Destra di Popolo.net

“SENZA LAVORO NON C’E’ DIGNITA'”: L’ABBRACCIO DEL PAPA AI DISOCCUPATI

Settembre 23rd, 2013 Riccardo Fucile

IL DISTACCO DALLE VUOTE PAROLE DEI POLITICI IN UN DISCORSO A BRACCIO DA BRIVIDI…FRANCESCO RICORDA I GENITORI EMIGRANTI… POI PREGA IN SARDO

Gli occhi indagatori di Jorge Mario Bergoglio scrutano, con l’attenzione che solo lui sa riservare alle persone, la folla di operai e contadini che gli sta davanti.
«Lavoro, lavoro», chiedono alcuni a gran voce. Sembra quasi una contestazione.
Francesco prende allora una decisione. Lascia da parte i fogli del discorso preparato a Roma, e si mette a parlare a braccio.
«La vostra è una preghiera», dice colpendo tutti. Si fa silenzio.
Ed è in quel momento che le lacrime solcano il volto di molti dei disoccupati, uomini e donne che, nella piazza davanti al porto di Cagliari, aspettano il Pontefice in piedi dalle 4 del matti«Desidero esprimervi la mia vicinanza – risponde Bergoglio alle tre persone che lo hanno preceduto negli interventi, un operaio, un’imprenditrice e un pastore – alle situazioni di sofferenza: a tanti giovani disoccupati, alle persone in cassa integrazione o precarie, agli imprenditori e commercianti che fanno fatica ad andare avanti. È una realtà  che conosco bene. Mio papà  giovane è andato in Argentina pieno di illusioni a farsi l’America, e ha sofferto la terribile crisi del Trenta. Hanno perso tutto. Devo dirvi coraggio. Ma sono cosciente che devo fare il mio perchè questa parola coraggio non sia una bella parola di passaggio. Non sia solo il sorriso di un impiegato della Chiesa che viene e vi dice coraggio. Questo non lo voglio. Ma come pastore e fratello, per darvi questo coraggio »
Francesco sa toccare le corde giuste. E lo ha fatto anche ieri a Cagliari che, per un giorno, sembra una piccola Rio de Janeiro, ricordando nell’entusiasmo con gli oltre 100 mila fedeli sparsi sulle salite del centro i 5 milioni che accompagnarono a luglio il suo viaggio brasiliano. Lavoro è la parola d’ordine della sua visita in Sardegna, sollecitato dalla situazione economica dell’isola – dove l’indice di povertà  è doppio rispetto al dato nazionale.
Bergoglio parla di lottare «insieme, per un sistema giusto», per «il lavoro e la dignità », contro un «sistema economico senza etica », che idolatra «il denaro», e «scarta» le persone, «i giovani e gli anziani».
Nelle sue 10 intense ore di permanenza, ha stretto mani, abbracciato con grande calore e tenerezza bambini e malati che lo attendevano nelle tante soste in tutta la città . Poi è passato ai politici.
«Il nostro cuore di figli – ha ammonito nell’omelia pronunciata nel santuario della Madonna di Bonaria – sappia difendere il cuore di Maria da tanti parolai che promettono illusioni».
E nell’aula magna della Facoltà  teologica regionale ha continuato: «Ho trovato nei politici giovani un’altra maniera di pensare la politica, non dico migliore ma un’altra maniera. I giovani possono portare una musica loro, diversa dalla nostra. Non abbiamo paura, apriamoci alla loro visione, i giovani cercano questa chiave diversa. Ci servirà  sentire la musica di questi politici giovani».
Ha poi pronunciato una preghiera in sardo.
Pranzato con culurgiones (ravioloni) e porceddu, assaggiato Vermentino e Cannonau.
Spronato i ragazzi invitandoli a «prendere il largo e a gettare le reti ». «Io non vengo qui a vendervi illusioni – ha chiarito – seguire Gesù è impegnativo, vuol dire non accontentarsi di piccole mete, ma puntare in alto con coraggio».
E poi, riferito a sè stesso: «Non è che io mi sento Tarzan, forte. Nei momenti più bui ho sempre guardato Gesù, e mi sono fidato: non mi ha lasciato da solo».

Marco Ansaldo
(da “La Repubblica“)

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IL CARDINALE SCOLA: “INEVITABILE LA MESCOLANZA DEI POPOLI, PER QUESTO DICO SI’ ALLO IUS SOLI”

Settembre 18th, 2013 Riccardo Fucile

“BASTA RECINTI, PIU’ DIALOGO CON I NON CREDENTI”

Cardinale Angelo Scola, nella sua Lettera pastorale definisce «un balbettio» la voce di Milano. A due anni dal suo arrivo, che città  è Milano?
«Oggi c’è chi afferma che saremmo di fronte al termine del processo di secolarizzazione. I tentativi che si sono succeduti, a partire dalla modernità , di trovare un significato comune per tutti non sono riusciti. Siamo alla ricerca di un nuovo senso. Potremmo dire di un nuovo umanesimo che deve ancora vedere la luce. La parola balbettio la uso positivamente, come una promessa»
E questo umanesimo può partire da Milano?
«A Milano, e nell’area metropolitana lombarda, ci sono germogli promettenti di un nuovo umanesimo. Il tessuto sociale documenta, in molte forme, tentativi di risposta alla ricerca di senso e di speranza per la vita, luoghi di costruzione della vita buona e di buon governo. Anzi, quest’estate davanti alloShard (la Scheggia), il grattacielo-simbolo di Londra, mi veniva in mente il più alto dei grattacieli di Milano, che in forme moderne ripropone, con la sua freccia, una guglia del nostro Duomo. E pensavo: se l’emblema della Londra contemporanea registra la figura dell’umanità  di oggi, che sembra un agglomerato di schegge di verità , quello di Milano con la sua guglia lanciata verso il cielo, verso Dio, può diventare simbolo della costruzione del nuovo umanesimo che ci attende»
Perchè allora l’allarme di un “ateismo anonimo”?
«Io vedo un Duomo pieno di gente, così anche le parrocchie. Milano non è Parigi, Londra o Berlino. C’è ancora un cattolicesimo di popolo. Siamo allora al riparo a differenza del resto d’Europa? No, perchè c’è una sorta di “ateismo anonimo” nel senso che molti cristiani hannoperso la percezione della presenza concreta di Dio nel quotidiano».
Lei ha coniato la definizione di “meticciato” e parla spesso della nostra società  plurale. Oggi è più che mai attuale il tema del diritto di cittadinanza per i bambini figli di immigrati ma nati in Italia. Che ne pensa?
«Io istintivamente sono a favore dello ius soli, però anche questo va studiato e regolamentato con grande attenzione e realismo, perchè in una situazione come quella attuale, non si può sancire meccanicamente il diritto per chiunque venga in Italia, anche per poco tempo, di fare un figlio, fargli ottenere la cittadinanza, e poi andarsene».
Ma proprio qui nella diocesi lombarda c’è chi chiede leggi più restrittive sull’immigrazione e chi ritira i figli da scuola per la presenza degli stranieri.
«Il mescolamento dei popoli è un processo. E i processi non ci chiedono il permesso di capitare: avvengono. Saggezza chiede che cerchiamo di orientarli al meglio, puntando all’integrazione. È di capitale importanza però distinguere i ruoli. La Chiesa è chiamata a fare una cosa, la società  civile è chiamata a farne altre, la politica altre ancora. Quando il Papa va a Lampedusa, testimonia che la Chiesa deve farsi carico del bisogno nella sua immediatezza. Arriva da noi gente che sta male: la si accoglie, la si aiuta. Poi però la politica deve fare la sua parte. Sull’immigrazione è necessaria una politica capace di interpretare e di gestire le istanze che nascono dalla società  civile, compresa la paura della gente».
Come sta vivendo i primi mesi dopo l’arrivo di papa Francesco? Dialoga con i non credenti, come nella lettera inviata a Eugenio Scalfari e a Repubblica. Vuole aprire i conventi ai rifugiati…
“Il Papa, con la sua personalità  e il suo stile, ha testimoniato con forza e freschezza l’essenza del fatto cristiano. Senza dubbio papa Francesco rappresenta per tutta la Chiesa – e in particolare per noi europei, stanchi e affaticati perchè abbiamo portato sulle spalle il peso della complessità  moderna – una provocazione salutare, una scossa, uno shock benefico. Dobbiamo tutti seguirlo. La vivacità  dello stile personale e la sapienza di papa Francesco ci invitano a semplificare, ad evitare il rischio di troppa organizzazione. Mi viene in mente Michelangelo e penso al metodo con cui creava i suoi capolavori: di fronte al blocco di marmo vedeva la forma della statua e per lui scolpire era anzitutto tirar via».
Lei invita la Chiesa a «non richiudersi nei recinti» e a dialogare con il mondo, cercando un «confronto leale» anche con chi la pensa diversamente.
«Se voglio capire le ragioni di uno che non crede, devo ascoltarlo e confrontarmi, ed anche lui deve ascoltare e confrontarsi con le mie ragioni. Questo non solo è inevitabile, ma è anche l’aspetto affascinante di una società  plurale. Visioni diverse si confrontano e talora si scontrano per arrivare ad un riconoscimento reciproco. Occorre superare il limite umano che si radica nel pregiudizio: se non lo faccio non sono capace di autentica critica»
Oggi il lavoro è un problema drammatico a Milano come in Italia. Come si esce da questa crisi economica?
«Non si capisce questa crisi economico- finanziaria se non inserendola nel travaglio dell’epoca in cui stiamo vivendo. La finanza ha potuto prendere certe strade proprio a causa di quella “scheggiatura” culturale di cui ho parlato. Se ci fosse stato un umanesimo unitario di riferimento, pur nella pluralità , forse certi eccessi sarebbero stati impediti. A questo punto dobbiamo avere l’umiltà  e il coraggio di cambiare. La prima cosa, la più urgente, è condividere il bisogno dei giovani che non trovano lavoro e dei quarantenni e cinquantenni che lo perdono. Qui a Milano la Chiesa sta dando un contributo con il Fondo Famiglia Lavoro»
Torniamo a Milano. L’Expo può rappresentare un’occasione di rilancio?
«L’Expo è un catalizzatore, cioè un potenziale fattore di unità . Il suo tema, “Nutrire il pianeta”, è bello, ha a che fare con tutti e tre gli aspetti della vita dell’uomo: affetti, lavoro, riposo. Inoltre a noi cristiani questo tema sta particolarmente a cuore perchè il centro della nostra vita quotidiana è l’Eucaristia, cioè mangiare il corpo di Cristo. Io credo che se lavoreremo bene, Milano farà  sentire la sua voce in tutto il mondo mostrando il suo contributo a quel nuovo umanesimo di cui parlavamo».

Carlo Annovazzi Zita Dazzi
(da “il Corriere della Sera“)

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LE SUITE VATICANE IN AFFITTO CON PROPAGANDA FIDE

Settembre 12th, 2013 Riccardo Fucile

LA DENUNCIA DEL PAPA SUI CONVENTI DI LUSSO …”IL BUCARDO” GESTISCE DELLE STANZE A 5 STELLE IN SETTE PALAZZI DEL CENTRO DI ROMA… A CAPO DELLA SOCIETA’ UN IMPRENDITORE FINITO IN MANETTE AD APRILE

Un pizzico di generosità  c’è comunque, basta coglierla.
Volete scoprire, vivere, dormire, svegliarvi in alcuni dei più lussuosi e affascinanti palazzi di Roma, dentro stanze storiche?
Non c’è problema, ci pensa Propaganda Fide, e per lei l’agenzia che ha ricevuto il mandato per affittare le suite in sette strutture, tutte centrali, appena ristrutturate, belle e infiocchettate e soprattutto a prezzi fuori-mercato: per due notti, a metà  settembre, la richiesta è di appena 350 euro complessivi, quando in zona, per un pari livello, la cifra può anche quadruplicare, quintuplicare e salire ancora. Miracolo della Fide
Ma la generosità  non si esaurisce solo nell’offerta al pubblico, tocca anche la gestione degli immobili, affidata a “il Burcardo srl”, società  fondata nel 2008, con amministratore tal Maurizio Stornelli, fratello di Sabatino, ex dirigente di Finmeccanica, ed ex amministratore delegato della Selex Service Management.
I due, nell’aprile scorso, sono stati coinvolti nell’inchiesta napoletana riguardo l’appalto Sistri, la tracciabilità  dei rifiuti e “la violazione della normativa sui contratti pubblici”.
Il bilancio: 22 arresti, tra i quali i fratelli Stornelli, nati ad Avezzano, paese celebre per aver dato i natali a Gianni Letta, ma è un dettaglio.
Non lo è l’ultimo contratto stipulato da Propaganda Fide con il Burcardo, datato 28 aprile, quindi successivo allo scandalo, all’arresto e dopo l’insediamento di papa Francesco e il nuovo corso imposto in Vaticano.
Sobrietà , solidarietà , niente sfarzi, accoglienza ai poveri sono concetti lontani dalle stanze proposte, resta solo il concetto di “disponibilità ”, a secondo dei giorni.
“Mi dispiace, siamo pieni”. È sicura? “Sì, tutto occupato fino al mese prossimo”. Ma neanche una stanza libera? Non importa in quale delle sette strutture. “Forse ne abbiamo una e per sole due notti”. È bella? È all’altezza di quelle pubblicate sul sito? “Guardi, le nostre suite sono una meraviglia, una più bella dell’altra”.
Così pare. Affreschi, letti a baldacchino, frutta fresca, drappi, quadri, storia dai Borgia ai più romanzati cardinali della città  santa: “Sarete in una dimora secentesca di grande fascino ed eleganza affacciata su una piccola corte dove, secondo cronache vaticane, sembra che Caravaggio abbia ucciso Ranuccio Tommasoni”, recita la pubblicità .
Il Burcardo non ha conosciuto fermate o flessione. Anno dopo anno, nonostante i cambi ai vertici di Propaganda Fide: ora c’è il cardinale pugliese Fernando Filoni, Maurizio Stornelli ha ricevuto in gestione questi vantaggi antichi che godono di agevolazioni fiscali come se fossero un convento di suore di clausura.
E quindi pazienza per le parole di papa Francesco rispetto Chiesa troppo terrena: “Non trasformate i conventi in alberghi, dateli ai rifugiati”.
Propaganda Fide è il dicastero che coordina le attività  missionarie, incluso un patrimonio immobiliare che invade l’intera capitale, in gran parte ricevuti come donazioni.
Le residenze gestite dal Burcardo sono state donate negli anni Trenta.
A Roma, molti palazzi di questo tipo venivano affittati ai ristoratori dei Castelli con canoni di cortesia e carità  o ai più poveri del quartiere.
Negli ultimi vent’anni, soprattutto con il mandato del cardinale Sepe, si sono ripetuti gli sfratti e le conversioni in albergo o camere di pregio.
Altro che missionari. Con scandali su scandali, smentite e nuove rivelazioni
In attesa di un seguito alle parole di papa Francesco, chi vuole fare una passeggiata dentro la storia romana sa dove andare.
Sempre se ha la fortuna di trovare una stanza libera.

Alessandro Ferrucci e Carlo Tecce
(da “il Fatto Quotidiano“)

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CHI E’ PIETRO PAROLIN, L’ARCIVESCOVO CHE DIVENTA SEGRETARIO DI STATO AL POSTO DI BERTONE

Agosto 30th, 2013 Riccardo Fucile

I TALENTI DI DON PIETRO, SACERDOTE E DIPLOMATICO

Il 58enne Pietro Parolin aveva lasciato Roma quattro anni fa, ordinato arcivescovo da papa Benedetto XVI e inviato come nunzio in Venezuela, dopo essere stato per sette anni “viceministro” degli esteri vaticano.
Secondo le indiscrezioni circolate nelle ultime ore, ora Papa Francesco lo avrebbe scelto come suo primo collaboratore, richiamandolo nell’Urbe come futuro Segretario di Stato.
Parolin diventerebbe il più giovane “arruolato” in quella carica dai tempi di Eugenio Pacelli.
Se la notizia verrà  confermata, la nomina di Parolin offrirà  nuovi spunti per immaginare il cammino che la Chiesa di Roma potrà  compiere nei prossimi anni.
Per accorgersene, basta guardare i passaggi chiave dell’avventura umana e cristiana dell’attuale rappresentante pontificio in terra venezuelana.
Il nuovo Segretario di Stato nasce a Schiavon, in provincia e diocesi di Vicenza, il 17 gennaio del 1955.
La fede in Gesù la assorbe fin dalla prima infanzia nell’ordito della “civiltà  parrocchiale” in cui vive immerso, quella del Veneto bianco dal cuore magnanimo e laborioso.
Il papà , cattolico “da messa quotidiana”, gestisce un negozio di ferramenta e poi comincia a occuparsi di vendita di macchine agricole. La mamma fa la maestra elementare.
Quando Pietro ha dieci anni, la famiglia Parolin viene visitata dal dolore: il padre, mentre sta per rimontare sulla sua vettura, sulla strada tra Bassano e Vicenza viene travolto da un’auto e muore sul colpo.
Da quel momento i tre figli – Pietro, sua sorella e il fratellino che al momento della disgrazia ha solo otto mesi — sono testimoni ogni giorno dei piccoli ordinari eroismi compiuti dalla mamma maestra per farli crescere senza che manchi loro niente di importante.
Pietro fa il chierichetto in parrocchia.
Il parroco di allora, don Augusto Fornasa — che morirà  a Schiavon nei primi anni Ottanta — coglie e coltiva in lui la vocazione al sacerdozio, in un ambiente segnato dalla memoria di grandi figure di pastori “sociali” come don Giuseppe Arena e don Elia Dalla Costa, divenuto arcivescovo di Firenze dal ’31 al ’61.
Nel 1969, a 14 anni, Pietro entra nel seminario di Vicenza. Dopo la maturità  classica prosegue con gli studi di filosofia e teologia.
Le inquietudini feconde e quelle più corrosive del postconcilio agitano anche la vita del seminario. Pietro si tiene defilato rispetto alle turbolenze di quel periodo. Apprezza la linea pastorale del vescovo Arnoldo Onisto, la capacità  di ascolto, di mediazione e di attenzione ai problemi degli operai esercitata in quegli anni da quel buon uomo di Dio dal fare dimesso.
Già  in seminario, i superiori si sono accorti che Pietro “riesce bene” negli studi.
Dopo l’ordinazione sacerdotale — ricevuta nel 1980 dalle mani del vescovo Onisto — e due anni come viceparroco nella parrocchia della Santissima Trinità  di Schio, lo spediscono a studiare diritto canonico alla Pontificia Università  Gregoriana, con l’idea di impiegarlo poi nel tribunale diocesano e nel settore della pastorale familiare.
Ma da Roma — dove don Pietro risiede al Collegio Teutonico di via della Pace — qualcuno chiede al vescovo di mettere quel giovane sacerdote discreto e lavoratore a disposizione della Santa Sede.
Lui, come sempre, accetta di andare dove lo mandano. Coi sistemi di selezione “anonimi” che un tempo funzionavano nei Palazzi d’Oltretevere, finisce quasi per caso nell’orbita del servizio diplomatico vaticano, senza neanche sapere chi sia stato il suo primo talent scout.
Nell’estate del 1983 entra nella Pontificia Accademia ecclesiastica,
Nell’86 si laurea in diritto canonico con una tesi sul Sinodo dei vescovi.
Poi parte per la sua prima missione: tre anni presso la nunziatura in Nigeria, a cui seguiranno altri tre (’89-’92) presso la nunziatura in Messico.
Nella prima destinazione si coinvolge nelle attività  pastorali delle comunità  locali e conosce da vicino le problematiche del rapporto tra cristiani e musulmani.
In Messico dà  il suo apporto alla fase conclusiva del lungo lavoro realizzato dal nunzio Girolamo Prigione che proprio nel 1992 porterà  al riconoscimento giuridico della Chiesa cattolica e all’allacciamento di relazioni diplomatiche tra la Santa Sede e la Nazione messicana.
Si compirà  attraverso quelle laboriose trattative diplomatiche l’affrancamento formale dall’impronta laicista e anticlericale che aveva connotato da sempre il Paese fin nel suo impianto costituzionale.
Nel 1992 Parolin viene richiamato a Roma per lavorare nella seconda sezione della Segreteria di Stato.
Sono gli anni del wojtylismo ancora a forte proiezione geo-politica, alle prese con il collasso del blocco comunista e gli effetti della prima guerra del Golfo.
A capo della diplomazia pontificia c’è il cardinale Angelo Sodano, che nel dicembre 1990 ha sostituito Agostino Casaroli.
Al giovane funzionario rientrato dal Messico vengono affidati dossier in ordine sparso: Paesi e Chiese africani e latinoamericani, Spagna, Indonesia.
Nel 2000 inizia a occuparsi della “sezione” italiana: collabora con monsignor Attilio Nicora — oggi cardinale — su questioni ancora aperte legate alla revisione del Concordato avvenuta nel 1984, come quelle relative all’Ordinariato militare o all’assistenza religiosa per i carcerati e negli ospedali.
Nel 2002 Parolin viene nominato sottosegretario della seconda sezione della Segreteria di Stato, quella dedicata ai rapporti con gli Stati.
Nella veste di “vice-ministro degli esteri” vaticano si prende in carico i dossier delicati riguardanti i rapporti della Santa Sede con il Vietnam — che anche grazie a lui imboccano in maniera decisa la strada verso l’allacciamento di piene relazioni diplomatiche – e le questioni giuridiche ancora aperte tra   Vaticano e Israele.
A partire dal 2005, con l’inizio del pontificato ratzingeriano, riprendono anche i contatti diretti con la Cina popolare.
In quel contesto matura anche la Lettera rivolta nel giugno 2007 da Benedetto XVI ai cattolici cinesi, che rimane uno dei testi magisteriali più rilevanti del pontificato.
In quegli anni, il sotto-segretario vicentino guida la delegazione vaticana nelle trattative riservate coi funzionari cinesi per sciogliere i nodi che ancora rendono anomala e sofferente la condizione dei cattolici in Cina.
Per due volte vola anche a Pechino, insieme agli altri membri della delegazione vaticana.
In quegli anni, sembra prendere forma l’inizio di una svolta concreta nei travagliati rapporti sino-vaticani.
Poi, nell’estate 2009, Parolin viene nominato nunzio a Caracas, spedito a vedersela con la gatta da pelare del Caudillo Chà vez e dei suoi rapporti sempre burrascosi con la gerarchia cattolica locale.
Il 12 settembre di quell’anno, Parolin riceve l’ordinazione episcopale dalle mani di Benedetto XVI.
Da qualche settimana è esploso il “caso Boffo”. Le baruffe tra bande ecclesiali, con la loro tragicomica ferocia, hanno raggiunto una fase virulenta.
Papa Ratzinger, proprio nell’omelia per la messa in cui viene ordinato vescovo anche Parolin — scritta evidentemente di suo pugno — ricorda in riferimento ai «litigi» sempre presenti nella Chiesa che «il sacerdozio non è dominio, ma servizio» e che «le cose nella società  civile e, non di rado, anche nella Chiesa soffrono per il fatto che molti di coloro, ai quali è stata conferita una responsabilità , lavorano per se stessi e non per la comunità ».
In occasione del suo trasferimento a Caracas, qualcuno ha cercato di accreditare sui media l’affiliazione di Parolin alla “corrente” di ascendenze casaroliane legata al cardinale Achille Silvestrini, che fu segretario della seconda sezione della Segreteria di Stato dal ’79 all’88.
Manovre che nel caso di Parolin rivelano subito la loro matrice pregiudiziale. Se si sta alle cose, appare evidente che in Segreteria di Stato il suo profilo di funzionario leale e competente è stato valorizzato di volta in volta da superiori di orientamento e sensibilità  diversi. Parolin ha prestato la sua collaborazione discreta e fattiva a Casaroli e Silvestrini, Sodano e Tauran, Lajolo, Bertone e Mamberti
Proprio negli anni della Segreteria Bertone ha avuto occasione di gestire dossier cruciali come quello cinese.
Con Casaroli i momenti di dialogo personale diretto li ha avuti quando il grande Segretario di Stato era già  in pensione.
Con Silvestrini i rapporti più intensi li ha sviluppati alla metà  degli anni Novanta intorno a questioni riguardanti non la Curia romana, bensì la gestione di Villa Nazareth, l’istituzione benefica istituita dal cardinale Domenico Tardini nel 1946 per sostenere la formazione di ragazzi meritevoli ma privi di mezzi.
Su richiesta di Silvestrini — che già  negli anni Settanta era il grande supporter ecclesiastico del convitto — nel ’96 Parolin aveva accettato di assumerne la direzione, trasferendosi a vivere nella residenza universitaria alla Pineta Sacchetti.
Ma quattro anni dopo, con l’intensificarsi del lavoro in Segreteria di Stato, si era accorto che per lui quell’incarico impegnativo era insostenibile, e vi aveva rinunciato. Silvestrini ne era rimasto amareggiato, pur conservando stima e simpatia nei confronti di Parolin
Se Parolin diventerà  Segretario di Stato, si può immaginare che, anche per temperamento, proverà  a valorizzare sensibilità  ecclesiali diverse, nell’orizzonte aperto della Chiesa non auto-referenziale costantemente suggerito da Papa Bergoglio. Se c’è un tratto rintracciabile nel modus operandi di Parolin è quello riconducibile alla grande tradizione diplomatica vaticana: realismo, studio approfondito dei contesti e dei problemi da affrontare, ricerca delle soluzioni possibili.
Davanti ai conflitti regionali che continuano a stravolgere il mondo — a partire dal Medio Oriente – e ai rischi di nuovi scontri globali tra superpotenze antiche e nuove, la Santa Sede potrà  offrire ancora il suo contributo di saggezza e lungimiranza per favorire i cammini della pace.
Accantonando presunzioni di protagonismo geopolitico, anche lo strumento della diplomazia vaticana, sintonizzato sulla «conversione pastorale» suggerita da Papa Francesco, potrà  offrire un contributo creativo all’azione della Chiesa invitata con insistenza dal vescovo di Roma a «uscire da se stessa» per andare incontro a tutti gli uomini nelle periferie geografiche e esistenziali in cui vivono.
Soprattutto, con Parolin sarebbero fatalmente destinate alla rottamazione le false dialettiche che negli ultimi anni hanno provato insistentemente a contrapporre diplomazia e proclamazione della fede, realismo dialogante e difesa dell’identità  e dei valori cristiani.
Tutta la storia della Chiesa suggerisce che proprio la fede evangelica può rendere più lungimiranti nell’esercitare intelligenza e prudenza davanti alle dinamiche reali del mondo e del potere.
Per Parolin, il servizio reso alla Santa Sede è sempre stato solo un modo di esercitare la propria spiritualità  sacerdotale.
La stessa espressa nell’entusiasmo da lui manifestato davanti alla fede dei neofiti montagnard vietnamiti, o nella letizia con cui si è immerso nella vita pulsante del cattolicesimo venezuelano.
Come motto episcopale ha scelto la domanda retorica di San Paolo nella lettera ai Romani: «Chi ci separerà  dall’amore di Cristo?».
Qualsiasi cosa accada, è facile intuire a chi “don Pietro” si affiderà  affinchè sia custodita la pace del suo cuore.

Gianni Valente
(da “La Stampa“)

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“NON STANCATEVI MAI DI LOTTARE PER LA GIUSTIZIA SOCIALE”: L’ABBRACCIO AL PAPA DELLA FAVELA IN FESTA

Luglio 26th, 2013 Riccardo Fucile

TRA I POVERI DI RIO: “OCCORRE ASCOLTARE IL CUORE DEL POPOLO”… “SOLIDARIETA’, UNA PAROLA SPESSO DIMENTICATA PERCHE’ SCOMODA”

Non c’è tristezza. Anzi. Nell’aria, piuttosto, un’atmosfera di festa. E musica, tanta. Un’allegria contagiosa sotto gli ombrelli di questo inverno sudamericano gonfio di pioggia e vento.
Sembra di stare dentro un romanzo di Jorge Amado, E Donna Flor e Vadinho pare vederli spuntare da un momento all’altro da una baracca dietro l’angolo
I loro eredi, invece, hanno tirato su nel grande spiazzo centrale un palco altissimo dal quale pende un lungo stendardo vaticano. «
Lembrano», a ricordo, c’è scritto sulla maglietta della Nazionale verde-oro con il nome Francesco I che ora Bergoglio sventola sorridente, applaudito da ogni mano alzata.
«Il mio desiderio era di poter visitare tutti i rioni di questa nazione – dice il Pontefice, la veste bianca per la prima volta chiazzata qua e là  di gocce marroni – . Avrei voluto bussare a ogni porta, dire “buongiorno”, chiedere un bicchiere di acqua fresca, prendere un “cafezinho” e anche un bicchiere di “cachassa” (la grappa locale con cui si prepara la caipirinha, ndr), parlare come ad amici di casa, ascoltare il cuore di ciascuno, dei genitori, dei figli, dei nonni… Ma il Brasile è così grande! E non è possibile bussare a tutte le porte! Allora ho scelto di venire qui, di fare visita alla vostra comunità  che oggi rappresenta tutti i rioni del Paese».
Varginha è una favela pacificata. Eppure qui intorno il narcotraffico colpisce ancora. Bergoglio visita un campo di calcio spelacchiato, raccoglie con entusiasmo la sciarpa della sua squadra argentina del cuore, il San Lorenzo, e vuole entrare in una baracca. «Qui mi sento ben accolto – fa con un sorriso – voi trovate sempre un modo di condividere il cibo. Come dice il proverbio, si può sempre aggiungere più acqua ai fagioli!».
Fuori, ai giovani regala parole che li scuotono.
«Non scoraggiatevi mai – intima – nonostante la corruzione di persone che, invece di cercare il bene comune, cercano il proprio interesse. Non perdete la speranza. La realtà  può cambiare, l’uomo può cambiare, cercate per primi il bene comune».
E avverte: «Il popolo brasiliano, in particolare le persone più semplici, può offrire al mondo una preziosa lezione di solidarietà . Una parola spesso dimenticata o taciuta, perchè scomoda. Sembra addirittura una parolaccia, la parola solidarietà . Vorrei fare appello a chi possiede più risorse, alle autorità  pubbliche e a tutti gli uomini di buona volontà  impegnati per la giustizia sociale: non stancatevi di lavorare per un mondo più giusto e più solidale! Nessuno può rimanere insensibile alle disuguaglianze che ancora ci sono nel mondo! ».
Dal palco troneggiante nel fango il Papa scandisce più volte una parola in spagnolo: «Dignidad! ».
E ricorda quelli che ritiene i pilastri fondamentali per una nazione: vita, famiglia, educazione, salute, sicurezza.
Francesco riceve le chiavi della città , poi si fionda nella Cattedrale di Rio.
«Mi dispiace che state qui ingabbiati – dice ad alcuni ragazzi che lo hanno raggiunto dall’Argentina – ma devo confessarvi che qualche volta mi sento ingabbiato anche io».
Pronuncia un discorso a braccio, quasi un manifesto: «Che ci sia movimento. Voglio che la Chiesa esca fuori, sulle strade.. . che non sia una Chiesa chiusa.. . chiedo scusa ai vescovi, ma è questo il consiglio migliore che posso dare. Dobbiamo lottare contro ogni esclusione, dei giovani, degli anziani.. quasi un’eutanasia silenziosa. No all’esclusione delle due “punte”, giovani e anziani.. . Così non ci sarà  futuro per la società . La fede in Cristo non è uno scherzo. È una cosa molto seria. Lui è venuto a morire tra noi e per noi. Non possiamo fare il frullato della fede. La fede si prende tutta, e non a pezzi. Si prende tutto Gesù, e non una parte di Gesù».
Solo la notte conclude una delle giornate più emozionanti di Bergoglio in Brasile.
Un milione di giovani si è stretto ad ascoltarlo mentre celebra la messa sulla spiaggia di Copacabana.
La illuminano con fiammiferi e accendini sotto il palco.
E insieme urlano fino a sgolarsi “Francisco!”, come per una rock star.

Marco Ansaldo
(da “La Repubblica“)

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PAPAO MERAVIGLIAO

Luglio 25th, 2013 Riccardo Fucile

“DENARO, SUCCESSO, POTERE, PIACERE NON DEVONO ESSERE IDOLI”

La pioggia incessante e il freddo dell’inverno brasiliano non hanno fermato più di centomila pellegrini provenienti da ogni canto del mondo, ma solo 45mila di loro hanno avuto accesso alla basilica di Nostra Signora della Concezione di Aparecida, a circa 150 chilometri da Sà£o Paulo, dove Papa Francesco, ha realizzato la sua prima visita sul campo nell’ambito delle celebrazioni della Giornata mondiale della gioventù in corso a Rio de Janeiro.
“I giovani non hanno solo bisogno di cose, ma anche di valori”, ha detto in spagnolo Bergoglio, nella sua omelia diretta a 1100 padri, 50 vescovi e decine di migliaia di fedeli, incluso quelli che non sono riusciti ad entrare nella basilica a causa dei ritardi dovuti ai controlli della sicurezza.
Il Papa nel suo discorso ha criticato il consumismo sfrenato e l’idolatria effimera basata sul “Denaro e il piacere”, i quali sono “idoli passeggeri” nella vita.
Il Pontefice, grande devoto di “Nossa Senhora de Aparecida”, tanto da dichiarare che tornerà  nel 2017 in Brasile per partecipare all’anniversario dei 300 anni del quarto santuario più visitato al mondo, ha puntato l’attenzione su tre attitudini fondamentali per costruire un “Mondo più giusto”.
I punti per il pontefice sudamericano sono “Conservare la speranza”, “Lasciarsi sorprendere da Dio” e “Vivere in allegria”.
Non è ovviamente mancata l’attenzione del Papa nei confronti dei giovani. “Loro sono un potente motore per la Chiesa e la società ”, “A loro dobbiamo presentare valori soprattutto non materialistici, come generosità , fratellanza, perseveranza e allegria” ha detto il pontefice.
La moltitudine di fedeli che non è potuta entrare nell’immensa basilica, che ha una capienza di 45 mila persone, hanno potuto assistere alla messa attraverso i megaschermi posti all’esterno del santuario.
L’accesso ai fedeli nella basilica dedicata alla patrona del Brasile è stato ristretto anche per motivi di sicurezza.
L’incolumità  del Papa è diventata l’incubo del governo brasiliano, il quale teme che la protesta presente sulle strade del gigante risvegliato possa interferire sulla visita del primo Papa sudamericano in viaggio in America Latina.
Domenica scorsa era stata trovata nella sacrestia della basilica, una bomba artigianale che, seppure di potenza insignificante, secondo gli artificieri della polizia, ha fatto scattare l’allarme.
Cinquemila uomini delle Forze armate e della Sicurezza pubblica sono stati mobilizzati per garantire che tutto potesse andare per il verso giusto e impedire anche a circa 400 manifestanti del Movimento dei lavoratori senza tetto potessero raggiungere la basilica.
Intorno al santuario e lungo il tragitto del Papa sono stati proibiti cartelli di protesta. Dopo la messa, il Pontefice ha mangiato e riposato nel seminario Bom Jesus, prima di riprendere l’elicottero e dopo l’aereo dell’Aeronautica militare brasiliana che l’ha ricondotto a Rio de Janeiro.
Il tour de force del Papa è continuato nel pomeriggio nella capitale carioca, dove ha inaugurato un centro di disintossicazione per dipendenti chimici nell’ospedale Sà£o Francisco de Assis nel bairro da Tijuca.

Giuseppe Bizzarri

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VATICANO, BERTONE IN USCITA A SETTEMBRE: COSI’ CAMBIA LA MAPPA DEL POTERE

Luglio 22nd, 2013 Riccardo Fucile

CON RIO SI CHIUDE L’ERA DEL SEGRETARIO DI STATO… UNA TRANSIZIONE “MORBIDA”

Quella che molti aspettano come la nomina più importante del nuovo Pontificato sarà  formalizzata probabilmente nei primi giorni di settembre.
L’era del cardinale Tarcisio Bertone si chiuderà  allora, come approdo di un transizione che papa Francesco ha voluto indolore.
Fin troppo, secondo gli avversari del «primo ministro» vaticano.
Una parte dell’episcopato ha cercato di spingere per l’allontanamento di Bertone prima. E sperava che nel prossimo viaggio in Brasile, per la Giornata mondiale della gioventù, Jorge Maria Bergoglio fosse affiancato da un nuovo segretario di Stato, perchè si desse l’impressione di una svolta tangibile anche in una politica estera vaticana asfittica da anni.
Ma Francesco ha consentito a Bertone quest’ultima apparizione al suo fianco.
Non tanto perchè considera la sua collaborazione insostituibile: l’esautoramento di quello che sotto Benedetto XVI era chiamato malignamente «il vice-Papa» per sottolineare il suo enorme potere, ormai è palpabile.
Francesco avrebbe ignorato anche di recente il suo suggerimento di rinviare l’istituzione della commissione di inchiesta sullo Ior.
Una spiegazione della successione al rallentatore è che l’ex arcivescovo gesuita di Buenos Aires ha preferito aspettare per delicatezza nei confronti di Josef Ratzinger: mettere da parte subito il suo primo collaboratore sarebbe suonato come una critica implicita al precedente Pontificato.
Ma forse la vera ragione è che in questi primi mesi il Papa ha voluto capire bene non tanto se la stagione di Bertone fosse chiusa, perchè le critiche plateali al segretario di Stato durante le congregazioni prima del Conclave lo avevano già  mostrato come bersaglio e capro espiatorio di un malumore montante.
Il problema è che tipo di «primo ministro» Bergoglio ha in testa. E qui il quadro si fa più confuso. Che si vada verso un ridimensionamento della carica sembra probabile. La segreteria di Stato vaticana negli ultimi anni è stata lo specchio di un sistema di governo che non funziona più e provoca un accentramento tale da costringere il Papa a sovraesporsi per giustificare e proteggere il suo braccio destro.
Almeno, questo è accaduto fra Benedetto XVI e Bertone.
L’istituzione di una sorta di «Consiglio della corona» formato da cardinali di tutto il mondo scelti dal Pontefice argentino, prefigura invece un metodo di lavoro collegiale e insieme una riduzione del profilo del segretario di Stato.
Nell’incertezza sulle prossime decisioni di Francesco è filtrata perfino l’ipotesi che voglia fare a meno di un «primo ministro» vaticano; ma è improbabile.
La «rosa» di nomi che circolano sul successore di Bertone lascia capire solo che pochi conoscono le vere intenzioni del Pontefice; e che si andrà  verso una figura comunque meno ingombrante, con funzioni non tanto «politiche» ma più amministrative.
Non è chiaro neppure se la quasi invisibilità  del segretario di Stato nelle ultime settimane prefiguri il modello che ha in mente il Papa.
Qualcuno dà  per certo che sarà  un diplomatico e un italiano. «Può darsi, ma con l’aria che tira contro il “partito italiano” non lo darei per scontato», ammette un cardinale, confermando che il dopo-Conclave segna non solo un indebolimento di Bertone ma una certa difficoltà  di una parte della Cei a sintonizzarsi con il Papa argentino. D’altronde, i paradigmi e gli equilibri geopolitici del passato sono saltati.
Lo smantellamento progressivo ma inesorabile dei rituali della Curia e l’affiancamento di commissioni papali ad hoc alle attuali strutture finanziare vaticane dà  corpo a una «strategia dell’accerchiamento» che prepara il terreno sul quale costruire il nuovo modello di governo; e sottolinea quanto non ha funzionato finora.
È un’opera di demolizione simbolica di vecchie abitudini e strutture, che serve anche a misurare le resistenze delle lobby ecclesiastiche ed economiche più radicate: quelle che hanno contribuito a spingere Benedetto XVI alle dimissioni nel febbraio scorso; e che tuttora oscillano fra paura e voglia di resistere per sopravvivere.
Si racconta che nelle anticamere dei palazzo vaticani, mentre il Papa riceve i suoi ospiti importanti, i monsignori della Curia scherzano davanti a tutti con toni agrodolci su dove verranno «esiliati» nei prossimi mesi.
Prima, il 15 giugno, la nomina del «prelato» dello Ior, Battista Ricca. Poi la creazione della commissione di inchiesta sull’Istituto per le opere di religione; e tre giorni fa quella dell’organismo chiamato a controllare i costi di tutte le attività  economiche della Santa Sede.
L’escalation è vistosa, in appena un mese. Anche se lo scandalo sulle abitudini private di monsignor Ricca sta diventando il pretesto al quale la vecchia guardia cercherà  di appigliarsi per contestare i metodi solitari con i quali Bergoglio sceglie i collaboratori.
Ma difficilmente l’incidente, per quanto fastidioso, bloccherà  la rivoluzione in atto. Tutti i vertici dello Ior, del passato e del presente, sono chiamati a sfilare davanti alla commissione d’inchiesta presieduta dal cardinale Raffaele Farina per riferire sulle attività  dell’Istituto: non solo dunque Ernst von Freyberg, l’attuale presidente, ma anche i predecessori Ettore Gotti Tedeschi e Angelo Caloja.
E con loro gli ex direttori. Le accuse della magistratura italiana contro Paolo Cipriani e Massimo Tulli, il direttore dell’Istituto e il suo vice, costretti alle dimissioni il 1° luglio, evocano zone oscure da chiarire prima che arrivino altri scandali.
Continua a aleggiare il sospetto che esistano «conti in affitto» offerti a persone o società  con grandi disponibilità  di denaro per svolgere operazioni finanziarie protette in cambio di corposi contributi.
L’arresto, il 28 giugno scorso, di monsignor Nunzio Scarano promette altre rivelazioni imbarazzanti sulla spregiudicatezza almeno di alcuni fra quanti maneggiano soldi in Vaticano.
Il prelato salernitano, coinvolto nel tentativo di far rientrare in Italia 20 milioni di euro dalla Svizzera, pochi giorni fa avrebbe fatto consegnare alla Procura di Roma dei documenti sulle attività  dell’Apsa, l’Amministrazione del patrimonio della Sede apostolica, dove ha lavorato per ventidue anni.
Gira voce che ancora poche settimane fa alcune persone definite «vicine allo Ior» avrebbero contattato i vertici italiani di una banca estera per valutare la possibilità  di compiere alcune transazioni.
Non se n’è fatto nulla perchè gli interlocutori hanno chiesto garanzie e condizioni che gli emissari dell’Istituto non era in grado di offrire. Ma, se è vero, l’episodio conferma il motivo della determinazione del Papa a andare fino in fondo.
Qualche spunto interessante sulla possibile riforma dello Ior è stato offerto qualche giorno fa da Pellegrino Capaldo, professore emerito di Economia aziendale alla Sapienza, tradizionalmente vicino alla Santa Sede; e rispettato e ascoltato per avere sempre offerto al Vaticano aiuto e consigli.
Fra l’altro, nel 1982 fu uno dei tre membri di nomina vaticana (affiancati dai tre scelti da Palazzo Chigi) della commissione mista fra Italia e Santa Sede incaricata di ricostruire la verità  nella vicenda oscura dei rapporti fra il banchiere Roberto Calvi e lo Ior.
Partecipando recentemente a un dibattito, Capaldo ha sostenuto che lo Ior deve tornare alle origini, eliminando le anomalie e le deviazioni che si sono manifestate negli anni.
L’idea è di trasformarlo in modo da rendere chiaro che non è una banca.
Per riuscirci andrebbero vietate esplicitamente le operazioni che la fanno apparire tale. L’alternativa, secondo Capaldo, è lo scioglimento dello Ior e la costituzione di un nuovo organismo al quale affidare compiti limitati alle «opere di religione». L’economista opta per la prima soluzione, però.
Lo scioglimento, a suo avviso, è sconsigliabile perchè marcherebbe in modo netto la discontinuità  col passato ma avrebbe come controindicazione una valutazione tutt’altro che benevola del modo di operare della Chiesa nel passato.
Non si tratta di un’analisi eterodossa. Sembra di ascoltare gli echi della discussione in atto nelle sacre stanze.
Quando Capaldo esprime la convinzione che il Vaticano non ha bisogno di una banca, viene in mente papa Francesco che in un’omelia del 24 aprile avvertì: «Lo Ior è necessario ma fino a un certo punto».
E le sue critiche alla gestione non suonano più dure di quelle fatte dal Pontefice ripetutamente. Adesso si aspetta che le istituzioni finanziarie internazionali certifichino la trasparenza nel modo di operare del Vaticano.
Fra cinque mesi arriverà  il rapporto di Moneyval, l’organismo del Consiglio d’Europa chiamato a giudicare sulle virtù o i difetti degli Stati in materia di riciclaggio di denaro sporco e di finanziamento del terrorismo.
Ma secondo il professor Capaldo, più che discutere di white o black list forse sarebbe stato meglio vietare a tutte le amministrazioni della Santa Sede, e in particolare allo Ior, di compiere certi tipi di operazioni.
Non è stato un bello spettacolo, ha detto Capaldo, vedere il Vaticano che negozia al ribasso gli standard di trasparenza. Il punto d’arrivo, tuttavia, rimane indefinito.
Papa Francesco ha l’aria di un ingegnere al quale è stato affidato il compito di demolire gli abusi edilizi commessi per anni, impunemente, su uno splendido edificio. Finora ha picconato, e già  si intravede qualche maceria fra le nuvole di polvere. Eppure, che cosa verrà  fuori alla fine è indecifrabile.
La planimetria della Chiesa di Bergoglio è nascosta dai rumori e dagli scricchiolii di un cantiere in attività  febbrile.
Ma probabilmente, nella testa del Pontefice e in quella almeno di alcuni dei suoi grandi elettori all’ultimo Conclave, è pronta da tempo.
E subito dopo l’estate rivelerà  contorni e strutture che, viste le premesse, saranno sorprendenti e, forse, perfino traumatiche.

Massimo Franco
(da “il Corriere della Sera”)

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A BERLUSCONI CONDANNANO PURE IL CONFESSORE

Luglio 17th, 2013 Riccardo Fucile

DON CORSANI, GRANDE AMICO DI BERLUSCONI, GIUDICATO COLPEVOLE DI VIOLENZA SESSUALE

Per tutti è e rimane il confessore di Silvio Berlusconi.
Salesiano come salesiani erano i preti con cui il Cavaliere, racconta sempre emozionato, ha studiato da ragazzino.
Lunedì il tribunale di Rimini ha condannato don Gabriele Corsani a 3 anni e 4 mesi per violenza sessuale nei confronti di uno studente che all’epoca dei fatti, nel 2007, aveva 19 anni ed era in gita in Riviera accompagnato proprio dal sacerdote.
Il religioso aveva attirato in una stanza l’ex allievo proponendogli di dormire insieme per poi, come ha ricostruito l’accusa, palpeggiarlo.
Il ragazzo era riuscito a fuggire dalla camera, ma la denuncia è arrivata solo anni dopo, nel 2011.
Il giudice per l’udienza preliminare Stefania Di Rienzo ha contestualmente inviato alla procura di Pavia gli atti relativi a un altro presunto caso di molestie ai danni di uno studente di Medicina della città  lombarda.
Il pubblico ministero, che aveva chiesto 6 anni di reclusione, durante la requisitoria ha parlato di “serialità ”.
“Ci potrebbero essere stati altri casi”, spiega Monica Gnesi, avvocato di parte civile, che spera che l’eco mediatica aiuti altre eventuali vittime a parlare.
Don Corsani, 44 anni, economo del Collegio Salesiano di Pavia, è così tanto vicino alla famiglia dell’ex premier da essere stato il primo sacerdote ad accorrere in occasione della morte di mamma Rosa Bossi nel 2008.
Un anno dopo, aveva concelebrato ad Arcore i funerali della sorella del Cavaliere e anche quelli di Giorgio Gaber: “Don Gabriele è un uomo molto stimato e amato”, spiega il suo avvocato Chiara Vittone.
Di sicuro un uomo pieno di amicizie che contano.
Nel suo collegio a Pavia, a incontrare i ragazzi il giorno della festa di Don Bosco, arrivano sempre nomi grossi del jet set sportivo: Riccardo Montolivo, Maxi Lopez, Bruno Pizzul, Sebastian Giovinco, Esteban Cambiasso.
Nel-l’aprile del 2010 era stato ospite con i suoi ragazzi a Palazzo Chigi.
“Era un sacerdote molto coperto, molto protetto da un ambiente omertoso”, prosegue l’avvocato Gnesi, che punta il dito contro i superiori del sacerdote.
Il giudice ha stabilito anche una provvisionale di cinquemila euro e l’interdizione perpetua dai pubblici uffici.
Nel corso delle indagini affidate ai carabinieri, era emerso anche un altro episodio, rivelato da un diciannovenne: il prete avrebbe tentato di baciarlo sulle labbra.
Ma per questo fatto, mai denunciato, don Corsani è stato assolto.
Lui ha sempre negato, anche se non ha preso parte al processo.
“Innanzitutto abbiamo una condanna in primo grado, non definitiva, per un solo fatto, mentre in quella stessa sentenza è stato assolto per un’altra vicenda – spiega Vittone – Questa serialità  non la vedo anche perchè quella di Pavia è solo un’indagine all’inizio. Non ci sono prove. C’è solo il racconto di questo ragazzo. Sono assolutamente sicura che il mio cliente sia innocente e attendo le motivazioni della sentenza per capire e fare appello. Mi rendo conto che si voglia costruire il caso sul fatto che sia una persona vicina a Berlusconi”.

David Marceddu

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FAMIGLIA CRISTIANA ATTACCA I PRESUNTI CATTOLICI PDL: “VERGOGNOSO IL LORO SILENZIO, L’ATTACCAMENTO ALLE POLTRONE VALE PIU’ DEL VANGELO”

Luglio 10th, 2013 Riccardo Fucile

“DOVE SONO I VARI LUPI, GELMINI, FORMIGONI, COSI’ SOLERTI NEL CORRERE IN SOCCORSO DEL LORO LEADER-PADRONE, MA IN VERGOGNOSO SILENZIO DI FRONTE ALLE CRITICHE DI CICCHITTO E GASPARRI AL PONTEFICE?”

Con un duro editoriale, Famiglia Cristiana torna sulla visita di Papa Francesco a Lampedusa, lunedì scorso, per non far passare sotto silenzio l’imbarazzante mutismo dei cattolici di area Pdl di fronte alle bordate scaricate sul Pontefice dagli esponenti del partito rappresentativi della destra.
Il titolo dell’articolo, apparso sul sito di Famiglia Cristiana, non usa giri di parole: “Il vergognoso silenzio dei politici italiani”.
Prima di entrare nel merito delle accuse portate dal settimanale, è il caso di riassumere l’accaduto.
Lunedì scorso a Lampedusa, in una omelia di straordinaria umanità  e di altrettanto straordinaria durezza, Papa Francesco ha invitato tutti a chiedere scusa: “Domandiamo al Signore la grazia di piangere sulla nostra indifferenza, sulla crudeltà  che c’è nel mondo, in noi e in coloro che con l’anonimato prendono decisioni socio-economiche che aprono la strada a drammi come questo”.
Il dramma a cui ha fatto riferimento il Pontefice è quello dell’immigrazione visto da Occidente, dove il dovere dell’umana solidarietà  si scontra con leggi a difesa della “cultura del benessere, che ci rende insensibili alle grida degli altri”.
Parole a cui hanno fatto seguito diverse dichiarazioni di dissenso dalla destra Pdl, riassumibili nella scontatissima scorciatoia dettata ai taccuini da Fabrizio Cicchitto: “Un conto è la predicazione religiosa, altro conto però è la gestione da parte dello Stato di un fenomeno così difficile qual è l’immigrazione irregolare che proprio a Lampedusa ha, per ciò che riguarda l’Italia, uno snodo fondamentale”.
Ma ciò che ha sorpreso Famiglia Cristiana non è Cicchitto, definito “trombettiere del pensiero berlusconiano” che “ha perso un’altra buona occasione per tacere e ha bacchettato il Papa”.
Nè chi gli ha dato “manforte in questa presuntuosa lezioncina”, ovvero “i soliti corifei Maurizio Gasparri (che, a forza di dover sempre dichiarare per apparire, non sa più quel che dice), e l’amazzone Daniela Santanchè”.
“Quel che più preoccupa – continua Famiglia Cristiana, entrando nel vivo del suo j’accuse – a testimonianza della loro insignificanza e sudditanza, è il silenzio dei politici cattolici della destra (dove sono i vari Lupi, Mauro, Gelmini, Formigoni?…), così solerti nel correre in soccorso del loro leader-padrone Berlusconi, ma in vergognoso e imbarazzante silenzio di fronte agli attacchi della destra a Papa Francesco”.
“Evidentemente – conclude il settimanale -, la disciplina di partito e l’attaccamento alle poltrone del potere valgono più   del Vangelo… Eppure, per chi crede, il giudizio del Signore verterà  non sulle ripetute e ostentate affermazioni della propria identità  cattolica, ma su atti ben concreti”.

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