Novembre 30th, 2010 Riccardo Fucile
INTERVISTA A CIANCIMINO: “ERO IN LIZZA PER OTTENERE L’APPALTO, POI TUTTO FINI’ IN MANO A FALLICO E A GENTE VICINA AL PREMIER”… “UN GUADAGNO DI 30 DOLLARI OGNI 1000 METRI CUBI DI GAS: 10 DOLLARI AVREMMO DOVUTO RITORNARLI A UNA FONDAZIONE VICINA A CHI VENDEVA”…”FALLICO ERA LA CHIAVE PER LAVORARE CON GAZPROM E IL MARGINE DI GUADAGNO E’ ENORME”
Quando ha letto i report dell’ambasciata americana pubblicati da Wikileaks sugli affari di Berlusconi e Putin con l’energia, Massimo Ciancimino ha sorriso. “Da sei anni dico queste cose e nessuno mi ascolta: la verità è che gli amici di Berlusconi hanno usato gli stessi canali e mi hanno soffiato l’affare”.
Ciancimino, non esageri: dopo la trattativa Stato mafia, ora ci vuole spiegare pure la trattativa Putin-Berlusconi sul gas, non le sembra un po’ troppo?
Io sono stato prima un protagonista e poi una vittima di quella trattativa. Wikileaks riporta la nota degli americani in cui si parla del mediatore italiano che parla russo? Tutti si chiedono chi sia. Bene, io “il mediatore” lo conosco bene, si chiama Antonio Fallico, e chi me lo ha presentato lo definiva ‘la chiave per Gazprom’.
Perchè ‘il mediatore’ sarebbe Fallico e qual è il suo ruolo?
Il Fatto ne ha già parlato: è un siciliano che è stato nominato presidente di Zao Bank, la filiale di Banca Intesa a Mosca. Io l’ho conosciuto prima del mio arresto quando per primo avevo capito le potenzialità del buisiness dell’energia e trattavo con Gazprom per importare il gas dalla Russia. Ero a un passo dalla conclusione, poi mi hanno indagato e l’affare se lo sono preso gli amici di Berlusconi. Se il contratto fosse andato in porto nella sua interezza, avremmo guadagnato 180 milioni di euro di utili all’anno. Tutti soldi che permettono di far guadagnare tante persone, sia in Italia che in Russia.
Andiamo per ordine. Ci spieghi come pensava di importare il gas e qual era il ruolo di Fallico
Per importare il gas dalla Russia ci vuole l’accordo di Gazprom. Grazie proprio ad Antonio Fallico ero riuscito ad agganciare i vertici di Gazprom, in particolare Alexander Medvedev, che è il direttore generale della Gazprom Export e che non va confuso con Dmitri Medvedev, attuale presidente russo.
Ciancimino, Gazprom fattura 4 mila e 25 miliardi di euro e fa utili per 450 miliardi. Scusi la domanda ma perchè doveva mettersi in affari con voi?
Voglio ricordarle che la Fingas del professor Lapis aveva appena incassato 120 milioni di euro dalla vendita agli spagnoli della Società che aveva metanizzato i paesi siciliani. E la nostra forza era proprio questa: solo una piccola società come la nostra poteva agire in maniera “agile” e meno burocratica nella seconda fase degli accordi, quella che prevedeva il ritorno di parte dei soldi in Russia alle fondazioni vicine agli uomini di Gazprom. Non presentavamo i rischi connessi all’inserimento di società pubbliche e grandi come dimostra il recente caso Finmeccanica.
Quando ha incontrato Fallico e Medvedev?
Medvedev lo ha incontrato, con Falllico, il professor Lapis a Vienna mentre io ho incontrato il suo collaboratore Nelson insieme a Fallico sempre a Roma in un hotel di via Veneto e poi nello studio dell’avvocato Ghiron. In quella occasione abbiamo messo a punto tutti i dettagli dell’operazione che prevedeva la possibilità per noi di importare dalla Russia in Europa 6 miliardi di metri cubi all’anno attraverso la Slovacchia e la Slovenia. Il nostro guadagno sarebbe stato di 30 dollari ogni mille metri cubi.
E quanto sarebbe stato il “ritorno” per i russi, del quale ci spiegava prima?
L’accordo raggiunto a Vienna prevedeva che noi pagassimo per ogni mille metri importati una somma di dieci dollari, sui trenta incassati, alla Fondazione.
Quale Fondazione?
L’uomo della Gazprom, Nelson, ci disse che lui ci avrebbe indicato a quale Fondazione versare i soldi.
E cosa le disse Fallico?
Lui ci consigliò di seguire le indicazioni dei manager di Gazprom e comunque mi disse di finanziare con una piccola somma la Fondazione Putin per un balletto a Roma. Cosa che puntualmente abbiamo fatto. Insomma tutto procedeva per il meglio. Ad ognuno dei partecipanti all’operazione era stato garantito un ritorno. Stavamo andando a parlare con la Geoplin della Slovenia quando è uscita la notizia dell’indagine, anzi a dire il vero gli sloveni lo hanno saputo un giorno prima e si è bloccato tutto. Poi l’affare con Gazprom lo hanno fatto gli amici di Silvio Berlusconi.
Si rende conto che questa storia è basata solo sulle sue parole?
Mica tanto. Nell’anomala perquisizione in cui non aprirono la cassaforte mi fu sequestrato un bigliettino che stupì i carabinieri nel quale c’era il ringraziamento della Fondazione Putin e i biglietti da visita di Alexander Medvedev, di Nelson e Fallico.
Fallico è un siciliano come lei e si dice che abbia frequentato lo stesso liceo di Marcello dell’Utri. Ne avete parlato?
No. Fallico era certamente legato a Gaetano Miccichè di Banca Intesa. Probabilmente è una persona vicina al mondo berlusconiano ma non abbiamo mai parlato di politica, con lui parlavo di affari.
Hillary Clinton, secondo Wikileaks, chiede se Berlusconi abbia interessi in comune con Putin nell’energia. Lei cosa pensa alla luce della sua esperienza?
Il contratto dell’Eni per l’importazione del gas è un segreto di stato e il margine di guadagno è enorme. Secondo me Berlusconi sta aiutando società a lui vicine e non mi stupirei se ci fosse una fondazione russa finanziata da qualche impresa coinvolta nell’affare.
Marco Lillo
(da “Il Fatto Quotidiano“)
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Novembre 30th, 2010 Riccardo Fucile
LA CLINTON CHIESE DI SCOPRIRE I POSSIBILI INTERESSI PRIVATI TRA BERLUSCONI E PUTIN….LA MALEDIZIONE DEL GAS RUSSO: UN TEMPO SERVI’ A FINANZIARE IL PCI, ORA TUTTI POSSONO IMPORTARE GAS NEI TUBI DELL’ENI…LA GAZPROM VENDE DIRETTAMENTE TRE MILIARDI DI MC DI GAS ALL’ ITALIA, ATTRAVERSO LA CENTREX CON SEDE A VIENNA…IL RUOLO DI SCARONI E DI NICOLAZZI
Occhio alle date.
Il 16 aprile 2009 David Thorne, appena nominato ambasciatore a Roma, afferma davanti
alla Commissione esteri del Senato americano, che deve dare il via libera al suo incarico: “Anche se Usa e Italia cooperano strettamente su numerosi temi, ci sono, comunque, alcune posizioni della politica estera italiana che continuano a preoccuparci”.
Quattro mesi dopo Maurizio Caprara, che lo intervista per il Corriere della
Sera, riferisce: “Tra i suoi obiettivi rientra quello di evitare che il nostro Paese dipenda troppo dalla Russia per la fornitura di gas e petrolio”.
Se dunque il segretario di Stato Hillary Clinton, negli stessi mesi, chiede
alla sua rete diplomatica di capire se tra Silvio Berlusconi e Vladimir
Putin ci siano anche rapporti di affari privati non è certo per interesse
alla moralità pubblica.
E non è una sorpresa la sua curiosità rivelata da Wikileaks: in gioco ci sono interessi corposi, che vanno al di là di Berlusconi.
Il gas russo è un’antica maledizione della politica italiana.
Quando sull’Eni regnava Eugenio Cefis, il gas dell’Unione Societica serviva a
finanziare il Pci, come ha raccontato l’ex dirigente di Botteghe Oscure Gianni Cervetti, nel libro “L’oro di Mosca”.
Nel nuovo secolo sono gli amici di Berlusconi a subire l’attrazione fatale.
Il gas russo arriva in un tubo alla frontiera di Tarvisio ed è l’Eni che lo distribuisce lungo la penisola: rappresenta un terzo delle importazioni
italiane di gas.
Ma con la liberalizzazione altri operatori possono portare gas in Italia nei tubi dell’Eni. E si scatena la corsa.
C’è Massimo Ciancimino che progetta addirittura un nuovo gasdotto, prima
di essere fermato dalle inchieste sul tesoro di suo padre.
C’è Marcello Dell’Utri che va e viene da Mosca, “per occuparsi di gas”, racconta nel 2005 il sottosegretario all’Interno Michele Saponara, subito corretto dall’interessato che precisa di occuparsi come sempre di libri, ancorchè in cirillico.
Ma subito Gianni Pilo, ex sondaggista di fiducia di Dell’Utri, inizia la sua attività di import di gas con la sua Enoi.
Anche la Gazprom, la società russa che ha il gas, vuole venderlo direttamente in Italia, per guadagnare di più.
E’ la vicenda più significativa dell’intreccio affaristico tra l’Italia di Berlusconi e la Russia di Putin.
Nella primavera del 2005 la Gazprom strappa al numero uno dell’Eni, Vittorio Mincato, un vantaggioso contratto per la vendita diretta in Italia di 3 miliardi di metri cubi di gas (su circa 80 del consumo totale nazionale).
Lo farà attraverso la sua società commerciale per l’Europa, situata a Vienna, che si chiama Centrex (oggi guidata dall’italiano Massimo Nicolazzi, figlio dell’ex ministro Franco, quello delle carceri d’oro: com’è piccolo il mondo).
Si scoprì allora che socio della Centrex nell’operazione era Bruno Mentasti, ex proprietario della San Pellegrino, amico per la pelle di Berlusconi. fin da quando inondava le tv Fininvest di spot dell’acqua minerale.
Dissero i maligni che Mincato firmò il contratto per agevolare il rinnovo del suo mandato in scadenza.
Berlusconi invece lo fece fuori e mise al suo posto Paolo Scaroni, manager di antiche ascendenze craxiane. E curiosamente fu proprio Scaroni, appena nominato, a segnalare l’operazione ai sindaci revisori dell’Eni e a farla saltare.
Mancavano pochi mesi alle elezioni politiche del 2006, che videro la
vittoria di Romano Prodi.
Scaroni sembrò ai berlusconiani fedeli mettersi a giocare in proprio. E fu proprio con il governo Prodi, nel 2007, che Scaroni firmò l’accordo con Gazprom per il nuovo gasdotto Southstream, che attraverserà il Mar Nero per giungere direttamente in Europa aggirando l’Ucraina.
Un’ operazione di ampia portata geopolitica, nella quale sta non a caso per entrare anche la Francia di Nicolas Sarkozy.
Southstream è la cosa che piace meno agli Stati Uniti, sponsor del Nabucco,
gasdotto che verrebbe dall’area caucasica, escludendo la Russia.
Non è solo l’amicizia con Putin che agita la diplomazia americana. Sicuramente a Washington sobbalzano quando scoprono che il colonnello
Gheddafi è diventato socio, con la Libyan Investment Authority, della
società televisiva Quinta Communication, costituita da Tarek Ben Ammar e
dalla Fininvest di Berlusconi.
Proprio mentre la statale Finmeccanica, guidata da Pierfrancesco Guarguaglini, oggi nei guai per l’inchiestagiudiziaria su sua moglie Marina Grossi, come lui manager di Finmeccanica, costituisce una società paritetica con Tripoli per inondare di armi Africa e Medio Oriente.
E intanto la Impregilo dell’amico Ligresti aspetta impaziente di costruire con soldi italiani la mitica autostrada verso l’Egitto .
Anche qui la diplomazia americana fatica a distinguere gli affari e le relazioni private di Berlusconi dalle inclinazioni del sistema Italia. Oggi i fondi sovrani libici sono azionisti decisivi di Unicredit, e risultano sempre al centro di voci che li vogliono in procinto di assumere partecipazioni azionarie importanti nei pezzi di maggior pregio dell’industria e della finanza italiane: non esclusi la stessa Fin-meccanica e l’Eni.
Il tema dei rapporti con la Libia attraversa tutti gli schieramenti politici, ed è ¨ per il governo americano un antico busillis: in fondo, non si è sempre ipotizzato, tra le cause della fine politica di Giulio Andreotti, l’eccessivo filo-arabismo messogli in conto, al crepuscolo della Prima Repubblica, dagli analisti di Washington?
Giorgio Meletti
(da “Il Fatto Quotidiano“)
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Novembre 29th, 2010 Riccardo Fucile
L’ANALISI DI MARIO CALABRESI SU “LA STAMPA” IN MERITO ALLE RIVELAZIONI DI WIKILEAKS SU BERLUSCONI… UNA POLITICA ENERGETICA TROPPO DIPENDENTE DA MOSCA, UNA DIFESA D’UFFICIO DELLA RUSSIA DURANTE LA CRISI CON LA GEORGIA…TRA DIFFIDENZA E GIUDIZI IMPIETOSI DELLA AMMINISTRAZIONE USA CHE CI ESPONGONO AL RIDICOLO
Annunciata da giorni, ieri sera si è scatenata in tutto il mondo l’orgia dei documenti
riservati: sono diventati pubblici centinaia di migliaia di messaggi che la diplomazia americana ha spedito negli ultimi anni a Washington da ogni angolo del mondo, insieme alle direttive che facevano il percorso inverso, quelle che il Dipartimento di Stato ha indirizzato ad ambasciate e consolati.
Una tempesta per i rapporti internazionali, destinata ad alzare la tensione contemporaneamente nei punti più caldi del pianeta: dal Golfo Persico dove ora non è più segreta la richiesta saudita agli americani di attaccare urgentemente l’Iran per distruggere il programma nucleare di Teheran.
All’Afghanistan del «paranoico» Karzai; alle ipotesi di riunificazione coreana con la notizia del missile di Pyongyang capace di colpire; fino all’accusa ai cinesi di aver bloccato Google.
Una situazione difficile da gestire per la Casa Bianca e per la diplomazia americana che vengono messe a nudo nei loro ragionamenti riservati, nelle loro strategie, nelle loro debolezze e nei loro peggiori aspetti.
Quale clima ci sarà da questa mattina al Palazzo di Vetro a New York nel momento in cui si viene a sapere che lo scorso anno partì una direttiva firmata Hillary Clinton in cui si chiedeva di far partire una campagna di spionaggio contro i vertici dell’Onu?
Una tempesta per le opinioni pubbliche di ogni Paese che da oggi possono sapere cosa pensano dei loro governi gli americani.
A far scalpore non sono solo gli scenari che emergono dalle analisi a stelle e strisce, scenari che in parte già conosciamo da tempo (sono forse un mistero la diffidenza verso il presidente iracheno Karzai o il disprezzo per Ahmadinejad?), ma la possibilità di leggerli nero su bianco.
Il caso italiano è emblematico: le feste «selvagge» di Berlusconi sono forse una sorpresa per qualche nostro concittadino, così come il rapporto assiduo e opaco con Putin o Gheddafi non sono forse materia su cui ci si interroga da anni?
I documenti americani, ad una prima lettura delle anticipazioni, non rivelano nulla di terribilmente nuovo, ma la loro forza è un’altra: mostrarci come i discutibili comportamenti del nostro primo ministro, sia nel suo privato sia sullo scenario internazionale, abbiano un peso nella nostra immagine nel mondo.
Anche questo può apparire scontato, ma leggere che gli americani considerano Berlusconi «il megafono di Putin in Europa» (parlando di «regali generosi» e «contratti energetici redditizi») e lo definiscono «incapace, vanitoso e inefficace come leader europeo moderno» è qualcosa che lascia il segno.
Ma soprattutto qualcosa che questa volta non potrà essere smentito o accolto con una scrollatine di spalle.
Nell’estate del 2009 Maurizio Molinari scrisse su questo giornale che l’amministrazione Obama era preoccupata e irritata per la politica energetica del nostro governo troppo dipendente da Mosca, che c’erano pressioni sull’Eni perchè cambiasse la sua politica sui gasdotti troppo sbilanciata – a parere di Washington – sull’accordo con Gazprom per dare vita al South Stream.
Il giorno dopo il ministro degli Esteri Franco Frattini rispose che non esisteva nessun malumore americano verso la nostra politica energetica.
Allo stesso modo sono state regolarmente liquidate le evidenze di un fastidio dei nostri alleati per una politica estera poco «ortodossa» e troppo fuori linea.
Due fatti hanno fatto particolarmente rumore al desk europeo del Dipartimento di Stato negli ultimi anni: il primo (nel 2007) è stato il pagamento del riscatto da parte del governo Prodi per ottenere la liberazione del giornalista Daniele Mastrogiacomo in Afghanistan, un comportamento non in linea con quello degli alleati e che scatenò le ire della diplomazia americana perchè il passaggio di denaro venne reso pubblico, costituendo un pericoloso precedente.
Il secondo è stato l’atteggiamento assunto da Berlusconi durante la crisi guerra tra Russia e Georgia, quando parlò di «aggressione georgiana» mettendosi in netto contrasto con la linea della Nato.
Erano ancora i tempi della Casa Bianca dell’amico George W. Bush, ma gli strascichi di quella polemica sono arrivati intatti sui tavoli della nuova Amministrazione.
Dopo le battute di Berlusconi su Barack Obama (indimenticata quella sull’abbronzatura) ebbi l’occasione di chiedere un commento ad uno degli uomini più vicini al presidente americano, il quale con grande pragmatismo mi rispose: il problema non sono le battute ma quel voluminoso dossier sui rapporti tra Roma e Mosca che ci è stato lasciato in eredità al Dipartimento di Stato.
Non è un caso che nella prima intervista rilasciata da David Thorne al suo arrivo a Roma, il nuovo ambasciatore statunitense disse al Corriere della Sera che «una delle più grandi preoccupazioni americane è la dipendenza energetica dell’Italia».
Era il primo avviso pubblico, dopo quelli riservati che erano stati ignorati, a cui seguirono altre pressioni sia sul governo sia sull’Eni.
Ma se queste carte ci raccontano il nostro crollo di credibilità e svelano i giudizi privati dell’ambasciata e della diplomazia, sbaglieremmo a pensare che ogni cablogramma del passato possa essere la fotografia del presente. Le stesse fonti americane che per lungo tempo hanno raccontato l’irritazione dell’Amministrazione, da qualche mese segnalano un cambio di passo di Berlusconi e anche dell’Eni, sottolineando che parte delle preoccupazioni di Washington sulla rete degli oleodotti hanno trovato ascolto con l’apertura alla possibile convivenza del South Stream con il progetto Nabucco (caro agli Usa) e che è stato apprezzato il viaggio dell’amministratore delegato del colosso italiano degli idrocarburi, Paolo Scaroni, in Azerbajian.
La diplomazia americana racconta del pragmatismo di una Casa Bianca che non ha tempo di curarsi dei nostri vizi ma che ritiene che l’Italia «può avere un ruolo positivo in Medio Oriente» perchè è uno dei pochi governi europei ad avere un buon rapporto con il governo di Netanyahu e con Egitto, Siria e Libano.
Così Berlusconi, sicuro di non pagare conseguenze, può farsi una risata e Frattini chiedere che nessun politico commenti, ma in rete e sui giornali di tutto il mondo resteranno quei giudizi impietosi che ci espongono al ridicolo e quella diffidenza che rende faticoso il rapporto con il più importante dei nostri alleati.
Mario Calabresi
(da “la Stampa“)
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Settembre 20th, 2010 Riccardo Fucile
DA NOI SI PAGA IL DOPPIO CHE IN FRANCIA, GRAN BRETAGNA E SPAGNA CON AUMENTI TRE VOLTE SUPERIORI ALL’INFLAZIONE NEGLI ULTIMI 5 ANNI…LA TASSA SUI RIFIUTI A NAPOLI COSTA 331 EURO PER 80 MQ CONTRO I 135 DI FIRENZE… L’ACQUA A MILANO 103 EURO CONTRO I 431 DI FIRENZE…I SERVIZI LOCALI PIU’ CARI A CAGLIARI, PALERMO, GENOVA, NAPOLI, ROMA
Bollette da restare fulminati: due volte più salate a Roma, Bologna e Milano
rispetto a Parigi, Londra e Madrid.
Tre volte maggiori del tasso d’inflazione degli ultimi cinque anni e con una forte differenza tra le varie città italiane.
Secondo i calcoli dei ricercatori di Confartigianato che hanno elaborato i dati del ministero dello Sviluppo Economico, tra il 2005 e il 2010, le tariffe di acqua, rifiuti e trasporto pubblico sono salite del 28,4%, tre volte l’inflazione e due volte la crescita registrata in Europa.
Solo acqua e rifiuti hanno subito aumenti del 32% contro il 15% dei Paesi euro.
Nell’ultimo biennio, quello della recessione, l’acqua è salita del 16% contro il 7,1% europeo. Le differenze tra capoluogo sono poi enormi: per un appartamento di 80 mq, si pagano a Napoli 331 euro, a Firenze 135 euro di tassa rifiuti.
L’acqua costa 103 euro l’anno a un milanese, 431 euro a un fiorentino.
Dieci abbonamenti mensili per il trasporto pubblico costano 480 euro a Palermo, 270 euro a Catania, 280 euro a Venezia.
Le bollette di gas ed elettricità sono salate per i cagliaritani ( 2.335 euro l’anno), molto meno per i veneziani (1.497 euro).
La città sarda si colloca al primo posto per i servizi sociali più cari, calcolati assieme: 3.108 euro contro i 2.179 di Milano, ultima.
Seguono tra le più care Palermo (2.633), Genova (2.559), Napoli (2.537), Roma (2.461). L’incidenza dei servizi pubblici sul Pil pro-capite locale, la ricchezza prodotta, quasi mai corrisponde a un incremento di qualità .
E’ altissima a Napoli (14,6%), Palermo (15%), Catania (14,85).
Più contenuta , con servizi più convenienti, a Milano (6%), Bologna (7%) e Roma (7,6%).
Al di là delle differenze interne, rimane grave il “caro tariffe” se rapportato ai parametri europei: un ulteriore incremento che ci ha portato ad avere tariffe doppie rispetto a quello degli altri Paesi.
Confartigianato conclude sostenendo che nel comparto dei servizi pubblici (valore 32 miliardi), si muovono in Italia troppi interessi e gare solo di facciata.
Non sarebbe ora che qualcuno ponesse mano a questa gestione fallimentare, nell’interesse dei cittadini, o dobbiamo solo e sempre pensare come priorità alla giustizia ad personam e al federalismo tarocco?
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Aprile 15th, 2010 Riccardo Fucile
NEL 1985 ERANO 65.000, ORA SONO 23.300, DI CUI SOLO 8.000 ATTIVE… SONO NOVE I PAESI CHE LE POSSIEDONO: I CINQUE STATI MEMBRI PERMANENTI DEL CONSIGLIO DI SICUREZZA, A CUI SI SONO AGGIUNTI INDIA, PAKISTAN, NORD KOREA E ISRAELE… E L’IRAN PUNTA A PRODURLE
Ogni tanto si fanno summit per cercare un accordo sulla riduzione delle testate nucleari, ma di fatto vi sono Paesi che, in barba a qualsiasi autorizzazione, le hanno costruite o le stanno costruendo.
Così, quasi per assurdo, se da un lato si può dire a ragion veduta che ci sono meno super bombe in circolazione, dall’altro non si può negare che le possiedano Paesi più pericolosi, anche in prospettiva.
Nel 1985 c’erano al mondo 65.000 testate nucleari, adesso si sono ridotte a 23.300, di cui solo 8.000 attive.
Quanto ai Paesi detentori, attualmente sono nove.
Cinque di questi sono i Paesi membri permanenti del Consiglio di Sicurezza, in quanto vincitori della seconda guerra mondiale.
Sono i cinque Stati che hanno anche firmato il Trattato di non proliferazione nucleare (Tnp) il 5 marzo 1970, che stabiliva che armi atomiche le potevano possedere solo i cinque Stati che già le avevano a quella data, cioè loro. Vediamo nel dettaglio: gli Stati Uniti detengono ancora 9.400 testate, di cui 2.626 attive, la Russia ha 12.000 testate di cui 4.650 attive, il Regno Unito ha 185 testate, di cui 160 attive.
La Francia, potenza atomica dal 1960, ha 300 testate, tutte attive.
La Cina, potenza atomica dal 1964, ha 240 testate, di cui 180 attive.
Ci sono poi tre Paesi che possiedono la bomba atomica, senza aver mai aderito al Tnp.
Due non lo firmarono proprio: l’India, potenza nucleare dal 1974, con 80 testate di cui 60 attive e il Pakistan, potenza nucleare dal 1998, con 90 testate, di cui 70 attive.
La Corea del Nord invece, fornita di una decina di testate, uscì dal trattato nel 2003, proprio per poter fare il suo primo test nel 2006. Continua »
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Marzo 14th, 2010 Riccardo Fucile
LE LIBERALIZZAZIONI NEL MIRINO DELLA CORTE DEI CONTI: ACQUA, ENERGIA, AUTOSTRADE, BANCHE….ALTI COSTI E SCARSA TRASPARENZA… GLI AUMENTI DELLE TARIFFE NON SONO RAPPORTATI AD UN AUMENTO DELL’EFFICIENZA DEL SERVIZIO
Acqua ed energia, autostrade e banche: dopo la privatizzazione, le ex aziende pubbliche hanno aumentato i profitti.
Ma si tratta di un effetto legato più agli aumenti delle tariffe che ad un recupero di efficienza.
E’ quanto risulta da un’analisi della Corte dei Conti che lancia un avvertimento sulla necessità di evitare in futuro di ricadere nell’errore di un modello sbagliato, ovvero costi altissimi per il contribuente e obiettivi incerti.
Nel rapporto “Obiettivi e risultati delle privatizzazioni di partecipazioni pubbliche”, la Corte dei Conti invita il governo a definire una “strategia aggiornata di medio termine”, superando “incertezze e contraddizioni”.
Se è vero che in Italia le privatizzazioni sono un processo di portata storica, per gli incassi siamo secondi solo al Giappone e rimangono ancora troppo alti i costi delle procedure, stimati in 2,2 miliardi di euro.
Quanto alle modalità scelte per dismettere le partecipazioni pubbliche, la Corte rileva “una serie di importanti criticità “: dagli alti costi a casi di “scarsa trasparenza”. Continua »
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Ottobre 1st, 2009 Riccardo Fucile
DIECI REGIONI FANNO RICORSO ALLA CORTE COSTITUZIONALE CONTRO LA LEGGE DEL GOVERNO, ALTRE CINQUE SONO PER IL NO, COMPRESE QUATTRO DI CENTRODESTRA… SE SI TOLGONO QUELLE NON ADATTE COME TERRITORIO, RIMANGONO SOLO LOMBARDIA E FRIULI… SI FACCIA DECIDERE IL POPOLO ITALIANO CON UN REFERENDUM, DOPO UN SERIO DIBATTITO
Sul tema antico delle fonti energetiche e in particolare sul ritorno al nucleare
l’Italia dimostra di dividersi.
Non è stato sufficiente l’imput governativo secondo cui “senza nucleare non c’è futuro” e la predisposizione delle norme relative per una ripresa della costruzione di centrali nucleari, a placare l’opposizione latente nel Paese.
In parte umorale, ma in parte anche documentata e tecnica.
Dato che nel concreto poi le centrali da qualche parte occorre collocarle, molte Regioni si sono espresse sul tema.
Ebbene la geografia politica è andata a farsi benedire, se è vero come è vero che attualmente la posizione è la seguente: ci sono ben 10 regioni che hanno addirittura deciso di far ricorso alla Corte Costituzionale contro la legge che sancisce il ritorno delle centrali.
Due che, pur rinunciando al ricorso, si sono dichiarata indisponibili ad accoglierle.
Tre che hanno ormai deciso per il no che ufficializzeranno a breve. In totale siamo a quindici.
E il ricorso alla Corte non è formale, ma ci si chiede se il governo possa decidere di costruire una centrale nucleare contro il parere della Regione che è l’ente a cui è affidata la tutela dell’ambiente e del territorio. Continua »
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Agosto 24th, 2009 Riccardo Fucile
IL GOVERNO, IN RITARDO SULL’ACCORDO AMBIENTALE, DEVE ORA PAGARE 555 MILIONI DI MULTA… RESPONSABILITA’ DIVISE TRA IL GOVERNO PRODI CHE NEGOZIO’ NEL 2009 201 MILIONI DI TONN. DI Co2 E IL GOVERNO ATTUALE CHE HA STABILITO PER LEGGE DI PAGARE L’ECCESSO PRODOTTO DALLE CENTRALI ELETTRICHE… ALLA FINE SARANNO 40 EURO A CARICO DI OGNI FAMIGLIA
Saranno i consumatori e gli utenti a pagare i ritardi accumulati negli anni dall’Italia sull’attuazione del protocollo di Kyoto.
Il governo è alla ricerca entro la fine di questo anno dei 555 milioni di euro necessari per mettersi in regola con le emissioni di gas serra e ha deciso di recuperarli caricandoli direttamente sulle bollette dell’elettricità dei cittadini.
Se l’Italia non correrà ai ripari, tornando a mettersi in regola con i tetti di emissione consentiti, la sanzione che l’Europa potrebbe infliggere nel 2.012 potrebbe arrivare a 5,6 miliardi di euro.
Ci si chiede cosa l’Italia firmi a fare dei trattati internazionali quando poi non li rispetta: sul tema ambientale tutti i vari governi che si sono succeduti, da Prodi a Berlusconi, si sono distinti per l’insensibilità nei confronti della tutela dell’ambiente, quando invece molti Stati occidentali stanno correndo ai ripari.
L’Italia invece è ai livelli dei Paesi del’Est, come aveva peraltro dimostrato la posizione della Prestigiacomo, ancora recentemente in occasione della Conferenza mondiale sul clima, sempre pronti a chiedere proroghe per gli inquinatori.
Nel caso specifico, lo Stato si è impegnato a pagare alle imprese l’acquisto di diritti per superare la quota di Co2 concessa dall’Unione europea. Continua »
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