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DECRETO IMPRESE, IL GOVERNO DARA’ IL 100% DELLE GARANZIE ALLE BANCHE PER I PRESTITI FINO A 800.000 EURO

Aprile 5th, 2020 Riccardo Fucile

FINO A 25.000 EURO NON SARA’ VALUTATO NEANCHE LO STATO DELL’AZIENDA, DA 25.000 A 800.000 EURO CI SARA’ LA VALUTAZIONE DEL CREDITO, OLTRE 800.000 GARANZIA AL 90%. .. RESTITUZIONE RATEALE A PARTIRE DAL 2022 (SE NON VIENE ONORATO, PAGANO TUTTI GLI ITALIANI, PER CAPIRCI)

Il compromesso si impone come soluzione obbligata a tarda sera, quando si prende atto che in un modo o nell’altro bisogna chiudere, e in fretta, perchè il decreto che dà  i soldi alle imprese dilaniate dal coronavirus è stato annunciato già  da giorni e non può essere più rinviato.
Ma quello che si tira dietro l’ultimo miglio del provvedimento è un tratto che neppure l’emergenza ha cancellato e cioè i litigi interni alla maggioranza, i vertici a palazzo Chigi, i testi da riscrivere a poche ore dal Consiglio dei ministri per il via libera. La traccia della tensione, questa volta, passa lungo la tangente Tesoro-5 stelle. Ma anche il pungolo di Matteo Renzi, all’ora di cena, è lì a dimostrare che i mal di pancia interni sono molteplici.
Certo, non siamo alla minaccia di una crisi di governo o, letta nella prospettiva di Italia Viva, all’evocazione dell’uscita dalla maggioranza, ma il malcontento si è insediato ancora una volta in modo velenoso tra le norme e le percentuali.
Il compromesso dice che Sace, il braccio assicurativo-finanziario dedicato all’export della Cassa depositi e prestiti, non sarà  acquisita dal Tesoro, come voleva Roberto Gualtieri. E questo è un punto che portano a casa i grillini, fermamente contrari all’operazione. Però sarà  proprio attraverso Sace – e questo è un punto che va al ministro dell’Economia – che arriveranno le garanzie statali sui prestiti destinati alle grandi imprese. Di più: l’indirizzo e il coordinamento di Sace saranno in capo a via XX settembre. Fonti parlamentari rivelano che Gualtieri l’avrebbe comunicato alle opposizioni durante la riunione della cabina di regia serale in video conferenza. Un assetto, quello dell’indirizzo e del coordinamento, che rafforza il ruolo del Tesoro. Così avviene anche con Eni e Poste.
La sottigliezza della formula del compromesso la dice tutta sulle tensioni e sulla trattativa che hanno animato la parte finale della gestazione del decreto che arriverà  lunedì in Consiglio dei ministri.
Un rush finale lunghissimo e alquanto turbolento. È Giuseppe Conte che di buon mattino alza il telefono per convocare a palazzo Chigi Gualtieri e Fabrizio Palermo, l’amministratore delegato di Cdp. Da due giorni i grillini hanno alzato un muro contro il disegno che il titolare del Tesoro ha messo sul tavolo: trasferire Sace dalla Cassa al Tesoro. Luigi Di Maio e i suoi vogliono mantenere intatto quello che ritengono un loro fortino.
La nomina di Palermo fu voluta dai 5 stelle in tal senso, anche se il manager ha da subito dimostrato di muoversi nell’interesse esclusivo della Cassa. Non si può dire, quindi, che sia un uomo dei pentastellati. Ma è il Movimento a continuare a leggere la sua nomina in questa chiave. E non solo. “Il punto centrale è che vogliono indebolire Cdp perchè se gli togli Sace, gli togli tanto, anzi tantissimo”, rivela una fonte di governo M5s di primissimo livello a Huffpost.
Alla riunione di palazzo Chigi si parte dalle posizioni iniziali. Gualtieri vuole portare Sace sotto l’ombrello di via XX settembre per rendere più fluida l’erogazione dei prestiti che andranno alle imprese. Si discute e si tratta per ore.
Alla porta premono le pressioni dei grillini, ma anche l’urgenza di arrivare a una quadra. Le imprese sono lì a martellare ogni minuto, a dire che servono soldi per fronteggiare l’emergenza. E servono subito. Di mezzo c’è anche la necessità  di evitare gli scivoloni dei giorni scorsi, con i decreti del presidente del Consiglio annunciati prima di essere scritti o validati dalle forze di maggioranza. Ma il vertice si conclude senza una soluzione. I grillini insistono per impedire lo scorporo di Sace da Cdp.
Il governo passa tutto il pomeriggio e tutta la sera a cercare di capire come uscirne fuori.
La posta in gioco è elevatissima: dieci miliardi a mettere sul piatto per un effetto leva da 200 miliardi di prestiti garantiti.
L’impresa va dalla banca, che eroga il prestito. Se non riesce a restituirlo allora subentra la garanzia dello Stato. Fino a quanto?
Appena sabato sera, Gualtieri aveva parlato di una garanzia del 100% per i prestiti fino a 800mila euro, al 90% per gli altri. Ma i renziani non ci stanno. La tensione scorre forte anche in questa partita. Italia Viva, ma anche i grillini, chiedono di portare la garanzia al 100% per tutti. Fanno leva sulla decisione di Bruxelles, che ha autorizzato ad allargare le maglie.
Ma una garanzia al 100% per tutti i prestiti significa alzare i costi per lo Stato. Le garanzie, infatti, non possono avvalersi di un’espansione ulteriore del deficit, quindi di una nuova concessione dell’Europa, ma vanno caricate sul saldo netto da finanziare. Renzi compare su Facebook poco prima delle otto di sera e rincara la dose: “La garanzia statale al 100% alle banche per dare subito ad aziende e partite Iva il 25% del fatturato 2019 (da restituire a partire dal 2022) è la vera misura di ripartenza. Italia Viva sostiene con forza, da giorni, questa proposta. Facciamola semplice, facciamola subito”. È il tentativo di allargare ancora di più le maglie.
Solo quando sono le nove e mezza di sera si arriva al compromesso di cui si diceva prima. Sulle garanzie per le grandi imprese, invece, la soluzione colloca l’asticella al 90 per cento.
Per le piccole e medie, invece, la quadra la annuncia Stefano Patuanelli, che al ministero dello Sviluppo economico ha lavorato su questa parte del decreto.
I soldi passeranno dal Fondo di garanzia delle Pmi, che sarà  rifinanziato con 7 miliardi e garantirà  liquidità  per 100 miliardi alle aziende che hanno fino a 499 dipendenti.
La garanzia sarà  al 100% per i prestiti fino a 800mila euro, ma con una differenza: quelli fino a 25mila non avranno la valutazione del merito di credito, mentre quelli superiori sì.
La valutazione del merito di credito è un check sull’affidabilità  dell’impresa in relazione al prestito che gli verrà  concesso.
Da 800mila euro e fino a 5 miloni di euro, la garanzia sarà  al 90%, con la possibilità  di arrivare al 100% attraverso la controgaranzia dei Confidi, cioè dei consorzi che offrono garanzie creditizie.
Il decreto è finalmente pronto per il Consiglio dei ministri.

(da “Huffingtonpost“)

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PER AVERE GLI EUROBOND SERVIREBBE UNA POLITICA FISCALE COMUNE DEI PAESI UE

Aprile 4th, 2020 Riccardo Fucile

PER QUESTO LA STRADA PERCORRIBILE E’ SOLO QUELLA DI ACQUISTO DEI TITOLI DI DEBITO PUBBLICO DA PARTE DELLA BCE E L’UTILIZZO DEL MES

È bene chiarirlo subito: gli Eurobond, una delle soluzioni proposte per finanziare le economie europee travolte dal Coronavirus, non esistono, quantomeno, non ancora.
Si tratta di uno strumento che deve essere ancora progettato, costruito, realizzato. E c’è una ragione, che vale la pena spiegare.
Il principio di funzionamento degli Eurobond è lo stesso dei bond nazionali: lo Stato emette dei titoli di debito pubblico per “chiedere” fondi ad investitori, in cambio della promessa di un rendimento e di una garanzia.
Rendimento e garanzia sono le parole chiave in questo concetto. La garanzia è data, come per qualunque prestito, da asset, dal capitale dell’ente che emette il debito, esattamente come accade quando chiediamo un mutuo ad una banca.
Questa garanzia, per gli stati nazionali è normalmente data dalla capacità  di tassare, di chiedere e riscuotere denaro da cittadini e imprese.
Un Paese la cui economia è in crescita può promettere rendimenti più bassi, proprio perchè l’investitore ha la certezza che questi verranno riconosciuti. Mentre un Paese la cui economia è in crisi, generalmente deve promettere rendimenti molto più alti, per attrarre investitori e potersi finanziare.
Il funzionamento è quindi semplice, almeno per quello che riguarda gli Stati nazionali. Il problema è che l’Unione Europea non è uno Stato, e non avendo una politica fiscale comune, non può, ancora, creare gli Eurobond, proprio perchè non esistono imposte a livello europeo.
L’idea di una politica fiscale comune è una proposta che da tempo viene portata avanti da numerosi esponenti politici europei, ma che si scontra con le posizioni di chi ritiene che sia più utile favorire la concorrenza fiscale tra stati, e chi, come i leader sovranisti, non è disposto a cedere parti di sovranità  e di potere ad un organo sovrastatale.
Al momento, quindi, la proposta Eurobond non può essere realizzata proprio perchè mancano sia i capitali a garanzia, sia una politica fiscale comune, ed è da da escludere una riforma dell’Unione Europea in questo senso, per lo meno in tempi brevi.
L’unica ipotesi realistica di finanziamento delle attività  dei Paesi in crisi da Coronavirus è quella di acquisto di titoli del debito pubblico, da parte della BCE, il cui processo è stato avviato poco tempo fa, con l’acquisto di 215 miliardi di euro di debito pubblico italiano, e dell’utilizzo del Mes, il fondo di garanzia salva-stati, costruito grazie alla collaborazione di diversi stati, che hanno stanziato dei fondi di “sicurezza” per un totale di 400 miliardi.
Il dibattito intorno alle condizioni dei prestiti è ancora aperto, ma la strada del Mes sembra, ad oggi, l’unica possibile per capacità  di investimento e reale fattibilità .
Gli Eurobond garantiti dall’UE, invece, esisteranno solo se vi sarà  reale volontà  degli stati di rinunciare alla concorrenza fiscale, cedere parti di sovranità  fiscale, in vista della realizzazione del progetto di un’Unione Europea che promuova delle politiche fiscali unitarie.
La fotografia del dibattito oggi è questa: i leader dei partiti sovranisti non vogliono il Mes, al tempo stesso reclamano gli Eurobond, ma non sono disposti a cedere parti di sovranità  fiscale o politica.
Su un tema così complesso, però, sarebbe bene fornire posizioni supportate da proposte che siano coerenti e compatibili: il rischio è di trovarsi di fronte a tifoserie, piuttosto che ad un reale confronto costruttivo su posizioni e proposte diverse.

(da TPI)

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SCORDIAMOCI GLI EUROBOND. LA SOLUZIONE E’ A TRE: MES, BEI E PIANO SURE

Aprile 3rd, 2020 Riccardo Fucile

SOLO DAL MES POTREBBERO ARRIVARE 35 MILIARDI CON UNA SOLA CONDIZIONE: SPENDERLI SOLO PER LE CONSEGUENZE DEL CORONAVIRUS, DIRE DI NO SIGNIFICA NASCONDERE ALTRI INTENTI E DARE RAGIONE A CHI PENSA CHE IN ITALIA I SOLDI CE LI SPUTTANIAMO… IL SURE COPRIREBBE I COSTI DELLA CASSA INTEGRAZIONE   E LA BEI CONCEDEREBBE 200 MILIARDI DI PRESTITI ALLE IMPRESE DEL CONTINENTE

Gli eurobond rischiano di non planare nemmeno al tavolo della discussione tra i ministri dell’Economia dell’eurozona alla riunione dell’Eurogruppo martedì prossimo in videoconferenza.
Oggi il ministro socialista tedesco Olaf Scholz lo ribadisce ancora una volta, nonostante il suo partito sia a favore: “No ai coronabond”.
La soluzione che si profila, sulla quale anche l’Italia sta trattando, viaggia su tre strade: Mes a condizioni light, il fondo di liquidità  da 200 miliardi per le imprese disposto oggi dalla Bei e il piano ‘Sure’ della Commissione europea di sostegno al lavoro.
A sera però il ministro dell’Economia Roberto Gualtieri sottolinea in una nota che “non possiamo rispondere a uno shock comune e simmetrico con politiche fiscali asimmetriche che amplierebbero i divari tra Paesi. Pertanto la risposta comune europea sarà  adeguata solo se comprenderà  l’emissione comune di bond europei per finanziare i piani nazionali di risposta all’emergenza coronavirus”.
In merito al Mes, “per l’Italia è uno strumento inadatto a gestire questa crisi nella forma attuale – insiste Gualtieri – Come ha detto il Presidente del Consiglio, Giuseppe Conte, solo un Mes senza condizionalità  che conservi del vecchio meccanismo solo il nome, diventando di fatto un fondo per la lotta alla pandemia, potrebbe essere adeguato a concorrere, insieme agli altri strumenti, a una risposta europea all’altezza della sfida che deve essere imperniata su soluzioni nuove”.
Ma il pacchetto con tre strumenti di azione arriva da Berlino. Ecco le parole del ministro e vice-cancelliere Scholz: “Ci sono tre pilastri su cui si intende puntare”, il primo è che gli Stati membri dovrebbero essere autorizzati a prendere in prestito dal Meccanismo europeo di stabilità  “una somma equivalente al due per cento della loro performance economica”. Ciò consentirebbe loro di stabilizzare le finanze pubbliche senza dover pagare premi elevati. “Per l’Italia sarebbero circa 39 miliardi di euro”.
Inoltre, continua il ministro tedesco, la Banca europea per gli investimenti dovrebbe essere messa in condizione di “prestare 50 miliardi di euro alle aziende che ne hanno urgente bisogno”.
E come terzo punto, gli Stati membri dell’Ue dovrebbero essere aiutati a far fronte all’improvviso aumento della disoccupazione: “La Commissione Ue ha appena presentato delle proposte in merito che ricordano la mia idea di un sistema di riassicurazione della disoccupazione”.
Oggi il Consiglio di amministrazione della Bei, la Banca europea per gli investimenti, ha deciso di proporre all’Eurogruppo la creazione di un fondo di garanzia di 25 miliardi che consentirà  di offrire alle imprese europee liquidità  per effettuare investimenti fino a circa 200 miliardi.
La Francia condivide il pacchetto tedesco, benchè non abbia del tutto abbandonato l’asse con l’Italia sugli eurobond.
Roma comunque tratta sulle condizioni light del Mes, ancora tutte da scrivere. E soprattutto insieme a Spagna, Portogallo, Irlanda, Grecia non ottiene gli eurobond. Nemmeno per sogno, almeno finora.

(da “Huffingtonpost”)

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PRESTITI GARANTITI DALLO STATO ALLE IMPRESE FINO AL 25% DEL FATTURATO

Aprile 2nd, 2020 Riccardo Fucile

IL GOVERNO INIETTA 550 MILIARDI DI LIQUIDITA’ GARANTITA DAL SISTEMA BANCARIO…   AL BILANCIO STATALE COSTERA’ 10 MILIARDI

Il consiglio dei ministri di domani approverà  un primo decreto legge per rafforzare la garanzia dello Stato per le imprese per consentire alle banche e alla Cassa depositi e prestiti di iniettare nei conti delle aziende italiane altri 200 miliardi di euro, che si sommano ai potenziali 350 miliardi di liquidità  “garantiti” dal decreto marzo.
Il ministero del Tesoro e quello dello Sviluppo sono ancora al lavoro sul provvedimento. Spiega oggi il Messaggero che le ipotesi sono diverse e si cerca una sintesi. Ma ci sono alcune certezze.
Ai prestiti potranno accedere tutte le aziende, le piccole, le medie e le grandi. Per le piccole e le medie si opererà  attraverso il Fondo centrale di garanzia. Nel decreto di marzo è stato potenziato con 1,5 miliardi di euro. Si tratta della garanzia data dallo Stato al sistema bancario che, secondo le stime del Tesoro, permetterà  di erogare fino a 100 miliardi di credito. Il fondo sarà  potenziato con altri 5 miliardi circa. Ma soprattutto sarà  allargato anche alle imprese fino a 500 dipendenti, oggi del tutto escluse. Lo Stato garantirà  fino al 90% del credito.
Non sarà  possibile, al momento, arrivare fino al 100% come chiesto dalle imprese perchè occorrerebbe un via libera di Bruxelles. Il Tesoro sta ancora trattando con la Commissione sul tema, ma non sarà  facile anche perchè l’Ue ha già  detto no alla Germania. La garanzia, comunque, dovrebbe essere «a prima richiesta», in modo da blindare le banche e rendere immediatamente accessibili i fidi.
Quanti soldi potrà  richiedere la singola impresa? Su questo punto si sta ancora lavorando. In altri paesi sono stati adottati “prestiti solidali speciali” che   coprono fino al 20% del fatturato di un’impresa. Anche in Italia ci potrebbe essere un meccanismo simile, con soglie di fatturato più basse per le imprese più grandi e via via più alte per le più piccole fino ad arrivare a un 20-25% di fatturato. Posto che il tasso di interesse dei prestiti sarà  zero, in quanti anni dovrà  essere restituito? Il ministro dello Sviluppo economico, Stefano Patuanelli, ha chiesto una durata di 30 anni. Confindustria lo stesso. Il Tesoro non vuole andare oltre 8-10 anni. La mediazione potrebbe essere 15 anni.
I prestiti garantiti, poi, saranno potenziati anche per le grandi imprese. Al momento è stato stanziato un fondo di 500 milioni presso la Cassa depositi e prestiti per garantire prestiti fino a 10 miliardi, anche se manca ancora il Dpcm attuativo della misura. La somma sarà  potenziata. C’è anche un altro strumento che dovrebbe essere rafforzato. Il decreto di marzo ha previsto un prestito “a vista” di 3 mila euro per gli imprenditori persone fisiche (le partite IVA, anche se non iscritte al registro delle imprese) con accesso senza bisogno di alcuna valutazione da parte del Fondo.
L’importo potrebbe essere portato a 25 mila euro. Sulla strada del decreto il nodo principale resta quello delle risorse. Il provvedimento dovrebbe essere finanziato con 10 miliardi di euro. Ma per trovarli servirebbe fare nuovo deficit e ottenere l’autorizzazione del Parlamento. Cosa evidentemente impossibile entro domani. Un’ipotesi sarebbe quella di utilizzare i fondi europei non ancora impegnati.

(da agenzie)

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IMPRENDITORI SERI: LA FERRERO REGALA 750 EURO AI DIPENDENTI CHE HANNO LAVORATO NEI GIORNI DEL CORONAVIRUS

Marzo 31st, 2020 Riccardo Fucile

IMPIEGATI A CASA, TERMOSCANNER E MASSIME MISURE DI SICUREZZA PER GLI OPERAI, COMPRESE MASCHERINE PER TUTTI

Ferrero premia gli operai, i dipendenti della rete vendita e della logistica che hanno assicurato la loro opera tra il 16 marzo e il 24 aprile.
La multinazionale della Nutella verserà  a ciascuno 750 euro lordi, parametrati a seconda dell’effettiva presenza nei giorni dell’epidemia da coronavirus.
La decisione rientra nell’ambito delle misure organizzative adottate dall’azienda, “la mente rivolta all’emergenza presente – spiega – ma anche al futuro, quando l’Italia sarà  chiamata a ripartire nell’interesse di tutti”.
Attivato lo smart working fino a data da destinarsi per tutto il personale non direttamente coinvolto in attività  produttive e di vendita, facendolo usufruire delle ferie tutti i venerdì fino al prossimo 17 aprile incluso, Ferrero ha ridotto del 50 per cento la forza lavoro sulle linee nello stabilimento di Alba, facendola usufruire per 50 pr cento delle ferie e per 50 di permesso retribuito fino al 17 aprile incluso.
Per il personale che continua a lavorare, ha attivato tutte le misure di sicurezza previste dalle disposizioni governative ed altre, specifiche, in aggiunta, tra cui il controllo della temperatura in entrata con termoscanner e la messa a disposizione di mascherine per tutti i dipendenti.

(da agenzie)

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STIME PROMETEIA E AMBROSETTI: IL CALO DEL PIL POTREBBE ESSERE A DUE CIFRE

Marzo 27th, 2020 Riccardo Fucile

L’ITALIA ORMAI DIPENDE DA BCE ED EUROPA

Escono le prime stime sull’andamento del Pil italiano e com’era prevedibile sono terribili. L’epidemia e il conseguente lock down del Paese stanno colpendo duro l’attività  produttiva, conseguentemente crollano l’occupazione e i redditi, si azzerano gli investimenti, chiudono molte aziende.
Nei giorni scorsi era stata Goldman Sachs a squillare l’allarme con una previsione di decrescita dell’11 per cento nel complesso di quest’anno.
Oggi è Prometeia a proiettare un ombra di cupo pessimismo sugli andamenti dell’economia nazionale. Il centro studi bolognese, anche nell’ipotesi che potrebbe rivelarsi ottimistica di una “lenta e selettiva riduzione dei blocchi produttivi a partire da inizio maggio”, prevede una caduta del Pil del 6,5 per cento quest’anno e una graduale ripresa a partire dall’autunno che porterebbe a un rimbalzo del 3,6 per cento nel 2021. I mesi più difficili saranno quelli del primo semestre 2020 quando la decrescita potrebbe arrivare al 10 per cento.
La recessione si abbatterà  sui vari settori con intensità  variabile, colpirà  soprattutto il turismo e i trasporti meno la manifattura e all’interno di quest’ultima i suoi segmenti produttivi in maniera diversificata. Anche The European house-Ambrosetti infine prevede una contrazione in una forbice tra il -3,5% e il -11,5%. Questo lo scenario.
Prometeia e Ambrosetti fotografano tuttavia una situazione in movimento. Le previsioni hanno un grado di affidabilità  relativo in questa fase e le cose potrebbero rivelarsi migliori ma anche peggiori.
Forse è anche inutile ripeterlo, l’Italia è giunta al tragico appuntamento con il Coronavirus come un corridore già  in affanno, avendo alle spalle due trimestri di crescita negativa e la prospettiva di un più 0,2 per cento nel 2020, un deficit pubblico abbastanza sotto controllo ma un rapporto debito Pil del 135 per cento in aumento. L’uragano Covid-19 ci pone ora nella condizione meno desiderabile tra tutti i paesi europei.
L’Italia non ha lo spazio fiscale sufficiente per sostenere l’aumento della spesa sanitaria e reflazionare l’economia. Altri, come la Germania e la Francia soprattutto, ma perfino la Spagna, con un debito inferiore al 100 per cento de Pil, ce l’hanno. Il Paese, questa è la verità , non ha profittato delle fasi in cui le vacche erano grasse per mettere fieno in cascina e ora ne paga le conseguenze.
L’Italia per reggere l’onda d’urto provocata dal virus ha bisogno che si realizzino due condizioni: un livello dei tassi d’interesse sui Btp abbastanza basso da indurre i mercati a considerare sostenibile il debito pubblico italiano e una iniezione di capitali a basso costo forniti da una qualche istituzione europea.
Per questo la madornale gaffe commessa da Christine Lagarde due settimane fa ha determinato la discesa in campo addirittura del Presidente della Repubblica, Sergio Mattarella. E sempre per questo il premier Conte e il ministro Gualtieri, con l’aiuto di Madrid e Parigi, stanno disperatamente cercando di convincere, finora con scarso successo, i partner europei ad accettare che il Mes (Meccanismo europeo di stabilità ) lanci una emissione di Corona Bond, in sostanza eurobond garantiti da tutti i paesi ma destinati a sostenere finanziariamente quelli più i difficoltà . In pratica una forma di mutualizzazione del debito.
Finora è stata soddisfatta la prima condizione. La Bce ha cambiato rotta rispetto alle prime mosse e Madame Lagarde si è rivelata per quello che è, una colomba. I massicci acquisti di titoli di Stato italiani da parte dell’Eurotower hanno già  portato a una significativa marcia indietro dello spread che pare destinata a proseguire.
Ma la realizzazione della seconda condizione è andata a sbattere contro il muro di ghiaccio dei falchi, quei paesi del nord europei guidati dalla Germania che non vogliono pagare per il debito altrui.
Conte e il premier spagnolo Sanchez hanno puntato i piedi al summit dei capi di Stato di mercoledì e ogni decisione è stata rinviata. Ma è difficile che il muro dell’opposizione nord europea cada. Più probabile che si apra un varco, la via vero un compromesso che potrebbe anche essere onorevole per l’Italia: il Mes allarga i cordoni della borsa ma chi riceve un prestito si deve sottoporre a una condizionalità  attenuata rispetto a quella originariamente prevista.

(da “Huffingtonpost”)

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L’ITALIA E I SOLDI PER L’EMERGENZA

Marzo 27th, 2020 Riccardo Fucile

EUROBOND O PIANO B?

Entro la fine della prossima settimana l’Italia pretende «una soluzione adeguata alla grave emergenza che tutti i Paesi stanno vivendo».
Il governo italiano chiede di mutualizzare in tutta Europa il debito (e quindi i suoi interessi) che gli Stati dovranno per forza fare per affrontare l’emergenza Coronavirus SARS-COV-2 e COVID-19.
Questo perchè gli Stati possono sì oggi aumentare ciascuno il proprio debito, ma domani, finita l’emergenza, dovranno ripagarlo e rischiano di dover varare manovre lacrime e sangue per poterlo fare.
Invece se si emettesse debito europeo attraverso una delle formule che implicano la partecipazione del Fondo Salva Stati e del MES la condivisione del debito nell’intera Europa in primo luogo abbasserebbe gli interessi sullo stesso e in secondo luogo renderebbe più agevole ripagarlo o trattare per dilazioni in caso di estrema necessità .
In questa posizione, Conte non è solo. Ieri, raccontano le cronache del summit, per sei ore ha portato avanti l’affondo insieme allo spagnolo Pedro Sanchez. E a chiedere gli Eurobond per reagire alla recessione da Covid-19 c’erano anche Emmanuel Macron, il portoghese Antonio Costa e poi ancora i leader di Irlanda, Lussemburgo, Belgio, Slovenia e Grecia, ovvero il gruppo dei nove autore della dirompente lettera della vigilia con la quale chiedevano di sfatare il tabù dei titoli a dodici stelle.
Sull’altro fronte l’austriaco Sebastian Kurz, l’olandese Mark Rutte e gli altri falchi del Nord che vogliono rinviare ogni decisione. Coperti da Angela Merkel. Finisce con un compromesso: entro due settimane arriverà  un piano Ue. Ora la lotta si sposterà  sui contenuti.
Racconta oggi Repubblica:
Conte blocca il summit, rifiuta di dare il via libera alle conclusioni, di fatto un veto, fino a quando non saranno stati fatti passi avanti. Il vertice doveva finire alle sette del pomeriggio, dura fino alle dieci di sera. I nordici cercano di allungare i tempi di una qualsiasi decisione europea senza dare date precise. I mediterranei spingono: entro la prossima settimana. Dopo sei ore di discussioni si trova il compromesso che recita così: «L’Eurogruppo (i titolari delle Finanze, ndr) entro due settimane porterà  le sue proposte tenendo in conto la natura senza precedenti della crisi». I rigoristi insistono per limitare queste idee all’uso del Mes, sul quale hanno sempre l’arma della condizionalità  per mettere la mordacchia agli altri. Tanto che Merkel dirà : «Noi preferiamo il Mes». I mediterranei vogliono allargare il mandato dei ministri fino agli Eurobond.
Passa la via di mezzo: non viene citato alcuno strumento e ci si affida al presidente del Consiglio europeo Charles Michel che insieme a von der Leyen, Sassoli, Lagarde e Centeno tra 14 giorni porterà  un “Piano Ue per la ripresa”. Cosa ci sarà  dentro è tutto da vedere. La battaglia prosegue.
Il piano B dell’Italia con Cassa Depositi e Prestiti
La Stampa racconta oggi che di fronte alle resistenze dei partner Ue, mentre seguiva il filo di un discorso duro e angosciato, ha minacciato: «Tenetevi i soliti aiuti». «Faremo da soli, spenderemo quanto serve» ha rilanciato Luigi Di Maio. Ma che significa fare da soli?
Fonti interne al governo spiegano che i piani sono molteplici, ma con un protagonista in comune: Cassa depositi e prestiti.
Nelle ultime ore i contatti tra Cdp, Tesoro, Bankitalia sono continui e frenetici perchè c’è da superare una sacca di resistenza tra i funzionari della vecchia guardia di via XX Settembre. La storia è semplice.
La Germania ha messo 150 miliardi di maggiore spesa pubblica, il doppio dell’Italia. Non solo: è pronto un pacchetto di circa 400 miliardi di garanzie pubbliche ai prestiti, ai quali si aggiungono i 100 miliardi della Kfw, la banca pubblica che, al netto delle differenze di costituzione (non ha in pancia il risparmio postale dei cittadini), è la Cdp dei tedeschi. Quello è il modello. Quella anche la cifra. 100 miliardi.
Ma a oggi è solo un traguardo. Perchè nero su bianco il Mef ha messo solo 500 milioni che con la leva finanziaria valgono i 10 miliardi di Cdp. In una catena di garanzie statali che attivano controgaranzie, quelle risorse servono a liberare liquidità . Questi più altri sette di plafond per facilitare l’accesso al credito corrispondono al totale — 17 miliardi — delle misure attivate a sostegno delle imprese da Cdp assieme a Sace Simest. Fatti due semplici conti, il Tesoro dovrebbe mettere venti volte tanto, cioè dieci miliardi di garanzia per ottenere con l’effetto leva i 100 miliardi di controgaranzie della banca controllata dal ministero.
In questa fame di liquidità , Cdp è in grado di offrire tempi più rapidi rispetto ad altri fondi dello Stato, come quello a garanzia delle piccole e medie imprese, appeso alle lungaggini dei decreti attuativi.
Altro strumento di Cdp che stuzzica il governo nella ricerca disperata di fonti di finanziamento del debito, sono i Basket bond, mini-bond di distretto emessi dalle imprese per soddisfare la necessità  di finanziamento a medio-lungo termine.
Il punto però è sempre lo stesso: basteranno?

(da “NextQuotidiano”)

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IL MES: CHI SI BATTE CONTRO CHI E COSA C’E’ IN GIOCO

Marzo 26th, 2020 Riccardo Fucile

UN FONDO SALVA STATI DI 500 MILIARDI, L’ITALIA POTREBBE ATTINGERE A 30 MILIARDI (CHE NON RISOLVEREBBERO I PROBLEMI)

Dopo lo scontro politico che ha tenuto banco tra la fine del 2019 e l’inizio del 2020 sulla riforma del Mes, il Meccanismo europeo di stabilità  o Fondo salva Stati torna al centro del dibattito economico e politico perchè potrebbe essere uno di quegli strumenti cui ricorrere per fare fronte all’emergenza legata alla diffusione del coronavirus.
Per il momento, dall’Eurogruppo del 24 marzo chiamato a prendere provvedimenti è giunto un nulla di fatto sia sul Mes sia sugli Eurobond e la palla di fatto è passata alla riunione del capi di Stato e di governo europei in calendario il 26 dello stesso mese.
Nonostante il mancato raggiungimento di un accordo, il presidente dell’Eurogruppo, Mario Centeno, ha continuato a mostrare ottimismo.
L’Eurogruppo, ha scritto Centeno in una lettera al presidente del Consiglio europeo Charles Michel, ha dato “ampio sostegno” a un “’Pandemic Crisis Support’ nell’ambito del Mes, costruito nel quadro dell’attuale Enhanced Conditions Credit Line”. Il riferimento è a una delle due principali linee di credito del Fondo salva Stati, la cosiddetta Enhanced conditions credit line o Eccl che è attivabile a patto che il paese che la richiede firmi un memorandum di intesa impegnandosi ad adottare tutta una serie di misure correttive per rimettere in ordine i propri conti.
Il fatto che Centeno parli di “ampio sostegno” implica che non ci sia unanimità  tra i ministri delle Finanze dell’area dell’euro e quindi tra gli Stati membri. In sostanza anche per il ricorso al Mes si ripropone la stessa contrapposizione tra paesi del nord Europa, tra cui Germania e Olanda, e paesi del sud, tra cui Italia, Spagna e Francia, già  esistente sulla questione dell’emissione degli Eurobond (o coronavirus bond o Covid bond).
Il sostegno del Meccanismo europeo di stabilità , ha aggiunto Centeno, “sarà  usato per i costi collegati all’epidemia, sanitari ed economici. Nel lungo periodo, gli Stati dovranno assicurare un percorso sostenibile”
Quest’ultima è una precisazione particolarmente importante che fa venire fuori uno dei nodi del contendere: le condizioni che un paese si deve impegnare a rispettare nel caso di attivazione del Mes.
Come detto, l’Eccl implica che il paese che richiede l’aiuto del Fondo salva Stati si impegni in maniera rigorosa a rimettersi in carreggiata. Ma in questa fase di pandemia i paesi del sud, tra cui appunto l’Italia, domandano condizioni più leggere se non addirittura nulle.
Il presidente del Consiglio, Giuseppe Conte, nei giorni scorsi aveva sottolineato la necessità  di una rimozione totale delle condizioni affinchè gli Stati membri possano beneficiare della potenza di fuoco da 500 miliardi del Mes. Possibilità  che sembra trovare contrari i più intransigenti paesi del nord Europa.
“Abbiamo un ampio consenso sul fatto che il Pandemic Crisis Support è una salvaguardia rilevante per ogni Stato che aderisce al Mes toccato dallo shock simmetrico dovuto alla pandemia, e sarebbe disponibile per tutti sulla base di una valutazione iniziale delle istituzioni”, ha scritto Centeno nella medesima lettera a Michel. Qui si giunge a un altro dei nodi del ricorso al Mes: l’apertura del meccanismo a tutti i paesi membri dell’area dell’euro. La questione sta particolarmente a cuore ai paesi del sud Europa, preoccupati che un’istanza singola da parte di un solo paese possa scatenare le ire dei mercati finanziari.
“C’è anche un ampio sostegno — ha spiegato Centeno — che dovrebbero essere spostate sul Pandemic Crisis Support risorse significative e che il Mes potrebbe fissare come parametro di base il 2% del Pil dello Stato interessato (per l’Italia la percentuale dovrebbe tradursi in 35-36 miliardi, ndr), che può essere aggiustato in base all’evoluzione della pandemia. Rendere disponibile il Pandemic Crisis Support del Mes sarebbe un importante e tempestivo primo passo, basato sugli strumenti esistenti”, ha concluso Centeno, che ha proposto di sviluppare i dettagli tecnici entro il 5 aprile.
“Crediamo che i leader europei — commentano gli analisti di Barclays Research — approvino l’idea dell’attivazione del Mes ma crediamo che ci vorranno diverse settimane per l’accordo finale”. Inoltre, aggiungono da Barclays, “il Mes sarebbe lo strumento più potente ed efficace per limitare lo stress sui mercati finanziari e i rischi per l’Italia. Autorizzerebbe poi la Bce a lanciare interventi illimitati sotto il cappello dell’Omt, il programma annunciato da Mario Draghi nel 2012 e mai utilizzato”.
Nell’ambito delle trattative in corso intorno al Meccanismo europeo di stabilità , Antonio Villafranca, coordinatore della ricerca dell’Istituto per gli studi di politica internazionale (Ispi), suggerisce che “l’Italia potrebbe ritirare il suo veto all’approvazione del nuovo trattato chiedendo in cambio due cose: che l’ambito di intervento del Mes venga ampliato per includere appieno fattispecie di rischio come quelle che stiamo vivendo con l’emergenza coronavirus; che le regole sulla eligibility per l’accesso alle linee di credito del Mes vengano ‘sospese’”.
“D’altra parte — osserva Villafranca — sarebbe davvero paradossale che mentre l’Ue approva la sospensione del Patto di stabilità  e crescita mantenga invece vivi praticamente gli stessi criteri per l’accesso ai crediti del Mes. Questi parziali cambiamenti alle finalità  e ai criteri di accesso ai crediti potrebbero essere del tutto temporanei e legati alla eccezionalità  della crisi del coronavirus. Si tornerebbe invece all’applicazione alla lettera del trattato sul Mes non appena la crisi sarà  passata. Un compromesso che potrebbe andare incontro alle preoccupazioni dei paesi del nord Europa, e rendere più ‘digeribile’ l’approvazione del Mes anche nel nostro paese”.
Un’idea che sembra essere molto vicina a quella proposta da Centeno.

(da agenzie)

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L’EFFETTO DEL BAZOOKA BCE

Marzo 19th, 2020 Riccardo Fucile

LO SPREAD CALA A 180 PUNTI E PIAZZA AFFARI SI RIALZA

L’annuncio della strategia della Bce contro il coronavirus ha dato i suoi effetti, già  all’apertura dei mercati.
Il Fitse Mib di Piazza Affari segna una crescita del 4%, mentre lo spread tra Btp e Bund è crollato subito a 180 punti, con un rendimento pari all’1,5%.
Mercoledì 18 marzo lo spread aveva chiuso a 267 punti mentre martedì 17 marzo aveva toccato i 280 punti. Il nome del piano della Bce è Pandemic emergency purchase programme e ha un unico scopo: arginare la crisi economica che verrà  causata dal coronavirus.
L’obiettivo è non è solo acquistare in massa titoli di Stato in tutti i Paesi dell’area euro ma anche acquistare titoli privati emessi dalle aziende e documenti di impegno commerciali, le cambiali delle piccole e medie imprese.
Così infatti si legge nel testo: «La Bce si assicurerà  che tutti i settori economici possano beneficiare delle condizioni finanziarie di supporto che permettano loro di assorbire questo choc. E ciò si applica ugualmente a famiglie, aziende, banche e governi».
La BCE acquisterà  titoli pubblici e privati per coprire le spalle alle aziende in crisi dopo l’epidemia coronavirus
Una misura fondamentale, soprattutto in virtù di una previsione davvero tragica per le economie dell’area euro: sempre secondo la presidente della Banca Centrale Europea c’è da attendersi una recessione del 5% in Europa, se il blocco totale in Italia e negli altri Stati durerà  per almeno 3 mesi. Una ipotesi che, al momento, sembra essere quantomai concreta.
Con i 750 miliardi di euro, la Lagarde ha assicurato che tutte le imprese che nei prossimi mesi dovranno indebitarsi per far fronte alle perdite di questo periodo avranno le spalle coperte dalla BCE. Un paracadute importante che, certo, da solo non potrà  risolvere tutti i problemi, ma che dà  già  una dimensione diversa rispetto a quella di sette giorni fa, con l’Unione Europea decisa a fare fronte comune rispetto a questa emergenza e ad affrontarla tutti insieme.

(da agenzie)

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