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TRA CONTE E MERKEL C’E’ DI MEZZO IL MES

Giugno 26th, 2020 Riccardo Fucile

LA LEADER TEDESCA NON CAPISCE PERCHE’ L’ITALIA NON VOGLIA USARE I SOLDI DEL MES, VISTO CHE CI SERVONO…CONTE VUOLE EVITARE CHE IMPLODA IL M5S… SAREBBE INVECE L’ORA CHE SI METTA AI VOTI, COSI GLI ITALIANI SAPRANNO CHI LI HA DERUBATI DI 36 MILIARDI CHE SOLO DEI CAZZARI POSSONO RIFIUTARE

“Con i fondi messi a disposizione si può fare molto, ma il recovery fund non può risolvere tutti i problemi dell’Europa. Non abbiamo messo a disposizione degli Stati strumenti come il Mes o Sure perchè restino inutilizzati”.
In un’intervista a un gruppo di quotidiani europei, tra cui l’italiano La Stampa, Angela Merkel mette il dito nella piaga del governo Pd-M5s.
Inconsapevolmente e stando alle prime anticipazioni. Poi ne escono altre, in cui la Cancelliera precisa che la scelta se usare o meno il Mes è “una decisione italiana”. Ma la frittata è fatta. Giuseppe Conte risponde piccato: “Sul Mes non è cambiato nulla. Rispetto le opinioni di Angela Merkel, ma a far di conto per l’Italia è il sottoscritto con Gualtieri, il Ragioniere dello Stato e tutti i ministri”.
Sul Mes, si apprende, il governo non deciderà  prima del consiglio europeo del 17 e 18 luglio, dedicato a cercare un’intesa europea sul recovery fund.
“Stiamo facendo di conto in questi giorni — continua Conte – ci aggiorniamo continuamente sui flussi di cassa. Nella riunione di ieri con i capidelegazione abbiamo iniziato a ragionare con Gualtieri sul ventaglio di possibilità , sui prossimi provvedimenti e ci aggiorneremo a inizio settimana prossima. Sono allo studio col Mef varie misure, c’è un ventaglio di ipotesi. Sure è un percorso attivato e quindi è probabile che chiederemo di partecipare al programma”.
Parole più legate alla politica interna che alle relazioni estere, tanto più che Conte ha bisogno dell’assist della Cancelliera per l’intesa europea sul recovery fund.
Di fatto, il premier tenta di scavalcare la grana che, da mesi ormai, inchioda la maggioranza di governo: accedere o meno agli aiuti del Mes, 36mld di euro per le spese sanitarie per la pandemia. Il M5s resta contrario, il Pd e Italia Viva sono favorevoli.
Non a caso, la parte Dem al governo non enfatizza le parole della Cancelliera. Le legge più come un dato oggettivo, un modo per ricordare che oltre al recovery fund, sul quale gli Stati europei devono ancora raggiungere un’intesa ma che comunque metterà  risorse a disposizione solo a partire da gennaio 2021, l’Unione Europea ha deciso altre misure per 540 miliardi di euro: i 240mld del Mes, i 200mld della Bei e i 100mld per il sostegno alla disoccupazione con il piano Sure della Commissione europea.
Sono strumenti di emergenza, che i paesi in emergenza possono usare, è il ragionamento.
Ma sul Salva Stati la parte pentastellata della maggioranza ancora nutre riserve. Teme le condizionalità  ex post, la sorveglianza rafforzata prevista nei trattati del Mes ma che verrebbe sospesa grazie ad un accordo politico tra gli Stati membri sulla nuova linea di credito istituita per la pandemia.
Da qui, l’irritazione di Conte. All’orizzonte del governo non c’è una decisione entro le prossime tre settimane. Nemmeno le comunicazioni in Parlamento del presidente del Consiglio alla vigilia del summit europeo di metà  luglio serviranno a chiarire cosa si fa sul Mes.
Perchè, questa è la spiegazione ufficiale, il Mes non è all’ordine del giorno del Consiglio europeo di luglio, che invece discuterà  del recovery fund e di come trovare un’intesa — ancora lontana — tra gli Stati membri, tra le richieste del nord Europa e quelle del sud, le rivendicazioni dell’est del continente.
Non a caso, la Cancelliera tedesca continua a premere per un accordo, che evidentemente non è ancora fatto. Il recovery fund “non risolve tutti i problemi, ma non averlo rafforzerebbe il problema — dice Merkel nell’intervista — Una disoccupazione troppo forte in un paese può avere un effetto esplosivo. I pericoli per la democrazia sarebbero a quel punto maggiori”.
Certo, quando ricorda che esiste il Mes come strumento cui attingere in caso di emergenza, Merkel parla il linguaggio dei ‘frugali’ del nord, recalcitranti sul recovery fund e tranquilli sul fatto che l’Italia, il paese più piegato dal covid, possa far ricorso al Salva Stati (basti vedere il ragionamento del ministro degli Esteri olandese Stef Blok in visita istituzionale a Roma martedì scorso).
Del resto, la Cancelleria svolge il ruolo delicatissimo di mediazione tra i paesi europei nella trattativa sulle risposte comuni alla crisi economica da Covid. E dunque, da una parte difende il recovery fund, dall’altra ricorda che nel frattempo l’Ue ha già  disposto altri strumenti che non dovrebbero restare “inutilizzati”.
Ma a Roma il governo è bloccato su questa decisione. Alla vigilia del Consiglio europeo di metà  luglio, è prevedibile una discussione parlamentare molto accesa. Prima del summit informale del 19 luglio, Emma Bonino di ‘+ Europa’ aveva presentato una risoluzione che parlava anche di Mes: non è stata votata perchè Conte ha deciso di tenere solo un’informativa in aula, non delle comunicazioni che prevedono il voto sulle risoluzioni. Motivo: il Consiglio della settimana scorsa era informale. Il prossimo però sarà  formale.
Il Parlamento voterà  sulle comunicazioni del premier, ma nella risoluzione di maggioranza non ci sarà  il Mes: perchè il vertice europeo di luglio non ne parlerà , è la spiegazione ufficiale che trapela dal governo.
Decisione rimandata, ancora una volta, in attesa dell’intesa europea sul recovery fund. E se non arriverà  con il Consiglio europeo di metà  luglio? Nel governo, alzano le mani. Servirà  un altro summit a fine mese, nella speranza che si arrivi ad un accordo. E forse, solo allora, arriverà  anche la richiesta italiana di usare i fondi del Mes.

(da “Huffingtonpost”)

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L’IDEONA DEL TAGLIO A TEMPO DELL’IVA: COME FUNZIONA E PERCHE’ POTREBBE RIVELARSI UN FALLIMENTO

Giugno 22nd, 2020 Riccardo Fucile

OGNI PUNTO TAGLIATO COSTA 4,5 MILIARDI, SERVONO ALMENO 3 PUNTI

L’Italia tira la cinghia e, dopo la pandemia da Coronavirus, smette di fare shopping. Per far riaprire davvero il Paese, il premier Giuseppe Conte sta studiando una riduzione sull’Iva, che è l’imposta sui consumi, ha confermato lui stesso oggi pomeriggio, 22 giugno, nel corso del forum on line organizzato dal sito de Il Fatto Quotidiano.
Magari   una taglio selettivo a sostegno dei settori più colpiti dalla pandemia: ristorazione, spettacolo, turismo.
Quanto vale l’ex Ige
Meno tasse sui consumi per incentivare i consumi? Funzionerà ? L’Iva in Italia è stata introdotta nel 1968, prima c’era l’Ige, e da allora tiene banco nel dibattito politico. L’imposta sul valore aggiunto porta nelle casse dello Stato più di centoquaranta miliardi di euro, quasi un quarto delle entrate tributarie.
Un bel gruzzolo ma che potrebbe valere molto di più, se 30 miliardi di Iva non finissero ogni anno divorati nelle mille bocche dell’evasione fiscale.
Tant’è che dopo anni trascorsi nel tentativo di disinnescare o perlomeno rinviare la miccia delle clausole di salvaguardia Iva (che sarebbe dovuta aumentare qualora non fossero stata centrati gli obiettivi di finanza pubblica), oggi il governo intende ridurre la tassa di «un po’» e «per un po’». Per cercare di risollevare i consumi. E così far ripartire un paese bloccato, fermo alla quarantena dei consumi.
La maggioranza si è già  spaccata sulla misura e le opposizioni invece sono compatte nel dirsi contrarie (come sempre a tutto)
Lo stesso premier ammette che il taglio dell’Iva è «molto costoso». Ogni punto in meno   di Iva costerebbe almeno 4,5 miliardi di gettito fiscale. Non proprio bruscolini. Il governatore di Bankitalia Ignazio Visco frena, sollevando più di un dubbio: «Serve una riforma complessiva e non una visione imposta per imposta», anche perchè i fondi europei che avremo a disposizione «andranno spesi bene e non in mille rivoli».
Come potrebbe funzionare
Chi sostiene l’idea di un alleggerimento dell’Iva, come Unimpresa,   suggerisce un taglio di almeno tre punti, con l’aliquota sotto il 20%, e sostiene che lo stimolo finanziario e insieme psicologico riavvierebbe la macchina dei consumi portando quindi più gettito.
Dello stesso avviso è Bernardo Bertoldi, docente di economia all’Università  di Torino: «La crisi che stiamo vedendo arrivare   — dice l’economista — non è un terremoto finanziario come quello   che si è verificato nel 2008 ma è come un’onda i cui effetti saranno chiari non prima di settembre».
«Un taglio dell’Iva — continua Bertoldi — può servire a incentivare i consumi ma dovrebbe essere netto,   per   almeno due o   tre punti percentuali. E dovrebbe essere compreso in un   tempo ben limitato. Non dimentichiamo che il nostro debito continua a crescere ed è sostenibile solo perchè la Bce compra i nostri titoli. Non lo farà  per sempre».

(da agenzie)

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LA RIPARTENZA DELL’ITALIA SI GIOCA AL NORD MA NON C’E’ UNA CLASSE POLITICA ALL’ALTEZZA, NE’ AL GOVERNO, NE’ ALL’OPPOSIZIONE

Giugno 21st, 2020 Riccardo Fucile

SOLO CONFINDUSTRIA HA PRESO A CUORE IL PROBLEMA (A MODO SUO)

Mentre il governo conclude la kermesse degli Stati Generali, avanza a grandi passi nella politica italiana un tema di grande rilevanza, accantonato nei mesi del lockdown, ma destinato ad esplodere nell’autunno economicamente più difficile della storia della Repubblica, cioè il prossimo.
Il tema ha un titolo preciso, cioè “Questione Settentrionale”, uno svolgimento tutto da conoscere e dei protagonisti solo in parte noti al momento.
Cominciamo dal titolo (e quindi dal tema), perchè è di tutta evidenza che questa sarà  la questione più scottante per l’intera nazione.
Dalla fine della Prima Repubblica a oggi il nord ha contato moltissimo, soprattutto a destra. È infatti profondamente, intimamente “nordista” la storia di Silvio Berlusconi e di Umberto Bossi, cioè i due uomini che hanno contato di più da quelle parti tra il 1994 e il 2013, al punto che (non casualmente) per superarne in via definitiva la stagione viene chiamato a guidare il governo il Presidente della Bocconi Mario Monti.
Ma è, tutto sommato, “padana” anche la storia del bolognese Romano Prodi, incrocio di tutti i movimenti che contano a sinistra dal 1995 al 2008 (e forse anche oltre).
Insomma il nord ha contato e, per molti versi, dominato nella Seconda Repubblica, tanto è vero che le istanze di autonomia regionale hanno avuto grande spazio sotto il profilo politico, legislativo e costituzionale.
Siccome però il nord è innanzitutto il motore dell’economia nazionale, ecco che nell’Italia post pandemia da lì si dovrà  ripartire, a meno che si decida di uscire definitivamente dalla “squadra” dei paesi industriali per entrare in quella senza vocazione alcuna, tipo Argentina (per capirci).
Ed eccoci quindi allo svolgimento, che per il momento resta non solo ignoto a tutti ma anche condizionato da segnali poco incoraggianti, compresi gli Stati Generali a Villa Pamphili, luogo meravigliosamente simbolico di un’Italia con lo sguardo al passato che cerca di arrancare nel futuro aggrappandosi alla sua bellezza e non a uno straccio di progetto strategico (con buona pace del Piano Colao).
Qui dobbiamo dirci la verità  con franchezza, pena il fatto di svegliarci l’anno prossimo in condizioni ancora più precarie sotto ogni profilo. La pandemia dell’anno in corso sta rimescolando le carte da gioco del mondo intero e nessuno si troverà  in futuro nella stessa posizione di prima.
In ballo c’è la competitività  di ogni sistema nazionale, in ballo c’è l’esistenza stessa dell’Europa e della sua atipica moneta, in ballo c’è la supremazia planetaria nel secondo quarto del secolo, in ballo c’è la sopravvivenza dei regimi democratici assediati dalle oligarchie plebiscitarie che dominano in Asia, in Africa e nel Medio Oriente. Sotto questo profilo l’Italia rischia più di altri, perchè ha sulle spalle ataviche debolezze (debito pubblico, divario nord/sud, burocrazia micidiale, giustizia lenta) che possono costarci moltissimo: ecco perchè la stagione che sta per aprirsi è per noi decisiva.
Veniamo allora ai protagonisti, anche perchè alcuni di loro hanno preso la parola proprio in queste ore.
Cominciamo da destra, dove Salvini e Meloni hanno grande forza elettorale e solido controllo dei loro partiti. Però sono espressione di un tipo di leadership totalmente diversa da quella del Cavaliere e dell’Umberto: il loro legame (anche sentimentale) con il nord è assai più flebile e politicamente meno rilevante per la loro azione politica.
Poi c’è l’area di governo, che attualmente è dominata da figure che con il nord hanno ben poco a che fare per storia personale e inclinazioni culturali.
Basti considerare che sono (siciliano il primo, campano il secondo e pugliese il terzo) meridionali la prima, la terza e la quarta carica dello Stato, con l’aggiunta della comune formazione giuridica del Presidente della Repubblica e del Primo Ministro.
Sono poi espressione dell’ambiente politico romano il Presidente del Parlamento Europeo Sassoli (pur fiorentino di nascita), il Commissario Europeo Gentiloni, il ministro dell’Economia Gualtieri, così come il segretario del PD Zingaretti, mentre è del tutto a trazione meridionale la leadership del M5S, con evidente preminenza del campano Di Maio e del siciliano Bonafede (con all’opposizione il romano Di Battista).
Ebbene, cosa produce tutto ciò?
Produce che sul lato opposto al governo la bandiera del nord che produce l’ha presa da qualche mese il Presidente di Confindustria Carlo Bonomi (già  alla guida di Assolombarda), anche alla luce del fatto che il Governatore del Veneto Zaia si premura di farci sapere un giorno sì e l’altro pure che lui sta bene dove si trova.
Mentre invece sul fronte PD-M5S produce (proprio in queste ore) due uscite molto interessanti e convergenti, cioè quella del sindaco di Bergamo Gori che contesta a Zingaretti un deficit d’iniziativa e quella del sindaco di Milano Sala che reclama un rapido ritorno al lavoro “normale”, volendo così introdurre “a bomba” l’attualità  economica nell’agenda nazionale.
L’autunno sarà  roba di numeri, statistiche, calo del PIL, posti lavoro (persi), imprese (che rischiano di chiudere), agenzia di rating.
Tutta roba che si gioca al nord, al massimo compresa l’Emilia di Stefano Bonaccini.
Chi non lo capisce resta indietro.

(da “Huffingtonpost)

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I TRE ERRORI DA MATITA BLU DEI TEORICI SOVRANISTI MONETARI DI CASA NOSTRA

Giugno 14th, 2020 Riccardo Fucile

RENATO BRUNETTA: “LA TEORIA PER CUI ALL’ITALIA E’ SUFFICIENTE CHE LA BCE ACQUISTI I NOSTRI TITOLI DI STATO E’ CAMPATA IN ARIA”

I teorici del sovranismo monetario di casa nostra, gli stessi che, soltanto un anno fa, suggerivano all’Italia di abbandonare l’euro e ritornare alla lira (fortuna che non sono stati ascoltati), hanno elaborato di recente una singolare tesi, secondo la quale la politica monetaria ultra espansiva attuata dalla Banca Centrale Europea (BCE) attraverso il suo programma di acquisto di titoli di Stato (Quantitative Eeasing in generale e PEPP nello specifico), per un totale di 1.350 miliardi di euro, sarebbe sufficiente per permettere all’Italia di avere a disposizione tutte le risorse finanziarie necessarie per uscire dalla crisi economica e finanziaria nella quale è entrata a causa del lockdown da pandemia.
Questa teoria, tanto semplice quanto seducente, è riassumibile nell’idea che il nostro Tesoro può permettersi di emettere tutti i titoli di Stato di cui ha bisogno per finanziare l’ingente aumento di deficit pubblico, tanto, alla fine, c’è sempre la BCE (con il suo braccio armato della Banca d’Italia) che acquisterà  questi titoli sul mercato secondario. Questa “promessa” (il sostantivo è dell’amico professor Alberto Bagnai) contribuisce a tenere bassi i rendimenti dei titoli, e a mantenere sostenibile l’ingente debito pubblico italiano, che ormai, lo ricordiamo, si avvia verso la cifra monstre di 2.500 miliardi di euro, pari al 160,0% del nostro Pil.
Evidentemente non preoccupati da questi record negativi toccati dal nostro debito pubblico, i sovranisti monetari nostrani propongono di indebitarci ancora di più, dal momento che la BCE finirà  per monetizzare il debito pubblico italiano in via indiretta, attraverso il suo programma di acquisto di titoli.
La “teoria monetaria sovranista” ha come importante corollario che, per i motivi esposti, inutile, o addirittura dannoso, è per il Governo italiano ricorrere alle risorse finanziarie messe in campo dalla Unione Europea, attraverso 4 pilastri finanziari (MES, BEI, SURE e Next Generation UE Fund), del valore complessivo, ad oggi, di 2.400 miliardi di euro, suddivisi in grants e loans.
Il rapporto tra Governo italiano e BCE diventa, dunque, sempre secondo questa nuova teoria, diretto e non mediato da altre istituzioni europee, le quali, alla fin fine, diventano superflue, se non addirittura dannose, con le loro fastidiose richieste di condizionalità  strategica (vi diamo i soldi in cambio di riforme per la crescita).
Teoria molto sexy, impressive, facile da spiegare e altrettanto facile da capire, molto popolare, quella del sovranismo monetarista.
Peccato, che abbia la stessa attendibilità  del mito del Re Mida.
Lasciando perdere la mitologia, e tornando alla triste scienza, essa, teoria, appare tanto inattuabile, in una unione monetaria come l’eurozona, quanto dannosa, per la stessa idea dell’uso distorto e opportunista delle politiche monetarie che propone. La teoria del “sovranismo monetario”, come l’abbiamo definito noi, applicata al nostro Paese, presenta almeno tre errori sui fondamentali economici che la rendono, come dicevamo, inattuabile e pericolosa.
Primo errore: credere, come fanno Bagnai e compagni, che la moneta non sia un bene qualsiasi, e che quindi se ne possa godere in quantità  illimitata, attraverso l’aumento dell’offerta da parte della BCE, credere ciò, dicevamo, mina alle fondamenta la teoria che fu di Ludwig von Mises, Friederich August von Hayek, due mostri sacri della teoria economica, e, del più a noi vicino, Arthur Laffer, tanto per fare un po’ di citazioni colte. Tale assunto porta al risultato, tipico di tutti i beni offerti in quantità  illimitata (“beni pubblici”, nella teoria economica), di far assumere a quel bene un valore di mercato pari a zero. Nel caso di specie, il nostro povero €uro. Ludwig von Mises nella sua teoria della moneta, scriveva che “l’espansione e la contrazione della quantità  di banconote in circolazione non sono mai la causa, ma sempre e solo l’effetto, delle fluttuazioni della vita economica.
La moneta è solo una misura di valore accettata e, anche in assenza di una banca centrale, continuerebbe ad esistere, per il solo fatto che è utile”. La produzione rappresenta la domanda di moneta, come ricordava inoltre uno dei padri fondatori della “supply side economics”, Arthur Laffer, secondo il quale l’offerta di moneta è “determinata dalla domanda”.
Quello che i teorici nostrani del sovranismo monetario sostengono, invece, è l’esatto contrario. L’offerta di moneta dovrebbe infatti essere, secondo il loro ragionamento, “determinata dall’offerta”, ovvero aumentata dalla banca centrale senza che vi sia un corrispondente aumento di domanda che, anzi, in una crisi come quella attuale, è fortemente diminuita, dal momento che a diminuire enormemente sono state le transazioni commerciali che la giustificano.
Questo mismatch che si viene a creare tra domanda e offerta di moneta per scopi transazionali, come noto, è alla base della perdita di reputazione di una valuta, nella fattispecie sempre il nostro povero euro, che, stampato in quantità  ingiustificate, si troverebbe, di fatto, ad essere considerato carta straccia se le teorie dei sovranisti fossero prese sul serio. Come è successo storicamente in molti paesi dell’America Latina con la loro storia di default multipli e di inflazione alle stelle, con relativa povertà  ciclica. Da qui la pericolosità  storicamente certificata della teoria.
Secondo errore: credere che gli Eurobond, lo strumento scelto dalla Unione Europea per finanziare il programma comunitario a 4 pilastri, non abbiano un mercato, come sostengono sempre i nostri sovranisti monetari, è del tutto falso. Gli Eurobond, infatti, un mercato ce l’hanno eccome e l’interesse da parte degli investitori internazionale c’è. Fare un po’ di telefonate in giro per credere. È anche ridicolo soltanto pensare che prima di proporli ufficialmente, Bruxelles non abbia sondato il terreno tra i grandi investitori internazionali per verificarne l’interesse. Che, infatti, c’è.
Purtroppo per l’Italia, però, gli Eurobond rischiano di produrre effetti negativi sui nostri BTP, dal momento che la domanda degli investitori potrebbe incanalarsi su questi titoli, piuttosto che sui nostri, e questo non perchè l’Europa è cattiva, ma perchè i mercati tendono a punire gli Stati che non attuano politiche di riduzione del debito e non effettuano le riforme strutturali necessarie. È proprio il caso italiano. Se, infatti, per i sovranisti monetari di casa nostra il debito pubblico a crescita illimitata non è affatto un problema, per gli investitori internazionali lo è, eccome!
Terzo errore: continuare a non capire che i pilastri finanziari europei non sono una questione di politica monetaria, ma un primo passo per la costruzione di una politica di bilancio comunitaria, indispensabile per completare il progetto dell’euro, è il tipico fraintendimento di chi non ha capito che senza una politica economica e di bilancio, che è poi la principale espressione della democrazia rappresentativa, non può esistere una unione monetaria compiuta.
Ripetiamo ancora una volta quello che usava ripetere Mario Draghi ad ogni riunione della BCE: senza delle politiche di bilancio efficaci a livello nazionale ed europeo, le politiche monetarie espansive possono far ben poco per riportare l’eurozona sul terreno della crescita. Politica monetaria e politica di bilancio sono, infatti, due facce della stessa medaglia, complementari e non concorrenti, entrambe necessarie ma singolarmente non sufficienti.
Non può esistere l’euro senza l’Unione Europea, come non può esistere l’Unione Europea senza l’euro. E, soprattutto, senza regole.
L’idea di stare nel club europeo avendo come referente esclusivo Francoforte, ovvero una banca centrale tanto mitizzata quanto non rispondente alla realtà , senza rapporti con le istituzioni di Bruxelles o Strasburgo, che della volontà  popolare sono l’espressione, è una pura contraddizione in termini.
Nessun altro paese membro accetterà  mai un simile impianto teorico-politico, esso non potrà  mai essere accettato dalle istituzioni europee, nè potrebbe accettarlo la BCE, che ha infatti esortato l’Unione Europea a rafforzare, in tempi brevi, l’intera strategia di politica economica comunitaria.
Della serie: noi, BCE, stiamo facendo la nostra parte, con la moneta; fate presto voi, Unione e Stati, a fare la vostra.

Renato Brunetta
(da “Huffingtonpost”)

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IL PIANO COLAO DOVREBBE RILANCIARE L’ITALIA? TRA LUOGHI COMUNI E SOLITE SANATORIE

Giugno 8th, 2020 Riccardo Fucile

SMART WORKING, COLMARE IL GAP DIGITALE, SANATORIA IMPRESE: CI VUOLE UN DISEGNO POLITICO NON IL COMPITINO DEGLI ESPERTI… L’UNICA COSA SAGGIA   E’ IL CONTRIBUTO PUBBLICO ALLE DONNE VITTIME DI VIOLENZA (PECCATO CHE NON C’ENTRI UNA MAZZA CON IL RILANCIO DELL’ITALIA)

Il Comitato di esperti guidato da Vittorio Colao ha consegnato stamattina, 8 giugno, alla Presidenza del Consiglio, il rapporto finale sulla ripresa dell’Italia dall’emergenza Coronavirus. «Un’Italia più forte, resiliente ed equa» è l’obiettivo centrale del documento. Il piano propone obiettivi generali e 6 ambiti fondamentali per il rilancio. Si parla di imprese e lavoro come «motore dell’economia», di infrastrutture e ambiente come «volano del rilancio». Turismo arte e cultura come «brand del Paese», di una Pubblica amministrazione «alleata dei cittadini e imprese». L’istruzione, la ricerca e le competenze vengono definiti «fattori chiave per lo sviluppo». Individui e famiglie «in una società  più inclusiva e equa».
Imprese e lavoro
Tra gli obiettivi più di rilievo c’è senza dubbio la volontà  di escludere il ‘contagio da Covid-19’ dalla responsabilità  penale del datore di lavoro per le imprese non sanitarie. In più, si parla di neutralizzare fiscalmente, in modo temporaneo, il costo di interventi organizzativi per l’adozione dei protocolli di sicurezza. C’è poi la questione smart-working, centrale nei mesi di pandemia, e per la quale ora la task force prevede una promozione — soprattutto dal punto di vista della Pubblica amministrazione, per la quale si chiede di definire e adottare un codice etico ad hoc. Si parla poi di consentire (in deroga temporanea) il rinnovo dei contratti a tempo determinato in scadenza almeno per tutto il 2020.
Nel capitolo imprese si trovano anche due proposte di sanatoria.
La prima riguarda l’emersione del lavoro nero che, sulla scorta del decreto Rilancio, preveda sia l’emersione del lavoro irregolare in alcuni settori, sia un mix di premialità  (riduzione della contribuzione), paletti (dichiarazione di assenza di lavoro nero) e sanzioni (in caso di dichiarazioni del falso). Una seconda sanatoria dovrebbe riguardare invece l’emersione e la regolarizzazione del contate derivante da redditi non dichiarati attraverso da una parte il pagamento di un’imposta sostitutiva, e dall’altra l’obbligo di investimento di una porzione dell’ammontare (40-60%) — per 5 anni — in strumenti di supporto del Paese.
Istruzione e università 
Il piano intende poi lanciare un programma didattico sperimentale per colmare il gap di competenze e skill critiche (capacità  digitali, problem-solving, finanziarie di base) che vede l’Italia al 26/o posto in Europa su 28 Paesi per le competenze digitali della popolazione. Il sistema formativo tradizionale, si legge, «presenta lacune significative per quanto riguarda le competenze innovative». Ad esempio, solo il 20% degli insegnanti ha effettuato corsi formativi in materia di alfabetizzazione digitale e il 24 % delle scuole manca ancora di corsi di programmazione.
Il piano, poi, punta sulle università  e la ricerca: «C’è una forte dispersione dei migliori ricercatori fra le università  italiane — si legge — con conseguente buona qualità  media delle università  italiane, ma carenza di poli di eccellenza internazionalmente competitivi». Il Comitato invita quindi le istituzioni a «creare poli di eccellenza scientifica internazionale, differenziando le università  al loro interno sulla base della pluralità  di ‘missioni’ e del diverso grado di qualità  della ricerca delle loro strutture interne».
Il ministero dell’Istruzione, secondo la task force, dovrebbe spingere «le università  piccole o mono-disciplinari a specializzarsi in una particolare combinazione delle diverse funzioni oggi svolte: formazione di base, formazione specialistica e dottorale, ricerca pura, ricerca applicata e terza missione, partecipazione a network internazionali, contributo allo sviluppo territoriale, ecc». Ad essere premiate saranno così «solo quelle strutture (o quegli atenei, se piccoli o mono-disciplinari) che raggiungono risultati eccellenti nelle funzioni prescelte, anzichè risultati medi in tutte».
Individui e famiglie
La task force propone di ripartire dal «contributo di libertà », e cioè un contributo pubblico per le donne vittima di violenza, che sia sulla scia di «un reddito di Emergenza e/o Cittadinanza» e che possa garantire loro un supporto iniziale da destinare a spese di sussistenza, alloggio, mobilio, salute, educazione e socializzazione dei figli, corsi professionali, vita autonoma». Tra le altre misure utili sono individuate anche l’erogazione di «incentivi per l’assunzione» e «la creazione di una Rete di Imprese contro la Violenza, ad adesione volontaria, per un confronto sullo sviluppo di politiche ed azioni aziendali in favore sia delle donne inserite grazie al programma sia di ogni lavoratrice eventualmente esposta a forme di violenza in ambito domestico».
Per quanto riguarda l’assistenza alle famiglie e ai suoi componenti, il piano propone di «avviare la riforma dei congedi parentali indennizzandoli almeno al 60%, individuando forme di supporto pubblico». L’obiettivo è quello di incentivarne l’utilizzo, soprattutto da parte “maschile”, e di estendere i congedi di paternità  a 15 giorni.
Inoltre, si propone di lanciare un piano nazionale per l’apertura di nidi, per estenderne l’offerta ed eliminare le differenze territoriali. Attualmente, specifica il testo della task force, la disponibilità  di nidi è ancora bassa (25%) e varia notevolmente tra Nord, Sud e Centro. «Il nido — si legge — è un servizio educativo a cui devono poter accedere tutti i bambini senza differenze»
Turismo, Arte e Cultura
Tra gli — inevitabili — obiettivi della commissione c’è anche il rilancio del turismo. Per rilanciare la stagione 2020-2021, la task force di Colao propone una nuova governance e strategia per il turismo — e cioè la creazione di un presidio governativo speciale per coordinare il rilancio del settore nel prossimo triennio.

(da agenzie)

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I SOVRANISTI D’ITALIA CHE CEDEREBBERO LA SOVRANITA’ ALLE BANCHE

Giugno 6th, 2020 Riccardo Fucile

RENATO BRUNETTA: “CONSIDERANO LA BCE COME PANACEA DI TUTTI I MALI”… “IL PARADOSSO DI UN SOVRANISMO COME SINONIMO DI PERDITA’ DI SOVRANITA’, CEDUTA ALLA TECNOCRAZIA FINANZIARIA”

La nuova frontiera del pensiero dell’intellighenzia sovranista è quella di credere che l’unica istituzione che possa risolvere la crisi finanziaria senza precedenti nella quale l’Italia (ma non solo, perchè un ragionamento analogo è fatto anche in altri paesi del mondo, come Stati Uniti e Regno Unito) è piombata sia la Banca Centrale Europea o le altre banche centrali e che l’unico strumento, esaustivo, totalizzante, in grado di farlo, sia la politica monetaria ultraespansiva che esse, banche centrali, possono mettere in atto.
Una tale “teoria sovranista” è tanto semplice, quanto pericolosa.
Nel caso europeo, la politica di acquisto illimitato di titoli di Stato da parte di Francoforte, meglio nota con il termine di Quantitative Easing, sarebbe sufficiente, sempre a detta dei sovranisti, per garantire tutte quelle risorse finanziarie di cui le economie europee hanno bisogno per finanziare il loro piano di ricostruzione e di rilancio.
Il perchè è molto semplice. Se gli Stati hanno bisogno di denaro, il Tesoro emette una quantità  illimitata di titoli di Stato, gli investitori (finchè hanno risorse) acquisteranno i titoli sul mercato primario (alle aste), per poi rivenderli alla Bce sul mercato secondario (transazioni tra investitori).
Se la banca centrale è disposta a fare una operazione del genere (in pratica una monetizzazione del debito indiretta), perchè chiedere aiuti finanziari (loans) all’Unione Europea, attraverso strumenti più o meno condizionanti come il Mes, la Bei, il Sure o il Recovery Plan?
Meglio emettere bond finchè si può, e decidere in piena autonomia come spenderne i proventi, senza condizionamento alcuno da parte dell’Europa. Questa l’idea. Questa è la teoria.
L’idea, dunque, della Banca Centrale (delle banche centrali) vista come panacea di tutti i mali, una variante dell’helicopter money in quantità  illimitata, dei prestiti gratis: un’idea del genere è senz’altro affascinante e allettante. E nella sua semplicità , convincente. Almeno quanto lo era l’idea che tutti i soggetti fossero uguali, che la società  non dovesse avere nè classi sociali nè padroni, come nella cultura e nella prassi dell’Unione Sovietica per larga parte del secolo scorso.
Cultura e prassi alla quale centinaia di milioni di individui hanno creduto (e in parte ancora credono in alcune parti del mondo). Sappiamo poi bene come è finita.
Dittature, uomini soli al comando, povertà , discriminazioni, cancellazione dei diritti civili e umani, cancellazione del mercato. L’accentramento decisionale nelle mani di soggetti ideologico-tecnocratici ha creato i peggiori totalitarismi e con essi la perdita della libertà .
Quello che propongono i sovranisti oggi è di fatto una deriva analoga che ha in più il paradosso terminologico.
Sovranismo come sinonimo di perdita di sovranità . La creazione di una tecnocrazia finanziaria, diretta da pochi banchieri centrali illuminati, alla quale cedere progressiva sovranità  da parte degli Stati che fanno parte dell’eurozona, non rappresenta altro che questo paradosso distruttivo.
Forse i propugnatori di questa pericolosa teoria non si accorgono che, delegando, nel caso dell’Europa, alla Bce tutto il potere decisionale alla politica monetaria, e invocando la politica monetaria come sola soluzione ai problemi economici, si crea di fatto una situazione dove una ristrettissima oligarchia di banchieri, più o meno legittimati dal potere politico, ha in mano, di fatto, la potestà  di decidere tutto per tutti.
Si arriva così alla situazione paradossale, come abbiamo già  detto, dove i sovranisti, contrari alle ingerenze decisionali delle istituzioni europee, finiscono per delegare ad un’unica istituzione sovranazionale le decisioni sul destino dell’Europa e dei suoi componenti.
Il ragionamento finanziario che i teorici di questa posizione fanno è che il programma di quantitative easing viene fatto dal Consiglio Direttivo dalla Bce, ma gli acquisti veri e propri sono poi fatti pro quota – a seconda della partecipazione al capitale della Bce – dalle banche centrali nazionali (Banca d’Italia per il nostro Paese), con i proventi dei titoli che poi vengono, alla fine del processo, restituiti dalla stessa Banca d’Italia al Tesoro.
Una partita di giro conveniente, non solo all’Italia, quindi, perchè i soldi tornano alla fine a chi li ha emessi, anzichè restare nel portafoglio di chi li ha acquistati.
Questa assurda idea di creare un monopolio decisionale con i relativi strumenti finanziari a disposizione per risolvere tutti i problemi ha degli effetti collaterali, evidentemente, pesantissimi.
Il primo è quello di rendere inutili in un colpo solo le politiche economiche degli Stati e la politica stessa che, per definizione, si basa appunto sulla libertà  di decidere tra più opzioni a disposizione, in funzione del consenso che si intende ricevere.
Rende, inutile, poi, nel nostro caso, l’Unione europea, dal momento che, se ogni Stato avesse a disposizione risorse illimitate per finanziare i progetti a debito, che senso avrebbe, a quel punto, avere un bilancio comune, delle politiche comuni, un unico debito comune e strumenti finanziari comuni? Nessuno.
La stampa di moneta senza ostacoli da parte della Bce creerebbe un gigantesco azzardo morale per i governi portandoli ad indebitarsi senza limiti, in barba alle politiche di mantenimento dei bilanci in ordine, sulle quali è basata la stessa Unione.
Senza contare il crollo del valore dell’euro che una tale politica creerebbe. Gli europei avrebbero in mano, con l’euro, solo carta straccia.
E qui un altro paradosso. Il modello che hanno in mente i sovranisti è quello di una banca centrale europea sottomessa ai singoli governi, che acquista quanto serve per coprire il deficit e debito decisi a livello nazionale.
Ci sarebbe da ridere se non ci fosse da piangere.
Un modello pre-divorzio 1981 al quadrato. Modello che però richiedeva un’inflazione elevata e funzionava con economie chiuse, soprattutto in assenza di mercati finanziari perfettamente integrati come quelli attuali.
Per traslare questo modello a livello europeo occorrerebbe che vi fosse un accordo di tutti: non è questa l’Europa che gli altri paesi hanno in mente, non è questo quanto scritto nei trattati Ue. Che in una crisi profonda la banca centrale copra il deficit è una cosa, che lo debba fare sempre è tutt’altra.
La politica monetaria del Quantitative Easing è necessaria data l’eccezionalità  del momento. Ma, proprio per questo motivo, come ha sostenuto più volte Mario Draghi, deve essere temporanea e, in ogni caso, non può essere considerata efficace in assenza di politiche di bilancio virtuose decisi dai governi nazionali.
Verifiche empiriche hanno mostrato che le politiche monetarie ultra espansive sono servite in tempi di crisi, ma è bene metterci in testa che queste sono destinate a lasciare il terreno alle più tradizionali politiche monetarie.
A quel punto, i governi che non avranno sfruttato l’occasione di condizioni monetarie favorevoli per risistemare i loro bilanci e le loro economie, pagheranno un conto salato, così come il loro sistema bancario, che sarà  pieno di titoli di Stato svalutati e le loro economie reali saranno ridotte al collasso.
Il punto cruciale è la differenza tra politiche monetarie effettuate in contesti solo nazionali (es. Usa, Regno Unito, Giappone) dove la banca centrale può comprare titoli e il Tesoro può finanziare il deficit fino a che l’economia non riparte, e il contesto dell’eurozona, dove le economie hanno andamenti diversi e i deficit possono anch’essi avere livelli diversi.
La politica monetaria deve tenere conto della situazione “media” dell’area euro. Quando l’area euro crescerà  normalmente, la politica monetaria (e gli acquisti di titoli) cambieranno, anche radicalmente. L’Italia, allora, non potrà  più contare sugli acquisti di titoli da parte di Francoforte.
Solo un bilancio federale può essere strutturalmente redistributivo, ovvero in grado di aiutare chi ha livelli di reddito più bassi o è colpito da shock asimmetrici. Il Next Generation UE Fund nasce per aiutare soprattutto paesi come l’Italia, attraverso l’emissione di bond comunitari a carico di tutti i contribuenti europei. Certo l’aiuto offerto è condizionato, ma con condizioni di buon senso: ‘ti pago gli investimenti che possono farti crescere’. A patto, lo ricordiamo, che il Paese in questione abbia presentato un piano di riforme che vuole finanziare. E non è ancora il caso dell’Italia.
Inoltre, un bilancio federale (anche quello della Ue) riflette direttamente le scelte politiche del Consiglio dei governi europei e del Parlamento di Strasburgo.
Nel caso della Bce, la legittimazione politica c’è (per i meccanismi di nomina, per l’aderenza ai trattati, per la rendicontazione al Parlamento Ue, ecc.) ma non vi è un coinvolgimento politico diretto nelle scelte.
La teoria della sufficienza della politica monetaria nella risoluzione delle crisi finanziarie è stata proposta sia dai sovranisti di destra (Alberto Bagnai della Lega è il principale propugnatore), sia dai sovranisti di sinistra, (dal Movimento 5 stelle alla componente comunista della maggioranza di Governo).
Questo, che potrebbe sembrare un grande paradosso, è in realtà  l’avveramento di quanto sosteneva il filosofo ed economista premio Nobel Friederich August Von Hayek, quando affermava che tra destra e sinistra non vi è in realtà  alcuna differenza, in un “continuum” generato da una esacerbazione negativa del socialismo reale.
Cambiano solo i nomi, la sostanza è la stessa. Come nel caso del sovranismo. Non esiste differenza tra il sovranismo proposto dalla Lega o dal Movimento 5   stelle. Tutti sostengono le stessi tesi, pericolose per la società  italiana, perchè portano a credere che un super policy-maker, come la banca centrale, possa consentire tutto subendo l’arbitrio dei governi.
In definitiva è la fine del libero mercato, ma anche la fine della democrazia così come l’abbiamo conosciuta, mercato e democrazia che sono i due pilastri sui quali è fondata l’Europa moderna

Renato Brunetta
(da “Huffingtonpost”)

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MES A COSTO ZERO, ALTRO TASSELLO VERSO LA CAPITOLAZIONE DEL M5S

Giugno 4th, 2020 Riccardo Fucile

NON SOLO NIENTE TROIKA, MA PERSINO TASSI NEGATIVI, CI SI GUADAGNERA’ PURE GLI INTERESSI

Se l’Italia prenderà  i soldi del Mes non dovrà  pagare interessi, quindi saranno fondi a costo zero. O meglio: se si indebiterà  fino a 7 anni il tasso d’interesse sarà  addirittura negativo, -0,07%, e ciò significa addirittura che il nostro paese verrà  pagato per indebitarsi in quanto restituirà  meno di quanto preso; se invece il debito sarà  a 10 anni il tasso sarà  dello + 0,08%, quindi a livelli risibili, molto più bassi della media di mercato, quasi zero.
Il calcolo lo ha fatto il direttore finanziario del Mes, Kalin Anev Janse, ed è un altro tassello che dovrebbe portare i 5 stelle, unico partito di maggioranza ancora dubbioso sull’utilizzo, verso una posizione più ragionevole.
Non un sì nè un via libera ma almeno una sorta di posizione neutra che potrebbe permettere al premier Conte di portare a casa il “tesoretto”.
Pian piano infatti gran parte delle obiezioni sull’accesso al fondo salva-Stati stanno venendo meno, anche perchè l’utilizzo pensato per l’emergenza Covid ne ha mutato le condizioni.
Soprattutto quella principale: non ci sarà  nessuna perdita di sovranità , nessuna troika che verrà  in Italia a commissariare il Tesoro, nessun memorandum lacrime e sangue da firmare.
Il paese che sarà  interessato dovrà  solo indicare le spese sanitarie dirette e indirette che verranno finanziate. Questa l’unica condizionalità  prevista, almeno per ora.
Quindi l’Italia può accedere a 36 miliardi potenziali per finanziare il maxi-piano per ammodernare il sistema sanitario nazionale senza particolare restrizioni. E, stando ai calcoli della stessa struttura del Mes come visto, sono prestiti praticamente a costo zero. In particolare, alle condizioni vigenti sui mercati, il risparmio potrebbe arrivare fino a 6 miliardi in dieci anni rispetto all’emissione di titoli di stato. Non proprio briciole.
Insomma, i due principali ostacoli sulla strada del Mes sembrerebbero molto più bassi, se non proprio caduti.
Ed è questo il motivo per cui la pressione degli altri partiti di maggioranza verso i 5 stelle si sta facendo più insistente.
Non è un caso che sul Sole24Ore sia stata pubblicata l’anticipazione del piano per la riforma della sanità  a cui sta lavorando il ministro in quota Leu, Roberto Speranza.
Un progetto molto ambizioso che prevede 20 miliardi di investimento, di cui la metà  per potenziare gli ospedali e i pronti soccorso e la metà  per creare una struttura di medicina più capillare sul territorio, fondamentale per questa epoca di prevenzione e convivenza con il virus.
Ma questi miliardi dove vanno presi? Dal Mes, ovviamente.
Su questo è d’accordo anche il Pd, che sta cercando di persuadere i 5 stelle della bontà  del progetto nonchè della necessità  di attivare il fondo Salva-Stati, come confermato anche dal sottosegretario alla Salute, Sandra Zampa.
Se poi si va dalle parti di Italia Viva, il pressing addirittura si fa asfissiante, con il vicecapogruppo alla Camera Daniele Marattin che ha rilanciato con un contro-piano ancora più poderoso, che andrebbe a spendere tutti e 36 miliardi prendibili.
Una bella manovra a tenaglia che sta mettendo sempre più alle strette il Movimento, che già  nei giorni scorsi è passato dal “niet” irremovibile al “parliamone”.
Ora, stando a quanto si apprende da fonti governative pentastellate, i vertici stanno ragionando come minimizzare il danno politico ovvero non fare barricate in parlamento quando la proposta arriverà  senza però perdere la faccia e farsi massacrare dalla prevedibile invettiva sovranista di Salvini e Meloni. Un problema di “come” non di “se”.

(da “Huffingtonpost”)

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IL MESSAGGIO DI VISCO E BONOMI: LA POLITICA PUO’ FARE PIU’ DANNI DEL COVID

Maggio 29th, 2020 Riccardo Fucile

I MILIARDI EUROPEI VANNO SPESI BENE, NON PER AMENITA’ COME TAGLIO TASSE E FLAT TAX

Se si vanno ad analizzare i discorsi e quindi i messaggi che il Governatore di Bankitalia, Ignazio Visco, e il nuovo capo degli industriali, Carlo Bonomi, hanno lanciato al governo e alla politica in generale, viene fuori una somiglianza impressionante.
Quasi come se l’appello dell’intero mondo produttivo e finanziario fosse uno e uno solo. Ed è questo, sintetizzando: il Covid ha cambiato tutto, c’è il serio rischio che il paese non tenga nei prossimi mesi, la bomba sociale è innescata, quindi ormai non c’è più tempo da perdere, è l’ora di ribaltare i vecchi schemi, bisogna avere una visione di come portare fuori l’Italia dalla crisi e soprattutto spendere bene la pioggia di miliardi in arrivo dall’Europa e dai mercati.
Insomma, banchieri e imprenditori che da sempre hanno vestito i panni dei pompieri, ecco che si trasformano in rivoluzionari. Visco parla oggi nelle sue Considerazioni finali di “rottura rispetto all’esperienza storica più recente”. Bonomi nella sua prima relazione da presidente, un paio di settimane fa, ha chiesto una totale rifondazione delle regole del nostro paese. Rottura, rifondazione. Se le parole hanno ancora un senso, queste assomigliano a macigni gettati nella palude.
Purtroppo però le prime schermaglie di dibattito pubblico su come traghettare il paese fuori dalla crisi sono tutt’altro che incoraggianti.
Con i 5 stelle e Luigi di Maio che ripetono il mantra   “usiamo i soldi del recovery fund per tagliare le tasse”, con la Lega di Salvini che ha rispolverato per l’occasione la balzana idea della flat tax. Tanto che il ministro dem agli Affari europei, Enzo Amendola, ha dovuto ricordare a tutti che no, non si può fare, che i 172 miliardi che arriveranno l’anno prossimo vanno investiti in progetti mirati e verificabili, altro che taglio delle aliquote, altrimenti bye bye soldi.
Ma anche qui il livello del discorso pubblico per ora gira a vuoto sul tema annoso e noioso delle “riforme”, che da almeno 50 anni tutti le vogliono ma nessuno le fa.
E chissà  se questo governo riuscirà  mai a mettere un po’ di sostanza sotto i titoli – che poi sono sempre quelli – semplificazione, riforma fiscale, sblocco cantieri, investimenti pubblici, digitalizzazione e via cantando.
L’esecutivo si trova, in altri termini, davanti a una sfida epocale, ben più grande di lui su cui già  altri governi ben più attrezzati hanno fallito in passato (senza l’aggravante Covid). Non c’è quindi da essere ottimisti.
Visco però oggi nella sala più bella di palazzo Koch – in uno scenario surreale di sole 40 alte cariche istituzionali sedute, distanziate e con mascherine – ha suonato idealmente una campanella. E l’ha suonata forte.
Perchè se si andasse avanti così, per inerzia, solo due cose sarebbero certe: l’aumento imponente del debito pubblico e quello corrispondente delle diseguaglianze sociali.
Il primo è una specie di bomba pronta ad esplodere sotto i nostri conti pubblici, che ci può trascinare verso poco auspicabili scenari argentini.
Il secondo è una bomba messa lì sotto il tessuto sociale del paese, che se esplode rischia di portarci a situazioni inimmaginabili, poveri contro poveri, poveri contro ricchi, in generale italiani contro italiani. E il problema è che sono due ordigni che potrebbero anche deflagrare contemporaneamente con conseguenze devastanti. Proprio per questo bisogna che la politica si muova, che abbia una visione, che programmi e guidi la ricostruzione.
Non andrà  tutto bene se non si affronta la crisi con serietà  e competenza. La parte più bella ed efficacia della relazione di Visco è quella in cui non snocciola numeri e non parla di economia. “Oggi da più parti si dice: “insieme ce la faremo”. Lo diciamo anche noi: ma purchè non sia detto solo con ottimismo retorico, bensì per assumere collettivamente un impegno concreto. Ce la faremo con scelte mature, consapevoli, guardando lontano. Ce la faremo partendo dai punti di forza di cui qualche volta ci scordiamo; affrontando finalmente le debolezze che qualche volta non vogliamo vedere. Molti hanno perso la vita, molti piangono i loro cari, molti temono per il proprio lavoro. Nessuno deve perdere la speranza”.

(da “Huffingtonpost”)

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AIUTO, C’E’ L’ACCORDO SUL MES

Maggio 8th, 2020 Riccardo Fucile

IN EUROPA PASSA LA LINEA ITALIANA, MA UN MINUTO DOPO RIPARTE LA SCENEGGIATA DEL M5S, CONTE PRESO NEL MEZZO RIMANDA AL RECOVERY FUND CHE AVRA’ TEMPI LUNGHI E MILLE INCOGNITE…L’ITALIA VUOLE SOLDI GRATIS, I PRESTITI NON GLI PIACCIONO

Com’era nell’aria già  da giovedì, l’Eurogruppo sigla l’accordo sulle caratteristiche della nuova linea di credito istituita nel Meccanismo europeo di stabilità  per la pandemia.
Passa la linea italiana: assenza di condizionalità , prestiti disponibili per un anno, estensibile fino a dicembre 2022, della durata di dieci anni (l’Olanda aveva chiesto che maturassero in 2-3 anni), a un tasso di partenza dello 0,1 per cento, nessuna troika, ma solo un controllo sulla destinazione delle spese dirette e indirette legate all’emergenza sanitaria.
Una prima vittoria, perchè semmai il problema si porrebbe dopo, con la riattivazione del Patto di stabilità  e crescita che però non è roba che riguardi solo i prestiti del Mes, ma in generale il bilancio italiano. Eppure no. Un minuto dopo, nel Governo scoppia l’ennesima baruffa tra Pd e M5s. E il successo rischia di diventare un incubo.
Diametralmente opposti i commenti di Luigi Di Maio e Nicola Zingaretti. Il ministro degli Esteri: “Il Mes? Come ha detto Conte, dobbiamo leggere i regolamenti. Si parla di circa 30 miliardi del Mes per l’Italia, ma noi stiamo lavorando su un accordo per il Recovery Fund che vale tra i 1.500 e 2.000 miliardi. Quindi, se ci sarà  un poderoso Recovery Fund, non ci sarà  bisogno di nessun altro strumento”.
Per i 5 stelle “il Mes è uno strumento inadeguato”. “Il Mes rischia di trasmettere un’immagine di debolezza del nostro Paese. Il futuro dell’Europa si gioca con il Recovery Fund che ha tutt’altra potenza di fuoco. Su quello concentreremo i nostri sforzi”, dice la capodelegazione del Movimento 5 Stelle all’Europarlamento Tiziana Beghin.
Per il segretario del Pd invece, ora “sarà  possibile utilizzare il Mes senza condizionalità  per gli investimenti in sanità . Una grande opportunità  per l’Italia: 37 miliardi di euro per ospedali, assunzione di medici infermieri, personale, investimenti per nuovi farmaci e cure. Costruiamo un grande piano con le Regioni per la rinascita italiana e per migliorare la vita delle persone”.
Il Pd quindi non ha dubbi sul fatto che intanto il Meccanismo europeo di stabilità  vada utilizzato.
Nel mezzo, Giuseppe Conte: “Le tre misure Sure, Bei, Mes sono insufficienti, ammontando a una frazione di quanto altre grandi economie, come quella Usa, stanno spendendo per sostenere le loro imprese e le loro famiglie.
Il prestito effettivo del “Recovery Fund” sui mercati (distinto dalle risorse totali che esso mobilita) deve essere di notevole dimensione, almeno 1 trilione di euro, per portare la dotazione totale della risposta europea in linea con le necessità  finanziarie complessive dell’Ue”. La vera battaglia italiana, quindi, difficilissima, è un’altra.
Ma sul ‘recovery fund’ bisognerà  attendere ancora altre due settimane per la proposta della Commissione europea. Negoziato in salita, perchè il fondo è legato al bilancio pluriennale dell’Ue su cui gli Stati membri devono ancora raggiungere un accordo e perchè ancora non è stata raggiunta un’intesa sulla percentuale di prestiti e di finanziamenti a fondo perduto (ancora nord contro sud Europa).
E anche il piano ‘Sure’ della Commissione, di sostegno alla disoccupazione, non si sente tanto bene: alcuni Stati europei devono ratificarlo in Parlamento e siccome il piano prevede una garanzia statale di 25 miliardi di euro, l’esito dei dibattiti nazionali non è scontato.
Per ora sul tavolo c’è il Mes e l’Italia non sa ancora se attivarlo o meno. Il direttore Klaus Regling esclude anche il cosiddetto ‘effetto stigma’ sui mercati, vale a dire un segnale negativo da parte di un paese che decida di ricorrere al prestito del Salva Stati. Insomma, secondo Regling, il fatto che le caratteristiche decise oggi valgono per tutti gli Stati membri, non farà  fare brutta figura al primo che chieda il prestito, non sarà  un avvertimento di rischio default.
Ad ogni modo i prestiti del Mes dovrebbere essere operativi a partire da giugno o anche prima. Dipenderà  dai tempi di approvazione dell’intesa raggiunta oggi nei Parlamenti di Olanda e Germania.
Il Parlamento italiano invece voterà  solo sull’eventuale richiesta di un prestito del Salva Stati da parte del Governo. Ma alla luce della spaccatura odierna, con Matteo Salvini che soffia sul fuoco continuando a dire no al Mes, i tempi della decisione dell’esecutivo non sono per niente chiari.
Il ministro dell’Economia Roberto Gualtieri è soddisfatto, twitta la svolta raggiunta in Eurogruppo, a distanza di un mese dalle due riunioni di aprile: la prima senza risultati dopo 16 ore di negoziato, un vero “incubo”, la descrivono così alcuni ministri Ue; la seconda con il pacchetto da 540 miliardi di euro tra i prestiti del Mes (240 miliardi da dividere tra gli Stati membri che ne vorranno fare uso per quote pari al 2 per cento del pil del 2019, per l’Italia circa 36 miliardi di euro), il piano della Bei e lo ‘Sure’ della Commissione di sostegno alla disoccupazione.

(da “Huffingtonpost”)

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