Ottobre 22nd, 2014 Riccardo Fucile
SI INDAGA PER TRAFFICO ILLECITO DI RIFIUTI, SEQUESTRATA L’AREA
L’aeroporto degli sprechi, potenziato a suon di milioni di euro e mai utilizzato, è diventato una
discarica abusiva.
Traffico illecito di rifiuti provenienti dalle macerie di edifici privati distrutti dal sisma del 2009, è l’ipotesi di reato di un’inchiesta della Procura distrettuale antimafia dell’Aquila in cui sono indagate sei persone.
Succede precisamente a Preturo, nel cuore dell’Appennino devastato dal terremoto del 2009 e mai risorto.
Il gip ha autorizzato il sequestro di un’area di circa 20mila metri quadrati dentro lo scalo. Un ultimo atto che segna la vita travagliata di questo scalo, passato da semplice aeroclub a pista d’atterraggio per i grandi della terra in occasione del G8, per finire a deposito di rifiuti.
Sono trecento gli scarichi abusivi effettuati tra i mesi di marzo e maggio 2014, tutti ripresi e documentati.
Corpo forestale, polizia e finanza infatti, seguivano da tempo l’andirivieni di mezzi pesanti carichi di ferro, asfalto e calcestruzzo, mischiati a terra di risulta.
Sembra che l’idea fosse quella di utilizzare i rifiuti per realizzare la nuova area di sicurezza di fine pista, utile per ridurre i rischi per gli aerei in caso di atterraggio lungo o uscita fuori pista.
Un progetto “a costo zero”, che avrebbe consentito un risparmio di circa 36mila euro.
Eppure di soldi in questi anni, l’aeroporto ne ha macinati parecchi.
Finanziamenti a pioggia, finanziamenti a fondo perduto, per uno scalo che non ha mai visto attivi i collegamenti più volte annunciati in pompa magna: Lombardia, Sicilia e Sardegna, Albania e Macedonia. Niente.
L’aeroporto a sei chilometri dall’Aquila, la cui ragion d’essere è stata più volte contestata dalla stessa Confindustria regionale, giace inerme di fronte all’ennesimo scandalo.
A finire nei guai sono in sei, tutti indagati.
Si tratta dell’amministratore e del direttore commerciale della società Xpress che gestisce l’aeroporto, Giuseppe Musarella e Ignazio Chiaramonte, di un ingegnere del Comune dell’Aquila, Mario Corridore, e di tre imprenditori, titolari delle ditte di autotrasporti Delta impianti dell’Aquila, Lunari di Rieti e Xpress srl.
Gli agenti hanno eseguito i decreti di sequestro preventivo emessi dal gip dell’Aquila Guendalina Buccella, e il sequestro probatorio di una parte dell’area interna all’aeroporto, di sei autocarri di proprietà delle ditte di autotrasporti, e di beni della Xpress srl.
Per il momento, dai primi accertamenti preliminari sul materiale interrato, non sono state rilevate tracce di sostanze radioattive, sebbene una presunta connessione tra la società che gestisce l’aeroporto e una società di trasporto di rifiuti radioattivi avesse allertato gli investigatori.
Ma è solo l’ultima puntata della tormentata storia dell’aeroporto aquilano.
Inaugurato nell’estate del 2009 in vista del vertice del G8, dopo pochi mesi ottiene il via libera dal Comune all’apertura al traffico commerciale e all’attivazione di una linea per il trasporto civile.
Nel giugno del 2010 ecco apparire l’ipotesi di voli charter per Sicilia e Sardegna, ma bisogna completare i lavori e mancano le autorizzazioni per far partire le attività .
Intanto è in atto un contenzioso legale per la gestione dello scalo: secondo la Saga, la società che gestisce l’aeroporto d’Abruzzo a Pescara, il bando del Comune dell’Aquila (in un primo tempo vinto dalla società valdostana Air Valleè) conterrebbe dei vizi formali che lo renderebbero nullo.
Le grane non sembrano finire: lo scalo infatti funziona in partenza, non al ritorno.
Sulla pista non si possono effettuare atterraggi nelle ore notturne, è troppo corta, solo 1.400 metri.
E così, il volo inaugurale con a bordo la squadra dell’Aquila calcio, parte da Preturo per la Sardegna ma al ritorno atterra a Ciampino. Niente paura però, l’Air Valleè e il Comune assicurano entro fine anno il completamento delle certificazioni con l’Enav (l’ente nazionale aviazione).
E invece, nel giugno del 2011 ecco pronto il bando europeo per trovare un nuovo gestore. Risponde al bando solo la Transervice, ma viene esclusa per “carenza di documentazione”.
Nel balletto delle chiusure e riaperture, nel febbraio del 2012, è la società Xpress a spuntarla, assicurando l’attivazione di due voli settimanali: uno diretto a Milano, l’altro con destinazione Sardegna o Sicilia, oltre a un collegamento con l’Albania.
I lavori in corso durano circa un anno, alla fine del quale la Xpress annuncia altri voli, questa volta per Ciampino e Milano.
Ma il 2013 finisce e dei voli non vi è traccia. Iniziano invece i guai giudiziari. A febbraio di quest’anno, l’affidamento dell’appalto per la gestione dello scalo finisce sotto la lente della magistratura: si vuole accertare che la XPress abbia i requisiti non solo per la gestione del trasporto bagagli e di materiale radioattivo, ma anche per il trasporto delle persone.
Intanto, a maggio, parte finalmente il primo volo per Milano. Ma è un flop: si vendono solo quattro biglietti.
E ci si avvia all’epilogo più inatteso per uno scalo aereo, che invece di accogliere passeggeri raccoglie rifiuti.
Melissa Di Sano
(da “il Fatto Quotidiano“)
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Ottobre 12th, 2014 Riccardo Fucile
IL PARADOSSO DEI DIRIGENTI PREMIATI CON UN EXTRA TRA 6.000 E 17.000 EURO
Lei è convinta che con il sistema di allerta meteo “le famiglie sono più tranquille quando i loro figli vanno a
scuola”.
E’ il capo della Protezione civile del Comune Monica Bocchiardo: queste cose le sa bene.
Nonostante quest’ultima alluvione sia costata la vita ad un uomo ed almeno 300 milioni di danni, lei si giustifica sostenendo che “non poteva certo fermare l’acqua con le mani”.
Eppure il sistema più che una falla ha mostrato di avere una voragine: giovedì pomeriggio, nessuno ha avvisato Genova che stava per piombare sulla città una bomba d’acqua di quelle proporzioni, ma lei, sicura delle sue convinzioni, ripete: “Purtroppo una persona è mancata, ma il mio obiettivo principale è salvare le vite umane”.
Forse è per questo che il Comune l’ha premiata con bonus in busta paga: “Per aver svolto un buon lavoro nella sicurezza idrologica della città “.
Sembra un paradosso: l’ex candidato sindaco di Genova, Enrico Musso, lo chiama proprio così: un ‘paradosso’ che è costato alla collettività un bel gruzzolo di soldi: nel 2014 i dirigenti premiati hanno ottenuto ‘retribuzioni di risultato’ tra i 6 mila e i 17 mila euro oltre allo stipendio.
Con quello che è successo a Genova giovedì notte, cose del genere non potevano passare sotto silenzio e così è saltato fuori il consigliere comunale Enrico Musso che ha denunciato il fatto.
“Il sindaco Marco Doria e la sua giunta hanno ritenuto evidentemente ‘conseguiti’ i seguenti risultati – spiega Musso -: per il dirigente 1 gli obiettivi erano la mitigazione del rischio per gli edifici ubicati nelle aree di maggior rischio idrogeologico, sviluppo e promozione della conoscenza delle attività di Protezione civile.
La retribuzione di risultato è stata di 7.171,74 (lordo annuo 93.886,75).
Il dirigente 2 aveva come obiettivi il monitoraggio del territorio e gli appalti idrodrenaggio urbano.
La retribuzione di risultato è stata 6.131,27 (lordo annuo 79.811,17)”.
La lista prosegue: “Il dirigente 3 aveva per obiettivi lo scolmatore dei torrenti Bisagno e Chiaravagna, e gli interventi di adeguamenti idraulici per una retribuzione di risultato 9.405,44 (lordo annuo 109.558,76) mentre il dirigente 4 aveva come obiettivo, tra gli altri, la messa in sicurezza del territorio e la retribuzione di risultato è stata di 17.614,53 euro per un lordo annuo di 123.653,19”.
Uno dei dirigenti premiati è proprio Monica Bocchiardo che si giustifica: “Io non posso conseguire un premio per fermare l’acqua con le mani. Se io avessi avuto un obiettivo di questo tipo e avessi dichiarato di averlo raggiunto avrei commesso un falso gravissimo”.
Invece – ha aggiunto – “abbiamo mitigato il rischio lavorando insieme a quelle che sono le altre istituzioni per raggiungere una maggiore sicurezza delle persone che vivono e che abitano in quelle zone”.
(da “La Repubblica”)
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Settembre 8th, 2014 Riccardo Fucile
I SINDACI SONO OBBLIGATI A INFORMARE I CITTADINI, MA E’ IMPOSSIBILE DISTRICARSI TRA I BILANCI
Dove finiscono i soldi della Tasi?
La legge che ha istituito la Tassa sui servizi indivisibili dice chiaro e tondo che i sindaci devono indicare in modo “analitico” non solo il gettito incassato dagli immobili, ma anche l’uso che se ne fa in termini di servizi pubblici finanziati.
E lo devono fare in modo chiaro e trasparente. Dunque sui siti dei Comuni, ad esempio.
È così? No.
Per capire la destinazione del più tormentato dei balzelli, il cittadino dovrebbe essere un segugio informatico, un esperto di bilanci pubblici e rapido di calcolo.
Aprire così delibere, documenti contabili e programmatici, relazioni, regolamenti, bozze. E chi più ne ha, più ne metta. E poi fare tabelle, applicare percentuali, sempre ad avere tempo da perdere. Insomma, una fatica immane.
Eppure non dovrebbe essere così. E non solo perchè la trasparenza è un obbligo di legge. Ma proprio per la natura stessa della Tasi, da quest’anno e per la prima volta nella storia italiana non più imposta sul patrimonio immobiliare, ma tassa per i servizi ricevuti. E invece niente.
Altro che “vedo, pago, voto”.
Il Servizio politiche territoriali della Uil ci ha provato.
Ed è andato a spulciare nei meandri dei documenti contabili di otto grandi città — Roma, Milano, Torino, Genova, Bologna, Venezia, Firenze e Napoli — per capire che fine fanno le tasse sulla casa. E scoprendo che servono a coprire in media poco più di un terzo — il 38% — del costo totale dei servizi indivisibili, quelli cioè non offerti a domanda individuale, come gli asili nido o il trasporto scolastico, ma destinati alla collettività .
Intanto quasi nessun Comune rispetta la legge, laddove la 147 del 2013 dice che l’elenco dei servizi finanziati dalla Tasi con relativo importo deve essere inserito nel Regolamento stesso della tassa.
Le informazioni si trovano un po’ qui, un po’ nei bilanci (se approvati), un po’ nelle relazioni programmatiche
Roma è al top della confusione. Indica in 627 milioni i servizi finanziati dalla Tasi. Ma il gettito stimato della tassa è inferiore e indicato in 572 milioni nel Regolamento e in 636 milioni nel bilancio di previsione.
Com’è possibile? Cifre a parte, al top dei servizi troviamo “mobilità e trasporti” per oltre 300 milioni.
Nessuna sorpresa, visto che in totale il servizio per bus e metro, non proprio impeccabile, costa al Campidoglio circa 1 miliardo l’anno, un terzo dunque pagato dalla Tasi dei romani. Lo sanno?
Al terzo posto, con 47 milioni c’è la “manutenzione stradale, del verde pubblico, illuminazione”. Tra buche, alberi che cadono ad ogni pioggia, strade al buio, non proprio un bel modo di impiegare i proventi della tassa.
Il Comune di Milano è più analitico e trasparente. Ma al pari di Genova lascia al cittadino- commercialista la divisione della torta Tasi: quanto a quali servizi.
Al primo posto, nel capoluogo meneghino c’è l’ordine pubblico e la sicurezza: 77 milioni su 165 di gettito Tasi.
Poi i trasporti (57) e l’ambiente (18). Torino ottiene 136 milioni dalla tassa e al di là dei 71 impiegati per i vigili e i 18 per l’illuminazione, curiosamente indica un milione per le fontanelle. Chissà se i proprietari torinesi apprezzano.
Venezia non ha approvato il bilancio 2014 e dunque non si capisce se i 40 milioni del costo dei servizi corrispondano o meno al gettito Tasi.
Così Napoli indica 7 servizi indivisibili da finanziare con la Tasi (ambiente, strade, edilizia, anagrafe, sicurezza, assistenza, commercio). Ma null’altro: nè gettito della tassa, nè ripartizione. Nulla di nulla. Alla faccia della trasparenza.
Il Comune di Firenze a guida Nardella mette il gettito Tasi nella relazione programmatica al bilancio di previsione (40 milioni e mezzo). E fa sapere che per metà andrà a polizia locale e ambiente, una parte (circa 14 milioni) per i servizi socioassistenziali e una fiche, circa 282 mila euro, per i servizi bibliotecari.
Bologna e Genova sono le uniche a coprire con la Tasi anche il “costo degli organi istituzionali”. Bolognesi e genovesi sono consapevoli dunque di contribuire con la loro Tasi anche allo stipendio del sindaco e dei consiglieri municipali? Chissà .
Bologna però è anche l’unica ad avere al top dei servizi indivisibili coperti da Tasi la sicurezza urbana.
Genova invece non dettaglia e non si capisce quanti dei 21 servizi (che in totale costano ai cittadini 192 milioni) vengano foraggiati dai 75,4 milioni incassati dal mattone.
Curioso, questo federalismo fiscale
Valentina Conte
(da “La Repubblica”)
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Agosto 18th, 2014 Riccardo Fucile
“ORA MI SENTO SULLA SCIA DELLA STORIA DI BORDIN E BALDINI”
Daniele Meucci, dopo l’oro si è finalmente convertito dalla pista alla strada?
«Direi di sì, la maratona è la regina dell’atletica: la pista è bella, mi piace, mi manca ma oggi correndo per strada ho capito che è un’altra cosa. E’ partita la scintilla».
Chi l’ha convinta?
«Ci hanno provato in tanti ma ho dovuto decidermi io. Continuavano a ripetere che potevo proseguire la tradizione di Bordin e Baldini, che c’erano le potenzialità ma solo oggi sento di aver preso davvero quel testimone. Loro hanno fatto la storia di questo sport, io posso provare a seguire la strada».
Prima maratona?
«Roma, nel 2010: contro la mia volontà ».
E come ci è tornato?
«Con una scommessa sui tempi con il mio tecnico Massimo Magnani. Ha vinto un pronostico e io gli dovevo un altro tentativo. E poi Gelindo Bordin mi ha fatto firmare con il mio sponsor, la Diadora, e al momento dell’accordo mi ha detto: se metti il tuo nome lì passi alla maratona».
E quando si è convinto davvero?
«Dopo New York, l’anno scorso. Ma solo dopo questo oro so che è la direzione è giusta».
Dove lo trova il tempo per il dottorato in università ?
«Fermo da 4-5 mesi causa atletica. Devo ringraziare il mio tutor. Lavoriamo su un progetto di automazione dei robot marini per le esplorazioni fondali, arrivano a 300 metri di profondità ».
Per questo si allena nell’acqua, per sperimentare.
«Già , sono nella fase subacquea. Corro in piscina e quando il tempo lo permette in mare. Preserva dagli infortuni»
Cosa ha pensato quando ha visto il traguardo in solitaria?
«Ai miei figli, mi riempiono la vita»
La sua vita è pienissima. Dottorato, atletica, famiglia.
«E’ bello non stare concentrati solo sulle gare, sono importanti sì ma non possono essere il centro dell’universo. Sono grato di avere anche un’esistenza che non dipende dai risultati»
Giulia Zonca
(da “La Stampa”)
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Luglio 21st, 2014 Riccardo Fucile
NEL 2010 SOLO OTTO COMUNI AVEVANO I BILANCI IN DISSESTO: A FORZA DI TAGLI STATALI ORA MOLTI SONO ALLA FRUTTA
Renato Natale, sindaco di Casal di Principe da un mese, sa che la sua è una città unica in Europa a
causa dei camorristi.
Ma da quando è entrato in ufficio ha subito trovato qualcosa che lo accomuna a centinaia di primi cittadini in ogni parte d’Italia. Ha il bilancio in dissesto.
Gli enti in crisi, circa 180, sono ormai una nuova categoria sociale del Paese: hanno persino le proprie proteste e rivendicazioni, perchè si sentono trattati peggio dei grandi debitori seriali come le amministrazioni di Roma o di Napoli.
In gioco non c’è solo la contabilità , perchè a Casal di Principe il dissesto è un problema pratico.
Debiti per 16 milioni in una città di 20 mila abitanti costringono l’amministrazione a comportarsi come un’impresa in procedura fallimentare.
Deve tagliare le spese all’osso, alzare le entrate e vendere i beni in fretta per liquidare i creditori a una frazione del valore teorico dei debiti. Ma un’impresa fallita di solito smette di esistere, mentre un Comune deve continuare a garantire la sicurezza nelle strade, il servizio idrico o gli aiuti alle famiglie in difficoltà .
Non è facile, quando i bilanci sono già stati portati al ministero dell’Interno come si fa con i libri d’impresa in tribunale.
A Casal di Principe 700 domande di assegni familiari restano in un cassetto perchè in Comune non ci sono più assistenti sociali in grado di leggerle, e il sindaco non può assumerne altri.
A oltre metà della popolazione non arriva l’acqua corrente e nessuna scuola ottiene il certificato di agibilità sanitaria, ma mancano i soldi e gli uomini per fare le bonifiche. Presto il solo geometra comunale andrà in pensione e i vigili urbani sono sei, di cui due spesso in malattia.
Nel frattempo, un commissario del ministero dell’Interno paga i creditori e aiuta a fare chiarezza in un bilancio in cui figuravano come poste all’attivo delle bollette dell’acqua neppure mai emesse.
Casal di Principe è un punto estremo, non un’aberrazione dell’Italia all’ottavo anno dall’inizio della crisi. Nel 2009 i Comuni ufficialmente in dissesto erano due, l’anno dopo erano otto, a metà di quest’anno erano saliti a 63.
Fra questi si contano casi di parziali, pilotati e concordati default verso i creditori per molte centinaia di milioni di euro.
Al suo arrivo come primo cittadino di Alessandria, 93 mila abitanti, Maria Rita Rossa (Pd) ha trovato debiti per 200 milioni di euro su un bilancio di 90: la Corte dei Conti l’ha costretta a dichiarare il dissesto.
Anche a Caserta, 77 mila abitanti, il sindaco di destra Pio Del Gaudio ha trovato 200 milioni di debiti e un deficit annuale di altri 24.
Questi e altri Comuni come Terracina, Latina, Velletri e decine di altri stanno liquidando i fornitori con somme fra il 40% e il 60% di quanto scritto nelle fatture.
C’è poi una seconda categoria di enti costretti a rivedere le loro promesse ai creditori. Sono quelli in “pre-dissesto”, soggetti a quello che la legge chiama un piano di riequilibrio.
Quando è così la ristrutturazione è meno dura, spesso limitata a un lungo rinvio delle scadenze di pagamento e alla cancellazione degli interessi di mora.
In questa categoria rientrano circa 120 città , a volte con miliardi di debiti e milioni di elettori: fra queste Napoli, Catania, Messina, Reggio Calabria, Frosinone.
Non che fare default sui creditori degli enti locali sia sempre un’ingiustizia: i dati del Tesoro mostrano che le forniture di beni e servizi in molti casi si sono fatte a prezzi più che doppi rispetto alla norma.
Ma Maria Rita Rossa di Alessandria, che da sindaco di capoluogo in dissesto guadagna meno di quando insegnava Italiano e Latino alle superiori, pensa che la crisi non sua uguale per tutti.
“È una questione di equità fra cittadini di città diverse – accusa – non possiamo fare due pesi e due misure fra chi abita a Roma o a Napoli e chi sta ad Alessandria”.
I debiti del comune di Roma sono stati spostati in quella che Rossa chiama “una bad company” e Roma Capitale è potuta ripartire senza dissesto.
Nel frattempo Alessandria, Caserta, Casal di Principe e decine di altri enti più piccoli sono stati costretti ad alzare le tariffe e le tasse comunali al massimo, consolidare i debiti delle società partecipate, mettere in cassa integrazione molti dipendenti, bloccare gli investimenti.
Nuovi prestiti della Cassa depositi e prestiti vengono concessi solo a breve termine e per liquidare i creditori privati, mai per chiudere le buche nell’asfalto.
Non è un dettaglio da poco: fare causa ai Comuni per la condizione delle strade in caso d’incidente ormai è così diffuso fra gli italiani che certi enti sono finiti in dissesto per i danni e altri usano le riprese da satellite per difendersi dai tentativi di truffa dei cittadini.
Intanto a Napoli e soprattutto a Roma, grandi fonti di debiti e di voti, non vengono richiesti pari sacrifici.
Il piano per Roma non prevede gli stessi interventi drastici sulle partecipate del Comune, come l’Ama o l’Acea. Di qui la rivolta degli enti in dissesto conclamato.
Del Gaudio a Caserta nota che il ministero dell’Interno gli impone di alzare tutte le tasse, ma è moroso di un anno sul pagamento dell’affitto per i palazzi della Questura e della Prefettura.
Rossa da Alessandria vorrebbe allontanare i dirigenti che hanno creato il buco di bilancio, usando il nuovo decreto sulla mobilità dei funzionari, ma non lo fa perchè non potrebbe sostituirli. “Vorrei che i miei cittadini avessero le stesse opportunità degli altri”, osserva.
A Casal di Principe Renato Natale questa settimana spera di riaprire il campo sportivo. Per le pulizie delle strade, per adesso, conta su qualche volontario che si presenti.
Federico Fubini
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Maggio 18th, 2014 Riccardo Fucile
L’IMPOSTA “FAI DA TE” TRA RENDITE E FIGLI
Comune in cui abiti, tassa che trovi. Eccolo il federalismo fiscale. 
Ci si dovrà abituare, un po’ alla volta. Ma prima bisognerà superare la “prova Tasi”, parente geneticamente modificato dell’Imu, quella che avevano abolito ma che in realtà è sostanzialmente sopravvissuta sotto nomi a acronimi diversi.
La Tasi, la tassa comunale sui servizi indivisibili, dunque si paga sulla prima casa come sulle seconde e sugli altri immobili.
La pagano i proprietari ma anche gli inquilini. Le aliquote non sono uguali per tutti, sia ben chiaro: le stabiliscono i Comuni.
Altrimenti che fine fa il federalismo fiscale? E tra gli ottomila e passa Municipi c’è chi l’ha già fissata (circa 800, tra i quali 22 capoluoghi di provincia e 9 capoluoghi di Regione) e chi invece no.
Ben quattromila, d’altra parte, sono i Consigli comunali che saranno rinnovati con il voto di domenica prossima.
Chi ha il coraggio di alzare le tasse (perchè di questo si tratta nella maggior parte dei casi) a ridosso delle elezioni?
Aliquote diverse ma anche detrazioni diverse: in base alla rendita catastale, al reddito, al numero dei figli a carico ma con tetti variabili per l’età di questi ultimi.
C’è chi ha fissato un limite a 25 anni, chi a 26, chi a 18. Perchè?
E ancora: è identica la situazione di un figlio disoccupato o occupato?
Il caos fiscale è anche questo. Prevedere – come sostiene la Uil – che alla fine ci saranno tante Tasi quanti sono i Comuni italiani, cioè 8.092, non è affatto un azzardo. Siamo o no il Paese dei mille campanili?
Ma il numero dei Comuni miscelato alle innumerevoli possibilità di combinazione dei fattori (dalle aliquote alle detrazioni legate ai figli o al reddito, per capirsi) finirà per produrre oltre 75 mila soluzioni. Un ginepraio.
Affari d’oro per i commercialisti che sul bizantinismo normativo tricolore hanno costruito le loro fortune.
E guai a chi dovesse aver acquistato una casa in un Comune ed ereditata la seconda in un altro. La creatività fiscale richiede pazienza.
Mettendosi l’anima in pace: perchè – sempre la Uil Servizio politiche territoriali – ha calcolato che nel 26 per cento dei Comuni la Tasi sarà più cara dell’Imu già pagata nel 2012.
Questo è un patrigno federalismo fiscale.
I Caf hanno lanciato l’allarme: «Rischiamo di essere presi d’assalto e i cittadini di pagare al buio». Solo i Caf della Cisl parlano di ottantamila appuntamenti al giorno per la dichiarazione dei redditi e il calcolo della Tasi. Ora, ad eccezione di Aosta, dove per le case non di lusso l’aliquota è stata fissata al livello base dell’1 per mille (l’aliquota può variare dall’1 al 2,5 per mille più un’eventuale addizionale dello 0,8 per mille vincolato alle detrazioni), e Pordenone (1,25 per mille), tutte le altre città hanno aumentato le aliquote.
Torino ha scelto il 3,3 per mille con detrazione fissa di 110 euro per immobili con rendita catastale fino a 700, più 30 euro per ogni figlio minore di 26 anni.
Anche Ferrara ha scelto il 3,3 per mille, introducendo detrazioni oltre alla rendita catastale anche per i figli fino a 26 anni.
Stessa soluzione a Reggio Emilia la cui detrazione per i figli però si ferma a 25 anni.
Diversa la strada imboccata dalla Giunta comunale di Milano: aliquota al 2,5 per mille con detrazione legata alla rendita catastale (fino a 770 euro) e in base al reddito Irpef (fino a 21 mila euro).
Qui si rischia di avere nostalgia dell’Imu.
D’altra parte in diversi Comuni (il 26 per cento) tra quelli che hanno stabilito aliquote e detrazioni costerà di più la Tasi dell’Imu.
A Mantova si pagheranno mediamente 89 euro in più, a Pistoia 75, a Milano 64, a Ferrara 60, a Savona 28.
Si verserà di meno, invece, a Pordenone (148 euro in meno), a Roma (127), a Cagliari (85), a Brescia (78), a Modena (65), a Ravenna (37), a Vicenza (53), a Bologna (20), a Torino (7) fino a Novara (4).
Alla fine i Comuni incasseranno. Ma il rischio – secondo il segretario confederale della Uil, Guglielmo Loy – è che in molti casi il bonus di 80 euro deciso dal governo possa essere mangiato dalla Tasi, dalla Tari e dalle addizionali Irpef e che — per coloro (pensionati in primis) che per ora non riceveranno lo sgravio — l’operazione possa tradursi in un nuovo incremento della pressione fiscale.
Roberto Mania
(da “La Repubblica”)
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Maggio 11th, 2014 Riccardo Fucile
E AL BAR SPIEGANO: “SONO SOLO ROGNE”
Crisi e antipolitica stanno minando l’impegno civico, soprattutto dove questo non è accompagnato da prestigio e indennità dorate.
Sono sei i comuni che il prossimo 25 maggio non potranno votare la nuova amministrazione per mancanza di candidati.
Il viaggio del fattoquotidiano.it nell’Italia al voto non poteva ignorare il fenomeno ed ha fatto tappa a Esino Lario, un comune di 700 anime in provincia di Lecco dove nessuno si è presentato entro i termini previsti dalla legge e il paese si avvia al commissariamento.
Il sindaco uscente, Giovanni Dell’Era si dice “deluso, amareggiato e preoccupato”.
Ha aggiunto anche. “Auspicavo che qualcuno si facesse avanti. Mi dispiace”, ma così non è stato.
E a far quattro chiacchiere con i cittadini di Esino si capisce che il problema sta tutto (o quasi) nella carenza di risorse: “Qui nessuno vuol sentire parlare di sindaci e vicesindaci”, parola di ex primo cittadino: “ne hanno tutti le scatole piene” e, ancora: “Nessuno vuole governare senza risorse”.
È un destino che Esino Lario condivide con altri piccoli centri sparsi in tutto lo Stivale, isole comprese.
Succede ad esempio a Tadasuni, in Sardegna, dove tra i 179 residenti nessuno se l’è sentita di candidarsi per la poltronissima.
La carenza di vocazione amministrativa ha colpito anche il comune di Locatello (Bergamo) e San Vendemiano (Treviso).
Anche i cittadini di Mazzo, in provincia di Sondrio, non sono riusciti a trovare un loro candidato.
Una situazione, questa che suona beffarda, se si pensa che appena pochi mesi fa, gli stessi cittadini avevano votato contro l’ipotesi di accorpamento del loro piccolo comune con altri comuni limitrofi.
Niente candidati nemmeno a Sant’Angelo del Pesco (in provincia di Isernia).
Qui l’appello del sindaco uscente Guglielmo Delle Donne non ha fatto breccia nel cuore dei suoi 368 concittadini, consegnando l’amministrazione al commissariamento. In Molise a fare da contraltare al comune di Sant’Angelo del Pesco c’è il piccolo centro di Castelverrino che, con 124 residenti è riuscito ad esprimere addirittura cinque candidati sindaco.
Alessandro Madron
(da “il Fatto Quotidiano“)
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Aprile 20th, 2014 Riccardo Fucile
MACELLERIA SOCIALE: “CHE DOBBIAMO ANCORA TAGLIARE?”… GLI AMMINISTRATORI LOCALI PRONTI ALLA RIVOLTA… LA STRATEGIA DI RENZI: LE MAGGIORI TASSE APPLICATE DAGLI ENTI LOCALI, COSI’ LUI RESTA PULITO
I compiti a casa sostengono di averli già fatti. Sindaci e governatori di Regione stanno
cercando di capire in quale misura e con quali modalità verranno chiamati a contribuire al decreto sul bonus in busta paga.
La certezza è che il governo Renzi ha chiesto loro di individuare risparmi per beni e servizi indicando il quantum: 700 milioni di euro a carico degli Enti locali, altrettanti a carico delle Regioni.
L’ennesima sforbiciata, insomma, non gradita dai destinatari. E poco importa se il taglio non è lineare e si configura come una sollecitazione ad individuare autonomamente dove intervenire con il bisturi.
Basta sentire il sindaco di Torino, Piero Fassino, incidentalmente anche presidente dell’Anci (Associazione dei comuni) nonchè politicamente prossimo al premier Matteo Renzi.
«La manovra ha i suoi pregi, in particolare per la prima volta si restituiscono soldi ai cittadini e si riduce l’Irap, naturalmente la richiesta ai comuni di predisporre ulteriori riduzioni alle spese impone una verifica con il governo», sottolinea, «ci terrei a dire che noi la nostra parte l’abbiamo fatta volentieri e che negli ultimi cinque anni la spesa dei Comuni, a differenza di quella dello Stato centrale e delle Regioni, è diminuita».
Agevole, quindi, seguirlo nel ragionamento successivo. «I comuni italiani rappresentano il 7,6% della spesa pubblica complessiva, e il 2,5% del debito pubblico. Osservo che una ripartizione dei risparmi in misura uguale per 700 milioni ciascuno tra Stato, Regioni e Enti locali è squilibrata».
Al tavolo di verifica e confronto sul testo del decreto, che garantisce 80 euro ai lavoratori dipendenti, Fassino si riserva di sollevare un ulteriore questione.
«A carico degli Enti locali ci sono 700 milioni, di cui 340 milioni sono in capo ai Comuni. Quest’ultimo importo equivale a quanto il governo centrale deve restituire ai Comuni per gli anticipi di cassa per il mantenimento degli uffici giudiziari dello Stato».
Il sindaco di Torino immagina un meccanismo compensativo che, però, farebbe traballare i conti del decreto.
In apprensione, del resto, è anche l’assessore al bilancio del Comune di Milano, Francesca Balzani. Il leit motiv è quello di altri amministratori locali.
«Una volta ancora si chiedono interventi di riduzione di spesa a un comparto che ha già contribuito in maniera consistente.
Il dato è allarmante, basti pensare al taglio dei trasferimenti destinati al Comune di Milano. Nel 2010 erano 728 milioni, nell’ultimo rendiconto sono diminuiti a 462 milioni».
Il timore è che a farne le spese siano i cittadini. «Ai comuni, per esempio, è delegato il compito di assicurare le politiche sociali, ma, dopo anni di riduzioni di spesa, tagli e congelamenti, si rischia di non garantire alcuni servizi»
L’altra faccia della medaglia è la tentazione di un aumento delle imposte locali con delle mini manovre per mano dei municipi. Balzani ricorda il caso di Milano.
«Ci siamo trovati con uno squilibrio di bilancio di 500 milioni, una situazione che ci ha imposto di varare una manovra fiscale da 200 milioni».
Secondo il decreto voluto da Renzi risparmiare rinegoziando i contratti per i servizi e gli appalti, centralizzando gli acquisti, tagliando stipendi e smantellando le municipalizzate (da 8 mila dovranno scendere a mille), non ha alternative. O meglio, ne ha una sola, peraltro, da scongiurare: l’intervento diretto del Commissario alla spending review che predisporrà tagli lineari.
In tutti i casi il governatore del Lazio, Nicola Zingaretti, tiene a rivendicare il lavoro svolto. «Abbiamo chiuso 10 società regionali e ridotto il numero dei consiglieri di amministrazione di conseguenza. La nostra centrale unica per gli acquisti garantisce 170 milioni di risparmi. Le auto blu le abbiamo già passate al setaccio, ora costano 70 mila euro all’anno contro i 245 mila del passato».
Quello che serve secondo Zingaretti è un corredo di poteri speciali e transitori per intervenire su contratti in essere e forniture in corso. «Altrimenti ci troveremo impantanati in una lunga serie di contenziosi che rischiano di bloccare l’avvio di un circolo virtuoso».
Fassino è ancora più determinato e intende suggerire al governo una misura che imponga a tutti i comuni di non detenere oltre il 35% del capitale delle società municipalizzate. «Una scelta del genere le renderebbe vendibili, appetibili e governabili agli occhi dei privati».
Laconico il giudizio sul decreto del Venerdì Santo da parte di Alessandro Cattaneo, sindaco di Pavia. «Quale che sia il colore o l’estrazione del governo di turno, l’esito è sempre lo stesso. Essere amministratori virtuosi alla lunga è penalizzante. I soliti furbi si salvano sempre, mentre agli altri vengono chiesti continuamente sacrifici. E meno male che al governo c’è il partito dei sindaci».
A fargli eco è l’assessore Balzani, «chiedere di risparmiare a chi non ha più margini di intervento avvantaggia chi ha finora trascurato di mettere a posto i propri conti».
Andrea Ducci
(da “”il Corriere della Sera“)
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Novembre 22nd, 2013 Riccardo Fucile
DOPO L’ASSALTO DEGLI AUTISTI AMT: “L’ODIO DELLA GENTE MI FA STARE MALE”
Mancavano due giorni alle primarie. In quell’inizio di febbraio del 2012 sulla città tirava un vento gelido, che qui chiamano tramontana nera
Marco Doria, docente di economia, ultimo erede di famiglia che più nobile non si può, era uscito di corsa dalla lezione.
Aveva raggiunto i volontari che facevano campagna per lui in un mercato rionale. «Si avvicina un signore dall’aria per bene. Prende il volantino con sopra la mia faccia. La guarda con attenzione. Io aspetto con fiducia la sua reazione, mi preparo a sorridere. “Uno dei soliti politici di merda”, dice il signore. Accartoccia, getta per terra, e si allontana».
Il futuro sindaco di Genova raccolse quel volantino. È ancora in un cassetto della sua scrivania. «La scritta sotto alla faccia era uno slogan sulla mia provenienza dalla società civile. In quel momento realizzai che io, un non professionista della politica, sarei ben presto stato assimilato a una categoria alla quale ancora sento di non appartenere».
Sono giorni difficili, per Genova e per il suo sindaco, che martedì pomeriggio è stato strattonato e insultato durante il consiglio comunale, costretto a uscire scortato dalla «sua» aula.
Lo sciopero selvaggio dei dipendenti dell’Azienda municipale dei trasporti ferma la città . La loro protesta contro l’ipotesi della privatizzazione fa emergere le contraddizioni di una giunta nata dalla vittoria di un fronte molto, forse troppo eterogeneo, dove speranze e convinzioni personali spesso devono cedere il passo alla brutale realtà .
Alla fine il sindaco ha deciso che i privati entreranno nel trasporto locale, ma ha rinviato la scelta a dopo il 2014.
Marco Doria ha sempre confidato su un tratto austero che gli deriva dai cromosomi, creandosi fama di anti-personaggio, nostalgico del vecchio Pci, costretto solo dagli incarichi istituzionali a comprare il primo telefonino della sua vita, alla tenera età di 56 anni. Non è bastato.
«Da quel lontano giorno delle primarie ho capito che a molta gente non interessa conoscere la persona, a valutarla da quel che fa. Il sindaco, per loro, diventa soltanto il catalizzatore della rabbia, il rappresentante più visibile di una categoria di nemici».
Se l’aspettava così dura?
«Ci sono cose che non avevo previsto. L’aggravarsi della crisi ha complicato tutto. Quando sono stato eletto, l’allora premier Mario Monti parlava di luce in fondo al tunnel. Forse si riferiva a un treno in arrivo. C’è in giro una disperazione cupa, aggressiva».
La crisi non è anche un alibi che maschera difficoltà politiche?
«Le condizioni della finanza locale sono critiche. Non abbiamo soldi. Questo balletto sull’Imu è indecente. Ancora non sappiamo su quante risorse possiamo contare per il 2013. E siamo alla fine di novembre».
La sorpresa più grande?
«Non potevo immaginare quanto la figura del sindaco sia un catalizzatore di aspettative. O meglio, non conoscevo l’intensità di tale sentimento, che oscilla facilmente dall’amore all’odio. È una altalena che mette a dura prova».
Il partito dei sindaci non se la passa bene.
«Paghiamo tutti uno scarto brusco tra la corsa al potere e la sua gestione. Non cerco alibi, ma insomma, di questi tempi la realtà è davvero brutale».
Non è che avete creato qualche illusione di troppo?
«In campagna elettorale si suscitano aspettative, questo è un dato di fatto. Ma io sono stato molto prudente, il più possibile realistico».
Qualche suo collega è spesso accusato di populismo.
«Lo detesto, il populismo. Penso che in un momento storico come questo sia pericoloso. Comunque tra noi sindaci esistono molte differenze».
La più evidente?
«Io e Giuliano Pisapia abbiamo vinto da indipendenti le primarie del centrosinistra, come Fassino, all’interno del Pd. Federico Pizzarotti, Leoluca Orlando e Luigi De Magistris hanno seguito un altro percorso, spesso in opposizione al candidato del centrosinistra. In fondo condividevamo solo una certa spinta al cambiamento».
Mai stato tentato dalla lista dei sindaci?
«Non ci ho mai creduto. Non mi interessa. Un progetto estraneo alla mia cultura».
Come giudica il recente assedio al consiglio comunale?
«Hanno attaccato una istituzione democratica. Pura prevaricazione. Una prepotenza inammissibile. Il mio è un giudizio politico».
Dica la verità : quanto le fa orrore l’idea di privatizzare un’azienda pubblica?
«Non ho un approccio ideologico di demonizzazione del privato. Siamo reduci da anni dove tutto il pubblico sembrava inefficiente, da ridurre ai minimi termini. Adesso c’è una inversione di tendenza. Io cerco di superare questa contrapposizione astratta. Decido un caso alla volta».
Rimandare la decisione sui trasporti al 2014 non è darla vinta a chi ha fatto la voce grossa?
«Non esiste un veto a priori. Non deciderò mai in base all’ideologia e alle prepotenze altrui».
Si chiede mai chi glielo ha fatto fare?
«Ogni tanto. La mia vita personale è decisamente peggiorata. Volevo essere utile, per spirito di servizio. Non avevo messo nel conto questa amarezza, questa rabbia che non fa distinzioni, che non tiene conto dei comportamenti delle persone. Ma io ci credo ancora. Sono obbligato a crederci, per il ruolo che rivesto».
Marco Imarisio
(da “il Corriere della Sera“)
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