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L’ITALIA NON PUO’ PERMETTERSI DI ESSERE “NO MES”, SI RISCHIA IL DEFAULT

Aprile 16th, 2020 Riccardo Fucile

UN DINIEGO MARCHIEREBBE IL PAESE COME “INAFFIDABILE” AGLI OCCHI DEI MERCATI

Il dibattito “Mes si, Mes no” è una questione economica travestita da battibecco politico. E se su questo nodo il governo si salverà  o traballerà , non sarà  per le fibrillazioni della sua maggioranza ma per le conseguenze economiche della scelta che Giuseppe Conte farà  al Consiglio europeo del 23 aprile prossimo.
Il Consiglio, chiamato a ratificare il faticoso compromesso raggiunto dai ministri finanziari dell’Eurogruppo sul Meccanismo europeo di Stabilità , oltre che sul complesso degli aiuti per l’emergenza sanitaria, ha carattere informale ma nella realtà  è destinato a segnare uno spartiacque nello scenario economico finanziario.
Nei mercati circola la voce che i grandi fondi di investimento internazionali, a cominciare da Blackrock, in Italia da sempre molto presente, abbiano rallentato negli ultimi giorni gli acquisti di Btp proprio in attesa che si sciolga a Roma il nodo della posizione da tenere sulla questione del Mes.
Le conseguenze si sono viste nell’andamento dello spread che nella giornata di ieri è arrivato a superare quota 240 punti, nonostante i massicci interventi in acquisto della Bce. Nell’ultima settimana il divario di rendimento tra Btp e Bund tedeschi si è allargato pericolosamente di oltre 60 punti facendo squillare l’allarme.
Finora il governo si è ispirato allo slogan “No Mes, si Eurobond”. Ma dal punto di vista degli investitori il via libera (magari con qualche ritocco, non è questo il punto) dell’Italia dell’accordo raggiunto in sede Eurogruppo è cruciale perchè significherebbe che Roma resta dentro il perimetro delle logiche negoziali europee, depone la spada che nelle condizioni in cui si trova non può permettersi di sfoderare e si riserva di attingere ai fondi del Mes per quanto le spetta, ovvero 36 miliardi.
L’ok italiano all’accordo in altre parole è come una patente di buona condotta che riaprirebbe il rubinetto degli acquisti da parte degli investitori internazionali.
E non a caso la maggior parte degli osservatori, ultima in ordine di tempo Lucrezia Reichlin sul Corriere della Sera di oggi, suggerisce al premier di cercare di spuntare condizioni migliori di accesso ai prestiti del Mes, in particolare la linea di credito speciale approntata per finanziare la spesa sanitaria, senza sprecare l’occasione di aggiungere altri miliardi ai capitali necessari per affrontare questa crisi epocale.
Viceversa un no dell’Italia al compromesso raggiunto dall’Eurogruppo, con il contributo tra l’altro del ministro Gualtieri, marchierebbe il Paese con lo stigma dell’inaffidabilità , lo dipingerebbe come succube delle forze nazionali e populiste e rafforzerebbe in seno all’Eurozona il partito dei falchi attivo soprattutto nei paesi nordici.
Secondo gli economisti sarebbe il primo anello di una catena di conseguenze pericolose.
Innanzitutto le agenzie di rating potrebbero rompere il clemente silenzio degli ultimi mesi per fare assaggiare ai gestori del terzo debito più alto al mondo l’amaro sapore della sfiducia internazionale.
Fino a quando e fino a che punto poi la Bce sarebbe disposta a tappare i buchi aperti dai mancati acquisti degli investitori internazionali?
Quest’anno da Francoforte pioveranno sul mercato dei titoli di Stato italiani 240 miliardi di euro.
Si tratta di una specie di anestetico che copre le scelte del governo anche quelle sbagliate.
Ma a fine dicembre il Consiglio della Eurobanca dovrà  decidere se rinnovare, chiudere o ridurre il programma di acquisti lanciato per comprimere gli spread.
Che atteggiamento avranno la Bundesbank, la Banca centrale olandese, quella austriaca e quella finlandese?
Domanda non banale, perchè un   loro irrigidimento potrebbe proiettare sul Paese l’ombra del default.
(da “Huffingtonpost”)

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LE STIME DEL FMI: NEL 2020 IL PIL NEL MONDO CALERA’ IN MEDIA DEL 3%, IN ITALIA DEL 9,1%

Aprile 14th, 2020 Riccardo Fucile

PEGGIO DI NOI SOLO LA GRECIA

L’economia italiana — stima il Fondo — si contrarrà  del 9,1% per il 2020. Solo la Grecia farà  peggio con un calo del 10% di Pil. Il lockdown è la «recessione peggiore dalla “Grande depressione” degli anni Trenta e decisamente peggio della crisi del 2008»
Sono stime impetuose quelle tracciate dal Fondo monetario internazionale che vede l’economia globale collassare sotto il peso dell’emergenza sanitaria da Coronavirus. Il Pil del mondo calerà  del 3% nel 2020, secondo le stime del Fmi che ha definito il lockdown su scala mondiale come la «recessione peggiore dalla “Grande depressione” degli anni Trenta a oggi e decisamente peggio della crisi del 2008 (Pil -0,1%)».
Stando alle stime del Fondo, l’economia italiana si contrarrà  addirittura del 9,1% per l’anno in corso, dopo la crescita dello 0,3% dello scorso anno. Solo la Grecia registrerà  un risultato ancora peggiore, con il -10% di Pil. Ipotizzando poi che la pandemia possa interrompersi nella seconda metà  dell’anno, il Fondo prevede per il 2021 un Pil in crescita del 5,8% ma resta molto cauto: «I rischi sulle prospettive sono al ribasso». Parallelamente, stima per l’Italia una ripresa nel 2021 del +4,8%.
Il Fmi stima per l’Italia nel 2020 anche un tasso di disoccupazione in crescita al 12,7% dal 10,0% del 2019.
Nel 2021 — è la previsione — sarà  invece in calo al 10,5%.
Il 12,7% dell’Italia è da mettere in parallelo con la media europea prevista al 10,4% quest’anno e all’8,9% nel 2021.
Per la Francia il Fondo prevede una disoccupazione in aumento dall’8,5% del 2019 al 10,4% sia nel 2020 sia nel 2021.
La Spagna vedrà  aumentare i disoccupati dal 14,1% dello scorso anno al 20,8% del 2020 e il 17,5% del prossimo anno.
In Germania la disoccupazione salirà  ma di poco, passando dal 3,2% del 2019 al 3,9% di quest’anno al 3,5% del prossimo.

(da agenzie)

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ANALISI: IL DECRETO LIQUIDITA’ ALLE IMPRESE PUO’ ESSERE UN BOOMERANG PERICOLOSO PER I CONTI PUBBLICI

Aprile 10th, 2020 Riccardo Fucile

IL REALE COSTO PER LO STATO DIPENDE DA QUANTE IMPRESE FALLIRANNO (PIU’ O MENO REALMENTE)… LE STIME DEL TESORO SONO TROPPO OTTIMISTICHE, SOLO IL 6% PER UN ESBORSO DI 24 MILIARDI… MA SE ARRIVASSERO AL 30% SAREBBERO 120 MILIARDI, CIFRA DA FAR SALTARE LE CASSE DELLO STATO

Si fa presto a dire garanzie per 400 miliardi. E subito si immaginano, burocrazia permettendo, folle di micro e medi imprenditori che si accalcano agli sportelli bancari e chiedono di indebitarsi a condizioni vantaggiose con la copertura dello Stato.
Ma quanti di questi imprenditori alla fine rimborseranno i loro debiti?
E quanto costeranno allo Stato le garanzie erogate su questi stessi debiti?
Le organizzazioni industriali temono le lungaggini delle procedure mentre la situazione richiederebbe il massimo di semplificazione. Ma il Decreto Liquidità  varato lunedì, dopo un lungo braccio di ferro tra Ministero dell’Economia, Movimento Cinque Stelle e Italia Viva proprio sul capitolo delle garanzie, ha tutta l’aria di una scommessa incerta e carica di rischi per i conti dello Stato.
Sul mercato delle analisi economiche impazzano le previsioni sul debito italiano per quest’anno e per il prossimo. Sono previsioni diverse e connesse anche all’andamento del Pil oltre che agli effetti delle misure di sostegno dell’economia.
Si va dal 165 per cento, con una recessione stimata che balza a due cifre a fine 2020, di Abn Amro Bank, al più contenuto ma sempre elevato 148 per cento di Morgan Stanley.
Il Cerved, la società  che valuta il merito creditizio delle aziende, valuta per il sistema imprenditoriale italiano una perdita tra 275 e 469 miliardi quest’anno.
Un banchiere ci dice che il rapporto debito Pil <potrebbe schizzare al 170 per cento>. Sono numeri da default del Paese.
Eppure, nel valutare l’impatto sui conti del Decreto del 6 aprile, il governo appare ottimista.
A muovere l’ago dell’impatto tra il segno meno e il segno più della bilancia, è la stima delle escussioni, vale a dire di quella quota di prestiti di cui le banche chiederanno il rimborso allo Stato garante perchè il debitore non ha pagato.
E’ al momento dell’escussione infatti che l’importo viene caricato sul bilancio dello Stato. Se le escussioni per esempio fossero un terzo dei 400 miliardi di crediti garantiti, l’impatto sarebbe di 120 miliardi, se fossero il 10 per cento l’impatto sarebbe di 40 miliardi, se fossero il 6 per cento, come stimato dal governo nel precedente Decreto Cura Italia per la moratoria dei debiti esistenti, sarebbe di 24 miliardi.
Tutto dipende insomma da quanti imprenditori alla fine pagheranno o falliranno facendo scattare la garanzia dello Stato.
Secondo gli esperti il 6 per cento è largamente sottovalutato, è un dato contabile di comodo. Nel 2019 sono fallite in Italia oltre 8mila imprese. Quest’anno di quanto aumenteranno? Raddoppieranno, quintuplicheranno o decuplicheranno?
Le favorevoli condizioni dei prestiti inoltre potrebbero indurre molti a indebitarsi sapendo che alla fine, male che vada, si aprirà  un lungo contenzioso fiscale, quando lo Stato cercherà  di recuperare i soldi della garanzia.
Per come è costruito infatti il provvedimento lascia aperto un varco al così detto moral hazard.
Gli imprenditori infatti si indebitano ora e cominciano a pagare le prime rate mensili nel gennaio 2022 per sei anni a un tasso d’interesse prossimo allo zero.
Il peso del debito è quasi impercettibile, dunque. Alla fine dovrà  essere rimborsato, ma il debitore potrebbe anche decidere di non pagare e andare in contenzioso scommettendo sui tempi della giustizia italica che sono quelli che sono. Le conseguenze sullo stock di debito si amplierebbero.
Con il Decreto Liquidità  il governo ha mobilitato 200 miliardi sotto forma di garanzie su prestiti offerte alle imprese che lavorano per il mercato interno e altri 200 a sostegno dell’export.
Le garanzie coprono il 100 per cento dei prestiti fino a 25mila e a 800 mila euro (in questo secondo caso con il contributo di Confidi), mentre la copertura è del 90 per cento per i finanziamenti fino a 5 milioni.
Il decreto interessa una platea di oltre 17 milioni di aziende, la stragrande maggioranza di taglia piccolissima, piccola e media. E’ l’esercito che fa girare l’economia italiana e che si spera di riportare sul campo di battaglia una volta superata l’emergenza sanitaria. Il Decreto Liquidità  sono i suoi rifornimenti, la benzina e i mezzi per sopravvivere, una potenza di fuoco senza precedenti, ha detto Giuseppe Conte.
Quella potenza di fuoco potrebbe diventare un boomerang?

(da “Huffingtonpost”)

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LA DIFFERENZA TRA UNA PATRIMONIALE E UN CONTRIBUTO DI SOLIDARIETA’ BASATO SUL REDDITO

Aprile 10th, 2020 Riccardo Fucile

LA COSIDDETTA COVID TAX, PROPOSTA DAL PD, NON E’ UNA TASSA, MA UNA IMPOSTA, I SOVRANISTI FANNO DEMAGOGIA… FERMO RESTANDO CHE NON CI CONVINCE PERCHE’ NON RISOLVI IL DOPO-COVID CON 1,3 MILIARDI

Ha provocato molte reazioni la proposta del Partito Democratico di istituire una nuova imposta (perchè non si può parlare di tassa) denominata Covid Tax.
Il Movimento 5 Stelle ha rispedito la richiesta al mittente, così come Italia Viva che ha parlato di folle operazione. Le opposizioni si sono scagliate contro il PD (anche se Salvini aveva proposto un qualcosa di simile, senza però mettere paletti, nei giorni scorsi) e il tutto sembra essere già  messo in soffitta.
Sta di fatto che si è creata gran confusione parlando di patrimoniale. Ma quel termine è completamente sbagliato.
La cosiddetta Covid Tax — se mai dovesse vedere la luce — non può essere equiparata a una patrimoniale. Si tratterebbe, infatti, di un contributo di solidarietà  che si basa sul reddito dei cittadini.
La quota individuata dal Partito Democratico è quella degli 80mila euro in su. Una sorta di mossa alla Robin Hood: togliere ai ricchi (o presunti tali) e dare ai più poveri.
Al netto delle legittime critiche che si possono muovere su una proposta come la Covid Tax (noi pensiamo che non serva a nulla come norma anti-Covid perchè alla fine l’entrata sarebbe di appena 1,3 miliardi) occorre sottolineare due aspetti formali ma necessari.
Innanzitutto si tratta di un’imposta sul reddito, perchè si parla di un qualcosa che non viene versata per servizi, ma servono allo Stato per una redistribuzione all’interno della popolazione.
Una tassa, invece, viene corrisposta per il pagamento di un servizio ricevuto da ogni singolo cittadino, come quella sui rifiuti o quella sulle tasse patrimoniali.
Perchè non si può parlare di patrimoniale?
Come detto, questa proposta può essere criticata e anche rispedita al mittente. Ma occorre parlare con termini corretti, cosa che invece la politica si ostina a non fare, perennemente vittima di una ricerca di consenso popolare.
La patrimoniale, infatti, non si basa sul reddito di ogni singolo cittadino (esiste anche quella riservata alle società  e alle cosiddette persone giuridiche), ma — come dice il nome — sul patrimonio stesso.
E per patrimonio si intende quello mobile e immobile. Dunque: case (e tutto quello che vi è intorno), denaro, investimenti, fondi, obbligazioni, valori preziosi e azioni.
Il contributo di solidarietà , si calcola proprio sulla base della dichiarazione dei redditi (che non comprende tutte le opzioni di cui si è parlato precedentemente).
Due facce diverse di due medaglie anch’esse diverse. Parlare di patrimoniale in riferimento alla cosiddetta Covid Tax è fuorviante e sbagliato. Soprattutto per rispetto dei cittadini.
Utilizzare quel termine, da sempre spauracchio per gli italiani, serve solo a foraggiare del risentimento. La proposta del PD, anche se può esser considerata sbagliata (sia per modi che per quella base di partenza di 80mila euro), può essere contestata legittimamente. Ma con i giusti termini e argomenti da offrire alla platea.

(da agenzie)

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CHI E’ VITTORIO COLAO, IN POLE POSITION PER LA PRESIDENZA DELLA TASK FORCE PER LA RICOSTRUZIONE

Aprile 10th, 2020 Riccardo Fucile

LAUREA IN ECONOMIA ALLA BOCCONI, MASTER AD HARVARD, HA LAVORATO ALLA MORGAN STANLEY E ALLA MCKINSEY PRIMA DI DIVENTARE DIRETTORE GENERALE DI VODAFONE

Il manager Vittorio Colao, ex amministratore delegato di Vodafone, si avvia verso la presidenza della task force voluta dal premier Giuseppe Conte per ricostruire il paese dopo l’emergenza Coronavirus.
La task force sarà  composta da economisti, giuristi e scienziati con “compiti larghissimi” e il compito di aiutare l’esecutivo nel difficile compito di rimettere in sesto il paese. Ma chi è Vittorio Colao?
Vittorio Colao è nato a Brescia il 3 ottobre del 1961. Si è laureato in Economia e Commercio alla Bocconi e ha ottenuto un MBA all’Università  di Harvard.
Ha iniziato a lavorare a Londra presso Morgan Stanley, per poi tornare a Milano, dove ha lavorato per Mckinsey & Company. E’ diventato di direttore generale di Omnitel Pronto Italia (oggi Vodafone Italia) nel 1996, e dal 2001 è stato CEO regionale di Vodafone per l’Europa meridionale.
L’anno successivo è entrato nel consiglio di amministrazione della società . Ha ricoperto il ruolo di amministratore delegato di Rcs MediaGroup dal 2004 al 2006. Poi è tornato al gruppo Vodafone, dove dal 2008 al 2018 è stato amministratore delegato.

(da agenzie)

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IN EUROPA SI LAVORA A UN COMPROMESSO: CONDIZIONALITA’ LIGHT SUL MES E RECOVERY FUND ENTRO TRE MESI

Aprile 8th, 2020 Riccardo Fucile

ALLA FINE LA MEDIAZIONE FRANCO-TEDESCA POTREBBE METTERE D’ACCORDO ITALIA E OLANDA

“È nell’interesse reciproco che l’Europa batta un colpo, che sia all’altezza della sfida. Altrimenti dobbiamo assolutamente abbandonare il sogno europeo e dire ‘ognuno fa per se’. Ma impiegheremo il quintuplo delle risorse per uscire dalla crisi e non avremo garanzia di farcela nel modo migliore, efficace, tempestivo”.
Alla vigilia dell’ennesima riunione dell’Eurogruppo sulle risposte europee alla crisi economica da coronavirus, dopo il fallimento del vertice economico riunito ieri fino a notte fonda, Giuseppe Conte alza i toni in un’intervista al giornale tedesco Bild. Ma è solo una posizione negoziale, ennesimo tentativo per scalfire il muro dell’Olanda, il paese che ha bloccato la trattativa ieri.
Il compromesso, molto difficile, che il governo di Roma sta cercando di mettere in piedi — da qui il vertice serale oggi del premier con il ministro dell’Economia Roberto Gualtieri e degli Esteri Luigi Di Maio – è di ottenere dall’Eurogruppo l’ok al fondo europeo per la ripresa, creato con l’emissione di titoli di debito comune e da attivare entro tre mesi, come chiede Parigi che ha ottenuto sostegni anche a Berlino.
Nello stesso tempo, si apprende, si tratta con l’Olanda per cercare di ammorbidire il più possibile le condizionalità  che il governo dell’Aja vuole imporre ad un possibile uso delle risorse del Meccanismo europeo di Stabilità .
Per ora, l’Olanda propone una condizionalità  minima nella fase di emergenza, ma con un piano di rientro secondo le regole del Patto di stabilità  e crescita (per ora solo sospeso) a emergenza finita.
Roma punta a smussare il più possibile questa impostazione, considerando comunque — ed è questo il punto — che se anche se si accettasse un pacchetto che preveda l’uso di una qualche forma di Mes, il governo non sarebbe obbligato a metterlo in pratica. Nel senso: il ricorso al Mes è un’opzione, non un obbligo, sta allo Stato membro chiedere il suo intervento.
Insomma, dire sì a un pacchetto ammorbidito che comprenda l’uso del Salva Stati (per il 2 per cento del pil per ogni paese che lo chieda), l’intervento della Bei (200 miliardi di euro) e il piano ‘Sure’ della Commissione Ue (100 miliardi per la cassa integrazione nei paesi membri) sta diventando un’opzione per Roma, che ieri all’Eurogruppo ha invece tentato di ottenere che l’uso del Mes non fosse legato ad alcuna condizionalità . E non ci è riuscita per il veto olandese, ma anche di altri paesi nordici, tra cui pure la Germania.
Accettare il pacchetto sarebbe un modo per concedere a L’Aja un risultato da esibire di fronte all’opinione pubblica nazionale. A condizione però, si sottolinea nel governo, che il pacchetto contenga anche il fondo per la ripresa, creato con emissioni di debito comune.
Al momento, si apprende, è questa la richiesta più forte sul tavolo da parte del governo italiano, anche perchè condivisa con Parigi che nel frattempo ha ottenuto un ok di massima da Berlino.
Si tratta del fondo creato con i cosiddetti ‘recovery bonds’, la cosa che al momento si avvicina di più agli eurobond, proposta elaborata dal movimento di Macron ‘La Republique en Marche’ e sulla quale i macroniani si stanno muovendo anche a livello di Parlamento europeo (il presidente del gruppo Dacian Ciolos ha il mandato di negoziare con gli altri gruppi).
Certo, la trattativa sul fondo europeo di ripresa potrebbe non essere terminata domani in Eurogruppo ma rimandata al tavolo dei leader la settimana prossima.
Il punto però per Roma è ottenere che sia una trattativa su termini concreti: con l’attivazione di questo fondo — la cosa più simile agli eurobond in campo al momento — entro tre mesi.
È in questa cornice che si spiega la scelta italiana di non attaccare frontalmente l’Olanda, all’indomani del disastroso Eurogruppo di ieri. La Francia, per dire, lo sta facendo, stigmatizzando come “incomprensibile e controproducente” il veto del governo de L’Aja.
L’Italia no. Anzi, anche da ‘casa M5s’, i più ostili in maggioranza all’ipotesi Mes, sono partiti comunicati di linea morbida e collaborativa stamattina.
La pausa di riflessione dell’Eurogruppo, recita la nota diffusa stamane dagli eurodeputati del M5s, “sarà  utile al raggiungimento di un accordo che metta in sicurezza l’Europa dalla pandemia. Sappiamo che le posizioni sono distanti e in parte ciò è dovuto ai vecchi schemi di un’Europa figlia di egoismi, ma siamo fiduciosi che si possa convergere verso un unico obiettivo: il bene comune. Ci aspettiamo dunque che con responsabilità  e coraggio i Ministri delle Finanze dell’eurozona possano trovare una sintesi che faciliti l’adozione di strumenti nuovi ed europei di finanziamento della rinascita europea. Se tutti e 27 i Paesi membri sono uniti usciremo dal tunnel di questa crisi più forti di prima”.

(da “Huffingtonpost”)

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LA GRANDE IDEA DI SALVINI: CHIEDERE SOLDI AGLI ITALIANI PER FAR RIPARTIRE IL PAESE

Aprile 8th, 2020 Riccardo Fucile

EMETTERE BUONI DEL TESORO ACQUISTABILI SOLO DAGLI ITALIANI, UN SISTEMA (AMMESSO CHE QUALCUNO LI COMPRI) PER FARE ALTRO DEBITO PUBBLICO E SENZA GARANZIE CHE LO STATO ABBIA I SOLDI PER RESTITUIRLI

No agli ‘aiuti’ che provengono a di là  dei confini. Matteo Salvini, come fa da giorni, prosegue la sua battaglia contro il MES (Meccanismo Europeo di Stabilità ), criticato da molte personalità  all’interno del governo.
La posizione del leader della Lega, però, è ancor più di chiusura perchè vorrebbe che i soldi per la ripartenza dell’Italia alla fine di questa grave emergenza sanitaria (ed economica) arrivassero direttamente dalle tasche degli italiani.
Ovviamente non parla di patrimoniale — anche perchè smentirebbe tutte le sue battaglie elettorali sulle tasse -, ma di buoni del Tesoro acquistabili solo dai nostri cittadini.
Insomma, il debito italiano pagato dagli italiani. Lo ha detto Matteo Salvini nel corso del suo intervento a Di Martedì, su La7: «Io, fossi al governo, chiederei agli italiani i soldi per far ripartire il Paese. Non credo a strumenti come il Mes di cui, ahimè, anche oggi (ieri, ndr) a Berlino e Bruxelles si sta parlando. Perchè sarebbe un debito sulle spalle dei nostri figli e significherebbe patrimoniale e lavoro ancor più precario».
Insomma, no al Meccanismo di Stabilità  perchè creerebbe ulteriore debito.
La soluzione, coprire il debito attraverso buoni del Tesoro che, inevitabilmente, creano ulteriore debito dello Stato nei confronti dei cittadini.
«Emissione straordinaria di buoni del tesoro per gli italiani, cittadini, investitori e imprenditori — ha proseguito Matteo Salvini-. Garantiti dal governo e dalla Banca Centrale Europea in modo tale che il debito italiano per fare strade, autostrade, ospedali e caserme nuove sia in mano a cittadini italiani con condizioni fiscali vantaggiose».
Una strategia che, però, non tiene conto della situazione nel nostro Paese dove il debito pubblico (e no, non quello nei confronti dell’Europa) è alle stelle e con le imprese che vantano ancora enormi crediti nei confronti dello Stato.
Perchè quel che Matteo Salvini non dice è il dopo.
Dopo che sono stati emessi — ed eventualmente comprati — questi buoni del Tesoro, qualcuno dovrà  pur ripagare chi ha investito.
E qualora le casse dello Stato non fossero così floride (e sembrano non esserci speranze in questa direzione) allora arriverebbe il turno della patrimoniale.
La proposta, dunque, non è per nulla strutturata.

(da “NextQuotidiano”)

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NULLA DI FATTO ALL’EUROGRUPPO, NON BASTANO 16 ORE DI TRATTATIVE

Aprile 8th, 2020 Riccardo Fucile

SI RINVIA A GIOVEDI, I FRONTI CONTRAPPOSTI

Nulla di fatto per il momento all’Eurogruppo sulle misure da mettere in campo per affrontare la crisi economica conseguente all’emergenza coronavirus. Il presidente dell’Eurogruppo Mario Centeno ha quindi deciso di sospendere la riunione che riprenderà  domani.
La decisione dopo una notte di trattativa durante la quale i ministri finanziari dell’Area Euro non sono riusciti a trovare un accordo sulla risposta finanziaria europea alla crisi. “Dopo 16 ore di discussione – ha scritto Mario Centeno in un tweet – ci siamo avvicinati a un’intesa, ma ancora non ci siamo. Ho sospeso l’Eurogruppo che riprenderà  domani. Il mio obiettivo rimane quello di creare una forte rete di protezione contro le conseguenze del Covid-19″.
Il commissario Ue all’Economia, Paolo Gentiloni, sul suo profilo Twitter, richiama alla responsabilità .”All’Eurogruppo rinvio senza accordo dopo 16 ore di riunione. La Commissione fa appello al senso di responsabilità  necessario in una crisi come questa. Domani è un altro giorno”.
Il ministro italiano dell’Economia, Roberto Gualtieri, invita alla responsabilità  e sottolinea la necessità  di assumere scelte coraggiose: “Nonostante i progressi nessun accordo ancora all’Eurogruppo. Continuiamo a impegnarci per una risposta europea all’altezza della sfida del Covid19”, ha scritto in un tweet dopo che ieri sera
Annullata, quindi, la conferenza stampa prevista al termine della riunione: “La conferenza stampa dell’Eurogruppo prevista per stamani alle 10 sarà  cancellata, perchè l’incontro è stato sospeso e continuerà  domani”, si legge sul profilo Twitter di Luis Rego, portavoce del presidente dell’Eurogruppo, che spiega come “più tardi verranno diffusi particolari”.
A quato pare, nel corso della riunione sarebbero stati fatti dei passi avanti verso l’apertura a un fondo per la ripresa basato sulla proposta franco-italiana che prevede titoli del debito comuni, i cosiddetti Recovery bond, mentre è stallo sul Mes senza condizioni, una proposta che continua a essere respinta dall’Olanda.
Stando a quanto riferiscono fonti europee, il negoziato è stato “molto duro”. Italia, Spagna e gli altri Paesi favorevoli agli eurobond o altre formule per arrivare all’emissione di titoli del debito comuni hanno tenuto la loro posizione. L’Olanda non ha invece ceduto sulla richiesta dei Paesi del Sud di prevedere l’eventuale ricorso al fondo salva-Stati (Mes) senza le condizionalità  attualmente previste per la concessione di prestiti ai singoli Paesi.
“È troppo presto per un pacchetto completo. Questa è prima di tutto una crisi sanitaria. È importante che l’Europa renda disponibili fondi extra” per affrontare questa situazione, ha scritto il ministro dell’Economia olandese, Wopke Hoekstra, sul suo profilo Twitter.
Da Francia e Germania arriva un appello ai partner Ue per trovare un accordo ‘ambizioso’. Il ministro tedesco delle Finanze, Olaf Scholz e quello francese, Bruno Le Maire hanno pubblicato un tweet in cui chiedono ai paesi europei di lavorare per un’intesa.
“In queste ore difficili l’Europa deve stare insieme e vicina. Insieme a Bruno Le Maire chiedo a tutti i paesi dell’euro di non rifiutare di risolvere queste difficili questioni finanziarie e di facilitare un buon compromesso, per tutti i cittadini”, dice Scholz. “Dopo 16 ore di trattative nessun accordo all’Eurogruppo sulla risposta economica alla crisi del coronavirus – aggiunge Le Maire – con Olaf Scholz chiediamo a tutti gli Stati europei di affrontare le eccezionali sfide per raggiungere un accordo ambizioso”.
I NODI DA SCIOGLIERE
Lo scoglio per ora insuperato è sempre la creazione di un fondo speciale che emetta una obbligazione comune con la garanzia degli Stati per raccogliere capitali (pari al 3% del pil) con quali finanziare la ripresa economica.
Una fonte europea ha indicato che sono stati preparati, corretti e riscritti innumerevoli documenti dagli sherpa, poi sottoposti ai ministri dell’Eurogruppo senza riuscire a trovare un equilibrio accettabile per tutti. È massima la resistenza di Germania, Olanda e Austria a compiere la scelta di mutualizzare il debito futuro ai soli fini dell’uscita dalla grave recessione nella quale sono avvitati tutti gli Stati (pur con intensità  diversa).
Quattro le proposte sul tavolo: su tre c’è un’intesa di massima.
Si tratta dell’operazione Bei da 200 miliardi per le imprese che si aggiungono a 40 miliardi già  decisi per le Pmi; del piano antidisoccupazione della Commissione per il sostegno alle casse integrazioni nazionali per 100 miliardi; del ruolo del fondo salva-Stati con 240 miliardi per prestiti.
La quota italiana sarebbe 39 miliardi, ma l’Italia si è presentata al negoziato insistendo sulla necessità  di non prevedere alcuna condizionalità , neppure quella ‘light’ sulla quale la Germania alla fine si è detta d’accordo.
L’argomento divide la maggioranza di governo e per i grillini il Mes è un terreno tabù. Tuttavia, un accordo sulla mutualizzazione del debito per finanziare la ripresa economica farebbe rientrare l’opposizione italiana. La posizione di partenza del negoziato è stata sintetizzata dal premier Conte così: ‘no al Mes si’ all’Eurobond’. Da notare che potenzialmente l’Italia è il Paese che potrebbe trovarsi nella situazione di dover ricorrere al Mes date le condizioni della finanza pubblica (alto debito prima della crisi sanitaria).
La condizionalità  del Mes non prevederebbe la Troika, ma si discute su quando accadrà  una volta lasciata alle spalle la crisi sanitaria per ciò che riguarda il ritorno alle regole di bilancio per ora congelate.
“Tutto ciò che si può dire a questo stadio è che per ora non c’è accordo all’Eurogruppo e non è detto che ci sara”, indica una fonte Ue. Il fronte dei Paesi pro mutualizzazione non si è frantumato: in particolare è la Francia a svolgere il ruolo di spinta e mediazione. È un fronte di cui fanno parte la grande maggioranza dei ‘soci’ dell’Eurogruppo, ma occorre una decisione per consenso. Cioè tutti devono essere d’accordo. La proposta francese di lanciare un bond comune scadenza 15-20 anni nasce della lettera presentata da 9 leader a fine marzo sulla quale già  era fallito un Consiglio europeo: Italia, Francia, Spagna, Portogallo, Slovenia, Lussemburgo, Irlanda (Paese che un tempo faceva parte della nuova lega anseatica rigorosa sui conti pubblici), Grecia e Belgio.
L’idea è chiara: emissione di un bond da parte di un’istituzione europea in un’operazione diversa dalle emissioni classiche di obbligazioni da parte della Commissione o della Bei (che sono istituzioni europee) e da parte del Mes (che è un’istituzione intergovernativa fondata su un trattato specifico tra gli stati Eurozona).
Danimarca e Svezia sono schierati con il fronte dei nordici e con la Germania. La posizione tedesca è come sempre dirimente, la linea della cancelliera Merkel è stata dall’inizio della riunione nella direzione di un’approvazione dei tre pilastri rinviando la decisione sul Fondo comune anticrisi all’autunno.

(da “La Repubblica”)

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VIA LIBERA AL DECRETO IMPRESE: PRESTITI GARANTITI AL 100% PER LE PMI E LIBERI PROFESSIONISTI

Aprile 6th, 2020 Riccardo Fucile

FINO A 25.000 EURO SENZA ALCUNA VALUTAZIONE DEL MERITO DEL CREDITO, DA 25.000 A 800.000 EURO SENZA VALUTAZIONE AMBIENTALE CON 90% GARANTITO DALLO STATO… INTERESSI ZERO PER SEI ANNI DI RATEAZIONE: SE NON PAGHI PAGA LO STATO, OVVERO I CONTRIBUENTI… NESSUN OBBLIGO DI EVITARE LICENZIAMENTI O ASSUMERE LAVORATORI… ALTRO CHE 10 MILIARDI, ALLO STATO POTREBBE COSTARE UNA CIFRA ENORME

Aiuti a tutte le imprese, piccole e grandi e a tutte le attività  costrette a chiudere per l’emergenza Coronavirus.
C’è l’accordo nel governo per un nuovo decreto, approvato stasera dal Consiglio dei ministri, centrato sul sostegno all’economia.
Tra gli interventi, sostegno alle Pmi, che potranno beneficiare di garanzie da parte dello Stato al 100%, sia per gli autonomi sia per le imprese.
Per quelle meno piccole la percentuale dell’impegno pubblico scende al 90%, fino all’80% sul ruolo delle imprese.
«Con il decreto appena approvato — ha detto il premier Giuseppe Conte — diamo liquidità  immediata per 400 miliardi di euro alle nostre imprese, 200 per il mercato interno, altri 200 per potenziare il mercato dell’export. È una potenza di fuoco».
Creato un fondo da 1 miliardo al ministero dell’Economia e delle Finanze per sostenere le garanzie. E sarà  Sace a concedere le garanzie per la liquidità  alle imprese, fino a 200 miliardi di cui almeno 30 dedicati a piccole e medie aziende, autonomi e partite Iva che abbiano già  usato appieno il ricorso al Fondo di garanzia per le Pmi.
Sace resterà  a Cassa depositi e prestiti, ma non sarà  più soggetta «all’attività  di direzione e coordinamento» di Cdp. Sarà  il Mef a ricoprire il ruolo di indirizzo e coordinamento. Altri 200 miliardi sono dedicati all’export, fondi che vanno a sommarsi ai 350 miliardi già  previsti
La garanzia pubblica
Rimane quindi al 100% la garanzia sui prestiti per imprese piccole e medie, come confermavano già  nel pomeriggio fonti del Ministero dello Sviluppo citate dall’Ansa. Quindi: prestiti garantiti al 100% fino a 25mila, euro senza alcuna valutazione del merito di credito; 100% (di cui 90% Stato e 10% Confidi) fino a 800mila euro senza valutazione andamentale (ovvero il monitoraggio operato dalla banca sui rapporti che l’azienda intrattiene con il sistema bancario e la banca affidante; 90% fino a 5 milioni di euro senza valutazione andamentale.
Per le piccole e medie imprese, ma anche per i professionisti, la garanzia sarà  del 100 per cento. Ma con delle differenze.
I prestiti fino a 25mila euro non avranno la valutazione del merito di credito, cioè non dovranno aspettare l’esito del check sull’affidabilità  dell’impresa a restituire il prestito. Un check basato sullo stato di salute del’anno scorso. I prestiti, in questo caso, saranno diretti: le banche non dovranno aspettare il via libera del Fondo di garanzia – il contenitore dei soldi – per erogare le risorse. È una misura per gli artigiani, gli idraulici, i commercianti.
Da 25mila a 800mila euro la garanzia sarà  al 100%, ma lo Stato coprirà  solo il 90 per cento. Il restante 10% sarà  coperta da Confidi, cioè dai fidi privati.
Da 800mila euro e fino a 5 milioni di euro, la garanzia statale sarà  al 90 per cento.
Vale qui la stessa considerazione in campo per le grandi imprese: una parte del prestito, in questo caso del 10%, non avrà  l’ombrello dello Stato. E per entrambe queste tipologie di prestiti, dal ministero dello Sviluppo economico si spiega che non ci sarà  “la valutazione andamentale”. Quando andranno a chiedere i soldi in banca, il check sullo stato di salute non terrà  conto dei danni provocati dal virus già  dalle scorse settimane.

(da “Huffingtonpost”)

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