Ottobre 14th, 2012 Riccardo Fucile
IL CASO DEL CAPOGRUPPO IN REGIONE LAZIO ACCUSATO DI PECULATO PER AVER SOTTRATTO 780.000 EURO FA INFURIARE GLI ELETTORI DIPIETRISTI
“Non voterò mai più l’Italia dei valori e sceglierò te solo se andrai via da quel partito…”. 
È il testo di un sms — firmato da un elettore — arrivato in queste ore ad Alessandro Cardente, consigliere circoscrizionale del IV municipio di Roma.
Un segnale chiaro — tra i tanti pervenuti in questi giorni — dei malumori nella base dell’Idv. L’indagine su Vincenzo Maruccio, capogruppo regionale Idv, accusato di peculato dalla procura di Roma per aver sottratto 780 mila euro, dalle casse del gruppo, ha indignato la base del suo partito.
Secondo gli inquirenti, i fondi destinati al funzionamento dei gruppi, sarebbero stati trasferiti su conti personali dello stesso Maruccio.
Ricordiamo che il partito di Antonio Di Pietro riceveva — per i suoi cinque consiglieri regionali — un rimborso (per il funzionamento del gruppo) pari a 1 milione e 200mila euro.
Questa notizia — pubblicata circa due settimane fa — aveva già creato malumori, nella base dipietrista che — completamente ignara — ha chiesto più volte, al gruppo laziale dell’Idv, di fare chiarezza su quelle cifre.
Due giorni prima dell’avviso di garanzia a Maruccio si era svolta una riunione dei sostenitori Idv, in cui l’ex capogruppo (presente all’incontro) venne pesantemente contestato dalla platea per non essersi opposto all’aumento dei fondi ai gruppi regionali.
“Quando a gran voce — racconta un militane — durante l’assemblea è stato chiesto a Maruccio, di spiegare in che modo era stato usato quel contributo altissimo, lui ha parlato d’altro, della sua busta paga, scatenando l’ira di tutti ”.
Situazione peggiorata negli ultimi giorni: l’ipotesi al vaglio dei pm, infatti, è che i movimenti continui e anomali di Maruccio, sui suoi dieci conti, servissero a far perdere traccia della loro effettiva destinazione.
Non ostentava — come il collega Fiorito -spese per Suv, cene, vacanze e feste ma, svuotando poco a poco le casse del gruppo regionale, avrebbe fatto operazioni di piccolo cabotaggio.
“Se Vincenzo Maruccio è colpevole, deve ritirarsi dalla politica per tutta la vita”, dice Alessandro Cardente, consigliere del IV municipio di Roma.
Quando Roberto Soldà , segretario romano Idv da cinque anni e mezzo, scopre che anche nel suo partito si è abbattuto un nuovo “caso Fiorito” cade dalla sedia.
E’ incredulo da ciò che legge sui quotidiani: “Abbiamo lavorato gomito a gomito fino all’altro ieri — dice Soldà — non so che dire, sono sconcertato”.
Poche migliaia di euro in questi due anni e mezzo ha visto la base del partito romano, erano sempre in affanno.
“In questi giorni — precisa il segretario del partito- c’è un appuntamento importante, la presentazione dei referendum e non sappiamo cosa dire a chi, da volontario, faceva volantinaggio e piantonava i banchetti per la raccolta delle firme”.
E se c’è chi — come Soldà — non sa cosa dire ai volontari del partito, c’è anche chi, come Andrea Palma, tesoriere dell’Idv regionale, non intende dare spiegazioni.
E tra i più indignati, c’è il giovane Andrea Montanari, vice coordinatore Idv del XIX municipio della capitale che tra i componenti del gruppo laziale, non fa distinzioni: “Da una parte c’era chi banchettava a sproposito con i soldi pubblici, dall’altra c’era chi faceva i banchetti, tra la gente, per raccogliere le firme per l’abolizione dei costi della politica”.
Per Montanari molti sostenitori dell’italia dei valori, alle prossime elezioni voteranno il Movimento cinque stelle e la responsabilità è di tutti i consiglieri Idv della Pisana: “ Dov’erano i cinque signori (consiglieri regionali Idv, ndr) quando venivano decuplicati i fondi per i gruppi? Non possono dire di essersi distratti un attimo”.
Non si risparmia neanche il nuovo capogruppo, Anna Maria Tedeschi, che invece ha mostrato sempre fiducia sul comportamento di Maruccio e commenta: “Sono accordi verbali — dice Tedeschi — presi in commissione bilancio e in ufficio di presidenza, di cui non faccio parte”. Sa molto bene che la base è infuriata con loro e la soluzione per il neo capogruppo è quella di mettere online periodicamente tutti i bilanci.
“Anche le candidature —spiega Tedeschi- devono essere online, per il vaglio degli utenti della rete, ma questa è solo un’ipotesi nascente”.
Loredana Di Cesare
(da “Il Fatto Quotidiano”)
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Ottobre 12th, 2012 Riccardo Fucile
DALLA LOMBARDIA AL LAZIO GLI SCANDALI DA RECORDMAN
Una lettura consigliata è quella della relazione che il Prefetto di Reggio Calabria ha spedito
al ministero dell’Interno.
Sono 231 pagine in cui si racconta di come la mafia, attraverso la politica, si è presa la città .
Pino Plutino, assessore all’Ambiente (scrive il gip), «ha beneficiato sia delle preferenze elettorali provenienti direttamente dagli affiliati» della cosca dei Caridi sia di un sostegno costante evoluto in «alterazione della libera competizione elettorale». A Reggio Calabria – dice chi indaga, poi si vedrà – ogni boss, ogni clan, ogni quartiere aveva il suo politico di riferimento a cui consegnare chili di voti in uno strepitoso mutuo soccorso.
L’assessore lombardo Domenico Zambetti, per i medesimi motivi, si era appoggiato alla ‘ndrangheta da cui acquistò quattromila voti al prezzo di cinquanta euro l’uno, per un totale di duecentomila euro.
Gli servivano per entrare in consiglio fra trombe e tamburi, e gli riuscì, e ne ricavò un assessorato di quelli di lusso, alla Casa.
Non è che quelle preferenze gli siano costate soltanto in denaro. Ricevette minacce. Fece favori. «Lo abbiamo in pugno», dicevano i boss, i quali naturalmente puntavano alla ciccia sugosa, i lavori per l’Expo.
Scandali e scandaletti recenti sono il giro d’Italia attorno ai campioni delle preferenze, come li ha definiti Roberto De Luca, docente di Sociologia e Scienze della politica dell’Università della Calabria.
In suoi numerosi studi (pubblicati anche dal Mulino) è spiegato che le preferenze impongono una campagna elettorale permanente, un’organizzazione articolata ed efficace, la disposizione di serate e convegni e cene, e poi volantini e comparsate in tivù e sui giornali. Roba costosa.
I casi del Lazio spiegano perfettamente come crescano i costi della politica (oltre a una naturale voracità umana).
Franco Fiorito, il consigliere ciociaro del Pdl, era stato eletto con quasi 30 mila voti di preferenza, e dalle sue parti ricordano una campagna elettorale sfarzosa, muri tappezzati, camion coi manifesti, orchestrine.
Un caravanserraglio che Fiorito ha dovuto mantenere anche dopo essere stato eletto, sennò si rischia l’oblìo e uno più furbo, o più briccone, si piglia il banco.
Vale per Samuele Piccolo, il ragazzo d’oro del Pdl che nel 2008, a 27 anni, entrò nel consiglio comunale di Roma col record di preferenze: 12 mila.
Pochi mesi fa è stato arrestato con l’accusa di aver costituito una associazione per delinquere finalizzata alla frode fiscale.
I denari che ne ricavava servivano (sempre parola di chi indaga) per noleggiare le sale dei ristoranti, per stipendiare i ragazzi del call center a disposizione della sua struttura o per i santini.
Non è un’equazione: nel 2010 Maurizio Cevenini a Bologna raccolse più preferenze di Silvio Berlusconi e in percentuale fu il più votato d’Italia, ed era un galantuomo. Però anche Vincenzo Maruccio, il consigliere laziale dell’Idv accusato di essersi messo in tasca quasi 800 mila euro, si insediò alla Pisana (da esordiente, perchè aveva fatto un giro da assessore nella giunta Marrazzo, e arrivava dal nulla, se non dalla devozione a Tonino Di Pietro) con ottomila preferenze, primo degli eletti nel suo partito.
Che la questione sia complicata lo ha detto anche un’autorità come Alfredo Vito, che nella Prima repubblica era chiamato “mister centomila preferenze”, sebbene a Napoli arrivasse anche a 150 mila.
Le preferenze furono abolite proprio per le distorsioni che provocavano, «ma adesso è peggio», ha detto Vito a febbraio al Mattino.
«Oggi la malavita ha rapporti organici coi partiti, e il rischio è che il voto sia filtrato dai clan».
Mattia Feltri
(da “La Stampa”)
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Ottobre 11th, 2012 Riccardo Fucile
A TRADIRLO STAVOLTA E’ STATO IL SUO UOMO OMBRA
Ah, quando si dice la sfortuna. Litigò con Elio Veltri. Con la Freccia del Sud, Pietruzzo Mennea. Con Giulietto Chiesa.
Gira e rigira erano questioni di soldi a dividere Antonio Di Pietro dai prestigiosi seguaci.
Valerio Carrara, unico senatore eletto dall’Italia dei Valori nel 2001, dopo venti minuti di legislatura passò con Silvio Berlusconi.
Domenico Scilipoti (ex docente del Departamento de Anatomàa Humana all’Università Federale del Paranà¡, ex vicesindaco socialdemocratico di Terme Vigliatore e acclamato frontman della legislatura in corso, di cui è deputato con qualche guaietto giudiziario per debiti e calunnie), il celeberrimo 14 dicembre 2010 si iscrisse al Gruppo Misto e salvò il governo del Pdl.
Lo aiutò Antonio Razzi (ex presidente degli immigrati abruzzesi in Svizzera, associazione che gli ha intentato causa per sottrazione di fondi) che il medesimo giorno abbandonò Idv per tuffarsi in NoiSud; nessun denaro mi è stato promesso, disse Razzi, al massimo la rielezione.
Ah che sfortuna.
Anche Cristo – disse Tonino – sbagliò uno dei tredici apostoli.
E’ che qui di apostolo non se ne salva uno.
Sergio de Gregorio, già intervistatore scuppettaro di Tommaso Buscetta, già compagno di merende e coindagato di Valter Lavitola (scampò gli arresti per voto del Senato), già direttore editoriale di Italia dei Valori, il dipetresco giornale, nel 2006 entrò giulivo al Senato con Idv che abbandonò quando il centrodestra gli offrì la presidenza della commissione Difesa.
Aiutateci a fare le candidature on line – implora oggi uno sbigottito Di Pietro a veder tanti mariuoli nel suo palingenetico movimento – chè quattro occhi vedono meglio di due. Altro che quattro: quattromila ne servono.
Ad Americo Porfidia pochi hanno fatto caso, ma si iscrisse a Noi Sud due mesi prima di Razzi, e anche lui il 14 dicembre baciò in fronte il Cavaliere.
A Manfredonia è assessore Annalisa Prencipe, a cui trovarono in casa reperti archeologici fatto per cui è ancora sotto inchiesta, e ora è pure coinvolta, ma con l’intera amministrazione, in un’indagine su piani di recupero delle periferie.
Ecco, valli a prendere tutti i ceffi.
Come Paolo Nanni, consigliere provinciale a Bologna, che si inventava (dice la procura) cene e convegni per mettersi in tasca i denari.
Vai a prendere tutti quei politici di periferia che sotto lo stemma alato dell’Idv falsificavano firme, favorivano amici, si imbattevano in mafiosi di vario lignaggio.
Però, ecco, la sfortuna s’accanisce.
Fa centro con regolarità malandrina e centra il cuore del partito.
Perchè questo Vincenzo Maruccio non si direbbe propriamente caduto dal cielo.
Ha fatto pratica ed è avvocato nello studio Scicchitano a Roma, lo stesso dove Di Pietro ha il domicilio professionale (per restare iscritto all’Albo).
Questo Maruccio ha difeso in un paio di cause il nostro ex pm.
Lo ha scorrazzato, da ragazzo di bottega, mettendosi al volante dell’auto, quasi come un Belsito in erba.
È stato imposto dal capo – a 31 anni, nel 2009, senza aver sostenuto probanti sfide politiche – all’assessorato regionale nella giunta Marrazzo.
Un enfant prodige. Un ometto di fiducia.
Ah, che sfortuna.
Mattia Feltri
(da “La Stampa“)
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Ottobre 10th, 2012 Riccardo Fucile
PERQUISIZIONE NEGLI UFFICI DI VINCENZO MARUCCIO, CAPOGRUPPO E SEGRETARIO REGIONALE DEL PARTITO DI DI PIETRO… L’IPOTESI DI REATO E’ PECULATO
Nuove perquisizioni della Finanza nella sede del Consiglio regionale del Lazio. Militari del nucleo di polizia valutaria della Gdf stanno effettuando perquisizioni da stamattina negli uffici della Regione e acquisendo documentazione contabile sul gruppo consiliare dell’Italia dei valori.
L’indagine, di cui è titolare il pm Stefano Pesci, ipotizza il reato di peculato e riguarda in particolare il consigliere dell’Idv Vincenzo Salvatore Maruccio, segretario regionale del partito ed ex assessore ai lavori pubblici della precedente amministrazione regionale guidata da Piero Marrazzo.
Come nel caso di Franco Fiorito, l’indagine riguarda una consistente distrazione di fondi destinati ai gruppi consiliare, tra assegni, prelievi in contanti e bonifici in suo favore senza motivazioni o con motivazioni generiche.
Si parla di 500mila euro destinati al partito e di cui invece Maruccio si sarebbe appropriato engli ultimi due anni.
I pm stanno però verificando se a questa somma vadano aggiunti circa 200mila euro di prelievi in contanti da due conti del gruppo dell’Idv effettuati nell’ultimo anno. In tal caso si arriverebbe alla cifra di 700mila euro.
L’inchiesta nei confronti di Maruccio sarebbe scattata in seguito ad una segnalazione
di movimenti bancari sospetti inviata dalla Banca d’Italia alla Guardia di Finanza.
La Procura di Roma ha così disposto le perquisizioni nei confronti dell’esponente dell’Idv che sono state eseguite oltre che nelle sue abitazioni a Roma e negli uffici della Pisana, anche a Maierato, in Calabria.
Le reazioni
”Il denaro veniva utilizzato solo per finalità politiche e collettive” ha commentato a caldo la consigliera regionale Idv del Lazio Giulia Rodano dopo la notizia che il capogruppo Vincenzo Maruccio è indagato per peculato.
”Noi abbiamo già ammesso pubblicamente l’errore politico nell’aver sottovalutato l’aumento dei fondi per i gruppi. Io stessa l’ho scritto. E’ un errore politico serio per l’Idv ma tra questo e la dimensione dell’uso illegale o illegittimo ce ne corre” ha aggiunto difendendo il collega.
“Io sono stata assicurata che i fondi del gruppo sono stati utilizzati solo per finalità politiche: il gruppo ha pagato per le iniziative sulla sanità o per l’affitto della sala per una iniziativa della cultura”.
A chi le chiedeva chi gestisse i soldi, e se ci fosse una figura di tesoriere, Rodano ha risposto: ”Il capogruppo, penso. Il nostro è un gruppo piccolo, non c’è un tesoriere tra i consiglieri. Io comunque non ho mai avuto idea di ammanchi. Rendicontazione? Io non l’ho vista, ma c’è – ha concluso Rodano – ci sono le fatture, ma io non le ho pagate direttamente”.
Carlo Bonini
(da “La Repubblica“)
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Settembre 28th, 2012 Riccardo Fucile
COME MAI IL GRUPPO DIPIETRISTA HA ACCETTATO I FONDI STANZIATI NELLA GESTIONE POLVERINI?
“Ti posso fare una domanda semplice semplice? Ma tu dov’eri sant’Iddio?”. 
Prima che i suoi occhi cascassero sulle mani giunte di Renata Polverini, due sere fa in tv, un sorriso ha allargato il volto di Antonio Di Pietro.
Dov’era Renata quando i suoi colleghi facevano merenda?
Il leader dell’Idv avrà pure una prosa rocciosa, e spesso preda di periodi apocalittici, ma è un retore di prima grandezza.
Ci sa fare, si fa capire, arriva al punto. E da quel punto non si sposta.
Volendo restare anche noi immobili sul punto, potremmo chiedergli: “E tu Di Pietro dov’eri?
Dov’erano i tuoi rappresentanti, i tuoi amici che siedono in consiglio regionale, militanti del bene comune, onestissimi lavoratori al servizio della democrazia? ”.
Hanno visto e contestato. Ma poi anche un po’ intascato il ben di Dio di quattrini che la Regione girava a tutti, destra e sinistra, alti e bassi, conservatori e innovatori. Dov’era Di Pietro, dov’era il suo partito, dov’erano le bandiere, dov’erano i militanti?
Non pervenuto, come quelle notifiche mai registrate.
Il mal comune non è mai mezzo gaudio e se le ultime rivelazioni demoscopiche garantiscono che gli italiani non fanno più alcuna distinzione tra Fiorito e il resto del mondo (“tutti uguali sono!”) è anche merito della falange dipietrista, un tempo volitiva, oggi invece pigra.
Successe con l’aspirante deputato De Gregorio e fu teatro dell’assurdo.
In un mesetto circa di campagna elettorale l’aspirante mutò simbolo e politica, passò da destra a sinistra. Lo accolse infine un distratto Di Pietro. De Gregorio aveva i voti a Napoli, proprio quelli che a lui servivano.
“Mi sono sbagliato”, disse poi il capo. Certo che ammise l’errore. E certo che si dispiacque quando fu nota la caratura della personalità eletta.
Fu uno straordinario effetto ottico.
Di Pietro accentuò la sua desolazione: “È colpa mia”. Succede di sbagliare valutazione, anche se sarebbe bastata una rapida ricognizione dei luo-ghi per capire e soprassedere.
La selezione delle candidature è certamente la prova più difficile che un leader deve sostenere, e se ne accorgerà anche Grillo quando ci sarà da disboscare la giungla di nomi che gli pioveranno fino in camera da letto.
Però Di Pietro è tornato dal luogo del delitto senza imparare alcunchè.
In Sicilia scovò il campione dei campioni del trasformismo italiano: Domenico Scilipoti. “Oramai sono divenuto un brand”, disse felice Scilipoti quando si accorse dell’attenzione e della vasta eco che le sue gesta avevano prodotto.
“È un Giuda!”, sentenziò il leader ammettendo per la seconda volta nel modo più plateale e solenne la sua sconfitta. Un Giuda, un grandissimo Giuda. Un Giuda zampillante, pirotecnico, compulsivo.
Se è vero, come sembra, che alla tavola degli apostoli di Giuda ce ne fosse uno soltanto, e qui già stavamo a due, è anche giusto osservare che se anche Scilipoti non avesse fatto lo Scilipoti (“sono un brand!”) sarebbe stata intatta la sorpresa nel descrivere la multiforme personalità e il larghissimo raggio di convizioni politiche espresse da costui.
Non si sa in base a quale confuso segno del destino l’onorevole Scilipoti ricevette la benedizione di combattente dipietrista.
E forse nemmeno Di Pietro sa o ricorda quanti ha benedetto, senza conoscere esattamente lo stato di famiglia, la provenienza geografica e anche, purtroppo, in alcuni casi senza neanche dare un’occhiata al certificato dei carichi pendenti.
Si dirà . E gli altri? Appunto, gli altri, ma Di Pietro no.
A Vasto, nelle prime esibizioni dei muscoli dell’Italia dei Valori la platea spesso si divideva in due parti uguali: di qua cravattone democristiane; di là giovani militanti, generosi e determinati, vogliosi di cambiare il mondo.
A parte che anche la Dc un po’ ha cambiato l’Italia, e forse i genitori di Tonino, e persino lui, in giovane età avranno fatto la croce sul simbolo della croce, come i preti di paese consigliavano ai parrocchiani devoti.
Non c’è colpa e non c’è reato. Ed è sempre bello vedere fiorire una nuova vita e nuovi ideali.
A Vasto però colpì il numero spropositato di ex, troppi e troppo convinti di essere al posto giusto al momento giusto.
Detto ciò, si è sempre innocenti fino a prova contraria.
E rilevato, qui solo per cronaca, che un terzo incidente di percorso ha interrotto la comunione di ideali con Antonio Razzi, deputato operaio integerrimo che sebbene avesse denunciato un tentativo di corruzione ad opera del partito di Berlusconi (“Volevano pagarmi il mutuo, ma io ho rifiutato. Meglio povero che traditore! ”), scelse poi comunque di correre a gambe levate verso la casa del nemico.
E con lui fanno già tre di Giuda.
Per evitarne un quarto, un quinto, un sesto, sarebbe forse necessario che il leader, ascoltata la posizione del capogruppo laziale Maruccio nella delicata questione delle altrui ostriche, si faccia almeno questa domanda: “Ma io, in tutto questo sfacelo, dov’ero?”.
Antonello Caporale
(da “Il Fatto Quotidiano“)
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Settembre 23rd, 2012 Riccardo Fucile
NESSUNA ALLEANZA POSSIBILE COI GRILLINI, SI RICUCE CON VENDOLA E BERSANI… MA IL SEGRETARIO PD SMORZA L’INTESA
Dal palco di Palazzo d’Avalos, nell’ormai famosa Vasto, in apertura del 7° Incontro Nazionale dell’Idv, Antonio Di Pietro riprende dall’album quella foto che lo ritraeva con Bersani e Vendola che sembrava oramai stracciata.
La trasforma in una foto di gruppo aprendo con forza ai movimenti, “a quei mondi della società civile”, dice, citando Leoluca Orlando, per introdurre “punti di vista nuovi, diversi, delle giovani generazioni, delle donne”.
La colora di valori e principi imprescindibili: “Lavoro, diritti, equità e legalità ”.
E dove è finito quel Movimento 5 Stelle che Di Pietro non solo non ha mai demonizzato, ma che considerava un naturale alleato?
”Noi abbiamo molto rispetto del Movimento che raccoglie la voce di migliaia di cittadini che non ne possono più di questa politica, ma la protesta è utile fino alle elezioni, poi ha bisogno di tramutarsi in alternativa di governo senza dimenticare quelle legittime aspettative”.
E rivela: “Sono andato a parlare con Casaleggio, è stato categorico: il movimento non stringe alleanze”.
Come dire: non sono io ad averlo escluso.
Da qui il ritorno alla foto di Vasto allargata anche a quelle stesse voci di protesta. “Spero che il Movimento giunga in Parlamento per lavorare assieme”, aggiunge e continua: “L’obiettivo non è una coalizione per vincere e poi giungere alla spartizione dei posti, quanto, invece, quello di costruire un programma alternativo al governo Monti che opera scelte sulle spalle degli onesti e dei più deboli. Il Pd questa volta non ha scelta perchè o cambiamo noi o ci fanno cambiare i cittadini. La credibilità è un punto essenziale. Di Scilipoti ce ne sono molti, ovunque, ma questo non ci dispensa dal guardare in casa nostra. Dobbiamo liberarci dalle zavorre. Come? Con le primarie. Così saranno i cittadini a scegliere i candidati e la pulizia sarà automatica”.
Sarebbe impensabile costruire un’alleanza per sopravvivere di fronte ai bacilli di una rivolta sociale, “siamo di fronte alla drammaticità della disoccupazione, della precarietà , dell’attacco sistematico ai magistrati seri, dei tentativi di occultare la verità sulla trattativa Stato-mafia”. Definisce Bersani “una persona perbene, seria” e dice: “Deve capire che deve fare una scelta, noi lo vogliamo aiutare a compierla”.
A rendere più nitida la “nuova” foto di Vasto arriva Nichi Vendola per partecipare nel pomeriggio, assieme a Quagliariello, Parisi, Pardi, Portas e il politologo D’Alimonte al dibattito su “quale legge elettorale ” serva.
Quella sintonia tra Vendola e Di Pietro che, nelle ultime settimane, appariva incrinata, riprende i suoi toni più armoniosi: “Abbiamo il dovere di costruire la coalizione del cambiamento”.
Le parole di Vendola conquistano l’approvazione della platea dell’Idv, oltre mille persone che si accalcano anche sulla piazza adiacente al Palazzo dove campeggia un mega-schermo.
“Il centrosinistra esiste se rompe con il liberismo, se capovolge l’agenda Monti, se guarda più a Hollande che alla troika di Bruxelles, se dice che bisogna costruire un grande progetto di welfare, se rifiuta il pareggio di bilancio…”.
Cambiano gli aggettivi, la sostanza è la stessa.
Gli applausi ripetuti l’approvano. Di Pietro ascolta. Sorride.
È evidente la sua soddisfazione.
Ed ecco svelato l’arcano: il tessitore della nuova foto di Vasto è Vendola, come rivela Di Pietro “quello che dialoga con Bersani”.
E che a Bersani ha detto: “Il Pd non è una grande casa dove andarci a cercare uno sgabuzzino. Se le primarie saranno la resa dei conti nel partito, io non ho la tessera del Pd, non posso che salutare augurando buon lavoro”.
E di nuovo gratifica Di Pietro e il suo popolo affermando che non può esistere il centro-sinistra senza l’Idv.
La discussione sulla riforma della legge elettorale, che ha registrato posizioni interessanti, resta sullo sfondo, prevale la coalizione che “s’ha da fare”.
Di Pietro si rivolge a Vendola: “Parlo a nuora affinchè suocera ascolti” in cui la suocera è, ovviamente, Bersani: “Magari potessimo non farlo quel referendum ,vorrebbe dire che siamo al governo e possiamo cambiarla noi la legge. Ma tu, Bersani, ci devi dire adesso da che parte stai, tra la legge Fornero e noi, sui diritti civili, ci devi dire se sei ancora tentato da Casini perchè con Casini questa diventerebbe una fotografia di atti impuri”.
Questa volta sono le risate a condire gli applausi.
Il sole che sta scomparendo sul mare lascia una domanda: se Bersani non accetterà tutti questi “preziosi” consigli cosa accadrà ?
La risposta di Di Pietro è attesa per stamane quando tirerà le conclusioni della tre giorni destinata a segnare nel centrosinistra una strada di non ritorno.
Ma anticipa: “Andremo da soli”.
Sandra Amurri
(da “Il Fatto Quotidiano”)
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Settembre 23rd, 2012 Riccardo Fucile
DOPO LA DENUNCIA DELL’EX COORDINATORE DEL PARTITO, LA PROCURA APRE UN FASCICOLO SULL’USO ANOMALO DEI FONDI PUBBLICI REGIONALI DEL PARTITO DI DI PIETRO
Paolo Nanni, consigliere provinciale Idv, è indagato dalla procura di Bologna per peculato.
L’inchiesta, condotta dal pm Antonella Scandellari, è nata dopo la denuncia dell’avvocato Domenico Morace, ex coordinatore bolognese dell’Italia dei Valori, che accusava il partito di Di Pietro di aver gestito in modo anomalo i fondi ricevuti dalla Regione Emilia Romagna dal 2005 al 2010.
Le indagini dei pm di piazza Trento Trieste hanno già portato all’acquisizione di documentazione negli uffici regionali, oltre ad aver preso atto dei documenti presentati da Morace.
Gli inquirenti, con l’aiuto della guardia di finanza, vogliono ora capire se i partiti hanno obbedito allo scopo dei finanziamenti, se dunque sono stati sottratti alla loro destinazione d’uso.
Nella denuncia dell’ex coordinatore, presentata lo scorso maggio, si parla di una grossa somma di denaro: 450 mila euro, che Paolo Nanni, allora capogruppo e unico consigliere regionale Idv, avrebbe speso in modo non troppo trasparente.
Questa è l’accusa di Morace, che parla di due flussi di soldi.
Uno sarebbe relativo alle spese del personale, che — dice Morace — sarebbe stato usato da Nanni per assumere la figlia in Regione.
Il secondo, ben più consistente, relativo invece alle spese di natura politica.
Morace dichiara di non aver mai visto quei soldi, e di aver segnalato la particolare vicenda a Silvana Mura.
Dichiarazione quest’ultima che ha portato la Mura a querelare Morace, a cui è seguita una contro querela.
Paolo Nanni, che adesso siede in Provincia, si è più volte difeso dichiarando di non aver fatto nulla di illecito, ma di aver usato i soldi per farsi pubblicità nelle tv locali dove si va a pagamento e per alcune consulenze.
Nel frattempo Nanni si è autosospeso dal suo ruolo di consigliere provinciale Idv, entrando nel gruppo misto.
Decisione presa dopo la comparsa del suo nome fra quelli finiti nelle carte dell’inchiesta sui pass per invalidi della procura di Bologna; non era comunque indagato, perchè il caso era un presunto utilizzo indebito di permesso H, e si tratterebbe quindi di una violazione amministrativa. Le targhe del politico e di alcuni suoi stretti familiari sarebbero cioè state agganciate a un tagliando di un disabile, che però era morto da circa due anni.
Nicola Lillo
(da “Il Fatto Quotidiano”)
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Settembre 13th, 2012 Riccardo Fucile
I “NON ALLINEATI” INSIEME SONO PRIMI… CINQUESTELLE AL 18%, IDV AL 7,5%: SE SI METTONO D’ACCORDO SALTA TUTTO
Altro che Monti-bis o Grande Coalizione con la benedizione del Quirinale. Movimento 5 Stelle e Italia dei Valori già oggi, insieme, sono il primo partito in Italia. Gli ultimi sondaggi dispensano numeri da brividi per la casta della Seconda Repubblica.
Prima puntata di Ballarò, martedì sera.
Al programma di Giovanni Floris su Raitre, Nando Pagnoncelli dispensa le nuove cifre dell’Ipsos sulle intenzioni di voto.
I grillini, nonostante un leggero calo, sono al 17,9 per cento. Terzi dopo Pd, al 25,4, e Pdl, al 21,9.
Ma la sorpresa arriva dall’Italia dei valori di Antonio Di Pietro: 7,5 per cento.
In pratica, l’Idv sembra aver frenato l’emorragia di voti verso il M5S.
E così le due formazioni, se unite, potrebbero andare diritte al governo dopo le elezioni.
Anche con questo sistema elettorale, il Porcellum, che prevede un premio di maggioranza che fa salire al 55 per cento (340 seggi alla Camera) la coalizione vincente.
La loro percentuale, secondo l’Ipsos, è del 25,4, la stessa del partito di Pier Luigi Bersani, che tutti danno per favorito.
Il primato di Grillo e Di Pietro è uno schiaffo sonoro a quanti, da Giorgio Napolitano in giù, collocano con sdegno e paura M5S e Idv nel recinto dell’antipolitica e del populismo.
Addittura il piddino Luciano Violante ha teorizzato la nascita di un nuovo arco costituzionale per escludere questi due movimenti dall’area di governo, come accadde con il Msi di Giorgio Almirante nella Prima Repubblica.
Dall’Ipsos alla Sgw di Roberto Weber la somma non cambia ed è ancora vincente, seppur più bassa: grillini al 18,5 per cento e Di Pietro al 4. Totale 24,5, mezzo punto in più del Pd.
Ipr Marketing, per La 7, fornisce invece un quadro aggiornato a settembre della composizione del voto al Movimento 5 Stelle.
La provenienza è calcolata dalle politiche del 2008 a oggi.
Su cento elettori del M5S, 25 sono dell’area del non voto, 24 del Pd, 23 del Pdl, 9 dell’Idv, 9 dei cosiddetti “altri”, 7 della Lega, 3 della Sinistra Arcobaleno (oggi Sel).
Sostiene Antonio Di Pietro: “Tutti i giorni, anche oggi (ieri per chi legge, ndr), molti esponenti di Pd, Pdl e Udc in privato mi fanno ossessivamente la stessa domanda”. Questa: “Cosa c’è di vero nella lista dei non allineati che vuoi fare con Grillo?”. Continua il leader dell’Idv: “Questa prospettiva sta provocando un terrore enorme. Anche per questo non sanno come cambiare il Porcellum. Vogliono imbrigliarci ma non c’è alcuna legge elettorale che li garantisca. Noi vinceremmo lo stesso, anche con il proporzionale”.
L’alleanza tra Grillo e Di Pietro al momento resta però una suggestione forte.
Il M5S continua a rifiutare apparentamenti anche se qualche spiraglio si può cogliere nelle ultime parole del comico genovese registrate dal Corriere della Sera sull’ex pm: “Brava persona, onesta. Ma non sapeva usare la Rete. È venuto a parlarmi, gli ho presentato un amico, un esperto, ed è passato dal 4 all’8 per cento ma poi è rimasto all’interno di un sistema marcio e così gli capitano gli Scilipoti, per questo non potremo mai metterci d’accordo. Ma è l’unico che salvo, sarebbe un buon ministro dell’Interno o anche il presidente”.
Già un governo Di Pietro.
Dice ancora il leader dell’Idv, che ieri ha annunciato di non voler togliere il suo nome dal simbolo: “Mi sento spesso con Grillo e Casaleggio, due persone che stimo tantissimo. Il mio, voglio specificarlo, è un confronto personale e continuo. Ma adesso non voglio tirare nessuno per la giacca, non voglio mettere in imbarazzo nessuno. Non è ancora il momento, vediamo prima quale legge elettorale verrà fuori”.
L’idea di una lista dei non allineati è stata maturata da Di Pietro a luglio: M5S, Idv e anche Sel di Nichi Vendola.
Oggi il quadro è un po’ mutato, anche se proprio l’altro giorno Idv, Sel e Fiom hanno presentato il referendum contro la riforma Fornero.
Al posto di Vendola, che difficilmente mollerà il Pd di Bersani, potrebbe inserirsi il movimento arancione di Luigi De Magistris.
I rapporti tra Grillo e il sindaco di Napoli sono pessimi ma un dialogo nel segno della ragion di governo, senza personalismi, sarebbe possibile, almeno da parte della lista arancione.
Perchè il punto che muove i ragionamenti a cavallo tra dipietristi e grillini è questo: dopo le amministrative, basta soltanto vincere senza porsi il problema di governare?
Nel frattempo sia Grillo sia Di Pietro devono risolvere notevoli problemi interni.
Per il primo si tratta di sciogliere il nodo della democrazia interna con il caso Favia, il secondo a Vasto il 20 settembre dovrà affrontare i dissidenti filoPd e Napolitano e antigrillini capeggiati da Massimo Donadi, capogruppo dell’Idv a Montecitorio. Anche per questo, ufficialmente, Di Pietro continua a giocare nel campo classico del centrosinistra e insiste sull’area riformista con Pd e Sel ma poi aggiunge: “Pensate che succederebbe se partisse una lista dei non allineati, potrebbe davvero vincere. È solo una battuta perchè Grillo andrà da solo”.
Una battuta per il momento.
Ma i numeri sono lì, sotto gli occhi di tutti.
Fabrizio d’Esposito
(da “Il Fatto Quotidiano“)
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Agosto 31st, 2012 Riccardo Fucile
“SI CONFIDO’ QUALCHE MESE PRIMA DELL’ARRESTO DI CHIESA: AVEVA BEN CHIARO DOVE LE INDAGINI AVREBBERO PORTATO”
Alcuni mesi prima di Tangentopoli Antonio Di Pietro anticipò al console generale americano a Milano che l’inchiesta avrebbe portato a degli arresti e che le indagini erano destinate a coinvolgere Bettino Craxi e la Dc.
A ricordarlo è proprio Peter Semler, durante un incontro nella sua tranquilla casa agli Hamptons dove trascorre l’estate fra spartiti di musica russa sul pianoforte, fiori ben curati nel patio e la tv accesa sul canale del golf.
L’ex console, 80 anni, ha il fisico asciutto, la voce mite e grande premura nel ricordare gli anni passati in Italia, iniziati quando nel 1983 arrivò a Roma come consigliere militare-politico, gestendo l’arrivo dei missili Cruise a Comiso e disinnescando nel 1986 la crisi Usa-Italia seguita dall’attacco di Reagan contro la Libia di Gheddafi.
Ma, trascorsi venti anni dall’inizio di Tangentopoli, ritiene soprattutto giunto il momento di ricordare come visse, dal suo osservatorio, quella stagione che portò alla fine alla Prima Repubblica.
Quando arrivò a Milano?
«Nell’estate del 1990. Era agosto e non c’era nessuno, tutto sembrava normale con i soliti Giulio Andreotti e Francesco Cossiga che decidevano ogni cosa a Roma. C’era anche Craxi, il figlio Bobo fu una delle prime persone che vidi».
Che approccio ebbe alla politica milanese?
«Giuseppe Bagioli, un dipendente italiano al Consolato, era il mio consigliere politico a Milano, viveva di politica interna, sapeva tutto di tutti. Una vera enciclopedia vivente, mi fu di aiuto straordinario. Una delle prima persone che mi portò fu il figlio di Craxi, poi vidi quelli della Lega e quindi i comunisti. Volevamo parlare con tutti e così facemmo. Mi resi conto che vi sarebbe stata un’esplosione, come poi avvenne. La Lega nel Nord aveva il centro a Milano, e poi qualcosa in Veneto».
Come ricorda i leghisti?
«Avere a che fare con loro era tutt’altra cosa rispetto a Roma: arrivavano puntuali ai pranzi e poi tornavano subito a lavorare. Borgioli mi fece parlare con gente che esprimeva scontento verso Roma, ma quando andai a dirlo all’ambasciatore a Roma Peter Secchia mi disse: “Che vai dicendo? Ieri ho visto Cossiga e Andreotti, è tutto ok, governa sempre la stessa gente”. Io rispondevo che i cambiamenti sarebbero stati grandi ma era parlare al vento»
Da dove nasceva il contrasto di interpretazioni con l’ambasciata Usa a Roma?
«All’ambasciata a Roma c’era all’epoca Daniel Serwer, che sosteneva la tesi che nulla sarebbe mai cambiato in Italia. Ad un incontro a Roma a cui parteciparono tutti i nostri generali, della forze del Mediterraneo, mi dissero che non avevo capito niente».
Perchè era così convinto di avere ragione?
«Per quello che sentivo a Milano. Ricordo che un primo gennaio ebbi un pranzo con due leader della Lega e quello che mi colpì di più era un ex poliziotto, ex militare. Giocammo al golf club di Milano e mi dissero: “Cambierà tutto”. Ma a Roma Secchia continuava a dirmi: “Basta perdere tempo con queste storie”».
Conobbe Antonio Di Pietro, allora pubblico ministero?
«Parlai con Di Pietro, lo incontrai nel suo ufficio, mi disse su cosa stava lavorando prima che l’inchiesta sulla corruzione divenisse cosa pubblica. Mi disse che vi sarebbero stati degli arresti».
Quando avvenne il colloquio?
«Incontrai Di Pietro prima dell’inizio delle indagini, fu lui che mi cercò attraverso Bagioli. Ci vedemmo alla fine del 1991, credo in novembre, mi preannunciò l’arresto di Mario Chiesa e mi disse che le indagini avrebbero raggiunto Bettino Craxi e la Dc».
Stiamo parlando di circa quattro mesi prima dell’arresto di Mario Chiesa, avvenuto il 17 febbraio del 1992…
«Di Pietro aveva ben chiaro dove le indagini avrebbero portato. Da Di Pietro, da altri giudici e dal cardinale di Milano seppi che qualcosa covava sotto la cenere. Eravamo informati molto bene. Di Pietro mi preannunciò gli arresti ma per me non era chiaro cosa sarebbe avvenuto».
Che rapporti aveva con il pool di Mani Pulite?
«Incontrai più giudici di Milano, c’era un rapporto di amicizia con loro ma non cercavo di conoscere segreti legali. Erano miei amici, ci vedevamo in luoghi diversi».
Con Di Pietro c’era un’intesa più forte?
«Di Pietro mi piacque molto, poi fece il viaggio negli Stati Uniti organizzato dal Dipartimento di Stato. Ero spesso in contatto con lui. Ci vedevamo».
Cosa pensava delle indagini?
«Ero in favore di ciò che Di Pietro faceva ma era una materia legale assai complessa. Il mio ruolo era di dire a Secchia cosa faceva Di Pietro».
Come si comportava Di Pietro negli incontri con lei?
«Di Pietro con me era sempre aperto, ogni volta che chiedevo di vederlo lui accettava, veniva anche al Consolato».
Cosa la colpì di lui?
«Borgioli mi disse che Di Pietro sapeva usare il computer, a differenza di gran parte degli italiani. Di Pietro era un personaggio straordinario, cambiò l’Italia».
Come nacque la visita negli Stati Uniti?
«Sono stato io a suggerire all’ambasciata a Roma di invitarlo, poi fu il Dipartimento di Stato a organizzargli il viaggio. Avvenne dopo l’inizio delle indagini».
Chi incontrò Di Pietro durante la visita?
«Gli fecero vedere molta gente, a Washington e New York».
Come reagirono i comandi militari Usa a Tangentopoli?
«I militari davanti a Tangentopoli non si interessavano troppo alla politica, volevano solo essere sicuri che avrebbero potuto continuare a muovere liberamente le loro truppe e navi. E che le armi nucleari fossero al sicuro».
Come ricorda l’atmosfera di Milano in quel 1992?
«A Milano il cambiamento era nell’aria. Conoscevo molte persone. Ricordo Pirelli e c’era un industriale importante, di origine siciliana, basso, con il cognome di quattro lettere che mi diceva le cose. Mario Monti all’epoca guidava la Bocconi, andavamo a cena assieme e gli procuravo oratori americani. Berlusconi non lo conoscevo bene, una volta ebbi con lui un pranzo assai lungo, Peter Secchia aveva in genere bisogno di 45 minuti per raccontarsi, scoprì che c’era qualcuno capace di parlare assai di più».
Terminata la conversazione Semler ci accompagna verso l’uscita dimostrandosi ancora un attento osservatore dei fatti politici italiani.
E passando vicino al pianoforte osserva: «Continuo a suonarlo perchè è stata mia madre a insegnarmelo».
Maurizio Molinari
(da “La Stampa“)
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