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“RENZI AGGIUSTA LE COSE AI DIECI CHE CONTANO NEL CAPITALISMO, IN CAMBIO OTTIENE APPLAUSI”

Maggio 27th, 2016 Riccardo Fucile

BERSANI DENUNCIA IL SISTEMA RENZI

Per Matteo Renzi l’Italia ha ripreso la marcia, per Pier Luigi Bersani “gran parte della gente con quel segno più non ci campa. Consiglio di mostrarne consapevolezza”.
In un’intervista al Fatto Quotidiano l’ex segretario del Partito Democratico affila la spada contro il premier: “È impressionante che l’ossessione sia sempre quella di vincere, mai di risolvere”.
La questione vera, secondo Bersani, è trovare una soluzione a quello che manca rispetto al 2008: 200 miliardi di Pil e 6 milioni di posti di lavoro. “Dubito che sia facile rimettere le cose a posto”.
Bersani traccia un bilancio amaro del Jobs Act.
“Non avremo lavoro vero se non affrontiamo la questione degli investimenti. Oggi abbiamo meno contratti a tempo indeterminato che nel 2014. In compenso va forte il voucher, un mini-job all’italiana che accentua la precarizzazione del lavoro. Purtroppo in Italia piacciono norme che consentono comportamenti opportunistici” […] “Il Jobs act ci ha dato l’amara conferma che il problema non era l’articolo 18. L’Idea che ciò che fa bene all’impresa fa bene all’Italia è scivolosa. La Fiat non può dirci che cosa dobbiamo fare e pagare le tasse all’estero. Dia consigli dove paga le tasse. Vorrei vedere che cosa direbbe la cancelliera Merkel se Marchionne pagasse le tasse all’estero”.
C’è anche una denuncia del “sistema Renzi”, una rete di favori con i potenti e stampa compiacente.
“I 10 o 15 che contano nel capitalismo italiano si stanno aggiustando le cose loro, chiedono solo che il Governo sia amichevole, e se capita lo applaudono e si fanno applaudire. Poi hanno i giornali e c’è lo scambio, succedono cose che non sono potabili”.
Italia-Europa, Bersani si sarebbe mosso diversamente.
“Flessibilità ? Ce ne vorrebbe tanta, ma spesso sbagliamo la mira, per esempio nel cercare un rapporto diciamo così maschio con l’Europa. Il governatore della Bundesbank Jens Weidmann ha torto su tutto fuorchè quando afferma che non possiamo dire all’Europa che i nostri bilanci ce li facciamo noi e poi chiedere mutualità  sul debito pubblico. Fa bene il Governo a battere i pugni sul tavolo a Bruxelles, ma anzichè sulla flessibilità  da 2-3 miliardi di deficit dovevamo farlo sulle banche”.
Il quadro che dipinge l’ex segretario Pd è piuttosto fosco.
“Abbiamo perso pezzi di industria. Da 10 anni siamo sotto la media europea del Pil pro capite. La produttività  non cresce. Si allarga la forbice dei redditi fra ricchi e poveri, nord e sud, vecchi e giovani. Cresciamo la metà  dell’Europa. Le banche sono indotte a non mettersi a disposizione dell’industria ma a servire loro stesse, e a drenare il risparmio di cittadini che, tra l’altro, si sentono indifesi dalle prepotenze. Pare che serva la laurea in economia per entrare in banca. Il nostro sistema industriale non vede chiara la prospettiva, si indebita solo a breve termine, quindi non investe sul futuro. I consumi balbettano, la spesa alimentare si contrae”. […] “Decidiamo il ruolo futuro dell’Italia. Il Made in Italy non può essere solo la moda o il cibo di qualità . È un saper fare in tutti i settori. Non possiamo certo rinunciare alla siderurgia o alla chimica o all’automotive. Bisogna pensare a cosa fare in 10 anni, non in 10 mesi. Il governo chiami i sindacati, le imprese, le banche e proponga un patto per il lavoro e la produttività “.

(da “Huffingtonpost”)

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BERSANI: TASSE, TRADITA LA COSTITUZIONE

Ottobre 19th, 2015 Riccardo Fucile

SE N’E’ ACCORTO ANCHE LUI CHE COSI’ I RICCHI PAGHERANNO DI MENO…GLI EMENDAMENTI: FRANCHIGIA SULLA PRIMA CASA, CONTANTE A 1000 EURO, SOLDI PER LA SANITA’

La “contromanovra” per ora è un pacchetto di dieci emendamenti e un documento dal titolo «Più equità , più investimenti ».
Ma domani la sinistra dem si riunisce per mettere a punto la strategia.
Dovrebbero essere un centinaio i parlamentari del Pd disposti a una battaglia per portare a casa il risultato di cambiare la legge di stabilità  del governo.
Lotta dura ma dentro il Pd, non in vista di una scissione.
Una trincea nel partito di Renzi i cui confini sono tracciati dall’ex segretario Pier Luigi Bersani, da Gianni Cuperlo e Roberto Speranza. Bersani parla di «incostituzionalità » della scelta di cancellare per tutti la tassa sulla prima casa.
E questo diventa il primo pomo della discordia.
«Le scelte sul fisco — ripete — sono contro la Costituzione. Dire che a parità  di welfare abbassare le tasse è buono e giusto, è come dire “viva la mamma”.
Ma cosa vogliamo fare dell’articolo 53 della Costituzione che parla di progressività ? ». Contrattacca la ministra Maria Elena Boschi: «Non è la prima volta che Bersani fa polemica ».
E i renziani ironizzano: «Ormai è una barzelletta, e siamo al congresso permanente». Il premier Renzi ieri ha chiesto ai presidenti del Pd di Camera e Senato, Ettore Rosato e Luigi Zanda, di riunire i gruppi parlamentari sulla manovra.
Ecco quindi il primo emendamento della sinistra, già  pronto e che riprende una vecchia proposta bersaniana: franchigia per tutti nella tassa sulla casa fino a 400 euro, poi si paga l’eccedenza che sarà  in base alla collocazione catastale e alla metratura.
Federico Fornaro, che l’ha materialmente scritto con Cecilia Guerra, calcola un risparmio grazie a questa modulazione di 1 miliardo e mezzo.
«Si arriverebbe a esentare dal pagamento — spiega Fornaro — il 64% dei proprietari». Queste risorse potrebbero andare ad aggiungersi al Fondo sulla sanità  oppure al budget a disposizione per combattere la povertà  che è per ora di 600 milioni.
L’altro cardine della “contromanovra” di sinistra è l’altolà  all’aumento del contante da mille a tremila euro.
Una misura su richiesta della destra, dell’Ncd, dei verdiniani e di Forza Italia secondo la minoranza del Pd — e a cui il partito non può sottostare.
Non solo per ragioni di evasione fiscale evidentemente più semplice, ma anche per il rischio di corruzione e per le porte aperte alla piccola criminalità .
Lo sottolinea anche Rosy Bindi, presidente della commissione Antimafia. La sentrice Guerra ricorda che in Francia il tetto di cash era di tremila euro, poi per combattere il finanziamento al terrorismo da settembre è stato ridotto a mille euro.
Cuperlo ricorda il “no” del ministro Padoan di un anno fa. «Perchè ora chiede il leader della sinistra dem — ha cambiato idea e linea? ».
Speranza si appella agli iscritti: «Sarebbe interessante consultare il Pd, i nostri iscritti, sul taglio delle tasse sulla casa in legge di stabilità , su questo meccanismo da Robin Hood al contrario per cui si fa un regalino a chi ha già  di più».

Giovanna Casadio
(da “La Repubblica”)

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IL NODO DELL’IRRILEVANZA: ORA LA MINORANZA PD VUOLE SOSTITUIRSI A VERDINI

Ottobre 6th, 2015 Riccardo Fucile

RENZI HA BISOGNO DEI VOTI DI VERDINI ANCHE SU FISCO E GIUSTIZIA… E BERSANI PENSA DI OFFRIRE A RENZI LA POSSIBILITA’ DI EVITARLO

A Palazzo Chigi un altro attacco così non se lo aspettavano. Ma non se ne sorprendono. Anzi, se lo spiegano benissimo.
Pierluigi Bersani torna ad attaccare l’appoggio di Denis Verdini al governo sulle riforme perchè, spiegano i più vicini al premier, la minoranza Dem comincia davvero a essere all’angolo, irrilevante in Parlamento e sulla scena politica, in nome dell’unità  del Pd registrata finora nelle votazioni sul ddl Boschi.
Ma, se Verdini davvero offrirà  a Matteo Renzi i voti dei suoi parlamentari sulla riforma del fisco e della giustizia, oltre che sulle riforme costituzionali, il premier li accetterà .
Che male c’è? Dicono i suoi, che considerano passeggere le minacce dei verdiniani di non votare le riforme per la sospensione di 5 giorni decisa nei confronti di Barani e D’Anna per i gesti sessisti di venerdì scorso in aula.
E infatti hanno ragione: stasera, in un voto segreto sull’articolo 6 del ddl Boschi, solo due verdiniani si dissociano, gli altri 11 votano col governo.
“Non mi preoccupo di Verdini e compagnia. Mi preoccupo del Pd e delle politiche di governo”, scrive Bersani con un post al vetriolo su Facebook.
“Sembra che valori, ideali e programmi di centrosinistra si sviliscano in trasformismi, giochi di potere e canzoncine. Sembra, e non da oggi, che ci sia una circolazione extracorporea rispetto al Pd e alla maggioranza di governo. Tanta nostra gente pensa che sia ora di rendere più chiaro dove si stia andando, senza cortine fumogene, giochi di parole e battute assolutorie. Anch’io la penso così”, conclude l’ex segretario del Pd.
Eppure le riforme costituzionali filano lisce al Senato.
Nel senso che l’accordo tra renziani e non renziani del Pd sull’elettività  dei senatori regge: è stato approvato sabato con l’ok dell’aula all’articolo 2.
Dunque, perchè questa nuova polemica?
“Non credo sia utile che ogni settimana, anche da parte di Bersani, si costruisca una nuova polemica. Il rispetto per il Pd è anche non aprire ogni giorno un fronte interno e non alimentare tensioni che non servono a nessuno”, commenta il vicesegretario Dem Lorenzo Guerini. Il resto sembra una storia già  scritta.
E’ la storia di un congresso perso e di un Pd che cambia a passo di carica con la nuova segreteria renziana forte negli appoggi parlamentari e nei centri di potere del Belpaese.
E’ anche la storia dell’irrilevanza dei Dem per come sono stati conosciuti finora: lo scontro interno non porta nulla alla minoranza che alla fine è costretta a prendersi ciò che concede la dirigenza, come è accaduto sul ddl Boschi e non solo.
E’ la storia di una metamorfosi in cui la parte nuova soppianta quella ‘vecchia’ senza che questa riesca a mantenere una visibilità  pur ridotta.
Tutto questo oggi esplode ancora una volta: i non renziani non riconoscono casa se accanto ai simboli del Pd ci trovano i voti di Verdini. Perchè con i voti dell’ex forzista viene a mancare ogni terreno di contrattazione con il premier che a questo punto ha una maggioranza più larga. E non solo sulle riforme.
Da parte sua, Renzi sottolinea – come ha fatto ieri a ‘In mezz’ora’ – che Verdini ha votato le riforme già  quando era in Forza Italia, quando c’era il Patto del Nazareno per cui tutto il partito di Berlusconi votava le riforme costituzionali.
Ma se in futuro il senatore ex berlusconiano deciderà  di votare con la maggioranza anche su fisco e giustizia, il governo non potrà  dire no.
Il programma di riduzione delle tasse annunciato dal premier in effetti piace molto a destra: è politica più affine a Berlusconi che alla storia del Pd per come è stato conosciuto finora.
Quanto alla giustizia, è Verdini a chiarire – ieri su Skytg24 – che “non toccherebbe i miei fatti visto che i miei processi si stanno già  svolgendo e, peraltro li ho già  subiti tutti mediaticamente, che è ancora peggio”.
Dunque, non c’è merce di scambio in ballo. Si vedrà . Per ora c’è che la politica di Renzi convince Verdini. Mentre Bersani e i suoi se la ingoiano in nome dell’unità  del Pd.
Bersani ha sempre escluso la scissione da quella che considera ancora la sua ‘casa’ Pd. Oggi chiede al segretario di chiarire identità , valori, strategie del Partito Democratico, gli chiede dove voglia portarlo con Verdini a bordo.
Al Senato il senatore di minoranza Pd Vannino Chiti, in prima linea nella critica alle riforme costituzionali renziane, ci spiega che “se Verdini vuole votare le riforme bene, ma non si vada oltre”.
Cioè “non può entrare stabilmente in maggioranza”.
Su questo ci vorrebbe “un chiarimento” circa la natura del Pd. Per esempio, e qui Chiti torna su un vecchio cavallo di battaglia della attuale minoranza, “condivido le primarie per il candidato premier o per il sindaco ma non per il segretario.
Continuo a non capire perchè il segretario del partito debba essere scelto da chi passa per strada e non dagli iscritti. Il punto è che ora nel Pd si fa così perchè lo abbiamo voluto anche noi e qui faccio autocritica. Però ora bisogna parlarne con Renzi e capire se vuole cambiare o no…”.
Presumibilmente l’occasione per parlare sarà  l’assemblea nazionale che il Pd convoca solitamente a fine anno (oltre che a giugno/luglio).
Per oggi, Bersani non arriva a chiedere cose specifiche, tipo la modifica delle regole sulle primarie. Indica semplicemente il suo nuovo cavallo di battaglia, da qui ai prossimi mesi. Esprime un grido d’allarme: quello di chi si addolora per una mutazione genetica del Pd che non lascia feriti (politici) sul campo.
Almeno nel Palazzo.

(da “Huffingtonpost”)

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RENZI-BERSANI INCONTRO DECISIVO OGGI A PIACENZA PER FRENARE L’ALLUVIONE DEL PD

Settembre 17th, 2015 Riccardo Fucile

DAL FACCIA A FACCIA PUO’ PASSARE IL FUTURO DELLE RIFORME E DEL PD

È l’incontro. Anzi, l’Incontro da cui può dipendere l’alluvione o meno del Pd.
Matteo Renzi e Pier Luigi Bersani si sono dati appuntamento oggi a Piacenza. Dopo gli impegni ufficiali del premier nelle zone alluvionate. L’ex segretario del Pd, invece, è già  lì.
Gli staff, al momento, si sono confermati l’appuntamento. E forse proprio l’organizzazione del “faccia a faccia” spiega i toni morbidi seguiti allo strappo più duro sulle riforme, da ambo le parti.
Per ora non solo non si registrano “bordate” dei falchi renziani verso la minoranza, ma nemmeno annunci di “Vietnam” da parte della sinistra. O, quantomeno, toni critici verso la “forzatura” in atto sulle riforme.
L’incontro è confermato dallo stesso ex segretario. Che su Facebook usa le più classiche formule di rito per smorzare l’attenzione dei riflettori: “Non mi risultano incontri riservati. Sia chiaro che per me a Piacenza si parla di alluvione, mentre ci sono ancora frazioni isolate e gente che spala fango dalle case, e spero se ne parli seriamente. Di tutto il resto c’è sempre stata la disponibilità  a parlarne a Roma”.
Ma è evidente che nell’alluvionata Piacenza si capirà  se ci sarà  o meno la frattura all’interno del Pd. E come arriveranno Pier Luigi Bersani e Matteo Renzi alla direzione di lunedì, che sarà  preceduta dalla “chiusura” di Bersani alla Festa dell’Unità  di Bologna, la sera prima.
Il premier si presenta a Piacenza forte dei numeri, garantiti dal duo Lotti-Verdini, che hanno assicurato che sono sufficienti a reggere la conta.
Bersani, raccontano i ben informati, ha la forza di 25 irriducibili, ma soprattutto un ragionamento di fondo: “Se le riforme passano con i voti di Verdini e senza la sinistra, politicamente è finito il Pd e la legislatura cambia completamente il segno. E la vittoria numerica potrebbe diventare una sconfitta politica”.
Quasi un alluvione. E chissà  se proprio a Piacenza sarà  evitato o annunciato.

(da “Huffingtonpost”)

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BERSANI: “SENATO ELETTIVO O NON VOTO”

Settembre 11th, 2015 Riccardo Fucile

APPLAUSI ALLA FESTA DELL’UNITA’ DI FIRENZE

«Voterò la riforma soltanto se si supererà  lo stallo sull’articolo 2, ma la vedo dura». Alla fine di una giornata iniziata con il primo incontro della commissione bicamerale del Pd sul ddl Boschi, Pier Luigi Bersani torna a battere i pugni dalla festa del Pd di Firenze.
A casa del premier-segretario gli applausi per lui si sprecano e l’ex leader invia un segnale a Palazzo Chigi.
Il tasto su cui batte Bersani è sempre lo stesso: modificare l’articolo 2 del disegno di legge sulla riforma, quello sull’elettività  del Senato.
Dunque, anche se il sottosegretario alle riforme Luciano Pizzetti esclude la fiducia sul punto, le distanze restano siderali. Nella prima riunione del tavolo sulle riforme, che si è tenuta ieri a Palazzo Madama e che tornerà  a riunirsi stamane alle 10,30, si è aperto il confronto.
È stato definito un metodo, ma, assicurano, «non si è entrato nel merito delle questioni».
Il nodo elettività  non è stato affrontato, ma si è discussa la ridefinizione delle funzioni e le competenze del nuovo Senato delle autonomie.
Al tavolo hanno preso parte Maria Elena Boschi, Pizzetti, i capigruppo di Camera e Senato, Ettore Rosato e Luigi Zanda, Emanuele Fiano, la capogruppo in Commissione affari costituzionale Doris Lo Moro e la deputata Barbara Pollastrini, entrambe della minoranza.
Un incontro preliminare che non è risultato divisivo.
D’altro canto, «è già  un fatto positivo aprire un tavolo istituzionale — ha spiegato la Lo Moro, che è anche uno dei firmatari del documento dei dissidenti».
Ma, continua, «il problema è politico, anche se non escludo che il tavolo istituzionale possa sciogliere i nodi politici». Però gli interventi migliorativi non riguarderanno l’elettività  del Senato.
Avverte il vicesegretario Lorenzo Guerini: «Qualcuno non pensi di riportare le lancette dell’orologio al punto zero, significherebbe mettere in discussione la possibilità  di arrivare fino in fondo».
Si lavora sì «ad una soluzione che sia condivisa tra Camera e Senato, perchè ovviamente ci auguriamo che questa sia la lettura definitiva», ha detto il ministro Maria Elena Boschi.

Giuseppe Alberto Falqui
(da “Il Fatto Quotidiano”)

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BERSANI SI RIPRENDE LA FESTA DELL’UNITA’: A BOLOGNA SARA’ LUI A CHIUDERE LA FESTA

Agosto 21st, 2015 Riccardo Fucile

AD APRILE NON ERA STATO INVITATO, ORA LA RIVINCITA

Una novità  che rompe un’antica liturgia: la chiusura della festa dell’Unità  di Bologna, una delle più importanti e storiche, sarà  appannaggio di Pierluigi Bersani e non del segretario in carica, quel Matteo Renzi con cui l’ex ministro spesso si è scontrato in questi mesi. Dopo le polemiche sollevate dal mancato invito dell’ex segretario da parte del Pd, all’ultima Festa dell’Unità  nazionale a Bologna, ad aprile, la dirigenza cittadina dei dem ha invitato Bersani come ospite d’onore.
Oltre a Bersani sarà  sicuramente presente anche il premier e segretario nazionale del Pd Matteo Renzi che ha già  annunciato, alla Festa dell’Unità  di Reggio Emilia di qualche giorno fa, la sua partecipazione.
Ad aprire la kermesse sarà  il vice-segretario dem Debora Serracchiani.
Ad aprile scorso, a Bologna, si erano festeggiati i 70 anni della Festa dell’Unità  con una kermesse straordinaria a carattere nazionale che aveva visto la partecipazione dello stesso Presidente del Consiglio e di vari ministri del suo governo.
Nella lista degli invitati, però, mancavano i nomi di Bersani e di Gianni Cuperlo, fatto che aveva suscitato l’indignazione dei parlamentari dem della minoranza e soprattutto dei volontari della Festa che ne assicurano ogni anno la sopravvivenza e sono particolarmente legati a Bersani. Il Pd emiliano-romagnolo, con le feste dell’Unità , come risulta dal bilancio del partito presentato ogni anno, copre il 99% dei finanziamenti al partito.
Il Pd bolognese aveva declinato ogni responsabilità  per l’esclusione dei due big della minoranza, riferendo che gli inviti erano partiti dal Pd nazionale.
Dopo giorni di polemiche, aveva fatto parziale dietrofront, chiamando in extremis Gianni Cuperlo per la chiusura della kermesse e il premier Renzi aveva dato ragione a Bersani che aveva espresso la sua amarezza per il mancato invito.
“Bersani ha ragione, giustissimo chiamarlo, hanno chiamato i ministri e non gli ex segretari. Noi lo andiamo a prendere in macchina” aveva detto alla trasmissione tv di La7, ‘Otto e mezzo’.

(da “Huffingtonpost”)

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BERSANI: “CONFUSI E AI MARGINI, L’ITALIA DI RENZI NON CONTA NULLA”

Luglio 8th, 2015 Riccardo Fucile

TIMORI SUL FUTURO DELLA SINISTRA

“Posso accettare che non siamo nè Merkel nè Tsipras, purchè diciamo qualcosa di preciso”.
Pier Luigi Bersani assiste con perplessità  alla gestione della crisi greca da parte del Governo di Matteo Renzi e sulle pagine di Fatto Quotidiano prova ad avanzare la sua ricetta. “Serve uno scatto di reni” dice l’ex segretario del Pd, che preme per “la gestione comune di una parte del debito pubblico e dello squilibrio delle bilance commerciali dentro la zona euro”.
Senza questo, i rischi sono elevati.
Bersani spiega: “Primo: L’extra debito, quello sopra il 60% del Pil, la soglia prevista da Maastricht, dovrebbe essere gestito con un meccanismo in cui ognuno paga il suo, ma la gestione in comune consente un abbassamento del carico su ogni Paese. Secondo: mentre noi facciamo politiche di rigore, chi è in surplus, come la Germania, dovrebbe allargare i cordoni della borsa”.
Nella trattativa, la posizione italiana è ai margini.
“L’Italia deve far sentire la sua voce, è un paese troppo importante per non essere in grado di farsi sentire. Noi non siamo la Grecia, possiamo ben dire che se salta l’Italia salta l’Europa. Non è possibile che un paese come il nostro non riesca a pesare”.
E sulla Merkel, Bersani dice che “quello che le si può rimproverare è che una cosa è il comando, una è la leadership. Non si vive di solo pane”.
E alla sinistra lancia un avvertimento: “Ai socialisti europei, a partire dal tedesco Sigmar Gabriel, dire che la sinistra esiste in natura, se non la interpreti il rischio è che lo faccia qualcun altro. Magari più scomposto di te”.
Questo concetto viene sviluppato nell’intervista alla Repubblica, in cui Pier Luigi Bersani sottolinea che in Grecia “hanno vinto i poveracci, i giovani senza lavoro, i disoccupati, gli studenti che stavano con il NO. Questo alla sinistra dovrebbe bastare, perchè è il nostro popolo”.
E nella gestione della crisi greca sarebbe “meglio un’uscita a sinistra”, visto che “Tsipras chiede più Europa, più solidarietà , a differenza della Le Pen che in Francia chiederebbe meno Europa e meno solidarietà “.

(da “Huffingtonpost“)

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INTERVISTA A BERSANI: “NEL PD NON CI SONO PADRONI, NON VOTERO’ PER FORZA QUESTA LEGGE”

Aprile 26th, 2015 Riccardo Fucile

“IN NESSUNA DEMOCRAZIA LE COSTITUZIONI E LE LEGGI ELETTORALI LE FANNO I GOVERNI”… “SU QUESTI TEMI NON ESISTE DISCIPLINA DI PARTITO”

Pierluigi Bersani avverte Matteo Renzi sull’Italicum: «Non siamo un partito che ha un padrone. Su temi come questi non può esserci un meccanismo nè di disciplina di partito nè di corrente. Ogni parlamentare dovrà  prendersi singolarmente la sua responsabilità  ».
L’ex segretario del Pd sceglie la sua Piacenza per replicare al premier, che ha minacciato la crisi di governo, se la nuova legge elettorale non verrà  approvata.
La città  dove ieri ha concluso le manifestazioni per il 25 aprile.
Precedute su twitter da un messaggio che la dice lunga sul suo stato d’animo.
«Per me, il 25 aprile è il coraggio di pagare il prezzo delle proprie idee».
Prima del corteo, Bersani passeggia salutando la folla e stringendo molte mani. Poi si ferma a parlare.
E bolla la minaccia di Renzi come «una pressione indebita sul Parlamento: in nessuna democrazia le costituzioni e le leggi elettorali le fanno i governi. Non vedo quindi nessun collegamento tra la discussione che si è aperta e la vita del governo».
Alla domanda se alla fine voterà  contro l’Italicum, la sua risposta non lascia dubbi. «Nelle regole della nostra ditta c’è scritto che di fronte a temi costituzionali ogni parlamentare deve prendersi singolarmente la sua responsabilità ».
Ribadisce che in ogni caso lui «resterà  nel Pd» ma «sulla legge elettorale non si è riusciti a chiarire bene che cosa è in gioco. Qui non si sta discutendo di un comma di una legge elettorale, ma dell’incrocio tra la legge elettorale e la riforma della Costituzione. Quindi si sta cambiando il sistema, cosa che meriterebbe un po’ di attenzione. Può venire il dubbio che andiamo verso un presidenzialismo senza contrappesi, un meccanismo sconosciuto a tutte le democrazie del mondo, può esserci questo rischio. È una cosa da poco»?
Si sfoga: «Siamo un partito democratico, ma c’è modo e modo di gestirla questa democrazia. Non siamo certo un partito che ha un padrone».
Allarga le braccia: «Diciamo con un eufemismo che la discussione interna può essere ben migliorata».
Non risparmia un’altra frecciata a Renzi.
«Chi ha la responsabilità  di dirigere questo partito ha il dovere di cercare la sintesi nel pluralismo, che è una ricchezza del nostro partito». Cita perfino il codice etico del Pd.
Il pensiero torna al messaggio su twitter sul coraggio di pagare il prezzo delle proprie idee. Un concetto che per Bersani «ha un significato nella vita di tutti i giorni».
Non solo il 25 aprile.
«È ovvio che il prezzo di allora era ben più alto. Oggi difendere le proprie idee non costa così tanto e ci aspetterebbe che tutti lo facessero. Invece non accade sempre». Quasi a sottolineare lo stupore per la mancata attenzione riservata alle obiezioni della minoranza del Pd.
Come l’ultimo sgarbo per il mancato invito alla festa del Pd di Bologna.
Bollato da Renzi come «errore». Salvo aggiungere la battuta: «Gli manderemo la macchina così non deve venire a piedi».
Bersani taglia corto: «Non si può prendere tutto come uno scherzo. Per il me il caso è chiuso, ma non vorrei solo che i volontari pensassero che dopo trent’anni ho deciso di non andare, perchè qualcuno aveva fatto girare anche questa voce».

Andrea Montanari
(da “La Repubblica“)

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QUANDO RENZI DICEVA: “SENATO NON ELETTIVO E’ IMPRESCINDIBILE”

Aprile 17th, 2015 Riccardo Fucile

ORA CAMBIA IDEA E APRE ALLA MEDIAZIONE, MA PER LUI E LA BOSCHI ERA “UN PALETTO DELLA RIFORMA”

Il Senato non elettivo a qualsiasi costo. Ma anche no.
Dopo più di un anno di polemiche, Matteo Renzi cambia idea nella sala d’aspetto di un aeroporto prima di volare negli Stati Uniti.
Se la minoranza Pd vuole che la seconda camera sia eletta dai cittadini, insomma bastava dirlo.
Quindi: il corteo dal presidente della Repubblica e le barricate; l’approvazione del ddl in Parlamento con le opposizioni fuori dall’Aula; sei mesi di battaglie tra “bene e male” o “tra rottamatori e gufi”; la minoranza Pd che si dimette dalla commissione a Palazzo Madama; lo scontro con il presidente del Senato Pietro Grasso; le direzioni e i voti bulgari in assemblea; Civati che dice che se ne va e poi resta.
Quello era prima. Il presidente del Consiglio dice che se proprio vogliono Palazzo Madama eletto dai cittadini, se lo prendano pure.
Eppure non possiamo averlo sognato: c’è stato un tempo in cui Renzi aveva fatto del Senato non elettivo la sua crociata.
C’è stato un tempo in cui il segretario del Pd diceva che la non eleggibilità  del Senato era il “paletto della riforma” e “l’elemento imprescindibile”.
La prima volta che lo ricordiamo aver pronunciato il requiem per Palazzo Madama era il 15 dicembre del 2013.
Segretario Pd da poche settimane, forse già  tramava la spallata a Enrico Letta, e intanto annunciava quello che sarebbe stato il suo cavallo di battaglia principale: ”Alla prossima legislatura noi non eleggiamo più 315 senatori, perchè il Senato non deve più avere una funzione elettiva”.
Poi in primavera, quando la discussione era entrata nel vivo, a parlare era stato il ministro per le Riforme Maria Elena Boschi: “Il testo”, disse il primo marzo 2014, “può essere modificato fermo restando che “l’elemento imprescindibile è che non ci sia l’elezione diretta dei senatori”.
Il primo scontro campale per Renzi era stato con il presidente del Senato il 30 marzo 2014 a poche ore dal Consiglio dei ministri che licenziò il famigerato ddl Boschi: “Il combinato disposto del disegno di legge”, disse Grasso, “con l’Italicum mette a rischio la democrazia”.
Colpi dall’alto che però non fecero cambiare di una virgola la posizione di Renzi. Anzi solo 24 ore dopo si presentò in conferenza stampa per annunciare la grande svolta: “Intendiamo superare il bicameralismo perfetto con quattro paletti per il Senato: no a fiducia, no a voto su bilancio, no elezione diretta per i senatori, no indennità ”.
Punti irrinunciabili e guai a chi li avesse toccati: “Sono molto colpito da questo atteggiamento del presidente Grasso. Io su questa riforma ho messo tutta la mia credibilità ”.
Il leader Pd vantava il sostegno delle migliori occasioni: “E’ noto da tempo che il presidente Giorgio Napolitano ha espresso la sua convinzione in merito”.
No agli “struzzi che mettono la testa sotto la sabbia”, ora “la classe politica rischia insieme ai cittadini”, disse nelle stesse ore a SkyTg24.
Nella crociata renziana contro il Senato elettivo si era messo poi a creare problemi Vannino Chiti con un disegno di legge appoggiato da un gruppo di parlamentari dissidenti.
Erano gli albori dello scontro interno al Pd, che poi non è mai andato molto oltre.
Così il 22 aprile Maria Elena Boschi “proponeva, ma non pretendeva” di ritirare il ddl che nel frattempo le opposizioni (5 Stelle in prima fila) avevano detto di essere pronte a sostenere.
Un invito sottile a fare un passo indietro per “il bene del Paese e dell’intera popolazione”, quasi fosse una scelta solo patriottica, in vista dell’incontro di Renzi con i premier europei: “Se ci presentiamo agli appuntamenti”, diceva a Repubblica la ministra, “avendo approvato la riforma del Senato e del Titolo V, avremo una maggiore credibilità ”.
E lì il pezzo forte della difesa renziana del Senato non elettivo: “Avevo 15 anni quando l’Ulivo mise, nelle sue tesi, l’idea di un Senato non elettivo, sul modello tedesco. Nessuno gridò allo scandalo”.
Mentre in commissione a Palazzo Madama ci si metteva pure Forza Italia (erano ancora i tempi d’oro del patto del Nazareno quando il soccorso azzurro faceva sognare grandi riforme a Renzi) a chiedere il Senato eletto dai cittadini, anche il vicesegretario Lorenzo Guerini scese in campo in difesa del punto irrinunciabile: “Il Pd non è una caserma”, disse al Mattino il 24 aprile, “e la circolazione delle idee è non solo garantita ma auspicabile. Sul Senato che vogliamo per il futuro c’è un’idea molto chiara, risultato di un percorso avvenuto anche all’interno del partito. Questo l’orizzonte a cui facciamo riferimento. Sono certo che l’impianto reggerà ”.
Renzi del resto aveva le idee chiare: una Camera delle Autonomie con rappresentanti di secondo livello è la soluzione imprescindibile.
“Dietro l’eleggibilità  diretta del Senato”, disse a “In 1\2 ora” il 27 aprile, “c’è la produzione di ceto politico”.
Non ci credevano tutti dentro il partito, tanto che a giugno i dissidenti lasciarono la commissione a Palazzo Madama in aperta polemica.
Dettagli sulla strada del cambiamento e che in nome del dopo il presidente del Consiglio si limitò a digerire con fastidio: “Trovo davvero sorprendente che tutte le volte che c’è il tentativo di fare una battaglia in Europa sostenendo le riforme in cambio della flessibilità , uno prende l’aereo e non fa tempo ad atterrare che emerge che c’è parte del suo partito, ancorchè minoritaria che riapre discussioni che sembravano chiuse. Il compromesso raggiunto è il migliore possibile”.
Ma quello era solo l’inizio dell’estate di fuoco con Palazzo Madama pronto alle barricate.
Così il 30 luglio 2014, a pochi giorni dal primo sì in Senato al ddl Boschi Renzi diceva: “Approveremo tutto in prima lettura, nonostante le urla e gli insulti. Faremo le riforme a ogni costo: non sono il capriccio di un premier autoritario. Ma l’unica strada per far uscire l’Italia dalla conservazione, dalla palude, dalla stagnazione che prima di essere economica rischia di essere concettuale. Io non lo lascio il futuro ai rassegnati”. Seguì l’approvazione del ddl Boschi a Palazzo Madama, poi alla Camera.
E in entrambi casi con uno scontro con le opposizioni arrivato allo stremo.
Renzi ora a sorpresa cambia tutto per vincolare un appoggio alla legge elettorale e forse salvarsi dai sondaggi sempre più in calo.
Resta da capire come farlo tecnicamente e se il gioco dell’oca deve ripartire da zero. Ma il come, ancora una volta, sembra essere un dettaglio.

Martina Castigliani
(da “il Fatto Quotidiano”)

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