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CIÃ’ CHE I GOVERNI HANNO TACIUTO LO HA DETTO PAPA FRANCESCO

Luglio 9th, 2013 Riccardo Fucile

“PER FAVORE, NON FATELO PIU'”: IL MONITO DEL PONTEFICE A CHI HA SULLA COSCIENZA MIGLIAIA DI MORTI

Ha gettato fiori sul mare per ricordare i morti fantasma”, hanno scritto molti giornali per parlare della visita di papa Francesco a Lampedusa.
Nessuno ha voluto dire senza ipocrisia che nel Mediterraneo non si muore per la violenza della natura o per la crudeltà  del destino, ma a causa di un accurato piano elaborato con coscienza di causa (pena di morte) di un governo italiano.
Lo ha detto il Papa dall’altare costruito alla buona, con legno di barche affondate, rivolto a chi comanda, a qualunque grado di responsabilità : “Per favore, non fatelo più”.
Non c’era aria da cerimonia o l’astuzia di dire cose buone.
C’era verità  e dolore del primo Papa che ha scelto di accorgersi che i profughi, i rifugiati, i migranti morti in mare non sono le dolorose vittime di una disgrazia.
Sono morti ammazzati.
Ricordate? C’erano, in base a un trattato, veloci e armate motovedette italiane, con marinai italiani e ufficiali o poliziotti libici con il compito di “respingere”, negando non solo le leggi umanitarie, ma i doveri del mare.
Finalmente si è saputo con chiarezza il numero: “almeno” 20 mila morti.
Che vuol dire uomini e donne giovani, mamme incinte, adolescenti, bambini, che stavano fuggendo da guerre, persecuzioni e fame credendo che l’Italia fosse un Paese civile.
Ma l’Italia era un Paese governato da Maroni e da Berlusconi, firmatari del tragico patto con la Libia.
Sapevamo, prima del Papa, che gli annegati a causa del nostro governo leghista, affarista, indifferente, crudele e stupido, erano “almeno” 20 mila? Lo sapevamo.
Lo aveva detto Laura Boldrini, allora coraggiosa portavoce dell’Onu, al Comitato per i diritti umani della Camera dei deputati che io presiedevo.
Lo aveva detto e testimoniato il solo deputato del Pd che era venuto con me a Lampedusa, Andrea Sarubbi (prontamente non più ricandidato).
Lo avevano detto i sei deputati Radicali che non avevano smesso mai di denunciare con allarme ciò che stava accadendo.
Purtroppo i media hanno taciuto temendo il potere vendicativo Maroni-Berlusconi. Per questo dobbiamo dire grazie al Papa.
Con un calice e una croce di legno e un timone ripescato dal mare accanto, ha detto, lui capo di un altro Stato, ciò che nessun italiano, inclusi i presunti buoni, aveva mai detto: “Per favore, per favore, non fatelo più”.

Furio Colombo
(da “il Fatto Quotidiano“)

Mentre Francesco annunciava il viaggio a Lampedusa i leghisti e Cl votavano in Lombardia l’esclusione da ogni cura medica per figli di clandestini …

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“NO ALLA GLOBALIZZAZIONE DELL’INDIFFERENZA”: DA LAMPEDUSA IL MONITO DI PAPA FRANCESCO

Luglio 8th, 2013 Riccardo Fucile

IN 10.000 PER LA MESSA, L’INCONTRO CON I MIGRANTI… LA FORTE SIMBOLOGIA DELLE AZIONI DEL PONTEFICE

Prima di scendere sul molo di Lampedusa, ha deposto in mare una corona per ricordare i migranti morti in mare.
Papa Francesco ha inaugurato così la sua prima visita nell’isola, dove lo attendeva una folla di 10mila persone.
E’ stata proprio la notizia degli «immigrati morti in mare, da quelle barche che invece di essere una via di speranza sono state una via di morte» ad averlo spinto a scegliere Lampedusa come meta della sua prima visita.
Lo scopo, come ha ricordato durante la messa, è «risvegliare le nostre coscienze perchè ciò che è accaduto non si ripeta».
LA MESSA
Il Papa è arrivato a Lampedusa nella tarda mattinata.
Al suo arrivo, a Punta Favaloro, ha stretto la mano ad un gruppo di migranti, ricordando di pregare «anche per quelli che non sono qui».
Un gesto inaspettato, che non è previsto in nessun protocollo.
Mentre durante la messa, che si è tenuta nello stadio dell’isola, il Pontefice si è scagliato contro «la globalizzazione dell’indifferenza» e la società  «che ha dimenticato l’esperienza del piangere».
Si è poi rivolto agli immigrati musulmani, salutandoli con l’espressione dialettale lampedusana « o’ scià » (che significa «o fiato») e assicurando che «la Chiesa vi è vicina nella ricerca di una vita più dignitosa per voi e le vostre famiglie».
LA VISITA
Dopo la messa, Papa Francesco ha raggiunto la parrocchia di San Gerlando, dove ha incontrato alcuni migranti, un gruppo di cittadini di Lampedusa e il sindaco Giusi Nicolini.
Presente all’incontro anche don Stefano, il parrocco che nel maggio scorso lo aveva invitato nell’isola.
Uscendo dalla chiesa, il Pontefice ha salutato i lampedusani chiedendo loro di «proseguire in questo atteggiamento tanto umano quanto cristiano».
Un invito che ha ripetuto anche via Twitter: “Preghiamo per avere un cuore che abbracci gli immigrati. Dio ci giudicherà  in base a come abbiamo trattato i più bisognosi” ha twittato durante la mattinata dall’account @Pontifex_it.

(da “il Corriere della Sera“)

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IL PAPA POVERO IN VIAGGIO TRA I SENZA DIRITTI

Luglio 8th, 2013 Riccardo Fucile

LA SCOMPARSA DEI POLITICI CHE SVENTOLAVANO I VESSILLI DELLA CRISTIANITA’ … PAPA FRANCESCO LASCIA A CASA TUTTI I NOTABILI SICILIANI CHE VOLEVANO FARE PASSERELLA

Don Stefano Nastasi si sgola, ripete, precisa, conferma, insiste: “Quella del Papa è una visita pastorale, il messaggio che intende lanciare il Santo Padre è esclusivamente pastorale”.
Ma anche il “prete di mare”, l’uomo che con la sua lettera del 19 marzo scorso (“…Santità , il cuore del Mediterraneo la attende”) è riuscito a fare il miracolo del Papa a Lampedusa, sa che non è così.
Tutta la visita, i simboli e i segni che Papa Francesco ha scelto e imposto, la sobrietà  voluta, addirittura ostentata, sbattono sul tavolo della politica europea e italiana il dramma dell’immigrazione.
E lo sbatte in faccia soprattutto a quei politici che sventolano i vessilli della cristianità  e che in questi anni hanno voluto e votato leggi vergogna.
Come sono lontane e come appaiono scomposte le parole che Pier Ferdinando Casini pronunciò un giorno del 1999. “Con gli scafisti non servono le buone maniere, oggi si deve poter sparare”, e come stride il volto severo di Giovanardi che imponeva di “chiudere il rubinetto dell’immigrazione clandestina a tutti i costi”.
E allora i simboli, ad iniziare dall’altare da dove il Papa dirà  la messa, una vecchia barca lampedusana, e dal leggio, ricavato da tre timoni.
E poi il calice, come la croce fatto col legno dei barconi ammassati a pochi metri dal luogo dove Francesco celebrerà  i sacramenti.
Portavano gente dall’Africa, anime sofferenti, naufraghi di un mondo in rovina.
Sarà  attraversato da un chiodo lungo e arrugginito, per rappresentare il calvario di una umanità  alla deriva.
Andrà  per mare, il Papa, circondato da centinaia di motopescherecci della marineria di Lampedusa che gli faranno da corona.
Ci sono i pescatori, quelli che per anni nelle reti hanno trovato cadaveri e pezzi di corpi restituiti dalle onde.
Alcuni sulle vele hanno scritto: “Habemus papam, benvenuto nell’isola dell’accoglienza e dei senza diritti. Grazie Papa”.
E in mare, “quel mare dove sono morti 20mila nostri fratelli”, ricorda don Nastasi, lancerà  fiori.
Alle spalle l’azzurro infinito, di fronte un monumento , la Porta d’Europa. “Chiederemo perdono — dice don Rino Lauricella — perchè non siamo stati in grado di capire il messaggio lanciato dai migranti”.
Segni e simboli chiari anche nella “liturgia” scelta dal Papa. La domanda che Dio rivolge a Caino: “Dov’è tuo fratello?”.
Il Vangelo secondo Matteo e la strage degli innocenti.
Un messaggio forte al mondo intero nelle preghiere che saranno recitate in italiano, francese, inglese e spagnolo. Francesco Montenegro, il vescovo di Agrigento, ricorda la visita di vent’anni fa di Papa Woityla ad Agrigento, quel suo grido nella Valle dei Templi contro la mafia.
“Pentitevi verrà  il giudizio di Dio”.
“Ecco — dice il vescovo — il Papa sarà  qui per dire se vuoi cambiare il mondo devi iniziare dagli ultimi. E dopo questa visita non si potrà  più parlare dell’immigrazione come emergenza, perchè è una realtà  dei nostri tempi e non servono nuove armi e leggi per fermarla. L’immigrazione non è questione di statistiche ma di vite umane e una società  civile non può dire che l’immigrato è nemico, ci toglie il lavoro, ci disturba perchè diverso, no, perchè questa è la nostra storia”.
Parole che la politica affondata nei suoi rituali lontani dalla realtà  non riesce neppure a balbettare.
E i politici oggi a Lampedusa non ci saranno. Nessuno.
Non ci sarà  Angelino Alfano il ministro dell’Interno agrigentino, non ci sarà  Renato Schifani la cui foto in tenuta da sub fa bella mostra di sè in un negozio di articoli marinari dell’isola, non ci sarà  Rosario Crocetta, il governatore della Regione.
Sobrietà , rigore, semplicità , la cifra di questa visita che le burocrazie, quella vaticana e quella italiana, non solo non hanno capito, ma stanno mal sopportando.
Hanno portato via in tutta fretta i migranti, ne restano appena 112, di cui 75 minori soli, li hanno sbarcati nottetempo sull’altra sponda, sbarrato il centro di accoglienza, sorvegliato da militari e poliziotti come non mai. Imbarazzo quando si chiede come, in base a quali criteri, sono stati scelti i 50 immigrati che incontreranno Papa Francesco.
“Non in base alla loro fede religiosa”, dicono i preti ai giornalisti. “Il Papa ha bussato alla loro porta , chi vuole è libero di venire”. Quelli che vorranno forse racconteranno al Papa la disperazione che spinge un uomo a vendere il poco che ha e ad affidare il proprio futuro ad un legno marcio che lo porti finalmente in Europa.
Il dolore, la morte negli occhi delle traversate in mare di notte, quando le onde si fanno scure e la speranza comincia a farsi spazio alle prime luci del faro di Lampedusa.
E poi la terraferma, i volti dei soccorritori e quelli dei poliziotti. Le file per un pezzo di pane, i documenti da mostrare, gli ordini urlati in una lingua sconosciuta. Racconteranno come inizia una vita da clandestino.

Enrico Fierro

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LAMPEDUSA ASPETTA IL PAPA DIMENTICANDO BERLUSCONI E GLI IMMIGRATI

Luglio 7th, 2013 Riccardo Fucile

OLTRE 300 IMMIGRATI TRASFERITI NEL CIE DI MINEO… FRANCESCO VOLEVA UN VOLO DI LINEA….DELLE PROMESSE DI BERLUSCONI NEL 2011 RESTA SOLO UNA VILLA

Arriva il Papa a Lampedusa, ma non troverà  gli immigrati.
Li stanno trasferendo tutti, l’ultimo gruppo ieri. Li hanno imbarcati sul traghetto per Porto Empedocle, destinazione l’inferno di un Cie, quello di Mineo.
Ora sull’isola che Papa Francesco ha scelto come meta del suo primo viaggio fuori dalle mura Vaticane, restano 125 migranti, erano quasi cinquecento con gli sbarchi dei giorni passati.
Una decisione che non mancherà  di suscitare polemiche.
Il Santo Padre arriva in sobrietà .
Francesco non voleva atterrare sullo scoglio che fa da prima frontiera tra l’Africa e l’Europa con gli onori e i privilegi che gli sono riservati.
Il Pontefice aveva obbligato i suoi collaboratori a prenotare normalissimi biglietti Alitalia per sole quattro persone.
Si è scatenato il panico tra le diplomazie vaticane e italiane e alla fine Francesco ha dovuto cedere: arriverà  a Lampedusa con un volo di Stato.
Ma è l’unica concessione a riti e formalità  che il Pontefice ritiene orpelli inutili.
L’isola lo aspetta, mettendo in campo la stessa, identica solidarietà  dei giorni dell’emergenza sbarchi.
Tutti si sentono coinvolti. Dal falegname che sta ancora modellando la croce da donare al Papa ricavata dal legno dei relitti delle imbarcazioni naufragate negli anni passati, al sindaco Giusi Nicolini.
“È una occasione unica — dice Giusi, attivista ambientalista e da sempre in prima fila nelle lotte per i diritti degli immigrati — questa visita cambierà  la storia, non sarà  mai più come prima. Spero che le autorità  italiane capiscano il significato del gesto di Papa Francesco e cambino radicalmente rotta in tema di immigrazione rispetto alla sciagurata legge Bossi-Fini”.
Tutta l’isola è in fermento.
Donne, giovani, anziani pescatori stanno pulendo lo spazio di fronte all’area marina protetta, dove il Papa terrà  la sua omelia.
“Qui” ci dice un pescatore che nel corso di questi decenni di tragedie nel mare che divide le coste dell’Africa dalla porta d’Europa ne ha viste tante, “abbiamo ospitato e sfamato quei disgraziati che due anni fa arrivarono a decine di migliaia. Non avevano che occhi per piangere. Ognuno di noi portò quello che poteva”.
Papa Bergoglio pregherà  su questo spiazzo avendo di fronte un muro di barconi sfasciati. Ma prima, quando dall’aeroporto si sposterà  con una papa-mobile spartana, una Fiat campagnola, farà  il gesto più significativo di questa sua visita.
Andrà  al largo a bordo di una motovedetta per lanciare una corona di fiori nel mare della morte.
La tomba negli ultimi vent’anni di 20mila bambini, donne, uomini, tunisini e libici, egiziani e palestinesi, gente che cercava un briciolo di futuro in Europa.
E il mare azzurro che bagna Lampedusa è il tema portante del murales che un gruppo di giovani da giorni sta preparando per accogliere il Santo Padre.
C’è prima un’onda altissima, scura, che fa paura, poi acque calme, piatte e azzurre.
“Sono la calma e la pace che questa visita ci porterà ”, ci dice Antonio, uno dei writer che sotto un sole da dissuadere chiunque, sta lavorando perchè tutto sia pronto per la giornata che cambierà  la storia.
Uno scenario diverso dall’ultima visita importante che l’isola ricordi, quella di Silvio Berlusconi.
Era l’aprile del 2011, a Lampedusa erano arrivati più di diecimila migranti. Ondate ininterrotte, naufragi tragici, e il centro di accoglienza allo stremo.
Migliaia di migranti furono costretti a dormire in condizioni disumane per giorni, con cibo scarso e servizi igienici inesistenti.
Sul molo i lampedusani esasperati vedevano i containers della Protezione civile chiusi e sorvegliati dai militari in armi. L’ordine era di non trasformare Lampedusa in un enorme campo profughi.
Berlusconi arrivò e parlò nello stesso luogo dove lunedì il Papa terrà  la sua omelia.
E promise soldi, investimenti, disse che l’isola era brutta e propose un piano per “ritinteggiare” tutte la case.
“Sarò presto proprietario di una villa qui”, disse in una affollata conferenza stampa mostrando le copie dei contratti di affitto.
“Lampedusa diventerà  una nuova Portofino”, giurò l’allora premier.
Ma i lampedusani, gente di mare, uomini e donne abituati alla rudezza della vita su un’isola che non è Africa, ma non è mai diventata Europa, non si mostrarono entusiasti. La casa, un villa con una vista mozzafiato sul Mediterraneo, Berlusconi l’ha comprata davvero, nei giorni scorsi si sono viste squadre di muratori e imbianchini.
Lavorano alacremente, anche se del proprietario si sono perse le tracce da due anni.
Storie passate.
Arriva il Papa per incontrare migranti e isolani.
Viene da pellegrino, da figlio di emigranti.
Altri arrivarono come moderni sultani di un mondo che sta finendo.

Enrico Fierro

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LA RIVOLUZIONE DI FRANCESCO: SENZA CORTE, ORI E VALLETTI

Luglio 7th, 2013 Riccardo Fucile

DALLA NUOVA RESIDENZA ALLA ROTTURA DELLA PRASSI: COSI’ LA SOBRIETA’ INVESTE I SACRI PALAZZI

Alle quattro di pomeriggio con l’afa romana che dà  il meglio di sè, due guardie svizzere in uniforme e un gendarme con la divisa stazionano davanti all’ingresso della Casa Santa Marta, la residenza stabile del Papa e di un’altra quarantina fra vescovi, monsignori e laici che lavorano Oltretevere.
È il segno che il numero uno si trova in sede.
La bandiera bianca e gialla con le insegne vaticane svetta immobile e flaccida davanti alle finestre del secondo piano di questo parallelepipedo anonimo, fatto costruire da Giovanni Paolo II a metà  degli anni Novanta per dare una sistemazione degna ai cardinali in conclave.
Sono le stanze di Francesco.
Dopo l’identificazione, l’ospite scende per la scala semicircolare che porta nella hall, austera e un po’ fredda.
Lì, dietro il grande bancone, attende un laico dai tratti orientali con un abito color tabacco. Tutto è silenzioso. L’estate si avverte anche a Santa Marta e in più, ormai, gli ospiti sanno bene che Bergoglio può spuntare all’improvviso dall’ascensore, da una porta che si apre, dalla sala mensa, da uno dei salottini. Se si esce di stanza, bisogna essere sempre vestiti bene.
All’interno, nella hall, ci sono un altro svizzero e un altro gendarme, entrambi in borghese.
«Mi hanno fatto accomodare in una saletta con alcune poltrone foderate di verde. Il Papa – racconta il nostro interlocutore, ricevuto in udienza privata – è arrivato all’improvviso, da solo, senza segretari nè maggiordomi, portando con sè una busta con dei rosari. Alla fine del colloquio lui stesso ha aperto la porta e mi ha accompagnato ai piedi della scala d’uscita».
È una scena che meglio di qualunque altra descrive il cambiamento avvenuto nei sacri palazzi.
Casa Santa Marta è una via di mezzo tra un albergo e una casa del pellegrino: difficile ripristinare qui il senso della corte, così evidente nel palazzo apostolico e nella sua rinascimentale dignità .
Il nostro viaggio attraverso le più importanti novità  prodotte dal Papa argentino, le piccole e grandi rotture del protocollo, e il loro significato, non poteva che cominciare da qui.
La scelta di rimanere nella residenza dove ha alloggiato da cardinale durante il conclave, presa «per motivi psichiatrici», perchè non gli piaceva «l’isolamento». Come aveva scritto all’amico prete argentino Enrico Martinez detto “Quique”: «Sono visibile alla gente, faccio una vita normale, mangio nella mensa con tutti…». E per il caffè non ci sono valletti ma una più prosaica macchinetta a gettone, nel corridoio comune.
Al secondo piano, occupa la suite numero 201: pareti bianchissime e un po’ spoglie, un salotto con un paio di poltrone e una scrivania, una libreria a vetri, dei tappeti persiani, parquet chiaro tirato fin troppo a lucido, una camera da letto con un imponente letto in legno scuro, un bagno.
Era la suite tenuta libera per gli ospiti importanti del Papa, come il patriarca di Costantinopoli Bartolomeo I.
Ricevendolo, Francesco s’è scusato con lui: «Mi perdoni se le ho rubato la stanza…». «Ma io gliela lascio volentieri» è stata la risposta del patriarca ortodosso.
Nelle stanze accanto al Papa vivono i due segretari: quello che Francesco ha «ereditato» dal predecessore, il maltese don Alfred Xuereb, e quello che si è scelto, l’argentino don Fabià¡n Pedacchio.
Figure meno ingombranti e certamente meno potenti dei loro immediati predecessori. Jorge Mario Bergoglio, continuando a concepire se stesso come un prete al servizio di Dio e perciò degli altri, non un monarca, è rimasto tale e quale anche dopo quel 13 marzo che gli ha cambiato la vita impedendogli di usare il biglietto di ritorno per Buenos Aires, già  prenotato.
Così Francesco, il Papa della porta accanto, ha voluto continuare ad abitare qui, spostandosi soltanto di qualche metro nello stesso piano, dalla più piccola stanza 207 assegnatagli per il conclave.
Ha deciso di non occupare l’appartamento papale, anzi «l’Appartamento» con la A maiuscola, come veniva chiamata in gergo l’«entità » rappresentata dal più stretto entourage.
Ne ha preso possesso, rimanendo impressionato per quanto grande fosse: «Qui c’è posto per trecento persone!».
Non si tratta certo di una reggia. Ma si può capire la reazione, per uno abituato a vivere da cardinale in un paio di stanzette, rifacendosi il letto ogni giorno.
Le prime novità  erano arrivate già  in conclave.
Appena eletto, e prima ancora di indossare la veste bianca, Francesco era andato ad abbracciare il cardinale Angelo Scola, suo «concorrente» durante gli scrutini.
Poi il rifiuto di indossare uno dei quarantacinque paia di scarpe rosse fatte preparare per l’occasione: meglio le grosse scarpe nere.
Più che di gusti, questione di ortopedia, dato che le calzature già  consunte gli servono per camminare meglio. Niente mozzetta rossa nè rocchetto di pizzo. Niente croce pettorale d’oro, niente anello papale vistoso a diciotto carati.
Niente macchinona blindata con targa «SCV 1», l’ammiraglia di un parco macchine vaticano che ha visto tornare in auge le più sobrie utilitarie.
Niente scorta e gran movimento di gendarmi per ogni spostamento, anche minimo, all’interno del minuscolo Stato.
Il piccolo mondo vaticano, che monsignor Marcinkus definiva «un villaggio di lavandaie», ha dapprima abbozzato, poi ha cercato di adeguarsi, come si è visto già  due giorni dopo l’elezione, quando tutti i cardinali che salutavano il Papa nella Sala Clementina avevano riesumato croci in ferro o d’argento, lasciando nel cassetto quelle d’oro gemmate.
A Santa Marta ci sono due ascensori, e uno si cerca di tenerlo libero per l’inquilino più importante. Ma capita spesso che Francesco s’infili in quell’altro.
Due vescovi se lo sono visto entrare all’ultimo momento, prima che le porte si chiudessero e un po’ imbarazzati si sono appiattiti sul fondo, con il Papa che sorridendo ha detto loro: «No muerdo», non mordo mica…
Gli aneddoti fioriscono, talvolta ingigantiti, come quello della guardia svizzera che aveva fatto il turno di notte e che si sarebbe visto portare un panino da Francesco.
Da Santa Marta Bergoglio ama muoversi a piedi. Sabato 16 marzo ha rifiutato con un’eloquente gesto della mano – come a dire: «Ma state scherzando?» – il corteo di macchine predisposto per fargli fare cinquanta metri.
Mentre un’altra volta uscendo, ha incontrato un vescovo che stazionava davanti all’ingresso: «Che fai qui?», ha chiesto. «Sto aspettando che mi vengano a prendere», è stata la risposta del prelato.
«Ma non puoi andare a piedi?», ha replicato Francesco.
Un Papa «normale» e proprio per questo straordinario.
Che ripete le parole antiche e sempre nuove del Vangelo. «Parole che colpiscono molto – ci dice il professor Andrea Riccardi, storico della Chiesa – perchè risuona in modo particolare l’autenticità  della sua persona».

Andrea Tornielli

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PAPA FRANCESCO A LAMPEDUSA VICINO ALLE “BRICIOLE” DELL’UMANITA’

Luglio 1st, 2013 Riccardo Fucile

NON E’ UNA NOVITA’ CHE UN CRISTIANO ABBIA UNA PREFERENZA PER I POVERI, GLIMORFANI, GLI AMMALATI, I CARCERATI, MA QUELLO DI BERGOGLIO E’ UNO STILE CHE AFFASCINA, COLPISCE, CONTAGIA

Non è una novità  che un cristiano abbia una preferenza per i poveri, gli orfani, gli ammalati, i carcerati, ma quello di Bergoglio è uno stile che affascina, colpisce, contagia.
Non c’è da stupirsi se la prima uscita di Papa Francesco da Roma sarà  una visita a Lampedusa.
Bergoglio vuole essere presente là  dove arrivano gli «ultimi» del mondo, gente senza nulla che rischia la vita – e molto spesso la perde – pur di conquistarsi quello per cui ogni essere umano è fatto: il futuro.
Non c’è da stupirsi perchè questo Papa ha già  dato tanti segni della sua vicinanza a coloro che san Cottolengo chiamava «le briciole» dell’umanità : briciole che, come nel racconto della moltiplicazione dei pani e dei pesci, non devono andare disperse.
Come Gesù che si commuoveva davanti a una vedova o a un ammalato, anche papa Francesco si è commosso alla notizia dell’ultimo, recente naufragio: e ha chiesto di andare là , a Lampedusa, a pregare.
E di andarci in modo discreto: non sarà  uno spettacolo.
Tutto questo conferma la grande novità  portata da questo papa.
Non è una novità  il fatto che un cristiano abbia una preferenza per i poveri, gli orfani, gli ammalati, i carcerati e gli ignudi.
E non è che i predecessori di papa Bergoglio non dicessero le stesse cose e non provassero gli stessi sentimenti.
Ma ognuno ha il proprio stile e quello di Bergoglio è uno stile che affascina, colpisce, contagia.
Perchè? Perchè la gente ha capito che quest’uomo davvero ha sempre vissuto accanto ai derelitti delle sue parrocchie; ha capito che davvero è uno che girava in metropolitana e si sarebbe trovato a disagio a vivere nel celeberrimo «appartamento» papale che infatti ha lasciato.
Insomma la gente percepisce che quel che Bergoglio dice «corrisponde» a quel che lui è.
Questo è il motivo del grande risveglio che quest’uomo ha, in poco tempo, portato nella cristianità  e anche fuori dalla cristianità .
Un antico motto, attribuito a un asceta cristiano del quarto secolo, Evagrio Pontico, dice: «A una teoria si può rispondere con un’altra teoria. Ma chi mai potrà  confutare una vita?».

Michele Brambilla

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IOR, ARRESTATI UN ALTO PRELATO, UN BROKER E UN FUNZIONARIO DEI SERVIZI SEGRETI

Giugno 28th, 2013 Riccardo Fucile

MERCOLEDI’ IL PAPA AVEVA ISTITUITO LA COMMISSIONE PER FAR LUCE SULLE ATTIVITA’ DELLA “BANCA DI DIO”

A neppure 48 ore dalla svolta di Papa Francesco che mercoledì 26 ha nominato una commissione di cardinali per raccogliere informazioni sulle reali attività  dell’Istituto per le Opere Religiose, arriva una clamorosa svolta nei rapporti tra Stato italiano e Vaticano: un alto prelato, un funzionario dei Servizi segreti ed un broker finanziario sono stati arrestati nell’ ambito di un filone di indagine sullo Ior in corso alla Procura della Repubblica di Roma.
Sono accusati di corruzione, calunnia e truffa: i reati riguardano la vicenda del rientro di una grossa somma in contanti dalla Svizzera.
Le autorità  vaticane si sono dette disponibili «ad una piena collaborazione» anche se al momento non avrebbero «ancora alcuna richiesta sulla questione dalle competenti autorità  italiane», ha spiegato il portavoce della Santa Sede padre Federico Lombardi.
INDAGINI DELLA GUARDIA DI FINANZA
Gli arresti, dopo le indagini svolte dal nucleo valutario della Gdf, sono stati chiesti dalla Procura e confermati dal gip della Capitale, Barbara Callari.
Il provvedimento cautelare ha colpito: monsignor Nunzio Scarano, 61 anni, fino a un mese prima dell’arresto capo contabile all’Apsa (Amministrazione del patrimonio della Sede Apostolica) – e da due settimane già    indagato dalla Procura di Salerno per il crack del Pastificio Amato -; un ex funzionario del Servizio segreto interno, Giovanni Maria Zito, sottufficiale dei carabinieri, espulso dall’Aisi tre mesi fa; il broker finanziario Giovanni Carenzio, un italiano che lavora soprattutto all’estero.
VENTI MILIONI DA CONTI ELVETICI
Monsignor Scarano, ora rinchiuso nel carcere romano di Regina Coeli, si sarebbe accordato con lo 007 e gli avrebbe consegnato 400 mila euro per far rientrare dalla Svizzera 20 milioni di euro liquidi appartenenti ad una famiglia sua amica a bordo di un jet privato; ma l’avvocato Silverio Sica, difensore di monsignor Scarano sostiene «potrebbe essersi trattato di un aereo di Stato».
E assicura: «Monsignor Scarano chiarirà  tutto ai magistrati romani, come ha già  fatto con quelli salernitani».
L’inchiesta ruota intorno a questo episodio, ma lo Ior è nel mirino dei magistrati fin dal settembre 2010, quando furono congelati dal tribunale 23 milioni di suoi fondi dopo l’avvio in una indagine con ipotesi di riciclaggio.
«IL VATICANO SEGUE IL PROBLEMA» –
Il direttore della Sala Stampa della santa sede, padre Federico Lombardi, ha precisato che «la competente autorità  vaticana, l’Aif (ndr. l’autorità  di riforma finanziaria presieduta dallo svizzero Renè Bruelhart, esperto di antiriciclaggio), segue il problema per prendere, se necessario, le misure appropriate di sua competenza».
E ribadisce che «monsignor Scarano era stato sospeso dal servizio presso l’Apsa da oltre un mese, appena i Superiori erano stati informati che era indagato». Questo «in applicazione del Regolamento della Curia Romana, che impone la sospensione di persone per cui sia stata iniziata un’azione penale».
VOCAZIONE IN ETA’ ADULTA
Prima di prendere i voti, nel marzo del 1987, monsignor Nunzio Scarano – che in Vaticano era chiamato «don 500» per il suo vezzo di mostrare spesso il portafogli nel quale aveva solo banconote da 500 euro – è stato impiegato dell’ex Banca d’America e d’Italia.
Originario di Salerno, il prelato è incardinato nell’Arcidiocesi di Salerno-Campagna-Acerno, ma da tempo vive a Roma, nella Domus Internationalis Paulus VI, in via della Scrofa.
A Salerno, monsignor Scarano è sotto inchiesta per il riciclaggio di 560mila euro e mercoledì 27 il Vaticano lo aveva sospeso dal suo incarico di responsabile del servizio di contabilità  analitica presso l’Amministrazione del patrimonio della Sede Apostolica.
SVOLTA DIPLOMATICA
Gli arresti sembrano confermare il mutamento radicale degli equilibri diplomatici sulla delicata questione della cosiddetta «Banca di Dio», che nel corso degli ultimi trent’anni è stata più volte al centro di inchieste e polemiche, fatti di cronaca e contestate operazioni finanziarie.
E che da una parte della Curia romana era stata sempre difesa strenuamente: tanto che la collaborazione con le autorità  giudiziarie italiane era considerata un attentato alla sovranità  e all’indipendenza vaticane, come ha spiegato Massimo Franco sulle pagine del Corriere della Sera giovedì 27.
La Pontificia commissione referente sull’Istituto per le Opere Religiose nominata il 26 giugno è un organismo, presieduto dal cardinale salesiano Renato Farina, che dovrà  favorire «una migliore armonizzazione del medesimo con la missione della Chiesa universale e della Sede Apostolica, nel contesto più generale delle riforme che sia opportuno realizzare da parte delle Istituzioni che danno ausilio alla Sede Apostolica».
INFORMAZIONI RISERVATE
La Commissione raccoglierà  informazioni anche riservate sull’andamento dell’Istituto (nessuno, secondo il documento autografo di Francesco, potrà  sottrarsi e non rispondere ai cardinali) e presenterà  i risultati al Papa, il quale già  a fine aprile aveva dichiarato: «Lo Ior è necessario fino a un certo punto».
L’intenzione di Jorge Mario Bergoglio di metter mano alla riorganizzazione della banca era nota da tempo, come aveva anticipato il Corriere della Sera, tra le ipotesi c’era anche quella del commissariamento.
Nel suo discorso ai dipendenti dello Ior a fine aprile, il santo padre aveva sottolineato che «la Chiesa non è un’organizzazione burocratica» e che «quando la Chiesa vuol vantarsi della sua quantità  e fa delle organizzazioni, e fa uffici, diventa un po’ burocratica… la Chiesa perde la sua principale sostanza».

Fiorenza Sarzanini e Luca Zanini
(da “il Corriere della Sera“)

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NEL 2013 LA CHIESA NON PAGHERA’ L’IMU: L’ACCONTO ERA PREVISTO PER IL 17 GIUGNO

Giugno 7th, 2013 Riccardo Fucile

IL TESORO CON UNA CIRCOLARE RINVIA IL CONGUAGLIO AL 2014 PERCHE’ NON SAREBBE CHIARO L’IMPORTO DA VERSARE

La Chiesa cattolica e gli altri enti non profit, per quest’anno ancora non pagheranno l’Imu.
O meglio: la pagheranno come hanno fatto finora e forse anche meno.
Come anticipato dal Fatto Quotidiano qualche giorno fa, infatti, il combinato disposto tra il bizantino regolamento di attuazione emanato dal governo Monti a novembre e la mancanza della modulistica (non preparata dal Dipartimento delle Finanze del ministero Tesoro) ha comportato il fallimento della legge con cui Mario Monti ha bloccato la procedura d’infrazione aperta dall’Unione europea per aiuti di Stato (chiusa a dicembre col condono del pregresso).
Lo conferma una circolare emanata ieri dal direttore del dipartimento delle Finanze, Fabrizia Lapecorella, che ammette la mancanza e prescrive, sostanzialmente, che il non profit faccia quello che crede: paghi la rata di giugno, se ritiene di dovere, e poi i conti si faranno addirittura nel 2014.
Un breve riassunto dell’intricata vicenda.
Secondo la legge varata dal governo Monti, da quest’anno gli enti ecclesiastici e tutto il settore non profit sarebbero stati esenti dall’Imu solo per quegli immobili o quelle parti di immobili in cui non si svolgono attività  commerciali.
Problema: come stabilire cosa si intende per attività  non commerciale?
Ci ha pensato, per così dire, un regolamento apposito: sostanzialmente sono quei servizi — alberghi, scuole, cliniche, ecc. — che offrono il servizio alla metà  del costo medio di mercato nello stesso territorio.
Sulla base di questi fumosi principi, gli enti interessati avrebbero dovuto compilare entro l’inizio di febbraio un modulo in cui indicavano quali parti dei loro edifici (e addirittura in quali giorni) erano sede di attività  commerciali.
Come avevamo anticipato, però, il modulo ancora non esiste e dunque non si sa chi e quanto dovrà  pagare
Per questo ora il ministero Tesoro diffonde la sua circolare che rimanda tutto all’anno prossimo.
In sostanza, invece di pagare normalmente, quest’anno ognuno pagherà  quello che crede (“secondo la migliore stima possibile”) e poi per l’eventuale conguaglio ci si rivede nel giugno 2014, sperando che il modulo sia pronto.
Non solo, par di capire che il Tesoro sia quasi preoccupato di incassare troppo: se qualcuno infatti, scrive Lapecorella, nel 2012 pagava l’Imu su tutto l’immobile. Quest’anno potrebbe dover pagare meno grazie alla divisione in parti e quindi meglio rinviare di 12 mesi.

Marco Palombi
(da “il Fatto Quotidiano“)

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LA LEGGE È INUTILE: LA CHIESA CONTINUERÀ A NON PAGARE L’IMU

Giugno 4th, 2013 Riccardo Fucile

LA SCADENZA PER LA PRIMA RATA È VICINA, MA MANCANO CONTROLLI E MODULI, NESSUNO VUOLE DISTURBARE I VESCOVI… IL GETTITO NON ARRIVERà€ A 100 MILIONI DI EURO

È un mistero. Da un lato è normale, visto che si tratta in larga parte di materia “religiosa”, dall’altro non tanto perchè parliamo di fisco.
Parliamo dell’Imu per il non profit — soprattutto per gli immobili appartenenti ad enti religiosi — che da quest’anno pagano l’imposta per la parte dei loro immobili utilizzata per attività  commerciali.
Si promettevano meraviglie: l’associazione di ricerca Ares stimò in oltre 2 miliardi il gettito potenziale per le sole proprietà  della Chiesa, l’Anci parlava invece di 500-700 milioni, la commissione del Tesoro sull’erosione fiscale guidata da Vieri Ceriani nel 2011 stimò prudenzialmente 100 milioni di euro.
Il governo Monti, modificando la legge per non incorrere in una multa europea per aiuti di Stato, si guardò bene dal fare previsioni, ma coi soldi promise di abbassarci le tasse: “Le maggiori entrate saranno accertate a consuntivo e potranno essere destinate all’alleggerimento della pressione fiscale”.
Anche l’Europa ha gettato la spugna: nel dicembre scorso ha detto che la nuova legge sanava una situazione illecita, ma che quantificare il danno era impossibile.
Risultato: un bel condono per gli illeciti 2006-2012.
E ora? Ora che tutto è a posto, quanto incasserà  l’erario?
Ufficialmente è un mistero, ufficiosamente non molto di più rispetto agli anni scorsi.
Lo sostiene, anonimamente, una fonte dell’associazione dei Comuni e ne è convinto l’uomo che ha iniziato la battaglia a Bruxelles contro i privilegi fiscali della Chiesa, l’ex parlamentare radicale Maurizio Turco: “Il gettito non subirà  variazioni sostanziali rispetto al passato. Il regolamento bizantino varato dal governo Monti non ha fatto altro che posticipare il momento della verità . Non è con l’autocertificazione che si risolve il problema: senza controlli non sapremo mai chi e quanto dovrà  pagare”.
Ma i Comuni non sono interessati a incassare.
“I sindaci — è la risposta — non fanno i controlli per la semplice ragione che sono nelle condizioni tecniche e politiche per farli”. Tradotto: non hanno il personale, nè la volontà  di mettersi contro un apparato che i governi d’ogni colore hanno dimostrato di non voler infastidire.
I futuri magri risultati dell’operazione di maquillage del governo Monti, infatti, stanno tutti nelle norme stesse.
Bene il principio: sono esenti solo le attività  non commerciali.
Come individuarle? C’è un apposito “regolamento” emanato a novembre dal ministero dell’Economia (curiosamente in contrasto con quanto sostenuto dal Consiglio di Stato): sono quelle “svolte a titolo gratuito ovvero dietro versamento di corrispettivi di importo simbolico e, comunque, non superiore alla metà  dei corrispettivi medi previsti per analoghe attività  svolte con modalità  concorrenziali nello stesso ambito territoriale”. Bisogna, insomma, essere non profit almeno a metà .
Chi stabilisce la media territoriale e come la calcola? Chissà .
Alberghi e ostelli, asili e scuole, società  sportive e circoli culturali che sarebbe meglio chiamare pub dovranno, per essere Imu-esenti, dimostrare solo che offrono i loro servizi a “metà  dei corrispettivi medi” dei loro concorrenti profit.
Per gli alberghi è previsto addirittura — qualunque cosa significhi — che possano pagare l’Imu solo per i periodi dell’anno in cui effettivamente svolgono attività  commerciale.
Per contestare un’eventuale dichiarazione infedele, infine, i comuni hanno cinque anni di tempo.
Nota ancora Maurizio Turco: “In Campania ci sono migliaia di case abusive costruite sotto il naso di chi dovrebbe vigilare: come si può immaginare che i Comuni siano in grado di fare controlli su cosa avviene dentro edifici in regola?”
La verita è che l’oscurità  fiscale in cui si trovano gli edifici del non profit — enti ecclesiastici in testa — è contemporaneamente la garanzia e il mezzo con cui si preserva lo statu quo.
Entro il 4 febbraio chi aveva beneficiato di esenzioni Imu nel 2012 ha dovuto consegnare un modulo in cui dichiarava la sua posizione (o anche una semplice variazione rispetto all’anno prima).
In sostanza, una sorta di primo censimento di chi non paga l’imposta sugli immobili, che però non ha per ora riguardato enti senza fini di lucro e ecclesiastici: li ha esentati una circolare del ministero a gennaio.
Motivo? Mancava il modulo o, nel loro linguaggio, “la successiva emanazione del decreto di approvazione dell’apposito modello di dichiarazione in cui verrà  indicato anche il termine di presentazione della stessa”.

Marco Palombo
(da “Il Fatto Quotidiano”)

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