva la casta”.
Ufficialmente, la Lega per bocca del capogruppo alla Camera Marco Reguzzoni, del cosiddetto “cerchio magico” del Senatur, ha fatto sapere che dirà sì all’arresto “pur mantenendo la libertà di coscienza”.
Accusati poi di volersi nascondere dietro al voto segreto, i leghisti hanno aggiunto che non saranno loro a chiederlo.
Ci penseranno, forse, i Responsabili di Domenico Scilipoti.
L’incognita sul voto, palese o segreto, sarà sciolta solo oggi a Palazzo Madama e Montecitorio. E questo non fa che moltiplicare gli scenari.
Un voto segreto su Papa potrebbe attirare una quarantina di franchi tiratori “garantisti” nell’opposizione, tra Pd e Udc, compensati però da “traditori” leghisti e del Pdl. Ancora più incerto il destino di Tedesco.
Il Pd voterà per l’autorizzazione ma cosa faranno Lega e Pdl? In base ai numeri, e al voto palese, Tedesco dovrebbe “salvarsi”, ma cosa accadrebbe se il Pdl uscisse dall’aula?
Al momento le previsioni più ricorrenti parlano di un due a zero per la casta.
La sensazione è che oggi possa essere una giornata decisiva non per la legislatura ma per tutta la Seconda Repubblica.
Come dimostra l’annuncio-minaccia di Rosy Bindi, presidente del Pd: “Se domani si dovesse verificare la negazione all’arresto di Papa e Tedesco, il Pd compierà dei gesti eclatanti, estremi”.
Nulla comunque è scontato, lo si è già visto nell’iter che ha portato ai due voti di oggi in Parlamento.
Nel caso Tedesco, cinque mesi di giravolte non sono serviti a chiarire la posizione ufficiale del Pd.
È vero che la relazione del Pdl Balboni è stata bocciata in giunta, ma non perchè diceva no all’arresto: tra i democratici solo qualcuno era a favore del sì, altri credevano fosse meglio aspettare la decisione del Riesame, altri ancora non giudicavano abbastanza gravi i reati di cui è accusato Tedesco: concussione negli appalti della sanità pugliese, che seguiva come assessore.
Così, quando il Riesame è arrivato (e ha sostituito il carcere con i domiciliari) maggioranza e opposizione hanno deciso di presentarsi in aula (oggi) solo con una relazione “tecnica”, che non prevede una posizione di merito.
Con Papa aveva provato a fare la stessa cosa il Pdl. Il relatore Francesco Paolo Sisto sosteneva di non avere gli elementi per decidere, l’opposizione gli ha imposto una scelta.
Ma nessuno si aspettava l’astensione della Lega che ha così indirettamente appoggiato il sì all’arresto proposto dall’Idv Federico Palomba.
Stamattina, giusto per non perdere l’allenamento, in Giunta sono di nuovo alle prese con un altro caso, quello di Marco Milanese.
Fabrizio d’Esposito e Paola Zanca
(da “Il Fatto Quotidiano“)
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Giugno 13th, 2011 Riccardo Fucile
I DUE FRONTI: I RISCHI DEL CENTRODESTRA E LA SCOMMESSA DEL CENTROSINISTRA….ENTRAMBI SI SONO MOBILITATI, POLITICIZZANDO LA CONSULTAZIONE
Centro-destra: questa volta alle urne non andrà soltanto una parte del Paese
La prima differenza tra la campagna per le amministrative sfociata nella quadrupla sconfitta di Torino, Bologna, Milano e Napoli, e quella referendaria è che stavolta Berlusconi e Bossi hanno marciato uniti.
Il premier più dichiaratamente e il Senatur più svogliatamente si sono pronunciati per l’astensione, inalberando la parola d’ordine dei referendum inutili.
«Inutili», appunto, e non controproducenti o dannosi, perchè una vera campagna astensionista si fa innanzitutto mostrandosi indifferenti, distratti, presi da cose più importanti, e in questo i due maggiori soci del governo di centrodestra non avevano neppure da fingere, trovandosi impegolati ancora con le conseguenze del disastroso risultato nelle città , con i venti di burrasca della manovra economica, e con le turbolenze, ciascuno le sue, dei partiti di cui sono leader: mugugni pidiellini un po’ da tutte le parti, scissioni parlamentari invece che consolidamento della maggioranza, adunata a Pontida fissata per il 19 giugno, con il popolo leghista che s’annuncia rumoroso più che mai.
La corsa per le amministrative era stata caratterizzata dalla duplice rottura della Lega sulla guerra in Libia, che precedette il primo turno del voto, e sullo spostamento dei ministeri al Nord, che pregiudicò il secondo, e ancora si trascina.
Stavolta, invece, niente di tutto questo.
Verrebbe da risfoderare, anche per Berlusconi e Bossi, l’antico detto latino, «simul stabunt, simul cadent».
E in effetti, un’eventuale affermazione dell’astensione, con il conseguente fallimento dei referendum, consentirebbe al presidente del consiglio e al suo principale alleato, se non proprio di cantare vittoria, dato che non c’è mai da gioire per la diserzione dei seggi, almeno di dire che avevano avuto ragione sui promotori dei referendum e sulle consultazioni fallite. Inoltre la sconfitta dell’opposizione su un’iniziativa in cui aveva speso tutta se stessa verrebbe a confermare che la perdita delle grandi città nelle elezioni di maggio, pur dolorosa, è lungi dal rappresentare la crisi epocale del rapporto tra il Cavaliere e il suo popolo che il centrosinistra, ed anche qualche voce dissonante del centrodestra, avevano voluto proclamare a tutti i costi.
Per le stesse ragioni l’esito opposto – raggiungimento del quorum con una molto probabile vittoria dei «sì» all’abrogazione – sarebbe disastroso: molto più per Berlusconi, ma anche per Bossi, specie se a determinarlo fossero i cittadini nordisti, in aperto dissenso con le indicazioni astensioniste ricevute e non condivise.
L’idea che anche solo la metà più uno degli elettori richiesta per la validità dei referendum si presenti ai seggi e voti darebbe la sensazione che davvero Berlusconi ha perduto la maggioranza nel Paese, e quella raccogliticcia grazie alla quale governa in Parlamento non rappresenta più gli umori reali degli italiani.
Molto dipenderebbe, in questo caso, dalla percentuale definitiva dei votanti, dato che qualcuno, per offrire un argomento difensivo al Cavaliere, sarebbe disposto subito a sottrarre i «no», formalmente contrari al cartello dei promotori schierati per i «si», sostenendo che solo questi ultimi vanno considerati voti antiberlusconiani «doc».
Ma a parte il fatto che i «no» partono sfavoriti, sarebbe impossibile, specie con argomenti come questi, nascondere la ferita dell’eventuale secondo colpo inflitto al premier in poche settimane.
Ci si potrebbe chiedere, infine: al dunque, cosa conviene di più a Berlusconi?
Sfangarla grazie alla pigrizia estiva, ai primi bagni di mare e all’astensione della gente rimasta sotto l’ombrellone, o beccarsi un’altra legnata che lo convinca una volta e per tutte a darsi una mossa?
Difficile rispondere: a giudicare dalle reazioni di questi giorni, non si sa davvero cosa scegliere.
Berlusconi ha già detto che il governo non cadrà anche se l’esito dei referendum sarà contrario.
E in caso di definitiva cancellazione del legittimo impedimento (legge che tra l’altro scade a ottobre), ha già pronta un’accelerazione della prescrizione breve, per rallentare o bloccare i processi di Milano.
Diceva Andreotti che tirare a campare è sempre meglio che tirare le cuoia.
Incredibilmente, questo sembra adesso diventato anche lo slogan dell’ultimo Berlusconi.
Centro-sinistra: senza il quorum Bersani tornerebbe sotto esame
Tutto più facile se si raggiunge il quorum e dunque se vincono i sì. Per il centrosinistra ovviamente.
Facile insistere sulle dimissioni di Berlusconi, malgrado negli ultimi giorni Bersani, Di Pietro e Vendola abbiano tentato di depoliticizzare il voto referendario.
Ma se vincono, si vedrà che si trattava di un semplice trucco per convincere più gente possibile, elettori di centrodestra in primis, ad andare a votare.
A risultato positivo eventualmente acquisito sarà un coro incessante contro il premier, che ha perso il suo famoso consenso popolare prima alle amministrative e poi appunto al referendum. Magari, anzi probabilmente, Berlusconi non si dimetterà e farà di tutto per continuare a galleggiare fino a che ci riuscirà ma con sempre maggiori difficoltà interne alla sua coalizione.
Nel frattempo, con quasi trenta milioni di sì in tasca, i leader del centrosinistra potranno condurre una campagna elettorale in discesa, per quanto lunga possa essere.
Il leit motiv della fine del berlusconismo salirà di volume e di intensità .
La vittoria del Sì dovrebbe – ma qui il condizionale è d’obbligo visto che si sta parlando di centrosinistra – anche aiutarli molto a cementare un’alleanza tra di loro che al momento non vede alternative nonostante i vari tentativi di allargarla al Terzo polo.
Sarebbe insomma evidente a quel punto, visto il voto amministrativo e referendario, che l’alleanza da presentare agli italiani alle prossime elezioni politiche dovrà essere quella tra Pd, Sel e Idv.
Anche e soprattutto perchè avrebbe ricevuto una spinta vigorosa da tutti coloro che non solo hanno votato ma hanno anche partecipato alle primarie, alla raccolta delle firme, insomma la tanto evocata scietà civile, una volta si chiamava «la base», che si è mobilitata per far vincere questo centrosinistra.
Sarebbe difficile per la nomenklatura, come ironizzava Bertold Brecht, «cambiare il popolo».
Panorama molto diverso, se non opposto, nel caso non si raggiungesse il quorum.
Intanto perchè la vittoria dell’astensione avrebbe l’effetto di rivitalizzare il governo e in particolare il suo premier, che potrebbe rivendicare non solo la vittoria ma anche il consenso popolare alla sua dichiarazione: «Io non andrò a votare».
Le dimissioni del governo, ossia l’obiettivo principale dell’opposizione, si allontanarebbe nel tempo, magari fino alla scadenza naturale della legislatura.
E poi perchè, anche se si tratta di due voti molto diversi, l’eventuale sconfitta al referendum offuscherebbe in parte la vittoria del centrosinistra, alle elezioni di due settimane prima.
Ma soprattutto il rischio per il centrosinistra è che si riaprano tutti i giochi nel Partito democratico.
Non mancherebbero coloro pronti ad accusare Bersani di essersi appiattito su Di Pietro e Vendola, di aver seguito per opportunismo l’ondata referendaria su temi che nello stesso Pd non sono mai stati contrastati con nettezza, dal nucleare alla privatizzazione dell’acqua. Verrebbero ricordate tutte le liberalizzazioni dello stesso Bersani, per non parlare delle fascinazioni nucleariste che in quel partito – anzi in entrambi i partiti che hanno partorito il Pd – sono sempre esistite. Infine, accusa delle accuse a sinistra, Bersani verrebbe imputato di subalternità nei confronti delle iniziative altrui.
Tornerebbe in auge la vocazione maggioritaria di Veltroni, riacquisterebbe fiato la strategia di D’Alema, l’alleanza con Casini come asse portante del futuro governo, forse verrebbe rimessa in discussione persino la leadership del segretario che grazie alle amministrative si era invece enormemente rafforzata.
E anche negli stessi due partiti minori, qualche contraccolpo non mancherebbe.
Non verrebbero certo messe in discussione le leadership di Vendola e di Pietro, tuttavia il loro potere contrattuale nei confronti del Pd uscirebbe parecchio indebolito.
Più complicato, per Vendola, insistere sulle primarie; più arduo, per Di Pietro, stringere nell’angolo dell’antiberlusconismo un Partito democratico che non ha mai amato l’eccessivo giustizialismo dell’ex Pm.
Tutti ovviamente direbbero che raggiungere il quorum era una missione impossibile, che il governo ha fatto di tutto, a cominciare dalla data fissata nel mezzo di giugno, perchè vincesse l’astensione.
Ma si tratterebbe di giustificazioni che, per quanto vere, difficilmente riuscirebbero a evitare gli effetti perversi della sconfitta.
Marcello Sorgi e Riccardo Barenghi
(da “La Stampa”)
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Maggio 17th, 2011 Riccardo Fucile
A DESTRA PERDE IL PREMIER, A SINISTRA VINCONO LE PRIMARIE
Berlusconi aveva un racconto, per queste elezioni e il gruppo dirigente del centrosinistra no. 
Però gli elettori progressisti hanno trovato il modo di riscrivere il finale della storia, mentre il racconto di Berlusconi c’era sì, ma era totalmente sballato: un film in bianco e nero in un mondo a colori, un documentario seppiato nel tempo digitale.
Quella del Cavaliere è stata una campagna elettorale amministrativa anacronistica.
Tutta centrata sulle sue ossessioni più o meno recenti: le battute su “la mela che sa di fica” e quelle sui “magistrati brigatisti”, i proclami condonistici, i regali ai signori delle spiagge.
Ieri 12 milioni di italiani nelle urne hanno detto: “Voltiamo pagina”.
Cambia il vento.
Crollano le roccaforti della destra, Cagliari e Milano, vince il centrosinistra a Torino e Bologna.
A Napoli il duello rusticano fra le “due sinistre” proietta De Magistris verso una possibile vittoria.
Una lunga notte di numeri e passioni che passerà alla storia come la “Breccia di Pisapia” (CopyrightRiccardo Mannelli).
“Ci metto la faccia”, aveva gridato spavaldo Berlusconi candidandosi a Milano: ha preso meno voti delle elezioni precedenti.
E così ora Letizia Moratti (“È la mamma di Batman, fa finta di essere Mary Poppins, assomiglia a Crudelia“, ha riassunto icasticamente Nichi Vendola) diventa il capro espiatorio di una nuova Caporetto: “Ha sbagliato nel duello su Sky”, dicono i suoi, “È stata troppo fredda”.
Quadretto illuminante.
Maurizio Gasparri e Gaetano Quagliariello si incrociano nello studio de La 7 mentre arrivano i primi dati della disfatta all’ombra del Duomo: “Hai visto Milano?”, dice il primo. “Adesso scoppierà un casino…”, risponde il secondo.
E’ tutto pronto.
Diranno che è stata Letizia a perdere: con i suoi milioni di euro sbattuti con arroganza sul tavolo, il suo colpo basso fuori tempo massimo nel duello elettorale.
Adesso le veline ufficiali dicono: “Berlusconi non era d’accordo”.
Ma la verità è che lo stesso vento soffia – per esempio – anche all’ombra del Castello, dove il giovane Massimo Zedda strappa il ballottaggio con un risultato miracoloso.
E cosa unisce i due candidati di opposizione?
Non tanto il fatto che fossero entrambi di Sinistra e libertà , quanto che fossero tutti e due figli delle primarie: con la società civile che riscrive le liste predisposte dagli apparati e li sospinge al ballottaggio da posizioni di forza.
Non riguarda solo Pisapia e Zedda: le primarie hanno rafforzato anche Piero Fassino (facendo emergere la coalizione al centro, con Gariglio, e a sinistra, con Michele Curto) e persino il candidato più debole (Virginio Merola, quello che non sa in che campionato giochi il Bologna!), hanno messo in moto la macchina della mobilitazione.
C’erano le piazze piene: 50 mila persone a Milano la sera di Vecchioni; folle imponenti per Vendola in ogni angolo d’Italia (il centrosinistra trionfa, fra l’altro, in Puglia); c’era un pezzo di società raccolto intorno a De Magistris a Napoli: la tv non aveva raccontato questi fenomeni, e le segreterie non se ne erano accorte. Ma hanno contato.
Sì, Berlusconi aveva un suo racconto.
La mattina della vigilia, su tutti i quotidiani, il medesimo retroscena, Il Cavaliere sicuro: “A Milano vinciamo al primo turno, la gente è andata a votare per noi”. Curioso strafalcione, nel giorno in cui ha dovuto ammettere: “Sono amareggiato”. Di notte arriva la nuova velina di Palazzo Grazioli: “Ha vinto la sinistra estrema”. In realtà Berlusconi aveva sottoscritto e coperto i due episodi -simbolo della campagna elettorale, il vero trionfo dell’estremismo: ovvero i manifesti sulle procure brigatiste di Lassini (al punto che il candidato è rimasto in lista ed è salito persino sul pullman del Milan campione), e l’attacco sul processo per furto d’auto a Pisapia.
La verità è che lo stesso tentativo di trasformare le amministrative in un voto politico ed ideologico si è trasformato in un boomerang: successe anche a Massimo D’Alema, nel 2000, ma continuano a caderci tutti (diceva Montale: La storia non è magistra/ di niente che ci riguardi”).
Il tracollo di Pdl e Lega a Milano è solo la metafora perfetta di un cataclisma, il racconto del punto della storia in cui cambia il vento: la città in cui è nata Mani pulite, hanno trionfato prima la Lega (ricordate Formentini?) e poi il Berlusconismo (prima con la bella faccia del Borghese Albertini, poi con il ghigno cotonato della plutocrate Moratti) può diventare anche quella in cui risorge la sinistra.
Su tutto pesa l’incognita della Lega che annulla la conferenza stampa convocata per le sette di sera, per attendere i risultati dei comuni dove il Carroccio corre contro il Pdl, in comuni come Gallarate o Rho .
Resta il problema del centrosinistra e del Pd: dove prova a riprodurre le logiche degli apparati senza rispondere al bisogno di cambiamento (vedi il pasticciaccio di Morcone a Napoli) il principale partito di opposizione scompare.
Dove accetta i verdetti delle primarie, il Pd acquista un senso e la possibilità di vincere (come già in Puglia e a Firenze).
Ma ieri la corretta dichiarazione di Bersani (“Vinciamo noi, perdono loro”) era letta con un tono talmente entusiastico da ispirare una battutaccia a Gepi Cucciari (“Sembrava una partecipazione funeraria”).
“Questo voto è uno dei tre uppercut a Berlusconi”, gridava raggiante Antonio Di Pietro.
E sarebbe sicuramente vero, se non proseguisse il paradosso di una coalizione che vive praticamente in clandestinità , e che non ha mai visto (nemmeno una sola volta!) i suoi leader salire sullo stesso palco.
Questo voto è – a sinistra – la migliore risposta agli azzeccagarbugli e ai dalemoni che hanno l’ossessione del “terzo Polo”: questo strano centrosinistra, vitale tra i suoi elettori, e “clandestino” tra i suoi dirigenti, può vincere anche da solo quando lavora sulla realtà e sui problemi veri.
Luca Telese
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Aprile 29th, 2011 Riccardo Fucile
COME AL SOLITO, QUANDO SI TRATTA DI MANDARE SOTTO IL GOVERNO, L’OPPOSIZIONE LATITA: SE FOSSERO STATI TUTTI PRESENTI SI SAREBBE APERTA UNA CRISI DI GOVERNO… ASSENTI 18 DEPUTATI DEL PD (SOLO 2 GIUSTIFICATI IN MISSIONE), 10 DELL’UDC (1 IN MISSIONE), 6 DI FLI (1 IN MISSIONE) 4 DELL’IDV (2 IN MISSIONE)…I “RESPONSABILI” NON AVEVANO VOTATO…NELLA MAGGIORANZA MANCAVANO 21 DEL PDL E 6 DELLA LEGA
Il Documento di economia e finanza è passato alla Camera con soli 283 voti, contro 263 no e un astenuto.
Se i quaranta deputati dell’opposizione assenti dall’Aula avessero partecipato alla votazione sulla risoluzione di maggioranza che approvava il Def, il governo sarebbe stato battuto.
Alla votazione non hanno partecipato anche 6 deputati del gruppo di Iniziativa responsabile.
In particolare, al voto erano assenti 18 deputati del Pd (di cui due in missione), dieci dell’Udc (uno era in missione), sei di Fli (uno) e quattro dell’Idv (due in missione); oltre questi sono mancati un paio di voti dal gruppo misto, riconducibili a Api e Mpa.
Vistose le assenze nella maggioranza, malgrado la presenza in aula di diversi ministri e sottosegretari.
Gli assenti del Pdl sono stati 21, di cui tredici in missione.
Alla Lega sono mancati sei voti (cinque in missione, fra cui i ministri Umberto Bossi e Roberto Maroni).
Infine, sei i Responsabili assenti: mentre due erano in missione, Pippo Gianni, Paolo Guzzanti, Francesco Pionati e Maria Grazia Siliquini non hanno partecipato al voto.
L’unico astenuto è stato Siegfried Brugger delle Minoranze linguistiche.
Chissà come mai, quando la maggioranza è in difficoltà , diversi deputati dell’opposizione spariscono.
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Aprile 27th, 2011 Riccardo Fucile
LA COALIZIONE DI CENTROSINISTRA SALE AL 44%, QUELLA DI CENTRODESTRA E’ AL 41%, IL TERZO POLO INTORNO AL 15%… AL SENATO SAREBBE DETERMINANTE IL TERZO POLO: SENZA IL SUO APPORTO NON GOVERNA NESSUNO
Un centrodestra indebolito.
Un centrosinistra solo apparentemente tonico.
Un terzo polo che per ora non sfonda ma ha i numeri per essere l’ago della bilancia al Senato.
Questo è il quadro sintetico degli orientamenti politici rilevati dal sondaggio Cise-Sole 24 Ore.
Il Pdl e il centrodestra
Il Pdl non è in buone condizioni. Il suo crollo è evidente.
La stima del 28,6% di questo sondaggio è lontana dal 37,4% dei voti ottenuti nelle politiche del 2008.
Eppure, nonostante tutto quello che è successo da allora (crisi economica, scandali, scissione di Fli), è ancora, seppur per poco, il primo partito del paese.
In questa fase tutti i sondaggi ci danno dei dati “freddi”, destinati a cambiare nel momento in cui si surriscalda la campagna elettorale.
La Lega Nord è stabilmente sopra il 10%, inferiore però a quel 13% di cui era accreditata qualche mese fa e la sua forza non compensa la debolezza del Pdl.
Per questo la coalizione soffre.
Tra elettorato leghista e elettorato del Pdl esiste un interscambio di voti ma è solo parziale perchè la Lega non è presente dovunque.
Una quota di elettori del Pdl stanno “tra color che son sospesi”.
Delusi dal Cavaliere ma ancora in cerca di “asilo politico”.
Sono i potenziali astenuti.
Il Pd e il centrosinistra
Il Pd è in convalescenza.
Sia il Pd che il Pdl hanno toccato il loro massimo nel 2008.
Poi sono scesi entrambi.
Il Pd ha registrato il livello più basso di consensi nelle europee del 2009 con il 26,1%. Poi ha cominciato una lenta risalita che viene confermata da questo sondaggio che lo dà al 27,8 %.
È un dato di fatto che al declino del maggior partito di governo non corrisponde una crescita significativa del maggior partito di opposizione.
ll Pd ha molti problemi.
Uno è quello di avere due concorrenti agguerriti all’interno del suo bacino elettorale: la Sel e l’Idv.
Anche questo sondaggio conferma il buon stato di salute di questi due partiti. In particolare va sottolineata la performance della Sel.
Vendola in poco tempo è riuscito a dar corpo ad un partito che oggi è al quarto posto tra i partiti italiani in termini di consensi elettorali.
Mai nella storia del paese il maggior partito della sinistra (Pci, Pds, Ds, Pd) ha dovuto fare i conti con una formazione così forte alla sua sinistra.
Il risultato della Sel e dell’Idv, sommato a quello di altre formazioni minori, spiega il sorpasso di questo schieramento su quello di Berlusconi emerso già in altre rilevazioni.
Il centrosinistra sembra aver conquistato stabilmente “quota 40”.
Questa è la condizione necessaria per vincere alla Camera.
Ma non è sufficiente perchè il dato è solo virtuale e può nascondere una grande illusione.
Il centrosinistra è ancora a una cosa vaga.
Non c’è una coalizione, non c’è un leader, non c’è un programma.
In più gli elettorati dei partiti del centrosinistra si sommano male.
Ci vorrebbe un forte collante ideologico o personale per tenerli insieme.
Nel 2006 i sondaggi stimavano un vantaggio di 7 punti a favore del centrosinistra ed è finita che Prodi ha vinto per 24.000 voti.
Nonostante il sorpasso il Pd è senza una strategia vincente.
Una alleanza di tutti contro Berlusconi non la vogliono i partiti di centro.
Una alleanza Pd-partiti di centro senza la sinistra non la vogliono gli elettori del Pd.
I dati di questo sondaggio dicono inequivocabilmente che una alleanza simile sarebbe un suicidio per il Pd.
Perderebbe tra il 30 e il 40% del suo elettorato a favore della Sel e dell’Idv.
Il Centro e il Senato
Il terzo polo sembra essersi stabilizzato sopra il 14% dei consensi.
Questo è il risultato di vari fattori.
La crescita dell’Udc. La presenza di Fli. L’esistenza di una area moderata di centro alla ricerca di una alternativa ai due poli maggiori.
Il partito di Casini ha recuperato i livelli di consenso che aveva prima del divorzio da Berlusconi nel 2008.
A dargli man forte è arrivato Fli di Fini.
Il suo attuale 4,6 % non è molto, ma sommato ai voti dell’Udc (e a quelli di Rutelli) consente al terzo polo di superare l’8% che è la soglia di sbarramento per avere seggi al Senato.
E se la tendenza venisse confermata dagli indecisi, il bacino di voti potenziali di Fini e Casini può arrivare anche oltre il 20-22%.
Ma c’è di più.
Nel voto alle coalizioni la percentuale del terzo polo è salita già al 14,7%.
Questa è la novità che occorre registrare.
Al momento con i dati a disposizione l’unica spiegazione plausibile è che una parte significativa dei delusi del centrodestra sta prendendo in considerazione il polo di centro come alternativa possibile.
Sono gli esuli in cerca di asilo politico.
Questo fenomeno apre uno scenario nuovo.
Con un terzo polo competitivo centrodestra o centrosinistra potranno vincere alla Camera ma non al Senato.
Quindi il polo di centro diventerà determinante per la formazione di qualunque governo.
I partiti di centro potranno presentarsi agli elettori come quelli che possono costringere Berlusconi a fare un passo indietro senza il rischio di favorire una vittoria dei “comunisti-giustizialisti”.
Questo è il loro obbiettivo di breve termine.
In questo scenario non c’è posto per una alleanza con il Pd.
Il solo rischio che corrono è quello di una riforma della legge elettorale del Senato che li privi del loro ruolo.
Berlusconi ci sta pensando, barando al gioco come suo costume.
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Aprile 25th, 2011 Riccardo Fucile
UNA ANALISI DI MANNHEIMER RIVELA UNA INCERTEZZA CRESCENTE TRA GLI ITALIANI, A CAUSA DI UNA SITUAZIONE POLITICA CONFUSA… LA PERCENTUALE DEGLI INDECISI E’ MAGGIORE TRA LE DONNE
La situazione politica appare sempre più ambigua e incerta, caratterizzata da fratture sia
all’interno della maggioranza, sia nelle forze di opposizione.
La conseguenza più evidente di questo stato di cose è l’ulteriore accentuarsi del distacco e della disaffezione dalla politica, della crescente incertezza dei cittadini sugli orientamenti da assumere di fronte alle varie questioni e, ciò che è ancora più significativo, dell’indecisione sulla preferenza verso questo o quel partito.
Si allarga infatti enormemente il numero di dubbiosi su cosa votare in caso di elezioni e, al tempo stesso, la quantità di chi richiede le consultazioni anticipate.
Uno dei motivi principali dell’insoddisfazione sta nella percezione diffusa di troppo scarsa attività e produttività dell’esecutivo: molti lo accusano di non avere rispettato le promesse avanzate a suo tempo, durante la campagna elettorale, e dubitano della possibilità che queste vengano rispettate di qui alla fine della legislatura.
Anche nel corso dell’ultima settimana, sono stati numerosi gli episodi che, secondo diversi osservatori, hanno visto focalizzarsi il dibattito politico al di fuori della – se non in antitesi alla – applicazione del programma di governo, «distraendo» così l’esecutivo dai suoi compiti istituzionali.
Dopo le riprovevoli baruffe sul «processo breve», si è assistito al subitaneo rinvio dei progetti sulla ripresa della produzione dell’energia nucleare (volto più che altro a scongiurare il raggiungimento del quorum al referendum, considerando anche il fatto che, ormai, più dell’80% della popolazione si pronuncia contro questa forma di energia), alla proposta di modifica dell’articolo 1 della Costituzione (la quale, però, è considerata ancora valida ed attuale dalla maggioranza dei cittadini, anche se una porzione consistente – quasi il 40% – la giudica «datata»), sino alle recentissime discussioni interne al governo sulla figura di Tremonti (molto stimato, tuttavia, dall’elettorato, con un indice di fiducia – 44% – decisamente superiore a quello di Berlusconi).
Nel loro insieme, questi episodi e queste tensioni hanno ancor più contribuito, come si è detto, alla disillusione dei cittadini.
Tanto che, oggi, quasi metà dichiara di non saper scegliere chi votare o di essere tentato dall’astensione se fossero indette nuove elezioni.
Questa percentuale ha subito una crescita intensa da diverso tempo e, in particolare, negli ultimi mesi, connotati dalla sempre maggiore confusione del quadro politico.
Era il 36,8% a febbraio, il 47,5% a marzo, sino al 48,4% di oggi, con un allargamento specialmente di quanti non sanno o non vogliono indicare una preferenza tra le diverse forze politiche in campo.
Colpisce il fatto che siano più indecise specialmente le donne (in parte orfane del particolare consenso manifestato in passato per Berlusconi) e i giovani, che più di altri – esaurito ormai da tempo il potere trainante e «semplificatore» delle ideologie tradizionali – stentano a comprendere le logiche (se mai esistono) del confronto politico in atto.
Nonostante l’accrescersi dell’indecisione – o forse proprio per questo – le elezioni anticipate vengono sempre più viste come la via di uscita più opportuna (o, semplicemente, più praticabile) dalla situazione attuale.
Oggi quasi il 40 per cento chiede nuove consultazioni, a fronte del 35% a marzo e 30% a febbraio.
Anche in questo caso ci troviamo di fronte ad un trend di veloce crescita, comprovato altresì dal fatto che diminuisce al tempo stesso la quota di chi dichiara di desiderare invece la prosecuzione dell’attività del governo attuale.
La richiesta di nuove elezioni proviene però in misura assai differenziata dall’elettorato delle diverse forze politiche.
È decisamente più presente nei partiti di opposizione, specie tra i votanti del Pd (ove raggiunge il 63%, con un forte incremento rispetto a febbraio scorso, quando era il 53%), ma anche tra quelli dell’Idv (55%) e, sia pure in misura minore, tra gli elettori dell’Udc (44%, con un vistoso aumento rispetto a un mese fa, quando era il 29).
Essa è viceversa quasi assente (5%) tra i votanti per il Pdl, segno della persistente fedeltà di questi ultimi all’esecutivo: il 76% (ma a febbraio era l’82%) di costoro opta ancora oggi per la prosecuzione del governo attuale e un altro 10% propone un altro governo, con a capo sempre Berlusconi.
La situazione della Lega è un po’ diversa.
Anche se minoritaria, qui la quota di chi chiede nuove elezioni è assai più consistente (20%), mentre quella di chi auspica il mantenimento dell’esecutivo in carica costituisce la maggioranza relativa, ma in misura assai più contenuta (40%).
Certamente consapevole di questo stato di cose, il governo ha annunciato una decisa reazione, consistente nel prossimo varo di molte delle riforme annunciate in campagna elettorale e, in particolare di un incisivo «piano crescita» promosso dal ministro Tremonti.
Vedremo nelle prossime settimane se questa rinnovata iniziativa – ammesso che si attui davvero – riuscirà ad attirare e/o a riconsolidare il consenso popolare, tamponando così il trend di forte criticità sempre più diffuso oggi nell’elettorato.
Renato Mannheimer
(da “il Corriere della Sera“)
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Aprile 20th, 2011 Riccardo Fucile
SECONDO IPR LA FIDUCIA AL PREMIER E’ SCESA IN TRE ANNI DAL 53% AL 31%, QUELLA NEL GOVERNO DAL 49% AL 23%… CENTROSINISTRA IN VANTAGGIO: 41,5% CONTRO IL 41% DEL CENTRODESTRA, 13,5% AL TERZO POLO …. SECONDO LORIEN CONSULTING VA ANCHE PEGGIO: PREMIER AL 23,3%, GOVERNO AL 19,9% E PDL AL 24,9%
È quanto emerge da un sondaggio realizzato da Ipr Marketing .
L’ultima di una lunga serie di rilevazioni che vanno tutte nella stessa direzione: il Caimano sembra ormai inesorabilmente sul viale del tramonto.
Secondo il sondaggio realizzato tra il 14 ed il 16 aprile, intervistando un campione rappresentativo di 1000 italiani, Berlusconi si attesta al 31% (2 punti in meno del sondaggio realizzato dallo stesso istituto solo un mese fa).
E ben 21 in meno rispetto a inizio legislatura (maggio 2008), quando il premier aveva il 53%.
Il governo arriva addirittura al 23% (3 punti in meno di un mese fa).
A inizio legislatura (maggio 2008) era al 49%, cioè 26 punti sopra l’attuale livello. In questi quasi tre anni la fiducia nel governo si è dunque più che dimezzata. Accanto alla curva discendente del centrodestra, il sondaggio certifica il sorpasso del centrosinistra, che sarebbe al 41,5%.
Mentre il centro-destra si fermerebbe al 41%.
Il 13,5% va al Terzo Polo.
Male anche il risultato dei singoli ministri.
Solo in 4 superano quota 50%. Si tratta di Angelino Alfano, che comunque in un solo mese ha perso il 3%, evidentemente per effetto dei suoi discutibili interventi sulla giustizia.
E Sacconi, Tremonti e Maroni.
Quest’ ultimo però – vista l’approssimativa gestione dell’immigrazione – perde il 6%.
Da segnalare che il pessimo modo in cui sono state affrontate le crisi internazionali ha inciso pesantemente: La Russa è passato dal 35 al 30%, Frattini dal 24 al 20%.
Peggior gradimento per Michela Brambilla, Raffaele Fitto, Paolo Romani (18%). Ultimo, la new entry Francesco Saverio Romano, con il 10%.
Quello di Ipr Marketing è solo l’ultimo dei sondaggi a fotografare la ormai costante discesa di Silvio Berlusconi.
Secondo le ultime rilevazioni effettuate dalla Lorien Consulting (l’istituto di Antonio Valente) su un campione rappresentativo di 1000 cittadini, tra l’8 e l’11 aprile 2011, la fiducia nel governo sarebbe addirittura al 19,9% e quella in Berlusconi al 23,3%.
E il Pdl, peraltro, si attesterebbe al 24,9%.
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