Settembre 1st, 2013 Riccardo Fucile
IL SINDACO DI FIRENZE RIEMPIE LE PIAZZE CON GLI ELETTORI DI CENTRODESTRA
Rottamare le correnti del Pd? 
“Benissimo, sono pronto a collaborare fino in fondo, ma dico anche con grande amicizia e serenità che non ho mai visto una corrente così organica come quella che potremmo chiamare renziana”.
L’ex segretario Pierluigi Bersani replica così a Matteo Renzi, che il giorno prima a Forlì, lanciando di fatto la propria candidatura a segretario nazionale, ha messo al primo punto del suo Pd la cancellazione delle correnti.
E per un momento, di fronte alla prossima stagione congressuale, rivive il vecchio duello andato in scena con le primarie dello scorso anno.
“Sono pronto a collaborare e fare un partito federale”, dice Bersani dal palco della festa democratica di Bologna.
Ma se si va a vedere in Parlamento, aggiunge l’ex segretario “nel nostro gruppo sono successe cose mai viste, tipo la presentazione di mozioni o di leggi di correnti. Ma no! Se Renzi deve smontare l’eccesso di correntismo e fare aree politiche che non siano fedeltà a una persona sono d’accordissimo. Però sincerità e teniamo legati i fatti alle parole”, incalza Bersani.
Così come il viceministro dell’economia Stefano Fassina: “Spero che intenda eliminare non solo le altre correnti, ma anche la corrente di cui lui è a capo, che è una delle più strutturate”.
Renzi per ora non reagisce. Lo farà forse oggi alle 18, quando salirà sul palco della festa nazionale di Genova.
Per ora si gode l’effetto rientro, dopo la folla entusiasta che si è trovato di fronte venerdì, prima a Forlì e poi a Reggio Emilia. “E quando mai si erano viste da noi 4mila persone così entusiaste?”, dice Marco Di Maio, il deputato 30enne segretario del Pd di Forlì. “A Reggio Emilia c’erano 8mila persone, stime della questura. Gli stand hanno fatto un record d’incassi”, aggiunge Andrea Rossi, sindaco di Casalgrande e dirigente organizzativo del Pd reggiano.
“Abbiamo visto bene le persone che c’erano: alla festa nella campagna di Forlì c’erano i vecchi compagni ma anche tanti elettori estranei al centrosinistra”, racconta Di Maio, un anno fa sostenitore di Bersani e oggi del sindaco di Firenze.
Niente facile ironia però: “La forza di Renzi sta anche nella sua capacità di attrarre consensi al di là dei confini nostri tradizionali”.
E se un anno fa in Emilia vinse Bersani, “oggi si è ribaltato tutto – dice il deputato di Forlì – la maggioranza sta con Matteo”.
D’altra parte, rileva il sindaco Rossi, “il popolo del centrosinistra è stanco delle delusioni, ha fame di vittoria. E dopo aver sofferto la in questi anni crisi vuole ora una speranza”.
Lo stesso Renzi non nasconde soddisfazione: “Questa volta è un film diverso, non mi fermano”, dice ai suoi. E se non è una ‘rivincita’, la sua scalata al Pd, ci assomiglia.
“Si avverte che il clima è cambiato, ora i corpi estranei sono gli altri”, dice Francesco Bonifazi, il deputato fiorentino che in veste di ‘chauffeur’ ha accompagnato Renzi nelle due tappe emiliane. “Ormai si è capito che c’è solo lui”, aggiunge.
Forse non ad Umbertide nel perugino però: “Alla festa Pd tutti i renziani sono stati esclusi dai dibattiti”, denuncia su Twitter il presidente della Provincia Marco Vinicio Guasticchi.
Massimo Vanni
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Giugno 15th, 2013 Riccardo Fucile
“IL GOVERNO DEL CAMBIAMENTO E’ ANCORA UNA PROSPETTIVA POSSIBILE”… “NON SO SE RENZI SIA STATO LEALE, ASSURDO ACCUSARCI SULLE REGOLE”
Stanzetta al secondo piano, molto più piccola di quella del segretario. Due bersaniani che non
hanno voltato gabbana: Stefano Di Traglia e Chiara Geloni.
Lui è alla scrivania, camicia senza cravatta, sigaro.
Pier Luigi Bersani, quattro mesi fa lei pareva a un passo da Palazzo Chigi. Cos’è successo?
«È successo che abbiamo perso 5 punti, un milione e 700 mila voti, a favore di Grillo. Un milione, forse più, erano gli arrabbiati. Gli altri pensavano che avremmo vinto lo stesso».
Invece avete continuato a perdere. Almeno il tentativo di fare il governo di cambiamento con i grillini è stato sincero? O metà partito si stava già mettendo d’accordo con Berlusconi?
«Parlare di sconfitta quando abbiamo un presidente del Consiglio è piuttosto curioso. Ma lasciamo perdere… Il mio è stato un tentativo convinto, e anche ragionevole: non prendi il 25% senza ingaggiarti. Puoi metterci un mese a capirlo, forse due; ma devi capirlo. Era solo questione di tempo. Infatti è proprio quello che sta accadendo».
Sta dicendo che il governo di cambiamento è ancora possibile?
«La mia idea è pragmatica e realistica: i governi di coalizione puoi doverli fare, ma non sono governi di scossa. Evitano un rischio, ma non sono motori di cambiamento. Le consultazioni in streaming non sono state inutili. Ora se le ricordano».
Renzi disse che lei si fece umiliare.
«Invece avevo la testa alta e rivolta in avanti, con l’idea di far ragionare un mondo. Oggi abbiamo un governo di servizio. Lo sosteniamo e lo sosterremo. Vi abbiamo impegnato i nostri migliori esponenti. Ma è compito di tutti noi tenere viva la prospettiva di un governo di cambiamento».
Lo smottamento in corso tra i grillini può far nascere un’altra maggioranza?
«Lo ripeto quattro volte con la massima chiarezza: io sostengo Letta, persona intelligente, capace e leale. Ma Berlusconi non pensi di avere in mano le chiavi del futuro. Ci pensi bene. Stavolta staccare la spina al governo non comporta automaticamente andare a votare. Gliel’ha detto persino Cicchitto».
Lei dopo il voto tentò di parlare con Grillo?
«Sì. Ma non è stato possibile».
Perchè però non avete colto il primo segnale di apertura e non avete votato Rodotà ?
«L’elezione del capo dello Stato implica la ricerca di una soluzione il più possibile condivisa. Ritirato Marini, abbiamo indicato Prodi, che compariva tra i candidati di Grillo. E se nelle file del Pd non ha avuto abbastanza voti il fondatore del partito, non credo proprio che li avrebbe avuti Rodotà ».
La accusano di non aver preparato bene la candidatura di Prodi. Non era meglio metterla prima ai voti dentro il partito?
«Io ho chiesto di votare a scrutinio segreto. Ma la reazione al nome di Prodi è stata un’ovazione unanime. Allora ho chiesto di votare per alzata di mano. Tutti hanno alzato la mano. Adesso tutti mi chiedono chi sono i 101. Io rispondo: parliamo prima dei 200 per Marini».
Ma molti dei 200 avevano espresso prima il loro dissenso.
«Non è così che si sta in un partito. Vorrei un partito in cui si dialoga con la base su facebook e su twitter, ma si ha il coraggio di seguire e difendere le scelte collettive».
Marini significava larghe intese. Con Berlusconi.
«Contesto in radice questa affermazione. Il nuovo capo dello Stato sarebbe stato nella pienezza dei suoi poteri, dall’assegnazione dell’incarico allo scioglimento delle Camere. E poi con Berlusconi abbiamo eletto Ciampi, in un momento in cui eravamo noi al governo e la conflittualità con la destra era da guerra mondiale. In ogni caso, alla fine non restava che chiedere a Napolitano il sacrificio di cui dobbiamo essergli grati».
Potesse tornare indietro si dimetterebbe ancora?
«Io non mi sono dimesso per ragioni personali, o per dispetto, sentimento che non conosco nella mia anima. Mi sono dimesso per fissare un punto: al prossimo congresso ragioniamo su cos’è un partito, cos’è una democrazia. Questo Paese è inchiodato, non cresce, non riesce a fare riforme, non ha un’idea del futuro, perchè è tarato su modelli personalistici o padronali o trasformisti o plebiscitari».
In tutte le democrazie ci sono i leader.
«Certo. Ma mentre le altre democrazie possono contare sulla stabilità che danno le formazioni politiche, da noi si alzano comete che durano molto o poco ma finiscono, e aprono vuoti d’aria di sfiducia. Cosa c’è dopo Berlusconi? Dopo Monti? Dopo Bossi? Dopo Grillo? Dopo Di Pietro? Grillo ora perde voti: qualcosa torna da noi; ma il resto va in sfiducia ulteriore».
Nel Pd dopo di lei potrebbe toccare a Renzi. Che cosa pensa davvero di lui?
«È un ragazzo sveglissimo, intelligente, fresco, pieno di energia. Può essere di enorme utilità per il Pd. Mi va bene tutto, ma non il vittimismo. Renzi non può dire che ora noi vogliamo cambiare le regole per danneggiarlo, dopo che io ho cambiato le regole per farlo partecipare alle primarie, separando il ruolo da segretario da quello di candidato premier. Possiamo decidere di tornare indietro, ma sarebbe davvero strano. A maggior ragione adesso, che il premier è un dirigente del Pd».
Renzi è stato leale con lei?
«Non lo so. Non ho cose da lamentare, se non lo scarso affetto per il collettivo. Voglio un partito che sia uno strumento al servizio della società civile, non uno spazio dove agiscono miniformazioni personalizzate. Magari fossero correnti; rischiano di essere filiere al servizio di una persona».
Quindi lei è per un segretario diverso dal candidato premier, eletto solo dagli iscritti?
«Nessuno può accusare di voler restringere il campo proprio me, che ho fatto due volte le primarie, e le ho vinte. E non si dica che l’esito è stato deciso da qualche burocrate; hanno votato milioni di persone. Ora Epifani propone: sganciamo i congressi di circolo e di federazione dal congresso nazionale. Sono d’accordo. Diamo tutto il tempo possibile e con il massimo di apertura a chi vuole iscriversi, anche a titolo speciale. Ma è il Pd che sceglie il suo segretario. Quando sarà il momento, discuteremo del candidato premier».
Se il Pd diventa un partito personale, magari spostato al centro, c’è il rischio di una scissione a sinistra?
«Sono radicalmente contrario. Non è accettabile il solo pensarci. Ma il rischio che tornino le vecchie faglie, Ds e Margherita, può prendere la mano. E il rischio si evita costruendo un grande partito europeo».
Perchè D’Alema ce l’ha tanto con lei?
«Ce l’hanno tutti con me? Pensi che invece io non ce l’ho con nessuno».
Neppure con la Moretti, che lei scelse come portavoce e non votò Marini?
«Con nessuno. Sono fiero di aver aperto il partito alle nuove generazioni. Che però devono maturare, devono capire che noi siamo un salmone controcorrente. Ci faccia caso: il Pd è l’unico a chiamarsi “partito”. Tutti gli altri, compreso Vendola, rifiutano quella parola. Berlusconi vuole trasformare il Pdl in un’azienda di soli managers. Noi dobbiamo tutti essere consapevoli della drammaticità della scelta di chiamarci partito democratico».
Quanto dura il governo Letta?
«Il governo non deve legare la sua vita solo al compimento delle riforme istituzionali. Deve durare fino a quando la democrazia non si prende un presidio, fino a quando non si vedano risultati di una riforma della politica e dei partiti di cui il Pd con il suo congresso deve essere il battistrada».
Secondo lei è davvero impossibile evitare l’aumento dell’Iva?
«La penso come Fassina: non possiamo togliere l’Imu a zio Paperone e scaricare l’aumento dell’Iva sul piccolo commerciante e sul consumatore. Noi dobbiamo rendere visibile il nostro punto di vista. Sta al governo trovare la mediazione. La priorità è il lavoro. L’Italia deve chiarire di essere disposta a stringere ancora di più il controllo politico sui bilanci, per superare le perplessità tedesche, in cambio di investimenti sul lavoro, subito. I benefici della fine della procedura di infrazione devono arrivare adesso, non a babbo morto. Aggiungerei anche il tema dei diritti, come le unioni civili, la cittadinanza. Trovo sconvolgenti le parole rivolte al ministro Kyenge. Mi aspetto che su un fatto del genere si faccia giustizia».
Perchè lei è contrario all’elezione diretta del capo dello Stato?
«Io non sono pregiudizialmente contrario al semipresidenzialismo. La mia preoccupazione è evitare derive plebiscitarie, che però esistono anche nell’altra ipotesi di riforma, il cancellierato. Discutiamo di entrambe, ma partendo dai contrappesi».
Aldo Cazzullo
(da “il Corriere della Sera”)
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Giugno 14th, 2013 Riccardo Fucile
VELTRONI LANCIA RENZI SEGRETARIO: “E IL LEADER SIA CANDIDATO PREMIER”
Saranno le scelte di Matteo Renzi a spostare gli equilibri del Pd.
Il corpaccione del partito è in movimento. Lunedì si riunisce la commissione per il congresso, formalmente inizia il percorso per eleggere il nuovo segretario e lo scontro sulle regole (primarie aperte a tutti o solo per gli iscritti; leadership debole e premiership forte) è la cartina di tornasole della sfida politica.
Un movimento scomposto, che vede l’offensiva di Bersani, l’ex leader; documenti e lettere inviati al segretario Epifani per denunciare (il correntismo) o per marcare le differenze: la riunione di Areadem, corrente di Dario Franceschini.
Correnti e spifferi, le chiama Renzi.
E verrebbe voglia di rovesciare il tavolo? «La tentazione a volte c’è perchè non si sa chi fa scacco matto…
«Comunque, «indifferente» – così si dichiara il “rottamatore” – a tutte queste riunioni di ex («ex segretario, ex ds»), perchè lui è per «next», il futuro prossimo.
Il sindaco fiorentino per orasi limita a dire che il Pd dovrebbe aprire le finestre, fare entrare «aria nuova e gente nuova», restituendo un po’ di speranza, invece di inutili discorsi che poi portano alla sconfitta. Non scioglie la riserva sulla sua candidatura come successore di Epifani.
A tirare la volata a Renzi è Walter Veltroni.
Dopo il gelo in fase rottamazione, tra Veltroni e il sindaco è ripreso il feeling.
«Renzi si candidi – esorta il fondatore del Pd – e il segretario democratico resti anche il candidato premier, è bene non cambiare lo Statuto».
Aggiunge, poi: «Le primarie siano aperte e Matteo sia più profondo, non bastano le battute».
In questo mosaico di posizionamenti, Franceschini a sua volta apre al sindaco fiorentino: «Le regole vanno concordate con Renzi», osserva. Nel vertice mattutino con Piero Fassino, Antonello Giacomelli, Marina Sereni e Ettore Rosato, il ministro per i Rapporti con il Parlamento non rompe con Bersani però non condivide l’impostazione che i bersaniani voglio dare al congresso.
La prima faglia si aprirà lunedì con l’elezione del presidente della commissione per il congresso: Bersani e Epifani punterebbero su Zoggia, che è a capo dell’organizzazione del partito.
Ipotesi che scatena la protesta dei “giovani turchi”, la sinistra del partito.
«Zoggia non èneppure pensabile, proprio perchè ha già un altro ruolo», attacca Francesco Verducci. «Almeno sul percorso troviamo equilibrio – invita Giacomelli, vice presidente dei deputati del Pd – . I documenti di queste ore? Poco convincenti, sinceramente. Siamo preparatissimi sull’organizzazione di competizioni interne ma l’attitudine al confronto di idee è un po’ arrugginita».
Pentito sulla rottamazione, Renzi? «No, casomai pentito diavere fatto troppo poco, perchè oltre ai politici bisogna rottamare le politiche, nel senso delle scelte politiche…
Invece di ascoltare i consigli di D’Alema di non esporsi troppo mediaticamente, ieri sera il sindaco è in tv, al Tg2, e detta due o tre cose che contribuiscano a fare uscire il Pd dall’afasia sull’agenda del governo.
Anche Epifani bacchetta sulle cose da fare. Il segretario su Facebook chiede al governo Letta di trovare soluzioni su «lavoroper i giovani, l’Imu e no all’aumento dell’Iva».
E si prepara sabato all’incontro con i socialisti europei a Parigi e con Hollande.
Tutta la sinistra riprende respiro e iniziative.
Oggi si riunisce “Rinnovamento della sinistra” con Nichi Vendola e Maurizio Landini. Domani mattina al Capranichetta il nuovo “Movimento 139” del sindaco di Palermo Leoluca Orlando e di Felice Belisario.
Giovanna Casadio
(da “La Repubblica“)
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Maggio 19th, 2013 Riccardo Fucile
DAL COLLE NESSUN PASSAGGIO FORMALE PER REVOCARLO. LO STRANO BUIO IN CUI FINàŒ TUTTO
“Ho riferito a Napolitano il lavoro di questi giorni, che non ha portato a un esito risolutivo”.
Era il 28 marzo, giovedì santo, quando Pier Luigi Bersani, nella Sala alla Vetrata del Quirinale, informava i giornalisti di non essere riuscito a trovare le condizioni per formare un governo.
Poche parole, la postura curva, un’espressione scurissima. Raggelata.
Nessuna domanda consentita. Un minuto dopo usciva il segretario generale della Presidenza della Repubblica, Donato Marra: Napolitano si è riservato di “prendere senza indugio iniziative che gli consentano di accertare personalmente gli sviluppi possibili”. Un’altra comunicazione secca. Nessuna apparizione di Napolitano.
Subito dopo una nota dell’ufficio stampa del Pd: “Bersani non ha rinunciato”.
Mai uscita di scena fu più confusa, più sfumata, più sfilacciata.
Bersani resta lì, con il suo pre — incarico ad aspettare.
Il giorno dopo Napolitano fa le sue consultazioni lampo. In serata vede la delegazione del Pd: Enrico Letta, nella veste di vice — segretario, e i capigruppo, Zanda e Speranza.
Chi c’era racconta che in quel colloquio del segretario congelato nessuno fece cenno. Nessuno chiese e nessuno chiarì quali dovevano essere le sorti di Bersani.
Alla fine della giornata, Napolitano non esce. Deve riflettere, fa sapere l’ufficio stampa. Comincia così una delle lunghe notti che hanno portato alla sua rielezione.
In tarda serata dal Quirinale vengono fatte trapelare voci sulle sue dimissioni.
La drammatizzazione della crisi è ai livelli massimi.
Si diffonde anche la notizia di una telefonata di Draghi.
Poi, nella tarda mattinata del sabato santo esce nella Sala alla Vetrata, più vispo di prima: “Posso fino all’ultimo giorno concorrere almeno a creare condizioni più favorevoli allo scopo di sbloccare una situazione politica irrigidita” . Non se ne va.
E dunque, nel frattempo va bene il governo Monti.
Poi, via con la nomina dei saggi. Quelli che di fatto scrivono il programma del governo oggi presieduto da Letta.
Su Bersani, ancora una volta, neanche una parola. Nè tanto meno un passaggio formale.
L’ex segretario del Pd ieri smentisce la notizia riportata dal Fatto del colloquio in cui D’Alema gli suggerì di farsi indietro a favore di Rodotà premier.
Notizia ripresa dall’Unità .
Dice Bersani: “Non si capisce come possa circolare la notizia a proposito di un mio rifiuto dell’ipotesi di Rodotà premier che mi sarebbe stata proposta. È un passaggio che non è mai esistito. Ho sempre detto che non avrei mai impedito la nascita di un governo di cambiamento se l’ostacolo fosse stato il mio nome ”.
Affermazioni generiche: del colloquio con D’Alema non fa cenno.
Piuttosto che smentire, Bersani potrebbe spiegare che cosa successe davvero in quei giorni.
Perchè non gli venne mai revocato il preincarico? Quali erano davvero gli accordi presi con Napolitano? Un mistero, uno dei tanti.
Commenta Arturo Parisi: “Non ci fu nulla di normale in quei giorni”.
Neanche il 22 marzo, in occasione del pre-incarico, i passaggi erano stati rituali. Era uscito prima Marra con il comunicato, poi lo stesso Napolitano, a specificare i confini entro cui il governo si poteva o non si poteva fare.
Con specifico riferimento alle “larghe intese” troppo difficili: un ammissione con rimpianto.
E dopo? Nulla di tutto questo.
Commentò Stefano Ceccanti, costituzionalista vicino al Presidente in un tweet: “Il bilancio delle consultazioni porta con sè in modo chiaro il dichiarare esaurito il pre-incarico di Bersani, sia pure implicitamente”.
Spiega adesso: “La nomina dei saggi di fatto fu il superamento di Bersani”. Di fatto.
Ma possibile che in passaggi istituzionali così delicati ci possano essere situazioni “di fatto”?
Racconta chi ha vissuto da protagonista quella fase che tutto rimase nel non detto e nell’ambiguità .
Una sorta di via d’uscita che voleva essere “onorevole” per Bersani. I fedelissimi dell’ex segretario oggi dicono che “forse” Napolitano telefonò all’altro.
“Forse”. Ma forse non ci furono neanche comunicazioni confidenziali chiare tra i due. Fatto sta che sia l’ex leader democratico che i suoi fedelissimi si mossero nella convinzione che un governo con Bersani premier fosse ancora possibile.
E con questo obiettivo cercarono di eleggere un Presidente che potesse conferirgli un altro incarico. O confermargli quello mai ritirato .
Nella storia della Repubblica italiana c’è un unico precedente: il pre-incarico dato da Scalfaro a Romano Prodi, dopo che il suo governo era caduto per mano di Bertinotti.
Fu lo stesso Prodi a rinunciare: “Non ci sono le condizioni”.
E toccò a D’Alema.
Affermazioni chiare, passaggi definiti. Nel non detto del Presidente e dell’ex segretario si consumò la rottura del Pd durante l’elezione del Colle.
Il finale è noto. Bersani in ginocchio da Napolitano per pregarlo di accettare la rielezione e la condizione posta dall’altro: il governo di larghe intese.
Quello che il Colle voleva dall’inizio.
Wanda Marra
(da “Il Fatto Quotidiano”)
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Maggio 16th, 2013 Riccardo Fucile
L’INCONTRO SEGRETO TRA MASSIMO E PIERLUIGI… LA MOSSA SUGGERITA DA D’ALEMA PER STANARE I GRILLINI, MA BERSANI RISPOSE. “VOGLIO GIOCARMELA FINO IN FONDO”
Pier Luigi Bersani ha sempre sostenuto, durante il suo preincarico, fatto di lunghi giorni sospesi nel vuoto e sul vuoto, che il tentativo di fare un governo di minoranza non era una “questione personale”, che per lui non cambiava fare “il comandante o il mozzo”.
Eppure i frammenti di verità che emergono adesso che a Palazzo Chigi c’è Enrico Letta vanno nella direzione contraria a quella indicata dall’ex segretario del Pd.
La conferma più autorevole arriva da Massimo D’Alema.
Interpellato dal Fatto su una sua strategia dell’attenzione per Stefano Rodotà nei due funesti giorni del disastro democratico sul Quirinale (giovedì 18 e venerdì 19 aprile), l’ex premier e ultimo leader carismatico dei postcomunisti fa sapere che “qualcosa di vero” c’è.
Ma non riguarda il Colle, bensì Palazzo Chigi.
Ecco la ricostruzione della mossa di D’Alema, in cui si ritrovano i tratti tipici della sua abilità politica, impastata con quel metodo togliattiano (realismo e intelligenza) che ha contribuito alle fortune di Giorgio Napolitano, altro ex comunista.
Tutto si consuma a ridosso dell’ultima decade di marzo, racchiusa tra due date limite: il preincarico al leader del Pd e la successiva decisione di Napolitano di “riassorbire il mandato” affidato a Bersani e di insediare una commissione di saggi per fare melina e arrivare all’elezione del nuovo capo dello Stato.
D’Alema si muove alla vigilia delle consultazioni del Colle, quando capisce che Bersani non andrà da alcuna parte con i suoi calcoli impossibili sul governo di minoranza, basati su una spaccatura dei grillini e su una manciata di assenze pilotate del centrodestra.
Calcoli più da amministratore che da politico, avrebbe detto sempre Togliatti, per il quale gli emiliani non dovevano guidare il “Partito” ma occuparsi solo delle feste dell’Unità .
Il ragionamento dalemiano è lineare: serve un disegno vero per neutralizzare l’ostilità del Quirinale, per cui l’unica via d’uscita sono le larghe intese, e costringere Grillo a scoprire le sue carte.
Così D’Alema incontra Bersani riservatamente.
Un colloquio teso tra due compagni-amici che sono ormai vicini alla rottura.
Dice l’ex premier: “Caro Pier Luigi secondo me devi valutare anche un’altra possibilità ”.
“Pier Luigi” ascolta, tortura un mozzicone di sigaro tra i denti e intuisce dove “Massimo” vuole arrivare.
Prosegue D’Alema: “Fai un passo indietro, vai dal capo dello Stato e proponi il nome di Stefano Rodotà come premier incaricato. Vediamo cosa fanno i grillini”.
La risposta di Bersani è no: “Massimo io me la voglio giocare fino in fondo”.
È qui che si apre la faglia tra la nomenklatura del Pd e il suo segretario e che porta al fallimento totale della “ditta” nel cupio dissolvi di aprile, quando i franchi tiratori bruciano nelle votazioni per il Quirinale prima Marini poi Prodi (che ieri ha peraltro lasciato intendere che non rinnoverà l’iscrizione al Pd).
Una fase che i detrattori interni di Bersani indicano come “l’autismo di Pier Luigi”, con l’allora segretario rinchiuso sempre più nel suo “tortello magico”, al punto da chiudere i canali persino con quasi tutti i suoi fedelissimi, salvo Errani e Migliavacca.
La mossa del riformista e pragmatico D’Alema, che si ritrova sulle posizioni di Civati e della Puppato, farà comunque proseliti nel partito, soprattutto tra i giovani turchi come Andrea Orlando e Matteo Orfini.
Ma sino alla fine non ci sarà nulla da fare.
Anche se lo schema di Rodotà premier circolerà ancora, soprattutto nel M5S, durante gli scrutini per il Quirinale.
Al Fatto, un’altra fonte vicinissima a D’Alema confida che “Massimo propose Rodotà per il Quirinale nella notte tra giovedì 18 e venerdì 19 aprile, prima che venisse ufficializzata la candidatura di Prodi”.
Ma D’Alema, appunto, fornisce una versione diversa.
Per lui la convergenza su Rodotà andava fatta a monte (consultazioni per Palazzo Chigi) e non a valle (elezione del nuovo capo dello Stato).
Una strategia, la sua, che rivela il vuoto bersaniano e culmina pure in uno scontro personale tra i due.
Accade subito dopo il plebiscito per il Napolitano-bis.
Di mattina presto, alle sette, un giornalista di “Piazzapulita”, programma di La7, ferma D’Alema per strada, che si lascia scappare: “Tutta questa vicenda è stata gestita male”.
Bersani s’infuria e lo fa sapere a “Massimo”, che a sua volta scrive un biglietto e lo spedisce al segretario, per chiarirsi.
Oggi, all’ex premier resta solo tanta amarezza, compresa quella di non aver fatto il ministro degli Esteri in un governo di larghe intese.
Colpa del Pdl: quando Berlusconi ha visto il suo nome e ha proposto Brunetta e Schifani per riequilibrare un eventuale esecutivo di big, lui, D’Alema, si è tirato indietro: “Se andavo agli Esteri era per le mie competenze e la mia esperienza, a prescindere, non perchè loro mettevano Brunetta”.
Fabrizio D’Esposito
(da “il Fatto Quotidiano“)
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Maggio 5th, 2013 Riccardo Fucile
“SIAMO VENUTI MENO A DECISIONI FORMALI E COLLETTIVE”… NELLA PARTITA DEL QUIRINALE ABBIAMO BRUCIATO IL GOVERNO DEL CAMBIAMENTO”
«Il mio unico desiderio è che queste dimissioni servano a qualcosa». 
Pier Luigi Bersani parla per la prima volta dopo il passo indietro da segretario Pd e l’insediamento del governo Letta.
In questa intervista ribadisce che il partito deve «sostenere con determinazione» l’esecutivo, stoppa «diktat e pretese senza fondamento» di Berlusconi (abolizione dell’Imu e presidenza della Convenzione) ma ripercorre anche quanto avvenuto nelle votazioni per il Quirinale: «In quel passaggio, nell’inconsapevolezza di tanti di noi, è tramontata la possibilità di un governo di cambiamento», dice puntando il dito contro «l’irrompere di ritorsioni e protagonismi spiccioli» e ammettendo che, «messi di fronte alla prima vera responsabilità nazionale da quando siamo nati, abbiamo mancato la prova».
E a cosa pensa dovrebbero servire le sue dimissioni, onorevole Bersani?
«A incoraggiare una discussione vera, a decidere delle correzioni profonde riguardo il nostro modo di essere. L’Italia è nei guai e ha bisogno che il Pd sia all’altezza del compito, che sia in grado di assumersi le proprie responsabilità . Certamente in questi anni abbiamo avuti problemi, ma siamo comunque riusciti ad essere i principali protagonisti politici di governo nella gran parte dei territori. Poi, messi di fronte alla prima vera responsabilità nazionale da quando siamo nati, non siamo riusciti a saltare l’asticella. Abbiamo mancato la prova».
Anche nel suo partito c’è chi l’ha criticata per la gestione della partita del Quirinale: come risponde a chi sostiene che è stato un errore puntare su Marini e a chi fa notare che poi la scelta di Prodi era figlia di uno schema totalmente opposto?
«Guardi, ho sentito ricostruzioni francamente favolistiche e giustificazioni di comodo di quel che è avvenuto, ma non ho intenzione di replicare o di ricostruire passaggio per passaggio quelle giornate perchè sarebbe doloroso per me e umiliante un po’ per tutti. Mi fermo su un punto incontestabile: noi siamo venuti meno a delle decisioni formali e collettive. Che possono essere variamente giudicate anche se io le ritengo assolutamente giuste, nelle condizioni date le uniche possibili e coerenti con i nostri deliberati ma che restano, ripeto, decisioni formali e collettive».
Che idea si è fatto, perchè il Pd non ha tenuto nel passaggio sul Quirinale?
«Già nei giorni precedenti la scelta del presidente della Repubblica, ci eravamo indeboliti caricandoci addosso la responsabilità dello stallo nella formazione di un governo. Un’idea sbagliata, fatta circolare anche dentro il nostro mondo. Poi, quando si è trattato di applicare una decisione che avevamo assunto, quella cioè di cercare un presidente largamente condiviso fino a prova contraria, la prova contraria che io avevo immaginato potesse provenire dagli altri è invece venuta da noi. E nella fase successiva, di fronte all’impossibilità di una larga condivisione, quando abbiamo proposto un nostro candidato sul quale era stata presa una decisione entusiasticamente collettiva, con nessuno che aveva appoggiato la mia richiesta di voto segreto, abbiamo registrato un colossale inadempimento».
È una questione di disciplina o c’è dell’altro?
«È inutile fermarsi a temi per così dire disciplinari, in questa vicenda sono emersi problemi che dobbiamo assolutamente affrontare. Primo: un deficit di autonomia, una nostra incomprensibile permeabilità , una difficoltà ad esercitare un ruolo di rappresentanza, di orientamento, di direzione. Secondo: l’incapacità di distinguere tra funzioni istituzionali, come è quella del Presidente della Repubblica, e funzioni politiche e di governo. E, mi dispiace dirlo, ma è difficile non vedere in questo la lunga semina della cultura berlusconiana che ha messo frutto anche nel nostro campo. Terzo: l’irrompere di rivalse, ritorsioni, protagonismi spiccioli di fronte a un passaggio di enorme portata. È l’insieme di questi problemi che mi fa dire che è arrivato il tempo di dirimere un tema: vogliamo essere un soggetto politico o uno spazio politico dove ognuno esercita il proprio protagonismo?».
Una questione non da poco, per un partito che è nato sei anni fa, non crede?
«Questa ambiguità si è resa non più addomesticabile alla prima, vera prova di diretta responsabilità nazionale. Ora però il tema va affrontato, sapendo che se scegliamo la seconda strada possiamo essere utili ad alcuni di noi, ma non al Paese e agli interessi e ai valori che vogliamo difendere. Se dobbiamo invece essere un soggetto politico, dobbiamo chiederci qual è la nostra missione per questo Paese e capire che, se scegli di entrare in una libera associazione, decidi di devolvere a una comunità almeno una parte delle tue convinzioni, delle tue aspirazioni, delle tue ambizioni. Perchè se si disperde l’idea che entrare in un collettivo è una scelta morale, di libertà e di responsabilità , noi non possiamo essere utili al Paese».
Ora è in carica un governo in cui ci sono ministri del Pd e del Pdl, che è quello che lei per cinquanta giorni ha escluso: l’errore è stato commesso ieri o è stato commesso oggi?
«È stato commesso nel passaggio per il Quirinale, che ha comportato un nostro pesante indebolimento e un mutamento nel rapporto di forza. Nell’inconsapevolezza di tanti di noi, lì è tramontata la possibilità di un governo di cambiamento, la possibilità di aprire la legislatura con una terapia d’urto capace di riconnettere il governo e noi stessi con la società . So bene che fra di noi ci sono parecchi che hanno ritenuto irrealistica quella prospettiva. Ma c’era troppo realismo in quei giudizi. Il vero realismo sta nella connessione al Paese, alle sue esigenze. Quello era un tentativo che aveva dentro un elemento di azzardo, di combattimento, ma non era irrealistico, non sarebbe stato irrealistico, anche se certo in quella prima fase della vicenda, non era irrilevante il fatto che il Presidente della Repubblica non avesse la pienezza dei propri poteri».
Grillo però ha chiuso a ogni ipotesi di collaborazione, sia nella fase della formazione del governo che in quella per il Capo dello Stato: col senno di poi si è pentito di aver insistito così a lungo?
«Intanto sia chiaro che io mi rivolgevo a tutto il Parlamento. In ogni caso sbaglia chi sostiene che mi sarei fatto umiliare da Grillo. L’arroganza umilia chi la mostra e rimarrà l’idea di una mia disponibilità a lavorare per un governo del cambiamento. L’idea di Grillo è stata fin dall’inizio quella di tenersi totalmente disimpegnato e cercare di lucrare il più possibile sulla necessità di una convergenza tra noi e la destra. Lucrare si può per un giorno, un mese, forse anche per un anno ma, se poi si mostra l’impotenza e l’inconcludenza di certe posizioni, è finita».
Ma perchè il Pd non ha fatto sua la proposta di eleggere Rodotà al Quirinale?
«Dopo quanto successo con Marini e con Prodi, pensiamo davvero che ci sarebbero stati i voti per Rodotà ? Dopodichè non è accettabile un prendere o lasciare, dire o così o niente. Il Movimento 5 Stelle ha sempre rifiutato qualsiasi dialogo sul governo e sul presidente della Repubblica. Rodotà è una figura degnissima ma è stata strumentalizzata per un’operazione politica finalizzata a creare difficoltà piuttosto che a ricercare soluzioni. Mi piacerebbe piuttosto chiedere a Grillo e tutti gli altri perchè hanno detto no a uno come Marini, forse perchè riesce a farsi capire dagli edili? O perchè no Prodi?»
Torniamo alla domanda di prima: è stato un errore dopo il passaggio del Quirinale dare il via libera al governo del presidente insieme al Pdl?
«No, e anzi ora possiamo soltanto ringraziare il presidente Napolitano per aver evitato un avvitamento della situazione e aiutato l’allestimento di un governo che aveva come alternativa soltanto nuove elezioni con il Porcellum. Quindi, adesso noi senza tante chiacchiere dobbiamo sostenere con determinazione Enrico Letta, che si è caricato di un compito pesantissimo e difficile, in una fase nuova, diversa, quella che lui ha chiamato giustamente “governo di servizio”».
Sostenere un governo in cui c’è Miccichè e Biancofiore? Con Berlusconi che propone l’abolizione dell’Imu e chiede per sè la presidenza della Convenzione sulle riforme?
«Quanto alla squadra di governo, nessuno può nascondersi la difficoltà di allestire una compagine in queste condizioni politiche. Ma nelle condizioni date Letta ha trovato un buon equilibrio. Noi dobbiamo pienamente sentire in quel governo la nostra responsabilità e combattere perchè ottenga dei risultati, a partire dalle risposte da dare alla grave situazione economica e sociale. Per quanto riguarda l’Imu, anche noi abbiamo detto che si deve correggere, ma nel caso si intervenga deve rinvenirsi traccia di quanto da noi proposto. E lo stesso vale sugli ammortizzatori sociali e sugli esodati. Nessuno può avanzare diktat. Per quanto riguarda le riforme istituzionali, sarebbe buona cosa allestire una Convenzione, come già avevo proposto durante le consultazioni. Ma l’autocandidatura di Berlusconi alla presidenza mi pare una miccia accesa e una pretesa senza fondamento».
Le sue dimissioni saranno ratificate all’Assemblea nazionale del Pd, sabato: che tipo di discussione auspica si faccia in quella sede?
«Parto dal punto di fondo: ci vuole un congresso vero, che sia svincolato dalla scelta di un candidato premier, visto che per la prima volta da quando esiste il Pd un presidente del Consiglio lo abbiamo. Quindi penso che sia possibile avviare una procedura per arrivare a una modifica dello statuto tale per cui non ci sia più coincidenza tra la figura del segretario e quella del candidato premier. Serve aprire subito una discussione che consenta di affrontare i temi che dicevamo prima, la natura del Pd, la sua missione, le sue responsabilità di fronte al Paese. E auspico che l’Assemblea di sabato non sia un mini-congresso».
Comunque dovrà eleggere il suo successore: un reggente o un segretario a pieno titolo?
«È una discussione formalistica. L’Assemblea deve pronunciarsi su una persona, dare un mandato pieno a qualcuno che dovrà condurci nella fase congressuale e intanto rappresentare il Pd di fronte al Paese».
Insomma un segretario
«Ma sì, una figura che goda di un largo consenso e che sia di garanzia per tutti. Naturalmente queste sono opinioni che impegnano solo me stesso. In settimana bisognerà preparare uno sbocco positivo dell’Assemblea con l’aiuto dei segretari regionali e del coordinamento».
A tutti quelli che le stanno chiedendo di congelare le sue dimissioni fino al congresso cosa dice?
«Che io lavorerò perchè al congresso si affronti una discussione seria, vera, ma non rivedo le mie decisioni. Ho sempre detto che non mi sarei ricandidato, che bisogna mandare avanti una classe dirigente nuova, e dovremo discutere sulla base di quali criteri si arriva alla selezione. Dopodichè sono stato segretario per quattro anni duri e appassionanti, so bene che in politica si vince assieme e si perde da soli, ma so anche che la politica come qualsiasi attività umana ha una sua moralità . A questa non ho rinunciato da una vita e non intendo rinunciarci ora».
Simone Collini
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Maggio 3rd, 2013 Riccardo Fucile
“BERSANI NON E’ NE’ UN PAZZO NE’ UN VISIONARIO: ERA CONTRARIO ALLE LARGHE INTESE”… “ABBIAMO PUNTATO SULL’ASTENSIONE DEI GRILLINI, MA ABBIAMO SOTTOVALUTATO LE LOTTE INTERNE AL PARTITO”
Queste sono le brevi memorie di Miguel Gotor, l’intellettuale che con l’ansia del consigliere entusiasta e fidato ha vissuto la crudele debacle politica di Pierluigi Bersani.
“Mi avete chiamato spin doctor, intendendo me come lo stratega, l’esperto di comunicazione non so cos’altro. Ero invece un ufficiale di collegamento tra il gruppo che lavorava ai programmi del governo Bersani e il partito. Lo specifico perchè è giusto ridare a ciascuno il ruolo e la responsabilità che si è assunto. Sapevo e so che il nostro mondo è fatto di fortune repentine e non ho nulla di cui dolermi. Ho fatto ogni cosa per evitare lo scenario che poi si è impadronito della realtà . Dunque non sono pentito, non ho pianto, non sono demoralizzato nè distrutto. Avevo ogni cosa ben chiara”.
Chiara, lei dice. Si vota un programma elettorale per il cambiamento, al quale immagino avrà offerto qualche spunto originale, e ci si ritrova con il Cavaliere statista
“Riavvolgiamo il nastro. Ero tra i più pessimisti anche prima del voto: ritenevo che anche un 34 per cento e una maggioranza sia alla Camera che al Senato sarebbe stato un risultato risicato. Ci avrebbero sparato tutti addosso, e invece di cambiare il Paese saremmo potuti naufragare dopo una decina di mesi. Figurarsi dopo il voto e quel deludente 29 per cento, con l’irruzione di una terza forza e la rottura dello schema bipolare. Un movimento che raccoglie il 25 per cento non è un incidente della storia, è una presenza che resterà negli anni. L’unica possibilità per tenere fede al nostro impegno era un governo di minoranza. Bersani non è stato un pazzo nè un visionario, sapeva benissimo che per evitare il trauma che oggi patiamo c’era solo quella strada stretta da seguire. Lui ha sentito una tale responsabilità su di sè, per questo non ha gettato la spugna, al punto di affrontare quei 55 giorni come una via crucis”.
Sono gli stessi giorni della prigionia di Moro anche se è imparagonabile quella tragedia a questa.
“Bersani è di una moralità indiscutibile e non è uomo buono a ogni progetto. Per evitare la strada delle larghe intese ha scelto questa via che a lei sembra un immolarsi sulla strada della irrealtà ”.
Volevate i voti del M5S.
“Volevamo l’astensione loro. Abbiamo parlato al loro elettorato e abbiamo spiegato le nostre ragioni. E una crepa si è manifestata, una riflessione era in atto, un primo risultato raggiunto”.
Astensione al Senato significa voto contrario.
“C’era anche l’ipotesi di cambiare il regolamento in quel ramo del Parlamento. Avremmo restituito ai senatori il diritto a scegliere la neutralità che oggi è praticamente negato”.
Era spaventato per le sorti di un solido governo di maggioranza e neanche un alito di paura per un miserello esecutivo di minoranza?
“C’era altra strada? C’era il buco nero dell’accordo con Berlusconi. Certo sarebbe stato un esecutivo da combattimento. Avremmo tentato e sfidato la sorte”.
Vagheggiavate il trono mentre i vostri compagni preparavano i pugnali.
“No, la valutazione era di realizzare nella Convenzione per le riforme il coinvolgimento di tutte le forze politiche, da Berlusconi ai Cinquestelle. Quello era il luogo propulsivo del programma. Quello che avrebbe deciso la Convenzione avrebbe fatto da stella polare per il governo. Nel terzo anello un presidente della Repubblica che riuscisse a tenere uniti i primi due. Eravamo quasi giunti in porto”.
Con Franco Marini sareste giunti in porto?
“Io dico di sì”.
Il suo era un leader così forte che non si era accorto che il partito andava per i fatti suoi.
“Vero, quello è stato un trauma. La doppia botta Marini-Prodi ha azzerato e messo al tappeto tutti noi. Io non lo credevo possibile. C’erano state due direzioni del partito che avevano confermato linea e leadership”.
Chi vi ha accecati? Come avete fatto a sottovalutare un fenomeno di rifiuto così limpido? E come potevate ritenere che la figura di Marini potesse essere simbolo di cambiamento?
“Col senno di poi ammetto il torto. Ma Marini per noi dava la garanzie di potere accompagnare questa fase in virtù della sua esperienza”.
Avete azzerato il Pd, l’avete reso un luogo indistinto, un coagulo di odi e rancori.
“Il partito va rifondato”.
Il partito? Esistono due, forse tre partiti.
“E io dico che non si dividerà ”.
Sta nascendo una grande e nuova Democrazia cristiana.
“Esiste una pressione verso l’accentramento perchè la divisione tra berlusconiani e antiberlusconiani sta svanendo, sta per essere superata. È una cosa che cambierà la politica e anche il giornalismo, è la più grande opportunità che ha Enrico Letta”.
Il vice di Bersani, dunque nella squadra del cambiamento, oggi è titolare dell’esecutivo della restaurazione.
“La penso diversamente”.
A ciascuno il suo pensiero, ma l’idea che sia stato fatto una grande frittata resiste oltre ogni auspicio.
“Il rifiuto delle larghe intese era più mio che di tanti altri, la paura di questa prospettiva, ci ha guidati fin dall’inizio e abbiamo fatto ogni cosa per scongiurare questa eventualità ”.
Siete parsi velleitari.
“Siamo invece stati coraggiosi. Bersani ha dovuto affrontare un periodo nel quale il leader del movimento con cui intendeva interloquire si mascherava, faceva del situazionismo, correva in spiaggia come Batman. Ricorda?”.
Ricordo, ma forse Bersani non era il candidato adatto per legare M5S a voi.
“Lui aveva avuto i voti, lui si è preso la croce”.
Il risultato, direbbe Crozza, è questo grande mappazzone.
“Non siamo riusciti ad eleggere un capo dello Stato e se avessimo fatto convergere i voti su Rodotà , Monti e Berlusconi ci avrebbe fatto eleggere la Cancellieri”.
Gotor non si pente, nè piange.
“Sono nuovo di questo mondo e so che le fortune sono repentine, fatte di alti e di bassi. Credo di essermi impegnato in questi mesi per una causa giusta accanto a un uomo di valore. Le basta?”.
Antonello Caporale
(da “La Repubblica“)
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Aprile 26th, 2013 Riccardo Fucile
DELEGHE IN BIANCO AI CAPI CHE POI FANNO QUELLO CHE GLI PARE E SPESSO IL CONTRARIO DI QUELLO CHE HANNO PROMESSO
E allora, perchè non finirla con queste ipocrite pagliacciate? Sono ormai mesi che Grillo e il Pd fanno
a gara a chi è più democratico, più trasparente nelle scelte.
Il Pd rimprovera a Grillo e Casaleggio di guidare un partito personale, una setta dove decidono i due capi, in barba allo slogan «uno vale uno».
D’altra parte, Grillo ha accusato il Pd di allestire primarie truccate, dall’esito già deciso, in favore dell’apparato che controlla le regole.
Per mesi ci siamo chiesti chi avesse più ragione.
Ora lo sappiamo, tutti e due.
Quirinarie, parlamentarie, primarie rappresentano una stessa delega in bianco ai capi.
I quali poi sono liberissimi di fare l’esatto contrario di quanto vogliono gli elettori e i militanti. Tutti sanno che Bersani e i bersaniani hanno vinto le primarie contro Renzi per due ragioni sulle altre.
La prima è che venivano considerati «più a sinistra » rispetto al rivale, presentato come assai più disponibile nei confronti della destra in generale e di Berlusconi in particolare.
La seconda è che fra il primo e il secondo turno Bersani ha ottenuto il decisivo appoggio degli elettori di Vendola e di Sel, proprio sulla base della promessa di non accettare mai compromessi non solo con il berlusconismo, ma neppure con il centrismo rappresentato da Monti.
Ora i bersaniani stanno per varare un governo con Berlusconi e Monti.
Che si fa, si restituiscono i soldi dell’obolo al partito?
Un discorso non diverso riguarda la tecnologicamente più avanzata ma non meno truffaldina democrazia elettronica di Grillo.
Dopo il grottesco delle parlamentarie, che sono servite a mandare in Parlamento troppi sprovveduti col voto del condominio, siamo arrivati al numero da circo delle quirinarie.
L’unico voto in due turni al mondo dove prima del ballottaggio non si conosceva il risultato del primo turno.
Peraltro non ancora comunicato.
Il risultato finale, con numeri risibili, è stato reso noto quando i giochi per il Quirinale erano finiti. Forse appunto perchè i numeri erano risibili.
In compenso sulla scelta vera, l’alleanza col Pd, la base non è mai stata consultata.
La realtà è che tutto viene deciso dai monarchi Grillo e Casaleggio.
Per giorni i grillini hanno rivolto una domanda ai dirigenti del Pd: perchè no a Rodotà ? Lamentando, a ragione, di non aver mai ricevuto una risposta.
Anche noi però abbiamo provato a fare una domanda a Grillo e Casaleggio: perchè non lanciate un referendum in rete sull’alleanza col Pd? In attesa della risposta che non è mai arrivata, vale quella che ci siamo dati da soli.
Perchè i capi avrebbero perso.
La soluzione del governissimo in corso è dunque il frutto della totale indifferenza dei vertici del Pd e di Grillo, in questo almeno uguali, nei confronti della volontà di 18 milioni di elettori.
Nel Paese e nell’opinione pubblica una maggioranza di governo c’era, largamente maggioritaria. In Parlamento se n’è voluta trovare un’altra, che conviene alle oligarchie vecchie e nuove.
Ma che almeno ciascuno si assuma le proprie responsabilità .
E per favore, la smettano di organizzare show e di spacciarli per esercizi di democrazia.
Curzio Maltese
(da “La Repubblica”)
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Aprile 25th, 2013 Riccardo Fucile
DALLA VITTORIA NELLE PRIMARIE AL GOVERNO DELL’INCIUCIO
Benchè i colpi di scena, veri o apparenti, incalzino, vorrei ricapitolare che cosa (mi pare) è successo. 
Vinte nettamente le primarie, Bersani ha fatto una campagna attendista. Era convinto che il successo fosse già nel sacco.
Ci teneva come all’occasione culminante della sua vicenda militante, e si proponeva di usare la vittoria per rinnovare fortemente la composizione del Pd e per cimentarsi con un governo che rompesse col feticcio dell’austerità .
Dopo la delusione elettorale, ha investito sulla propria debolezza per stanare la demagogia grillista: ottenerne una collaborazione, o svelarne il nullismo.
Bersani aveva un punto fermo: nessun accordo di governo con il Pdl.
Attorno a lui si moltiplicavano i dissensi, malcelati e via via più trasparenti.
Avrebbe potuto rinunciare alla candidatura al governo: ci si può chiedere se ci fossero altri accreditati e risoluti altrettanto a non trattare del governo con Berlusconi.
La resistenza di Bersani (tenace oltre ogni previsione, e non spiegabile con una disperata ambizione personale) aveva una sola prospettiva: che Napolitano lo mandasse alle Camere.
Lì, se non un calcolo politico, il dolore sentitissimo di tanta parte, e trasversale, dei nuovi eletti per l’eventualità di tornarsene a casa, avrebbe potuto dargli una striminzita e caduca fiducia, di cui però avrebbe potuto approfittare per prendere tre o quattro iniziative radicali, a cominciare dalla legge elettorale.
Se fosse stato sfiduciato, avrebbe potuto guidare un governo provvisorio per l’elezione al Quirinale e la successiva campagna elettorale anticipata.
Napolitano non ne ha voluto sapere: aveva le sue ragioni, ma sia lui che i numerosi esponenti del Pd che mordevano il freno e davano segni di impazienza crescente nei confronti di Bersani e della “perdita di tempo”, rivendicavano di fatto (guardandosi dal dirlo, nella maggior parte dei casi) un accordo di governo con il Pdl.
Bersani ha tenuto duro a oltranza, posponendo la questione del governo alla rielezione al Quirinale, così da ammorbidire l’esclusione del Pdl grazie alla distinzione fra governo e Presidenza della Repubblica, quest’ultima costituzionalmente orientata alla più vasta condivisione.
Ha qui fatto due o tre errori fatali: ha creduto che quella distinzione fosse chiara; ha ritenuto che fosse convincente per la base e l’elettorato di sinistra; si è illuso che il notabilato del Pd lo seguisse.
Soprattutto, non ha formulato pubblicamente il nome o i nomi dei candidati che il Pd avrebbe proposto a tutte le altre forze politiche.
Così, mentre un nome degno come quello di Marini passava per scelto da Berlusconi, Grillo candidava Rodotà , persona esemplare per uno schieramento di sinistra dei diritti civili e dei movimenti.
I 5Stelle erano fino a quel punto piuttosto nell’angolo, essendo evidente come il loro compiaciuto infantilismo settario (oltre che l’insipienza dei loro portavoce) facesse dissipare un’inverosimile opportunità di riforme e regalasse al centrodestra una forza di ricatto insperata.
Del disastro della notte e del giorno di Marini (che non lo meritava) inutile ripetere: Bersani ne è uscito, dopo 50 giorni di resistenza catoniana, come un inciucista finalmente smascherato. (Ve li ricordate, dal primo giorno, i titoli “da sinistra” sull’inciucio avvenuto?).
Avrebbe potuto il Pd aderire alla candidatura di Rodotà , come tanti hanno auspicato? Forse: sarebbe stata una capitolazione nei confronti dei 5Stelle, che in Rodotà avevano visto soprattutto una ghiotta occasione per imbarazzare il Pd, ma cedere a una pretesa strumentale e arrogante può non essere un errore.
Lo considererei più nettamente tale se Rodotà avesse risposto all’offerta della candidatura dichiarando che l’avrebbe accettata solo nel caso che fosse di tutta la sinistra: Scalfari ha fatto un’osservazione simile.
I 5Stelle hanno sventolato il nome di Rodotà come una loro stretta bandiera, e al tempo stesso l’hanno proclamato come il candidato di tutti gli italiani contro quelli del Palazzo.
Gli italiani avevano moltissimi altri candidati degni, per fortuna, e le stesse consultazioni varie lo mostravano (com’è noto, Emma Bonino era la preferita: è diventato un tic, gli italiani ce l’hanno, i politici non ci fanno più caso).
La postuma pubblicazione di voti e preferenze delle cosiddette (pessimamente) quirinarie, hanno aggiunto un tocco di ridicolo al tono grillista.
Bene: quando si sbaglia, specialmente se in buonissima fede, è buona norma di lasciar perdere, pena la valanga.
La candidatura brusca di Prodi — meritevolissima — è stata la toppa peggiore del buco. E ha mostrato come il Pd non abbia, come si dice, “due anime”, ma forse nemmeno una, e invece una quantità di cordate e bande, tenute assieme da altro che le divergenze politiche.
Le convinzioni politiche sono la cosa più importante in un partito che aspira, come si dice, a cambiare il mondo, tranne un’altra: l’amicizia fra i suoi membri e i suoi militanti.
Per questo la scissione è forse un pericolo, ma non una cosa seria: la frantumazione sì. Sarebbe bene che ne tenesse conto chiunque si proponga davvero di “rifondare” (verbo inquietante) il Pd, e sia tentato da escursioni minoritarie.
Eravamo al punto in cui il Pd, in stato del tutto confusionario, era a rimorchio della demagogia a 5Stelle da una parte — e di sue piazze scandalizzate e scandalose — della furbizia di Berlusconi dall’altra.
L’elezione di Napolitano (una pazzia, in un mondo normale: un uomo molto vecchio che si era finalmente preparato uno scampolo di esistenza privata) è stata un escamotage provvidenziale: il suo effetto, quel governo delle “larghe intese” che si voleva escludere a priori, è il boccone più indigesto.
È, amara ironia, il rovescio della distinzione cui Bersani aveva confidato la sua ostinazione, fra governo mai col Pdl e Quirinale condiviso: Quirinale confermato, e governo condiviso, a capo chino.
I 5Stelle? Le mosse furbe hanno gambe corte.
I portavoce hanno spiegato che i voti in Friuli-Venezia Giulia sono quelli normali nelle regioni.
Però il capo aveva annunciato che sarebbe stata la prima regione in loro mani.
Credo che le persone che li avevano votati e hanno sentito sprecato il loro voto siano molte.
Il bilancio provvisorio, con 5Stelle e Pd in caduta, e il Pdl in ascesa, è un capolavoro.
Vorrei aggiungere una cosa.
Ci sono molti aspetti della situazione attuale che ricordano, ben più del precedente di Mani Pulite, quello remoto del primo dopoguerra, quasi cent’anni fa.
Non c’era una distinzione così netta di sinistra e destra.
Le file del fascismo movimento erano piene di ex-socialisti, interventisti rivoluzionari, sindacalisti soreliani, massimalisti di ogni genere.
Non era così chiaro, e a distanza di tanti anni fu penoso per tanti chiedersi da che parte erano stati, e perchè, e come fosse stato possibile.
A suo modo, e con una gran dose di autoindulgenza, Grillo evoca questa ambiguità quando ripete che il suo movimento è l’argine italiano all’Alba dorata greca o al lepenismo e alle altre insorgenze neonaziste in Europa.
Il programma dei 5Stelle contiene molti obiettivi buoni per una sinistra della conversione ecologica, e anzi da quest’ultima pensati e proposti da lungo tempo.
La differenza sta altrove, nel Vaffanculo, nei Morti che camminano, nel Tutti a casa. La differenza fra il federalismo verde e aperto di Alex Langer e il razzista federalismo leghista passava dalle imprecazioni di Bossi e dei suoi.
I buoni programmi smettono di essere minoritari e vincono quando vengono distorti e incattiviti dalla demagogia.
“La gente” non ha infinite ragioni alla sua ribellione contro i privilegi e l’impudenza dei potenti? Certo.
Ma che i parlamentari escano da Montecitorio da una porta secondaria — se è andata così — è un episodio di violenza e di viltà vergognose.
A proposito del 25 aprile.
Adriano Sofri
(da “La Repubblica”)
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