Destra di Popolo.net

RUSSIAGATE, L’EX CAPO DELLA CAMPAGNA ELETTORALE DI TRUMP SI CONSEGNA A FBI: ACCUSATO DI COSPIRAZIONE E SABOTAGGIO

Ottobre 30th, 2017 Riccardo Fucile

DODICI CAPI D’ACCUSA PER MANAFORT, TRA QUESTI EVASIONE FISCALE E RICICLAGGIO, SU SUOI CONTI OFFSHORE 75 MILIONI DI EURO NON GIUSTIFICATI

Paul Manafort, l’ex capo della campagna elettorale di Trump indagato nel Russiagate, si è presentato nella sede dell’Fbi di Washington nel giorno in cui, come anticipato dalla Cnn nei giorni scorsi, sarebbero scattati i primi arresti.
Tra i dodici i capi d’accusa che gli vengono imputati, c’è anche la cospirazione contro gli Usa alla quale si aggiungono evasione fiscale, il non essersi registrati come agenti di uno Stato straniero, aver fatto dichiarazioni false e fuorvianti, riciclaggio e omessa denuncia di conti su banche straniere.
Sui conti offshore suoi e del suo ex socio in affari   Rick Gates — che come lui si è presentato all’Fbi questa mattina — sono transitati oltre 75 milioni di dollari. Manafort avrebbe riciclato oltre 18 milioni di dollari.
Il Bureau si è limitato a confermare che Manafort si è consegnato alle 8.15, ora locale, senza fornire altre indicazioni.
L’atto di accusa contro di lui, secretato venerdì da un giudice, dovrebbe essere diffuso in giornata, ha riportato il New York Times.
Finito da subito nel mirino del procuratore speciale Robert Mueller per i suoi sospetti contratti di consulenza con l’ex presidente filorusso ucraino Viktor Yanukovych, l’ex manager della campagna di Trump ha in precedenza negato ogni irregolarità  nei pagamenti ricevuti da Kiev, o nei conti aperti in paradisi fiscali offshore nè nelle diverse transazioni immobiliari, che hanno anche attirato l’attenzione dell’Fbi.
A compromettere la sua posizione sarebbero stati i documenti emersi da un libro paga segreto del Partito delle Regioni che provano come la società  di consulenze di Manafort ha ricevuto oltre 12 milioni dal partito filorusso tra il 2012 e il 2014.
Un segnale del fatto che l’attenzione degli inquirenti si stava concentrando intorno a Manafort era arrivato lo scorso 26 luglio quando, all’indomani quindi della sua deposizione, a porte chiuse, di fronte alla commissione intelligence del Senato, agenti dell’Fbi avevano condotto un plateale blitz all’alba nella sua casa di Alexandria per sequestrare documenti ed altro materiale
Secondo quanto rivela ancora la Cnn, Manafort si è presentato oggi negli uffici dell’Fbi di Washington, e dovrebbe essere trasferito nel tribunale federale distrettuale per la notifica dell’incriminazione, insieme a Gates che anche, riporta l’emittente, si è costituito.
Secondo quanto rivela oggi il Wall Street Journal, tra le accuse che verranno contestate vi sarà  anche quella di evasione fiscale.
Questo sviluppo segna una svolta netta nell’inchiesta di Mueller, dal momento che per la prima volta finiscono agli arresti due ex membri della squadra elettorale di Trump. Un portavoce della Casa Bianca ha detto che l’amministrazione Trump “potrebbe non avere nulla da commentare” riguardo a queste incriminazioni.
Oltre alle interferenze russe con le elezioni, e le possibile collusioni con il governo russo da parte della campagna elettorale di Trump, Mueller ha anche il compito di indagare su possibili azioni condotte dall’amministrazione per intralciare il corso della giustizia, in particolare riguardo al licenziamento del direttore dell’Fbi James Comey.

(da “il Fatto Quotidiano”)

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CROLLATA AL 38% LA POPOLARITA’ DI TRUMP

Ottobre 29th, 2017 Riccardo Fucile

I CONSENSI IN CADUTA LIBERA, NESSUN PRESIDENTE USA MAI COSI’ IN BASSO: OBAMA ERA AL 51%, CLINTON AL 47%, BUSH ALL’88%

La popolarità  di Donald Trump, nove mesi dopo il suo insediamento alla Casa Bianca, appare in caduta libera. Solo il 38% degli americani – secondo un sondaggio di Nbc e Wall Street Journal – approva il lavoro finora svolto dal tycoon, mentre il 58% boccia il suo operato.
Si tratta del rating più basso mai registrato da un presidente americano in epoca moderna nei primi nove mesi di mandato.
Nello stesso periodo la popolarità  di George W. Bush era all’88%, quella di Barack Obama al 51%, quella di Bill Clinton al 47%.
Mentre resiste lo zoccolo duro dei suoi elettori, Trump perde invece terreno tra gli indipendenti e i maschi di razza bianca e non laureati, due categorie che hanno contribuito in maniera determinante alla sua vittoria nelle urne, lo scorso 8 novembre.
Tra gli indipendenti fino a settembre il 41% esprimeva un giudizio positivo sul lavoro del tycoon nello Studio Ovale, mentre ora la percentuale e’ scesa al 34%.
Tra i maschi bianchi non laureati si e’ invece passati dal 58% al 51%.
Il 59% degli intervistati, poi, si e’ detto in netto disaccordo con gli attacchi del presidente ai giocatori della Nfl, la lega professionistica del football americano, accusati di non rispettare la bandiera americana con la loro protesta.
Protesta che consiste nell’inginocchiarsi durante l’inno a inizio partita.

(da agenzie)

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IL SEGRETARIO DI STATO TILLERSON PRENDE LE DISTANZE DA TRUMP: “CONFERMARE L’ACCORDO CON L’IRAN”

Ottobre 15th, 2017 Riccardo Fucile

L’ENNESIMO CONTRASTO TRA IL PRESIDENTE E IL MONDO CHE LO CIRCONDA

“Rimanere nell’accordo con l’Iran è nell’interesse degli Stati Uniti”: lo afferma il segretario di Stato americano Rex Tillerson che in un’intervista alla Cnn sembra prendere le distanze dall’offensiva lanciata dal presidente Donald Trump contro la storica intesa del 2015.
Il segretario di Stato americano Rex Tillerson ha poi detto che il presidente Usa Donald Trump gli ha dato istruzioni di continuare gli sforzi diplomatici per calmare le tensioni con la Corea del Nord e ha aggiunto che “quegli sforzi diplomatici continueranno finchè non cadrà  la prima bomba”.
Con queste dichiarazioni, Tillerson di fatto sminuisce i precedenti post di Trump su Twitter in cui l’inquilino della Casa Bianca suggeriva che il segretario di Stato stesse perdendo tempo provando a negoziare con Kim Jong-Un.
“Ho fatto un controllo. Sono ancora tutto intero…”: con questa battuta il segretario di Stato americano Rex Tillerson ha risposto a chi gli chiedeva sui presunti dissapori con il presidente Donald Trump che secondo il senatore Bob Corker ‘castrerebbe’ il capo della diplomazia Usa.

(da “Huffingtonpost”)

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TRUMP GRAZIA LO SCERIFFO ANTI-IMMIGRATI SPECIALIZZATO IN ARRESTI SENZA PROVE, SUO DEGNO COMPAGNO DI MERENDE

Agosto 27th, 2017 Riccardo Fucile

ACCUSATO DI MANCATE INDAGINI SU CRIMINI SESSUALI E FAVORI, JOE ARPAIO ERA STATO CONDANNATO PER ABUSO DI POTERE… HA IGNORATO L’ORDINE DI UN GIUDICE CHE GLI INTIMAVA DI SMETTERE DI ARRESTARE LE PERSONE SOLO SULLA BASE DI SOSPETTI ETNICI

“Ho il piacere di informarvi che ho appena dato il mio pieno perdono allo sceriffo Joe Arpaio, patriota americano di 85 anni. Ha mantenuto sicuro l’Arizona!”
Dopo averlo annunciato nel corso di un rally a Phoenix, Donald Trump l’ha fatto.
Ha perdonato Joe Arpaio, il vecchio sceriffo, e suo strenuo sostenitore, che lo scorso luglio era stato condannato per disprezzo della corte.
Arpaio aveva infatti ignorato l’ordine di un giudice federale che gli chiedeva di smettere di arrestare le persone esclusivamente sulla base del sospetto di immigrazione clandestina.
Nelle stesse ore, Trump ha firmato anche la misura che proibisce ai transgender di servire nell’esercito. Due provvedimenti che hanno soprattutto un obiettivo: cementare la base bianca e conservatrice di Trump.
Il perdono per Arpaio era atteso ma comunque molto contestato.
Il presidente degli Stati Uniti ha infatti un potere di perdono illimitato e già  nel passato molti presidenti l’hanno usato in modo sconsiderato e con motivazioni puramente politiche.
In questo caso però — come spesso succede con Trump — c’era qualcosa di più e di diverso. È infatti consuetudine del Dipartimento alla Giustizia di prendere in considerazione richieste di perdono dopo cinque anni dalla sentenza — e dopo che il condannato abbia manifestato una qualche forma di rimorso per il suo reato.
Nel caso di Arpaio, queste circostanze non si hanno. Lo sceriffo doveva ricevere la sua sentenza il prossimo 5 ottobre e ha sempre rivendicato con orgoglio quanto fatto. “Se possono farla pagare a me, possono farla pagare a chiunque in questo Paese”, aveva detto Arpaio a Fox News mercoledì scorso.
Il fatto è che il bromance tra “lo sceriffo più duro d’America” e il presidente è ormai saldo e antico; e Trump ha sempre dimostrato di saper premiare gli amici — almeno sino a quando questi non esprimano dubbi e riserve.
Arpaio è stato tra i primi e più entusiasti sostenitori di Trump. Ha partecipato a molti eventi elettorali dell’allora candidato alla presidenza. Lo ha definito “un gran patriota”, appoggiando le sue proposte sull’immigrazione, anzitutto la costruzione del Muro, e alimentando critiche e sospetti sugli avversari democratici.
Arpaio è stato, tra le altre cose, un divulgatore della teoria secondo cui Barack Obama non è nato negli Stati Uniti e quindi non avrebbe potuto servire come presidente.
Non è stata dunque una sorpresa ritrovare Arpaio alla Convention repubblicana che lo scorso luglio ha incoronato Trump candidato alla presidenza. Dal podio, con il favore del prime time televisivo, Arpaio rilanciò la sua ricetta del law and order.
E’ comunque da anni, ben prima dell’ascesa politica di Trump, che Arpaio occupa le cronache americane.
Nato in Massachussetts da genitori provenienti dalla provincia di Avellino, Arpaio ha trovato fama e fortuna in Arizona con l’elezione a sceriffo della contea di Maricopa (dal 1993 fino al 2016). I suoi metodi piuttosto sbrigativi e la gestione personalistica del ruolo di sceriffo gli hanno conquistato critiche e nemici.
Negli anni, Arpaio è stato accusato di abuso di potere, mancate indagini su crimini sessuali, favori, chiusura arbitraria di inchieste, violazioni delle leggi elettorali.
La vera notorietà  nazionale — e per certi versi anche internazionale — gli è venuta però con la questione immigrazione, su cui a partire dal 2005 Arpaio ha assunto posizioni sempre più restrittive.
Sono rimaste famose le retate nei quartieri a prevalenza di residenti latini e nei posti di lavoro che impiegavano molti ispanici.
Gli uomini di Arpaio arrivavano con l’ordine di radunare le persone con la pelle scura, arrestarle sulla base della sola presunzione di essere clandestini e solo in un secondo tempo controllarne la posizione.

(da “il Fatto Quotidiano”)

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“DONALD TRUMP SI DIMETTERA’ PRESTO”

Agosto 18th, 2017 Riccardo Fucile

IL GHOSTWRITER DELLE MEMORIE DEL PRESIDENTE FA IL SUO PRONOSTICO SULLA PERMANENZA DI THE DONALD ALLA CASA BIANCA

Il ghostwriter che nel 1987 scrisse le memorie di Donald Trump “L’arte di fare affari” prevede che il presidente Usa getterà  la spugna prima della fine del suo mandato.
Lo scrittore Tony Schwartz ha twittato che “Trump si dimetterà ” prima che l’indagine sui legami tra la sua campagna e la Russia “non gli lasci scelta”.
“Il cerchio si sta chiudendo a enorme velocità ” ha twittato lo scrittore.
“Trump si dimetterà  prima che Mueller (il procuratore speciale che indaga sul Russiagate ndr) e il Congresso non gli lascino scelta”.
“La presidenza Trump è di fatto finita” ha aggiunto.
“Sarei sorpreso se sopravvivesse fino a fine anno, più probabile che si dimetta in autunno, se non prima”.
Schwarz trascorse 18 mesi con Trump mentre scriveva la sua autobiografia, che divenne un bestseller.
Lo scorso anno si è sfogato con il New Yorker durante la sua campagna elettorale, dicendo di aver “messo il rossetto a un maiale”.
“Ho un profondo rimorso per aver contribuito a mettere Trump in una luce che gli ha portato attenzioni più ampie e lo ha reso più attraente di quanto sia” ha detto al periodico.

(da agenzie)

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GLI STATI UNITI SCOPRONO LA VERGOGNA PER LA LORO STORIA

Agosto 16th, 2017 Riccardo Fucile

DOPO LE VIOLENZE DI CHARLOTTESVILLE, BALTIMORA HA RIMOSSO 4 STATUE DI EROI CONFEDERATI DI NOTTE… VIA DA BROOKLYN TARGA DEL GENERALE LEE

Da Baltimora a Durham, da Los Angeles a Brooklyn. In rivolta contro i rigurgiti razzisti cadono statue e targhe simbolo del suprematismo bianco e della segregazione. Il Paese fa i conti con la gravità  di quanto è successo sabato scorso a Charlottesville, in Virginia, dove una manifestazione contro la rimozione della statua in onore del generale della guerra di Secessione americana Robert E. Lee ha portato a scontri e alla morte di una giovane donna.
E mentre l’ultima giravolta con cui il presidente Donald Trump ha ricucito con l’alt-right infiamma il dibattito politico, è come se gli Stati Uniti riscoprissero la vergogna della loro storia raccontata dalle centinaia di monumenti confederati – l’anno scorso il Southern Poverty Law Center ne ha catalogati 718, di cui circa 300 in Georgia, Virginia e North Carolina.
I fatti di sabato stanno spingendo diverse città  a volersi sbarazzare — nel modo più veloce e indolore possibile – dei monumenti che onorano i confederati, soprattutto statue di generali sudisti e sostenitori della schiavitù.
È il caso della città  di Baltimora, che per scongiurare altre proteste dell’estrema destra e dei suprematisti bianchi ha deciso di procedere nel cuore della notte alla rimozione di quattro statue dedicate agli eroi sudisti nella guerra civile americana.
Nella città  del Maryland la rimozione dei monumenti è avvenuta in modo silenzioso e improvviso – scrive la stampa americana – nel tentativo di evitare nuove violenze, e tra le statue ce n’era anche una del generale Lee.
Foto e video sui social mostrano le gru che portano via i monumenti dei generali Robet Lee e Thomas Jackson, quello dedicato alle donne confederate e la statua del giudice Robert Taney, autore di una storica sentenza a favore della schiavitù.
A decidere la rimozione è stata lunedì il sindaco democratico, Catherine Pugh.
“Ora è fatta – ha detto al Baltimore Sun, spiegando la scelta di agire in fretta e durante la notte – dovevano essere abbattute. Mi sono preoccupata della sicurezza delle persone”. Altri monumenti dovrebbero essere portati via a breve a Lexington, in Kentucky.
Le autorità  di Los Angeles hanno rimosso un monumento dedicato ai veterani confederati dall’ Hollywood Forever Cemetery, dando seguito alla richiesta di centinaia di cittadini.
Il monumento si trovava là  dal 1925, in una sezione del cimitero in cui sono sepolti oltre trenta veterani confederati e le loro famiglie.
Un’altra targa in onore del generale della guerra di Secessione Lee sarà  rimossa a Brooklyn a New York.
Il monumento si trova davanti ad una chiesa episcopale nel quartiere di Fort Hamilton da oltre cento anni. La diocesi ha deciso di rimuoverla in seguito agli eventi di Charlottesville.
La targa è affissa su un albero di acero piantato dallo stesso generale quando lavorava al genio militare presso la base dell’esercito americano a Fort Hamilton intorno al 1840.
Secondo quanto scrive il New York Post, Lee e altri militari all’epoca frequentavano abitualmente la chiesa. La targa fu affissa soltanto nel 1912 ossia quasi 50 anni dopo che Lee guidò l’esercito confederato.
Molti amministratori locali stanno accelerando la rimozione dei monumenti confederati prima che si ripetano altri episodi come quello di ieri a Durham, in North Carolina.
Qui un gruppo di manifestanti ha abbattuto una statua in onore di soldati confederati durante una protesta contro i simboli della Confederazione americana, che era in vigore 1861-1865. I manifestanti hanno legato una corda attorno al collo della statua per farla cadere.
Una volta a terra, l’hanno presa a calci. Ieri erano stati arrestati tre manifestanti; oggi la polizia ha annunciato di aver arrestato altre persone.
Intanto il sindaco di Boston, dove sabato in pieno centro è in programma un raduno di nazionalisti bianchi, ha intimato all’alt-right di stare alla larga.
Idem a San Francisco: il suo collega Ed Lee sta cercando di sfrattare i militanti di un’organizzazione, ‘Patriot Prayer’, intenzionata a occupare il 26 agosto un parco sotto il Golden Gate.
Porte sbarrate all’estrema destra anche all’Università  della Florida.
Intanto a Filadelfia il sindaco Jim Kenney ha istruito la pratica per far sparire la statua del predecessore Frank Rizzo, ex capo della polizia degli anni Settanta: regnò sulla città  in un’era in cui le brutalità  delle forze dell’ordine erano la norma.

(da “Huffingtonpost“)

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BRIGITTE E’ L’ASSO NELLA MANICA DI MACRON PER CONTRASTARE IL CALO DI POPOLARITA’

Agosto 16th, 2017 Riccardo Fucile

CALATA AL 36% LA FIDUCIA DEI FRANCESI NEL PRESIDENTE CHE SI ATTEGGIA TROPPO A MONARCA… IMMUTATA INVECE LA POPOLARITA’ DI BRIGITTE

Non ha più pronunciato neanche una parola in pubblico da quando il marito è stato eletto Presidente di Francia, un centinaio di giorni fa.
Brigitte è apparsa (a tratti, con il contagocce), sempre diligente al fianco di Emmanuel, e si è prestata a qualche foto nel cortile dell’Eliseo, tra le altre con Rihanna (così da sostituire il marito, che i suoi consiglieri hanno voluto priettare nell’immagine di un «presidente monarca » : «jupitèrien», dicono loro, come Giove, padre degli dei).
Ma ora che la popolarità  di Macron precipita, al di là  di qualsiasi previsione, anche la più pessimistica, nel suo entourage c’è chi pensa di tirare fuori il solito asso dalla manica. Brigitte, appunto.
Sì, i sondaggi sono negativi sul presidente. L’ultimo, dell’istituto Ifop, 100 giorni dopo la sua elezione, indica che appena il 36% dei francesi resta fiducioso sul suo operato (Franà§ois Hollande, allo stesso momento, nel 2012, era al 46%).
Sembra che nel suo ristretto circolo di consiglieri regni il panico in vista del rientro post-vacanze, costellato da una serie di ostici appuntamenti politici, come la riforma del mercato del lavoro, estremamente sensibile.
Ecco, tra le altre cose, come ha scritto il quotidiano Le Parisien, si vuol «far beneficiare Macron dell’incredibile popolarità  della consorte».
Brigitte dovrebbe recuperare la sua voce, con una grande intervista per un settimanale da qui a fine mese.
Non solo, l’obiettivo è moltiplicare la sue apparizioni pubbliche, dato che, quando questo avviene, appare evidente che l’entusiasmo nei suoi confronti è rimasto intatto, a differenza che con Emmanuel.
La strategia dovrà  accompagnarsi a una definizione del suo ruolo, dopo le polemiche scoppiate al riguardo qualche giorno fa.
Macron voleva chiarire anche a livello legislativo la figura della «première dame», che non esiste istituzionalmente. Ma una petizione online ha raccolto oltre 300mila firme contro tale evenienza, perchè si teme che la novità  si porti dietro nuove spese e favoritismi in un periodo di austerity.
Alla fine, Christophe Castaner, portavoce del governo, ha scritto su twitter: «Nessuna modifica della Costituzione, nessun nuovo finanziamento, nessun salario per Brigitte», promettendo prossimamente una «carta della trasparenza», per definire comunque il suo ruolo, anche senza uno status ufficiale.
Intanto, a sorpresa, la coppia presidenziale sta trascorrendo le sue vacanze a Marsiglia, stupenda ma con tanti problemi sociali e non proprio una città  glamour.
Sono alloggiati nella residenza privata del prefetto (con piscina). Un segnale propagandistico ? Sono ridiventati semplici e cool?
Vengono avvistati a sorpresa qui e là  : lui, in jeans e scarpe da tennis, sembra ritornato il politico giovane e accessibile della campagna elettorale. Anche lei è di nuovo la Brigitte di una volta, sorridente ed empatica.
Forse i consiglieri per l’immmagine di Macron hanno finalmente capito che la figura del «presidente-monarca» non funziona proprio ? 39 anni lui, 64 lei, Brigitte, ex professoressa di liceo di Emmanuel, è stata molto utile alla sua vittoria, anche grazie all’anticonformismo che emana dalla loro storia di coppia.
Rassicurante (nonna sette volte) ma trasgressiva con i suoi tacchi acrobatici, piace alle giovani generazioni.
Ed è un mito per le donne di mezz’età  (e oltre) perchè, come dice Nathalie Rozborski, trendsetter della moda a Parigi, «con un uomo giovane, bello e di successo accanto, incarna la rivincita di tutte le donne del baby boom del Dopoguerra francese».

(da “La Stampa“)

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TRUMP NON CONDANNA APERTAMENTE I NAZISTI, PERSINO I REPUBBLICANI INDIGNATI

Agosto 13th, 2017 Riccardo Fucile

DOPO IL CRIMINALE ATTENTATO IN VIRGINIA LA VERGOGNA DI UN PRESIDENTE CHE HA PAURA DI PERDERE I CONSENSI DEGLI SCHIAVISTI CHE DOVREBBERO MARCIRE IN GALERA

Prima ha twittato, invitando a respingere l’odio e la violenza. Poi, parlando in tv, sempre riferendosi agli scontri di Charlottesville, ha detto che “l’odio e la divisione devono finire adesso. Dobbiamo unirci come americani nell’amore della nostra nazione, attraverso l’affetto degli uni verso gli altri”.
Ma questo non è bastato per evitare che una nuova bufera di polemiche si scagliasse contro il presidente degli Stati Uniti, Donald Trump, le cui parole sono ritenute troppo neutre contro i rappresentanti dell’estrema destra che ieri hanno dato vita a una manifestazione in Virginia, durante la quale si sono registrati scontri e violenze.
Una donna è morta, investita da un’auto che è volontariamente piombata sugli antirazzisti che protestavano contro il corteo, e molti sono gli arresti da parte della polizia.
Ma le critiche non si fermano qui: la frase “Apprezziamo la nostra storia”, pronunciata in serata dal presidente Usa, è stata letta come un messaggio in codice agli organizzatori del raduno.
Da più parti piovono accuse per il mancato riferimento diretto ai suprematisti bianchi, forti sostenitori del capo della Casa Bianca in campagna elettorale.
Decisamente più schierati l’ex presidente Usa, Barack Obama, e l’avversaria di Trump alle elezioni, Hillary Clinton.
“Nessuno – ha scritto Obama sui social- è nato odiando un’altra persona per il colore della sua pelle o per la religione. Le persone devono imparare a odiare e se possono imparare l’odio, possiamo insegnare loro l’amore. Perchè l’amore viene più naturale al cuore umano che il suo opposto”.
Ma sono numerosi anche i deputati repubblicani che non hanno apprezzato la posizione ambigua di un Trump sempre più isolato nel partito.

(da agenzie)

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SERRAJ SMENTISCE GENTILONI: “MAI CHIESTO L’INVIO DI NAVI ITALIANE IN NOSTRE ACQUE”

Luglio 28th, 2017 Riccardo Fucile

MENTRE IL GOVERNO ITALIANO SI PREPARAVA A GIOCARE ALLA BATTAGLIA NAVALE, LA CLAMOROSA PRECISAZIONE: “LA SOVRANITA’ DELLA LIBIA E’ UNA LINEA ROSSA”

Nessuna richiesta di navi italiane in acque libiche: il premier del governo di Accordo nazionale libico, Fayez al Serraj, ha negato di aver chiesto all’Italia di inviare mezzi nel mare della Libia per lottare contro i trafficanti di esseri umani.
Serraj, in un comunicato diffuso dai media libici, ha bollato come infondate le notizie diffuse a riguardo, che a suo giudizio mirano solo a minare l’esito dell’incontro avuto a Parigi martedì scorso con il generale Khalifa Haftar.
Serraj è stato ricevuto mercoledì scorso dal presidente del Consiglio italiano Paolo Gentiloni, che ha riferito della richiesta arrivata da Tripoli nella conferenza stampa congiunta tenuta al termine del faccia a faccia con il collega libico.
“Il presidente Serraj mi ha indirizzato alcuni giorni fa una lettera nella quale si chiede al governo italiano un sostegno tecnico attraverso unità  navali nel comune contrasto al traffico di esseri umani. Un sostegno tecnico a un impegno comune da svolgersi in acque libiche con unità  navali inviate dall’Italia”, ha detto Gentiloni mercoledì scorso al fianco di Serraj.
La retromarcia del leader libico tinge di giallo la vicenda, dato che era stato proprio Serraj a inviare, il 23 luglio, a Palazzo Chigi la lettera di cui ha parlato il premier italiano, nella quale chiedeva un intervento delle forze armate italiane.
E proprio in virtù della richiesta di mezzi, per martedì prossimo è stato fissato un dibattito in Parlamento e per mercoledì l’avvio delle operazioni.
Ma, nella nota diffusa ieri, il premier libico fornisce una versione del tutto diversa: “Con gli italiani abbiano concordato di continuare nel sostegno alla Marina libica attraverso addestramento e fornitura di attrezzature militari che ci consentano di condurre operazioni di soccorso verso i migranti e di contrastare i trafficanti di esseri umani, oltre alla fornitura di attrezzature elettriche di controllo per i nostri confini meridionali”. Serraj ha quindi aggiunto che “la sovranità  della Libia è una linea rossa”.

(da agenzie)

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